Mattarella spiega i vaccini

Il Capo dello Stato interviene sul senso della vaccinazione di massa. Poche decine di persone in piazza contro il Green pass. Il medico De Donno strumentalizzato. Fauci stravolto dal Fatto

Per fortuna in Italia c’è un Capo dello Stato che parla quando i leader politici stanno zitti o parlano a sproposito. È accaduto di nuovo ieri, quando Sergio Mattarella, nel tradizionale saluto alla stampa prima delle vacanze estive, ha parlato anche di vaccinazione e di libertà. Riportiamo qui sulla Versione le sue frasi. Sempre sul fronte pandemia, flop delle piazze No Pass. Poche decine di persone a Milano, nessuno a Genova e a Napoli. A Roma, piazza del Popolo senza molto popolo. Presenti quattro vip del Parlamento: un paio di senatori leghisti con Sgarbi e qualche No Vax militante, eletto dai 5 Stelle e finito al gruppo misto. Gianluigi Paragone, incapace di cogliere il sano cinismo dei romani, si è divertito perché gli hanno gridato: “A Parago’ sei rimasto solo tu”. Una constatazione più che un complimento.

Intanto la campagna vaccinale prosegue con 533 mila 423 iniezioni nelle ultime 24 ore. Figliuolo assicura che le scorte ci sono per continuare con questo ritmo: 16 milioni le dosi in arrivo per agosto. Molta però ancora la confusione sulle notizie scientifiche. Il suicidio del medico De Donno, che aveva tentato la cura con il plasma dei guariti, viene strumentalizzato dai No Vax. Mentre Il Fatto di Travaglio stravolge le affermazioni di Anthony Fauci pur di polemizzare col Governo. Per quanto riguarda le nuove regole sul Green pass, slittano ancora di qualche giorno. Draghi ha parlato ieri con Salvini e gli altri leader di partito e ha deciso di rinviare alla prossima settimana.   

Il Presidente del Consiglio vuole infatti che tutti si concentrino sulla giustizia nelle prossime 48 ore. 5 Stelle da un parte, Forza Italia e Lega dall’altra. David Ermini parla ad Avvenire e spiega il senso del parere del Csm sulla riforma Cartabia “costruttivo” anche quando è critico. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Campeggiano le parole del Capo dello Stato sui vaccini, ma nei titoli di oggi ci sono anche l’accordo sulla giustizia e la nuova fiducia nell’economia. Non c’è un unico argomento stamattina. Il Corriere della Sera sceglie il Presidente: Mattarella: vaccinarsi un dovere. Così come La Stampa: Mattarella: «Vaccinarsi dovere morale». Il Manifesto, si riferisce sempre alle parole del Capo dello Stato col consueto gioco di parole: Libertà condizionata. Avvenire: «Vaccino dovere civico». Il Messaggero: «Vaccinarsi un dovere morale». Il Quotidiano Nazionale senza aggettivi: Mattarella: vaccinarsi è un dovere. Il Fatto va contro corrente anche nei confronti di Mattarella: Fauci: «Vaccinati o no, contagiosità identica». Più scontata l’inclinazione No Vax della Verità: Morti e contagi: i dati dicono che col green pass si rischia. Sulle trame politiche si concentra la Repubblica: Compromesso Draghi-Salvini su giustizia e vaccini. Mentre Il Sole 24 Ore sottolinea gli ottimi dati dell’Istat: Imprese, la fiducia è ai massimi, insieme a Il Giornale: Le imprese hanno fiducia. Libero si occupa dello sfogo di Marta Fascina: Lady Berlusconi: traditori in Forza Italia. Il Domani tratta ancora i veleni tra toghe: Vietato parlare di Eni: «Ora dateci 100 mila euro entro dieci giorni».

SILENZIO, SUI VACCINI PARLA MATTARELLA

Per una volta andiamo diretti alla fonte. Ecco un passaggio del discorso di Sergio Mattarella alla cerimonia di saluto estivo ai rappresentanti dei media. Detta del Ventaglio. Parole chiarissime sui vaccini e la nostra libertà.

«La vaccinazione e gli interventi di rilancio economico continuano a essere gli indispensabili strumenti per assicurare sicurezza e serenità. La pandemia non è ancora alle nostre spalle. Il virus è mutato e si sta rivelando ancora più contagioso. Più si prolunga il tempo della sua ampia circolazione e più frequenti e pericolose possono essere le sue mutazioni. Soltanto grazie ai vaccini siamo in grado di contenerlo. Il vaccino non ci rende invulnerabili ma riduce grandemente la possibilità di contrarre il virus, la sua circolazione e la sua pericolosità. Per queste ragioni la vaccinazione è un dovere morale e civico. Nessuna collettività è in grado di sopportare un numero di contagi molto elevato, anche nel caso in cui gli effetti su molta parte dei colpiti non fossero letali. Senza attenzione e senso di responsabilità rischiamo una nuova paralisi della vita sociale ed economica; nuove, diffuse chiusure; ulteriori, pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese, che possono essere evitate con attenzione e senso di responsabilità. La pandemia ha imposto grandi sacrifici in tanti ambiti. Ovunque gravi. Sottolineo quelli della scuola. Ne abbiamo registrato danni culturali e umani, sofferenze psicologiche diffuse che impongono di reagire con prontezza e con determinazione. Occorre tornare a una vita scolastica ordinata e colmare le lacune che si sono formate. Il regolare andamento del prossimo anno scolastico deve essere una priorità assoluta. Gli insegnanti, le famiglie, tutti devono avvertire questa responsabilità, questo dovere, e corrispondervi con i loro comportamenti. Auspico fortemente che prevalga il senso di comunità, un senso di responsabilità collettiva. La libertà è condizione irrinunziabile ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo».

GRENN PASS, SLITTA IL DECRETO

Dopo un faccia a faccia con Salvini e un giro di telefonate con tutti i rappresentanti della maggioranza, Mario Draghi ha deciso di far slittare il decreto sul Green pass sugli ultimi capitoli aperti: scuola. trasporti e lavoro. Adriana Logroscino per il Corriere.

«Non così in fretta. Il decreto che amplierà l'elenco dei luoghi in cui si accederà solo esibendo il green pass non vedrà la luce questa settimana, come previsto. Ma probabilmente la prossima. Per tre ragioni: non disturbare la delicatissima - e prioritaria per il presidente del Consiglio - trattativa in corso sulla riforma della giustizia, non provocare danni al turismo nella sua fase più espansiva, disporre di dati più aggiornati sul contagio e sulla vaccinazione degli insegnanti. Perché, come si dice da giorni, i primi settori interessati dall'estensione del pass dovrebbero essere la scuola e i mezzi di trasporti, cioè navi, aerei e treni. La carta verde per salire a bordo di bus e metropolitane è un'ipotesi che sarà affrontata ancora più avanti. A informare tutti del rinvio del decreto che avrebbe dovuto far partire le nuove misure fin dal 6 agosto, è Matteo Salvini, al termine dell'incontro «cordiale e proficuo» (come riportano da Palazzo Chigi) con Draghi. «Prima di ipotizzare ulteriori limitazioni sui trasporti, sui treni e sugli aerei, obblighi per gli insegnanti, obblighi per gli operai - rivendica all'uscita il segretario della Lega - si aspettino i dati. C'è una stagione turistica in corso. Ulteriori restrizioni non arriveranno né oggi né domani». Quindi Salvini riferisce qualche dettaglio del faccia a faccia col premier, da cui si evincono i punti fermi per il suo partito. Tra questi «il diritto di tutti i bambini a entrare in classe senza distinzioni e senza esclusioni». Insomma, niente vaccinazione obbligatoria per i ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Nel frattempo arriva la decisione della commissione tecnico-scientifica dell'Aifa di approvare l'impiego dei vaccini Moderna sui 12-18enni. E innesca un'altra presa di posizione di Salvini: «Le comunità scientifiche di mezza Europa dicono il contrario». Ma sul tavolo, per il momento, i dossier sono sufficienti e sufficientemente spinosi da sconsigliare di andare a cercarne altri. Oggi, anche se il ministro Patrizio Bianchi starebbe valutando un rinvio, dovrebbe essere portato all'attenzione delle Regioni il piano scuola. Le regole, cioè, per far partire l'anno scolastico in sicurezza, senza ritardi e, soprattutto, imperativo per tutti, in presenza». 

IL CASO DI DE DONNO, SUICIDA

Era già successo prima con la morte di Carla Fracci, poi di Raffaella Carrà. Per non parlare di quello che è stato scritto sul Presidente di Haiti, ucciso nella sua casa. L’elaborazione del lutto sui social per i No Vax, Ni Vax, Boh Vax è a senso unico: li hanno uccisi “loro”. Loro chi? Ma è ovvio. Il vaccino stesso, oppure i sostenitori dei vaccini o anche qualche vaccinato, nemici contro cui alimentare l’odio continuo. Il medico De Donno aveva tentato una cura al Covid con il plasma dei guariti, e pur essendo favorevole alla vaccinazione di massa, viene ora presentato come un paladino delle “cure alternative” e quindi per definizione vittima della macchinazione della medicina ufficiale. Massimo Gramellini sul Corriere della Sera.

«ll dottor Giuseppe De Donno era appena stato trovato senza vita nella sua abitazione che già i complottisti cronici della Rete, oggi riuniti sotto le bandiere dei No vax, lo eleggevano a martire della causa. Naturalmente l'ipotesi che De Donno si sia ucciso per motivi personali non viene neanche presa in considerazione dai campioni del retropensiero obliquo: 1. De Donno voleva curare i malati di Covid con il sangue dei guariti; 2. gli studi internazionali avevano riconosciuto al suo metodo un'efficacia limitata ai casi meno gravi; 3. lui c'era rimasto male. Per costoro basta unire i puntini e si ottiene il suicidio indotto, quando non addirittura l'assassinio. «Lo hanno ucciso perché non era uno di loro». Ma «loro» chi? Che domande: Big Pharma, l'aristocrazia scientifica delle multinazionali che intende trasformarci tutti in vaccinati della gleba ed è pronta a sbarazzarsi di chiunque ostacoli i suoi piani. Il bello, si fa per dire, è che molti tra gli autonominati vendicatori di De Donno attribuiscono opinioni e stati d'animo a un uomo di cui non sanno niente. Neanche che si era sempre dichiarato favorevole ai vaccini. In quella che è diventata una guerra di religione (sarebbe ingiusto dimenticare che De Donno fu crocefisso sul web da chi ridicolizzava per partito preso le sue cure), ci siamo abituati a vedere i numeri piegati agli interessi di bottega. Ci venga risparmiato di vedere piegate anche le persone, specie quando non hanno più possibilità di replica».

Che cos’è esattamente una fake news sul delicato tema della medicina? Stamattina sui giornali italiani c’è un esempio di scuola. Il Fatto di Marco Travaglio titola in prima pagina: Fauci: “Vaccinati o no, contagiosità identica”. Con tanto di fotomontaggio con Draghi e Fauci. Messa così sarebbe una notizia scientifica clamorosa, rivoluzione copernicana. Se però leggete l’articolo dice quasi il contrario. Il tema del pezzo è la mascherina al chiuso per i vaccinati. Che dà per certe due constatazioni scientifiche: i vaccinati si contagiano e si ammalano fino al 90 per cento in meno. I vaccinati, anche se non completamente immuni, sono protetto dall’infezione e dalla malattia. Quanto al governo italiano (Draghi viene contrapposto a Fauci nella foto in prima) l’articolo dice che ha anticipato l’ indicazione dello scienziato americano sulle mascherine al chiuso, anche se “nel governo c'era chi voleva toglierla”. Ecco il testo di Stefano Caselli:

«Contrordine americani, meglio indossare mascherine al chiuso anche quando si è completamente vaccinati. Sono le nuove linee guida dei Centres of Disease Control and Prevention degli Stati Uniti, il corrispondente del nostro Istituto Superiore di Sanità. È di fatto una retromarcia, poiché l'invito a indossare dispositivi di protezione individuale era stato revocato due mesi fa. Tutta colpa della variante Delta (…) Le nuove linee guida sono state comunicate al presidente Joe Biden (che oggi annuncerà l'obbligo di vaccinazione per i dipendenti e i fornitori del governo federale) dal Consigliere medico della Casa Bianca, Anthony Fauci, che ha poi spiegato agli americani il motivo di questa retromarcia in un'intervista a Pbs News Hour, uno dei tg serali più seguiti: "Raccomandare mascherine al chiuso anche per i vaccinati - ha detto l'infettivologo - può sembrare paradossale, dato il via libera di due mesi fa. Ma non siamo cambiati noi, è il virus che è cambiato. Due mesi fa avevamo a che fare con la variante Alpha, notevolmente diversa dalla Delta, che ha un livello di contagiosità molto più alto. La Delta è una variante pericolosissima, scaltra. I dati che abbiamo in questo momento ci dicono che le persone vaccinate possono reinfettarsi e trasmettere il Covid. Non è un evento comune, anzi è piuttosto raro, ma succede". E una volta che si infettano, ha spiegato Fauci, non sono meno contagiose: "Se guardiamo al livello del virus, nelle mucose delle persone vaccinate che vengono contagiate da un'infezione di Delta nonostante il vaccino, è esattamente lo stesso livello di carica virale presente in una persona non vaccinata che è infetta. Questo è il problema. E ha determinato il cambiamento di linea nell'orientamento della Cdc". Naturalmente, però, i vaccinati si infettano in misura minore: con due dosi tra il 60 e il 90% in meno a seconda degli studi, che però risalgono per lo più a prima della Delta. Negli Usa, come per le Regioni in Italia, esiste un sistema di colori per cui, in base all 'incidenza dei casi, le contee possono essere blu, gialle, arancioni e rosse. (…) Com' è ormai dimostrato, i vaccinati - seppur non completamente immuni - sono protetti dall 'infezione e ancor più dagli effetti più gravi della malattia. È ovvio, quindi, che la retromarcia Usa sia soprattutto una forma di tutela verso i non ancora vaccinati, che protetti non sono, oltre che un freno alla circolazione del virus che può generare nuove varianti. Eppure non mancherà di alimentare lo scetticismo vaccinale. In Italia il dietrofront di Washington non cambia nulla, è semmai la conferma dell'errore commesso nel dichiarare vinta la battaglia prima del tempo: "Noi non abbiamo mai eliminato l'obbligo di mascherine al chiuso, anzi nemmeno all'aperto in caso di assembramenti, né la quarantena per i vaccinati che entrano in contatto con un positivo", spiegano dal ministero della Salute. Nel governo c'era chi voleva toglierla, o almeno ridurla dagli attuali 14 giorni, ma fin qui i più prudenti hanno tenuto il punto».

Avvenire sottolinea gli utili ancora in crescita della Pfizer, mentre la maggioranza dei Paesi del mondo non può permettersi i vaccini.

«L'azienda farmaceutica statunitense Pfizer prevede di vendere quest' anno vaccini anti-Covid sviluppati in collaborazione con la tedesca BioNTech per un valore di 33,5 miliardi di dollari, grazie a ordini per 2,1 miliardi di dosi in tutto il mondo. Una cifra che è anche più alta dei 26 miliardi di dollari su cui il gruppo aveva dichiarato di puntare a maggio. Pfizer ha anche rivisto al rialzo le prospettive per le vendite annuali e i profitti. L'aver sviluppato uno dei primi vaccini anti-Covid - e i conseguenti accordi commerciali - sta dunque incidendo notevolmente sul bilancio dell'azienda farmaceutica Usa. Un balzo significativo che riflette il suo ruolo chiave nella lotta al coronavirus, soprattutto alla luce del diffondersi della variante Delta contro la quale, secondo la società, potrebbe servire una terza dose. Pur ritenendo l'attuale vaccino prodotto con BioNTech efficace, Pfizer spiega infatti che dopo sei mesi la protezione contro l'infezione scende dal 96% all'84. Per questo una terza dose potrebbe essere necessaria per aumentare in modo «forte » le difese. «Nuovi studi mostrano che una terza dose ha effetti neutralizzanti della variante Delta cinque volte maggiori per coloro fra i 18 e i 55 anni dopo la seconda dose, e 11 volte maggiori per coloro fra i 65 e gli 85 anni», evidenzia la società. Resta intanto bloccata, alla Wto, la proposta di deroga temporanea sui brevetti dei vaccini anti-Covid, inizialmente presentata da India e Sudafrica lo scorso anno. La proposta è attualmente sostenuta da 63 governi co-patrocinatori e supportata nel complesso da circa un centinaio di Paesi. A maggio anche l'Amministrazione Biden si era detta a favore della deroga, mentre per quanto riguarda l'Ue resta la spaccatura tra il Parlamento Europeo, favorevole alla deroga temporanea, e la Commissione, finora schieratasi a favore della difesa dei diritti di proprietà intellettuale e sostenitrice di una «terza via» che punta maggiormente sull'apertura dell'export delle dosi dei vaccini». 

GIUSTIZIA, POSSIBILE ARRIVARE AD UN ACCORDO 

Accantonato il Green pass a scuola e sui mezzi per qualche giorno, è invece la giustizia a tenere banco fra i partiti di governo. Fra oggi e domani si potrebbe già arrivare ad un punto di caduta. Liana Milella su Repubblica.

«L'impasse politica sulla riforma della giustizia si scioglie. La Lega apre alla richiesta di M5S sulla mafia, ma chiede che non vadano al macero anche i processi per violenza sessuale e traffico di droga gestito dalle cosche. Salvini dice sì a Draghi. Giulia Bongiorno ufficializza l'apertura. Poi confermata dallo stesso Salvini che usa le sue stesse parole. E ai maligni che subito pensano all'accusa di stupro per il figlio di Grillo, visto che lei è l'avvocato della ragazza violentata, si ribatte che quel reato è dell'estate 2019, quindi fuori dalle future regole. Ma sono proprio le norme scritte ancora assenti a bloccare per un'intera giornata la commissione Giustizia della Camera che dovrebbe licenziare il testo in vista del passaggio in aula di domani. Ieri sera, intorno alle 19, la stessa ministra della Giustizia Marta Cartabia era pronta ad andare a Montecitorio. Poi, la mancanza di una norma già pronta, l'ha fermata. Anche se il relatore dei Dem Franco Vazio ha detto che «il momento della sintesi è vicino». Vicino sì, ma non ancora messo nero su bianco. E "carta canta" per citare Di Pietro. E senza carta M5S, pur soddisfatto perché la richiesta del suo presidente Giuseppe Conte è passata, si ferma. Mario Perantoni, il presidente grillino della commissione, rinvia tutto a oggi. Ma promette che si andrà avanti. Sempre che Forza Italia, sconfitta sull'abuso d'ufficio e sulla norma ad personam per il suo leader Berlusconi, non continui a bussare alla porta di Draghi protestando per non aver incassato nulla. Ma Draghi fa sapere che il premier «è attento alle istanze di tutti». Per questo, febbrilmente, tra via Arenula e Chigi ieri sera i tecnici erano ancora al lavoro. Mentre, dopo aver parlato col premier, anche il segretario del Pd Enrico Letta era pronto ad assicurare la sua volontà di «cercare soluzioni di mediazione con gli altri partiti». Del resto, come non ascoltare, quanto dice il presidente Sergio Mattarella? «Le riforme devono diventare realtà» dice «e non si può fallire ». Vanno bene «la mediazione e l'ascolto», ma poi «bisogna rispettare gli impegni» se di mezzo c'è il Recovery. È la fotografia della riforma della giustizia. Sulla quale fonti attendibili della commissione assicuravano ieri sera che oggi il testo può essere chiuso. E quindi potrà andare in aula senza ricorrere a complicati maxi emendamenti che metterebbero a dura prova i regolamenti molto rigidi della Camera. È certo che la fiducia ci sarà. Chiesta già venerdì sera dopo la discussione generale. M5S la voterà? Conte è soddisfatto? Mentre i suoi cercavano di capire effettivamente quali saranno le modifiche, lui ieri sera ripeteva che «quella sulla giustizia non è una nostra battaglia, ma dell'Italia per bene, dell'Italia che vuole contrastare efficacemente le mafie, il terrorismo, la corruzione. Che vuole processi più veloci, ma non accetta che finiscano al macero, lasciando mortificate le vittime del reato e disorientati i cittadini». Parole non dissimili da quelle di Giulia Bongiorno che garantisce «il massimo impegno della Lega per evitare che, a causa delle disfunzioni della macchina giudiziaria, vadano in fumo processi per reati gravi». Ma quale sarà l'artificio giuridico per salvarli? Le strade possono essere due. Inserire questi reati tra quelli da ergastolo, quindi imprescrittibili e improcedibili, il "fine processo mai" insomma. Oppure prevedere - e questa sarebbe la richiesta del Pd - un tempo più lungo, ma non infinito, e soprattutto un'entrata in vigore della riforma dilatata nel tempo. Certo è che, a spulciare le proposte sul tema, via Arenula scopre che il primo modello era già contenuto in un ddl del 2004 firmato da Giuseppe Ayala, Elvio Fassone, Massimo Brutti e Guido Calvi. Nomi che non hanno bisogno di una presentazione. Quanto alle donne che protestano via Arenula garantisce che nessun reato contro di loro rientrerà tra quelli che possono fruire delle regole soft previste dalla cosiddetta "tenuità del fatto"».

A proposito della riforma, Avvenire ha intervistato David Ermini, vice presidente del Consiglio superiore della Magistratura.

«David Ermini: nel parere oggi in plenum indicazioni per evitare anomalie. «È vero, nel parere della sesta commissione sulla riforma penale, su cui oggi il plenum voterà, ci sono tre o quattro valutazioni critiche rispetto al testo in discussione alla Camera, ma lo sono in senso costruttivo...». Seduto nel suo ufficio a Palazzo dei Marescialli, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini, sceglie con cura i termini da adoperare. «Il parere ci è stato richiesto dal ministro. E abbiamo fatto di tutto per discuterlo prima che il disegno di legge vada in Aula, per dare un contributo costruttivo al dibattito parlamentare - puntualizza -. Ecco, quello del Csm intende essere un contributo non emotivo, ma ragionato, sulle criticità della riforma, nel rispetto delle prerogative del Parlamento». Lei condivide il rischio, segnalato dalla sesta commissione, di «drammatiche ricadute pratiche» del combinato prescrizione-improcedibilità sul lavoro delle Corti d'appello? «Ritengo che possano esserci importanti ricadute pratiche. E i dati contenuti nel parere lo confermano». Il 'rallentamento' sul parere chiesto dal presidente Mattarella vi è servito per ulteriori valutazioni? «Inizialmente il parere era centrato sulla prescrizione, diventata negli anni una tela di Penelope: prima la riforma Orlando, poi la controriforma Bonafede, ora la proposta Cartabia. La prescrizione, è bene tenerlo a mente, è una patologia del sistema: per contrastarla non servono solo paletti di legge, ma tante altre misure e risorse, come l'assunzione di più magistrati e funzionari nei tribunali. Ciò detto, giustamente il presidente della Repubblica ha chiesto di esaminare la riforma penale nel suo insieme. E difatti ci sono altri punti delicati, penso ad esempio alla possibilità che il Parlamento dia criteri generale di priorità nell'azione delle procure... » Intanto, alcuni partiti raccolgono firme per i referendum sulla separazione delle carriere e su altri nodi. Cosa ne pensa? «È uno strumento previsto dalla nostra Costituzione. Ma abroga, non propone. Meglio il lavoro organico del Parlamento, se rapido ed efficace». Pensa che nel maxi emendamento del governo ci saranno correzioni di sostanza? «Non so se ci sarà un accordo nelle prossime ore o nella prossima settimana. Ma sono speranzoso, confido che le forze politiche riescano a trovare un punto d'incontro. Ognuno deve rinunciare a mettere bandierine: non è solo un problema di percepire i fondi europei del Recovery plan, ma di garantire ai cittadini un 'servizio giustizia' migliore, con processi più celeri, pene alternative per carceri meno affollate... » C'è un arretrato di milioni di cause che opprime tribunali e Cassazione. Fra cui spiccano i 115mila ricorsi pendenti dei richiedenti asilo, denunciati dal nostro quotidiano. È possibile rivedere le tabelle dei posti nelle sezioni immigrazione, al momento non adeguate? «Conosciamo il problema, al quale il Consiglio riserva da tempo attenzione. La materia costituisce oggi una sfida fondamentale per la giurisdizione civile». Torniamo alla riforma penale. Cosa suggerite? «Spetta al legislatore individuare le misure da proporre. Noi ci limitiamo a rendere pareri che possano contribuire a far funzionare la macchina del processo, evitando anomalie. L'altro parere, quello sulla giustizia civile, invece slitterà a settembre». Perché? «Vedendo che il Senato non se ne occuperà adesso, abbiamo deciso di rinviare anche noi, per questioni tecniche, in modo da esaminare con attenzione la relazione e gli emendamenti collegati». Veniamo alla riforma del Csm. È sempre più urgente, no? «Non si può più rinviare. Questa consiliatura scadrà l'anno prossimo ed è necessario eleggere il nuovo Csm con nuove regole, cambiando sistema». Quando scoppiò il caso Palamara, sui rapporti fra correnti delle toghe e politica, in molti chiesero lo scioglimento dell'attuale Csm. Ma lei non fu d'accordo. Perché? «Non aveva senso. Si sarebbe rivotato con gli stessi meccanismi un Csm diverso forse nei componenti, ma espressione del medesimo sistema». Sono passati due anni, come avete cercato di cambiare? «Lo choc è stato forte, con le dimissioni di diversi consiglieri. Ma ha permesso al Csm e alla magistratura di diventare consapevoli della necessità di un cambiamento. Al Parlamento dico: fatela, questa benedetta riforma. Non è solo questione di correnti, il problema è il carrierismo, ossia quando si usano certi rapporti per raggiungere incarichi». C'è chi fa notare come la sua nomina, da esponente del Pd eletto come 'laico' e poi vicepresidente, sia figlia di intese fra toghe e politica. «Lo è stata perché la Costituzione così prevede. Il vicepresidente, membro non togato, viene espresso da una votazione del Consiglio, a seguito di una convergenza tra componente laica e togata». Il suo mandato scadrà l'anno prossimo. Quale Csm lascia a chi le succederà? «Spero che sia un Consiglio riformato in meglio. Francamente, in questi tre anni non è stata facile. Prima il caso Palamara, le chat e le intercettazioni; quindi la vicenda Amara... Ringrazio il presidente Mattarella, che non ha mai fatto mancare il suo appoggio, con una fermezza e un senso istituzionale che sono d'esempio». Presto il caso Palamara e altre vicende andranno a processo. Che aspettative ha? I processi andranno come dovranno andare e non sarò io a commentarne l'esito. Basteranno riforme e sentenze per recuperare la fiducia dei cittadini nella magistratura? «Le riforme sono importanti. Al contempo, è necessario che i 9 mila magistrati non siano autorefenziali, ma attenti alle esigenze della società. E che dimostrino sempre di essere autonomi e indipendenti». 

Giuseppe Conte ha riunito i 5 Stelle per ragionare sulla riforma della giustizia. La cronaca di Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Bocche cucite, tensione altissima e molta preoccupazione. È l'ora di cena quando Giuseppe Conte convoca via zoom la cabina di regia sulla giustizia dopo una giornata frenetica di trattative. Il leader del Movimento sceglie di avere accanto a sé i ministri, i capigruppo e gli esperti di Giustizia della Camera per un confronto secco. Vuole unità e condivisione, perché sa che in gioco c'è il futuro dei Cinque Stelle, a partire dal voto di fiducia al governo. Si mette in prima linea Conte. Ribadisce il concetto anche ai suoi: «Siamo compatti e saremo coerenti fino alla fine». E spiega: «Non è una nostra battaglia. È una battaglia dell'Italia perbene. Dell'Italia che vuole contrastare efficacemente le mafie, il terrorismo, la corruzione. Che vuole processi più veloci, una giustizia più equa ed efficiente, ma che non accetta che i processi finiscano al macero, lasciando mortificate le vittime del reato e disorientati i cittadini». La trattativa nel pomeriggio subisce una battuta d'arresto, si aggroviglia. Le pressioni del centrodestra complicano un percorso già abbastanza tortuoso. Con il passare delle ore gli umori nel Movimento diventano più cupi. «Gli spazi per trovare un'intesa si stanno restringendo», ammette un pentastellato. Si cerca di trovare un punto di caduta che faccia leva anche su un senso «istituzionale» della riforma. In serata si registra un'apertura dei Cinque Stelle a evitare la prescrizione non solo ai reati di mafia, ma anche a quelli di violenza sessuale e traffico di droga: la trattativa rimane in piedi. Spiragli, dopo una giornata lunghissima. Conte è già intervenuto in tarda mattina, dopo aver incontrato ancora i parlamentari. «Sulla giustizia continuiamo ad attendere che si realizzi l'esito di questo confronto. Adesso ci sono anche i pareri del Csm e verranno discussi dal plenum. È un ulteriore contributo tecnico che ci serve per mettere a fuoco le criticità». Parla anche della norma che delega al Parlamento l'individuazione dei reati da perseguire nell'attività dell'azione penale. «Ritengo anche quella una norma critica - sottolinea l'ex premier, che gestisce in prima persona la trattativa con Mario Draghi -. Per carità in altri ordinamenti indirizzi del genere sono anche previsti, però quando caliamo nel nostro conosciamo i rapporti difficili del passato tra politica e magistratura. Ritengo che quella norma sia critica, è bene lasciare e realizzare appieno il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale e gli interventi del Parlamento possono essere molto molto critici e delicati». Gli interventi del nuovo leader dividono i Cinque Stelle. C'è chi teme un compromesso al ribasso sulla riforma («Conte sembra pronto ad accogliere qualunque tipo di mediazione»), altri invece sottolineano come Conte stia cercando di essere inclusivo coinvolgendo i parlamentari in questa fase. Di sicuro l'avvocato tesse le fila, cerca di ridare un'agenda al Movimento (non a caso parlando con i cronisti rispolvera le norme sul conflitto di interessi). I parlamentari già martedì gli presentano il conto di mesi di stallo, soprattutto con richieste legate ai territori, alle amministrative d'autunno e al fatto che il M5S rischia di rimanere al palo in diversi comuni. «Siamo soddisfatti del confronto», dicono alcuni. La tenuta dei gruppi è il primo test interno per l'ex premier, il prossimo e più importante è il varo dello statuto. Se l'esito appare più che scontato, è incerta invece la partecipazione della base pentastellata, provata da mesi di battaglie interne e dalle vicende parlamentari che hanno toccato i Cinque Stelle. Ecco perché il quorum dei votanti sarà uno scoglio da tenere in considerazione. Ecco perché ieri il futuro presidente M5S ha rilanciato le nuove stelle del Movimento e la carta dei valori: una tappa di (ri)avvicinamento agli attivisti in vista del voto della prossima settimana. A febbraio, in seconda convocazione, i votanti furono poco più di 10 mila». 

TORNA LA FIDUCIA DELLE IMPRESE E DELLE FAMIGLIE

Ottime notizie sul futuro della nostra economica. Secondo l’Istat sono i dati migliori degli ultimi 16 anni per quanto riguarda la fiducia delle imprese e delle famiglie. Filomena Greco sul Sole 24 Ore.

«Da un lato, la manifattura che continua a recuperare terreno tanto da alimentare quel rimbalzo che vale da inizio anno - e fino al mese di maggio - un aumento del giro d'affari del 5,3% rispetto ai livelli pre-Covid di gennaio-maggio 2019. Dall'altro, un balzo dell'indice di fiducia a luglio sia per le famiglie che per le imprese, con il valore più elevato di tutta la serie storica (l'indice è calcolato da marzo 2005). La fiducia L'ultima rilevazione dell'Istat fa emergere come nelle costruzioni, nei servizi e nel commercio al dettaglio l'indice composito di fiducia registrato nel mese di luglio aumenti in maniera decisa, rispettivamente da 153,6 a 158,6, da 107,0 a 112,3 e da 107,2 a 111,0, mentre nel comparto manifatturiero l'incremento è pari a circa un punto, da 114,8 a 115,7, con un miglioramento soprattutto dei giudizi sugli ordini. Bene le attese relative ai servizi - in netto recupero i giudizi su ordini e andamento degli affari - e al commercio, dove le attese sulle vendite sono in miglioramento. L'indice di fiducia dei consumatori poi continua la risalita registrando un picco da settembre 2018. La crescita è trainata dal miglioramento dei giudizi sia sulla situazione economica generale sia su quella personale. La spinta della manifattura In questo contesto di forte spinta in avanti dell'industria si inserisce l'analisi della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e da Prometeia sui settori manifatturieri italiani, che stanno recuperando più in fretta, e in maniera più brillante, rispetto a Germania, Francia e Spagna. L'indagine mette sotto la lente d'ingrandimento i diversi comparti produttivi e fa emergere un dato su tutti: nei primi cinque mesi dell'anno il manifatturiero italiano ha consolidato la ripresa del fatturato superando i livelli pre-Covid grazie alla spinta del mercato interno e dei mercati internazionali».

TUNISIA, SARÀ RIPRISTINATA LA DEMOCRAZIA?

Il Presidente tunisino torna a promettere che presto la sospensione della democrazia finirà, con la designazione del nuovo premier. Il punto di Giampaolo Cadalanu per Repubblica.

«Un docente di diritto Costituzionale in pensione non è un generale dei carristi cresciuto nel mito delle Forze Armate. Se il secondo può anche diventare un golpista, dicono gli analisti tunisini, il primo non lo sarà mai. Insomma, Kais Saied non è Abdel Fatah Al Sisi, come la Tunisia non è l'Egitto. I sostenitori del presidente ne sono certi: il nome del nuovo premier arriverà presto, come chiede la comunità internazionale, il Parlamento riprenderà i lavori appena possibile e la resa dei conti con il partito islamico Ennahda e con i fiancheggiatori sarà gestita senza abusi o deviazioni dalla strada della democrazia. Le prime indiscrezioni sui nomi dei candidati premier, sulla stampa tunisina, cominciano a circolare: si parla di Taoufik Charfeddine, fedelissimo del presidente ed ex ministro degli Interni, Nizar Yaîche, ex titolare delle Finanze, anch' egli vicino alla presidenza, Marouane Abassi, governatore della Banca Centrale, e Imed Hazgui, in passato responsabile della Difesa. Nel frattempo lo scontro del professore con gli islamici continua ad essere duro: «Saied aveva più volte lanciato moniti e avvertimenti, ma non era stato preso sul serio», dice Ayan Allani, analista politico e docente di Storia contemporanea alla università Manouba. Forse gli uomini dell'Islam politico hanno sottovalutato il docente, misurando la sua figura di tradizionalista, un po' rigida e formale, sull'esperienza universitaria, invece che sulla capacità di decisione politica. Del possibile ricorso all'articolo 80 si parlava da tempo, tanto che il sito Middle East Eye aveva diffuso un documento segretissimo della segreteria presidenziale già nel maggio scorso, in cui si parlava di misure ancora più forti di quelle adottate. Al momento un percorso scelto per verificare le responsabilità della disastrosa situazione politica, economica e sanitaria della Tunisia è quello giudiziario: la Procura generale ha confermato che già prima delle misure presidenziali - il congelamento del Parlamento e la destituzione del premier Hichem Mechichi - era partita un'indagine sui finanziamenti esteri illegali per i partiti di governo. Per ora i dettagli delle accuse non sono divulgati, ma tutti sanno di chi si parla. Qatar e Turchia sono da sempre i grandi protettori dei Fratelli musulmani, e dunque di Ennahda, ma vista la situazione stanno già prendendo le distanze. Secondo la stampa tunisina, il leader del partito islamico Rachid Ghannouchi ha di recente cercato sostegno a Doha, ma non è stato nemmeno ricevuto dall'emiro Tamin Al Thani. E anche le dichiarazioni che arrivano da Ankara, dopo una prima condanna del "golpe" da parte del partito Akp, sono prudenti: il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu conferma «il sostegno verso tutto ciò che è nell'interesse del popolo tunisino». Ieri poi il presidente ha rimosso a forza di decreti una ventina di altissimi burocrati di governo: al centro delle misure c'è lo scandalo dei dossier giudiziari spariti, da quelli sui sospetti terroristi ai casi di corruzione, agli omicidi dei deputati di sinistra Choukri Belaid e Mohamed Brahmi nel 2013. I fascicoli sono stati ritrovati, e i militanti filo- Saied sono convinti che fossero nascosti a casa di esponenti di Ennahdha. Più ancora che nelle aule di tribunale, il presidente Saied sa che il futuro della democrazia tunisina si gioca sul terreno della repressione del dissenso e sulla libertà dell'informazione: in questo senso la chiusura forzata della sede tunisina di Al Jazeera ha suscitato forte preoccupazione. Fonti di stampa argomentano sulla necessità estrema di una scelta così radicale: secondo conversazioni intercettate, la tv del Qatar sarebbe stata sul punto di avviare un collegamento in diretta con il premier destituito, che in sostanza - dicono i sostenitori di Saied - avrebbe voluto incitare i sostenitori di Ennahda alla rivolta, con pericolo reale di avviare uno scontro duro, dalle evoluzioni incontrollabili».

LA TURCHIA RESTA IN AFGHANISTAN

Gli americani hanno tolto le tende, ma i turchi hanno intenzione di restare in Afghanistan, quantomeno per cercare di arrestare alla fonte il flusso di profughi. Marta Ottaviani per Avvenire.

«Erdogan rafforza la presenza militare lungo le frontiere ma non rinuncia a un ruolo da leader con Kabul La Turchia è nel mezzo di una emergenza migratoria, quella dei flussi provenienti dall'Afghanistan. Un fenomeno che per Ankara non rappresenta una novità, ma che si sta intensificando ora che nel Paese i taleban stanno riprendendo terreno, con la conseguente fuga di migliaia di persone. Solo da inizio settimana, al confine fra Turchia e Iran, sono stati bloccati in oltre 2.000 fra uomini, donne e bambine. Ieri la Mezzaluna non ha avuto altra scelta che rafforzare la presenza militare sul confine. A destare particolare preoccupazione è la zona di Van, dove l'accesso in Turchia è particolarmente frequente. «Abbiamo rafforzato il confine con truppe e sistemi di sicurezza», ha spiegato il ministro della Difesa turco, Hulisi Hakar. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha da tempo annunciato che la Turchia rimarrà in Afghanistan nonostante il ritiro delle truppe Usa e degli altri contingenti. L'obiettivo è quello di tentare una mediazione con i taleban in modo da accrescere l'importanza della Turchia nell'area e accreditarsi nuovamente agli occhi di Washington come un partner strategico e credibile. Ma la strada è tutta in salita e l'emergenza migratoria di certo non aiuta. Il presidente è stretto fra due fuochi: i sogni di gloria internazionale e la situazione che nel Paese sta diventando esplosiva, soprattutto nel sud-est dove gli afghani arrivano e dove gli episodi di intolleranza stanno aumentando. Secondo le stime ufficiali, sono circa 200mila gli afghani che attualmente si trovano sul suolo turco e che si vanno ad aggiungere agli oltre tre milioni di siriani. In parte sono migranti in transito che sognano di raggiungere l'Europa. In parte, però, si fermano a cercare fortuna in Turchia. Molti di loro sono immigrati irregolari e vivono in condizioni di miseria. Quando vengono scoperti dalle autorità, sono espulsi dalla Mezzaluna e rimandati a Kabul in aereo. Ma il ricambio ormai è continuo e Ankara deve fare di tutto per cercare di fermare gli ingressi».

L’ASSALTO A CAPITOL HILL

Anna Lombardi su Repubblica racconta i lavori della commissione parlamentare Usa 1/6, che si occupa dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill.  

«Ho avuto più paura quel giorno, a causa di americani come me, di quando ero in missione in Iraq» piange il sergente Aquilino Gonell, ex veterano dell'esercito poi entrato nel corpo che garantisce la sicurezza del Congresso, evocando davanti alla commissione incaricata di indagare sull'assalto di Capitol Hill dello scorso 6 gennaio - riunitasi lunedì per la prima udienza, trasmessa in diretta tv - come la folla gli spaccò una mano bastonandolo con aste di bandiera, dopo averlo stordito con spray al peperoncino: «Pensai "ecco, morirò oggi cercando di proteggere l'accesso al palazzo"» dice asciugandosi gli occhi. «Fu una battaglia corpo a corpo di tipo medievale » gli fa eco il collega Daniel Hodges: «Mi hanno schiacciato contro una porta a vetri, cercando di strapparmi la maschera antigas. Uno di loro tentò di cavarmi un occhio spingendo il suo pollice contro la mia pupilla. Urlavo di dolore e nessuno aveva pietà». Anzi. Quelli che lui chiama sempre «terroristi» gli urlavano «sei un bianco e stai dalla parte sbagliata, ti ammazziamo». Non trattiene le lacrime neanche l'agente afroamericano Harry Dunn: «Non ero mai stato insultato a quel modo mentre indossavo la divisa: mi dicevano "negro di merda". Altri incitavano a uccidermi: "Non è un vero americano" ». Poi però alza la testa: «La democrazia è stata più forte di loro. Hanno provato ad abbatterla ma hanno fallito». Micheal Fanone, infine, è paonazzo: «Alcuni dimostranti avevano le bandiere blu pro-polizia» ricorda. «Eppure mi hanno trascinato in mezzo a loro, disarmato, picchiato. Urlavano "ammazziamolo con la sua pistola"». Sbatte il pungo sul banco dei testimoni: «C'è ancora chi dice che le cose non sono state poi così gravi. L'indifferenza da noi subita è vergognosa». Sono davvero drammatiche le dichiarazioni dei quattro poliziotti chiamati ad aprire la sfilata di testimonianze davanti alla commissione incaricata di far luce sul giorno più lungo della democrazia americana. Il goffo ma violento attacco al Congresso, avvenuto otto mesi fa, per tentare di fermare il voto di certificazione della vittoria di Joe Biden alle presidenziali: "vittoria rubata coi brogli" secondo quanto disse quel giorno Donald Trump infiammando la piazza. Certo, l'indagine intende far emergere le falle organizzative che permisero alla folla di entrare fin dentro le aule di Camera e Senato costringendo i legislatori alla fuga. Sapere perché la difesa del palazzo non fu rinforzata pur sapendo della manifestazione. E pure i motivi di ritardo della guardia nazionale, intervenuta soltanto ore dopo. Ma vuol anche svelare le responsabilità politiche. Quelle di certi deputati legati ai complottisti di QAnon come Marjore Taylor Green, vista il giorno precedente insieme ad alcune persone poi implicate nella rivolta, intenta a fargli fare un tour del palazzo. E quelle dell'ex presidente: che ora potrebbe essere sottoposto a "subpoena", una convocazione d'imperio, cui da privato cittadino potrà esimersi meno facilmente di come fece durante il suo secondo impeachment: quando rifiutò di comparire in aula per parla re di quegli stessi fatti. Tanto più che fin dalle prime testimonianze tutti concordano: «La folla gridava "ci manda Trump"». Ristabilire la verità sui fatti di quella giornata dove morirono cinque persone - l'agente Brian Sicknick e quattro assalitori: Ashli Babbitt, uccisa da un poliziotto con un colpo in petto. E poi Kevin Greson, Benjamin Phillipps e Rosanne Boyland - e altre 140 rimasero ferite è d'altronde lo scopo principale della commissione: visto che da allora i repubblicani hanno provato a sminuire la virulenza di quella giornata, parlando di infiltrati e prendendo pure le difese dei rivoltosi. I dem, in realtà, volevano una commissione bicamerale sul modello di quella dedicata agli attacchi dell'11 Settembre: ma è stata bloccata dai Rep. Si è dunque creato un "select committee", una commissione speciale alla Camera. Boicottata però dai fedelissimi di Trump dopo che la speaker Nancy Pelosi ha posto il veto a due dei cinque nomi proposti dal leader della minoranza Kevin McCarthy: opponendosi alla presenza, nel comitato, di chi aveva votato contro la certificazione dell'elezione e poi sminuito le violenza (Jim Jordan dell'Ohio e Jim Banks dell'Indiana). Pelosi ha dunque scelto lei, fra le polemiche, due repubblicani che avevano votato a favore dell'impeachment di Trump: Adam Kinzinger e Liz Cheney. «Davvero odiamo i nostri avversari politici più di quanto amiamo il nostro paese e rispettiamo la nostra costituzione?» ha chiesto quest' ultima nell'accorato discorso introduttivo ai lavori: «Davvero siamo così accecati dalle rivalità politiche da gettare via il miracolo americano?». Una data per le nuove udienze ancora non c'è. Ma non sarà certo la verità su quel giorno a riunificare l'America divisa sul sul suo giorno più lungo». 

NUOVO VESCOVO CATTOLICO IN CINA

Un’ordinazione frutto dell’intesa sino-vaticana firmata tre anni fa. La cronaca di Avvenire.

«In Cina, ieri la Chiesa cattolica ha fatto festa: nella Cattedrale di Pingliang, provincia cinese di Gansu, è stato consacrato il nuovo vescovo coadiutore. È Antonio Li Hui - nato nel 1972 nella contea di Mei, provincia di Shaanxi -, sacerdote dal 1996, laureato all'Università Renmin di Pechino e molto attivo nell'aiuto ai poveri. Durante l'ordinazione è stata data pubblicamente notizia dell'approvazione papale. Lo ha confermato ufficialmente la Santa Sede, attraverso il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni, ricordando che si tratta della quinta nomina nell'ambito dell'Accordo provvisorio siglato nel 2018: è anche questo un bel segno. Si tratta di un'ordinazione di particolare interesse anche perché è interamente frutto dell'intesa sino-vaticana firmata nel 2018 e rinnovata lo scorso anno. L'Accordo, dunque, funziona e dà buoni risultati, malgrado qualcuno lo dia periodicamente per morto o almeno per moribondo. È successo anche pochi mesi fa, quando sono state approvati nuovi regolamenti per le attività religiose che non citavano l'intesa tra Santa Sede e Cina. Ma è normale - e positivo - che regolamenti interni non interferiscano con accordi internazionali, come ha chiarito Avvenire. Com' è ovvio, non tutti i problemi sono risolti dall'Accordo e del resto lo aveva già previsto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al momento della firma. In questo caso a far problema sono i tempi lunghi: il vescovo Li Hui è stato eletto circa un anno fa e la sua ordinazione sarebbe potuta avvenire prima, con grande beneficio della diocesi e dei fedeli. Oltre ai ritardi causati dalla pandemia di Covid-19, continuano a pesare la complessità dei passaggi amministrativi interni tra autorità centrali, provinciali e locali per decidere qualunque passaggio. Vale anche per Wuhan, per cui si parla da tempo dell'ordinazione di un nuovo vescovo. Qui - come pure altrove - a rallentare l'ordinazione è il problema dei confini molto antichi delle diocesi cinesi, fissati nel lontano 1946. Laddove c'erano tre diocesi che comprendevano anche larghe aree rurali, oggi c'è una megalopoli - divenuta famosa in tutto il mondo - con diversi milioni di abitanti. Ragioni civili e pastorali insieme spingono per tale unificazione. Si tratta di problemi che la Chiesa cattolica si trova ad affrontare quotidianamente ovunque: non è difficile superarli, ma richiedono un dialogo paziente e laborioso tra tutte le parti interessate. Oggi uno dei motivi per cui i problemi della Chiesa in Cina implicano tanto tempo per essere risolti è che ci vorrebbe più dialogo. Più occasioni, momenti, livelli di dialogo. Non meno, come vorrebbero gli avversari dell'Accordo. Molti si stupiscono che papa Francesco e la Santa Sede cerchino il dialogo con le autorità cinesi, ma è evidente la sua necessità per migliorare la vita dei cattolici in Cina (e di tutto il popolo di questo grande Paese, che il Pontefice ha sempre presente, come mostra la sua preghiera per le vittime delle terribili alluvioni dei giorni scorsi). Non si deve però credere che la scelta del dialogo sia la più facile e la più conveniente. Lo mostra anche la parabola del vescovo di Kunming, Ma Yinglin, celebrante principale dell'ordinazione di Li Hui. Ordinato illegittimamente non per sua scelta, ha assunto la carica di presidente della Conferenza dei vescovi (non riconosciuta da Roma) nel momento più difficile dei rapporti fra la Santa Sede e il governo cinese. Nel 2010 ci fu infatti davvero una rottura inattesa nel dialogo tra le due parti e l'Accordo - di fatto già raggiunto venne lasciato cadere. Seguirono conflitti sempre più aspri, la ripresa delle ordinazioni illegittime e scomuniche mai pronunciate in precedenza. Ma Yinglin si è trovato al centro dello scontro, con attacchi dalle diverse parti. Ma non si è perso d'animo e ha operato pazientemente e silenziosamente per riavvicinare la Chiesa in Cina al Papa e alla Santa Sede. Si deve anche all'opera discreta di quest' uomo di fede e di grande simpatia umana - dal 2018 in piena comunione con il Papa - se oggi non ha più senso parlare di una Chiesa cattolica in Cina 'indipendente' da Roma».

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