Mattarella non vuole il bis

Ma i partiti non gli credono. Quarta telefonata di Biden a Netanyahu per la tregua. Allarme migranti in tutta Europa. Formigoni rivitalizza i 5 Stelle. E se il centro destra votasse Calenda?

I partiti non vogliono credere a Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ha ribadito che non è sua intenzione pensare ad un secondo mandato, ad un bis, come si dice in questo caso. Lo ha fatto ieri recandosi in visita in una scuola elementare di Roma, la “Geronimo Stilton” (sembra un film di Nanni Moretti, ma è vero). Coincidenze fatali: a fare un po’ i topi, i sorci come si dice nella Capitale, sembrano proprio i leader politici. Sia detto con simpatia. Certo che così la corsa al Quirinale appare sempre più complicata: con tanti pretendenti, soprattutto a sinistra. Vedremo. La scadenza è gennaio 2022.

A proposito di scadenze, l’angoscia della guerra sporca fra Hamas e Israele prosegue in un bilancio delle vittime sempre più sproporzionato e nella speranza che la diplomazia internazionale faccia seguire fatti alle parole. Ieri quarta telefonata di Biden a Netanyahu. Sul Fatto c’è un’interessante intervista a D’Alema che ricorda come l’Italia abbia sempre avuto una tradizione di attenzione alla causa palestinese. Attenzione evidentemente persa. Riusciranno gli arabi d’Israele finalmente a pesare nella democrazia di Gerusalemme? Se lo augura Sofri sul Foglio.  

Due i temi della campagna vaccinale: lo scontro fra Figliuolo e le Regioni sulla vaccinazione dei turisti in vacanza e il tema della somministrazione ai giovani e giovanissimi. Speranza ci crede molto: si tornerebbe a scuola con più tranquillità. Intanto il ritmo delle iniezioni è sempre un po’ inferiore alle aspettative: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina siamo a 476 mila 352. L’impressione è che la dilazione della seconda dose per Pfizer sia servita a poco.

Segnaliamo ancora il ritorno del filosofo liberale Fukuyama, colui che aveva scritto dopo il crollo del Muro, un saggio su La fine della storia. A Massimo Gaggi del Corriere confessa di vedere un rischio autoritario nelle democrazie del dopo pandemia, ma vede positivamente il ritorno degli investimenti pubblici. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera privilegia il tema della campagna di Figliuolo che adesso guarda agli under 18: I vaccini anche per i ragazzi. Sulla stessa lunghezza d’onda Il Messaggero: Vaccini Pfizer anche a 12 anni. Ma per il Quotidiano nazionale il nuovo terreno di scontro è la somministrazione ai turisti: L’Italia litiga sui vaccini in vacanza. Il Mattino cerca di spiegare perché ora si pensa ai giovani: Scuola, ritorno da vaccinati. Sul tema migranti puntano diversi giornali, cominciamo dal Manifesto: Merce di scambio, che allude ai marocchini di Ceuta. Poi c’è la Repubblica che ha raggiunto la commissaria europea Johansson: «Migranti, piano europeo. L’Italia non va lasciata sola». La Stampa vede invece il problema in chiave interna, il Nord sarebbe quello leghista: Migranti, il muro del Nord: «Qui non li accoglieremo». La Verità sostiene che Bruxelles ci sottovaluta: Per la Ue l’Italia è in Africa. Due temi economici: per Il Sole 24 Ore: Il giorno nero delle criptovalute e per Avvenire: Lavoro in sicurezza, la priorità è la vita. Scandalo giudiziario per Il Fatto: Fontana, altri due conti svizzeri a sua insaputa. Mentre sull’annuncio del Capo dello Stato che non vuole un secondo mandato vanno Libero: L’Italia ha stufato perfino Mattarella e il Domani: Senza il bis di Mattarella, la destra vuole Palazzo Chigi e Draghi al Colle.

VACCINI PER TUTTI: TURISTI E UNDER 18

Nel difficile confronto fra il Generale e le Regioni adesso il casus belli (metafora inevitabile con Figliuolo di mezzo) è la vaccinazione in vacanza. Le regioni a vocazione turistica ci sperano. Alessandro Farruggia per il Quotidiano Nazionale. 

«Il generale Francesco Paolo Figliuolo l'altro ieri ha gelato gli entusiasmi. Ma le Regioni ne discuteranno tra di loro e oggi stesso porranno formalmente la questione, anche se non è all'ordine del giorno, al tavolo della Conferenza Stato-Regioni: se e come vaccinare i turisti che richiedessero di fare la seconda dose in vacanza. Alcune vanno a passo di carica: il Veneto, la Liguria, il Piemonte. E anche la Lombardia è favorevole. «Per noi il turista è sacro, se deve fare la seconda dose è giusto che gliela facciamo e gli diamo un certificato da registrare presso la sua Asl di residenza: non credo che sarà un assalto alla diligenza, ma un servizio per chi ne ha bisogno, e per questo dico che vogliamo esserci» afferma il governatore veneto Luca Zaia. Il governatore ligure Giovanni Toti ha annunciato che sabato vedrà il collega piemontese Cirio per trovare una soluzione condivisa. «Stiamo definendo un accordo di reciprocità tra Piemonte e Liguria - conferma Cirio - che prevede di fare il vaccino a chi viene in vacanza dalla Liguria in Piemonte e chi va dal Piemonte alla Liguria nel periodo estivo e si ferma almeno una settimana». Il governo per ora prende tempo ma l'orientamento sarebbe contrario. Dalla struttura commissariale non commentano, ma a mezza voce osservano che quella del generale Figliuolo non è una chiusura totale, ideologica, ma pratica e che se le Regioni hanno delle proposte concrete, le potranno avanzare. Ma l'ipotesi è vista come di difficile realizzazione. Il presidente della Conferenza delle Regioni, il friulano Massimiliano Fedriga è, non a caso, cauto: «Faremo ogni sforzo, ma dipende dai numeri e dalle dosi a disposizione. È dura. Si può ipotizzare di organizzare il richiamo per chi lavora lontano da casa e in estate torna alla sua residenza, ma per chi va una o due settimane in vacanza penso sia molto difficile». Prudente anche il presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, al quale l'idea pure non dispiacerebbe. «Sulla questione dei turisti da vaccinare in vacanza - osserva - è in corso un confronto col Governo ed attendiamo di capire in che direzione andrà e credo in pochi giorni lo si saprà».

Maturandi, giovani e giovanissimi. È questa la nuova frontiera della campagna vaccinale. Vaccini per i più piccoli, da 6 mesi in su. Ci crede il Ministro della Salute Speranza. Paolo Russo su La Stampa:

«Per le famiglie degli adolescenti tra i 12 e i 16 anni la data cerchiata in rosso dal ministro della Salute, Roberto Speranza, è quella del 28 maggio. Perché per quel giorno, ha annunciato alla Camera il titolare della Salute, «si prevede che l'Ema rilasci l'autorizzazione al vaccino Pfizer». «È un fatto molto importante - ha aggiunto il ministro - perché vaccinare i giovani è altamente strategico ed essenziale per la riapertura in sicurezza del prossimo anno scolastico». Parole che lasciano presagire un'accelerazione della campagna di immunizzazione tra i giovanissimi, visto che in un primo momento l'Ema, pur avendo già avviato la procedura veloce di revisione dei dati della sperimentazione, aveva messo in calendario l'approvazione del vaccino «Under 16» solo per fine giugno, ipotizzando che prima sarebbe toccato ai più adulti immunizzarsi. Ma Commissione Ue e Stati membri hanno fatto pressing per stringere i tempi e riuscire a coprire anche gli studenti di elementari e medie prima dell'inizio del prossimo anno scolastico. Non perché il Covid rappresenti una minaccia così grave per gli adolescenti, quanto per impedire poi l'accendersi di nuovi focolai nelle scuole, che favorendo la replicazione del virus lo spingono in qualche modo anche a mutare. Generando nuove varianti che potrebbero anche aggirare le difese anticorpali. E per gli stessi motivi un po' tutti stanno lavorando anche ai vaccini per i più piccoli, con l'obiettivo di stroncare la circolazione del virus nella fascia dai 6 mesi agli 11 anni. Ma intanto si partirà con gli adolescenti, esclusi a priori fino ad oggi dalla campagna vaccinale perché a parte l'antidoto di Pfizer, somministrabile dai 16 anni in su, gli altri sono riservati esclusivamente agli over 18. E da quanto si deduce dalle parole di Speranza prima del “tutti al mare”.».

MATTARELLA NON VUOLE IL BIS, MA NON GLI CREDONO

l principe dei quirinalisti, Ugo Magri, su La Stampa ci racconta dell’uscita di Mattarella: non vuole ricandidarsi per un secondo mandato. Lo ha spiegato ieri.

«Sul Colle si stupiscono del clamore perché, segnalano lassù, Sergio Mattarella aveva già fatto intendere che non desidera un «bis» del settennato, e ieri mattina l'ha semplicemente ribadito in un contesto quasi familiare, da nonno, incontrando alcune scolaresche romane. Tutto vero. Perfino nel messaggio di San Silvestro aveva precisato che il 2021 sarebbe stato l'ultimo da presidente, e poi con altri cenni sparsi qua e là nei suoi discorsi ufficiali. Salvo che stavolta Mattarella ha aggiunto nuove considerazioni, di natura più schiettamente personale, piuttosto inconsuete data la riservatezza dell'uomo: «Il mio è un lavoro impegnativo e io sono vecchio, ma tra 8 mesi il mio incarico terminerà e potrò riposarmi», sono le spiegazioni date ai ragazzi che gli chiedevano se avrebbe continuato per altri sette anni. Il di più, rispetto al passato, consiste proprio nel riferimento all'anagrafe, al peso delle responsabilità avvertito in tanti passaggi complicati, al desiderio legittimo di tirare il fiato. Altri al suo posto si sentirebbero pieni di energia; Sandro Pertini, ad esempio, iniziò l'avventura quirinalizia a 82 anni; Mattarella invece, che ne compirà 80 il 23 luglio prossimo, ritiene di avere già dato e lo comunica con un senso, quasi, di liberazione. Ci sono mille altre ragioni che sconsigliano un secondo mandato. L'unico precedente fu nel 2013, quando Napolitano dovette accettare la riconferma per superare lo stallo di un Parlamento allo sbando e incapace di scegliere. Se dopo «Re Giorgio» pure il suo successore venisse rieletto, quell'eccezione diventerebbe una regola, col risultato di trasformare il presidente della Repubblica in un monarca di fatto. E questo a Mattarella ripugna; così come per amor proprio e legittimo orgoglio non accetterebbe mai mandati a termine, tipo un altro paio d'anni sul Colle per tenere calda la poltrona a qualcun altro. Il capo dello Stato, chiarisce la Costituzione, viene eletto per sette anni e stop. Dunque ne serve uno che possa reggere il timone fino al 2029, e Mattarella non si sente di garantirlo. Insomma, la decisione è presa. A sentire il Quirinale, l'uomo non tornerà sui suoi passi».

Nei partiti e fra i leader, e anche sui giornali, però non tutti credono al Presidente. Ecco il retroscena di Francesco Verderami sul Corriere.

«A un anno dalla conclusione del Settennato, disse: «È il mio ultimo anno di mandato». Ieri ha detto: «Mancano otto mesi e poi riposerò». Mattarella scandisce il countdown come a voler allontanare le voci su un suo possibile reincarico al Colle, mentre da tempo il Quirinale invia i suoi discorsi sottolineati, là dove spiega le ragioni che sconsigliano il rinnovo di un capo dello Stato. La verità, nota ai grandi elettori, è che la massima istituzione della Repubblica non può essere ricandidata, non può essere cioè esposta al gioco tattico delle votazioni: tutt' al più può essere rieletto al primo scrutinio, per unanime volontà delle forze politiche. Fu così per Napolitano, dopo l'odissea dei «centouno franchi tiratori» che impallinarono Marini e Prodi. E sarebbe stato così anche per Ciampi, se l'allora inquilino del Colle non fosse stato irremovibile davanti all'ipotesi che gli venne riservatamente prospettata. La grande corsa sta entrando nel vivo, per quanto ieri il ministro d'Incà abbia detto che «sarebbe giusto iniziare a parlarne a novembre». In realtà se ne discute già dall'anno scorso, se è vero che Zingaretti - quando era segretario del Pd - aveva istituito al Nazareno l'«Ufficio iscrizioni per la candidatura al Colle». Così l'aveva definito, perché - come confidò in quei giorni - nonostante un governo sull'orlo della crisi e un Paese travolto dalla pandemia, «ho la fila di persone che mi chiedono di parlare solo di Quirinale». Chissà se sta succedendo anche a Letta, che si è ripromesso di affrontare la questione «con disincanto». Certo da allora sono mutati gli equilibri politici, e insieme le probabilità dei candidati di avere delle chance. L'elenco dei «quirinabili» del Pd è così lungo da prendere tutto l'alfabeto: dalla A ALLA W».

TREGUA, È INIZIATO IL CONTO ALLA ROVESCIA

La sporca guerra continua. I tentativi diplomatici spingono per un cessate il fuoco nelle prossime ore. La cronaca di Davide Frattini da Gerusalemme per il Corriere.

«Dieci giorni, quattro telefonate. L'ultima ieri, una chiamata che forse Joe Biden pensava di potersi evitare. Il presidente americano ha detto a Benjamin Netanyahu che si aspetta «da subito una riduzione del conflitto, che porti verso il cessate il fuoco». Tic, toc, tic, toc. L'orologio di Biden indica che alla Casa Bianca hanno perso la pazienza e le pressioni sul premier israeliano sono una reazione al «cronometro» di cui Bibi (com’ è soprannominato) aveva parlato agli ambasciatori europei: «Non stiamo col cronometro in mano. Precedenti operazioni sono durate per un tempo prolungato». Lo ripete pubblicamente a Biden: grazie per il sostegno, ma noi andiamo avanti. Il presidente Emmanuel Macron ha chiesto di sottoporre al consiglio di Sicurezza dell'Onu una risoluzione per chiedere la tregua, vuole testare la determinazione degli gli Usa che hanno già chiarito di non sostenere la bozza. Ai diplomatici europei, Netanyahu aveva spiegato che «se necessario, potremmo rioccupare la Striscia». Ipotesi improbabile per gli analisti locali, anche per i rischi sul fronte nord: ieri dal Libano i miliziani hanno lanciato altri 4 razzi. Dopo il ritiro unilaterale israeliano, Hamas nel 2007 ha tolto il controllo di Gaza all'Autorità palestinese con un golpe; Netanyahu è a capo del governo dal 2009 e ha preferito disinteressarsi alla Striscia, fino ai richiami tragici delle «ostilità intermittenti» come le chiama David Horovitz, direttore di Times of Israel: «Questa totale mancanza di strategia ha permesso ad Hamas - scrive - di crescere da organizzazione terroristica a sovrano di uno Stato terrorista finanziato in parte dai milioni di dollari che il Qatar ha riversato con il beneplacito di Israele». Lo status quo creato da Netanyahu è criticato dalla sinistra perché ha marginalizzato il presidente palestinese Abu Mazen e le possibilità di un accordo di pace; dalla destra perché evitava una soluzione militare definitiva. Adesso Yair Lapid fa notare che i tempi della guerra si incrociano con quelli della politica: le sue trattative con i partiti arabi israeliani e pezzi della destra per una coalizione sono state sospese. (…) In mezzo la paura, la distruzione, i 227 morti a Gaza e i 12 in Israele». 

Interessante intervista a Massimo d’Alema sul Fatto. L’idea dell’ex premier è che l’Italia abbia perso, riguardo alla questione palestinese, quell’attenzione che pure ne aveva contraddistinto la politica estera per molti anni.

«Massimo D'Alema si descrive come un pensionato, ma continua ad avere un'intensa attività internazionale. L'altro ieri ha incontrato il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, segue attentamente le mosse di Joe Biden e ovviamente il conflitto israelo-palestinese sul quale esprime un giudizio nettissimo. Lei ha detto di sentire nostalgia per una sinistra decente nel caso israelo-palestinese. La situazione è davvero così grave? «È grave la mancanza di memoria storica. L'Italia è un Paese che ha avuto una politica di amicizia per i palestinesi, un patrimonio che non è stato solo della sinistra, ma di tutte le forze democratiche, da Enrico Berlinguer a Bettino Craxi, ad Aldo Moro e molti altri. Oggi i palestinesi sono stati abbandonati dall'Italia e dall'Europa e neppure le migliori forze della sinistra sembrano in grado di tornare a dire la verità». E quale sarebbe la verità, Israele non ha diritto a difendersi? «Israele non ha il diritto di continuare a occupare i Territori palestinesi, non ha il diritto di annettere Gerusalemme e di colonizzare tanta parte della Cisgiordania. Non ha il diritto di cacciare i palestinesi dalle loro case e non ha il diritto di aggredire le persone riunite in preghiera nella grande spianata di Gerusalemme. È questa politica della destra israeliana, avallata dagli Usa e non contrastata dall'Europa, che ha finito per rafforzare Hamas. Quello che accade oggi è che la reazione agli inaccettabili razzi di Hamas finisce per colpire indiscriminatamente la popolazione palestinese seminando una strage fra civili, innocenti e bambini. Persino nel pudico linguaggio dell'Ue e degli Usa il governo di Israele viene invitato - senza grande successo - a una reazione non sproporzionata». Quand'è che la sinistra ha abbandonato i palestinesi? «Il processo ha riguardato l'intera Europa, che pure formalmente non riconosce l'annessione di Gerusalemme. La solidarietà verso i palestinesi è stata erosa negli ultimi 15 anni, in cui è maturato un sentimento anti-arabo che ha assunto forme crescenti di islamofobia. Colpisce che in prima fila con Israele ci sia la destra nazionalista venata di razzismo. Una destra erede dell'antisemitismo oggi ha convertito quel sentimento in anti-islamismo». (…) Che giudizio ha della politica estera italiana? «Non ho motivi di critica verso Luigi Di Maio. Ma purtroppo il ruolo dell'Italia si è ridotto negli ultimi dieci anni. Capisco che l'Italia, come l'Europa, sia interessata al nuovo corso americano però questo neo-atlantismo, che ha un'ispirazione forte e democratica, deve anche misurarsi con l'esigenza di una "coesistenza pacifica"». Che intende? «Negli anni 90 ci siamo illusi che il mondo si uniformasse al modello occidentale, mentre il mondo di oggi è frammentato e multipolare. Oggi siamo in conflitto con la Cina, sul piano tecnologico, applichiamo sanzioni alla Russia, in conflitto con l'Iran e quindi con il mondo musulmano sciita, ma anche con la parte sunnita. Vogliamo essere in conflitto con tutti? O non dobbiamo trovare un modus vivendi e una convivenza con "gli altri da noi"? Su questo vedo uno spazio della politica estera italiana che è quello del dialogo, senza rinunciare ai nostri valori. L'unico grande leader occidentale consapevole di questo è il Papa. Il gesto compiuto da Francesco nell'incontro con il capo della comunità sciita irachena è stato un gesto di grande valore».

Adriano Sofri sul Foglio interviene sul ruolo dei partiti arabi all’interno della politica israeliana: che cosa succederà dopo i missili e le bombe? Forse si aprono nuove possibilità.

«La crisi israelo-palestinese è intervenuta a rompere una tela dalla quale sia Netanyahu che i suoi rivali avevano espunto l'incidente palestinese. Sullo sfondo dei cosiddetti accordi di Abramo e del brillante debellamento della pandemia, a colpi di elezioni frustrate e di espedienti tattici si giocava una partita governativa nella quale ambedue le destre calcolavano di far entrare i partiti arabo-israeliani. (…) . Ma un ingresso governativo di partiti arabo-israeliani era diventato anche la carta della coalizione rivale di Netanyahu. In ambedue i programmi, i partiti arabi erano pensati come maneggevoli ruote di scorta. (…) A questo punto gli sviluppi sono imprevedibili. Ma una cosa forse si può dire: i politici professionali, specialmente quelli meno lungimiranti e più scaltriti, dunque i più pieni e sicuri di sé, fanno a volte delle mosse azzardate perché hanno un intralcio immediato, dall'oggi al domani, da superare, e a volte è un problema strettamente personale. Per esempio Cameron quando gioca il referendum sull'Europa, una formalità che lo restituirà alla vita privata. Qualunque svolgimento abbia l'attuale crisi israelo-palestinese, l'entrata di una componente araba nella maggioranza di governo potrebbe comunque essere una svolta di grande rilievo. Nella nuova situazione, non farebbe da ruota di scorta agli attori della rivalità fra Netanyahu e il vario mucchio dei suoi oppositori, ma porterebbe la voce della minoranza arabo-israeliana nel capitolo governativo, dopo che quella voce si è fatta sentire nelle strade solidarmente con il resto del popolo palestinese. Se succedesse, è probabile che sarebbe una reciproca spregiudicatezza a deciderne, e che da ambedue le parti si affronterebbe l'anatema dei rispettivi oltranzisti. Ma le cose possono avvenire così, quasi per sbaglio, e per la piccineria dei capi, e rivelarsi come svolte storiche solo dopo. Tanto più in un posto che ha reso per un bel po' impraticabile tanto il programma dei due popoli e due stati quanto quello dello stato binazionale. E praticabili invece, in alternativa, o la guerra civile o una nuova convivenza».

L’ESTATE DEI MIGRANTI, CI PROVA LA UE

Il caso di Ceuta, l’enclave spagnola assaltata dai giovani marocchini, ha riacceso l’attenzione internazionale, ed europea in particolare, sul tema dei migranti. Vediamo allora la cronaca dalla Spagna nell’articolo di Andrea Nicastro sul Corriere.

«Potete passare, la frontiera è aperta». I ragazzi dell'assalto migratorio all'enclave spagnola di Ceuta si giustificano così. I giornalisti hanno potuto avvicinarne alcuni e il racconto attraverso le tante testimonianze è coerente. All'inizio, la voce si è sparsa tra i giovani marocchini che ciondolano disoccupati nella città gemella di Ceuta. Era domenica e già all'alba di lunedì i primi tentativi. Sono stati i più fortunati perché gli spagnoli non erano pronti. Mano a mano che la gente passava e nessuno, dal lato marocchino li fermava, la voce arrivava sempre più lontano. «È aperto, al mare, al mare». Per tutto lunedì il flusso è cresciuto. Giovanissimi soprattutto. Nella notte è arrivato il grosso dei migranti neri che di solito vivono accampati sulle colline. Infine, martedì, quando ormai l'esercito spagnolo aveva il controllo della spiaggia hanno tentato di passare altri marocchini dalle città vicine, persino donne con bambini piccolissimi e ragazzini scappati da casa per tentare «il salto verso l'Europa». «La frontiera è aperta - diceva il tam tam -, correte». In effetti si arrivava alla recinzione spagnola senza problemi e da lì bastava girargli attorno sugli scogli o al limite nuotando in mare 30-40 metri. Il resoconto della Guardia Civil coincide. I pochi poliziotti spagnoli che presidiavano la recinzione domenica notte hanno visto i colleghi marocchini aprire le porte della loro rete. Obbedivano a un ordine. Ieri la frontiera del Marocco è tornata a chiudersi e l'assalto si è subito ridotto a pochi tentativi isolati. I media spagnoli parlano di «marcia nera» in ricordo della «marcia verde» con cui il Marocco si è impossessato dell'ex colonia spagnola del Sahara Occidentale. (…) Nella disputa diplomatica sulla sovranità del Sahara Occidentale il Marocco non vuole interferenze. Ottenuto il riconoscimento da parte degli Usa di Trump in cambio di quello marocchino a Israele ora Rabat esige anche quello dell'Europa. Non importa se l'Onu da 35 anni chiede un referendum di autodeterminazione per il popolo saharawi. Sulla spiaggia spagnola restano poche centinaia di persone. L'esercito di Madrid, impedisce loro di muoversi, soccorre chi sviene, ma conta sulla stanchezza perché decidano di tornare volontariamente da dove sono venuti. Quasi sei degli ottomila arrivati hanno fatto così. A centinaia si erano dispersi per la città. Hanno dormito nelle aiuole, sotto i portici, con i vestiti ancora bagnati e ieri, finiti i soldi per mangiare, si sono presentati al valico per rientrare. Resta il problema dei minorenni di cui la Spagna dovrebbe farsi carico e non, in base alle convenzioni, semplicemente respingerli.Duecento bambini sono stati spostati nella penisola iberica. Chi vorrebbe restare sono i migranti dal Mali, dal Niger che hanno già percorso migliaia di chilometri e speravano che questo fosse l'ultimo tratto».

Repubblica intervista la svedese Johansson, commissaria europea agli Affari interni, titolo “Sui migranti in estate, l’Europa sarà al fianco dell’Italia”.

«È la prima volta che un responsabile europeo parla dei negoziati con il nuovo governo di Tripoli per mettere fine alle partenze incontrollate, e spesso mortali, dei migranti verso Lampedusa. La svedese Ylva Johansson, commissaria Ue agli Affari Interni, lo fa con Repubblica mentre è a Roma in attesa di partire, oggi, con la ministra Luciana Lamorgese per la Tunisia, Paese con il quale l'Europa su spinta della diplomazia italiana è pronta a chiudere il primo grande accordo globale («entro fine anno») per la gestione dei migranti. I tempi per questi accordi però non sono immediati e dunque Yohansson spiega: «Sto contattando i governi dell'Unione per mettere i piedi un sistema di ridistribuzione volontario e provvisorio per aiutare l'Italia ad affrontare l'estate». Partiamo dall'inizio, ovvero dal fatto che la grande riforma delle politiche migratorie che avete proposto a settembre è ferma, bloccata dai veti incrociati tra Visegrad e Mediterranei. «È fondamentale che l'Italia riceva la solidarietà europea. Abbiamo imparato che la ridistribuzione volontaria non è abbastanza e dunque l'approvazione della riforma delle politiche migratorie con i ricollocamenti obbligatori è essenziale». I negoziati però vanno al rilento e la sensazione è che fino alle elezioni in Germania di ottobre sarà impossibile chiudere il pacchetto. «Negli ultimi mesi siamo andati avanti piano perché a causa del Covid abbiamo avuto pochi incontri fisici con i ministri mentre un tema così divisivo va affrontato guardandosi negli occhi. A breve potremo riprendere a vederci di persona e andare avanti». Sarà possibile chiudere la riforma entro l'estate? «No, ci vorrà più tempo». Intanto come intende aiutare l'Italia ad affrontare un'estate che si preannuncia di vittime e sbarchi? «Sono in contatto con i governi per organizzare una rete di aiuti volontari, di ridistribuzione volontaria che possa aiutare l'Italia nei mesi estivi fino a quando non approveremo la riforma Ue».

Redistribuzione? Redistribuzione volontaria? Non a casa mia. C’è un fronte interno tutto italiano: i sindaci leghisti non vogliono accettare i migranti che vengono loro assegnati dal Viminale. Francesco Grignetti su La Stampa.

«Tre giorni fa, così parlavano Fabrizio Cecchetti, coordinatore della Lega Lombarda e Giacomo Ghilardi, sindaco di Cinisello Balsamo nonché coordinatore regionale dei sindaci leghisti: «I nostri non prenderanno nessuno dei 60 immigrati, sbarcati in questi ultimi giorni in Sicilia, che il ministero dell'Interno vorrebbe inviare in Lombardia». Dove andrebbero appunto 60 immigrati dei 559 che il Viminale vorrebbe smistare tra le Regioni italiane. È un ordine di scuderia che viene dall'alto, appena mascherato dalla foglia di fico di «fonti della Lega». E infatti i portavoce di Salvini hanno veicolato nei giorni scorsi: «I territori governati dal nostro partito non accetteranno la distribuzione dei clandestini che è allo studio del Viminale». Posizione ribadita ieri pure dal leghista presente nel Comitato Schengen. Di fronte a questo vero e proprio boicottaggio, anche la mite Lamorgese è sbottata: «Non è mica giusto lasciare tutto sulle spalle della Sicilia, solo perché arrivano lì». Già, perché i numeri sono numeri. Alla data del 18 maggio, negli hotspot c'erano 732 migranti, nei centri di prima accoglienza 49. 759 e nei centri del Sistema di accoglienza e integrazione altre 25. 589 persone, per un totale di 76. 080 presenze. Da inizio anno, sono sbarcati oltre tredicimila. E se queste persone non trovassero spazio in giro per l'Italia, finirebbero tutte imbottigliate in Sicilia. «La redistribuzione è una cosa normale che abbiamo fatto in questi mesi», ha aggiunto la ministra». 

I 5 STELLE RIVITALIZZATI DAL CASO FORMIGONI

La decisione del Senato di restituire il vitalizio ai senatori, che pure erano stati condannati, sta offrendo ottimi argomenti di polemica ai 5 Stelle. Ne parla sul Fatto Ilaria Proietti.

«Le cose sono messe così. Dopo la decisione con cui è stato restituito il vitalizio ai condannati, sempre al Senato il prossimo martedì potrebbe avvenire un altro colpo gobbo: la cancellazione della delibera con cui nel 2018 vennero tagliati, per ragioni di equità sociale, tutti gli assegni per gli ex inquilini del Palazzo. Con il ripristino degli assegni tanto per i senatori con la fedina penale pulita quanto per quelli che l'hanno imbrattata a suon di tangenti e altri reati gravissimi come corruzione, mafia e persino terrorismo. E così, tanto per fare un esempio, Roberto Formigoni a cui ieri, grazie all'impegno profuso da Forza Italia e Lega, è stato restituito non tanto l'onore quanto il malloppo, nel giro di una settimana vedrà lievitare i suoi introiti, altro che indigenza: in un sol colpo gli verranno restituiti, a dispetto della pena da scontare e del risarcimento del danno ancora dovuto per aver asservito a suon di regalini e regaloni la propria funzione agli interessi della sanità privata lombarda quando era al Pirellone, ben 7.709 euro ogni mese per tutta la vita. Perché il vitalizio, come i diamanti, è per sempre. (…) Dalla Farnesina Luigi Di Maio la tocca piano: "La riassegnazione del vitalizio a Roberto Formigoni è riprovevole. Così la politica si dimostra davvero fuori dal mondo. Mi appello a tutte le forze politiche: non facciamo passare sotto silenzio quanto accaduto. Tutti dimostrino coerenza e responsabilità". Anche l'ex premier e leader in pectore del Movimento, Giuseppe Conte, tuona contro la decisione "che trasmette un messaggio profondamente negativo per i cittadini, perché mina il delicatissimo rapporto di fiducia con le istituzioni, tanto più in questo momento in cui il Paese sta faticosamente cercando di superare una drammatica pandemia". Ma Conte ha pure chiesto "che gli esponenti e le forze politiche che hanno preso questa decisione se ne assumano pubblicamente la responsabilità". A Matteo Salvini sono fischiate le orecchie, ma a chi gli ha chiesto conto del voto dato dai suoi senatori pro Formigoni ha risposto buttandola in caciara: "Non commento le vicende giudiziarie dei 5Stelle e mi auguro che il figlio di Grillo risulti innocente". Insomma, ha fatto spallucce e non solo lui. La pasionaria pentastellata Paola Taverna ha chiesto che venisse messo in calendario un dibattito in aula dopo la sentenza sui condannati col vitalizio, ma gli altri gruppi le hanno finora risposto picche».

SINDACI DI ROMA E MILANO: IL REBUS DEL CENTRO DESTRA

Sempre più difficile la partita sulle amministrative nel centro destra. A Roma e a Milano non ci sono candidati forti alle viste. Sul Giornale fa il punto Pierfrancesco Borgia.

«Si fa sempre più insistente il pressing di Giorgia Meloni. Ieri è tornata a chiedere un incontro di vertice con Salvini e Tajani per sciogliere il nodo delle due principali città dove si tornerà a votare: Roma e Milano. «Qualche giorno fa, alla prima riunione di coalizione del centrodestra convocata dopo diverse settimane - spiega la leader di Fratelli d'Italia - il mio partito ha offerto la sua disponibilità a sostenere Guido Bertolaso e Gabriele Albertini e chiesto che queste due personalità sciogliessero finalmente la riserva. Dopo pochi giorni, entrambi hanno dichiarato di non volersi candidare. Ringrazio entrambi per aver risposto celermente e torno a chiedere a Matteo Salvini e Antonio Tajani di incontrarci quanto prima per valutare insieme le altre proposte». Il coordinatore nazionale azzurro spera ancora in un ripensamento dell'ex capo della Protezione civile, mentre cade anche l'altra ipotesi avanzata dalla Lega. La senatrice Giulia Bongiorno infatti ha declinato l'invito a candidarsi. Resta comunque la necessità di un confronto interno per sgombrare il campo da dubbi e indecisioni. Lo stesso Maurizio Lupi (Noi per l'Italia), da Forza Italia indicato come adeguato «rimpiazzo» per il mancato coinvolgimento di Albertini a Milano, confessa che la sua candidatura è solo un’ ipotesi piuttosto vaga. Ieri intanto si è tenuto il tavolo dei responsabili degli enti locali dei diversi partiti che compongono la coalizione».

Su Italia Oggi Daniele Marchetti ragiona sul centro destra e la corsa al Campidoglio:

«Molti si sono interrogati su cosa farà il Pd se al ballottaggio andrà Virginia Raggi o, sul fronte opposto, cosa faranno i grillini se al secondo turno dovesse correre Roberto Gualtieri. Nessuno, invece, sembra interessarsi della terza ipotesi: quella più devastate per la sinistra. Ovvero uno scontro diretto e senza esclusione di colpi Raggi-Gualtieri; Pd contro 5 Stelle. Benzina sulle partite successive: Colle ed alleanze politiche. Insomma molto futuro politico del Belpaese si giocherà, a settembre, nella capitale. Con un centrodestra nelle vesti di nobile spettatore. A meno che. A meno che la triplice, Cav, Capitano e garbatellina, non decidano di ribaltare, loro, il tavolo e stravolgere tutto. Una possibilità, almeno sulla carta, c'è (o, meglio, ci sarebbe) ma esula dagli schemi sclerotizzati della fazione, dalla logica di campo, della cultura del nemico. Come ricordava qualcuno, la politica è l'arte del possibile e a Roma l'unica possibilità concreta per il centrodestra di ribaltare le sorti della partita sembra portare un unico nome: Carlo Calenda».

SALLUSTI CONTRO L’UTERO IN AFFITTO

Alessandro Sallusti torna a scrivere sulla prima pagina di Libero, dopo aver lasciato Il Giornale. Il tema scelto è l’utero in affitto. Titolo: Cercasi nobildonna che affitti l’utero alla sua cameriera.

«Come se non bastasse la legge Zan, un gruppo di deputati e deputate grillini e di sinistra ha presentato una proposta di legge per consentire la pratica dell'utero in affitto, cioè la possibilità che una coppia sterile od omosessuale (quindi impossibilitata a procreare autonomamente) possa inseminare artificialmente una donna che dietro adeguato corrispettivo si incarichi di portare avanti la gravidanza per poi consegnare il bebè ai compratori che ne diventano legittimi proprietari. Qui non è questione di essere più o meno cattolici o laici, integralisti o viceversa progressisti. (…) Accetterei di parlarne coi proponenti la legge, pur essendo certo di non cambiare idea, a una sola condizione. Cioè che mettano per iscritto di essere disponibili, visto che secondo loro è una bella cosa, a prestare gratuitamente - o se a pagamento a quale tariffa - il proprio utero (nel caso degli onorevoli maschi quello delle mogli o compagne) ai loro colf filippini o al portinaio gay desiderosi di paternità, alle coppie di diseredati delle periferie e di immigrati allo sbando che impossibilitati per qualsiasi motivo a procreare in proprio gliene facessero richiesta. Cioè vorrei capire se la proposta ha una base etica uguale per tutti o se, come accadrebbe, semmai funzionerebbe solo dall'alto (il compratore ricco) verso il basso (la prestatrice d'utero povera) della scala sociale e non viceversa, perché a nessuna signora della sinistra radical chic verrebbe in mente di mettere al mondo il figlio del suo cameriere. Fermiamo quindi questa legge che sa di razzismo più di quanto sembri a prima vista».

LA FINE DELLA DEMOCRAZIA? PARLA FUKUYAMA

Invece della fine della storia, titolo di un suo famoso saggio post 1989, il politologo liberale Francis Fukuyama vede un rischio di autoritarismo, nell’era post Covid. Massimo Gaggi lo ha intervistato per il Corriere della Sera. 

«La democrazia liberale è sotto grave stress da un decennio e la pandemia che, come tutte le crisi, ha conseguenze impreviste, riduce ulteriormente gli spazi di libertà. L'attacco terroristico dell'11 settembre 2001 ha spinto gli Stati Uniti a combattere due guerre che nessuno voleva, mentre il crollo finanziario del 2008 ha alimentato il populismo e i movimenti anti establishment. Stavolta il coronavirus è stato usato dai governi per espandere la loro autorità esecutiva, riducendo di fatto la libertà dei cittadini in tempi d'emergenza sanitaria. Una perdita che non sarà solo momentanea: molti leader che non vogliono rinunciare a questi nuovi poteri». Incontro Francis Fukuyama, lo storico di Stanford autore del celebre e discusso La fine della storia e di molti altri saggi in un bar all'aperto fuori dall'ateneo della Silicon Valley, ancora off limits per i visitatori. I suoi giudizi tranchant di un tempo sono stati rimpiazzati da riflessioni più pacate e anche da qualche reticenza autoironica. È convinto che il successo di Biden non sia un fuoco di paglia, ma non si sbilancia nei giudizi sull'Europa: «A giugno dello scorso anno ero convinto che si stesse aprendo un nuovo ciclo ancora dominato dall'influenza di Angela Merkel. Previsione sbagliata, meglio non farne altre». (…) Solo conseguenze negative dalla pandemia? «No, può venirne anche qualcosa di buono. La sottovalutazione del virus e la pessima gestione dell'emergenza sanitaria ha messo a nudo la pochezza di alcuni leader populisti e sovranisti che sembravano invincibili: vale per Stati Uniti, Brasile, India e anche Messico. Senza il Covid Trump avrebbe vinto le elezioni. Invece ora Biden sta avviando un nuovo ciclo, fatto di ritorno del welfare e di investimenti pubblici in infrastrutture e ambiente. Ecco: l'altro grosso effetto della pandemia è il rilancio del ruolo dello Stato. Come investitore e come regolatore». Potrebbe essere una svolta di breve respiro: molti si aspettano una riscossa repubblicana alle elezioni di mid term, tra un anno e mezzo. «Non credo ma qui bisogna distinguere: sul piano economico il pendolo ha sicuramente cambiato direzione. Nel Dopoguerra abbiamo avuto un forte ruolo dello Stato, tra investimenti e protezione sociale. Poi con Reagan, dal 1980, il pendolo si è mosso in direzione opposta: verso il capitalismo liberista, darwiniano. Ora stiamo tornado all'interventismo statale e all'attenzione per il welfare. È importante il ruolo di Biden pressato dalla sinistra democratica, ma il pendolo ha cambiato direzione anche per i repubblicani: Trump col suo populismo aveva già imposto la virata. Il nuovo presidente ha un'autostrada davanti, anche se il Congresso non approverà per intero il suo piano che prevede una spesa complessiva di 6 mila miliardi. Biden sta, però, commettendo un grave errore». Quale? «Le politiche di spesa sono popolari e sono ormai accettate anche a destra, ma lui dovrebbe riequilibrarle rassicurando i conservatori su altri terreni: non dando spazio alla cosiddetta woke culture della sinistra radicale e alla pressione per tagliare i fondi per le polizie o per cancellare di retaggi storici controversi. I miei amici che votano repubblicano non amano Trump ma temono queste derive ideologiche della sinistra».

LIBERATE IL GESUITA DALLE PRIGIONI INDIANE

Dalle colonne di Avvenire Lucia Capuzzi ci sensibilizza sul caso di un padre gesuita ingiustamente detenuto in India, accusato di “terrorismo”: 

«Un uccello in gabbia può ancora cantare». Così scriveva Stan Swamy il 14 gennaio, per sintetizzare i primi cento giorni di reclusione per «terrorismo» nel carcere Taloja di Mumbai. Da allora, il gesuita ne avrebbe trascorsi altri 125 in cella e la sua voce si sarebbe affievolita fino a diventare un sussurro. «È debolissimo per una malattia che presenta sintomi compatibili al Covid. Ormai è così da oltre una settimana ma non ha ricevuto assistenza fino a martedì quando, all'improvviso, l'hanno vaccinato, senza preoccuparsi se avesse già contratto il virus. Poi l'hanno portato all'ospedale Jamsetjee Jejeebhoy per alcuni esami ma, dopo qualche ora, l'hanno rimesso in prigione. Siamo molto preoccupati per la sua vita. Chiediamo alle autorità indiane di permetterci di prenderci cura di lui, in uno degli ospedali privati della Chiesa a Mumbai, la Holy Family o la Holy Spirit, attrezzate per assisterlo», afferma padre Xavier Jeyaraj, segretario per la Giustizia sociale e l'ecologia della Compagnia di Gesù, senza nascondere la propria preoccupazione, condivisa da tanti, dentro e fuori l'India. La mobilitazione ha consentito almeno l'apertura di uno spiraglio per il religioso 84enne, malato di Parkinson. Ieri, l'Alta Corte ha ordinato esami medici sul religioso che saranno effettuati oggi. La relazione degli specialisti sarà consegnata ai giudici che domani decideranno sulla richiesta di cauzione per ragioni di salute. Prima di pronunciarsi, inoltre, i togati ascolteranno padre Stan, collegato in video-conferenza. Sempre che riesca a parlare. «Determinato com' è ce la farà», aggiunge padre Xavier che conosce il confratello da oltre trent' anni». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Con un’intervista da non perdere.