Manovra bilanciata

Riduzione delle tasse ma nodi ancora da sciogliere su pensioni e Reddito. La Lamorgese spiega e difende il modello Trieste. I partiti elaborano il voto. Ricordo di due amici scomparsi

Nei prossimi giorni il Governo dovrà definire i dettagli di una manovra di Bilancio che ieri si è cominciata a capire a grandi linee, dopo la cabina di regia. Ci sarà una riduzione delle tasse, ma pensioni e reddito di cittadinanza sono ancora due temi che agitano la maggioranza. Sulla previdenza l’ipotesi è che finita Quota 100 al 31 dicembre, si passi prima a Quota 102 e poi a Quota 104. Non si tornerebbe alla Fornero, ma basterà per convincere la Lega? Sul Reddito il finanziamento ci sarebbe, ma senza aumenti. Vedremo quale sarà l’esito delle varie trattative.

Intanto c’è stato il secondo tempo dell’intervento alla Camera della ministra degli Interni Lamorgese sui disordini che hanno portato all’assalto alla sede della CGIL. Lamorgese ha respinto le accuse gravissime, avanzate dalla Meloni prima del voto, su una matrice statale, in stile “strategia della tensione”. Ha ammesso errori nella gestione della piazza ed ha promesso linea dura: nessuna violenza dei manifestanti sarà più permessa. Il “metodo Trieste” sarà valido in tutte le prossime occasioni.

I partiti metabolizzano il voto amministrativo. Letta torna dopo 6 anni a Montecitorio, grazie alle elezioni di Siena e si gode l’affermazione del Pd nelle città. Berlusconi torna a Roma dopo 8 mesi e vuole riunire il centrodestra (o il destracentro?) per riprendere in mano una situazione difficile. Conte è alle prese con i gruppi parlamentari preoccupati e tentati dai 5 Stelle “vecchia maniera”. Travaglio dalle colonne del Fatto si consola con le inchieste penali: chiuse le indagini su Open di Renzi; indagato Verdini per la Loggia Ungheria. In questo scenario la corsa al Quirinale appare all’orizzonte come il passaggio decisivo della fine di questa legislatura. Oggi ne scrive Magri sulla Stampa.

Dall’estero va registrato lo scontro violentissimo fra Europa e Polonia ieri a Strasburgo, dopo la sentenza della Corte di Varsavia che delegittima la Ue. Giustamente la von der Leyen minaccia di non concedere più i soldi del Recovery, mentre Morawiecki respinge i “ricatti”. A Mosca c’è una riunione internazionale con i Talebani, ospiti anche cinesi, pakistani, iraniani e indiani. Gli americani non ci sono. Kabul chiede riconoscimento politico e assistenza economica, il primo per ora non verrà concesso dalle potenze della regione, la seconda è indispensabile per evitare conseguenze peggiori.  

Per un destino misterioso ieri, nello stesso giorno, sono scomparse due personalità pubbliche che si erano formate nel movimento di Comunione e Liberazione: Luigino Amicone, giornalista, prima al Sabato e poi fondatore e Direttore di Tempi, e anche consigliere comunale a Milano con Forza Italia, e Lele Tiscar, deputato della Dc dal 1992 al 1994 e poi nello staff del governo Renzi come Vicesegretario generale di palazzo Chigi. Li ricordiamo più avanti in questa Versione.    

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Legge di Bilancio spedita in Europa. Il Corriere della Sera sintetizza: Le pensioni agitano il governo. Avvenire riferisce delle perplessità dei partiti: La manovra dei distinguo. Il Giornale soddisfatto a metà: Meno tasse sui redditi. Più soldi al reddito 5S. Il Quotidiano Nazionale ammette: Giù le tasse, scontro sulle pensioni. Il Manifesto usa la metafora militare: Le grandi manovre. Il Mattino entra nel merto della possibile soluzione: Pensioni, spunta «quota 102». Due anni di superbonus casa. Stesso tono per Il Messaggero: Bonus e quota 102 nella manovra. Il Sole 24 Ore dettaglia: Manovra, 9 miliardi al taglio delle tasse. Proroga del 110% ma salta il bonus facciate. La Stampa la vede così: Manovra Draghi, quota 102 per le pensioni. Libero accusa: Stangata sulle famiglie. Più soldi ai fannulloni. Sulle manovre politiche va invece La Repubblica: Centrodestra, resa dei conti. Così come il Domani: Le elezioni amministrative costringono a decidere la nuova legge elettorale. Il Fatto celebra la chiusura delle indagini sulla fondazione Open: Renzi ha un grande futuro. In tribunale. La Verità prosegue nella guerra al certificato verde: Il pass non piace ad un italiano su due.

LA MANOVRA PROSSIMA VENTURA

In ritardo, il nostro Governo ha spedito a Bruxelles il disegno di legge sul Bilancio. Ieri se ne è discusso nella cabina di regia. E sono ben chiari i due temi che dividono i partiti della maggioranza: pensioni e reddito di cittadinanza. Enrico Marro per il Corriere della Sera.

«Il governo ha approvato ieri il Dpb, il Documento programmatico di bilancio, che è stato subito inviato a Bruxelles (in ritardo di 4 giorni rispetto al termine del 15 ottobre), ma non sono stati ancora sciolti tutti i nodi della manovra 2022, tanto che il disegno di legge di Bilancio verrà approvato tra qualche giorno, anche qui in leggero ritardo sul termine del 20 ottobre. Con il Dpb è stata definita l'entità della manovra, 23 miliardi, e la ripartizione delle risorse. Ventitré miliardi che saranno coperti grazie alla crescita del Pil superiore al previsto, che ha indotto il governo ad aumentare il deficit 2022 dal 4,4% al 5,6%. La fetta maggiore andrà al fisco: 9 miliardi, di cui 2 già stanziati con la precedente legge di Bilancio e 7 aggiuntivi. Nel 2022 verrà infatti anticipata parte della riforma che entrerà a regime nel 2023 con i decreti del governo che attueranno la delega approvata di recente dal Consiglio dei ministri. Dei 9 miliardi, uno servirà per calmierare le bollette di luce e gas. Inoltre, verranno ancora rinviate, di un anno, sugar e plastic tax. Sarà ridotta dal 22 al 10% l'Iva sugli assorbenti (tampon tax). L'anno prossimo ci sarà quindi un primo alleggerimento del prelievo sulle persone fisiche, in particolare sul ceto medio, e sulle imprese per complessivi 8 miliardi, ma il mix degli interventi non è ancora definito perché nella maggioranza ci sono posizioni diverse. Così come su altri due capitoli: le pensioni e il Reddito di cittadinanza. Differenze che sono emerse ieri mattina nella cabina di regia a Palazzo Chigi presieduta da Mario Draghi. Qui il ministro dell'Economia, Daniele Franco, ha illustrato ai ministri capidelegazione e ai responsabili economici dei partiti della maggioranza le linee guida del Dpb. E ha preso nota delle numerose richieste. La Lega, in particolare, si è messa di traverso sull'ipotesi affacciata da Franco di sostituire Quota 100 (pensione anticipata se si hanno 62 anni d'età e 38 di contributi), che scade il 31 dicembre, con un canale di pensionamento meno favorevole: Quota 102 nel 2022 e Quota 104 nel 2023. La contrarietà del Carroccio, già manifestata dal ministro dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti, durante la riunione della cabina di regia, è stata confermata nel pomeriggio in Consiglio dei ministri dove la Lega ha appunto espresso una «riserva politica» sul punto. Sul quale quindi continuerà il braccio di ferro fino al varo della legge di Bilancio. Qualche dispiacere Franco lo ha riservato anche al Movimento 5 Stelle, perché ha spiegato che, attraverso l'introduzione di criteri più stringenti sulla concessione del Reddito di cittadinanza e il rafforzamento delle condizionalità si taglierà la spesa prevista nel 2022, allineandola a quella del 2021. La manovra, ha confermato Franco, sosterrà la crescita e per questo sono previsti 3 miliardi per il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese e il rifinanziamento fino al 2025 di Industria 4.0, ma con aliquote un po' ridotte. Così come saranno prorogati i vari ecobonus edilizi, tranne il bonus facciate del 90%. Il Superbonus del 110% sarà prorogato al 2023, ma limitatamente ai condomini e agli Iacp (case popolari). Poi scenderà al 70%. Sarà rafforzata la garanzia a sostegno dell'acquisto della prima casa per i giovani. Ancora da definire la riforma degli ammortizzatori sociali. La Cigo (cassa integrazione ordinaria), verrà estesa alle piccole imprese dei servizi e sarà rafforzata la Naspi, cioè l'indennità di disoccupazione: la riduzione del 3% al mese scatterà dopo 6 mesi anziché 4. Diverrà strutturale il congedo parentale obbligatorio di 10 giorni per i padri. Il tutto dovrà fare i conti con risorse limitate perché, tra l'altro, bisognerà anche rafforzare la Sanità: 2 miliardi in più per vaccini e farmaci e 2 per il fondo sanitario. Saranno rese strutturali 12 mila borse di studio annue di specializzazione per i medici. Soddisfatto il Pd: «L'impianto della manovra è molto convincente. Gran parte delle scelte riflettono le priorità da noi indicate», dice il responsabile economico, Antonio Misiani. Forza Italia e Italia viva chiedono di aumentare il taglio delle tasse. La ministra della Famiglia, Elena Bonetti (Iv), ha proposto in particolare di ridurre i contributi sul lavoro femminile. La sottosegretaria all'Economia, Cecilia Guerra (Leu), ha chiesto tra l'altro di prorogare «opzione donna» (Franco non ne ha fatto cenno) per consentire alle lavoratrici di andare in pensione prima e di rafforzare il fondo per gli affitti».

Nell’articolo di fondo Avvenire con Francesco Riccardi lancia un allarme sui disabili, che da qualche giorno sarebbe oggetto di una “doppia ingiustizia”.

«Sui disabili grava una doppia ingiustizia - economica e sociale - che il governo dovrebbe sanare al più presto. Già con la Legge di Bilancio di cui ieri il Consiglio dei ministri ha delineato la cornice di massima. Recependo alcune pronunce della Cassazione, infatti, l'Inps cinque giorni fa ha comunicato che l'assegno di invalidità verrà erogato solo alle persone di cui risulti «l'inattività lavorativa», oltre che il rispetto del limite reddituale (oggi fissato in 4.931 euro l'anno). Così, le persone con invalidità parziale tra il 74 e il 99% per poter beneficiare ancora dell'assegno - che attualmente ammonta a 287 euro al mese - non dovranno svolgere alcuna attività lavorativa, di nessun tipo. Finora, invece, veniva considerato di fatto il solo requisito reddituale e quindi era possibile per coloro che presentano una «ridotta capacità lavorativa» (non completa come è per gli invalidi totali) di utilizzare le residue potenzialità per lavorare. Adesso, invece, la lettura più restrittiva della norma istitutiva dell'assegno di invalidità - per come è stata modificata dal governo Prodi nel 2007 (legge 247) e ribadito in due recenti sentenze della Alta corte (17388/2018 e 18926/2019) - mette i disabili parziali di fronte a una scelta drammatica e ingiusta: dover rinunciare o all'attività lavorativa o all'assegno. Si tratta, appunto, di una doppia ingiustizia, innanzitutto perché l'importo dell'assegno di invalidità è oggi stabilito a un livello che non permette neppure la sopravvivenza. O, per dirla con le parole della Corte costituzionale, «non è sufficiente a soddisfare i bisogni primari della vita. È perciò violato il diritto al mantenimento che la Costituzione (all'articolo 38) garantisce agli inabili al lavoro», come sentenziò lo scorso anno, obbligando il legislatore a innalzare a più del doppio quell'importo dell'assegno. Per i soli invalidi al 100%, però, lasciando invece al palo gli altri classificati dal 74 al 99%. Scelta discutibile, quest' ultima, ma almeno finora ai disabili parziali era lasciata la possibilità, lavorando, di integrare le proprie scarse entrate almeno di un altro minimo: non più di 400 euro circa al mese, per non superare il limite di reddito. Quest' ultima comunicazione dell'Inps, invece, equivale a una condanna alla povertà. Senza alternative o tutt' al più quella di rientrare fra i beneficiari del Reddito di cittadinanza, sempre che sia in povertà anche l'intera famiglia dell'invalido. Basterebbe questo a far gridare allo scandalo per il trattamento economico così iniquo e ingiusto dei componenti più fragili e negletti della nostra società. Ma c'è di peggio ed è l'ingiustizia sociale di cui diventano vittime le persone colpite da una disabilità parziale: la negazione della possibilità di esprimere sé stessi attraverso il lavoro, di sentirsi parte attiva di questa società, facendo leva sulle proprie capacità, per quanto ridotte. Il lavoro, che è esperienza fondamentale del vivere e base dell'inclusione sociale, infatti, viene di fatto sottoposto a ricatto: se il disabile vuol sentirsi attivo lavorando niente più assegno d'invalidità, se vuole l'elemosina dell'assegno, allora non potrà realizzarsi lavorando, non potrà sfruttare le sue residue capacità. Equivale a dire che se un disabile trova un'occupazione - qualsiasi, non importa pagata quanto - per lo Stato è come se non fosse più invalido, e la società non deve più sentirsi in obbligo di sostenerlo. Ma così facendo si viola apertamente il dettato e soprattutto lo spirito della Costituzione. È utile ricordare al presidente del Consiglio, Mario Draghi, e al ministro della Previdenza sociale, Andrea Orlando, che per sanare questa doppia ingiustizia non servono né spese né grandi interventi, basta un comma di interpretazione nella Legge di Bilancio. Per gli invalidi parziali non è solo una questione economica, ma prima di tutto di dignità ferita».

LAMORGESE SPIEGA IL METODO TRIESTE

Alla Camera la ministra Lamorgese ha completato ieri la ricostruzione di quanto accaduto nell’assalto alla Cgil. Ha fatto anche autocritica ma ha respinto l’accusa gravissima di “strategia della tensione”. Ha promesso che ora non saranno più permesse violenze in piazza. Marco Galluzzo spiega sul Corriere il metodo Trieste.

«Luciana Lamorgese, prefetto in pensione, 68 anni, una carriera interamente dedicata alle istituzioni, da poco più di due anni si trova al centro dei riflettori pur lavorando lontano dalla ribalta. Non usa i social, non va in tv, non fa dichiarazioni. Per oltre un anno ha dovuto mediare fra Cinque Stelle e Lega, oggi continua a gestire spinte politiche contrapposte, con lo spirito di sempre: tenersi lontana dalle polemiche, rispondere nel merito alle critiche, rivendicare quando serve, ammettere gli errori quando è impossibile fare altrimenti. La giornata di ieri in Parlamento è stato il riflesso di questo habitus. Il ministro ha riconosciuto che le cose sono andate storte a Roma, con l'irruzione alla sede della Cgil, ma ha rivendicato il successo dello sgombero del porto di Trieste. Poi ha mandato due messaggi: le violenze del 9 ottobre non si ripeteranno più, dunque tolleranza zero d'ora in poi. A Trieste sono stati usati idranti e lacrimogeni, la scena si ripeterà se sarà necessario. Secondo punto: non è finita qui. «Le prossime settimane», dice il titolare del Viminale davanti a deputati e senatori, mentre si trova su un metaforico banco degli imputati, saranno molto impegnative, e non solo perché a fine mese ci sarà il G20, con venti delegazioni internazionali e almeno 400 persone da proteggere, ma anche perché le manifestazioni non sono certo terminate. A Milano siamo arrivati alle tredicesima protesta contro il green pass, altri appuntamenti di piazza sono previsti nei prossimi a giorni a Roma, a Trieste come in altre città. È in questo caso una sottovalutazione, come quella accaduta a Roma, non potrà ripetersi. Sulla linea dura il ministro ha un mandato pieno da parte di Mario Draghi. L'Italia si appresta ad essere una vetrina internazionale per due giorni, a fine mese, con venti capi di Stato e di governo che alloggeranno in svariati punti della Capitale, con una delegazione americana, guidata dal presidente Joe Biden, che sfiorerà le cento unità, non molto lontano da quella russa. E tutti concentrati contemporaneamente in un centro urbano complesso: sarà quasi un rompicapo per le nostre forze di sicurezza. Anche su questo punto il ministro non si tira indietro: mentre riceve l'accusa che più brucia, che ritiene «inaccettabile», quella di aver in qualche avallato o coperto una presunta strategia della tensione, risponde accennando al grande lavoro di sicurezza, sistemico, che è già in corso, proiettato verso il summit internazionale. Sono coinvolti i nostri servizi di sicurezza e sono in corso contatti costanti con i Paesi europei da cui potrebbero muoversi manifestanti con intenti non proprio pacifici, in primo luogo Spagna, Germania e Spagna. Verranno schierate diverse migliaia di unità delle forze dell'ordine, con l'ausilio di almeno 500 militari, oltre alla consueta copertura aerea per eventi come un G20. Per garantire che tutto fili liscio il dispositivo sarà di massima allerta. Ma soprattutto ci saranno diverse regole di ingaggio per l'ordine pubblico: non ci sarà tolleranza di fronte alla violenza. I contestatori dei gruppi più estremisti - dagli anarcoinsurrezionalisti ai neofascisti - saranno fermati con ogni mezzo. Blindati, idranti, agenti in tenuta antisommossa, saranno schierati proprio per evitare che possa ripetersi quanto è successo a Roma con l'assalto alla Cgil e i successivi scontri al centro della città. Insomma se lei è sotto attacco, sarà anche lei a decidere come agire. Anche tenendo conto che la delega alla pubblica sicurezza è del sottosegretario Nicola Molteni, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini».

Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa ricorda che a Trieste lo sgombero dei manifestanti è frutto anche di una norma a suo tempo re-introdotta da Salvini.

«Oggi sono proprio contento perché per una volta sono d'accordo con Matteo Salvini. E voglio dirlo con gioia, voglio urlarlo al mondo: per una volta Salvini ha ragione! Ha mille volte ragione quando chiede al ministro dell'Interno che bisogno ci fosse di usare idranti e fumogeni contro i pacifici manifestanti di Trieste. Io non condivido nulla della manifestazione dei no green pass, però, accidenti, ci sarà pure il diritto al dissenso in questo Paese, sì o no? E come è possibile trasformare una protesta non violenta in un fatto delinquenziale? Eh, come è possibile poi me lo hanno spiegato: perché il blocco stradale - e a Trieste bloccavano la strada - è un reato. Fu introdotto nel 1948 e prevedeva da uno a sei anni di reclusione, ma nel 1999 lo avevano depenalizzato per l'esigenza di contemperare il diritto di manifestare col diritto alla mobilità. Dunque, dal '99, soltanto una multa. Finché un ministro dell'Interno non decise che i due diritti col cavolo che stavano sullo stesso piano: chi manifesta rompe le scatole a chi va a lavorare, disse. E il blocco stradale tornò a essere reato. Ma siccome ormai le cose si fanno con gusto draculesco, la pena massima fu innalzata a dodici anni. Vabbè, avete già capito chi era il ministro. Proprio lui: il nostro caro Salvini. E poiché gli avvocati, i sindacati e i giornali dissero che era una roba cinese, Salvini rispose a modo suo: siete delle zecche! Così i poveri manifestanti di Trieste, difesi da Salvini, rischiano di finire in galera grazie a Salvini, che fa finta di non saperlo. Ecco spiegato in poche righe come i populisti fanno del male soprattutto ai populisti».

PD, LETTA TORNA A MONTECITORIO DOPO 6 ANNI

Il leader Pd è rientrato a Montecitorio dopo sei anni dall'ultimo mandato da parlamentare e dice: “Non ho la tentazione di anticipare le urne”. Giovanna Vitale per Repubblica.

«Enrico Letta arriva da solo intorno all'ora di pranzo. Varca il portone di Montecitorio a passo spedito, come se sei anni non fossero passati, d'altronde «questo è il mio secondo "primo giorno" di scuola», va di calembour davanti ai cronisti che lo intercettano nel cortile della Camera. Scortato dalla capogruppo Serracchiani, entra di corsa in aula, accolto dagli applausi. «Sono qui per l'intervento della Lamorgese, oggi se mena», scherza mimando il gesto delle botte. «Onorato ed emozionato » di ricominciare là dove aveva lasciato, giacca blu e cravatta rossa, simile a quelle indossate da Bersani, l'ultimo segretario del Pd a occupare uno scranno da leader del principale partito della sinistra: proprio come lui adesso, dopo Renzi e Zingaretti che capi politici e parlamentari insieme non sono stati mai. Per Letta nipote è il giorno del gran ritorno nel Palazzo, da «semplice deputato di Siena», tiene a precisare. «Davvero un bene averlo qui», sospira Matteo Orfini, «un elemento d'ordine importante in vista della difficile fase che sta per aprirsi». Sono trascorsi 75 mesi da quel caldo luglio 2015 in cui l'ex premier fresco di defenestrazione pronunciò il breve discorso di commiato che ora suona come una profezia: «Dimettermi dal Parlamento non vuol dire dimettermi dalla politica». Dall'esilio parigino lui ha continuato a farsi sentire, a scrivere libri, a imparare: sino al richiamo alla guida di un Pd sull'orlo dell'implosione. L'inizio della sua terza vita, alle prese con l'impresa più ardua della carriera, ma «noi siamo per le sfide impossibili, il nostro mantra è mission impossible come Tom Cruise», scherza il segretario. Andando per titoli significa: costruire il Nuovo Ulivo mettendo in piedi un sistema di alleanze che vada da Conte a Calenda; giocare da protagonista la partita del Quirinale; traghettare il Paese nel dopo-Draghi alla testa di una coalizione di centrosinistra che vinca le Politiche e ne raccolga l'eredità. Tre obiettivi che si tengono insieme, fallirne uno vorrebbe dire pregiudicare gli altri. «Non sarà una passeggiata», avverte Letta nella segreteria convocata al mattino per l'analisi della vittoria. «Bisogna lavorare sull'astensionismo, recuperare la disaffezione che morde in periferia, sanare il vulnus dell'assenza di donne candidate. Se abbiamo sconfitto la destra è perché abbiamo dimostrato unità e mandato messaggi chiari di sostegno al governo». Due punti chiave, sui quali il leader dem non intende arretrare. «Noi non cederemo alla tentazione di chiedere il voto anticipato per un presunto interesse di parte», scandisce, «so bene che qualcuno pensa che sarebbe più conveniente approfittarne ora, ma per noi viene prima l'interesse del Paese. E l'interesse del Paese è avere Draghi a Palazzo Chigi. La legislatura deve continuare sino al 2023 per completare le riforme e il Pnrr». Su questo non transige, Letta. Il motivo per cui ha proclamato la moratoria: della successione a Mattarella si comincerà a parlare da gennaio, una volta approvata la legge di Bilancio. E nessuno si sogni di indicare l'attuale premier per il Colle. Sarà Draghi a decidere cosa fare, e il Pd agirà di conseguenza. Appoggiando qualunque scelta voglia prendere - è la strategia - ma cercando di assicurare la prosecuzione delle Camere. Magari con il varo di un nuovo governo modello Ursula, Fi dentro e la Lega fuori, utile anche a definire il perimetro delle future alleanze. Un'incognita, quella del Quirinale, che finisce gioco forza per condizionare la discussione sulla legge elettorale. «Enrico è molto scettico sulla possibilità che si possa modificare prima dell'elezione del nuovo capo dello Stato», rivela un fedelissimo. «Se poi Draghi dovesse accettare di salire al Colle, il quadro si complicherebbe ulteriormente». Eccolo il dilemma che in queste ore agita il Nazareno: si può proseguire la legislatura senza Draghi? E siccome «no» è la risposta più diffusa, nel Pd cresce la voglia di Mattarella bis. Lo dice chiaro Alessandro Alfieri aprendo in serata la riunione di Base riformista: «Una legge proporzionale serve all'Italia per garantire che dopo il voto vi siano coalizioni solide e capaci di governare davvero». Ergo: «Mattarella al Quirinale e Draghi a palazzo Chigi sono la migliore assicurazione affinché l'Italia arrivi nelle migliori condizioni al 2023». L'unica possibile anche per Enrico Borghi, deputato molto vicino a Letta, che ieri a un gruppo di colleghi spiegava: «Questo Parlamento è pieno di cavalli scossi, come quelli del Palio di Siena. Almeno 350 eletti che sanno di non avere chance di tornare, non rispondono più a nessuno, ma hanno un potere di stroncatura enorme. E se Draghi volesse andare al Colle senza garantire che il governo andrà avanti lo stesso, altro che i 101 di Prodi. Il rischio è che, nel segreto dell'urna, venga impallinato senza pietà».

CENTRODESTRA, BERLUSCONI TORNA A ROMA DOPO 8 MESI

Dopo il flop elettorale il leader di Forza Italia arriva nella Capitale per un vertice a tre. Mentre Salvini non raccoglie l'appello anti-governo di Meloni. Emanuele Lauria per Repubblica.

«E ora, paradosso dei tempi, sono tutti lì ad augurarsi un nuovo miracolo italiano. Tutti a invocare, in un centrodestra nel caos, l'effetto salvifico del ritorno in campo di Silvio Berlusconi. Che a 85 anni, stanco, acciaccato, in attesa dell'ennesima sentenza, è atterrato ieri sera in quella Capitale da cui mancava da otto mesi, dal giorno delle consultazioni con Mario Draghi che lui trasformò - more solito - in uno show. È un Cavaliere irritato, quello che vedrà di qui a breve, nella villa sull'Appia antica che fu di Franco Zeffirelli, i due sovranisti in gara per la leadership che hanno trasformato le amministrative in una sconfitta per entrambi. E per la coalizione. Eccolo di nuovo qui, Berlusconi, nei panni ancora del federatore, di anziano tutor di uno schieramento che qualche mese fa proclamava il suo essere maggioranza nel Paese e ora vive gli incubi di una scoppola elettorale e paga il pegno di errori che Giorgia Meloni riassume sostanzialmente nell'avere tre atteggiamenti diversi nei confronti di Draghi. Ma ieri stesso la presidente di Fratelli d'Italia ha fatto sapere che il suo non era un invito formale spedito agli alleati perché lascino il governo. E Matteo Salvini, come pronta risposta, ha rallentato sull'attacco a uno dei simboli dell'esecutivo, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese. Sferzata sì nell'aula di Palazzo Madama, ma non al punto da chiederne quelle dimissioni invocate invece fino a qualche giorno fa. Particolare non secondario, nelle ore in cui la pasionaria della Destra romana lanciava una petizione perché Lamorgese lasci l'incarico. Il fatto è che, mentre Meloni si interroga sulle contraddizioni di questa coalizione con un piede fuori e uno dentro Palazzo Chigi, la Lega rientra nuovamente nei ranghi, riavvicinandosi a Draghi, malgrado le scaramucce in cdm sulla riforma delle pensioni, che non sarà più quota 100 ma 102 o 104 epperò, fanno notare in ambienti del Carroccio, non sarà comunque il ritorno alla Fornero. Quanto a Forza Italia, la collocazione ferma dentro il governo Draghi, a difesa di Lamorgese e contro le strizzatine d'occhio a No Vax e No Pass, non è neppure in discussione. Non a caso, ieri, la ministra Mara Carfagna che già aveva individuato nella competizione fra Salvini e Meloni un «problema » per il centrodestra, è tornata a muovere le sue critiche: «Bisogna scommettere sulle nuove speranze degli italiani anziché sulle loro vecchie rabbie: è questa la strada che il centrodestra dovrebbe imboccare senza esitazioni dopo il deludente esito dei ballottaggi». Saranno tanti, i nodi da sciogliere per Berlusconi che si accinge all'ultima fatica con il metronomo in mano, per dettare il ritmo a una coalizione «cui serve una costituente o forse un ricostituente», per dirla con un'altra metafora, e il copyright è del sottosegretario Giorgio Mulè. Parola d'ordine è voltare subito pagina, mettere in archivio queste sciagurate elezioni affidate a candidature scelte da Meloni e Salvini che Berlusconi ha bocciato a urne ancora aperte. «Michetti? Ma su, era il civico ignoto», si toglie il classico sassolino Maurizio Gasparri. E ora come andare avanti? «Puntando sui temi, sulle proposte, enfatizzando i punti di contatto e non le divisioni », suggerisce dall'enclave milanese di Fdi Ignazio La Russa. Facile a dirsi. Il Quirinale è il primo banco di prova, e Meloni ha già lanciato verso il Colle Mario Draghi, nella prospettiva-speranza di elezioni anticipate che Forza Italia però non vuole e Salvini non si sa più. Questo Berlusconi in versione Colonnello Kurtz dovrà fare la faccia dura con i giovani colleghi "sballottolati" ma anche cercare una via d'uscita soft, moderata, non fosse che per il fatto che Fi - pur avendo vinto a Trieste e in Calabria - resta l'ultima forza dello schieramento e soprattutto per la non secondaria circostanza che il Cavaliere crede nel sogno del Quirinale. E nessuno lo scoraggia. Ma la coperta è corta: Berlusconi agli alleati dirà che si vince al Centro e non inseguendo minoranze di piazza, e inviterà i suoi a evitare le tentazioni lib-dem che pure sono forti fra ministri e parlamentari del Sud, come dimostra l'incontro fra Renzi e il presidente forzista dell'Ars Gianfranco Micciché. «Scommettere ancora su questo centrodestra è un'impresa», è l'opinione di molti berlusconiani attratti dal modello Ursula. Il Cavaliere proverà a dimostrare il contrario. Un vero miracolo».

Il centrodestra sarebbe danneggiato dal «derby» interno fra Meloni e Salvini. Retroscena di Francesco Verderami per il Corriere.

«In attesa di verificare se Salvini e Meloni riusciranno a risolvere la loro personale controversia sulla premiership, nel centrodestra hanno iniziato a discutere su una soluzione alternativa: non disponendo di un altro Berlusconi, alla coalizione servirebbe un Prodi, cioè un candidato per Palazzo Chigi capace di essere un valore aggiunto per l'alleanza e in grado di rappresentarli tutti. Il tema del federatore - che fu la soluzione escogitata nel '96 dal centrosinistra quando D'Alema disse al Professore «noi le conferiamo la nostra forza» - alimenta i conversari di dirigenti che per un ventennio non si sono dovuti porre (quasi) mai il problema: tanto c'era il Cavaliere. E il solo fatto che si affronti l'argomento, testimonia che l'idea di incoronare leader chi ha «un voto in più» non regge, perché finisce per scadere in un derby interno che priva l'alleanza della forza necessaria per presentarsi unita davanti ai cittadini, in modo da conquistare «un voto in più» rispetto agli avversari. D'altronde a mettere in discussione questo schema sono stati proprio Meloni e Salvini, quando nell'ultima fase della campagna elettorale - dopo un braccio di ferro logorante - si sono resi conto che lo contesa li avrebbe condannati entrambi. Troppo tardi. Le urne sono state come una sentenza. E in vista dell'appello c'è da riorganizzare il rassemblement. Sulla validità del modello fin qui adottato, si interrogano tutti gli alleati. I centristi lo definiscono «infantile», pur ammettendo che «c'è un problema: come si spiega alla Meloni che il meccanismo per la premiership cambia, ora che nel centrodestra è formalmente prima?». «Eppoi oggi un Prodi noi non ce l'abbiamo», sostiene un autorevole dirigente di FdI, che evidenzia le differenze rispetto al passato, quando Berlusconi era egemone: «Mentre adesso sarebbe difficile trovare un federatore per due forze di eguale peso». Ma il tema è sul tavolo, si scorge nelle parole del leghista Centinaio, che pur restando fedele alla logica del «voto in più», aggiunge: «... Se invece si scegliesse, ad esempio, il più moderato, il più europeista, allora andrebbe chiarito. Mettendo in campo i nuovi criteri». E oplà, il dibattito su un «Prodi berlusconiano» viene cripticamente aperto. Per certi versi questa è la cartina di tornasole dei problemi di un'alleanza che resta in testa nei sondaggi ma che sconta un deficit d'immagine e politico, su cui La Russa concentra l'attenzione: «Bisogna dimostrare agli italiani che la coalizione non è schiacciata a destra ma è di centrodestra». Con un concetto di ispirazione tatarelliana, l'ex ministro della Difesa fa capire che il buco è al centro, che quel buco va coperto, che FdI e Lega per la loro parte devono farsene carico, agevolando la nascita di una formazione in quell'area rimasta orfana della vecchia potenza forzista. Lì, alla zona di confine con il centrosinistra dove si vincono le elezioni, il centro del centrodestra è oggi piccolo e diviso, minacciato da nuove micro-scissioni che non sottrarrebbero voti ma credibilità all'alleanza. Ecco a cosa si riferisce La Russa. Ed ecco perché il leader udc Cesa rivolge un appello al Cavaliere, affinché per un verso «promuova una federazione centrista capace di allargare i confini attuali», e per l'altro «individui insieme agli alleati una personalità a cui affidare la guida della coalizione alle prossime elezioni. Altrimenti sarebbe complicato vincerle». A parte l'indole da sovrano di Berlusconi, andrebbero superate le (legittime) remore dei sovranisti Salvini e Meloni. Si vedrà quale piega prenderà la discussione sulla premiership, nel frattempo sarà sull'elezione del capo dello Stato che si misurerà l'unità del centrodestra. «Dovremo saper dire insieme sì o no ai candidati per il Quirinale», riconosce uno dei maggiorenti dell'alleanza: «Due nomi sui quali potremmo compattarci li abbiamo già. Sono Draghi e Berlusconi». Ma il primo a sospettare che non sia così è proprio il Cavaliere...».

5 STELLE, DI MAIO TORNA IN LIBRERIA

Il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle è in agitazione. Conte vorrebbe Bonafede come capogruppo ma c'è l'ostacolo Crippa. Di Maio, che ha lanciato un suo libro di memorie, potrebbe mediare. Federico Capurso per La Stampa.

«L'umore delle truppe grilline inizia ad essere un problema serio per Giuseppe Conte. All'indomani dei ballottaggi, il veleno scivola senza ostacoli tra i capannelli di deputati che si ritrovano nel cortile di Montecitorio. «Possibile che non ci sia una linea o un'idea innovativa da cui ripartire?», sbuffano in tanti. I più moderati cercano almeno uno spazio di confronto: «Ho chiesto che si riunisca l'assemblea dei gruppi per parlarne», dice Sergio Battelli. Il leader M5S però ha capito - o meglio, gli hanno fatto capire - che il rischio di perdere il controllo del gruppo adesso è alto. Prima rilancia il reddito di cittadinanza «rifinanziato e migliorato» e spinge la discussione sul salario minimo, due bandiere del vecchio Movimento; poi promette ai suoi parlamentari che li incontrerà a breve per parlare dei risultati delle Amministrative. Cerca di ricompattarli, offre rassicurazioni. Come quando lascia trapelare che nelle nuove gerarchie del Movimento «ci sarà posto per tutti». E tutti, quindi, preferiscono il silenzio per paura di compromettere le proprie ambizioni personali. L'argine puntellato di promesse però scricchiola. Per questo l'ex premier, dopo una serie di incontri e telefonate avute in mattinata, convoca nel suo studio Alfonso Bonafede. I due restano per oltre due ore in riunione. È lui, l'ex Guardasigilli, l'uomo individuato da Conte per il ruolo di capogruppo alla Camera. L'ostacolo si chiama Davide Crippa, l'attuale presidente dei deputati, con cui Conte - non è un segreto - ha un pessimo rapporto. Il leader vorrebbe anticipare la sua sostituzione, ma Crippa non sembra disposto ad agevolare i passaggi dell'operazione. Nel pomeriggio inizia quindi a circolare la voce di una possibile sfiducia nei suoi confronti, votata da 4 membri del direttivo, che potrebbe arrivare venerdì 22 ottobre, così da permettere l'elezione del nuovo capogruppo il 2 novembre. Gli stessi che ventilano la possibilità di mettere alla porta Crippa, non sono però convinti dell'opportunità di usare le maniere forti. Il rischio di amplificare le spaccature alla Camera è troppo forte. Si potrebbe, piuttosto, coinvolgere Luigi Di Maio, che ieri ha festeggiato l'uscita del suo primo libro «Un amore chiamato politica», e che con i voti dei suoi fedelissimi risulterebbe decisivo, almeno a Montecitorio. Il rapporto del ministro degli Esteri con Bonafede si è raffreddato questa estate, per alcune incomprensioni nate intorno alla riforma Cartabia, ma per Di Maio potrebbe essere un nome migliore di tanti altri. Quantomeno, non ostile. Da fuori, intanto, Alessandro Di Battista continua a pungere il suo ex partito: «Conte ha il dovere di far cambiare rotta al Movimento, servono posizioni nette», dice ospite di Tagadà. Come a sottolineare che dall'arrivo dell'ex premier nulla è cambiato. Difficile rivederlo con i Cinque stelle, «Dibba» coltiva piuttosto l'idea di fondare un suo movimento. Le sirene, però, non attirano i parlamentari M5S - nemmeno i malpancisti - che al momento reagiscono con freddezza. E almeno su questo fronte, Conte può tirare un sospiro di sollievo».

CORSA AL QUIRINALE, L’INFLUENZA DEL VOTO

Ugo Magri analizza per La Stampa la corsa al Quirinale a due mesi dalla scadenza. Il voto amministrativo cambia umori e prospettive. Mattarella è molto deciso: alla fine del mandato traslocherà.

«Il 5-0 delle Comunali cambia le prospettive della corsa al Colle. Quale ne sia la ragione, è presto detto: alla luce del risultato, che premia il centrosinistra e mortifica le destre perfino al di là delle aspettative, tutte le strategie politiche andranno riviste. I calcoli dei partiti idem. E dunque, per effetto di questo rivolgimento innescato dagli elettori, i piani per la conquista del Quirinale non saranno più gli stessi. Chi sperava di sfruttare certe dinamiche, adesso si trova improvvisamente spiazzato; viceversa, tornano in auge candidature che sembravano destinate ai margini. L'imprevedibilità, in fondo, è il bello della politica. Intendiamoci: i "grandi elettori" sono sempre gli stessi, 630 deputati e 321 senatori (compresi quelli a vita e di diritto), cui si aggiungeranno 58 rappresentanti delle Regioni. Né per effetto dei ballottaggi a Roma e Torino è cambiata la principale preoccupazione che anima questa vasta platea, cioè l'istinto di auto-conservazione. Tre su quattro degli attuali parlamentari sanno già di non venire rieletti, un po' per la riforma costituzionale che ne ha tagliato il numero, un altro po' perché dal 2018 la geografia politica è tutta cambiata; dunque si avvarranno del voto segreto per silurare qualunque candidatura presidenziale in odore di elezioni anticipate. Da questo punto di vista non c'è nulla di nuovo, fa prudentemente notare un veterano di Palazzo Madama come il dem Luigi Zanda. Però, come effetto delle Comunali, è girato il vento, sono cambiati gli umori collettivi. Fino a qualche settimana fa, nelle super-medie dei sondaggi, il centro-destra sfiorava la maggioranza assoluta con un vantaggio di 4-5 punti sul fronte avversario; già si comportava come se la conquista del potere fosse praticamente scontata, una formalità; non a caso insisteva (con Giancarlo Giorgetti, con Giorgia Meloni) per tornare quanto prima alle urne; e si dichiarava pronto a promuovere Mario Draghi sul Colle pur di ottenere in cambio nuove elezioni anticipate. Non perché l'attuale premier si sarebbe impegnato a sciogliere le Camere una volta diventato presidente, circostanza mai accaduta nella storia della Repubblica, ma per la difficoltà oggettiva di rimpiazzarlo alla guida del governo. Draghi al Quirinale, cioè la scusa per voltare pagina, una trappola tesa alla legislatura. Adesso la vittoria del centrodestra non sembra così scontata, l'inerzia elettorale spinge in direzione opposta. Quando si perdono tutti i duelli nelle grandi città, nessuna esclusa, vuole dire che qualche ingranaggio si è inceppato nella macchina da voti di Salvini e Meloni. Col risultato che quei due rifletteranno bene prima di insistere con nuove elezioni, per le quali non sembrano preparati e da dove rischiano di uscire con le ossa rotte; di conseguenza si può scommettere che, d'ora in avanti, andranno piano sulla candidatura di Draghi, evitando di riproporla alla garibaldina per un semplice motivo: Enrico Letta, corroborato dalla smagliante vittoria delle Comunali, d'ora in avanti giocherà all'attacco. Se venisse sfidato sulle urne potrebbe forzare la sua proverbiale prudenza e tentare il colpaccio puntando a sua volta su Draghi, in modo da accelerare il ritorno alle urne e intestarsi, con un colpo da biliardo, tanto la presidenza della Repubblica e quanto guida del prossimo governo. Naturalmente Letta, Salvini e Meloni non saranno gli unici protagonisti. Anche il Cav e l'Avvocato del popolo (Giuseppe Conte, ndr) vorranno dire la loro. Gli stessi centristi (da Matteo Renzi, a Carlo Calenda, a Giovanni Toti) stanno scambiandosi segnali di fumo per trovare un terreno d'intesa (mancano 74 giorni alla convocazione del Parlamento in seduta comune). Ma all'indomani delle Comunali una cosa appare scontata: la scelta del tredicesimo presidente della Repubblica sarà conseguenza del braccio di ferro sulle prossime elezioni. Discenderà direttamente da come e quando i partiti vorranno tenerle, a regolare scadenza nella primavera 2023 oppure con un anno di anticipo. Se vincerà la voglia di bruciare i tempi, un trasloco di Draghi al vertice delle istituzioni sarà nell'ordine delle cose plausibili (e sempre che la base parlamentare sia consenziente, circostanza di cui un grande esperto come il centrista Osvaldo Napoli dubita assai). Qualora invece nei leader prevalga la volontà di tenere in piedi il governo per il timore dell'ignoto, ovvero per paura di confrontarsi con le urne in quanto troppo incerto e pericoloso, allora la candidatura di Draghi al Quirinale perderà qualche colpo. Il voto del weekend sembra suggerire questo secondo sbocco come più probabile. Lo stesso Letta ha spiegato che il governo deve restare indomito al suo posto, anche per un dettaglio non da poco: se si vogliono incassare i miliardi dell'Europa, bisognerà realizzare una quantità di riforme ancora appena abbozzate, approvarle in Parlamento e implementarle con una valanga di decreti attuativi. «Non possiamo lasciare il lavoro a metà», scuote la testa il sottosegretario Giorgio Mulè. Con Draghi bloccato a Palazzo Chigi, sarà Sergio Mattarella a tenergli calda la poltrona? Pare proprio di no: chi frequenta il presidente in carica sostiene che sarebbe dura convincerlo a proseguire perfino se tutti lo implorassero in ginocchio, come fu con Giorgio Napolitano. Per cui circolano altri nomi, che poi sono quelli soliti: da Romano Prodi a Walter Veltroni, da Dario Franceschini a Paolo Gentiloni, da Francesco Rutelli a Pier Ferdinando Casini.Tutti al maschile, perché le donne sembrano uscite di scena. E tutti di area Pd, con il berlusconiano Maurizio Gasparri che, fiutata l'aria, sa già come andrà a finire: «La sinistra famelica ha il tovagliolo al collo e pure stavolta, sull'onda del voto, spera di riprendersi il Quirinale. Ma sia chiaro: noi non ci presteremo».

OPEN E LOGGIA UNGHERIA

Chiusa dalla Procura di Firenze l'inchiesta sul finanziamento illegale per i 7,2 milioni raccolti dalla fondazione Open. A Lotti  è anche contestata la corruzione. Renzi si difende: "Non era un partito, reato infondato". Coinvolte 4 società. Luca Serranò per Repubblica.

«Quattro società e una rete di imprenditori e manager. E l'intero Giglio magico. Con un atto di 13 pagine la procura fiorentina ha notificato la chiusura dell'inchiesta sulla Fondazione Open, la macchina da eventi che organizzava la Leopolda e che ha scandito l'ascesa dell'ex premier Matteo Renzi ai vertici del Partito democratico. Un atto in cui vengono ripercorsi uno a uno i finanziamento raccolti dalla Fondazione tra il 2014 e il 2018: 7,2 milioni di euro ottenuti, secondo le accuse, in violazione almeno in parte alle norme sul finanziamento pubblico ai partiti. Proprio il reato di finanziamento illecito viene contestato ai vertici della Fondazione: Renzi, Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Marco Carrai e l'avvocato Alberto Bianchi, insieme ad alcuni imprenditori - tra cui Alfonso Toto e Riccardo Maestrelli - che avevano donato ingenti somme alla fondazione. Il procuratore aggiunto Luca Turco e il pm Antonino Nastasi ipotizzano anche due episodi di corruzione a carico di Luca Lotti, che si sarebbe speso - in cambio di finanziamenti a Open - per favorire "disposizioni normative" in linea con gli interessi di Toto costruzioni generali spa e British American Tobacco (Bat); anche le due società sono finite nell'inchiesta, insieme con lo stesso Alfonso Toto, a Giovanni Carucci e a Carmine Gianluca Ansalone, vice presidente del consiglio di amministrazione e responsabile dell'ufficio relazioni esterne della Bat. Nell'avviso di conclusione indagini, infine, anche il manager Pietro Di Lorenzo e della sua Irbm, l'azienda che ha prodotto il vaccino AstraZeneca in sinergia con l'università di Oxford. Di Lorenzo secondo i pm avrebbe donato una cospicua somma (130 mila euro) alla Fondazione per ottenere il via libera della politica ad alcuni progetti, come il finanziamento di un consorzio partecipato da Irbm per la realizzazione “di una tv scientifica su piattaforma digitale e satellitare”. Una pioggia di accuse, quella della procura fiorentina, che Renzi continua a respingere sdegnato. «Quando il giudice penale vuole decidere le forme della politica siamo davanti a uno sconfinamento pericoloso per la separazione dei poteri - commenta - Loro vogliono un processo politico alla politica, noi chiederemo giustizia nelle aule della giustizia. La Leopolda non era la manifestazione di una corrente o di una parte del Pd, ma un luogo di libertà, senza bandiere e con tutti i finanziamenti previsti dalla legge. Non era un partito, infondati il reato e l'indagine ». E ancora: «La fine delle indagini è realmente un'ottima notizia (...), finisce il monologo dell'accusa. Finalmente arriva il momento in cui si passa dalla fogna giustizialista alla civiltà del dibattimento». L'indagine ruota attorno alla presunta natura di articolazione di partito di Open, considerata base operativa della corrente renziana del Pd. L'inchiesta era partita dalla plusvalenza da quasi un milione di euro che l'imprenditore Patrizio Donnini - poi indagato tra le altre cose per corruzione e finanziamento illecito - avrebbe ricavato con la cessione a Renexia (del gruppo Toto) di 5 società. Esaminando i legami tra il Gruppo Toto e il Pd renziano gli investigatori si sono soffermati su un movimento di denaro considerato sospetto - 700 mila euro che Toto avrebbe versato a Bianchi come consulenza per un contenzioso da 75 milioni con Autostrade - scoprendo poi che parte dei soldi erano stati "dirottati" non solo alla Fondazione ma anche al comitato per la riforma costituzionale (poi bocciata dal voto popolare). Le perquisizioni hanno fatto il resto, permettendo agli inquirenti di ricostruire la fitta rete di finanziatori della Fondazione, fino a ipotizzare l'esistenza di un sistema illecito di finanziamento alla corrente renziana del Partito democratico. Oltre che sui rapporti con il gruppo Toto gli inquirenti hanno insistito anche su quelli con British American Tobacco. L'accusa è di corruzione, con Lotti che in cambio di contributi per 250mila euro destinati a Open si sarebbe speso per una normativa più favorevole in tema di accise sui tabacchi».

Sul Fatto Antonio Massari rivela che c’è un nuovo indagato nell’inchiesta di Perugia sulla loggia Ungheria: è Denis Verdini. Dunque la loggia non sarebbe una “boutade”.

«Denis Verdini è indagato per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Per la prima volta l'inchiesta sulla presunta loggia massonica Ungheria conta quindi nuovi indagati dopo i primi tre iscritti, ovvero Piero Amara (l'ex avvocato esterno dell'Eni che per primo ne aveva parlato dinanzi alla procura di Milano), Giuseppe Calafiore e Alessandro Ferraro, che si sono auto-accusati ammettendo di averne fatto parte. Verdini, difeso dall'avvocato fiorentino Marco Rocchi, in questo momento è agli arresti domiciliari, confermati tre mesi fa, per scontare la pena di sei anni e sei mesi per la bancarotta dell'ex Credito cooperativo fiorentino. E proprio al suo avvocato è stato notificato l'invito a comparire dinanzi alla Procura perugina, per i prossimi giorni, con la contestazione di aver violato la legge Anselmi. Contestazione che nasce proprio dalle dichiarazioni di Amara. Non soltanto quelle già rese tra dicembre 2019 e gennaio 2020 dinanzi alla procuratrice aggiunta di Milano Laura Pedio e al sostituto Paolo Storari. Da mesi, infatti, Amara (che è detenuto a Terni, dove sconta una pena per corruzione in atti giudiziari) sta continuando a verbalizzare interrogatori che, a questo punto, devono aver fornito elementi sufficienti a convincere la Procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone, a iscrivere nuovi indagati nel fascicolo ereditato da Milano. Già dinanzi alla Procura milanese Amara aveva rilasciato dichiarazioni sull'ex segretario di Ala: "Verdini - racconta Amara - mi ha presentato diverse persone che appartengono all'associazione". Oltre ad avergliene presentate alcune, gliene ha citate altre, come membri di Ungheria. Tra questi l'ex comandante generale della Guardia di Finanza, Giorgio Toschi, l'ex comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, e Luigi Bisignani, l'uomo che fu condannato per la maxi-tangente Enimont ed era iscritto - ma lui ha sempre negato - alla loggia P2 di Licio Gelli. Toschi, Del Sette e Bisignani hanno smentito categoricamente qualsiasi appartenenza alla presunta loggia Ungheria. E quando la Procura di Milano chiede se vi siano "state nomine di magistrati ordinari gradite o non gradite all'associazione Ungheria", Amara risponde di essere a conoscenza di un unico episodio: "L'unico episodio di cui sono a conoscenza è stata la nomina di Luca Turco come procuratore aggiunto di Firenze. Tale nomina non era assolutamente gradita a Verdini il quale se ne lamentò con grandissima forza - direi proprio con rabbia - con Luca Lotti e Cosimo Ferri (i due hanno smentito di aver mai avuto rapporti con Amara, ndr). Io stesso sono stato presente a tale sfogo, era presente anche Ferri mentre Lotti era stato chiamato al telefono da Verdini. La ragione della rabbia era che tale nomina si sarebbe potuta evitare se si fosse usato un minimo di attenzione"».

SCONTRO FRA VON DER LEYEN E MORAWIECKI

La sfida alla Ue lanciata dalla sentenza della Corte costituzionale polacca avrà conseguenze pesantissime. Lo ha detto molto esplicitamente ieri Ursula Von der Leyen. Che ha avuto a Strasburgo un botta e risposta con il polacco Morawiecki. Francesca Basso sul Corriere.

«Ieri il dibattito al Parlamento Ue e domani al Consiglio europeo. Il rispetto dello Stato di diritto in Polonia preoccupa le istituzioni Ue e l'atteggiamento di Varsavia non aiuta. «Il destino della Polonia è nell'Unione», ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, davanti agli eurodeputati in plenaria riuniti a Strasburgo. E il premier polacco Mateusz Morawiecki, intervenuto dopo, ha assicurato che parlare di Polexit vuol dire «raccontare fantasie e menzogne». Ma il confronto è stato durissimo. Von der Leyen ha elencato le inadempienze di Varsavia e le azioni che può intraprendere Bruxelles, Morawiecki ha attaccato le istituzioni, le ha accusate di «ricatto», di «doppi standard» e di volere creare «un super-Stato europeo». Poco prima la presidente von der Leyen ha spiegato che la sentenza della Corte costituzionale polacca, che ha sancito il primato del diritto nazionale su quello comunitario, «mette in discussione i fondamenti dell'Ue» e dunque Bruxelles userà gli strumenti in suo potere per far rispettare lo Stato di diritto, dalla procedura di infrazione all'articolo 7 e al meccanismo di condizionalità, incluso l'eventuale blocco dei fondi del Recovery fund polacco (36 miliardi): «Le regole sono chiarissime - ha detto -. Gli investimenti sono associati alle riforme che devono seguire le raccomandazioni specifiche per Paese. Una di queste, per la Polonia, è il ripristino dell'indipendenza della giustizia». Il premier Morawiecki ha criticato «la lingua delle minacce e delle imposizioni», ma al termine dell'intero dibattito ha manifestato la disponibilità ad abolire la «sezione disciplinare dei giudici» costituita presso la Corte costituzionale «perché non ha risposto alle nostre aspettative». Prima si è scagliato contro i politici che «minaccino e terrorizzino la Polonia. Il ricatto è diventato un metodo di fare politica verso alcuni Stati membri - ha denunciato - ma non è così che agiscono le democrazie». Poi ha ribadito che «il primato del diritto dell'Ue non può essere sopra le costituzioni». «Se vogliamo collaborare - ha concluso- dobbiamo essere d'accordo che ci sono differenze. L'Ue non si disintegrerà solo perché i nostri sistemi legali sono diversi, operiamo così da decenni». Gli eurodeputati si sono divisi: Ppe, S&D, Liberali e Verdi a sostegno della Commissione, Identità e democrazia (il gruppo della Lega) e i conservatori dell'Ecr (di cui fanno parte il PiS polacco e Fratelli d'Italia) con la Polonia. Lo Stato di diritto è stato discusso ieri anche al consiglio Affari generali, dove tutti i Paesi Ue eccetto Polonia e Ungheria hanno ribadito che è «un valore fondante della partecipazione all'Ue». Olanda, Belgio e Lussemburgo, con un'iniziativa autonoma, hanno presentato un documento congiunto molto duro nei confronti di Varsavia e Budapest».

TALEBANI A MOSCA, SENZA USA

Talebani a Mosca con le potenze regionali, assenti gli Usa. I nuovi padroni di Kabul vogliono il riconoscimento internazionale ma la Russia non vuole concederlo. Con Cina, Iran, India e Pakistan spinge per un governo inclusivo e per non fare collassare il Paese. Giuliano Battiston per Il Manifesto.

«A Washington Zalmay Khalilzad, artefice dell'accordo tra Talebani e Usa, si dimette. A Mosca i governi della regione incontrano i Talebani. All'hotel Intercontinental di Kabul il ministro dell'Interno, Sirajuddin Haqqani, celebra i martiri e gli attentatori suicidi. A poco più di due mesi dalla presa del potere dei Talebani, gli attori regionali fanno il punto a Mosca, dove oggi si tiene un vertice con i rappresentanti di dieci Paesi, tra cui Russia, Cina, Pakistan, Iran e India, principali attori regionali. Assenti, «per motivi logistici», gli Usa, che pure avevano partecipato ai precedenti incontri a Mosca. Inaugurato nel 2017, il formato non è nuovo. Nuovo è il contesto: dall'ultimo incontro a Mosca della cosiddetta Troika plus (Russia, Usa, Cina e Pakistan), il 19 marzo 2021, è uscito un comunicato congiunto in cui si sosteneva il no all'offensiva militare talebana di primavera e alla restaurazione dell'Emirato islamico d'Afghanistan. E il sì alla riduzione della violenza e alla risoluzione politica del conflitto. Tempi diversi: il presidente Usa Joe Biden doveva ancora confermare l'accordo tra Stati Uniti e Talebani firmato a Doha nel febbraio precedente. E gli attori regionali insistevano per accelerare il processo negoziale che avrebbe dovuto condurre alla fine della guerra. Di quell'incontro, a cui parteciparono anche i Talebani, rimane una foto significativa: mullah Baradar e Zalmay Khalilzad, rappresentante speciale degli Usa, scherzano tenendosi il braccio, seduti uno accanto all'altro. Oggi Baradar è il vice del capo di governo talebano, mullah Hassan Akhund. Khalilzad invece - lunga carriera alle spalle e dal 2018 inviato speciale per l'Afghanistan, scelto da Trump e confermato da Biden - è senza lavoro. Dimesso, o silurato, a seconda dei punti di vista. A lui molti afghani attribuiscono le responsabilità dell'arrivo al potere dei Talebani. Così la pensano anche a Washington. Khalilzad ha molte colpe. Ma trovare un solo capo espiatorio per il fallimento afghano, che nasce nel 2001 con l'invasione e non nel 2018 o 2020, è troppo facile. Non è facile neanche capire come trattare oggi il «dossier afghano». Un Paese che rischia il collasso, una gravissima crisi umanitaria in corso, l'economia che - secondo l'ultimo report regionale del Fondo monetario internazionale, reso pubblico ieri - si contrarrà del 30% quest' anno, «spingendo milioni di persone nella povertà». E al potere i talebani, che hanno disatteso molti degli impegni assunti con gli attori regionali. Secondo fonti governative russe, sono due i temi principali del vertice di Mosca: la necessità di formare un governo davvero inclusivo e quella di evitare una crisi umanitaria attraverso una risposta globale. Oltre alle preoccupazioni sul fronte militare e del terrorismo. Già ieri il ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov, è stato chiaro: Russia, Cina e Pakistan sono disposti ad aiutare l'Afghanistan (per ora nessuna cifra precisa), ma Mosca non ha intenzione di riconoscere il governo dei Talebani. E si aspetta anzi che i turbanti neri diano seguito alle promesse fatte prima di conquistare Kabul. «Riconoscimento? Non se ne parla, per ora». Al vertice di Mosca non partecipano gli Stati Uniti, pur lodando l'iniziativa e dicendosi pronti a collaborare in futuro. Dietro ai «motivi logistici» c'è altro. Conta il recente annuncio da parte di Mosca che entro dieci giorni terminerà la missione diplomatica nella sede della Nato a Bruxelles, dopo che diversi funzionari russi ne erano stati allontanati con l'accusa di essere spie. E conta la diversità di vedute sull'Afghanistan: il presidente Putin non ha partecipato al G20 straordinario sull'Afghanistan che si è tenuto il 12 ottobre sotto la presidenza italiana. Mosca teme l'instabilità afghana, l'eventuale «contagio» dell'islamismo armato nelle ex repubbliche sovietiche, che considera una sorta di cintura di sicurezza esterna. E ritiene che Washington debba assumersi gli oneri finanziari del disastro afghano. A Kabul intanto Sirajuddin Haqqani, sulla testa una taglia dell'Fbi da 10 milioni di dollari, ha celebrato i martiri all'hotel Intercontinental, distribuendo abbracci, e mazzette di denaro, ai famigliari degli attentatori suicidi: «Sono eroi» ha detto il nuovo ministro degli Interni».

IN RICORDO DI DUE AMICI

Con Luigino Amicone abbiamo condiviso un periodo splendido della nostra vita professionale, che fu l’esperienza del Sabato. Per fortuna ci siamo rivisti recentemente, grazie alle ospitate romane nei programmi Mediaset, dove lavoravo. Non ho sempre condiviso le sue idee da “reazionario”, in certi periodi proprio per niente. Ma non è mai mancato l’affetto reciproco, forse per aver partecipato insieme a momenti felici, oltreché a qualche sacrificio e dolore. Nei pdf gli articoli di Ferrara, Casotto, Scalpelli per il Foglio a lui dedicati. A me piace ricordarlo con una sua poesia, scritta a 25 anni, nel suo libro Nel nome del niente, che Giovanni Testori gli fece pubblicare per Rizzoli. Eccola:

«Nulla potrà separarci dal tuo amore, o Cristo!

La Tua Presenza è evidente. Non c’è altra ragione.

 Tu arrivi a noi come un ladro

Arrivi silenziosamente dall’orizzonte

Dall’orizzonte dove l’occhio di Pietro,

il buon occhio di un pescatore,

lottava con la malinconia dell’ignoto;

sei arrivato da Pietro come chiunque altro

fino ad allora solo per caso,

mentre Tu lo hai cercato

Tu, Dio conosciuto,

gli sei andato incontro.

Dal fondo dell’orizzonte

un misero corpo,

dall’utero di una donna

l’infinito centro;

l’unico,

l’altro,

qualsiasi,

Pietro.

 Dalle immondizie della periferia dell’impero

Il Cielo cammina per la Palestina;

TU, in cui l’uomo è tutto,

godono solo i poveri di spirito

aprile 1981».

Il Fatto quotidiano ha dato così la notizia della morte di Lele Tiscar.

«È morto ieri in un incidente stradale ad Albese con Cassano, nel Comasco, l’ex deputato della Democrazia Cristiana, Raffaele Tiscar. Aveva 65 anni ed era stato tra le altre cose consigliere ed assessore a Firenze e vice segretario generale a Palazzo Chigi durante il governo Renzi. Messaggi di cordoglio sono arrivati dal sindaco di Firenze Dario Nardella che parla di “una persona di grande valore e sensibilità politica e umana, attento al prossimo, generoso” e dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana che lo ricorda come “un uomo di rara intelligenza” e “un manager con spiccate capacità e che ha sempre lasciato il segno dove ha lavorato”. Nato a Bari nel 1956, Tiscar era cresciuto fra Siena e Grosseto e si era laureato a Firenze, dove aveva avviato la sua carriera politica, tutta al centro. Si iscrisse alla Democrazia Cristiana, fu membro di Comunione e Liberazione, fu eletto poco meno che trentenne nel consiglio comunale di Firenze, dove poco più tardi fu anche assessore alla Casa. Eletto alla Camera nel 1992, la sua permanenza in Parlamento durò molto poco: dopo due anni la legislatura si concluse con lo scioglimento delle Camere. Uscito dal mondo della politica attiva proseguì il suo lavoro nel settore dei servizi pubblici, in particolare quello dell’acqua: dal 1997 al 2001 fu dirigente della Lyonnaise, società del gruppo Suez, poi della Thames Water nel Regno Unito. Tornò nel pubblico in Regione Lombardia, dove per 5 anni, fino al 2010, è stato direttore del Dipartimento Reti e servizi di pubblica utilità. Dal 2014 fu vicesegretario generale della presidenza del Consiglio con deleghe particolari a difesa, trasporti, energia, telecomunicazioni. Dal 2010 si era trasferito a Como, ed era diventato presidente del Consorzio Erbese servizi alla persona di Erba. Tiscar era anche legato all’associazione Cometa, per l’accoglienza e la formazione di minori. I colleghi lo descrivono come “una grande intelligenza, sempre pronta in difesa dei bambini a cui ha spalancato le porte di casa e il cuore”. La dinamica dell’incidente in cui è morto Tiscar non è ancora del tutto chiara: l’ex funzionario stava guidando da Como a Erba sulla sua moto Bmw di grossa cilindrata quando, all’altezza di un distributore di benzina, ed è finito contro un furgone in sosta. Inutili i soccorsi: l’uomo è deceduto a causa dell’impatto, poco dopo l’arrivo in ospedale. La causa potrebbe essere un malore o un tentativo di evitare un veicolo che arrivava in senso opposto. Le indagini della polizia locale sono ancora in corso».

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