Merendino col vaccino

Dopo lo stop di Pasqua, Pasquetta con 170mila vaccinazioni. Ancora poche. Salvini vuole riaprire. Mieli propone una tregua. Zaia anche. Il Papa chiede vaccini per tutti. Draghi va a Tripoli

Passate le feste, domani riaprono le scuole. Le Regioni tornano in arancione e rosso. I dati del contagio non permettono di vedere il giallo nella cartina dell’Italia dei divieti. Ma la discussione sulle riaperture continua, con Matteo Salvini che nel Governo si è ritagliato il ruolo di paladino contro “il rosso ideologico”. Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, ammette, pur chiedendo di riaprire, che il “rosso” è in realtà diventato molto relativo (Tiziano Ferro fu profeta). Mentre il suo collega Zaia tende ad attenuare le polemiche fra “aperturisti” e “chiusuristi”. Per lui Draghi è come Churchill e la guerra si fa, ma vaccinando. A proposito di guerre, Paolo Mieli invoca una “tregua d’aprile”, in sostanza chiede allo stesso Salvini e ai rumorosi sostenitori delle riaperture di non polemizzare troppo per i prossimi decisivi trenta giorni. Quanto alla vaccinazione di massa, la Pasqua ha rappresentato una frenata. Dalle 6 di mattina del giorno di Pasqua a ieri mattina erano state fatte solo poco più di 91 mila iniezioni. Mentre dalle 6 di mattina del giorno di Pasquetta alle 6 di questa mattina ci sono state 170 mila 454 somministrazioni. Merendino col vaccino. Un numero più accettabile, ma ancora lontano dalle 250/300 mila a cui ci eravamo abituati negli ultimi giorni di Quaresima. Sulla carta ci sono le scorte per accelerare nuovamente. Speriamo che le Regioni lo facciano.

Papa Francesco nel tradizionale discorso pasquale “Urbi et Orbi” (a Roma e al mondo) è tornato a sollevare il diritto di tutti alla vaccinazione. Nella sua visione il mondo contemporaneo tende sempre a “scartare” i più poveri e i più deboli e la calamità mondiale della pandemia rischia di aumentare questo “scarto”. Concretamente e simbolicamente nei giorni scorsi in Vaticano, nell’aula Nervi, sono stati vaccinati alcuni poveri di Roma. Sul Foglio c’è sa segnalare un articolo molto duro sul complottismo No Vax che identifica negli Ebrei i gestori occulti della pandemia. Quanto alla politica italiana, ci sono discussioni nei 5 Stelle in vista del ricordo di Gianroberto Casaleggio, a cinque anni dalla sua scomparsa. Mentre Enrico Letta è soddisfatto dei messaggi che arrivano dalle sezioni del Pd. Inizia oggi il primo viaggio estero di Draghi, che sarà a Tripoli, con Di Maio. Primo discorso pubblico di Janet Yellen, ministra Usa del Tesoro: Biden vuole tassare le multinazionali. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Vaccini e divieti. Si ricomincia così, dopo la pausa pasquale. Per il Corriere della Sera la notizia più importante è la pressione per le riaperture: Regioni, spinta per riaprire. Quotidiano nazionale mette una data traguardo: L’obiettivo: riaperture dal 20 aprile. Il Giornale: Ultimatum dei commercianti. La Stampa sottolinea le divisioni anche nel Governo ma ospita un’intervista al Presidente della regione Veneto che frena Salvini: Battaglia sulle riaperture. Zaia: pronto per Sputnik. La Repubblica apre la serie dei giornali che scelgono la campagna vaccinale: Vaccini, il flop di Pasqua. Corsa alle dosi per ripartire. Il Fatto stigmatizza le poche decine di migliaia di somministrazioni del giorno di Pasqua: Le vaccinazioni chiuse per ferie. E anche La Verità sottolinea lo stesso concetto, lamentandosi dei controlli sui divieti: INVECE DEI VACCINI CI DANNO LE MULTE. Il Messaggero rilancia le ultime perplessità europee sul vaccino inglese: AstraZeneca, i dubbi dell’Ema. Così come Il Mattino: AstraZeneca, dubbi under 50. Avvenire titola sull’appello di papa Francesco, perché diminuiscano le disuguaglianze, esasperate dalla pandemia: Vaccini (non) per tutti. Di economia si occupa il Manifesto, con un’intervista al sindacalista Landini: Ritorno al futuro. E Il Sole 24 Ore, che segnala un primato preoccupante della Borsa merci americana sul nostro continente: Borse, Chicago vince in Europa. Solo due giornali alludono alla prima visita di Draghi all’estero, che oggi sarà in Libia: Libero, Per fermare i migranti ci volevano i turchi e il Domani, Europa e Libia. Le complicità nella tragedia dei migranti.

MIRAGGIO GIALLO E CABINA DI REGIA

Fabrizio Caccia sul Corriere della Sera sintetizza così le speranze su nuovi divieti e colori delle Regioni. In vista ci sono nuove riunioni della cabina di regia e mercoledì un confronto Governo-Regioni.

«Dal 20 aprile potrebbero tornare le zone gialle. Solo un'ipotesi, per ora, perché Palazzo Chigi ieri sera ha precisato che la cabina di regia governo-Cts sarà convocata «per valutare possibili riaperture» solo «sulla base dei dati» epidemiologici elaborati settimanalmente dall'Istituto superiore di sanità (Iss), dal ministero della Salute e dalle Regioni. Misure e tempi verranno stabiliti a seconda di come andrà la diffusione del contagio. Per ora, dunque, non è stata ancora fissata una data vera di svolta. Ma le Regioni sono in pressing e molte categorie sul piede di guerra. Il leader della Lega, Matteo Salvini, anche ieri pur moderando i toni ha ribadito la sua linea con un tweet: «Riaprire attività e tornare alla vita fin da aprile ovunque i dati medici lo permettano. È l'obiettivo della Lega e la speranza di milioni di italiani. Ascoltiamo la scienza, non l'ideologia che vede solo rosso». Il partito di via Bellerio è in forcing da tempo, ma anche Italia viva e Forza Italia chiedono al governo un tagliando in tempi brevi». 

Va all’attacco Massimiliano Fedriga sul Corriere della Sera. Per lui la politica deve scegliere che cosa aprire e che cosa no. E i parametri scientifici che determinano i colori vanno rivisti.

«Le decisioni vanno prese insieme ai cittadini, non sopra ai cittadini. Perché la differenza tra oggi e un anno fa, dobbiamo dircelo, è che tutte le misure funzionano molto meno». Il governatore del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, con ogni probabilità sarà eletto a breve presidente della Conferenza delle regioni. Ma di questo non vuole parlare: «Le elezioni ancora non ci sono state...». Però, spera in qualche modifica nei parametri che dettano i «colori» di ciascuna regione. Perché dice che le misure anti Covid funzionano meno? «Allora le decisioni erano condivise, le persone sentivano che certe regole erano importanti per contrastare la pandemia. Oggi, dopo oltre un anno di stress, difficoltà e sacrifici, la gente più che a proteggersi pensa a eludere le norme» (…). «La politica deve prendersi la responsabilità delle decisioni, altrimenti non servono più né governo né Parlamento». Può fare un esempio? «Pensi ai ristoranti: i presidenti delle Regioni continuano a chiedere una valutazione del rischio connesso con la riapertura dei locali. Io oggi non lo so, ma se i dati venissero forniti, uno poi potrebbe fare scelte consapevoli. Ci potremmo prendere il rischio per una categoria rispetto a un'altra. Così, come si fa? E poi, da tempo chiediamo una revisione di alcuni parametri, l'Rt e la soglia dei 250 positivi ogni 100 mila abitanti». Perché? «L'Rt è molto preciso ma molto tardivo. Di fatto, fotografa la situazione di due settimane prima. Il che ha un doppio svantaggio: si rischia di entrare in ritardo nelle misure di contenimento, e si rischia pure di uscirne tardi, con gravi danni per l'economia e anche per l'opinione pubblica: il discorso è "non mi fanno uscire anche adesso che si potrebbe uscire"». E l'indice dei 250 positivi? «Lì il problema è evidente: punisce chi fa più tamponi. Più tamponi faccio, più sono penalizzato. Io ho fatto un calcolo su tutto il 2020. Siamo la regione che ha fatto più tamponi in Italia, a parte la Provincia autonoma di Trento: eppure, siamo quelli con incidenza di positivi più bassa, il 5,4%. Anche qui, con la sola eccezione della Provincia di Trento. Però, dato che facciamo tanti tamponi, abbiamo tanti positivi: e restiamo rossi».

Intervistato da La Stampa il collega di Fedriga, anche lui leghista, Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, sottolinea altri aspetti.

«Tre sere fa lei è andato in tivù a dire che crede in questo governo. «E lo confermo. È un governo di responsabilità nazionale che serve per vincere la guerra al Covid. Come quello che fece Churchill per vincere la guerra al nazismo». Draghi come Churchill? Il paragone è impegnativo. «Il principio è lo stesso. Io Draghi personalmente non lo conosco, ma serve un governo che riduca al minimo il dibattito politico per concentrarsi sulle vaccinazioni. Mi sembra che l'abbiano capito anche i segretari dei partiti». Il suo, Matteo Salvini, insiste a dire che bisogna aprire prima possibile. «Basta giocare ai guelfi e ai ghibellini. Con responsabilità, Matteo ha spiegato che si riapre solo se ci sono le condizioni sanitarie. In pratica, se gli ospedali sono più vuoti che pieni. Nell'ultimo Dpcm di Draghi è scritto che saremo in zona rossa fino al 30 aprile, salvo la verifica dei parametri. Esattamente quel che dice Salvini». La prossima settimana si riunirà forse la cabina di regia. Potesse scegliere, cosa riaprirebbe per primo? «Questo devono dirlo i tecnici. Dobbiamo usare il buonsenso fra aperture e regole evitando che passi il concetto che il virus non esista più. Però ora i vaccini ci sono, il che vuole dire che prima combattevamo all'arma bianca, adesso con le armi intelligenti. C'è una bella differenza». Cosa non sta funzionando? «Ovvio: ci vorrebbero più vaccini. In Israele, nel Regno Unito e in Usa ne sono arrivati abbastanza, da noi no». Di chi è la colpa? «Dell'Europa. Mi sembra chiaro che chi ha preso gli accordi con i produttori non è mai andato a comprare il pane e il latte. Bisognava mandare a trattare qualcuno come Marchionne, non dei burocrati. Attenzione: io sono d'accordo che debba esserci una regia europea negli acquisti, altrimenti si scatena la guerra fra poveri. Ma la regia ha funzionato male». In Italia, chi ha sbagliato? «Non spetta a me dirlo. Nel mio caso, il bilancio lo faranno i veneti. Ricordo però che siamo in una situazione del tutto nuova, storicamente rara al punto che anche generazioni di virologi avevano studiato le pandemie solo sui libri e non sul campo». Dica allora cosa si sarebbe potuto fare e non si è fatto. «Siamo il Paese della burocrazia. Per avere sempre le carte a posto dimentichiamo di gettare il cuore oltre l'ostacolo. Guardi AstraZeneca: sì, no, forse, sospensione, poi si riprende. E intanto in Inghilterra andavano come un treno. Che senso ha far valutare dall'Ema il Johnson & Johnson se la Food and Drug Administration americana gli ha già dato il via libera?».

Il Fatto sostiene che c’è poco da fare, come dice nel titolo: Salvini deve darsi un senso. Quindi chiederà ancora di ri-aprire.

«Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro sulle riaperture. Vuole insistere e sfruttare quel codicillo inserito nell'ultimo decreto Aprile - la possibilità di modificare le misure con una semplice delibera del Consiglio dei ministri - per chiedere al governo di riaprire bar, ristoranti (almeno a pranzo), palestre, cinema e teatri dove i contagi sono da zona gialla. Il leader della Lega lo ha ripetuto ai suoi fedelissimi nel weekend di Pasqua: "Ora dobbiamo incidere - ripete - il governo non può più essere in mano a Speranza, Franceschini e Patuanelli che vogliono solo chiudere: altrimenti che differenza c'è con il Conte-2?". Così, passata la Pasqua, il segretario del Carroccio è stato l'unico leader a far ripartire le polemiche interrotte dalle feste: "Riaprire attività e tornare alla vita fin da aprile, ovunque i dati medici lo permettano, è obiettivo della Lega e speranza di milioni di italiani - ha detto ieri Salvini - Ascoltiamo la scienza, non l'ideologia che vede solo rosso". Mercoledì, o al più tardi giovedì, dopo la visita lampo di Mario Draghi in Libia che si concluderà questa mattina, Salvini sarà ricevuto a Palazzo Chigi dal premier: in quell'occasione il segretario della Lega chiederà un cambio di approccio già a partire dalla prossima cabina di regia e che il Consiglio dei ministri torni a riunirsi per prevedere delle riaperture dal 20 aprile. Il leader della Lega è spalleggiato da diversi presidenti di Regione, soprattutto del Nord, che chiedono di allentare le restrizioni: il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha già cerchiato in rosso la data del 12 aprile per passare a zona arancione, l'umbra Donatella Tesei parla di "dati da zona gialla" chiedendo di riaprire le scuole, il ligure Giovanni Toti preme per allentare le restrizioni, mentre il presidente della Basilicata Vito Bardi spiega che le Regioni puntano a riaprire le "attività commerciali" oggi chiuse "perché oltre alla pandemia c'è anche una dura crisi economica".».

Paolo Mieli invoca una tregua d’aprile. E si rivolge soprattutto a Salvini. Fa una premessa: nei prossimi 30 giorni ci giochiamo il destino di tutto l’anno. E quindi sarebbe molto meglio accantonare le dispute, almeno sul virus.  

«Questa premessa ci induce a rivolgere un appello a tutti i partiti - in particolare alla Lega di Matteo Salvini - perché sospendano per i prossimi venti, massimo trenta giorni, ogni disputa riferita direttamente o indirettamente al coronavirus. La menzione specifica di Salvini si deve al fatto che negli ultimi tempi il capo della Lega è parso credere che ci sia tra i suoi avversari qualcuno disposto, per ragioni ideologiche, a tenere l'Italia chiusa ad ogni costo. È probabile che, come il leader della Lega ha dichiarato su queste pagine a Marco Cremonesi, ci siano suoi nemici politici ammalati di «salvinite», cioè antagonisti che cercano una propria identità distinguendosi sempre e comunque da lui. Ma non ci sembra che questo riguardi la lotta al virus. Non è plausibile che qualcuno voglia tener serrata l'Italia intera per fargli dispetto. Si potrebbe, a questo punto, obiettare che qualcosa di simile accade anche fuori dai confini italiani. In una Francia costretta assai più di noi a chiudere tutto, Marine Le Pen in questi giorni sta denunciando la «Waterloo di Macron». (…) Marine Le Pen, però, è all'opposizione: fa un errore di calcolo, crediamo, quando propone l'improponibile; ma il suo partito, in quanto fuori dal governo, non è tenuto a dar prova di senso di responsabilità. Salvini invece ha scelto di entrare nella maggioranza governativa. Ragion per cui, dovesse esserci una «Waterloo» di Mario Draghi, la responsabilità sarebbe riconducibile anche a lui. È anche per questo che, pur non essendo Salvini il primo nella storia a guidare un partito che vorrebbe essere «di lotta e di governo», dovrebbe - a nostro avviso - accantonare, limitatamente alle questioni sanitarie e per un periodo limitato, ogni vocazione polemica. Discorso identico, lo ripetiamo, dovrebbe valere per i suoi avversari. Trascorso questo delicatissimo mese, ci sarà tutto il tempo per riprendere una vivace competizione tra destra e sinistra. Senza limitazioni di campo (a virus debellato)».

APPELLO DEL PAPA: VACCINI PER TUTTI

Condividere i vaccini con tutti è il titolo che sceglie Avvenire per pubblicare le parole di Papa Francesco in occasione della benedizione pasquale “urbi et orbi”. Ecco un passaggio del suo discorso:

«Cristo risorto è speranza per quanti soffrono ancora a causa della pandemia, per i malati e per chi ha perso una persona cara. Il Signore dia loro conforto e sostenga le fatiche di medici e infermieri. Tutti, soprattutto le persone più fragili, hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie. Ciò è ancora più evidente in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia e i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta. Nello spirito di un "internazionalismo dei vaccini", esorto pertanto l'intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri. Il Crocifisso Risorto è conforto per quanti hanno perso il lavoro o attraversano gravi difficoltà economiche e sono privi di adeguate tutele sociali. Il Signore ispiri l'agire delle autorità pubbliche perché a tutti, specialmente alle famiglie più bisognose, siano offerti gli aiuti necessari a un adeguato sostentamento. La pandemia ha purtroppo aumentato drammaticamente il numero dei poveri e la disperazione di migliaia di persone. «Occorre che i poveri di tutti i tipi riprendano a sperare», diceva san Giovanni Paolo II nel suo viaggio ad Haiti. E proprio al caro popolo haitiano va in questo giorno il mio pensiero e il mio incoraggiamento, perché non sia sopraffatto dalle difficoltà, ma guardi al futuro con fiducia e speranza.». 

IL VIRUS? E’ UN COMPLOTTO MONDIALE DEGLI EBREI

Sul Foglio Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, interviene in modo molto netto contro il libro No Vax e complottista, Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid 19, la cui prefazione è stata scritta dal magistrato Nicola Gratteri.

«Siamo di fronte a un collegamento non casuale tra la mentalità no vax e l'idea del complotto mondiale costruito, ovviamente, dalle "lobby ebraiche". L'idea della cospirazione da parte di un gruppo di persone (leggi, ebrei) che deterrebbero il potere economico, finanziario, politico e mediatico mondiale è di vecchia data ed è stato uno degli elementi chiave della propaganda nazista. È però ancora molto presente nella società attuale, favorito dalla paura verso le forze oscure della globalizzazione. Il punto è che questa mentalità complottista semplifica situazioni complesse, addebita le crisi e le catastrofi a un gruppo ristretto di cospiratori e soprattutto attribuisce loro un progetto di dominio globale. Pochi potenti che cospirano nell'ombra contro un popolo innocente. Il mito demonizzante è di nuovo all'opera, con la sua potente retorica, il senso di minaccia, la divisione tra pochi cattivi e "noi" buoni. In questo modo è stato possibile realizzare un progetto di sterminio senza precedenti contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale: diffondendo cioè l'idea che siano "loro" il vero nemico a cui addebitare tutte le "nostre" disgrazie. Con la pandemia, la mentalità complottista è riemersa impetuosamente e ha trovato un terreno fertile in internet e nei populismi mondiali. I No vax hanno denunciato poteri occulti che dominano le nostre vite, e soprattutto hanno contribuito a ricollegare il virus al mondo ebraico. Cosa non nuova, visto che in occasione del contagio della peste nera del XIV secolo e di tutte le epidemie, presto o tardi furono gli ebrei a essere individuati come untori e avvelenatori di pozzi. Oggi, come un parassita, l'antisemitismo riemerge per la crisi e sparge odio in un organismo indebolito. Le teorie complottiste, unite alla mentalità new age, confermano in modo ossessivo che dietro a ogni minaccia ci devono essere per forza loro».

Pacco intimidatorio al presidente della Regione Emilia-Romagna, recante la scritta: il Covid è una frode. A Bologna terzo episodio di violenza, dopo quelli di Roma e Brescia.

«Un'altra intimidazione nei confronti di chi è impegnato quotidianamente, sul campo, a combattere l'emergenza Covid. Dopo il recente attentato incendiario presso il portone dell'Istituto Superiore di Sanità a Roma e all'hub vaccinale di Brescia, stavolta è toccato al presidente dell'Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini finire nel mirino dei contestatori contrari alle chiusure. Nel primo pomeriggio di ieri il governatore ha ricevuto a casa un pacco sospetto accompagnato da un biglietto. Sono stati due uomini a suonare alla porta della sua abitazione in provincia di Modena per consegnargli un pacco di cartone con sopra un foglio con e la scritta «frode Covid». I due gli hanno detto, fra le altre cose, che gli ospedali sarebbero vuoti e che con il lockdown si toglie lavoro alle persone. Bonaccini ha chiamato subito i carabinieri, lasciando su loro consiglio il pacco fuori casa. I militari, una volta sul posto, hanno avuto modo di verificare che il contenuto non era pericoloso: dentro c'erano solo cartacce e pannolini sporchi. Nessun pericolo, dunque, ma l'intento della consegna era chiaramente intimidatorio. (…) Il foglio sopra il pacco riportava come mittente «O.s.s., bimbi, famiglie, aziende, popolo italiano (rispettoso della Costituzione). Frode Covid». I carabinieri, d'intesa con la prefettura, la questura e il comando provinciale della Guardia di Finanza, hanno adottato misure per rafforzare la sicurezza di Bonaccini e della sua famiglia».

IL RICORDO DI CASALEGGIO DIVIDE I 5 STELLE

La politica. Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera parla del prossimo Sum#05, la kermesse in ricordo del fondatore di Rousseau, fissata per il 12 aprile, anniversario della scomparsa di Gianroberto Casaleggio. La scelta dei relatori da parte del figlio Davide rischia di diventare un momento di divisione nei 5 Stelle:

«Nessuna polemica e nessuna esclusione. Tutti possono celebrare la memoria di Gianroberto Casaleggio inviando aneddoti e ricordi a lui legati», Davide Casaleggio interviene per spazzare via tensioni e malumori sorte nelle ultime ore. «L'Associazione Gianroberto Casaleggio ha deciso di intervistare persone che hanno lavorato con mio padre e iscritti dell'Associazione Gianroberto Casaleggio che hanno voluto raccontare qualcosa di speciale su mio padre. In rappresentanza degli eletti è stata scelta Virginia Raggi perché ad oggi è colei che raccoglie più fiducia dagli iscritti su Rousseau. Al centro di Sum#05 c'è Gianroberto Casaleggio e le sue idee. Vorrei restasse così», spiega al Corriere Casaleggio. Ma nel Movimento non tutti sono d'accordo. «In questo modo un momento di ricordo, che avrebbe potuto riunirci, finisce per diventare un'altra occasione di divisione», dicono diversi parlamentari Cinque Stelle di lungo corso. Deputati e senatori mostrano perplessità sulla scelta operata per la quinta edizione di Sum, la kermesse in memoria di Gianroberto Casaleggio, scomparso nell'aprile di cinque anni fa. Quest' anno l'incontro sarà telematico, virtuale. Sono state registrate nelle scorse settimane alcune interviste, che - insieme a un documentario - saranno pubblicate dal 12 aprile, anniversario della morte del fondatore del Movimento. Tra i contributi sono previsti quelli di Beppe Grillo, Antonio Di Pietro, Alessandro Di Battista, Rocco Casalino, Max Bugani e molti imprenditori, pensatori e amici di Casaleggio. Più che i nomi dei presenti tra i Cinque Stelle hanno fatto rumore le assenze, le voci che non sono state interpellate. Praticamente non c'è traccia degli attuali vertici M5S, a partire da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Roberto Fico. L'unico intervento M5S «politico» è quello di Virginia Raggi. C'è chi legge la mossa come un endorsement di Casaleggio (che tramite l'associazione dedicata alla memoria del padre organizza l'evento) nei confronti della sindaca. «Raggi non ha mai lavorato con Gianroberto», puntualizzano parlamentari della prima ora».

LE SEZIONI DEL PD RISPONDONO A LETTA

La base del Pd c’è, ha battuto un colpo. In pochi ci avrebbero scommesso dopo l’insediamento di Letta. Invece la risposta delle sezioni è arrivata. Giovanna Vitale su Repubblica.    

«Nessuno si aspettava un'ondata di piena così. Quando Enrico Letta, nel discorso d'insediamento, lanciò la campagna d'ascolto della base, furono in molti a pensare che si trattasse di una trovata a effetto, il solito proposito enunciato da tutti i segretari nel giorno dell'elezione. E invece il nuovo leader del Pd non solo ha spedito a tutte le sezioni sparse per l'Italia un questionario in 21 punti, tanti quanti gli argomenti trattati nella sua relazione, ma ha chiesto pure agli iscritti di discuterne e di restituire i moduli compilati nell'arco di due settimane. Il risultato, per il responsabile dell'Organizzazione dem Stefano Vaccari, è stato «strabiliante». E non è che «l'inizio», promette Letta. (…) Da una prima, ancora embrionale scrematura, sono tre le proposte del segretario ad aver incassato il top del gradimento. Primo, la necessità di rafforzare la sanità pubblica, anche rivedendo il rapporto Stato-Regioni che tanti disservizi ha provocato nella gestione dell'emergenza Covid e della campagna vaccinale. Secondo, un maggiore coordinamento della Ue, specie sui temi della solidarietà, che passa per il coinvolgimento dei Paesi del Mediterraneo fin qui esclusi: è il nuovo multilateralismo invocato da Letta per «un'Italia globale che promuove il multilateralismo, i diritti umani e la cooperazione allo sviluppo». Terzo, su Next Generetion Eu le priorità indicate riguardano il divario Nord-Sud e la lotta alle mafie. Accanto ai grandi temi, ci sono però le esigenze più legate al territorio. Alla sezione pd del rione romano di Testaccio, dove il segretario è iscritto, il dibattito si è acceso sulle alleanze. «Enrico fa bene a dire che bisogna parlare con tutti, noi ci fidiamo molto di lui», è la sintesi esposta nel questionario, «ma fare patti con i 5S alle comunali è impossibile. Almeno finché la candidata grillina sarà Virginia Raggi, che in cinque anni ha distrutto la città. Al primo turno meglio fare una coalizione di centrosinistra senza i 5S, poi al ballottaggio si vede». Un avvertimento di cui il leader dem dovrà tenere conto».

A TRIPOLI IL PRIMO VIAGGIO DI DRAGHI

Primo viaggio all’estero per il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Oggi il capo del nostro Governo sarà in Libia. Paese chiave per la nostra politica energetica, per la diplomazia nel Mediterraneo, per l’arrivo dei migranti sulle nostre coste. Marco Galluzzo sul Corriere della Sera introduce la missione.  

«Come accadde con Matteo Renzi nel 2014, anche il presidente del Consiglio Mario Draghi sceglie Tripoli come destinazione del suo primo viaggio all'estero. Un preciso segnale politico per sostenere il processo di ricostruzione civile del Paese, riaffermare l'alleanza strategica fra i due Stati e recuperare alcune posizioni perdute rispetto ad altri attori internazionali: in primo luogo Russia e Turchia. Il governo libico punta tutte le sue carte sullo scongelamento del fondo sovrano Lia e sul rilancio economico. Di questo discuterà oggi con Draghi il premier Abdel Hamid Dabaiba, che ha come obiettivo primario quello della riconciliazione del Paese, dopo anni di guerra civile, in vista delle elezioni del 24 dicembre. Obiettivi che Dabaiba illustrerà a Draghi in missione a Tripoli insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Una missione delicata con significative ricadute economiche e geopolitiche preparata con cura nei viaggi delle ultime settimane compiuti da Di Maio. Diversi gli argomenti che saranno al centro dei colloqui e che potranno essere oggetto di memorandum di intesa. Un accordo sulla transizione energetica e le fonti rinnovabili nel Fezzan è stato messo a punto e trasmesso alle autorità libiche. L'obiettivo è quello di raggiungere e siglare un accordo quadro di lungo termine che prevederebbe la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili nel Fezzan. Un ruolo centrale lo giocherà il gruppo Eni, primo produttore di gas in Libia. (…) In ballo anche il coordinamento sanitario per la lotta alla pandemia e l'ammodernamento del sistema ospedaliero locale. Ma si discuterà anche di rilanciare la cooperazione sul controllo del traffico dei migranti e di una nuova commissione italo-libica per il pagamento dei debiti pregressi alle aziende italiane (almeno 324 milioni di dollari).».

LA SVOLTA DI BIDEN: TASSA MINIMA ALLE MULTINAZIONALI

I lettori de La Versione sanno già di che cosa si tratta. È una delle strategie economiche più interessanti della nuova Presidenza Biden: una tassa minima globale per le aziende multinazionali. Janet Yellen, segretario di Stato al Tesoro e già governatrice della Federal Reserve, ha tenuto il suo primo discorso pubblico e ha puntato su questo tema. Giuseppe Sarcina sul Corriere.

«Gli Stati Uniti lanciano un'offensiva politica-diplomatica per fissare una tassa minima sugli utili aziendali. La proposta sarebbe quella di un'aliquota del 21% in tutto il mondo. La Segretaria al Tesoro, Janet Yellen, lo ha annunciato ieri, nel suo primo discorso pubblico. I «colloqui» sono già cominciati con i Paesi del G20, di cui fanno parte, tra gli altri, Cina, India, Brasile, Arabia Saudita, Argentina: «Stiamo lavorando per un accordo su una imposta minima globale, in modo da evitare la competizione al ribasso». In realtà il negoziato internazionale era già iniziato con un centinaio di Stati in ambito Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ma l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e poi la pandemia avevano bloccato tutto. Ora ci riprova Yellen: «La competizione internazionale è ormai qualcosa di più della capacità delle società con base negli Stati Uniti di reggere il passo di altre aziende nelle fusioni o nelle acquisizioni. La competizione riguarda la possibilità che i governi abbiano sistemi fiscali stabili, in modo che possano recuperare le risorse necessarie per investire nel bene pubblico e nel rispondere in modo efficace alle crisi». L'ex presidente della Federal Reserve ha ideato lo schema fiscale che dovrebbe coprire gran parte dei 2.300 miliardi di dollari in spese e investimenti contenuti nell'«American Jobs Plan», presentato da Joe Biden, mercoledì 31 marzo. In particolare il governo vuole aumentare dal 21 al 28% la «corporate tax», l'imposta sugli utili aziendali. E' un deciso cambio di rotta. Nel 2017 Donald Trump aveva ridotto il prelievo dal 35 al 21%. Yellen e gli economisti della Casa Bianca hanno però davanti una serie di studi da cui risulta come le prime 91 società sulle prime 500 elencate da "Fortune" nel 2018 abbiano versato zero imposte alle casse federali. Biden aveva chiamato in causa Amazon. Ma nella lista ci sono anche aziende come Delta, Chevron, Netflix, Starbucks, Halliburton. L'Amministrazione, quindi, si propone di abolire le facilitazioni per le grandi imprese disseminate nel “Tax Code”». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi proporrò anche i temi del Trend Topic che vanno forte sui social.