Merkel nel bunker dei Big Pharma

La Cancelliera non va a Porto, preferisce trattare con la Biontech. Draghi cerca una mediazione sulla sospensione dei brevetti. Pandemia sociale nella Ue. Letta indeciso. Salvini non parla con Meloni

Il mondo ridisegnato dalla pandemia e dalla questione vaccini è tutto da capire. Davvero è un pianeta molto diverso da quello di un anno fa. Dopo la coraggiosa uscita di Biden sulla sospensione dei brevetti, la Merkel impedisce che l’Europa si schieri col Presidente Usa. Solo Draghi critica apertamente, e lo aveva già fatto nel caso di AstraZeneca, l’operato delle case farmaceutiche. Ricordando loro gli importanti finanziamenti pubblici, ricevuti in questi mesi. La Cancelliera ieri ha invece preferito incontrare i responsabili tedeschi della Biontech (l’azienda che ha creato il vaccino più diffuso insieme a Pfizer) piuttosto che andare a Porto per il summit sociale sull’occupazione della Ue. Il Global Times di Pechino accusa Biden di fare propaganda. La Merkel e le Big Pharma hanno un alleato curioso: i cinesi. Sì, proprio i cinesi. Che hanno oggettivamente originato la pandemia, l’hanno tenuta nascosta per mesi, non hanno capito quasi nulla della patologia e delle possibili terapie. Hanno poi sviluppato un paio di vaccini che suscitano dubbi di efficacia. India, Brasile, Sudafrica, e anche, in questo caso, la Russia di Putin, sono entusiasti della mossa americana. Che cosa significa tutto ciò? Dovremo comprenderlo meglio nelle prossime settimane ma si intuisce che la partita non è riconducibile ad una semplice diatriba economica sui brevetti.

In Europa è innegabile che alcune cose stanno cambiando per l’arrivo di Mario Draghi come presidente del Consiglio italiano. Lo si era già capito per la dura polemica contro Erdogan e per la decisione di espellere i funzionari russi da Roma, sospettati di spionaggio. Anche ieri a Porto è emersa una cruciale mediazione di Draghi che ha permesso alla Francia di non rimanere del tutto spiazzata dalla posizione tedesca. I prossimi mesi saranno decisivi per definire le politiche europee e i nuovi assetti. Ai commentatori di politica italiana, va segnalato che più del Quirinale, l’orizzonte naturale di Super Mario appare quello continentale.

Esattamente 76 anni fa, la sera dell’8 maggio 1945, una grande festa per le strade di Londra celebrava la fine della Seconda Guerra mondiale. Da leggere un commento di Giaime Rodano, su Facebook, su questo anniversario. Il mondo di oggi avrebbe bisogno di quello spirito di rinascita comune.

I dati dell’epidemia migliorano, l’Italia è quasi tutta “gialla”. Nella discussione sul coprifuoco, Di Maio promette una data di fine divieto, il 16 maggio, Salvini chiede l’abolizione totale ma il presidente del Friuli-Venezia Giulia Fedriga spiega che la richiesta unanime delle Regioni è di spostarlo alle 23. Ieri altra buona giornata per la somministrazione dei vaccini: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina ne sono stati iniettati 517 mila 687.

Le toghe, coi loro veleni, agitano ancora la politica. Ma anche i rapporti interni agli schieramenti sono un tormento. Pd e 5 Stelle rischiano di non trovare l’accordo su Roma. Meloni e Salvini non si parlano, come racconta bene Magri su La Stampa. Crippa sul Foglio racconta la caduta degli dei di Mani Pulite. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Avvenire è l’unico giornale che resta sul tema della sospensione dei brevetti: L’Europa si divide sui vaccini per tutti. Mentre il Manifesto allarga il discorso al tema della disoccupazione affrontato nel vertice Ue di Porto: Pandemia sociale. Il Mattino di Napoli è diretto: Draghi: Ue, troppe disparità. Mentre il Messaggero sottolinea l’impegno per le fasce più deboli: Recovery, carriere più rapide. «Spinta su donne e giovani». Sui colori delle regioni e le riaperture va il Corriere della Sera: Così riapre l’Italia in giallo. Mentre il Quotidiano Nazionale condivide l’ossessione di Salvini: Rosso addio, ora via il coprifuoco. Ossessione che non è solo del leader della Lega, visto che La Stampa usa una frase di Luigi Di Maio per dire: «Via il coprifuoco dal 16 maggio». La Repubblica valorizza l’annuncio di un altro Ministro, quello della Salute Speranza: Sanità, niente ticket per chi ha avuto il Covid. Il Fatto non ha ancora elaborato il lutto: 300 tecnici al Pnrr, Draghi come Conte. Il Giornale ancora sui veleni al Csm: Il caso giustizia spacca il governo. Libero spinge per l’iniziativa lanciata da Salvini: Così il referendum sulla giustizia. Il Domani invece chiede le dimissioni dell’esponente leghista: Ecco perché il sottosegretario Durigon si deve dimettere. Mentre il Sole 24 Ore annuncia: Rete Tlc in gara, stretta contro i veti.

VACCINI, L’EUROPA È DIVISA DALLA GERMANIA

Vertice Ue di Porto. Marco Bresolin e Alessandro Barbera de La Stampa raccontano: Draghi ha svolto un ruolo di mediatore. Mentre la Merkel è rimasta a Berlino.     

«Primo: un meccanismo europeo, complementare al piano Covax, per condividere i vaccini con gli Stati che più ne hanno bisogno. Secondo: l'aumento della capacità produttiva globale, da portare avanti anche con finanziamenti pubblici, convincendo le case farmaceutiche a condividere volontariamente il loro know-how. Terzo: un sostegno logistico ai Paesi poveri per aiutarli nello stoccaggio e nella distribuzione dei farmaci. E quarto: rimozione delle barriere commerciali e dei blocchi all'export. Sono questi gli input arrivati ieri dai 27 leader europei durante la cena al summit di Porto e che ora la Commissione tradurrà in un piano d'azione per «riaffermare il ruolo di leadership globale dell'Unione nella gestione della pandemia», come hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen i leader di Belgio, Spagna, Svezia, Francia e Danimarca. Mario Draghi ha aperto alla possibilità di liberalizzare i brevetti, ma con una serie di subordinate. Dovrebbe trattarsi di una misura «temporanea» che dovrà tenere in considerazione gli aspetti legati alla sicurezza e alla complessità del processo produttivo. Durante il suo intervento ha anche lanciato una stoccata alle case farmaceutiche: «Hanno ricevuto finanziamenti enormi dai governi - questo in sostanza il suo ragionamento - e dunque ora è arrivato il momento che ne restituiscano una parte a chi ne ha bisogno». Draghi si è seduto per la prima volta al tavolo del Consiglio europeo nelle vesti di premier. Non era mai successo, visto che i suoi precedenti summit da capo del governo si erano tenuti tutti in videoconferenza. E nel suo esordio si è subito trovato a vestire i panni del mediatore, ruolo che una volta apparteneva di diritto ad Angela Merkel. Ma a Porto non è andata così per due motivi. Prima di tutto perché durante la cena di ieri sera la Cancelliera non era nella sala del Palacio de Cristal con gli altri leader, bensì a Berlino collegata in video come il collega Mark Rutte e il maltese Robert Abela. Un formato del tutto inedito. L'altro motivo è che Merkel si è presentata al vertice con una posizione piuttosto estrema, di netta contrarietà rispetto alla proposta americana. Emmanuel Macron, invece, alla vigilia del summit aveva accolto con entusiasmo l'appello della Casa Bianca, salvo correggere il tiro. Il presidente francese è già in clima elettorale, per questo un tema estremamente popolare come quello della condivisione dei brevetti è un'onda su cui surfare. Ieri Mario Draghi ha parlato con il capo dell'Eliseo, proprio con l'obiettivo di riavvicinare la sua posizione a quella di Merkel».

L’Avvenire è un giornale che si è schierato per la sospensione dei brevetti, lanciata da Biden. Ecco la sua cronaca da Porto, firmata da Giovanni Maria Del Re:

«Solo Madrid e Roma appoggiano l'idea di Biden. Von der Leyen: «Ne abbiamo bisogno ora, la deroga non risolve nulla». E lancia una stoccata all'America: «Chi dibatte prima esporti dosi». Più passano le ore, più si raffreddano le aperture dell'Europa alla proposta di Joe Biden di sospendere i brevetti per i vaccini. Tema che ha tenuto banco ieri sera alla cena dei leader Ue a Porto, a margine del Summit sociale che si chiude oggi, durata fino a tarda serata senza che si attendessero decisioni su una posizione comune. In effetti, mentre affluivano (tutti tranne Angela Merkel, l'olandese Mark Rutte e il maltese Robert Abela, collegati in video) i leader nella città portoghese, varie prese di posizioni si sono aggiunte a quella chiaramente contraria della cancelliera, a conferma delle divisioni. A favore della proposta di Biden sono l'Italia e la Spagna, il cui premier Pedro Sánchez ieri sera alla cena ha presentato un documento del suo governo che va anzi oltre: «Bene l'idea di Biden - ha detto Sánchez - ma è insufficiente», si tratterà di «trasferire le tecnologie per accelerare il processo di fabbricazione ovunque». Altri leader lasciano invece capire che per loro il vero problema non sono i brevetti ma la produzione dei vaccini e la possibilità di condividerli con i Paesi meno sviluppati. Lo dice la stessa presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen: «Abbiamo bisogno di vaccini, ora. La deroga sulle proprietà intellettuali non risolverà il problema. Quello che serve è una condivisione dei vaccini, l'export di dosi e investimenti per incrementare la capacità produttiva». E ha lasciato anche una stoccata a Biden. «Finora - ha detto - sono state esportate 200 milioni di dosi di vaccino dall'Ue e la stessa quantità è stata consegnate nella Ue. Invitiamo tutti quelli che sono impegnati nel dibattito sulla deroga dei brevetti a fare come noi ed esportare un'importante quantità delle dosi che producono». Il problema - ha dichiarato anche il presidente francese Emmanuel Macron - «non è la proprietà intellettuale sui vaccini. La vera questione è la solidarietà nella distribuzione delle dosi», e «affinché il vaccino circoli, non si devono bloccare le materie ed i vaccini», cosa che invece fanno «gli anglosassoni». La Francia ha cofirmato insieme a Belgio, Spagna, Danimarca e Svezia una lettera a Von der Leyen che non cita i brevetti, ma afferma la necessità di un «meccanismo europeo di condivisione dei vaccini » con impegni precisi di ogni Stato membro, e l'urgenza di rilanciare la produzione con una cooperazione pubblico privato. «Se l'Ue non interviene - si legge nel testo - altri riempiranno il vuoto e useranno i vaccini come uno strumento geopolitico». Del resto «nessuno sarà sicuro finché non lo saremo tutti». 

Paolo Valentino sul Corriere della Sera spiega bene perché la Merkel si trova sulle barricate a difesa del brevetto. Ieri è stata a lungo a colloquio con i fondatori della Biontech tedesca, invece che con i colleghi europei. 

«Con il suo no, Merkel può profilare la Cdu come il paladino del made in Germany, tanto più nel campo delle tecnologie avanzate. Ma ancora più forte e interessante è il fattore strategico. Merkel ha detto sin dall'inizio che l'avvento dell'amministrazione Biden dopo il disastro di Trump, per quanto accolto con sollievo, non avrebbe eliminato differenze di vedute tra l'America e l'Europa. Quello sui brevetti dei vaccini è un esempio. Tanto più che la capriola Usa mette Berlino di fronte a un dilemma: da un lato il governo tedesco è stato fra i primi a impegnarsi per una più equa distribuzione globale dei vaccini, finanziando generosamente l'iniziativa Covax sotto l'egida dell'Onu. Dall'altro, provoca irritazione il fatto che dopo mesi di insistenza sulla campagna di vaccinazione nazionale, inclusi severi divieti di esportazione, gli Usa si vogliono ora profilare come paladini della solidarietà internazionale. Non solo. A indispettire la cancelliera è anche il fatto che la svolta di Biden sia pure una contromossa in quella che viene definita vax-diplomacy. Proponendo di liberalizzare, sia pure a tempo determinato, la produzione dei vaccini, la Casa Bianca cerca cioè di crearsi un capitale politico nel conflitto sistemico con la Cina, lanciata nella «via della seta della salute» con l'esportazione dei suoi Sinovac e Sinopharm in Africa e altrove. Detto altrimenti, quella di Biden sembra una mossa da soft power, priva di efficacia immediata rispetto al contrasto mondiale della pandemia. Ma rischia di produrre già concreti effetti negativi sul piano imprenditoriale, penalizzando decisioni d'investimento a lunga scadenza».

L’ITALIA TORNA IN GIALLO, COPRIFUOCO E PROPAGANDA

Il Corriere della Sera intervista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia: nessuna regione ha chiesto di abolire il coprifuoco. La richiesta, unanime, è di spostarlo alle 23.

«Presidente, le Regioni dicono che il sistema delle zone colorate è da cambiare. Come? «Più che i colori, vanno rivisti i parametri ora che i numeri si sono ridotti - spiega Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia - . Insistere con l'Rt rischia di essere distorsivo». Chiedete nuovi parametri? «Sì, su questo c'è condivisione. La prossima settimana incontreremo il ministro Speranza e lì esamineremo il lavoro che sta facendo su questo tema un tavolo tecnico». Le Regioni insistono per il coprifuoco alle 23, vero? «Abbiamo avanzato una soluzione di buon senso. Perché se permetti la ripresa delle attività di ristorazione devi anche consentire agli operatori orari adeguati ad accogliere i clienti. Le 23 rappresentano un buon compromesso». È ipotizzabile una calendarizzazione che preveda il passaggio alle 23, poi alle 24 fino all'eliminazione totale? «Decide il governo. Ma penso che il primo passo avverrà a breve. Attenzione, però, a focalizzarsi solo sul coprifuoco». Cosa intende dire? «Va fatta una valutazione sull'opportunità di anticipare anche le riaperture o la ripresa di attività previste per giugno e luglio. Mi riferisco alle palestre, ai parchi tematici, alla ristorazione al chiuso, ai centri commerciali nei weekend». Eppure c'è chi non vorrebbe alcun limite al coprifuoco. «Il tetto delle 23 è la proposta presentata all'unanimità dalla Conferenza delle Regioni. Se il governo deciderà altrimenti lo vedremo». Non c'è stato nessun presidente che ha chiesto l'eliminazione del coprifuoco? A livello politico se ne parla. «No, guardi, il nostro compito non è di esprimere dei desiderata in astratto ma confrontarci sulla base dei provvedimenti varati dal governo. A fronte di un tetto delle 22, noi ci siamo trovati concordi sullo spostamento in avanti di un'ora». Molti nella Lega, il suo partito, dicono basta coprifuoco. «Chi fa politica ha tutto il diritto di esprimere le sue opinioni. Il mio ruolo è di riportare l'opinione delle Regioni, anche a discapito delle mie idee».

La Stampa titola in prima pagina fra virgolette Luigi Di Maio che dice: «Via il coprifuoco dal 16 maggio». Ma poi nell’articolo di Paolo Russo le cose sono più sfumate, la decisione è solo “auspicabile”.

«Speranza e Cts vogliono guardare i numeri di fine settimana prossima prima di decidere se spostare avanti di una o due ore le lancette del coprifuoco oggi fissato alle 22 e riaprire anzitempo le palestre e il settore del wedding. Mentre il pressing della Lega e quello delle categorie interessate si fa più stressante. Con Salvini che anticipa: «Nel prossimo Cdm i ministri della Lega chiederanno il ritorno al lavoro in sicurezza per tutti, senza discriminazioni, e no al coprifuoco che qualcuno voleva confermare fino a giugno o addirittura a luglio». Di Maio dal canto suo fissa una data, quella del 16 maggio, «auspicabile per superare il coprifuoco». Anche se poi aggiunge: «Il tema è superarlo per non rientrarci dopo pochi mesi». E su questa lunghezza d'onda sono anche Speranza e il Pd, per i quali nuove riaperture potranno essere decise solo il prossimo venerdì. Se i contagi continueranno a scendere si potrà, se non proprio abrogare il coprifuoco, spostarlo magari a mezzanotte, come propone la ministra azzurra Mariastella Gelmini. Riaprendo già lunedì 17 palestre e ristoranti al chiuso e fissando anche da subito al 15 giugno la data per la ripresa di banchetti e ricevimenti nuziali, sollecitati a suon di post e tweet da promessi sposi e spose sui social della stessa Gelmini. Ma se al contrario le curve dovessero invertire la rotta sarà il sistema a semaforo a decretare nuove richiusure. E in questo senso a rischiare sono Lazio, con Rt a 0,96, Toscana (0,97), Umbria (0,97) e Veneto (0,95), che camminano sul filo del rasoio, a un passo dal superare quota uno dell'indice di contagiosità che manda in fascia arancione».

DONNE E GIOVANI SENZA LAVORO IN EUROPA

Un summit sociale dei leader UE che ha messo a tema la disoccupazione in Europa, un vertice in parte snobbato dai tedeschi e dagli olandesi. Draghi ha chiesto di proseguire sulla strada del cosiddetto Sure, il programma europeo di interventi in favore dell’occupazione, che dovrebbe concludersi nel 2022. La cronaca di Repubblica.

«Usare le risorse europee per finanziare in maniera strutturale gli ammortizzatori sociali dei Paesi dell'Unione. Il premier Mario Draghi lancia la sua proposta al Social Summit di Porto dove il leader portoghese, Antonio Costa, è riuscito a riunire nuovamente in presenza i capi di Stato e di governo dei 27 che oggi saranno impegnati in un delicato vertice sulla ripresa economica dopo la pandemia e soprattutto sulla liberalizzazione dei brevetti sui vaccini clamorosamente aperta dal presidente americano Joe Biden. Trasformare il programma Sure (Support to mitigate unemployment risks in an emergency) - come ha detto Draghi - significherebbe fare un altro passo importante sulla condivisione del debito da parte dei Paesi dell'Unione dopo il massiccio programma da 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Un passo che si farebbe sul versante sociale, quello sui cui l'Europa stenta ancora a darsi realmente una linea comune, per la gelosa e interessata difesa dei modelli nazionali. «Il sogno europeo - ha sostenuto Draghi - è garantire che nessuno venga lasciato indietro». In linea con la presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen: «Il mondo sta cambiando, e anche noi dobbiamo cambiare. Non facciamo - ha ammonito- , come ha detto il celebre Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, che tutto cambi perché tutto resti come prima». Serve una svolta sul pilastro sociale, dargli concretezza dopo una serie di proclami, succedutisi dagli anni Ottanta in poi e rimasti perlopiù lettera morta: «È venuto il momento di fare», ha aggiunto il Commissario del Lavoro, il lussemburghese, Nicolas Schmit. Il Covid 19 ha cambiato la struttura del mercato del lavoro europeo, evidenziato le fragilità e le profonde diseguaglianze. L'ha fatto ovunque, non solo dentro le economie più deboli, come quella italiana. A fine 2020 si contavano nell'Ue 16 milioni di senza lavoro, con il tasso di disoccupazione giovanile salito quasi al 18%. Donne e giovani sono e le principali vittime degli effetti della pandemia sull'economia. C'è, dunque, bisogno di riequilibrare il mercato del lavoro, e - secondo il presidente del Consiglio - le politiche nazionali non sono più sufficienti. «Troppi Paesi dell'Ue - ha detto Draghi - hanno un mercato del lavoro a doppio binario, che avvantaggia i "garantiti", in genere in lavoratori più anziani e maschi, a spese dei "non garantiti", come le donne e i giovani. Mentre i cosiddetti garantiti sono meglio retribuiti e godono di una maggiore sicurezza, i non garantiti soffrono una vita lavorativa precaria. Questo sistema è profondamente ingiusto e costituisce un ostacolo alla nostra capacità di crescere e innovare». Tutta l'Europa - seguendo le indicazioni della Commissione - punta ad obiettivi ambiziosi, da qui al 2030. L'impegno, non vincolante, preso qui a Porto è di arrivare a un tasso di occupazione almeno al 78%, coinvolgere almeno il 60% dei lavoratori adulti ogni anno in formazione e riqualificazione, ridurre il numero di persone a rischio di esclusione sociale o di povertà di almeno 15 milioni, di cui 5 milioni di bambini. Serve, allora, un mix di politiche attive (per creare occasioni di lavoro) e di politiche passive (per sostenere il reddito di chi rischia di perdere il lavoro). Entrambe, nell'impostazione di Draghi, si possono realizzare anche, se non soprattutto, con le risorse europee. Le prime saranno finanziate con 6 miliardi provenienti dal Next Generation Eu, le seconde potrebbero attingere al Sure. Quest' ultimo è, per ora, un programma temporaneo (scade a fine 2022), messo in campo in maniera efficiente per fronteggiare l'emergenza lavoro provocata dal virus. Sono stati stanziati quasi 100 miliardi, sotto forma di prestiti concessi a condizioni favorevoli agli Stati membri. Debito per difendere il lavoro. L'Italia è il principale beneficiario: ha già ricevuto 26,7 miliardi sui 27,4 che il programma le ha riservato».

SALVINI NON PARLA CON MELONI, LETTA VUOLE ZINGA

Nel guazzabuglio in vista delle amministrative sia la destra sia la sinistra non stanno messe benissimo. Ugo Magri su La Stampa scrive una pagina intera sull’incomunicabilità fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Non si parlano.

«Quando una coppia comunica a messaggini, vuol dire che sta scoppiando. Meloni e Salvini ormai non si parlano più di persona, tantomeno per telefono: colloquiano a mezzo stampa oppure, come ieri mattina, via Whatsapp. Sul cellulare del Capitano è risuonato un "bip" ed era Giorgia, la quale intendeva puntualizzare un paio di concetti dopo aver letto lo sfogo di Matteo sulle candidature nelle grandi città. «La Lega costruisce e qualcun altro disfa», aveva alluso lui; allora lei, sentendosi chiamata in causa, gli ha scritto che si sbaglia di grosso, non sono stati certo i Fratelli d'Italia a silurare Gabriele Albertini a Milano e Guido Bertolaso a Roma, nessuno mai si è sognato di sollevare veti nei loro confronti, però sarebbe ora di mettere le carte in tavola. Cosa che avverrà mercoledì prossimo, ma ancora una volta in assenza dei leader e solo a livello di "sottopanza", cioè tra i responsabili degli enti locali: uno standing inadeguato a dipanare la matassa di gelosie, di incomprensioni e di risentimenti che si sono accumulati tra quei due, a metà tra il personale e il politico. Intendiamoci: amici veri Meloni e Salvini non sono stati mai. Anzi si detestano da sempre. Perlomeno ai tempi di Berlusconi avevano in comune l'astio nei confronti del padre-padrone, volevano emanciparsi da Silvio e marciavano divisi per colpirlo uniti. Se oggi sono ai ferri corti, in un certo senso la colpa ricade proprio sul Cav, uscito di scena senza lasciare eredi. In mancanza del testamento, vale la legge dei numeri. E più i Fratelli d'Italia avanzano nei sondaggi (nella Supermedia di YouTrend sono schizzati al 18,4 per cento), più la Lega va perdendo quota (sta adesso al 21,8). Cosicché il distacco tra i due partiti non raggiunge i tre punti e mezzo percentuali dagli oltre 13 di un anno fa, lasciando immaginare un sorpasso già entro l'estate o al più tardi in autunno. Ciò rende nervoso Salvini, e possiamo capirlo: da premier in pectore col sogno dei «pieni poteri» si ritroverebbe a fare il numero due, eterno vice. Perciò vive con la scimmia dell'ossessione sulla spalla; in ogni gesto della Meloni scorge una mossa ostile, immagina complotti perfino quando lei non fa nulla. (…) Incontrandosi, forse si chiarirebbero. Ma non possono perché c'è troppo veleno. Faccia a faccia Meloni chiederebbe conto del Copasir, il comitato di controllo sui nostri 007, di cui per ragioni misteriose la Lega ha mantenuto la presidenza nonostante spetti all'unica opposizione rimasta, i Fratelli d'Italia. Lei gli aveva perfino scritto una lettera aperta. Risposte zero. Anzi, pur di non mollare il Copasir Salvini ha cercato sponda nel presidente della Camera, Roberto Fico laddove Elisabetta Casellati, al Senato, sembrava dargli torto. E adesso c'è chi prevede ulteriori faide tra due alleati costretti a dichiararsi moglie e marito per via del sistema elettorale in parte maggioritario, ma condannati a combattersi fino all'ultimo voto proporzionale per scalare Palazzo Chigi. Il prossimo campo di battaglia sarà la Rai, dove i leghisti mettono nel mirino colui che fa e disfa, il potente consigliere d'amministrazione in quota Fd'I Giampaolo Rossi. Se venisse bocciato dalla Lega, quando il CdA verrà rinnovato, sarebbe l'ultimo sgarro nei confronti della Meloni, e guerra totale».

Enrico Letta è ancora molto dubbioso sulla candidatura Pd per il Campidoglio, il 20 giugno ci saranno le primarie dei Democratici.

«Ora dopo ora aumenta la pressione dei vertici del Nazareno nei confronti di Nicola Zingaretti per la corsa al Campidoglio. Una trattativa complicata. Non a caso c'è chi sostiene che nelle prossime ore potrebbe scendere in campo Roberto Gualtieri, l'altro nome forte del Pd. Eppure, confidano, «mai dire mai». Anche perché l'ex segretario del Pd viene definito «la soluzione più ambiziosa» in una partita definita «fondamentale» per la costruzione del campo progressista. «È evidente che Nicola ci stia riflettendo» è il mantra che ripetono i dirigenti che affiancano il numero uno del Pd, Enrico Letta. I contatti con l'inquilino della Pisana sono costanti. Zingaretti trascorre l'intera giornata in Regione, da dove monitora il piano vaccinale, il livello dei contagi. Lo sanno anche in Regione che il profilo del «presidente» è il più competitivo per la corsa al Campidoglio. «Nicola ha oltre 25 punti di vantaggio» sorride un democrat. Ed è di ieri sera la notizia che è stato approvato all'unanimità il regolamento per le primarie che si terranno il 20 giugno. Dunque, da oggi ogni giorno sarà utile per capire chi parteciperà alla corsa. E Zingaretti che cosa farà? «La sua decisione maturerà nel giro di due-tre giorni» assicurano. Eppure, nonostante il pressing del gruppo dirigente dem, da quelle parti c'è molto scetticismo. «Non è chiusa definitivamente, ma la situazione appare complicata» si lasciano scappare i fedelissimi dell'ex segretario. Il motivo? «Abbiamo posto un problema politico: la regione Lazio e la tenuta del M5S. Vogliamo regalare la seconda regione d'Italia alla destra?».

VELENI TRA TOGHE, OGGI TOCCA A STORARI

Sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella e Fiorenza Sarzanini scrivono sui veleni fra le toghe. Oggi è previsto l’interrogatorio di Fabio Storari a Roma. Davigo ha detto agli stessi inquirenti, nei giorni scorsi, che le “copiacce” degli interrogatori di Amara gli sono stati consegnati da Storari a Milano. Mentre Greco, nella sua relazione come Procuratore Capo di Milano, riportava che Storari avesse incontrato Davigo a Roma. Che cosa dirà oggi Storari? Si è sbagliato Greco o si è sbagliato Davigo? A seconda di quello che dirà il pm, l’inchiesta può essere spostata a Brescia o restare a Roma.  

«La guerra tra magistrati milanesi sulla gestione dell'inchiesta sulla loggia «Ungheria» va in scena in Procura a Roma. Alla vigilia dell'interrogatorio del pubblico ministero Paolo Storari, indagato per rivelazione di segreto, il suo capo, il procuratore Francesco Greco, consegna agli inquirenti romani la relazione che ricostruisce le tappe degli interrogatori dell'avvocato Piero Amara da dicembre 2019. E accusa proprio Storari di aver commesso un grave reato foriero di un duplice obiettivo: danneggiare gli accertamenti oppure rendere noti i nomi dei personaggi pubblici che Amara accusava di essere componenti della congregazione massonica. Tesi che Storari respinge, sostenendo che la stasi investigativa dei capi avrebbe in realtà danneggiato proprio lui: il quale, sia prima dell'iscrizione di Amara solo a maggio 2020, sia dopo e fino al passaggio di competenza a Perugia, sarebbe riuscito (nell'impossibilità di svolgere alcun incisivo atto di indagine richiedente il via libera dei vertici) unicamente ad ascoltare in estate una quindicina di testi da solo (salvo tre casi in presenza anche di Pedio). Mentre Perugia ora punta a verificare se esista davvero «Ungheria» e soprattutto se abbia pilotato nomine e affari, tra Milano e Roma si consuma la resa dei conti tra i pm che dal 6 dicembre 2019 interrogavano il legale già condannato altrove per episodi di corruzione di giudici. Amara prospettava l'esistenza di un gruppo di politici, giudici, avvocati, vertici di forze dell'ordine e imprenditori che avrebbe condizionato poteri dello Stato e orientato la scelta dei capi di Procure. Storari sostiene di avere sin dal primo interrogatorio espresso l'urgenza di concreti accertamenti per discernere in Amara l'eventuale vero (da coltivare per accertare se integrasse anche qualche reato a carico di qualcuno) dall'eventuale falso (da imputargli come calunnia). E motiva così l'aver deciso nell'aprile 2020 di consegnare all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo copia dei verbali pur coperti da segreto».

Marco Travaglio sul Fatto scende in campo sul caso dei veleni al Csm, attaccando il PG Salvi e difendendo l’operato di Piercamillo Davigo. 

«Anche nell'amarissimo caso Amara, il Csm si conferma l'acronimo di Ciechi Sordi e Muti, per non dire di Centro di Salute Mentale. L'avvocato esterno dell'Eni, noto depistatore, taroccatore di prove, corruttore di magistrati (ha patteggiato) mette a verbale a Milano una nuova loggia P2 chiamata Ungheria, piena di magistrati, politici, avvocati, big di vari apparati. Il pm Storari litiga coi capi perché vuole iscrivere subito Amara e gli altri due che ammettono di far parte della loggia, mentre i capi vanno coi piedi di piombo e aspettano cinque mesi. Storari ne parla per autotutela con Davigo e gli mostra il contenuto dei verbali (senza violare il segreto, che Davigo - membro del Csm - è tenuto a custodire). Davigo scopre che Amara tira in ballo due colleghi del Csm, il suo compagno di corrente Ardita e Mancinetti. (…) Ora che i fatti iniziano a emergere, poche cose sono chiare come questa: se Davigo, tentando di avvertire i vertici del Csm senza perforare il segreto sulle indagini, ha sbagliato qualcosa, perché i colleghi a cui ne parlò glielo contestano dopo un anno? Tra i pochi con cui ne parlò c'era il Pg Salvi. Se riteneva che Davigo dovesse stilare una relazione, perché non gliela chiese? E, se pensava che avesse violato qualche norma, perché non gli attivò un'azione disciplinare, di cui è il titolare? Quando ciascuno si assumerà le proprie responsabilità, sarà sempre troppo tardi».

DALL’IMMAGINE SACRA ALLA DECADENZA

Maurizio Crippa sul Foglio parte dalla foto simbolo dei Pm di Mani Pulite per ricordare che oggi i giudici si combattono tra di loro. E che senza la volenterosa collaborazione della stampa, quel mito non sarebbe stato alimentato.

«C'è una fotografia - anzi per meglio dire lo statuto è quello dell'icona, di un'immagine sacra - che ha segnato trent' anni della storia civile e giudiziaria italiane. Sono i pm di Mani pulite che avanzano uno a fianco all'altro, esseri superiori come i filosofi della Scuola di Atene o gli Intoccabili, quelli del film più dipietresco di Brian De Palma. Far finta di essere giusti, parafrasando Gaber, mentre Francesco Saverio Borrelli, col sarcasmo dell'aristocratico che aveva a schifo politici e industriali (amava i cavalli e la musica classica, lui) sfornava facezie: "Noi non incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato". E anziché gli ispettori di via Arenula arrivavano gli applausi. L'allievo più sottile, Piercamillo Davigo, ringalluzzito dai successi sentenziava: "Gli inquisiti non si possono lasciare in libertà altrimenti la gente si incazza". Uno scempio del diritto, che però, va ricordato sempre, non sarebbe stato possibile senza il servo encomio dei giornali (e dei gruppi industriali padroni, terrorizzati di quel che avrebbe potuto accadere anche a loro). Gli stessi giornali che adesso si scoprono rispettosi delle procedure e non pubblicano i verbali trafugati, o riempiono di fasullo sbalordimento le cronache che debbono dedicare alla rovinosa caduta dell'Incorruttibile. Senza la connivenza della stampa, e dei partiti che ne approfittarono, questa maleodorante melma che oggi con pudibondo sussiego chiamano "crisi della magistratura" forse non sarebbe esistita. Di certo, non sarebbe esistito il mito degli eroi di Mani pulite».