L'ultimo volo da Kabul

Reportage dall'aeroporto afghano: restano cinque giorni per la fuga. Parla Claudi. Green pass nelle scuole, si spera in una super App per i Presidi. Finisce il Meeting con Giorgetti e Affinati

L’aeroporto di Kabul è da qualche giorno l’epicentro della crisi afghana. Il luogo a cui il mondo guarda. Ieri sono arrivati sul posto alcuni inviati dei grandi quotidiani italiani. Si vive una drammatica corsa contro il tempo: fra cinque giorni i marines americani passeranno il controllo dello scalo ai Talebani che hanno preso il potere. Ieri sull’Afghanistan c’è stato un colloquio telefonico fra il presidente russo Putin e quello cinese Xi. Draghi vorrebbe coinvolgere Cina e Russia in un G20 straordinario. Paolo Mieli oggi sul Corriere difende Biden e ricorda che quando a suo tempo Trump mise nero su bianco, con gli accordi di Doha, che il potere sarebbe tornato ai Talebani, non lo criticò nessuno. Sebbene in quel periodo ogni sua mossa fosse molto controversa. Ricorda anche che al G7 in Cornovaglia a metà giugno “nel comunicato finale il dossier Afghanistan fu collocato ad uno dei penultimi posti, il cinquantasettesimo su settanta”.

Il giovane diplomatico la cui foto ha commosso l’Italia, Tommaso Claudi, racconta la missione difficile di cercare di far evacuare quanti più italiani, e afghani amici degli italiani, possibile. Intanto si è messa in moto la macchina dell’accoglienza dei profughi, mentre l’Europa ancora manca di decisioni su accoglienza e divisione delle quote.   

Sul fronte pandemia, importante sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo che ha respinto un ricorso contro l’obbligo vaccinale. Cade un altro bastione dei contrari all’obbligo e al Green pass. Come nota Libero. Sulla scuola la soluzione per il controllo sulla certificazione verde potrebbe essere, secondo Gianna Fregonara sul Corriere, una super App, che aiuti i Presidi. Ieri solo 307 mila 939 vaccinazioni nelle ultime 24 ore. Speriamo riprenda il ritmo giusto.

Landini torna a parlare dalle colonne del Fatto, ormai in pieno collateralismo coi 5 Stelle. Bentivogli lo critica, anche sulle delocalizzazioni, da Repubblica. Mentre Giorgetti, super star nella giornata finale al Meeting di Rimini (ma anche lo scrittore Eraldo Affinati ha fatto la sua parte), è preoccupato che le multinazionali rinuncino agli investimenti in Italia, per colpa di provvedimenti propaganda. Nelle scuole in Cina nuovo obbligo di studiare il verbo del presidente Xi. Come ai tempi del libretto rosso di Mao. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La prima pagina più azzeccata è quella del Manifesto. La foto è dell’aeroporto di Kabul, visto dagli stivali di un marine americano, titolo: Fuoripista. Per Avvenire è: Una fuga disperata. Stessa parola usata dal Corriere della Sera che aggiunge l’allarme terrorismo: Fuga da Kabul, la minaccia dell’Isis. Repubblica sceglie un titolo poetico e un po’ sessantottino: Kabul, assalto al cielo. La Stampa è centrata sulla sicurezza: Incubo Isis nell’inferno di Kabul. Come il Giornale: Torna l’incubo Isis. Gli altri giornali scelgono la pandemia. Libero sulla Corte di Strasburgo: Basta scuse sul vaccino. Prime sentenze contro i no vax. Il Mattino tira le somme: Avanza l’obbligo del vaccino. Il Fatto per una volta deve estendere qualche critica anche al passato governo: Nulla su bus e scuola. 880 milioni mai spesi. Il Quotidiano Nazionale prende le parti dei Presidi: Scuola in alto mare sul Green pass. La Verità sempre all’opposizione: Green pass, il danno e la beffa. Controllori fantasma sui bus. Curioso per una volta notare il titolo di un giornale francese, che appare così simile ai nostri. Scrive infatti il Figaro: Il Ministro dell’Educazione scommette su un rientro normale a scuola, malgrado il Covid. Il Messaggero fa sperare i romani: «Nuovi poteri alla capitale». Mentre il Sole 24 Ore minaccia sulle tasse: Ripartono cartelle e arretrati. Il Domani titola ancora sul sottosegretario leghista: Un suo uomo «sostenuto dal clan», Durigon ad un passo dall’addio.

IL MONDO VISTO DALLA PISTA DI KABUL

Alcuni inviati dei grandi giornali sono potuti arrivare all’aeroporto della capitale dell’Afghanistan. Ecco il reportage di Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera.

«Quando calchi finalmente la pista dell'aeroporto avverti subito la vampata di caldo sotto le suole. L'asfalto è bollente. Nell'area dove parcheggia il c-130 dell'aeronautica militare italiana sono fermi almeno 8 cargo grigi panciuti. Si notano le insegne americane e britanniche. Ai lati del nastro d'asfalto il popolo afghano in fuga attende, muto, paziente. I soldati della coalizione, compresi quelli italiani, fanno lasciare a terra, o parzialmente svuotare, i bagagli più pesanti e voluminosi. Tutta questa gente è stata già più volte controllata e perquisita nelle diverse fasi del suo calvario per arrivare al terminal, in coda per la lotteria tra la vita e la morte. Però non si vuole lasciare nulla al caso. Ogni chilo in più significano passeggeri che dovranno restare a terra. I bambini tengono stretto al petto un animale di pezza, una bambola. Le mamme un attimo sembrano protestare. Ma è solo un accenno, un gesto. Poi lasciano fare. «Questi sono gli ultimi, la nostra missione è agli sgoccioli», dice il tenente colonnello Andrea Brozzetti, che ci viene a prendere sulla pista. «L'importante è partire. Via, andare via al più presto. Non abbiamo più neppure la forza per ribellarci. va bene tutto. Purché si decolli subito. I talebani avanzano, non sappiamo ancora per quanto tempo gli aerei potranno decollare», dice Usma, una ragazza di 19 anni dal sorriso esausto. «Grazie Italia, grazie italiani», ripete. E vale la pena di ascoltarla, mentre qui, con gli otto membri della sua famiglia, sta per essere accompagnata dai soldati italiani verso gli ultimi metri che la separano dal portellone aperto del cargo militare che tra poco partirà per il Kuwait, alla volta infine di Roma. Solo pochi metri, forse una quindicina, ma da oltre una settimana le sembravano impossibili da superare. «Voi non capite, per voi europei è tutto garantito. Lo date per scontato. Ma per me questi 15 metri rappresentano un futuro di libertà e sicurezza. I talebani forse non mi avrebbero uccisa fisicamente. Ma certamente avrebbero assassinato il mio futuro di donna e di essere umano libero. Voglio venire in Italia, dovevo assolutamente farlo per me e per i miei figli», dice tutto d'un fiato. Non dorme da oltre quaranta ore. «Sono stata salvata dai vostri soldati che mi hanno trovata vicina ad un canale. Non ce la facevo più», aggiunge. Lei parla. Ma intanto il nostro telefono continua a squillare. È il passaparola tra gli afghani. Quando sanno che forse c'è qualcuno di conosciuto all'aeroporto, anche solo per sentito dire, che potrebbe aiutarli forse a superare le barriere di accesso, chiamano. Lo fanno con ogni mezzo. Sanno che il cerchio si sta stringendo. Terribilmente. Da martedì mattina i talebani hanno vietato l'accesso all'aeroporto per i civili afghani, anche quelli muniti di garanzie e accrediti dai Paesi della coalizione. Ciò significa che chi è dentro è dentro, e chi è fuori resta fuori. Lo si notava benissimo anche ieri pomeriggio atterrando. La pista è sgombra, nulla a che vedere col caos di una settimana fa. Non ci sono civili che invadono il terminal, o si aggrappano ai carrelli degli aerei in decollo. Oltre ottomila soldati americani hanno messo in sicurezza il perimetro delle piste. Di fronte al terminal i gruppi delle persone in partenza sono ben ordinati, divisi per voli, controllati a vista da guardie armate che soprattutto si preoccupano di aiutare i vecchi e dare bottiglie d'acqua fresca ai bambini. La calca vera, l'inferno, sta fuori dal perimetro, verso la strada che conduce al centro di Kabul. È nelle mani dei miliziani talebani che, ai posti di blocco, non esitano a menare botte con i calci dei fucili e frustare chi si attarda. Kabul è sempre più una città divisa tra la nuova normalità del centro e la precarietà dell'aeroporto. Il passato della coalizione è già un ricordo destinato a svanire. Dopo il 31 agosto sarà tutto diverso. Il futuro sta già nelle mani dei talebani. Ieri abbiamo visitato brevemente la sala comando americana. «Sappiamo che l'Isis è qui fuori. Ci sono informazioni di attentati in preparazione», ribadiscono allarmati dal servizio di intelligence. In questa frenesia delle partenze, tanti sono ben contenti di parlare con i giornalisti. (…) Davanti al padiglione dell'Italian Evacuation Center incontriamo accovacciate alcune giovani donne. Stanno attendendo di essere accolte e esaminate. «Speriamo bene. Veniamo da Bamiyan, siamo professoresse e artiste. I talebani ci avrebbero vietato ogni attività e chiuse in casa», dice una di loro, Omena Rasai, 27 anni. Dentro la zona italiana tre medici militari si stanno dando da fare. Si vedono diversi bambini. «Abbiamo curato molti casi di disidratazione, la gente arriva stanca, disfatta, al lumicino. Sono consumati dal caldo. Una donna ha quasi partorito qui da noi. I bambini soffrono di dissenteria», spiegano. L'atmosfera appare comunque tranquilla, calma, gruppi di famiglie stanno sdraiate su grandi stuoie stese a terra nella penombra. (…) Poco distante, seduta al tavolino di un caffè del terminal, adesso invaso di valigie, stracci e povere cose, siede Qadra, una ragazza venticinquenne originaria del Nord, ma che da cinque anni studia business administration negli Stati Uniti. «Ero in visita alla mia famiglia ma sono rimasta bloccata. Maledetto il momento che ho deciso di fare questo viaggio; ora devo scappare con mille rischi». Ma non ha dubbi: «Devo andare via subito. Questo Paese non ha futuro. Questo è l'esodo della sua gente migliore. Tra noi ci sono medici, ingegneri, avvocati, tecnici, persone che parlano le lingue. Dopo il 31 agosto l'Afghanistan sarà infinitamente più povero, avrà perso le sue menti, le sue energie migliori. Questa fuga epocale di cervelli, il frutto di una generazione vissuta nella libertà, permetterà ai talebani di governare indisturbati. Prevarranno i vecchi pregiudizi. Le donne saranno trattate come subumani da chiudere in casa. Una tragedia terribile», spiega. Mentre parla smanetta messaggi al marito rimasto negli Stati Uniti. Fortunato lui che è in Louisiana a casa. «Non riesco neppure a spiegargli ciò che capita qui», esclama poi scuotendo la testa. Tra poco dovrebbe imbarcarsi, il suo nome è già stato chiamato, non sembra avere rimpianti. Non si guarda indietro. Vuole chiudersi la porta alle spalle». 

IL GIOVANE DIPLOMATICO DELLA FOTO SIMBOLO

Tre giorni fa la sua foto ha commosso l’Italia. Oggi Giuliano Foschini, inviato a Kabul per Repubblica,  intervista il giovane diplomatico, ritratto mentre portava in salvo un bambino afghano.

«Posso accendere una sigaretta?». Tommaso Claudi è il diplomatico più popolare d'Italia in questo momento. Ha un paio di vecchie Nike blu impolverate, una maglietta marroncina, la barba lunga e i capelli spettinati. È molto diverso dalla foto in giacca e cravatta che porta nel badge attaccato al collo. La foto che lo ha reso famoso è però un'altra. Sul muretto mentre tira su dalla fogna di Abby Gate, l'ingresso dell'aeroporto di Kabul, ha fatto il giro del mondo. Perché aveva la forza dell'istante. E perché aveva un fortissimo significato politico: le ambasciate sono vuote, anche quella italiana, e un giovanissimo diplomatico è con le mani nella fogna, a salvare la gente. «Primo: faccio il mio lavoro. E il nostro è un lavoro di gruppo: io sono un semplice funzionario di ambasciata, non un personaggio pubblico. C'è il mio ministero, c'è la Difesa, c'è l'intelligence. Io sono un piccolo ingranaggio del sistema. Non mi aspettavo tutto quel clamore dopo quella fotografia. Il nostro unico lavoro era andare su quel muro per portare assistenza ai cittadini afghani in stato di necessità. Ecco, se devo dire che c'è un significato in quella fotografia, è quello della squadra». Se lo aspettava che sarebbe finita così? «Non spetta a me fare valutazioni politiche. Io sono in Afghanistan dal 2019. Ho scelto di venire qui ed è una scelta che rifarei ogni giorno. Perché oltre al valore professionale è umana: ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie, di vivere accanto a loro nel compound per due anni». Perché non è andato via? «Perché avrei dovuto? Questo è il mio lavoro. Questo è il mio posto: come ho detto sin dal principio, io resto qui fin quando ce ne sarà bisogno. Ma non di me. Ma del nostro Paese e, per la mia piccola parte, del mio lavoro. Oggi ho passato la mia giornata al gate perché è lì che dovevo essere. Certo, è un problema serio di ordine pubblico. Quelle foto, compresa quella scattata a me, sono drammatiche. Il nostro compito è di fare il possibile per gli afghani. Pensando sempre alla sicurezza del nostro personale». Dicono che sia nata una nuova generazione di diplomatici: lei, Luca Attanasio, il nostro ambasciatore ucciso in Congo. Giovani, impegnati, operativi, con le scarpe da ginnastica sporche come le sue. «Noi siamo diplomatici, non cooperanti. E facciamo il nostro lavoro. Cerchiamo di farlo al nostro meglio. Dopo la pubblicazione della fotografia mi hanno scritto decine di colleghi per esprimermi sostegno. Devo dire che mi ha fatto molto piacere». Ha sempre voluto fare questo mestiere? «No. Mi sono laureato in lingue, con una specializzazione in russo medievale. Pensavo di fare il linguista. Poi ho cambiato: ho fatto un programma di studio congiunto tra l'Italia e la Germania e ho vinto il concorso, alla prima occasione. Prima un lavoro al ministero, ero all'ufficio che si occupa delle scuole italiane nel mondo. E poi ho scelto di venire qui. Ora sono stato assegnato in Arabia Saudita. Non so quando mi sarà chiesto di andare, credo che prima dovremo finire qui il nostro lavoro».  

L’ARRIVO DEI PROFUGHI A FIUMICINO

Sono più di quattromila i profughi afghani già arrivati in Italia. Ieri la cronista di Repubblica ha vissuto l’approdo a Roma di alcuni di loro.

«I primi ad arrivare al terminal 5 di Fiumicino sono loro. Quattordici bambini e ragazzi, fra i 6 e i 20 anni, sulle sedie a rotelle. A parlare sono i loro occhi che esplorano con curiosità la grande sala illuminata, l'approdo della salvezza. Stringono le mani alle missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta, le loro mamme adottive che nell'ultimo ventennio hanno accudito e raccolto dalla strada i bambini abbandonati a Kabul perché disabili. «Il nostro centro non c'è più, è chiuso - dice Josè, 33 anni, del Madagascar, mentre aggiusta il suo sari al banco dell'accoglienza della Croce Rossa - e noi siamo distrutte. È tutto finito, non c'è speranza a Kabul». Le missionarie con la tunica bianca e orlata di blu accarezzano i volti dei bambini senza papà e mamma mentre il terminal si riempie di famiglie che al seguito hanno solo piccoli bagagli. Prima il tampone, poi acqua, biscotti e tanti sorrisi per i 270 arrivati dall'Afghanistan dopo 15 ore di volo. Le missionarie di madre Teresa sono riuscite a varcare una frontiera inaccessibile nei primi anni Duemila. «Anche se - spiega una delle cinque rientrate in Italia mentre attende il tampone - la parola suora non è accettata a Kabul. Anzi, non esiste». Anni al servizio della pace ma con la tensione addosso. Ai bambini senza nessuno è legato anche il padre barnabita Giovanni Scalese, a capo della piccola comunità cattolica in Afghanistan. C'è lui alla fine della fila per il tampone. Occhi cerchiati, il collarino slacciato. Lo accolgono due rappresentanti dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo a Kabul. Si abbracciano, si emozionano. Padre Scalese è stato per 8 anni il parroco dell'unica chiesa cattolica in Afghanistan, quella dentro l'ambasciata italiana. «Lo avevo detto e l'ho fatto - si siede, stanco, su una sedia vicino alle missionarie - Non sarei mai tornato in Italia senza questi bambini. Non potevamo lasciarli lì». Paura, ne ha provata? «No, preoccupazione sì. Tanta. Ho temuto la guerra civile», è franco. «Non sentivo la pressione dei talebani ma erano lì davanti all'ambasciata italiana, la chiesa non è stata violata spiega - Se ci sono le condizioni per riprendere il lavoro, ritorno. Adesso vediamo cosa faremo, intanto i bambini vanno con le suore missionarie che li ospiteranno». Padre Scalise stringe mani, si guarda attorno e accanto a lui arrivano altri bambini. Giocano e ridono. Non nasconde che «sono stati anni difficili e mi rendo conto che non poteva che finire così. Però non sono troppo pessimista. L'Afghanistan potrebbe trovare una sua stabilità, aspettiamo di capire che tipo di governo verrà formato». Accanto alle missionarie della carità c'è un'altra suora: Bhatti St. Shahnaz della comunità Mc Orfange a Kabul delle suore della carità di Santa Giovanna Antida. «Io sono qua dopo 6 anni - racconta - ma i 50 bambini disabili mentali che accudivamo sono ancora lì». Nel suo sguardo fa capolino un lampo di tristezza. Guarda alcuni bambini arrivati la mattina, stanno giocando con Pino, il poliziotto mago. I suoi occhi si velano di lacrime.».

INIZIA L’ULTIMA FASE DELLA CAMPAGNA VACCINALE

Sul fronte della pandemia, buone notizie sulla circolazione del virus: i contagi sembrano scendere lentamente. Ma il ritmo della campagna vaccinale, ad agosto, è calato drammaticamente. Il punto di Michele Bocci per Repubblica.

«Domanda in netto calo e tantissime dosi a disposizione. Sono i due ingredienti principali della nuova e probabilmente ultima fase della campagna vaccinale, nella quale si apprestano ad entrare un po' alla volta le Regioni: quella dell'accesso diretto agli hub. Ad agosto si è visto un calo di vaccinazioni. Dall'1 al 24 sono state fatte 7,3 milioni di dosi contro i 13,3 dello stesso periodo di luglio. La differenza l'hanno fatta principalmente i richiami. Le cose, comunque, non stanno andando male, e anche l'altroieri il commissario per l'emergenza, generale Francesco Figliuolo, ha ribadito che per fine settembre si arriverà all'80% delle persone coperte tra coloro che possono ricevere la vaccinazione (cioè esclusi i bambini da 0 a 11 anni). Oggi siamo al 67%, ma ci sono alcuni milioni di persone che hanno già la prenotazione e faranno alzare la percentuale. Per questo si sa già che l'obiettivo verrà quindi raggiunto. E però ci sono ancora categorie troppo scoperte, anche perché si ritiene che la soglia dell'80% non sarà in grado di produrre l'immunità di gregge (cioè di non far ammalare i non vaccinati perché vengono protetti da chi le somministrazioni le ha ricevute). Per ridurre il numero dei casi gravi, bisogna vaccinare in particolare i quasi 4 milioni di over 60 ancora scoperti. Per questo le Regioni cercano di semplificare il più possibile l'accesso. Il Lazio, la realtà con il più alto tasso di copertura, dismetterà i sistemi di prenotazione, invitando chi non l'ha ancora fatto a vaccinarsi presentandosi direttamente agli hub. Dal 16 agosto Figliuolo aveva chiesto che le Regioni organizzassero l'accesso diretto per i giovani dai 12 ai 18 anni, in vista della riapertura della scuola. Il Veneto ha subito ampliato quella classe di età fino ai 25 anni, oltre ad aggiungervi tutti gli over 60. L'Emilia Romagna vuole aprire al più presto a tutti e a Bologna si è già mossa. Intanto si continuano a usare i camper che vanno in giro nei luoghi di vacanza e villeggiatura per offrire la vaccinazione. La Toscana deciderà in questi giorni come organizzare l'accesso diretto, se cioè prevederlo solo per gli over 50 o per tutti e se individuare giorni dedicati alle varie classi di età coinvolte. La Sicilia, invece, è una delle Regioni che hanno vaccinato meno, e quindi dispone di scorte e strutture dove vaccinare poco impegnate. Per questo ormai già da tempo accetta, come o anche la Calabria, chiunque si presenti negli hub per avere la somministrazione, anche se non ha prenotato. Altra Regione a muoversi è la Lombardia, che oggi dà l'appuntamento dopo 24 ore e da settembre ridurrà il numero di hub e avvierà l'accesso diretto. La campagna vaccinale sta per imboccare l'ultima curva in tutta Italia. Poi si vedrà come verrà organizzata la nuova corsa, quella per la terza dose. Si farà certamente, ma bisogna stabilire a chi e quando».

La Corte dei diritti umani di Strasburgo ieri si è pronunciata a favore dell’obbligo vaccinale. Se ne occupa Lorenzo Mottola per Libero.

«Niente vaccino? Niente stipendio. Sembra che dovranno arrendersi le migliaia di persone che in questi ultimi mesi, in Italia e in Europa, hanno lavorato per smontare le leggi introdotte per forzare i cittadini a sottoporsi al trattamento anti-Covid. Sono stati i medici No vax i primi a ribellarsi annunciando la classica "pioggia di ricorsi" (tipica espressione da titoli sta annoiato) contro i nuovi obblighi. Recentemente l'attenzione si è invece spostata sugli insegnanti, che perderanno lo stipendio se non si presenteranno a scuola muniti di Green pass. Per settimane su siti web e quotidiani abbiamo letto commenti di giuristi convinti che le norme scritte dal governo non avevano un futuro. Ci si è messa anche Magistratura Democratica a invocare uno stop: sulla rivista dell'associazione delle toghe rosse è stato pubblicato un pamphlet dell'Osservatorio Permanente per la Legalità Costituzionale che metteva in discussione la legalità del decreto, sia per i vincoli italiani che per quelli europei. Teorie che, però, finora non hanno retto in nessuna delle sedi giudiziarie chiamate a esprimersi al riguardo. Ora anche in Europa. La Corte dei diritti umani di Strasburgo ieri mattina ha solennemente annunciato di aver respinto il ricorso presentato da 672 vigili del fuoco contro la legge francese che impone l'obbligo di vaccino. Avevano chiesto la sospensione della norma per quanto riguarda le conseguenze sul salario e pretendevano di riportare al lavoro anche i non immunizzati. E per farlo si erano appellati al diritto alla vita e al rispetto della privacy. Ma hanno perso. E questo giudizio è stato accolto da molti come una pietra tombale sulle istanze No vax. È prevedibile: tutto ciò non basterà certo a convincere il fronte degli scettici. Basta leggere le cronache giudiziarie: il mestiere dell'estate pare essere l'avvocato dei No vax. È impressionante il numero di ricorsi presentati in tutto il Paese da improvvisate cordate di professionisti decisi a evitare la puntura. Cinquecento a Milano, duecento a Brescia, un migliaio in Toscana. E il dato finora è questo: su decine di cause intentate, finora neanche una ha mai avuto un risultato positivo per i contestatori. A volte con esiti addirittura controproducenti. È il caso delle dieci operatrici socio-sanitarie del Pavese poste in ferie forzate dai gestori della casa di riposo dove lavoravano: nell'ordinanza, il giudice Gabriele Allieri ha dato ragione alla cooperativa, sottolineando che dottoresse e infermiere potevano anche essere sospese senza stipendio, perché per il loro mestiere la vaccinazione costituisce un requisito essenziale. Ovviamente ad agitare le acque sono soprattutto i sindacati. Per esempio, nel Lazio una cordata di sigle tra cui l'Anief (associazione di docenti e ricercatori in formazione) ha presentato ricorso contro il Green pass. Ricorso che è stato respinto ieri. Un'altra sconfitta, in questo caso per inammissibilità. Va tenuto presente che le sentenze pubblicate finora si somigliano tutte. Citiamo una delle primissime, arrivata a metà marzo da Belluno, per l'iniziativa di dieci medici dipendenti di Rsa. Anche loro erano stati messi in ferie forzate e chiedevano di essere reintegrati rivendicando la libertà di scelta vaccinale (di norma, queste cause fanno sempre riferimento all'articolo 32 della Costituzione, per il quale nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. E in questo caso c'è solo un decreto). Gli avvocati delle Rsa, tuttavia, avevano prevalso perché: «Nessuno mette in dubbio la libertà di scelta vaccinale», aveva detto l'avvocato Innocenzo Megali al Corriere del Veneto. «Ma in questo caso prevale l'obbligo del datore di lavoro di mettere in sicurezza i suoi dipendenti e le parti terze, cioè gli ospiti delle case di riposo». Presto i Tar si pronunceranno anche su ricorsi presentati in Lombardia, Piemonte e Friuli sempre dallo stesso pool di avvocati, guidato dal professor Daniele Granara, docente di diritto costituzionale a Genova e a Urbino, e dalla sua collega toscana Tiziana Vigni. La loro tesi è sempre la solita: un Paese democratico non può imporre trattamenti sanitari dei quali non vi sia certezza in ordine alle garanzie di efficacia e sicurezza. Come dicevamo, tuttavia, ci sono tribunali, come quello di Modena, che hanno già replicato a questa teoria, smontandola. Sul diritto del lavoratore, infatti, prevale quello di garantire «la salute e della sicurezza dei dipendenti e dei terzi che per diverse ragioni si trovano all'interno dei locali aziendali e la proprietà ha quindi l'obbligo ai sensi dell'articolo 2087 del codice civile di adottare tutte le misure di prevenzione e protezione che sono necessarie a tutelare l'integrità fisica di lavoratori». Liberi di non vaccinarsi, insomma, ma non di contagiare». 

SCUOLA, SI SPERA NELLA SUPER APP

Presidi preoccupati per l’attuazione pratica della fine della Dad e del rispetto dell’obbligo del Green pass per i docenti nella scuole. Gianna Fregonara spiega sul Corriere che una “super app” potrebbe aiutare la soluzione dei problemi.

«Si lavora ancore per definire i dettagli e le modalità tecniche ma la soluzione che il ministero dell'Istruzione e quello della Salute stanno studiando per rendere più efficiente e rapido il controllo del green pass del personale scolastico è una piattaforma dedicata alla quale i presidi avranno accesso e sulla quale comparirà automaticamente, ogni mattina, lo stato del green pass di ciascun docente: verde per chi ha la certificazione valida e rosso per chi invece non è in regola. A quel punto il preside dovrà verificare soltanto che chi non ha il documento sanitario non entri in classe e provveda a fare il tampone al più presto. In caso contrario scatta la procedura per la sospensione - al quinto giorno di semaforo rosso - dal lavoro e dallo stipendio. Oggi toccherà all'Autorità per la privacy dare il suo ok a questa soluzione - contatti informali ci sono stati nei giorni scorsi - e poi resta da capire se servirà una legge (probabilmente un emendamento al decreto del 6 agosto), un decreto o basterà un provvedimento ministeriale per introdurre questo sistema di monitoraggio del green pass come chiesto dai presidi a gran voce in queste settimane. La soluzione della piattaforma può garantire il rispetto della privacy perché rende visibili soltanto i dati della validità istantanea del green pass e non fornisce altri dati al preside che è il datore di lavoro del personale scolastico. Si tratta cioè di una super App che invece di consentire il controllo manuale uno per uno, contiene già i dati in automatico controllati attraverso i riscontri fatti dalle Asl. Si capirà nelle prossime ore se la gestione dei green pass trova finalmente una soluzione che potrebbe fare da apripista per l'applicazione dell'obbligo in altri posti di lavoro. «Il green pass è uno strumento prezioso per garantire la sicurezza dei più fragili, sosterremo le scuole nella sua applicazione», ha spiegato il ministro Patrizio Bianchi ai rappresentanti del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola (Fonags), che ha incontrato ieri via Zoom in vista del rientro in classe. La piattaforma sarà anche una risposta alle perplessità dei sindacati che oggi cominceranno gli incontri al ministero in vista della ripresa: «Ci aspettiamo indicazioni puntuali e precise dell'amministrazione, affinché le scuole e i dirigenti scolastici non siano lasciati in balia di incertezze, impensabili su materie delicate», ha detto la segretaria scuola della Cisl Maddalena Gissi che ha presentato ben 32 domande su temi sui quali c'è il rischio che le nuove norme provochino contenziosi. Lunedì sarà discusso in vista della firma il protocollo per gli asili nido e le scuole materne (0-6 anni). Le regole restano quelle dello scorso anno:i bambini più piccoli sono senza mascherina e non vaccinati, si punterà al lavoro a piccoli gruppi».

LANDINI ANCORA SUL GREEN PASS

Il Segretario della Cgil è sempre di più schierato contro il governo Draghi e anche oggi viene intervistato dal Fatto.

«Nel corso dell'estate Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha tenuto banco soprattutto per le polemiche sul Green pass. Dei temi generali del lavoro si è discusso poco e di questo ora il leader sindacale vorrebbe parlare.Segretario Landini, qual è la posta in gioco di autunno? «Siamo a un passaggio fondamentale per produrre un cambiamento del modello sociale e di sviluppo. Al centro va posto il lavoro nella sua qualità e nel suo significato più profondo: cosa si produce, perché e con quale sostenibilità ambientale e sociale. Abbiamo l'occasione del Pnrr che esige la necessità di fare i conti con la transizione ambientale, digitale e generazionale. Noi rivendichiamo che il mondo del lavoro sia messo nella condizione di poter partecipare e decidere sulle scelte che verranno compiute. Per questo rivendichiamo che si definisca il protocollo nazionale con le parti sociali per la realizzazione del Pnrr. Il segretario del Pd, Letta, ha proposto di rinverdire il modello Ciampi. Rispetto al 1993 non abbiamo bisogno di moderazione salariale, anzi il contrario. Servono riforme precise, non è sufficiente un Patto generale di intenti. Siamo in un'altra fase storica e quel modello non rappresenta la complessità della situazione attuale». Preferite quindi un confronto puntuale sui singoli punti? «Nel 1993 dovevamo entrare in Europa, oggi dobbiamo costruire una nuova Europa e c'è bisogno di fare riforme: fisco, pensioni, diritti dei lavoratori, una politica industriale che manca da venti anni. Serve un sistema partecipato per poter intervenire su diverse scelte». Ma potete fidarvi di un governo come quello Draghi? «Sui licenziamenti non è andata bene. Siamo abituati a fare i conti con i governi che ci sono. I temi indicati sono tutti da affrontare a partire dalla prossima legge di Stabilità e noi chiediamo di avere lo spazio per discutere. Quanto ai licenziamenti, essere riusciti a strappare il ricorso alla Cig, anziché licenziare, può consentire ai lavoratori di essere tutelati e alle imprese di riorganizzarsi»(…). Sulle delocalizzazioni il governo continua a prendere tempo e ad annacquare il provvedimento. «Non si tratta solo di definire delle regole, peraltro presenti in altri Paesi europei, ma di politica industriale. Dietro casi come Gkn, Gianetti, Whirlpool in realtà c'è il tema del ruolo pubblico nell 'economia. Le maggiori imprese italiane hanno una presenza pubblica e occorre recuperare una dimensione di questa natura senza la logica delle decontribuzioni o dei finanziamenti a pioggia, ma individuando filiere e settori strategici in cui collocare gli investimenti. Solo che, innanzitutto, vorremmo poter discutere mentre finora non c'è stato un confronto con il sindacato e registro un'assenza di dibattito nel Paese». (…) Nel corso dell'estate ha tenuto banco la polemica sul Green Pass. Davvero non è stata una strizzata d'occhio ai lavoratori novax? «Per noi vaccinarsi è una responsabilità e un dovere sociale. Già il 6 aprile abbiamo fatto un accordo per la vaccinazione nelle aziende. È il momento che Parlamento e governo si prendano la loro responsabilità. Noi siamo d'accordo sull'obbligo vaccinale e non abbiamo, in principio, nulla in contrario al Green pass, ma non va usato per aggirare l'inadempienza del governo sulla legge. Il problema non riguarda solo i luoghi di lavoro, ma tutto il Paese. Sergio Cofferati vi critica dicendo che mensa e ristoranti sono la stessa cosa. «La mensa non è un ristorante, ma è un servizio e un diritto di chi lavora, già messa in sicurezza con i protocolli. Si rendano gratuiti i tamponi, non si può pagare per lavorare o per mantenere un diritto conquistato».

Marco Bentivogli, ex segretario della Fim Cisl, interviene proprio sulle delocalizzazioni e anche su questo punto è molto lontano dalla posizione di Landini. Sulla questione, dice Bentivogli, il decreto dignità di Conte non ha prodotto alcun risultato. Il rischio è quello di provvedimenti propaganda.

«In Italia non si leggono i dati e non si fa mai un bilancio sincero sull'efficacia delle leggi esistenti. Il decreto Dignità oggi in vigore, elaborato dal Conte 1, conteneva una parte "anti-delocalizzazioni" che non ha prodotto alcun risultato. Non solo non ha sanzionato alcuna azienda, ma neanche fatto cambiare propositi alle aziende che volevano delocalizzare. Partiamo da qui: il Dl Orlando-Todde ha il buon proposito di occuparsi di responsabilità sociale d'impresa, ma non tenendo conto dei risultati della legge in vigore ne perpetua l'impostazione sbagliata. Sia chiaro, che le aziende siano vincolate alla responsabilità nei confronti del territorio e dei lavoratori con informazione preventiva e vincoli rispetto ai finanziamenti pubblici è assolutamente condivisibile, vedere i nostri lavoratori andare all'estero a trasferire competenze come anticamera della delocalizzazione è indecente, ma proprio per questo bisogna andare oltre i provvedimenti-propaganda. Cosa prevede la bozza del Dl anti-delocalizzazioni? In estrema sintesi, secondo lo schema del provvedimento si introducono per le aziende sopra 250 dipendenti (quelle che arrivano al Mise e vanno sui giornali, ovvero un'esigua minoranza di quelle che delocalizzano o chiudono senza delocalizzare, o chi delocalizza un pezzo alla volta), sono necessari sei mesi di preavviso prima della chiusura e dell'avvio della procedura di licenziamento, con l'indicazione delle ragioni economiche, finanziarie, tecniche o organizzative del progetto di chiusura, il numero e i profili professionali del personale occupato e il termine entro cui è prevista la chiusura, l'obbligo di presentare un piano di "mitigazione delle ricadute occupazionali" e un percorso di reindustrializzazione di almeno 3 mesi durante i quali va cercato un potenziale acquirente. Oltre a sanzioni pari al 2% del fatturato per chi se ne va nei 3 (o cinque) anni successivi all'incasso di fondi pubblici. Se le sanzioni, già previste dalle leggi già in vigore, si sono rivelate come vedremo armi spuntate, la falla più evidente riguarda la procedura di reindustrializzazione. Queste imprese sarebbero tenute a dare comunicazione preventiva con l'indicazione delle ragioni economiche, finanziarie, tecniche o organizzative del progetto di chiusura, il numero e i profili professionali del personale occupato e il termine entro cui è prevista la chiusura. Il procedimento rischia di essere molto "barocco" e di poca sostanza, per cui passati i 6 mesi, espletate le procedure, l'azienda otterrebbe una sorta di via libera. Nelle aziende sindacalizzate i 6 mesi di tempo, con atteggiamenti piuttosto maldestri, le aziende li prevedono, non esplicitamente, quasi sempre. Scoprimmo la decisione di Whirlpool di chiudere Napoli attraverso la lettura fugace di alcune slides che contenevano una "X rossa" sullo stabilimento di Napoli. Da allora son cambiati due governi e l'azienda non ha cambiato intenzioni. Nel decreto cosa accade se non si trova un acquirente? Nulla. Anche perché potrei scrivere un libro sui "finti acquirenti", le finte cordate che si sono affacciate in questi anni nelle vertenze industriali. Ricordo una "cordata cinese" che voleva acquistare Alcoa che aveva sede legale in un negozio di materiale elettrico di Lucca. Il Dl Orlando-Todde si propone finalità giuste ma si esaurisce in strumenti inefficaci e solo propagandistici. Non a caso si ispira alla Loi Florange, approvata dal presidente francese Hollande in campagna elettorale. Florange è lo stabilimento di ArcelorMittal con un forte valore simbolico, qui furono fatte le colate di acciaio per costruire la Torre Eiffel sotto la proprietà della cooperativa Sollac che poi vendette a Unisor, e infine ArcelorMittal. Nel 2018 la conferma della chiusura dell'area a caldo (altiforni fermi dal 2012). In sostanza la legge francese si ispira ad una vertenza in cui l'intervento non ha funzionato e la legge italiana si ispira alla legge francese. Non è una bella premessa. Come, peraltro, ha ricordato il ministro Patuanelli. Cosa fare? Analizzare il Paese che attrae più investimenti diretti esteri, la Germania. I salari e le competenze sono forti. La Pa, la giustizia, le infrastrutture, l'innovazione sono vicine a persone e imprese. L'apparato industriale in Germania andò in crisi all'inizio del 2000, ne usci puntando su affidabilità di sistema e innovazione, progettando industrie 4.0, già forte della rete Fraunhofer del sistema duale delle competenze. Noi siamo più indietro e ci ostiniamo a non detassare il lavoro. La pressione fiscale su chi lavora (e paga tutte le tasse) e genera lavoro è la più alta. Partiamo da qui. Ma rinunciare alla propaganda è dura per chi vi costruisce la sua fortuna politica».

GIORGETTI: NON PUNIAMO LE MULTINAZIONALI

Per Giancarlo Giorgetti il Governo Draghi non è inadempiente sul Green pass, come sostiene Landini, e soprattutto non vuole punire le multinazionali, facendo scappare gli investimenti dall’Italia. Dario Di Vico sul Corriere racconta la sua giornata al Meeting di Rimini.

«Giancarlo Giorgetti è uno dei pochi politici che ama «i toni bassi» e tutte le mattine - per sua ammissione - fa l'esame di coscienza su come sta interpretando il delicato ruolo che la congiuntura politica gli ha affidato, essere leale con Mario Draghi e al tempo stesso solidale con il segretario Matteo Salvini. Di passaggio al Meeting di Rimini, come ogni anno, il ministro dello Sviluppo economico non ha smentito il suo credo e davanti alla raffica delle domande dei giornalisti si è mosso da provetto slalomista. Tra Chigi e Bellerio, direbbe il poeta. «Ci sono due dimensioni, una di governo e una politica - ha spiegato -. Il governo ha bisogno di toni bassi, la politica specie quando ci sono campagne elettorali predilige i toni alti. Io spero che prevalgano gli interessi del Paese e quindi che restino bassi». E richiesto di una previsione sulla scadenza del governo ha parato il colpo così: «In tempi non sospetti ho definito Draghi una persona quasi indispensabile in una crisi storica come quella che viviamo. Dopodiché siamo in democrazia e decideranno gli elettori da chi vogliono essere governati». Alla ricerca dell'equilibrio - virtù che Giorgetti reputa essenziale per un uomo di governo - il ministro qualche traccia delle sue opinioni personali volendo l'ha lasciata. Prendiamo il reddito di cittadinanza. Non ha usato i toni alti e polemici di Salvini e Giorgia Meloni solo 24 ore prima ma ha detto che così «non può reggere». Se attuato e applicato integralmente, ovvero offrendo ai beneficiari temporanei una chance di lavoro, il Reddito ha un suo perché, altrimenti no. E anche sul futuro immediato del sottosegretario Claudio Durigon il ministro la sua l'ha detta: «Quando si è investiti di responsabilità di governo bisogna essere molto attenti a quello che si fa». Affermazione netta fatta precedere però da un lungo preambolo in cui aveva sostenuto che ci si dimette su richiesta del premier o del segretario del proprio partito o, ancora, «per una decisione di coscienza». Un suggerimento implicito a Durigon? Forse. Il preambolo comunque vale «esattamente» per par condicio anche per il ministro Luciana Lamorgese. Sulla bozza di provvedimento anti-delocalizzazioni, predisposto dal duo Orlando-Todde, Giorgetti ha fatto capire che alla fine deciderà Draghi. Le bozze prima di un Consiglio dei ministri vanno e vengono, «spesso voi giornalisti le avete prima di noi e quindi non le commento, mi baso sui provvedimenti». Nel merito però è chiaro che il responsabile del Mise non ci sta ad applicare una logica punitiva alle multinazionali, anche perché reputa decisivo attrarre nuovi investimenti più che multare i vecchi. Una clausola di buonsenso comunque può essere utile in materia di incentivi pubblici: l'azienda che li chiede deve essere disponibile a farsi carico di quei lavoratori che vengono espulsi da aziende del territorio in difficoltà. Richiesto di un giudizio sul risanamento di due aziende pubbliche di travagliate tradizioni come Ita e l'Ilva, Giorgetti non è venuto meno alla prudenza. Ita ha una conformazione economicamente sostenibile «ma nessuno ha la sfera di cristallo specie in tempi di pandemia». Ilva non è in stallo ma «i nuovi amministratori stanno lavorando a un piano industriale che abbracci il consenso degli azionisti (Invitalia e Arcelor-Mittal, ndr.), quello delle forze sociali e del Comune di Taranto». E il piano potrà giovarsi degli stanziamenti del Pnrr finalizzati alla trasformazione green dell'acciaio. Ma sul tema della sostenibilità a Rimini Giorgetti ha ripetuto almeno tre volte che non ci può essere asimmetria tra gli obiettivi che si dà l'Europa e quelli perseguiti da Cina e Usa. Senza quest' equilibrio la sostenibilità ecologica rischia di creare una insostenibilità sociale.».

CIRINNÀ E I SOLDI NELLA CUCCIA

Nella capitale delle vacanze radical chic, ritrovamento misterioso di 24 mila euro nella casa della coppia di politici Montino e Cirinnà. Ne scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica.

«Se l'Italia non fosse l'Italia - e Capalbio una sua minuscola, suggestiva porzione rinomata a gauche; se 24 mila euro non fossero, in tempo di crisi economica o peggio, più o meno quanti ne guadagna un impiegato lavorando in un anno; se la coppia in politica, in carriera e in produzione di vino bio formata da Esterino Montino e Monica Cirinnà, lui ex sindacalista dei braccianti di Maccarese divenuto sindaco di Fiumicino e lei alfiera dei diritti lgbt; se, se, se... Ecco, anche priva di tutti questi se, la storia dell'enigmatico tesoretto ritrovato casualmente durante certi lavori nella loro tenuta avrebbe destato lo stesso una certa curiosità. Ma siccome qui da noi tutto sempre accade non tanto ai limiti, ma all'insegna dell'inedito, dell'inaudito e dell'incredibile, la circostanza che i quattrini fossero nascosti nella cuccia-casetta del cane di famiglia assegna senz' altro al ritrovamento un tratto impervio e fantasmagorico; e ancora una volta l'ala nera della commedia cala sulla vita pubblica smistando in ragionevole proporzione altisonanti lamenti da parte dei Montino-Cirinnà, che hanno chiamato i carabinieri e si ritengono vittime di «ingiurie, insulti, veleno, una vera e propria gogna mediatica e social», ma anche una ventata di sospettosa allegria che il comune sentire estende e giustifica in proporzione alla credibilità della classe politica. Di questa satira che in egual misura promana dall'alto e dal basso e che si riflette nello specchio incandescente dei social come negli ideali corridoi del Palazzo in smart-working, tocca qui segnalare al primo posto, con necessitato arbitrio, la sassata tweet di Calenda: «Quando vuoi veramente bene agli animali»; poi quell'altra di un tipo che, rispetto al luogo del ritrovamento, l'ha messo dadaisticamente in relazione con l'immagine del fantasmatico banchiere Cuccia; e infine una vignetta di Osho che scagiona il cane in quanto - vecchia battuta di Cacciari a De Michelis - "ricco di famiglia". Poco o nulla purtroppo si è venuto a sapere dell'animale, cui in accentuata antropomorfizzazione toccherebbe la titolarità del denaro che i Montino-Cirinnà intenderebbero destinare a «fini di pubblica utilità». Ciò detto, la recente vita pubblica italiana, nella sua straniante euforia, ha visto diversi cani guadagnarsi una loro visibilità, dal celebre Dudù berlusconiano, che giocò pure a palletta con Putin, al carlino Puggy che l'onorevole Biancofiore fece latrare in radio al suono di "Meno male che Silvio c'è"; dal beagle di Santanché, che nel recente suo primo compleanno è stato ammesso a tavola e su Instagram a un pastore tedesco, Gunther si chiamava, che misteriose vicissitudini societarie ed ereditarie avevano portato a divenire azionista della povera Unità in abbandono. Delegata ai diritti degli animali nella giunta Rutelli, durante la calda estate del 2013 l'ignara Cirinnà venne seguita da un pelosissimo terrier all'interno del Senato, fino all'ufficio postale; ma è escluso che il padroncino della cuccia di Capalbio sia lui perché proprio la senatrice, via microchip, lo restituì ai legittimi proprietari. Non si ha notizia, d'altra parte, di segugi specializzati in bigliettoni da 500 arrotolati dentro cunicoli e interstizi. La storia, come da poesia di Montale, "lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli. C'è chi sopravvive". Assai più modesta, ma insistente, la cronaca offre in Italia una spiccata varietà di luoghi che, al netto dell'odierno episodio, sarebbero dovuti sfuggire allo sguardo: dallo sciacquone di Mario Chiesa (erano 35 milioni di lire) al pouf di Poggiolini (banconote, titoli e gioielli), dalle fioriere gelliane di Villa Wanda (150 kg di lingotti d'oro) a diversi e più scontati controsoffitti. Si registrarono in passato anche un paio di casi di refurtive depositate nelle mutande di un consigliere circoscrizionale e, per pari opportunità, nel wonderbra di una funzionaria delle Infrastrutture. Molto, forse troppo lascia pensare che il mistero della cuccia del cane di Capalbio resterà tale».

EUTANASIA, PAGLIA: “MEGLIO UNA LEGGE”

Il Quotidiano Nazionale con Giovanni Pannettiere ha intervistato Monsignor Vincenzo Paglia sulla raccolta di firme per il referendum sull’eutanasia.

«Da Oltretevere «non si alza nessun muro apocalittico», anzi c'è «la volontà di uscire dalla battaglia ideologica tra laici e credenti sul fine vita per arrivare a una legge condivisa», ma la raccolta firme per l'eutanasia legale «esprime una 'mentalità vitalistica' che non possiamo accettare». Marca tutta la sua preoccupazione l'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, di fronte alla notizia del superamento delle 750mila sottoscrizioni per l'indizione di un referendum abrogativo che depenalizzi di fatto l'omicidio del consenziente. A promuovere l'iniziativa sono i radicali, ma la mole dei firmatari, oltre 250mila in più rispetto al mezzo milione necessario, tradisce una consistente presenza anche di cattolici, giovani in primo luogo, ai banchetti degli eredi di Marco Pannella. Eccellenza, la Chiesa sulla sacralità della vita fino all'ultimo respiro ha perso il contatto con le nuove generazioni? «Questo risultato dei promotori del referendum è la conseguenza di un'inquietudine di fondo sul destino dell'uomo che va raccolta dalla società come dalla politica e dal Parlamento. Questa domanda di senso non lascia indifferenti i giovani che, come comunità cristiana, abbiamo il dovere di ascoltare e aiutare per evitare che possano lasciarsi condizionare da un'ondata emotiva tesa a semplificare alcuni aspetti, trascurandone altri». A che cosa si riferisce? «C'è un difetto d'informazione. Il tema del 'fine vita' è incredibilmente complesso. Guai ad affrontarlo a colpi di si e di no». Che cosa intende, quando mette in guardia dal rischio di una 'mentalità vitalistica'? «Sta crescendo anche in Italia una visione ideologica secondo cui ciò che non corrisponde a una certa condizione vitale ed efficiente della salute non è degno di andare avanti. Col risultato che chiunque è 'fragile' possa essere eliminato senza conseguenze. È la cultura dello scarto che il Papa non cessa di denunciare». I promotori del referendum in fondo chiedono che un medico non finisca in carcere nel caso in cui, fatte salve alcune eccezioni, metta fine alle sofferenze di una persona che non intenda più vivere, perché gravemente malata. «Davvero siamo sicuri che i malati, invece che morire, in realtà non vogliano smettere di soffrire? Sono due situazioni ben diverse. La Chiesa sostiene che la dignità della persona può essere tutelata anche nel morire. Le cure palliative e quindi l'accompagnamento nel tratto finale dell'esistenza sono una proposta in questa linea. La lotta al dolore è decisiva. E oggi in Italia è possibile morire senza essere torturati dal dolore. C'è scarsa informazione, dovrebbero essere meglio promosse e date gratIs a tutti. Ciò che non si può accettare, invece, è la soppressione di una vita umana. È una questione di umanesimo». Sulla depenalizzazione dell'omicidio del consenziente si riaccende lo scontro fra laici e credenti? «Smettiamola di pensare ogni questione sempre come una battaglia ideologica fra chi crede e chi no. Certamente anche i credenti devono imparare ad argomentare meglio le proprie opinioni con un linguaggio accessibile a tutti. Del resto, anche un giurista laico come Luciano Violante ha espresso la sua contrarietà all'abrogazione parziale dell'art. 579 del Codice penale, rimarcando come in tal modo si aprano le porte alla legittimazione di una forma di schiacciamento dei più deboli. Anche in questo caso rivendicherei 'il diritto dovere alla conoscenza'». Violante ha anche chiesto di dare attuazione al pronunciamento della Corte Costituzionale che ha ammesso la non punibilità del reato di aiuto al suicidio, in caso di pazienti liberamente determinati, con sofferenze intollerabili, affetti da patologie irreversibile e tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale. «Non è di mia competenza entrare direttamente su ciò che debba fare o no il Parlamento. Mi auguro che la questione non sia abbandonata. E soprattutto che si giunga ad una legge sul fine vita, che, senza lasciarsi condizionare dalla fretta, né da furori ideologici, possa essere il risultato di un dialogo fra posizioni differenti senza che nessuna voce, neanche quella delle realtà religiose presenti nel Paese, sia esclusa a priori. Nelle commissioni parlamentari non mancano i progetti di legge». 

CINA, STUDIARE XI È UN OBBLIGO

Cecilia Attanasio Ghezzi su La Stampa racconta che in Cina il Presidente Xi Jinping va studiato come un sacro testo.

«Dopo il mao-ismo, bisognerà studiare il xijinping-ismo. A cominciare da quest' autunno, 300 milioni di studenti cinesi dovranno sapere che la superiorità cinese deriva dal sistema a partito unico e che c'è bisogno di un leader forte affinché al Paese sia riconosciuto il ruolo che gli spetta nel mondo. A tutte le scuole della Repubblica popolare cinese spetta il compito di «piantare nei giovani cuori il seme dell'amore per il Partito, per la nazione e per il socialismo. Insegnare che il segretario generale Xi Jinping è la guida dell'intero Partito e del popolo cinese». Così si legge nella circolare emanata ieri dal ministero dell'educazione. Di fatto si introduce in tutti i curriculum scolastici «il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era», quello che nel 2017 è stato inserito nella costituzione del Partito elevando l'attuale presidente alla statura del padre fondatore della patria Mao Zedong. Alle elementari ci si concentrerà sullo sviluppare l'amore per la propria nazione, il Partito comunista cinese e il socialismo. Alle medie si comporranno studi ed esperienze pratiche per aiutare la formazione di giudizi e opinioni politiche per poi essere pronti, con il progredire degli studi, a porre la giusta enfasi sul pensiero teorico del socialismo con caratteristiche cinesi. E, considerando il metodo altamente mnemonico del sistema educativo cinese, siamo certi che gli studenti cresceranno sapendo recitare a memoria almeno cento citazioni dai discorsi del Presidente. Per carità niente di nuovo. Più o meno dalla fine del 2012, cioè da quando Xi Jinping è stato insignito della carica più alta dello Stato cinese, che poi coincide con il vertice del Partito e dell'Esercito, il presidente si è comportato come se il suo compito fosse quello di riportare il Partito alla purezza delle origini. Come il grande timoniere aveva raccolto le sue massime nel Libretto rosso, sono ormai almeno otto i volumi con i discorsi e gli scritti di Xi di cui uno, "Governare la Cina", è già tradotto in tutto il mondo. In cinese c'è un'applicazione per smartphone il cui nome, XueXi, gioca sull'omonimia del secondo carattere del verbo studiare e il cognome del presidente. E poi ci sono le decine di cartoni animati e canzoni che la nuova propaganda ha confezionato per far arrivare il pensiero e le parole dello "zio Xi" alle nuove generazioni. E infine l'educazione patriottica dei giovani pionieri che dovranno imparare come «la qualità della vita odierna deriva dalla corretta guida del Partito e dalla superiorità del nostro sistema socialista» e che «i geni rossi si trasmettono da una generazione all'altra». La circolare di ieri, inoltre, arriva a poche settimane dalla stretta di Pechino sull'istruzione privata, un settore economico valutato oltre 120 miliardi di euro. Le aziende che se ne occupano non potranno più finanziarsi con investimenti esteri e, in alcune circostanze, saranno obbligate a trasformarsi in non profit. Il ministero, si legge, ha condannato l'industria dell'educazione privata anche perché sarebbe «ostaggio del capitale» e non permetterebbe il medesimo accesso all'istruzione a tutte le classi sociali. Una decisione che appare nel solco della nuova linea sulla «prosperità condivisa» per cui sarà necessario «regolamentare i redditi eccezionalmente alti e incoraggiare i gruppi ad alto reddito e le imprese a restituire di più alla società». Ma che nasconde anche la volontà di limitare al massimo le cosiddette influenze straniere. Infatti ci sono nuove regole che non permettono l'apprendimento online con i tutor stranieri, mentre molte collaborazioni con le università estere sono state interrotte senza ulteriori spiegazioni e i libri di testo stranieri sono stati nuovamente vietati nelle scuole primarie e secondarie. Gli esami di lingua inglese poi sono stati ridotti, e si fanno sempre più forti le voci polemiche al suo insegnamento. Questo avviene un anno dopo che la pandemia ha ulteriormente isolato i giovani cinesi: niente più viaggi né università all'estero. Il tutto mentre le democrazie occidentali, prima tra tutte quella statunitense, perdono smalto. Una gestione troppo libertaria della pandemia, l'abbandono di Hong Kong prima e dell'Afghanistan in tempi più recenti, sono tutti argomenti che la propaganda fa propri per giustificare la sua teoria: il declino dell'Occidente a fronte dell'inarrestabile ascesa cinese. Ogni altro punto di vista verrà stroncato sul nascere». 

AFFINATI E IL VANGELO VISTO DAGLI ANGELI

Lungo articolo di Antonio Spadaro per Repubblica sull’ultimo libro di Eraldo Affinati, una meditazione sul Vangelo. Lo scrittore ieri sera ha chiuso, insieme ad altri relatori, con un convegno dedicato al tema “Educare alla libertà”, il Meeting di Rimini. Ecco la recensione di Spadaro a Il Vangelo degli angeli.

«Cielo e terra sono connessi grazie a ponti di imbarco dai quali angeli, arcangeli, serafini e altre creature celesti si lanciano sulla «città degli uomini», dopo aver allacciato le cinture di sicurezza. Eraldo Affinati nel suo Il Vangelo degli angeli richiede di accendere l'immaginazione e di lasciarsi portare in alto per assumere una visione angelica delle cose. Leggiamo dell'annunciazione a Maria: «Gabriele si staccò dal sedile e, in un guizzo fulmineo, prese il volo. Anni di formazione trovarono in quel momento il loro frutto operativo. Uscì dal boccaporto per guadagnare la migliore apertura alare. In un attimo scomparve alla vista dei commilitoni, assumendo l'assetto necessario per essere proiettato come una scheggia incandescente verso la Palestina di duemilaventuno anni fa». Da mettere subito da parte è dunque l'immaginetta classica della figura angelica. L'aeropittura futurista non è lontana da questa rilettura del Vangelo, che però ha anche molto del "fanciullino" pascoliano. Scorrono nella mente le potenti immagini bellicose del futurista Tullio Crali - quelle di Prima che si apra il paracadute o di In tuffo sulla città - qui però trasfigurate dall'annuncio cristiano. Pascoli e Marinetti alleati nelle pagine di questo romanzo per raccontare la storia di Gesù da una prospettiva obliqua, quella dell'avvicinamento, dell'approssimazione angelica. Non la visione orizzontale, cioè umana. Non la visione verticale, cioè divina. Ma l'immagine dell'intervento della creatura celeste, della discesa in picchiata che non è mai perpendicolare alla terra. L'angelo è messaggero che arriva, che si approssima: non piomba, ma plana. E talvolta caracolla. E di che cosa abbiamo davvero bisogno se non di angeli che ci diano una buona notizia e che ci accompagnino nel cammino? L'immaginario biblico sposa quello hi-tech. Affinati toglie alle creature angeliche i tratti pennuti, molli e "non binari" della tradizione, e prova a ripensarne l'aspetto. E così l'arcangelo interviene potendo «disporre dei radar di ultima generazione, splendidi visori incorporati nei tessuti cerebrali». Ma la tecnologia è angelica, non algida. (…) È il capolavoro di Affinati: poeticamente ci fa immergere nella storia nota dei Vangeli con gli occhi degli angeli che innestano l'eternità nel tempo, ma senza distruggerne l'apparenza. È chiaro da subito che gli angeli hanno le mani legate: non possono interferire con gli eventi. Farlo - sebbene, ovviamente, mossi dai più alti sentimenti - significherebbe violare la libertà umana, interferire con le vicende del mondo. L'angelo non può farlo, non deve. Ma può intervenire nella sua azione l'errore "umano", sì. Talmente sono coinvolti questi angeli da non essere perfetti nella loro azione metafisica. Fanno errori di calcolo. Scaricano inavvertitamente potenza celeste, smuovono senza farci caso equilibri geologici. Altri devono intervenire dai ponti celesti prima che sia troppo tardi. Ad accorgersi delle sbavature sono sempre creature inconsapevoli: una colonia di rane, un bue, una pecora. (…) Così scorre il racconto evangelico, ricco di candore e dramma. In una narrazione fluida con elementi del tutto originali e anche tratti dai vangeli apocrifi. Affinati interviene nel racconto con i frutti della sua fantasia che narrano l'azione di Gesù. Ma quel che vediamo non è mai l'anima o il sentimento, ma il gesto, che rivela una profondissima empatia con l'umanità. Come quando Gesù è con Jonut, un giovane che non riesce a muovere le mani e tiene i pugni chiusi. Le sue dita sembrano di plastica e il volto pare sfigurato. La testa gira da destra a sinistra quasi senza controllo. Gesù «gli stava accanto con una dedizione stupefacente, accettandolo com' era. Quando rideva insieme a Jonut, e gli capitava spesso anche se nessuno l'ha mai detto, nelle cornici dei cieli i cadetti si scatenavano improvvisando capriole di giubilo». Un sorriso cambia gli equilibri cosmici. Il fascino di Gesù su Affinati è una cifra del racconto: «Si toglieva i capelli dagli occhi e avevi l'impressione che ti volesse fissare per sempre con quello sguardo lucido, amoroso. Tu mi interessi, capito? E io, dimmi, sono importante per te? Ci siamo conosciuti e d'ora in poi non ci perderemo, dovremo prenderci cura l'uno dell'altro: è tutta qui la mia religione. In sostanza non c'è molto da aggiungere. Queste riflessioni non te le diceva in modo esplicito. Lasciava che si formassero dentro di te. A un certo punto si coagulavano ed ecco che eri cambiato, non ti riconoscevi più». La tentazione, la vera tentazione per Affinati non è mai la mancanza di fede, ma il passaggio dalla profezia alla politica, una volontà da parte dei discepoli di ristabilire equilibri e di "normalizzare" il messaggio evangelico. Perché la fede è un modo di vivere e leggere la vita fino al paradosso: anche se la fede stessa «risultasse un sotterfugio, ammettiamolo, sarebbe ugualmente preziosa, se non altro perché ci insegnerebbe a cogliere fiori che non avremmo visto, nascosti sotto la roccia o camuffati».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Con un’intervista, da non perdere, a Giorgio Vittadini.