Meloni bocciata
La premier tenta una forzatura sulle preferenze e viene bocciata nel segreto delle urne. Mancano 35 voti di maggioranza: "Riflessione". Nuove misure anti maranza. Trump ci ripensa: no dazi ad Hormuz
Clamoroso a Montecitorio. Con 188 voti contrari e 187 a favore, la Camera ha bocciato a scrutinio segreto l’emendamento alla legge elettorale che prevedeva, insieme al capolista bloccato, la possibilità di barrare fino a tre preferenze nei collegi plurinominali (senza considerare il genere). L’emendamento, firmato inizialmente solo da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, ieri aveva ricevuto anche il sostegno di Lega e Forza Italia. Soprattutto è stato oggetto di una forzatura personale da parte della premier Giorgia Meloni, che aveva anche invitato l’opposizione a rinunciare al voto segreto. Invece proprio nel segreto dell’urna sono mancati al governo, facendo tutti i calcoli, 35 voti. Non è un incidente casuale di qualche infedele, come sperano stamani i giornali di destra. I voti mancati sono un fatto politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo sa e nella sua ultima reazione via social ha invocato un momento di riflessione all’interno del centrodestra.
Secondo il Giornale e Repubblica una parte rilevante dei franchi tiratori potrebbe essere composta da deputate donne del centrodestra, preoccupate per l’assenza di garanzie sulla rappresentanza femminile dopo l’emendamento. Crescono anche i sospetti verso deputati vicini a Marina Berlusconi, contrari a riforme che rafforzerebbero il potere della premier, come scrive oggi Ilario Lombardo sulla Stampa.
Tutti i partiti dell’opposizione hanno immediatamente sottolineato la sconfitta del governo, invocando le dimissioni e nuove elezioni. Dalla maggioranza il vicepremier Antonio Tajani ha cercato invece di minimizzare, sostenendo che non ci saranno conseguenze sull’esecutivo. In molti scrivono che potrebbero essere anticipate le elezioni politiche già al prossimo settembre, come accadde dopo il governo Draghi, ma allo stato non ci sono segnali da Palazzo Chigi e dal Quirinale in questo senso. Dal governo dicono: si va avanti.
Poco prima del voto a Montecitorio ieri il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a un nuovo provvedimento sulla sicurezza, questa volta incentrato sul contrasto alle baby-gang. La misura principale riguarda il fermo preventivo che sarà possibile anche nei confronti dei minori e potrà essere realizzato anche dalla polizia locale.
Donald Trump ci ha ripensato: sostenendo che glielo hanno chiesto gli alleati, ha fatto marcia indietro sul blocco a Hormuz col dazio al venti per cento. Ma il nuovo annuncio non ha cambiato molto la situazione. Lo Stretto resta chiuso. Oggi i giornali tornano anche sull’impianto nucleare iraniano che Trump aveva minacciato di colpire, sostenendo che è difficilmente vulnerabile.
Fatalmente legati alla crisi di Hormuz, ieri è stato il primo giorno del sesto round di colloqui sul Libano, che si svolgono a Roma all’Ambasciata statunitense fra le delegazioni libanese e israeliana. Riporta Il Manifesto: “La prima delle due giornate di negoziati si è occupata di come tradurre gli impegni assunti in un meccanismo operativo sul terreno. Oggi sarà discussa di nuovo la proposta delle «zone pilota» nel Libano meridionale, dalle quali Israele dovrebbe ritirarsi lasciando che l’esercito libanese vi si dispieghi senza consentire il ritorno dei combattenti di Hezbollah. Tra le località prese in considerazione figurano la catena montuosa di Zawtar orientale e occidentale, Frun, Qalawiya e Burj Qalawiya. L’estensione geografica delle aree sperimentali non piace a Israele, che pensa a un arretramento soltanto simbolico delle proprie truppe”. Secondo quanto ha scritto ieri l’agenzia Axios, Trump avrebbe chiesto a Benjamin Netanyahu di ritirare le truppe dal Libano.
Grande parata militare europea a Parigi per la festa del 14 luglio, dove Emmanuel Macron ha ospitato nell’occasione i leader europei e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Scrive Il Fatto: “Come filo conduttore della giornata Macron voleva il risveglio strategico dell’Europa, in linea con la politica portata avanti negli ultimi anni, culminata nell’accelerazione del riarmo e del bilancio della Difesa”. Per il Manifesto è il risveglio militare dell’Europa.
Concluso proprio ieri un accordo tra Ucraina e Francia che porterà Kiev ad acquistare sistemi di difesa aerea Samp/T e i caccia Rafale. Oggi la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sarà in visita nella capitale ucraina: si attendono annunci su nuove misure per il sostegno militare al Paese, mentre come scrive La Stampa va avanti per la procedura dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
Ieri il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha visitato alcuni prigionieri russi detenuti a Leopoli, in Ucraina, nell’ambito di un’operazione umanitaria. “Il Papa prega perché la guerra finisca il prima possibile. E si impegna perché torniate a casa al più presto”, questo il messaggio portato da Zuppi ai detenuti russi.
Intanto il Sole 24 Ore segnala il nuovo boom della Cina, all’insegna della tecnologia: più 27% di esportazioni nell’ultimo anno. Commenta Giuliano Noci: “Pechino non esporta più soltanto prodotti. Fa molto di più e molto meglio. Esporta un’architettura industriale. Un sistema che integra manifattura, software, batterie, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e controllo delle materie prime critiche”.
A proposito di Cina, Lucio Brunelli in un bell’editoriale per Avvenire, spiega la differenza sostanziale fra il caso dei lefebvriani e il caso dei Vescovi “patriottici” cinesi. La Chiesa non ha mai parlato di “scisma” in Cina perché la pressione sul clero viene dal governo, da un agente esterno. La divisione, infatti, non è provocata da una rottura teologica e di obbedienza a Roma voluta dai Vescovi ma dalla pressione del regime.
Dalle pagine culturali: La Stampa ricorda in una doppia paginata Arrigo Levi, direttore degli anni Ottanta e anche volto televisivo delle reti berlusconiane, prima della discesa in campo.
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LA FOTO DEL GIORNO
L’immagine ritrae il momento dell’Aula di Montecitorio in cui è stato bocciato l’emendamento proposto dal governo sulla legge elettorale che è in approvazione in questi giorni. Per un voto non è passata la norma sulle preferenze, proposta insieme a Noi Moderati e Udc, su cui Giorgia Meloni aveva “messo la faccia”.
Foto: Ansa
Vediamo i titoli sui giornali di oggi.
LE PRIME PAGINE
Giorgia Meloni sconfitta alla Camera è la notizia del giorno. Il Corriere della sera è secco: Governo battuto sulla legge elettorale. Repubblica è gergale: Il governo va a sbattere. La Stampa anglosassone: Preferenze, sconfitta Meloni. Il Quotidiano Nazionale dà subito voce alla premier: Bocciate le preferenze. Meloni: ora una riflessione. Simile il Messaggero: Preferenze, maggioranza battuta. Il Fatto propone un neologismo: Il bottarellum. Ma è più appropriato il manifesto: Bocciatellum. Il Domani sintetizza: Meloni bocciata sulle preferenze. Destra spaccata, il governo trema. Delusi e un po’ preoccupanti i titoli dei giornali di destra. Il Giornale grida all’: Alto tradimento. Libero ha trovato le colpevoli e fa un titolo iper-maschilista: Il governo va sotto. Colpa delle donne. La Verità invece cerca i colpevoli: La maggioranza perde pezzi. Parte la caccia ai traditori. Ah, ecco. Il Sole 24 Ore segnala un nuovo boom cinese: L’export cinese batte i dazi (+27%). Mentre Avvenire celebra la visita di Zuppi ai prigionieri russi a Leopoli: Pace ai prigionieri.
ARTICOLI DI MERCOLEDÌ 15 LUGLIO
In un unico pdf tutte le citazioni che meritano in ordine logico:


