Mania referendaria

Freccero lancia i click anti- Green pass. Ma ci sono riforme serie che l'Europa aspetta. Buone notizie dalle scuole. Putin vince ma è più debole. Le donne coraggio di Kabul. La Chiesa è infetta?

Oggi è lunedì 20 settembre e pochi ricordano la breccia di Porta Pia, 151 anni dopo. In compenso si parla molto di un possibile nuovo referendum lampo contro il Green pass. Arriverebbe dopo quello contro i giudici, quello per la eutanasia libera e quello per la liberalizzazione della cannabis. Carlo Freccero, geniale dirigente tv di altri tempi, è il nuovo eroe del momento, da quando cioè è diventato promotore del referendum contro il certificato verde. Nella sola giornata di oggi firma un pezzo sulla Stampa, che parte dalla prima pagina. E uno sul Fatto, che lo mette a confronto con Gad Lerner. Vedremo se nella nuova “cliccocrazia” (copyright Il Giornale) da voto immediato e populista, ci toccherà davvero anche questa consultazione.

In realtà le preoccupazioni tipiche dell’autunno sono economiche. Il Corriere ricorda che il Parlamento deve varare 42 riforme per avere i soldi del Pnrr. Una delle quali, quella sul Fisco, dovrebbe approdare in Consiglio dei Ministri questa settimana. Repubblica fissa l’obiettivo ambizioso della crescita ad un più 10 per cento. Roba da anni Sessanta. Intanto dalle scuole arrivano buone notizie: le quarantene sono per ora statisticamente molto inferiori a quelle dell’anno scorso. Oggi tornano in classe anche in Puglia e Calabria.

Densa e interessante la pagina di Esteri. Si è votato in Russia: ha vinto Putin, anche se le percentuali sono meno “bulgare” di altre volte. Paradossalmente, con il partito di Navalny messo fuori legge, sono i comunisti ad aumentare i consensi. Inizia l’Assemblea generale dell’Onu a New York all’insegna della tensione nel Pacifico per il caso dei sottomarini australiani. In realtà tutto ruota attorno alla nuova aggressività cinese, al cambio di passo di Xi. Coraggiose le donne di Kabul che continuano a scendere in piazza, sfidando il regime.

Scusate se rubo ora qualche riga parlando di me. Ho avuto l’onore di partecipare al progetto podcast di Maddalena Pennacchia che si chiama Voice in the matter. Maddalena è una strepitosa prof di Letteratura inglese a Roma Tre ed una talentuosa cantante jazz, che ora propone un progetto artistico, lo Skylark project, incentrato su ciò che la voce rappresenta e fa. Trovate qui https://www.skylarkproject.com/4-alessandro-banfi/ l’intervista che mi ha fatto a proposito del giornalismo radiofonico e che potete sentire anche su Spotify:

.

Quanto alla Versione, siamo alla quarta settimana consecutiva della rassegna mattutina, garantita nella consegna entro le 8 dal lunedì al venerdì. Bel traguardo. Grazie ai tantissimi che mi hanno scritto, ho cercato di rispondere a tutti. Vi ricordo che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati.

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.

Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

È un classico dell’inizio settimana: si pensa all’economia. Il Corriere della Sera detta l’agenda ricordando il Pnrr: Europa, 42 riforme per i fondi. La Repubblica rivela gli obiettivi di crescita del governo: Ripresa, i piani di Draghi. Tematizzano i rincari energetici il Mattino: Europa-Russia, guerra del gas e Il Messaggero: Caro-bollette, la guerra del gas. Libero denuncia: Ecco a chi vanno i soldi delle bollette. Ancora pandemia e certificato verde per il Quotidiano Nazionale: Terza dose, ecco quando calano le difese. Mentre il Sole 24 Ore si occupa delle lavoratrici domestiche: Green pass, 600mila colf non vaccinate. La Stampa rilancia un: Sos dei presidi, torna l’incubo Dad. Per La Verità c’è il solito tormentone anti lasciapassare: Green pass da pazzi, scaricano pure i controlli sulle famiglie. Il Giornale stigmatizza l’ennesimo ricorso al referendum lampo: Cliccocrazia. Il Fatto titola su una cena di giovedì scorso in cui si sono incrociati i due Matteo: Salvini allo sbando va al party con Renzi per spartirsi il Colle. Il Domani ricorda che oggi è attesa una sentenza sul clan romano: Il potere segreto dei Casamonica.

FEBBRE DA REFERENDUM

Giustizia, eutanasia libera, cannabis per tutti e ora cancellazione del Green pass. È la nuova mania populista e anti politica di questo Paese. Il Giornale la chiama la “cliccocrazia”. L’editoriale è di Vittorio Macioce.

«Il numero delle firme sale, si moltiplica e basta poco per arrivare a cinquecentomila. Il percorso del referendum non è mai stato così rapido. Non importa quale sia il terreno su cui ci si muove e la profondità del quesito, l'eutanasia, la cannabis, il green pass o tutto quello che presto verrà, è chiaro che si sta viaggiando al di là di una frontiera. È la democrazia dell'istante e ci stiamo facendo i conti. Non è un imprevisto. Questa in fondo è la scommessa iniziale di Gianroberto Casaleggio. È da questo futuro remoto che vengono i Cinque Stelle. È la rete che si mangia il tempo classico della politica. Lo riduce, lo frammenta e poi lo accelera. Non c'è più spazio per gli intermediari. Niente deleghe, niente partiti, nessun Parlamento. È tutto adesso, attimo per attimo, viscerale, istintivo e presente. Il passato viene archiviato in fretta e il futuro sembra scadere nell'arco delle ventiquattro ore. Il consenso è un clic. Il paradosso, semmai, è che proprio quando il Movimento si accartoccia in una crisi di identità, con Giuseppe Conte che si sente il capo di una succursale del Pd, la politica italiana si sta sempre più «grillinizzando». Qui non c'entrano i valori o le idee, ma le dinamiche. Come si riscrivono le leggi? Come si cambia e riforma un Paese? Come si controlla chi governa? Quale è il luogo dove si confrontano maggioranza e opposizione? Come viene selezionata una classe dirigente? L'impressione è che ci si stia avvicinando a una forma incompiuta di democrazia diretta. È qualcosa di ibrido e piuttosto confuso, che non piacerebbe probabilmente neppure a Jean Jacques Rousseau. I protagonisti sulla scena sono il governo, le masse virtuali, i leader mediatici e le procure. Il Parlamento si scolora, si fa evanescente, sonnecchia e non risponde neppure alle richieste della Corte Costituzionale sui buchi normativi. I deputati e i senatori ritrovano un quarto d'ora di centralità quando c'è da dare la fiducia, ma poi tornano a contare il tempo che manca alla pensione. Il consenso istantaneo è una brutta illusione, perché riduce tutto a massa e potere. È un pendolo che oscilla tra populismo e autorità. È la mediazione parlamentare che invece tutela la libertà di ognuno di noi. I padri costituenti pensavano ai referendum come a uno strumento straordinario per rivedere leggi non in linea con il sentimento popolare, ma se diventano un sondaggio allora ci avviciniamo a una democrazia plebiscitaria. È un'altra storia.».

Anche Gabriele Cané sul Quotidiano Nazionale è sulla stessa lunghezza d’onda:

«Partiamo da un presupposto: un referendum non è mai una cosa banale. Non lo è nei contenuti, nella dinamica e nei risultati. I referendum hanno cambiato, o lasciato immutati, molti importanti connotati sociali e politici del nostro Paese. Hanno introdotto l'aborto e il divorzio; hanno bocciato le riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi. In certi casi, infine, hanno dato precise indicazioni, poi disattese dal Parlamento, come la responsabilità civile dei giudici, che continuano a non essere responsabili di nulla. Vergognoso. Ora è di nuovo pioggia di referendum: giustizia, cannabis, eutanasia. Incombe persino il green pass, in attesa di una consultazione popolare sui tamponi».

LA CRESCITA E LE RIFORME DEL PNRR

L’agenda concreta del Governo, quella delle scadenze economiche di autunno, è in realtà fitta di altri temi e problemi: oggi Federico Fubini sul Corriere mette in fila gli impegni cui ci costringe l’Europa per avere i finanziamenti del Pnrr. Ci sono 42 riforme da approvare in poco tempo. A cominciare da quella del Fisco.  

«Potrebbe riunirsi già questa settimana per la prima volta - o comunque non molto più tardi - la cabina di regia politica per l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Gli addetti ai lavori lo chiamano Pnrr, quasi tutti gli altri lo chiamano Recovery. Eppure nella conversazione nazionale quel progetto da 191,5 miliardi di fondi europei e 528 precondizioni è quasi sparito, quasi che il grosso fosse negoziare l'accordo a Bruxelles e farsi approvare il mezzo migliaio di pagine del progetto iniziale. Quasi che l'intendance suivra  la parte esecutiva, sia destinata a fare il suo corso quasi in automatico. Senza troppi sforzi né patemi. Che in questi giorni si stia preparando la prima riunione della cabina di regia politica - guidata dal premier Mario Draghi, con il ministro dell'Economia Daniele Franco, quelli della Transizione ecologica e dell'Innovazione tecnologica Roberto Cingolani e Vittorio Colao e forse altri - dimostra che naturalmente non è così. Non può esserlo, data la densità dell'agenda. Non solo da oggi al 2026, anche da oggi alla fine dell'anno. Per poter presentare il primo rendiconto e ricevere dunque i sostanziosi versamenti della prima parte del 2022, in poco più di tre mesi all'Italia restano da soddisfare 42 delle 51 condizioni previste per quest' anno. È un'ampia gamma di misure, in gran parte normative, che include delicati passaggi parlamentari sulla legge delega di riforma della giustizia; una controversa revisione delle politiche attive del lavoro; una importante legge quadro sulle disabilità e una riforma universitaria. Argomenti sui quali, fuori dalle stanze di governo, quasi nessuno nel Paese si sta interrogando. In più ci sarà la legge delega sul fisco che Palazzo Chigi spera di approvare in settimana (forse diluendo o rinviando la parte controversa della revisione al rialzo delle valutazioni catastali) e il varo in Consiglio dei ministri della legge annuale di concorrenza, in questo caso dopo il secondo turno delle elezioni amministrative di ottobre. I prossimi mesi saranno senza sosta. Giorgio Musso dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani, autore della migliore sintesi dell'agenda dei prossimi mesi, stima che le 42 condizioni da presentare a Bruxelles entro cento giorni sono quasi il doppio del numero medio per trimestre previsto dal Recovery dal 2022 in avanti. Solo alcune delle 42 sono misure semplici o burocratiche. Da notare tra l'altro come Bruxelles abbia ricordato in questi mesi un dettaglio passato, anch' esso inosservato in Italia: affrontare una riforma su un certo tema potrebbe non bastare, se poi nel provvedimento mancano alcuni degli elementi rilevanti concordati con la Commissione Ue. Bruxelles potrebbe evitare di vidimare la rendicontazione del semestre, impedendo la successiva richiesta di fondi. Quindi il riesame avverrebbe solo dopo altri sei mesi, con il rischio di generare ritardi sostanziali. Dunque l'organizzazione del lavoro nel governo conterà e sarà decisivo prevenire conflitti di competenze fra i molti centri di coordinamento del piano. Sulla carta il rischio di attriti esiste. Al dipartimento della Funzione pubblica c'è l'Ufficio semplificazioni, che deve occuparsi di questa materia per tutti i progetti del Pnrr e per seicento procedimenti definiti "complessi". Al Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio è stata formata una nuova, parallela Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione, sempre ai fini del Pnrr. Al ministero dell'Economia, che è il capofila di tutto il progetto e titolare dei rapporti con Bruxelles, coesistono poi due diverse strutture di coordinamento. C'è un Ufficio centrale affidato a Carmine Di Nuzzo, che ha un ruolo cardine e si concentrerà in particolare sulla rendicontazione dei fondi. Però esiste anche un'unità di missione formata durante il precedente governo e mai sciolta, che dovrebbe curare gli indicatori relativi al Recovery. Infine c'è la segretaria tecnica della cabina di regia a Palazzo Chigi, con funzioni di indirizzo, coordinamento e impulso, e naturalmente il Dipartimento politiche economiche della presidenza. Insomma i protagonisti di questa complessa governance dovranno dedicare molta cura nell'evitare sovrapposizioni. Anche perché l'agenda sarà senza sosta. Per il parlamento lo sarà per ora soprattutto sul fronte della giustizia, perché le relative leggi delega di riforma non sono chiuse. Sul penale c'è stata l'approvazione della Camera, ma non ancora del Senato, mentre sul civile entrambe le aule devono dare il loro via libera - con possibili battaglie in commissione - in vista dei decreti legislativi e attuativi per definire il contenuto specifico della riforma rispettivamente entro la fine del 2022 e la metà del 2023 (in sovrapposizione con la campagna per le elezioni politiche). Resta poi da capire un punto importante della riforma delle politiche attive prevista entro l'anno, con un budget di cinque miliardi di euro: la nuova Garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) prevede solo nuove assunzioni nei centri per l'impiego o un ripensamento di fondo di questa galassia di uffici che negli anni scorsi non ha funzionato? Per l'università è attesa una revisione delle classi di laurea, delle lauree abilitanti e dei dottorati. Infine arriverà la prova del nove per i tribunali e la pubblica amministrazione. Oggi scade il bando per i primi 500 laureati che dovrebbero lavorare ai progetti del Pnrr. Fra una settimana quello per l'assunzione triennale della prima infornata di ottomila collaboratori nell'Ufficio del processo: per loro esiste il rischio (teorico) di interruzione del contratto di lavoro, se l'Italia negli anni prossimi non centrasse gli obiettivi di accorciamento dei tempi della giustizia e Bruxelles fermasse i fondi. Il livello di adesione ai bandi sarà un primo segnale per capire se il Recovery decolla».

Per Roberto Mania e Roberto Petrini di Repubblica il vero obiettivo di Draghi è una crescita dell’economia superiore al 10 per cento.

«Una crescita dell'economia superiore al 10 per cento per il biennio 2021-2022. È l'obiettivo minimo del governo che nei prossimi giorni approverà la Nota di aggiornamento al Def (il Documento di economia e finanza) con le nuove proiezioni e con cui aprirà la lunga sessione di bilancio. Per ritrovare un livello di aumento di questo tipo bisogna tornare indietro di diversi decenni, alla fine degli anni '60. Una sfida che il governo Draghi può vincere se supererà anche i problemi aperti da molte crisi industriali e quelli dell'occupazione. L'economia italiana chiuderà il 2021 con un aumento intorno al 6 per cento (era previsto un +4,5 per cento). È vero che c'è un importante effetto rimbalzo dopo il crollo del 2020 (-8,9 per cento) ma l'Italia sta andando meglio degli altri Paesi: nel secondo trimestre del 2021 il Pil è cresciuto del 2,7 per cento più di quanto abbiano fatto Francia e Germania. Stesso discorso per la produzione industriale. E il presidente del Consiglio, Mario Draghi, vuole approfittare di questa spinta per trasformare il rimbalzo in una crescita strutturale dell'economia, sfruttando la progressiva messa a terra dei progetti finanziati da qui al 2026 con le risorse (più di 200 miliardi di euro) del Next Generation Eu. L'accelerazione per l'introduzione del Green Pass obbligatorio in tutti i posti di lavoro va letto, oltreché nella chiave di una misura sanitaria di emergenza, guardando all'economia. Il governo vuole evitare assolutamente il rischio di nuove chiusure e interruzioni dell'attività produttiva. Non a caso l'obbligatorietà del certificato verde riguarda tutti gli uffici e le fabbriche mentre restano distinguo in altri settori, come, per esempio, quello dei trasporti. Si punta a ristabilire una nuova normalità. Anche il progressivo abbandono dello smart working nel pubblico impiego si inserisce in questa strategia. Così come la spinta per riaprire tutti i servizi, dai musei agli impianti sciistici. Un termometro sensibile per capire cosa sta accadendo nell'economia reale è quello della produzione di macchine utensili, robot e automazione. Bene, nel primo semestre di quest' anno gli ordini da parte delle imprese hanno registrato un incremento dell'88,2 per cento, se si considerano solo gli ordini nazionali si tocca il picco di un +238 per cento. Bisogna considerare che l'anno precedente era quello del lockdown ma resta il fatto che si tratta di aumenti vertiginosi tanto che molte imprese del settore hanno esaurito gli ordini per le produzioni anche del 2022. Nel suo ultimo Bollettino economico la Banca d'Italia prevede che nel corso di quest' anno ci sarà un'accelerazione degli investimenti da parte delle imprese private. Il 45 per cento delle aziende incrementerà nella seconda parte del 2021 la quota degli investimenti. È l'industria che trascina la ripresa e la decisione del premier Draghi di intervenire giovedì prossimo all'Assemblea della Confindustria al Palalottomatica di Roma ha anche un valore simbolico. L'asse con le imprese (al centro come in periferia) è stato fondamentale per introdurre il Green Pass nei posti di lavoro e pure per mettere all'angolo le resistenze del leader leghista Matteo Salvini. In questo nuovo scenario l'incremento del Pil di quest' anno, superiore alle previsioni di aprile di un punto e mezzo, apre la strada ad un "tesoretto" di 10-12 miliardi che potrà essere indirizzato alla riforma del fisco. È difficile che il disegno di legge delega venga varato questa settimana ma gli occhi sono puntati sulla legge di Bilancio che potrebbe contenere un primo intervento di taglio della terza aliquota Irpef e una limatura dell'Irap in modo da far scattare la riduzione delle imposte fin dal prossimo anno. Una ulteriore carta che il governo Draghi si gioca per recuperare un new normal per l'economia italiana attraverso un rilancio dei consumi: proprio per non intaccare l'effetto fiducia ed evitare spaccature nella maggioranza la riforma del catasto sta uscendo dai radar, almeno nell'immediato. Mentre si punta a ridurre il cuneo fiscale e contributivo, oltre che con Irpef e Irap, anche con un intervento per un paio di miliardi per eliminare il contributo sugli assegni familiari (Cuaf) che pagano le imprese ma che non ha più ragione di esistere con il passaggio dal prossimo anno all'assegno unico e alla fiscalità generale».

PRIMO BILANCIO SULLA SCUOLA: AUMENTA LA STIMA

Cresce il gradimento e la stima nei confronti dell’istituzione scuola, alle prime battute del nuovo anno scolastico. Lo scrive Ilvo Diamanti su Repubblica, che interpreta il sentimento positivo di alunni e insegnanti per la fine della Dad.

«L'atteggiamento verso la scuola appare, a sua volta, coerente con il clima d'opinione. La considerazione nei suoi riguardi, infatti, risale. Almeno, resiste. Si tratta di un segnale importante, perché, come emerge dall'ultimo rapporto sull'atteggiamento degli italiani verso lo Stato, la scuola è una delle istituzioni verso le quali cittadini di-mostrano maggiore fiducia (54%), Preceduta solo dalle Forze dell'Ordine, il Papa e il Presidente della Repubblica. La scuola svolge un ruolo fondamentale, in senso letterale. Perché agisce sulle "fondamenta" culturali, educative. E sulla costruzione sociale. Più precisamente, è il luogo dove si "fonda" e si forma il futuro della nostra società. Perché i giovani sono il nostro futuro. È interessante, per questo, osservare quanto emerge da un recente sondaggio di Demos, per Repubblica . Sottolinea, infatti, come, negli ultimi mesi, l'opinione relativamente alla gestione dei servizi e delle attività nella scuola sia cambiata. In meglio. Soprattutto fra gli studenti. I quali, oggi esprimono un giudizio molto più positivo, rispetto a inizio anno. È probabile e plausibile che questo mutamento dipenda, in modo sensibile, dal ritorno in aula. Alle lezioni in presenza. Anche se la DaD, la Didattica a Distanza, mantiene un buon grado di consenso. Probabilmente perché, come sappiano e abbiamo già verificato, permette di rimanere in famiglia, a casa propria e riduce le difficoltà che possono sorgere nel rapporto diretto con i docenti. Senza dimenticare le opportunità che possono favorire gli studenti, in sede di verifica. E, talora, riducono il carico dell'impegno durante i corsi. Tuttavia, frequentare a distanza rende più difficile l'apprendimento. Perché lontano dai docenti - e dai compagni di corso - gli studenti hanno minori possibilità di "comprendere" le materie, di apprendere le lezioni. Infatti, viene meno, comunque: si ridimensiona, l'interazione. L'opportunità di chiarire aspetti e di approfondire temi non sempre del tutto chiari. Peraltro, il problema è reciproco, perché maestri e professori non possono rivolgersi direttamente agli studenti. Capire se hanno capito. Se convenga ribadire e approfondire alcuni argomenti. Con tutti e con alcuni studenti, in particolare. Senza dimenticare che dal dialogo e dalla discussione emergono aspetti imprevisti e importanti. Per gli studenti e, insieme, per i docenti. Infine, o forse: anzitutto, la scuola, come abbiamo detto, è un "luogo sociale". Dove si apprendono le regole e i valori della comunità. Dove si "fonda" la società. E dove si formano le relazioni personali e interpersonali. Le amicizie. E le amicizie non possono esistere e resistere "solo" a distanza. Non per caso, in passato, abbiamo verificato come il tempo trascorso in rete, a coltivare "relazioni digitali", sia direttamente proporzionale al grado di diffusione della "sfiducia negli altri". E ciò non avviene perché il digitale generi sfiducia per motivi "tecnici". Tanto più, "tanto meno", per "vocazione". Avviene, invece, per ragioni sociali e personali. Perché la "fiducia nei confronti degli altri", per potersi sviluppare, ha bisogno di "altri reali", non virtuali. Persone, occasioni di incontro che avvengano e si ripetano "faccia a faccia". Insomma: "in presenza". Non solo in video e online. A casa, in piazza e a scuola, appunto. Non solo a distanza. La SAD, la Scuola a Distanza, non può dare soddisfazione. E rischia di generare la Società a Distanza. Palliativo e complemento. In tempi e situazioni di emergenza, come quelli generati e amplificati dal Covid. Ma quando diviene una condizione permanente o, comunque, "prevalente", rischia di logorare. Le persone e la società. Perché la società è fatta di relazioni personali. Fra "persone reali". La comunicazione digitale a distanza è importante. Necessaria. Ma va sostenuta e rafforzata, attraverso la "presenza". A scuola e nella vita quotidiana. Per non dimenticarci che siamo Persone e non solo Immagini. O Nickname. ».

Dati statistici confortanti sull’inizio delle lezioni.  Dopo la prima settimana, poche centinaia le classi in quarantena. I Presidi si lamentano perché ogni regione applica regole diverse sulle quarantene in caso di contagio. Gianna Fregonara per il Corriere.

«A Milano sono 37 classi, a Roma una cinquantina, a Torino se ne contano 7, tra cui un focolaio a Canelli, nell'Astigiano, con dieci bambini e 15 genitori positivi (e l'intera scuola materna chiusa). In provincia di Bolzano - dove le scuole sono cominciate da quindici giorni - le classi chiuse sono 35, a Reggio Emilia 4 e a Piacenza 5. A Bologna, dopo una settimana di scuola, sono sei gli istituti in cui ci sono alunni positivi e classi subito in Dad. Ad aprile, quando le scuole hanno riaperto, dopo una settimana gli alunni in quarantena nel capoluogo emiliano erano già 500. I primi dati sui contagi tra gli studenti si contano in centinaia. Arrivati alla spicciolata dalle Asl o dai presidi, sono poco significativi e a detta degli esperti bisognerà aspettare almeno altre due settimane per valutare l'impatto delle riaperture sulla diffusione del virus e quanto la vaccinazione di insegnanti e studenti sia in grado di rallentare i contagi. Nell'autunno dello scorso anno, dopo una settimana di scuola in presenza, erano poco più di 400 le classi chiuse e 45 i focolai, dopo altri quindici giorni il numero era triplicato. L'Ats di Milano ha annunciato che fornirà un monitoraggio periodico, così anche il ministero dell'Istruzione che si sta attrezzando per seguire l'andamento del contagio nelle oltre trecentomila classi del nostro Paese. Oggi intanto riaprono le scuole anche nelle ultime due regioni, Puglia e Calabria. A Pizzo Calabro ci sarà nel pomeriggio l'inaugurazione ufficiale dell'anno scolastico con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi e una festa con il campione olimpico Marcell Jacobs, il terzino della nazionale campione d'Europa Leonardo Spinazzola, Massimo Ranieri e il coro dello Zecchino d'oro. Nella mappa delle classi che tornano in Dad in questi giorni c'è un primo dato che si conferma in tutte le rilevazioni: i contagi sono soprattutto tra i più piccoli, nelle materne e negli istituti comprensivi (elementari e medie), dove i bambini non possono essere vaccinati. «Gli screening con i tamponi salivari anche dove sono cominciati riguardano solo poche classi. Bisognerebbe accelerare per non perdere il controllo della situazione se i casi dovessero aumentare», lamenta Mario Rusconi, presidente dell'associazione presidi del Lazio. Non solo, i dirigenti scolastici sono già sul piede di guerra perché il rapporto con le Asl per rilevare i casi e decidere le quarantene è complicato: «Ogni Asl fa in modo diverso», spiega Rusconi. Dal Cts confermano che non c'è un automatismo per le chiusure ma è richiesta la cosiddetta «indagine epidemiologica», che comprende anche l'effettuazione dei tamponi, per decidere le misure. La regola fissata dall'Istituto superiore di Sanità è: quarantena per 7 giorni e tampone per i vaccinati; 10 giorni e tampone per i non vaccinati. Ma per esempio l'insegnante può essere considerato contatto non stretto e dunque escluso dalla quarantena, se, come prescritto dal protocollo, è rimasto con mascherina alla cattedra che deve essere a due metri di distanza dai banchi. È chiaro che la questione delle quarantene, anche se più ordinata dello scorso anno, creerà non poche tensioni. L'assessore alla Salute del Lazio Alessio D'Amato ha proposto di valutare le «microbolle» e l'idea ha già suscitato l'interesse del capo del sindacato dei presidi Antonello Giannelli: se c'è un positivo in classe, si potrebbero mandare in quarantena soltanto i contatti più vicini - una decina - e non tutta la classe. È un modello che si applica in Germania e in Danimarca. Anche in Francia, per limitare il ricorso alla Dad, gli studenti vaccinati sono esenti dalla quarantena. Per ora il Cts non ne ha discusso e le Asl sono contrarie perché l'indagine per stabilire i contatti strettissimi richiederebbe molto più personale».

ELEZIONI IN RUSSIA: PUTIN VINCE MA È PIÙ DEBOLE

Densa e interessante oggi la pagina degli Esteri. In Russia si sono svolte le elezioni per il rinnovo della Duma, il parlamento di Mosca. Per il Quotidiano Nazionale ne scrive Alessandro Farruggia.

«Nonostante tutto, Putin. Appannato ma sempre saldo al potere. Dopo tre giorni di voto online e nei seggi la partecipazione alle elezioni per la camera bassa del Parlamento russo e di 39 parlamenti regionali, è del 45% (simile al 47% del 2016). Secondo i dati preliminari comunicati dalla commissione elettorale e relativi al 12,2% dei seggi, Russia Unita, il partito di Putin, è data poco sopra al 40%, in forte calo rispetto al 54,2% del 2016, mentre i comunisti quasi raddoppiano e sono al 24,4% a fronte del 13,34% del 2016. Il Partito liberale democratico (destra nazionalista) di Zhirinovsky è al 9,3% (in calo dal 13,1%), il partito centrista Noviyje Njudi, "Nuovo popolo" di Alexey Naciaev - formazione centrista pro Putin nata nel 2020 che potrebbe aver raccolto i voti di qualche sostenitore di Navalny, il grande oppositore di Putin al cui partito è stato vietato di partecipare alle elezioni - è al 7,59%. Russia Giusta, partito progressista pro governo, è invece attorno al al 6,6%. Tutte le altre formazioni politiche - compreso Yabloko, il partito di area liberale più vicino alle posizioni di Navalny - non avrebbero superato lo sbarramento del 5%. Secondo gli exit poll dell'istituto Isomar Russia Unita è data in testa con 45,2% dei voti, seguito dal Partito comunista al 21% e dal Partito liberal-democratico di Russia all'8,7%. Considerando che 225 dei 450 seggi della Duma sono assegnati con il maggioritario, Russia Unita dovrebbe confermare la stragrande maggioranza (è già in testa in 130) dei 202 seggi vinti nel 2016 in queste circoscrizioni e 105-115 seggi (invece di 140) nel proporzionale. Quanto basta per avere la maggioranza: pur perdendo rispetto ai 345 seggi attuali potrebbe mantenere o sfiorare i due terzi (297 seggi) della Duma. Da notare comunque che due degli altri partiti che hanno superato lo sbarramento sono suoi alleati. Coniugare il calo di popolarità senza precedenti del suo partito Russia Unita con la necessità di mantenere il potere a ogni costo la sfida di Putin. Il presidente l'ha risolta vietando la partecipazione al partito del suo più forte oppositore, Alexey Navalny, in carcere da gennaio, oltre al divieto di candidarsi per decine di candidati, di solito tra i più popolari, degli altri partiti di opposizione, bloccando sui social media la campagna "voto intelligente" promossa da Navalny. Segnalazioni di irregolarità di voto da tutta la Russia. Ma le autorità respingono le accuse. Il capo della commissione elettorale ha detto che le critiche sono parte di «una campagna pianificata e deliberata, ben finanziata dall'estero». Tutto come previsto».

DONNE DI NUOVO IN PIAZZA A KABUL

Non mollano le ragazze di Kabul che sfidano il regime dei Talebani. Escluse dagli uffici e dalle scuole, come studentesse e come insegnanti, scendono in piazza per protestare. Paolo Brera su Repubblica.

«Ci provano, e ci vuole coraggio. Ieri una ventina di attiviste della Rete dei movimenti femminili sono scese in strada nel centro di Kabul, davanti al ministero per la tutela delle donne trasformato dai talebani nel "Ministero per la promozione della virtù e la repressione del vizio". Bloccando il traffico caotico della capitale, stringevano cartelli bianchi tra le dita con scritto «Istruzione, lavoro e libertà»; ma il regime misogino e autarchico che si è preso l'Afghanistan non tollera affatto il dissenso. In dieci minuti sono state cacciate dai barbuti col fucile, la manifestazione dispersa. Mentre scricchiola il mantra della sicurezza - i primi attentati nella provincia di Jalalabad, ieri tre morti, sono stati rivendicati ufficialmente dal nemico giurato dell'Isis - il governo talebano si fa sempre più arrogante. Giorni fa le impiegate del ministero erano state sospese e avevano protestato davanti alle telecamere: «Preferisco morire piuttosto che perdere il lavoro», urlava una madre single che su quei soldi contava per sostenere la famiglia. Ieri il nuovo sindaco ad interim Molavi Hamdullah Nomani ha spiegato ai giornalisti che i talebani «hanno ritenuto necessario impedire alle donne di lavorare per un po'», giusto il tempo di realizzare la separazione tra i sessi. Con lo stesso criterio sono state lasciate a casa in tutto il Paese - nessuno sa fino a quando - le docenti e le studentesse delle medie e superiori. A Kabul più di un quarto dei dipendenti pubblici erano donne. Per il sindaco per ora possono lavorare solo quelle «necessarie, o in posizioni che gli uomini non possono ricoprire o che non sono per gli uomini». Ma neppure per i talebani è scontato poter innestare la marcia indietro in un Paese in cui dopo la caduta del loro governo nel 2001 la frequenza scolastica delle ragazze è salita da zero all'80 per cento, in cui la mortalità infantile è dimezzata e il matrimonio forzato è diventato illegale. Sono ormai quotidiane le proteste, limitate solo dal terrore che incutono i miliziani armati: percuotono persino le auto, con bastoni e con il calcio del fucile, per smistare il traffico. Due giorni fa a Herat in piazza c'erano anche gli uomini, a urlare contro il governo dei talebani e l'asservimento al Pakistan; la risposta è stata durissima: due morti e almeno quattro feriti. Per l'oratore della Grande Moschea, Rumi Mujibah al-Rahman Ansari, i talebani hanno fatto bene. In un sermone ha condannato le "insurrezioni" consigliando di reprimerle con decisione: «Il governo islamico ha il diritto religioso di imporre la disciplina». Così, mentre crescono le proteste aumentano repressione e censura: mercoledì i talebani hanno arrestato a Herat Noorahmad Barzin Khatibi, 75enne ex membro della direzione dell'Afghan National Congress Party, critico sia con il capitalismo che con la dittatura teocratica. Diversi giornalisti sono finiti dietro le sbarre e sono stati poi liberati, ma qualcuno come il fotografo Morteza Samadi resta ancora in carcere. Altri sono stati picchiati, altri ancora come l'interprete Mustafa Nik zad e il fotografo Sirus Amer sono scampati a fucilate - Amer ha un proiettile conficcato nella gamba. Mentre cercano di convincere il mondo di essere cambiati e di essere affidabili, i talebani soffocano l'informazione indipendente fiorita in questi venti anni perché non mostri il contrario. Il ministro dell'Informazione, il mullah Khairullah Khairkhah, ha esortato i media a pubblicare contenuti che ispirino «il bene di questo mondo e dell'aldilà». Le cattive notizie non piacciono, non si deve «distruggere la mentalità collettiva » o promuovere una cultura non islamica e non afghana. Articoli e programmi televisivi dovrebbero piuttosto essere «conformi ai principi della giurisprudenza islamica, dei costumi e delle tradizioni afghane». Da quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul, il 15 agosto, 153 media locali sono stati chiusi e molti programmi tv sono stati sospesi, come quelli comici e musicali, o hanno perso gran parte della presenza femminile. E con i giornalisti stranieri il ministero dell'Informazione mette le mani avanti: «Non partecipate a proteste e manifestazioni, potreste subire violenza e avere il materiale distrutto».

CASO SOTTOMARINI, LE RAGIONI DELL’AUSTRALIA

Inizia a New York l’Assemblea generale dell’Onu all’insegna della tensione internazionale per il caso dei sottomarini australiani. La Francia è infuriata ma Danilo Taino sul Corriere analizza le ragioni delle recenti scelte dell’Australia. Il confronto con la Cina è, nella sostanza, durissimo.

«L'Australia ha scommesso la casa sull'alleanza con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ha compiuto un passo coraggioso e rischioso che segnerà il suo futuro per anni a venire. Le ragioni per le quali lo ha fatto sono enormemente serie e sono le prime a dovere essere considerate: altrimenti risulta inspiegabile il senso stesso della vicenda che sta agitando le diplomazie del mondo. L'accordo politico e militare di Canberra con Washington e Londra (Aukus) e la decisione del governo australiano guidato da Scott Morrison di rompere l'accordo del 2016 con Parigi per la costruzione di sottomarini non è una scelta commerciale o un'azione contro la Francia. È un passo che gli australiani ritengono vitale per non finire in un rapporto di sudditanza con la Cina. L'Australia è sotto attacco di Pechino da oltre un anno, da quando ha pubblicamente chiesto un'indagine internazionale indipendente sulle origini della pandemia da Covid-19. La Cina, maggiore potenza economica della regione, è il primo partner commerciale di Canberra e ha deciso di punire la Nazione che ha osato sindacare le sue azioni. Ha imposto tariffe alle importazioni dall'Australia e ha boicottato le merci che arrivavano nei suoi porti per quel che riguarda carbone, minerali di rame, cotone, legname, vino, carne congelata, orzo. Una ricerca dell'università di Adelaide ha calcolato che ciò ha provocato una caduta delle entrate australiane di 6,6 miliardi di dollari tra il luglio 2020 e il febbraio 2021. Da allora la situazione non è migliorata (Pechino dice che si tratta di tariffe antidumping, ma prima della pandemia non c'erano). Il tutto i vertici cinesi lo hanno accompagnato con una costante aggressione diplomatica da parte dei suoi famosi Wolf Warriors , funzionari con un approccio da Rambo ai rapporti tra Paesi. Al punto di avere difeso la pubblicazione da parte dei media ufficiali cinesi di una fotografia falsa che mostrava un soldato australiano con un coltello insanguinato alla gola di un bambino afghano. Sotto la pressione crescente della maggiore potenza asiatica, il governo di Morrison ha valutato di avere solo due scelte, sapendo che la Cina in questi casi non si ferma. La prima era cospargersi la testa di cenere, chiedere scusa a Pechino per avere osato criticarla e cercare una riparazione diplomatica. La quale sarebbe però arrivata nei termini voluti da Xi Jinping. E avrebbe significato entrare in un rapporto di sudditanza con la Cina, la quale tra l'altro è accusata da molti politici australiani di intromettersi nelle faccende interne di Canberra da anni. Avrebbe significato chiedere di fatto il permesso a Pechino per ogni azione futura nella regione o addirittura autolimitarsi, comunque perdere un pezzo fondamentale di autonomia. La seconda scelta era quella che Morrison ha percorso, l'alleanza con Washington e Londra all'interno della politica di «Indo-Pacifico libero e aperto» che l'Australia persegue da anni e ora è parte integrante della strategia americana in Asia. Ha alzato la posta nella sfida con il gorilla della regione, ci gioca tutto. È evidente che l'ombrello offerto dagli Stati Uniti non poteva essere fornito dalla Francia. Ora, con Parigi la disputa commerciale dovrà essere affrontata e per Canberra potrebbe essere costosa, realtà che probabilmente Morrison ha messo in conto. Anche se segnali di insoddisfazione su come stava procedendo l'accordo sui sommergibili firmato nel 2016 con il governo francese gli australiani li avevano più volte accesi. Ma si tratta di un contenzioso che rimpicciolisce di fronte a un'alleanza che crea nuove dinamiche nel bacino Indo-Pacifico, dei due oceani che bagnano le coste australiane e sono oggetto di espansione anche militare della Cina. La forte reazione all'annuncio dell'Aukus da parte di Pechino è il segnale di quanto l'accordo sia stato preso male, ed era prevedibile. La reazione di Parigi, comprensibile per molti versi, sembra invece eccessiva quando richiama gli ambasciatori da Washington e da Canberra: soprassiede sul significato geopolitico dell'Aukus, soprattutto sulle ragioni vitali per le quali Canberra ha compiuto il passo. Per alcuni versi sembra motivata più da una crisi di nervi che dal realismo per il quale la Francia è famosa».

ALLA CINA DI XI NON BASTA COMPRARCI

Antonio Socci dalle colonne di Libero polemizza con Michele Serra che su Repubblica, proprio commentando il caso dei sottomarini all’Australia, si era chiesto: preferite gli americani che bombardano i Paesi o i cinesi che se li comprano?

«L'idea idilliaca che Serra sembra avere della Cina - come un Paese laborioso, pacifico e dedito al commercio - non corrisponde alla realtà: il regime comunista cinese si è instaurato nel sangue e, dal 1949, si è consolidato con il massacro di milioni e milioni di persone. Ogni sussulto di libertà viene represso ferocemente come dimostra il massacro di piazza Tienanmen del 1989. Tuttora il comunismo cinese ha il suo Gulag, dove rinchiude qualsiasi dissidente. Quanto al "pacifismo" cinese Serra può chiedere informazione ai tibetani invasi e schiacciati da Pechino o, caso più recente, agli abitanti di Hong Kong. Il disegno imperiale della Cina comunista - che è una potenza nucleare - ha oggi come pilastro l'egemonia sull'Oceano Pacifico, dove ormai ha una flotta militare superiore a quella degli Stati Uniti. Questa è la nuova linea strategica di Xi Jinping, il quale ritiene che la Cina, storicamente, abbia fatto l'errore strategico di concepirsi, per secoli, solo come potenza di terra, senza prevedere i pericoli che sarebbero arrivati dal mare e senza capire le potenzialità di un'egemonia sui mari. È una novità geopolitica enorme che gli Usa hanno capito in tutta la sua portata, perché gli Stati Uniti non hanno frontiere di terra pericolose: solo dai due oceani, Atlantico e Pacifico, possono presentarsi rischi. Un'egemonia cinese sul Pacifico, quindi, li riguarda direttamente perché loro "confinano" con quell'Oceano. Del resto ad essere allarmati per questa situazione non sono solo Stati Uniti e Australia, ma tutti i Paesi asiatici a cominciare da India e Giappone (oltre a Taiwan e Corea del Sud). A differenza di quanto crede l'editorialista di Repubblica, dunque, la potenza cinese non è solo economica (cosa che già di per sé è inquietante, infatti punta al sorpasso sugli Usa), ma è anche militare. Com' è possibile che a Serra sfugga il pericolo planetario rappresentato dalla Cina? Il fatto che egli venga dall'Unità e da quella storia lì non dovrebbe impedirgli oggi, nel 2021, di riconoscere la realtà. In fondo i post-comunisti fanno da tempo professione di atlantismo. È mai possibile che a sinistra ci sia ancora qualche nostalgia inconscia verso il rosso antico che induce all'indulgenza verso i regimi comunisti? Sì, è possibile. Lo fa pensare anche l'intervista di Massimo D'Alema, il politico più rappresentativo del vecchio Pci, a New China Tv, rilasciata nel giugno scorso, nell'ambito dei festeggiamenti per i cento anni dalla fondazione del Partito comunista cinese. In quell'intervista, rilanciata su Twitter dalla portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, D'Alema sottolinea la necessità di «riprendere la via di una forte collaborazione» con la Cina. Concetto opposto alla linea emersa nel G7 di quei giorni, ma che D'Alema aveva già espresso nel suo ultimo libro e in altri interventi. Inoltre l'ex premier ha energicamente lodato lo «straordinario salto verso la modernità e il progresso» realizzato dalla Cina, che, dice D'Alema, «è il grande merito storico del Partito comunista cinese». Dopo il naufragio del comunismo sovietico, che costrinse i compagni italiani a cambiar nome, il fatto che emerga, in Asia, un comunismo vincente, sembra avere per alcuni il sapore di una rivincita storica. Non è chiaro se si va verso una nuova "guerra fredda" fra Occidente e Cina, ma deve essere chiaro, anche in Italia, da che parte si sta».

Per i lettori della Versione non è una novità: la Cina di Xi è in guerra con le sue stesse aziende private. Ne parla oggi Virginia Della Sala per il Fatto.

«Prendere da un lato, togliere dall'altro: democrazia, concorrenza e Big Tech pare proprio non possano stare nella stessa stanza e trovare un equilibrio. Il dominio, nel caso della Cina, è in favore dello Stato e del suo controllo a spese del monopolio delle aziende digitali. Si può dire che stia accadendo la cosa giusta ma nel posto sbagliato o almeno nel momento sbagliato. La settimana scorsa, Pechino ha imposto al miliardario patron dell'e-commerce Alibaba, Jack Ma, di smembrare il braccio finanziario della sua piattaforma per ridurne il potere e aumentare il controllo del governo su di esse. Ad Ant Group, infatti, fa capo la app Alipay che quasi tutti i cinesi utilizzano per pagare gli acquisti ma anche per richiedere prestiti a consumo. La stretta del presidente cinese Xi Jinping su Jack Ma va avanti dallo scorso autunno. Un cambio di passo: negli ultimi anni gli imprenditori digitali erano per lo più apprezzati e indicati come esempio virtuoso per aver aiutato la Cina e il Partito Comunista e a raggiungere gli obiettivi di consumi ed efficienza. Anche perché la quasi totalità delle operazioni dei cittadini cinesi tecnologicamente alfabetizzati si svolge attraverso app e smartphone e c'è stato un momento in cui sulle nuove tecnologie (come il 5G ) la Cina sembrava avere sugli Usa un vantaggio difficile da colmare. Complici la pandemia e la necessità di accelerare, invece, negli ultimi mesi il presidente Xi Jinping e il Partito hanno stretto il guinzaglio, prima di tutto alle imprese del digitale e del fintech e Ant Group è l'esempio più evidente del clima di politica economica di Pechino: Xi ne ha prima bloccato la mega Ipo a fine 2020 ("Per problemi importanti" avrebbe potuto "non soddisfare le condizioni di quotazione o i requisiti di divulgazione") con la quale Ant Group puntava a raccogliere 31 miliardi sulle borse di Shanghai e Hong Kong. Poi, era stata comminata una multa da 2,3 miliardi (ad Alibaba) per abuso di posizione dominante. Infine, la settimana scorsa è stato chiesto a Ma di fare quello che Usa e Ue pare vogliano da tempo per le Over The Top occidentali, senza riuscirci: separare, smembrare e rendere la super app tuttofare da oltre un miliardo di utenti, un'insieme di piattaforme minori e autonome. Lanciata nel 2004, Alipay nasce infatti come sistema di pagamento online, ma nel tempo si è trasformata in una vera e propria banca. Chi è stato in Cina avrà notato che buona parte dei cittadini ricorrono allo smartphone anche per pagare nei negozi fisici. Questo perché Alipay gestisce almeno la metà di tutte le transazioni dei cinesi e ha sia una componente di carta di credito virtuale (Huabeim), che di piccoli prestiti non garantiti (Jiebei). Jack Ma detiene, di fatto, informazioni e portafogli di circa un miliardo di persone. La richiesta del Partito (che lascia intravvedere la possibilità del via libera alla maxi Ipo) consiste nello smembrare queste due componenti in gestioni separate. Ma, soprattutto, vuole che i dati finiscano in un'altra società e che questa sia una joint venture con attori statali. "Il governo ritiene che il potere monopolistico delle Big Tech venga dal controllo dei dati e vuole porvi fine" ha spiegato una fonte vicina al governo al Financial Times. Le posizioni creditizie dei cittadini concorrono infatti anche a stabilire il rating sociale dei cittadini stessi Ant Group e Ma sono comunque solo le vittime eccellenti: nelle scorse settimane i regolatori cinesi hanno colpito anche Tencent, uno dei maggiori gruppi di servizi tecnologici, e Didi Chuxing, l'equivalente locale di Uber. E ancora, la revisione della legge sulla sicurezza informatica del mese scorso ha lasciato campo libero al blocco delle quotazioni sui mercati esteri per le aziende che gestiscono dati sensibili attraverso controlli preventivi della Cybersecurity Authority of China e la valutazione della China securities regulatory commission che potrà vietare anche l'intera quotazione in caso di particolare criticità dei dati stessi. Il tutto mentre è avviata una ulteriore stretta prevista sulle società parallele costituite nei paradisi fiscali. Secondo le stime, le quotazioni dei big cinesi hanno perso nell'ultimo anno circa 1 trilione di dollari. Un freno a quella che ha Xi Jinping ha definito "l'espansione irrazionale del capitale"». 

CONTE IN TV TROPPO DIPLOMATICO

La politica italiana è concentrata sulla campagna elettorale per le amministrative. Selvaggia Lucarelli sul Fatto sfotte il leader dei 5 Stelle, che quando appare nei talk show appare troppo moderato.

«Se è vero che Rocco Casalino è tornato come coach tv del Movimento 5 Stelle e ha deciso che in tv ora debba parlare solo Giuseppe Conte, bisogna che qualcuno parli con Rocco Casalino e magari faccia da coach al coach della tv dei 5 Stelle. Perché va bene che del Movimento degli esordi resti poco o niente, ma passare dal "Vaffanculo" a "La accompagno alla porta, mi saluti la sua consorte", forse non è esattamente un affare. Sto parlando, ovviamente, delle recenti performance di Giuseppe Conte in tv. Conte finisce di parlare e non sai che ha detto, in quel continuo, sovrumano esercizio di diplomazia e di allergia al conflitto che rischia di renderlo una figura sbiadita. O, peggio, di renderlo il roboante "avevo ragione io" di Beppe Grillo, che non aspetta altro. Chiedi "Che ora è?" a Conte e lui risponderà che sono le otto, ma ha il massimo rispetto anche per il resto dei fusi orari. Emblematico, in questo senso, il disperato tentativo di Corrado Formigli di cavargli qualcosa nell'intervista di giovedì a Piazzapulita. Ci ha provato col forcipe, forse serviva una trivella per il greggio. Formigli gli chiede se è d'accordo con il Green pass e lui "sì al Green pass, garantendo il diritto al lavoro". Eh già. E la qualità è il miglior risparmio! Venezia è bella ma non ci vivrei! Formigli ci riprova: "Che voto darebbe a Draghi?". Risposta frizzante: "Ho difficoltà a dare a me stesso i voti, figuriamoci a Draghi!". Eh già. Buona la carne, ma vuoi mettere un buon piatto di pasta? Formigli non molla: "Nel Conticidio di Travaglio si dice che lei doveva cadere già nel 2019". "I complotti non mi affascinano, certe politiche del mio governo non piacevano". Allora lo incalza Alessandra Sardoni: "Cosa non piaceva del suo governo?". "Non lo so, noi eravamo per l'inclusione sociale". Eh già. E la cacca del bambino è santa! Il computer rovina la vista! Ai miei tempi ci si alzava da tavola solo quando tutti avevano finito! Insomma, se va avanti così, il prossimo Conticidio sarà ad opera di Conte stesso. Travaglio ha già il suo prossimo libro in stampa: Contesuicidio».

CENTRO DESTRA A MILANO: BERNARDO CORRE

Contrordine compagni del centro destra: il candidato Bernardo non si ritira dalla corsa a Sindaco di Milano. Lo racconta Andrea Gianni per il Quotidiano Nazionale.

«Le forze politiche di centrodestra mettono mano al portafoglio, con la promessa di pagare le spese per la campagna elettorale a Milano. E il candidato sindaco Luca Bernardo va all'attacco con «una denuncia alle autorità competenti» per la pubblicazione sui media del suo messaggio vocale, in una chat della coalizione, nel quale lamentava di non avere il sostegno finanziario dei partiti e minacciava di lasciare. «Il timore è che si sia inserito qualcuno in questa chat - sostiene Bernardo - conosciamo i colpi bassi della sinistra, i metodi da ex Unione Sovietica». Cronache di un'altra giornata di acque agitate nella campagna elettorale milanese, con la sfida al sindaco uscente Giuseppe Sala lanciata da una coalizione di centrodestra che fa fatica a scaldare i motori e ora si ricompatta dopo le polemiche interne. Nel suo messaggio vocale, Bernardo aveva toccato il tasto dolente dei soldi lanciando un ultimatum: «Se entro questa settimana non arrivano almeno 50mila euro a testa da tutti i partiti per questa campagna, io lunedì mattina alle 10 convoco una conferenza stampa e dirò che mi ritiro dalla tenzone elettorale». In seguito alla pubblicazione, il pediatra milanese ha parlato di «tanto rumore per nulla». Poi ha annunciato denunce, ha respinto l'ipotesi di un suo passo indietro e ha ribadito la compattezza di una coalizione che unisce tra gli altri Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, partiti già protagonisti di una infinita telenovela per la scelta del candidato. La posta in gioco non è da poco: la riconquista di Milano dopo dieci anni di centrosinistra, legata anche agli esiti della partita romana, provocherebbe una scossa a livello nazionale. Nel frattempo i partiti hanno cercato di mettere una pezza sul fronte dei soldi, promettendo che l'anticipo di quanto pattuito per la campagna elettorale verrà saldato. Ad analizzare la situazione è l'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che nei mesi scorsi aveva rinunciato a correre contro Sala e ora parla di una partita già persa. «Hanno puntato a chi intestare la sconfitta, soprattutto versus Salvini, piuttosto che a vincere - sottolinea -. Una lotta interna tra partiti della coalizione per la leadership e sul palcoscenico milanese hanno inscenato drammaturgie romane». Intanto Sala sta a guardare. Confusione, polemiche e sfiducia in campo avverso possono solo favorirlo. «Non voglio commentare la questione soldi in sé - spiega -, ma quello che posso dire è che io dai partiti ricevo la somma di euro zero. Non ho chiesto e non ho ricevuto, godo di tanta stima e ho amici e conoscenti che in trasparenza aiutano nella campagna». Parole alle quali, in serata, replica lo sfidante Bernardo: «Io mi vergogno a chiedere ai miei amici e preferisco fare le cose un po' più trasparenti e ufficiali».

GLI 80 ANNI DI UMBERTO BOSSI

Festa privata e messaggi pubblici di auguri per Umberto Bossi, che ha compiuto 80 anni. La cronaca di Cesare Zapperi sul Corriere della Sera.

«Eccolo, il vecchio Capo. A fine giornata, e che giornata per lui che ha raggiunto il traguardo degli 80 anni, tocca al figlio Renzo rompere la cortina di riservatezza e pubblicare sui social la foto di papà Umberto con i fratelli Roberto Libertà e Eridanio Sirio. Il fisico è provato, ma l'immagine è quella del vecchio combattente con l'immancabile sigaro in bocca. La moglie Manuela ha fatto di tutto perché la ricorrenza scivolasse via senza i riflettori che hanno sempre accompagnato Bossi. Nessuno, a parte gli strettissimi familiari, ha potuto vederlo o fargli gli auguri di persona. Ma era illusorio pensare che, malgrado ormai sia uscito di scena e alle prese con sempre più limitanti problemi fisici, il compleanno a cifra tonda non offrisse l'occasione per tributi di affetto, gesti di riconoscenza, riflessioni sul ruolo che il fondatore della Lega ha giocato sulla scena politica italiana degli ultimi trent' anni. Anche se oggi il Carroccio è molto diverso da quello delle origini, nelle politiche e perfino nel nome (non c'è più Nord e la Padania è sparita), l'ultimo suo «erede», Matteo Salvini ricorda che è stato Bossi a tracciare la strada con un messaggio social inviato dall'auto con cui si sposta da un appuntamento elettorale all'altro: «Questo è il modo di fare politica con passione e tenacia, con testa e cuore, che mi hai e ci hai insegnato. Se siamo qui, se milioni di persone credono in un futuro migliore è perché hai cominciato con pochi altri eroi e valorosi tanti e tanti anni fa». E se l'attuale leader, nonostante da tempo i rapporti siano piuttosto freddi (le ultime uscite del vecchio Capo non erano «allineate»), manifesta sentimenti di «riconoscenza, gratitudine, affetto, stima e venerazione», l'alleato di tanti governi, Silvio Berlusconi, sottolinea che Umberto Bossi «è un leader politico visionario che ha cambiato, con le sue intuizioni autonomiste e federaliste e con il suo contributo alla fondazione del centro-destra, la storia politica dell'Italia». Pur dal fronte opposto, lo riconosce anche il segretario del Pd Enrico Letta: «È stato un protagonista della politica italiana. Siamo stati sempre su fronti avversi, però, sinceramente e francamente gli faccio gli auguri». E tanti altri si sono uniti, con messaggi sia pubblici che privati, ai festeggiamenti che il diretto interessato avrà accolto a modo suo».

IL COVID ESISTE ANCHE FRA I PRELATI

La battuta di papa Francesco sui cardinali No Vax, detta coi giornalisti durante il volo papale di rientro dalla Slovacchia, ha creato interesse e reazioni. Ci torna Fabrizio d’Esposito nella sua rubrica sul Fatto.  

«Nel viaggio di ritorno dalla cupissima Ungheria di Viktor Orbán, Francesco ha parlato a lungo coi giornalisti imbarcati sull'aereo papale. Un colloquio in cui ha affrontato anche la questione dei cardinali "negazionisti" sul virus. E senza citarlo ha fatto un evidente riferimento, "poverino", a Sua Eminenza Raymond Leo Burke. Di questo pasciuto principe americano ci siamo occupati più volte: nell'èra del pontificato rivoluzionario di Bergoglio, il cardinalone a stelle e strisce è diventato uno dei beniamini della destra clericale, italiana e internazionale, e ha addirittura accusato il pontefice argentino di essere l'Anticristo evocato dall'Apocalisse. Burke ovviamente è no vax ma ad agosto è finito in terapia intensiva per il virus e si è salvato per miracolo. Sul fronte antibergogliano è stato però scavalcato da tempo dall'arcivescovo Carlo Maria Viganò, buffo monsignore che è stato nunzio apostolico negli Stati Uniti. Viganò è stato l'ispiratore del primo Vatileaks anti-Bertone e nel suo repertorio vanta un dossier a scoppio ritardato contro Bergoglio per lo scandalo pedofilia negli Stati Uniti. Non solo. Alla vigilia del voto americano è stato "consacrato" da un tweet di Trump: il presidente lo ringraziava per un lettera in cui il monsignore lo avvertiva di un complotto mondiale basato sul Covid e sul Black Lives Matter per fargli perdere le elezioni. Insomma, il piano del Nuovo Ordine Mondiale e del Great Reset che partendo dalla Rivoluzione Francese mette insieme Lucifero, i massoni, le Nazioni Unite, i miliardari americani compreso Bill Gates, le multinazionali farmaceutiche, il Gruppo Bilderberg (Agnelli, Kissinger, Mario Monti e e Mario Draghi) il deep State, la deep Church e la "nuova religione pandemica" che predica mascherine, vaccini e green pass. Premesso tutto questo, da alcune settimane la multiforme galassia farisea e clericale dei cattolici ha assunto come proprio manifesto un'altra sterminata lettera del monsignore intitolata Libera nos a male, "Liberaci dal male". Liberaci, cioè, dai virologi, dai vaccini e da tutto quello che serve per sconfiggere il virus. Un'edizione aggiornata delle accuse di cui sopra. Si parte da Lucifero e si arriva ai cattolici adulti italiani e non (Biden, Pelosi, Prodi, Monti, Draghi e pure Conte): il Nuovo Ordine Mondiale dalla "matrice luciferina" si pone tra i suoi obiettivi la "depopolazione mondiale" inoculando miliardi di letali dosi di vaccino. Il "manifesto", dibattuto e rilanciato da tv, radio e siti tradizionalisti, si conclude con l'appello finale a disobbedire all'attuale papa, definito complice di questo piano e quindi "consapevole liquidatore della Chiesa Cattolica". Ora: da mesi Francesco e i suoi collaboratori ostentano volutamente una santa indifferenza dinnanzi alle deliranti uscite dell'ex nunzio negli Stati Uniti, che peraltro demolisce finanche il Concilio Vaticano II. Anche perché sospenderlo rischierebbe di farne un martire. Ma si può continuare a far finta di nulla vista l'eco che suscitano i suoi manoscritti? Senza dimenticare che in piazza ci sono no vax con cartelli che denunciano: "Governo e giornalisti corrotti al servizio dei demoni"».

Se per il cardinal Burke e per monsignor Viganò il Covid non esiste, La Verità nella sua profonda convinzione che il vaccino aiuti il contagio e provochi la malattia (invece che essere un salvavita) fa un elenco dei porporati che si sono ammalati. Anche se leggendo l’articolo, si capisce che forse il tutto si riduce probabilmente a due/tre casi di cardinali vaccinati, che però non si capisce che vaccino abbiano fatto e soprattutto che forma abbiano poi subito della malattia.  

 «Ironia della vita, per citare Francesco, i porporati che, dall'inizio della pandemia, hanno contratto il coronavirus, sono ben 15. E, soprattutto, sono quasi tutti vaccinati. Lo ha scoperto Il Sismografo. Che, in un pezzo aggiornato ieri, specificava: «La quasi totalità dei porporati contagiati era vaccinata (ciclo completo) o aveva ricevuto una prima dose. Nessuno era contrario al vaccino. Non risulta neanche che un solo cardinale abbia mai negato l'epidemia o abbia chiamato a rifiutare i vaccini disponibili». In realtà, non è detto che i contagi fossero posteriori alle somministrazioni. I casi nei quali, stando alla cronologia del Sismografo, è plausibile che l'immunità sia stata «bucata» dal Sars-Cov-2, sono due o tre. Anzitutto, il cardinale Jose Advincula, arcivescovo di Manila, che è ancora in ospedale. Poi, il cardinale Jorge Urosa, ex arcivescovo di Caracas, pure lui ricoverato. A un certo punto, era circolata persino la fake news del suo decesso. Qualche sospetto, infine, aleggia sul cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua in Nicaragua, che risulta tuttora in quarantena. Curiosamente, gli organi di stampa del Cupolone non avevano fatto sapere se gli ammalati si fossero già vaccinati. Di monsignor Brenes, però, era rimasta agli atti non un'esortazione alla carità e alla preghiera, bensì un appello ai fedeli a «non abbassare la guardia nel rispettare il protocollo sanitario di base». La sanificazione al posto della santificazione. Diversi sono i casi degli altri porporati, tra i quali, purtroppo, s' è registrata anche una vittima: il cardinale ottantottenne Eusébio Oscar Scheid, arcivescovo emerito di Rio de Janeiro, morto di Covid a gennaio 2021. Quelli che si sono contagiati prima dell'arrivo dei vaccini e per fortuna sono guariti, sono i cardinali Gualtiero Bassetti (dimesso a dicembre 2020, dopo esser stato in gravi condizioni); Matteo Zuppi (arcivescovo di Bologna, in isolamento domiciliare sempre a dicembre 2020); Luis Tagle (arcivescovo emerito di Manila, ricoverato nel settembre 2020); Jean-Claude Hollerich (arcivescovo di Lussemburgo, infettatosi a gennaio 2021); Crescenzio Sepe (ex arcivescovo di Napoli, a gennaio 2021); Francesco Montenegro (arcivescovo emerito di Agrigento, a ottobre 2020); Giuseppe Bertello (ex presidente del Governatorato di Città del Vaticano, a dicembre 2020); Konrad Krajewski (elemosiniere del Pontefice, ricoverato al Gemelli nel dicembre 2020); Angelo De Donatis (vicario del Santo Padre per la diocesi di Roma, ricoverato a marzo 2020). Uno dei prediletti di Bergoglio, Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras, si era ammalato a febbraio 2021. I vaccini erano già disponibili, ma non è noto se, pur avendo 77 anni, avesse ricevuto le dosi. Ironia della vita, appunto».

Leggi qui tutti gli articoli di lunedì 20 settembre:

https://www.dropbox.com/s/uzqsod78xskyjcj/Articoli%20La%20Versione%20del%2020%20settembre.pdf?dl=0

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.