Mettiamoci la faccia

Da oggi cade l'obbligo delle mascherine all'aperto. Ma restano i timori per la variante Delta. Possibile pace fra Grillo e Conte, una telefonata fa sperare. Oggi cabina di regia su lavoro e giustizia

Da oggi via le mascherine all’aperto, non c’è più l’obbligo di indossarle. Viste le temperature, sarà certamente un sollievo. Gli esperti raccomandano di portare comunque i dispositivi di protezione con sé e indossarli in spazi chiusi, mezzi di trasporto, eccetera. Prosegue la campagna vaccinale. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 416 mila 433 vaccinazioni, non male per essere domenica di fine giugno. Ma la preoccupazione è legata alla variante Delta, che può dilagare fra i non vaccinati e fra chi ritarda la seconda dose. Su AstraZeneca ieri il generale Figliuolo ha ammesso onestamente in tv: “Forse si poteva comunicare meglio”. I vertici militari sono bravissimi nella logistica e in tutto il mondo sono loro ad avere in mano l’organizzazione complessa della vaccinazione di massa. È così negli Usa, è così in Cina. Ma la comunicazione ai cittadini, tanto più con l’esplodere della cosiddetta infodemia e delle bufale sui social, non può essere sporadicamente affidata al capo della logistica, in divisa. In Italia, stando alle cifre date dallo stesso Figliuolo, ci sono più di due milioni over 60 ancora indecisi. Non si tratta di no vax irrazionali, del tipo i terrapiattisti anti vaccino che affollano i social. Quelli, ancorché rumorosi, restano una piccola minoranza. I milioni non vaccinati andrebbero informati e persuasi. Ma su questo punto il Governo latita. In una società complessa come la nostra, la comunicazione va affidata a professionisti del settore, possibile che nessuno ci abbia pensato?

Guardate l’aspra diatriba fra Grillo e Conte. Pare che una delle questioni sul tavolo sia chi debba essere il portavoce del nuovo 5 Stelle. Per dire, come la comunicazione sia tutto. A proposito, la possibilità di un accordo fra il fondatore e l’ex premier è aumentata, anche il Fatto, pessimista ma bene informato, incoraggia la mediazione. Il che è tutto dire. Mentre Letta tifa per Conte. Che sia di buon auspicio? Lo capiremo nelle prossime ore.

Oggi pomeriggio cabina di regia della maggioranza con Draghi. Sul tavolo la riforma della giustizia e la scadenza fra 48 ore del blocco dei licenziamenti. Misure che potrebbero approdare nel prossimo Consiglio dei Ministri di mercoledì. Domani a Roma è festa per la ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo. Sul fronte del Ddl Zan, c’è da segnalare una lettera del Papa di incoraggiamento ad un gesuita che segue pastoralmente alcuni LGTB. Mentre Il Fatto si esercita sul tema della “manina” che avrebbe causato la pubblicazione della famosa Nota vaticana, che doveva restare riservata. Chi ha voluto quello “scoop” devastante? Secondo le indiscrezioni le possibilità sono due: o gli ultrà cattolici di destra o gli ultrà LGBT, compreso lo stesso Zan. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Primo giorno senza mascherine. Sintetico il Corriere della Sera: «Più liberi, ma non è finita». Preoccupata
la Repubblica: Allarme variante Delta. 15 milioni ad alto rischio. La Stampa ricorda le raccomandazioni europee: Italia bianca e senza mascherina. L’Ue: «Non abbassate la guardia». Il Messaggero consiglia: «Via la mascherina, ora cautela». La Verità prende in giro chi teme le varianti: Via la mascherina, non la paura. C’è l’assalto delle brigate Delta. Il Quotidiano nazionale mette in fila i pericoli della ripartenza: Vacanze, movida e rave: Sos contagi. Sulla stessa linea Il Mattino che ricorda anche i campionati di calcio: Europei, movida e vacanze, l’allarme per i nuovi focolai. Solo Il Fatto ci ricorda la diatriba nei 5 Stelle: Tra Conte e Grillo, telefonata di fuoco, poi i segnali della pace. Libero torna sull’appello degli economisti di sinistra contro i prof “liberisti” scelti come consulenti dal governo: Allarme libertà. Versione estiva della classifica delle province sulla qualità della vita del Sole 24 Ore, questa volta stilata per generazioni: Il benessere per età. Vincono Cagliari, Ravenna e Trento. Approfondimento “ecologico” del Domani: Così le lobby dell’energia fossile si sono prese il Pnrr.

DA OGGI VIA LE MASCHERINE, TIMORI PER LA VARIANTE

Si torna a sorridere e ad esprimersi col volto, almeno all’aperto. Alessandra Ziniti per Repubblica scrive la cronaca del primo lunedì senza dispositivi di protezione obbligatori:

«Via le mascherine all'aperto, si torna a sorridere e a guardarsi, e si scarica il green pass, pronti per vacanze e discoteche. L'estate è ai blocchi di partenza ma il caso di Maiorca fa già paura con gli 850 contagiati in pochi giorni e gli oltre 3.000 in quarantena, tutti giovanissimi ritrovatisi in una delle isole spagnole della movida e trasformatisi in improvvisi "untori" al rientro a casa. È così che la variante Delta rischia di sconvolgere l'estate dell'Europa con la fascia più giovane della popolazione, quella che si muove di più, non ancora immunizzata. In Italia sono più di 15 milioni coloro che - se abbandoneranno comportamenti responsabili e prudenti - potrebbero diventare potentissimi diffusori di virus. Sono i più giovani, tra i 12 e i 40 anni, la fascia d'età in cui la percentuale di persone con il ciclo vaccinale completo è ancora bassissima: meno di due milioni su una platea di oltre 17. Tutti gli altri, dunque più di 15 milioni di giovani, ancora non vaccinati o con una sola dose (5,5 milioni), sono ad altissimo rischio di incrociare la variante Delta e diffonderla visto che - secondo gli ultimi studi - solo con due dosi si è protetti dal contagio della nuova variante che si avvia a diventare prevalente anche in Italia. Un rischio serio che preoccupa il governo e che, nelle prossime settimane, potrebbe portare ad una revisione del Green pass che in Italia, unico Paese europeo, viene concesso anche a chi è vaccinato con una sola dose, quindici giorni dopo. Il che significa che milioni di persone che si ritiene non siano protette dalla variante Delta possono entrare in discoteca, partecipare a cerimonie, concerti, eventi, senza bisogno di fare un tampone. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri non esclude che si possa arrivare ad un ripensamento: «Diamoci al massimo due settimane e vediamo i dati dei prossimi monitoraggi. Di certo il Cts dovrà fare una riflessione. Se verrà confermato che l'efficacia dei vaccini contro la variante Delta è significativa solo dopo la seconda dose e se la variante dovesse diffondersi in modo esponenziale, non c'è dubbio che i criteri di concessione del Green pass dovranno essere rivisti. Abbiamo faticosamente creato le condizioni per togliere l'obbligo di mascherina all'aperto e per riaprire le discoteche ma non possiamo adesso fare errori e sottovalutare eventuali situazioni di rischio come potrebbe essere quella di ammettere persone non protette in contesti dove il distanziamento non può essere garantito».

Maurizio Belpietro dalle colonne de La Verità ironizza sulle “Brigate Delta” e, nel giorno della fine dei divieti sulle mascherine, teme che le precauzioni contro le varianti provochino nuovi divieti.

«Le mascherine rimangono, ma solo per i locali chiusi e non all'aperto e questa è una misura di prevenzione che non contestiamo, anche perché altri Paesi che avevano rimosso anche questo obbligo, come per esempio Israele, dopo qualche settimana sono stati costretti a reintrodurlo. Insomma, contro il Covid ci vuole un po' di buon senso: noi non siamo aperturisti fino in fondo e le precauzioni le accettiamo di buon grado. Ciò che non accettiamo sono i provvedimenti inutili come, appunto, le mascherine mentre si va in spiaggia o gli allarmi ingiustificati. Se Speranza è un vedovo inconsolabile dell'emergenza (lo definiscono così alcuni suoi colleghi), bisogna dire che non è il solo. Già, perché mentre il numero di decessi è per fortuna crollato e il numero di contagi tende al minimo, si moltiplicano gli appelli alla prudenza, accompagnati dai più neri presagi. Le Brigate Delta, dal nome con cui il politicamente corretto ha voluto ridefinire la variante indiana, sono in allarme e raccomandano addirittura di non muoversi se non si è totalmente vaccinati, ovvero se non si è fatta la seconda dose. Ora, secondo i dati più recenti, gli italiani che non sono stati sottoposti ad alcuna inoculazione (escludendo i minori di 12 anni, cioè i bambini) risultano essere all'incirca il 38 per cento, vale a dire circa 20 milioni di persone, le quali sono fermamente invitate a restarsene a casa. Ma la pattuglia dei catastrofisti non si ferma a ciò: anche chi ha ricevuto una sola dose deve rimanere ad agosto agli arresti domiciliari, evitando di muoversi. E siccome gli italiani che hanno completato l'intero ciclo vaccinale al momento sono meno di 18 milioni, l'invito a non far le valigie interessa all'incirca 42 milioni di persone, ovvero la maggioranza. Ora, come si diceva, noi siamo per il buon senso e pure per le precauzioni e dunque ci sta bene che sul treno o su un aereo sia d'obbligo mettersi il bavaglio, ma impedire a 42 milioni di persone di spostarsi o di concedersi una vacanza ci pare un po' troppo. Così come ci pare insensato parlare di zone rosse quando ancora non ci sono segnali che inducano a prendere tali misure estreme. Non vorremmo cioè che qualcuno si fosse abituato in questo anno e mezzo ai provvedimenti restrittivi, ai dpcm di contiana memoria, e non vedesse l'ora di ripristinarli per poter continuare a godere dei vantaggi dello stato d'emergenza».

VACCINI, CHE COSA CAMBIA PER LE VARIANTI

Se per ora i numeri dell’epidemia restano buoni, la previsione dello sviluppo delle varianti fa aggiornare la campagna vaccinale. Adriana Logroscino per il Corriere.  

 «Cambia la campagna di vaccinazione. Con la variante Delta che avanza, si impone un doppio binario: la somministrazione di AstraZeneca e Johnson & Johnson, destinata agli ultrasessantenni, deve correre, quella di Pfizer e Moderna deve restare costante, senza intaccare le riserve. Quindi bisogna convincere gli ultrasessantenni a farsi vaccinare con i vaccini a vettore virale: nell'ultima settimana, le prime dosi di AstraZeneca e la dose unica di J&J somministrate agli over 60 sono state, rispettivamente, solo 8 mila e 13 mila; quelle di Pfizer e Moderna 103 mila e 14 mila. Non può funzionare. Perché le dosi di Pfizer e Moderna a luglio saranno 14,5 milioni, cioè 500 mila al giorno. E invece il ritmo deve essere più sostenuto se si vuole far correre la campagna di immunizzazione più velocemente della variante più contagiosa e temuta. In Lazio, Liguria e Umbria sono già partiti, riducendo drasticamente il tempo tra prima dose e richiamo di AstraZeneca, fino al minimo di 4 settimane. Ma tutte le Regioni si stanno attrezzando in questo senso. Non basta però anticipare i richiami. Occorre anche recuperare gli ultrasessantenni che ancora non hanno prenotato neppure la prima dose. Il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, confermando in tv che avere l'80 per cento di immunizzati a fine settembre è un obiettivo raggiungibile, torna quindi sulla necessità di «andare a cercare» i 2 milioni e 600 mila over 60 che mancano all'appello. Tutti no vax convinti?Sicuramente no. Alcuni saranno in cattive condizioni di salute, altri solo residenti in campagna, o in piccoli centri, lontani dalle arterie di collegamento con le città. Figliuolo annuncia: «Abbiamo messo al lavoro oltre cinquanta team mobili della Difesa che battono i paesi più isolati». Una campagna di prossimità, come quella invocata dal virologo Fabrizio Pregliasco. Del resto anche Figliuolo, ieri, ha spiegato che «a un certo punto, lo abbiamo visto anche in altri Paesi, si fa fatica a trovare i vaccinandi». Se il sistema dei grandi hub sta esaurendo la sua spinta propulsiva, anche di immagine, per il prossimo futuro l'attività di vaccinazione dovrà essere non più concentrata, ma diffusa, capillare».

ALLARME PER LA MOVIDA SELVAGGIA

Ma le criticità del ritorno ad una certa normalità di vita non sono date solo dal rischio varianti. L’altro giorno Michele Brambilla sul Quotidiano nazionale parlava della violenza del ritorno alla vita: la “voglia matta” dell’uscita dalla pandemia con incidenti e ingorghi. Oggi Il Messaggero lancia l’allarme sulla movida selvaggia in tutta Italia.  

«Rimosso il coprifuoco è allarme movida violenta in tutta Italia. Risse, aggressioni, accoltellamenti fanno da sfondo alla ripresa della riapertura della vita notturna dopo mesi di restrizioni. In Campania diversi sindaci pensano ad introdurre ordinanze sulla scia del governatore Vincenzo De Luca per impedire almeno la vendita di alcolici all'aperto nei fine settimana o chiusure dei locali. A Napoli, l'ultimo episodio di una lunga scia di sangue che sta caratterizzando le uscite dei giovanissimi in strada, risale a sabato notte quando un 21enne è stato aggredito all'uscita di un locale di Coroglio. Mesi di chiusure e costrizioni è come se avessero fatto covare rabbie represse soprattutto tra i ragazzi, da quando è scattato il via libera alle uscite serali i report di carabinieri e polizia al lunedì assomigliano sempre più a dei bollettini di guerra. Se da settimane Napoli sconta una ripresa delle faide di camorra in più zone della città, da ultimo il ferimento di due uomini in una sparatoria ai Quartieri Spagnoli, anche la movida sta causando problemi sul fronte della sicurezza. Sabato notte, intorno alle 3, i carabinieri sono dovuti intervenire in via Coroglio per l'aggressione a un ragazzo di 21 anni. Il giovane ha raccontato che durante la serata in un locale aveva avuto una discussione con alcuni ragazzi seduti al tavolo accanto. All'uscita è stato colto alle spalle e colpito con calci e pugni. Necessario l'intervento del 118 e il trasporto all'ospedale San Paolo dove, dopo le medicazioni, il 21enne è stato considerato guaribile in 7 giorni. Il giovane ha sporto denuncia, ma non è stato in grado di descrivere i tre aggressori, i militari dell'Arma stanno indagando sull'accaduto. Sono però diversi giorni, non solo nei weekend, che le forze dell'ordine sono costrette ad un super-lavoro per garantire la sicurezza nelle strade cittadine. Nel centro storico è stata avviata una vera e propria task-force per i controlli, ma le tante multe e le tante sanzioni non riescono a mettere un freno alle frenesie. Quando non ci sono risse è la musica a tutto volume fino a tarda notte o le grida di ragazzi ubriachi a disturbare il sonno dei residenti in più punti della città. Del resto, prima ancora che il coprifuoco venisse abolito, fecero scalpore le immagini di Mergellina quando - nonostante il divieto di uscire dopo le 23 - si creò una fiumana di auto dal lungomare fino a Posillipo anche dopo le 2 di notte con ragazzi che avevano allestito una sorta di discoteca itinerante. Per dare un segnale di presenza i carabinieri hanno avviato da alcuni giorni anche una serie di controlli per sanzionare i ragazzi che non usano il casco, segnali che però senza un intervento politico possono poco».

PACE FRA CONTE E GRILLO?

Telefonata domenicale tra i due contendenti, c’è un possibile accordo fra fondatore e futuro leader dei 5 Stelle. Ma Conte conferma la conferenza stampa (o comunque una dichiarazione) prevista entro sera. Claudio Bozza per il Corriere:

«Si è aperto uno spiraglio, ma permangono importanti divergenze. Conte, infatti, non sarebbe ancora soddisfatto: «Le distanze restano», fanno sapere i suoi fedelissimi. Prosegue quindi questo duello (politicamente molto duro), dopo giorni di mediazione con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in prima linea. È stato a sorpresa Grillo ad andare incontro all'ex premier, che da tempo aspira a diventare ufficialmente il leader del Movimento. Eppure, vista la premessa assai positiva, le aspettative sono rimaste deluse. «È quando le certezze sembrano vacillare che si vedono la qualità dei giocatori, la forza e l'anima di una squadra. Avanti azzurri!», aveva scritto su Facebook Conte subito dopo la vittoria dell'Italia contro l'Austria. Esultanze calcistiche a parte, per ricucire con Conte - dopo avergli gridato: «Sono il garante, non un cogl..» e poi: «Devi studiare» -, durante la telefonata Grillo si sarebbe impegnato a rinunciare al potere di controllo totale sulla comunicazione dei pentastellati, oltre a quello sulla scelta delle nomine. Cadrebbe così il nodo della «diarchia», con Conte che sarebbe ben meno condizionato dal peso eccessivo di un'ombra come quella di Grillo. Quest' ultimo, a fronte dei presunti passi avanti nel confronto domenicale, dovrebbe continuare a mantenere i poteri di «garante», così come previsto nel nuovo Statuto, che dovrebbe normare (solo con qualche piccola modifica) il funzionamento del nuovo Movimento. «Come farà ora Conte a dire di no?» commentano i parlamentari che sperano di raggiungere la pace tra i duellanti. Ma la partita non è affatto chiusa. L'ex premier ha infatti fissato una conferenza stampa nel tardo pomeriggio di oggi: un paletto, per continuare la trattativa fino all'ultimo minuto. Mentre a». 

Per il Fatto i due si sono parlati, ma restano “lontanissimi” e da parte contiana si sottolinea che sono stati fatti pochi passi davvero “politici”. Luca De Carolis e Lorenzo Giarrelli.

«Dopo due giorni di guerra di posizione, Beppe Grillo muove un passo verso Giuseppe Conte. Ma non basta, perché nella sostanza i due restano lontanissimi, senza ancora alcuna soluzione per risolvere il vero tema dello scontro, cioè la gestione della leadership del nuovo Movimento. Ieri il Garante ha scritto una mail all'ex premier e poi i due si sono sentiti per telefono. Segno del fatto che Grillo, che giovedì scorso aveva scaricato l'ex presidente del Consiglio di fronte ai parlamentari, ha capito la gravità della situazione del suo Movimento. Ma i contatti non hanno certo risolto la questione, con fonti vicine a Conte che confermano al Fatto che "passi in avanti sulla sostanza politica non se ne sono fatti". Anche perché la mail e il colloquio hanno dimostrato la disponibilità di Grillo a rinunciare a qualche prerogativa, ma non hanno centrato il nodo dell'agibilità politica. Senza contare che testimonianze del clima burrascoso della chiamata - poi, evidentemente, tranquillizzatasi - sono comparse persino su Facebook, dove ieri in alcuni gruppi chiusi di sostegno all'ex premier qualcuno ha riportato le grida di Conte sentite da sotto la sua abitazione romana. Oggi comunque parlerà lo stesso Conte, resta da vedere se in una conferenza o per altre vie, magari con un video sui social. Per tentare un'ultima mediazione, Grillo potrebbe allora anticipare l'ex premier scendendo a Roma dalla sua villa di Marina di Bibbona, in Toscana. Una pezza necessaria, ma forse tardiva. Ancora ieri chi ha sentito Conte lo descriveva rigido sulle sue posizioni. Troppa la delusione verso chi gli aveva chiesto di rifondare tutto, salvo poi imputargli di voler fare di testa sua. Ma non è solo questione di amarezza personale, perché anche di fronte a un chiarimento resterebbe un enorme problema politico da sbrogliare, dal momento che non potrebbe esistere alcun Movimento a guida Conte se Grillo non rimettesse in discussione il suo ruolo, togliendo dal tavolo la pretesa di una diarchia che l'ex premier ritiene inaccettabile. Tradotto: il fondatore deve accettare di farsi da parte e il capo politico non può essere un mero esecutore della volontà altrui. Oggi si vedrà, dunque. Il segnale distensivo di Grillo dovrà adesso trasformarsi in sostanza, ovvero soluzioni concrete per la nuova forma del Movimento. Di certo c'è che il Garante da giorni è pressato da più parti affinché si eviti il baratro, anche perché dentro ai 5 Stelle hanno tutti ben chiaro che se la frattura con il leader designato diventasse definitiva il danno sarebbe probabilmente irreparabile. Con ovvie conseguenze per il futuro degli attuali parlamentari e per i consensi del Movimento».

Marco Imarisio sul Corriere ha una tesi precisa sui motivi che animano Beppe Grillo: non si tratta di un nodo politico ma di un rapporto di fiducia personale venuto a mancare. Dunque una pace è possibile, visto che conviene a tutti, ma sarà fragile.

«Con lui la faccenda non è quasi mai politica, ma personale. Il cofondatore del M5S ritiene di avere maturato da tempo il diritto di entrare e uscire a suo piacimento, e di venire al tempo stesso consultato su quel che avviene all'interno dei Cinque Stelle. E se qualcuno non lo fa, diventa una furia. Figurarsi se si tratta di Giuseppe Conte, al quale sta garantendo una nuova vita politica affidandogli chiavi in mano la sua creatura. Non importa se quest' ultima frase risponde al vero. Grillo la pensa così. La crisi tra due litiganti che giocano a chi gonfia di più il petto non è una questione di statuto, di politica estera, o di portavoce. Tutto comincia e finirà con una fiducia che Grillo sente tradita e che non sarà facile da ricostruire. Ancora prima di trattare il passaggio di consegne, c'era da costruire un rapporto personale, lavoro al quale l'ex presidente del Consiglio non sembra essersi molto dedicato. Grillo aveva dato l'assenso alla richiesta fatta da Conte di riscrivere lo Statuto di M5S, e gli sembrava di avere fatto una concessione molto importante. L'unica condizione era stata l'invito pressante a confrontarsi con i suoi due avvocati, uno dei quali è il nipote Enrico Grillo, figlio di suo fratello Andrea, uomo di fiducia assoluta. Quando Conte annuncia di chiudersi in ufficio per dedicarsi all'opera fondativa del nuovo M5S, lo fa con il suo gruppo legale. Senza consultare nessun altro. Grillo chiama più volte Conte, che da sempre ha un rapporto complicato con il telefono. Non risponde. Anche le mail dei suoi avvocati cadono nel vuoto. Con la Cina va anche peggio, se possibile. Prima di andare in visita all'ambasciata, Grillo chiama più volte l'ex presidente del Consiglio, anche per discutere dell'opportunità della sua presenza. L'unica volta che ottiene udienza telefonica, è per sentirsi dire che l'indomani non gli avrebbe fatto compagnia, ma in mattinata sarebbe passato a trovarlo nel suo hotel romano per una chiacchierata. Conte non si fa vedere. L'irritazione per la scarsa capacità comunicativa del nuovo socio comincia a diventare qualcosa di più serio. Quando arriva il giorno del nuovo Statuto, lo strappo è già in essere. Il cofondatore del M5S non ha grande dimestichezza con le questioni legali. Quando si trattò di scrivere le prime tavole della legge pentastellate, ne concordò il contenuto con Gianroberto Casaleggio, ma poi fu quest' ultimo a seguire la loro stesura. Questa volta i suoi avvocati gli dicono di non firmare. Grillo non firma. E va all'attacco, convinto di essere vittima dell'ingratitudine altrui. Fu lui il primo a elogiare in pubblico l'oggetto misterioso Conte nell'ottobre del 2019, durante la kermesse dei Cinque Stelle a Napoli, nonostante guidasse una alleanza con la Lega che detestava. È stato lui a proporlo per la guida del Movimento che verrà, nonostante i dubbi personali, che ancora permangono, sulla sua vocazione ecologica. Anche i parlamentari più vicini a Conte sono convinti che le colpe non stanno da una sola parte, quella oggi meno spendibile al mercato della politica. Se l'ex presidente del Consiglio avesse coinvolto Grillo, lo avrebbe portato dove voleva. Invece ha voluto fare tutto da solo. Alla fine, si tratta soprattutto di una questione umana. E proprio per questo, anche se per comuni convenienze potrebbe anche arrivare una pace più o meno posticcia, resteranno comunque degli strascichi importanti.». 

LETTA TIFA PER CONTE

Tommaso Ciriaco per Repubblica analizza la posizione del Segretario del Pd che, da lontano e senza interferenze, segue con angoscia il dibatto nei 5 Stelle. Nei ragionamenti ai vertici del Nazareno non si prende neanche in considerazione che Giuseppe Conte getti la spugna.

 «Prima avviene un chiarimento nel Movimento, meglio è per tutti. Per i 5S, per la costruzione del campo del centrosinistra, per la stabilità del governo. Ecco cosa pensa in queste ore di confusione e faide grilline Enrico Letta. «Spero trovino le ragioni per stare insieme - dice - Abbiamo tutti una grande responsabilità, ognuno nel suo ambito». Il segretario dem osserva con un po' di preoccupazione e massima attenzione la battaglia nei Cinquestelle. Con i 5S di Giuseppe Conte, il leader democratico sta costruendo un percorso sui territori e, in prospettiva, un'alleanza per le prossime politiche. «Unire - sostiene - vuol dire aiutare l'Italia ad evitare la deriva verso le sirene della destra di Salvini e Meloni». Domani alle amministrative, dopodomani alle Politiche. In questa chiave sembra fondamentale il fattore tempo, per dirimere la contesa: è normale e giusto discutere anche aspramente per costruire un nuovo soggetto politico - così la pensa Letta - ma allungare troppo questa gestazione presenta effetti collaterali. È già successo per le amministrative, che hanno scontato la lunga fase di transizione del Movimento e prodotto poche alleanze sui territori. Per questo, spera nell'«unità» che consenta di ripartire. Sia chiaro, in queste ore di battaglia nei 5S la scelta del segretario dem è netta: nessuna ingerenza. Deriva dalla sua cultura politica, ma anche da una valutazione pragmatica: interferire in giorni di massima tensione rischia di peggiorare le cose, non di migliorarle. E poi, non sarà certo il Pd, scosso da lustri di tensioni interne, a poter dare lezioni. Fare da pontiere, tra l'altro, esporrebbe il leader all'accusa di prendere parte nella contesa. E Letta invece ha un dialogo aperto con Conte, ma mantiene ad esempio un confronto costante anche con Luigi Di Maio. Sul rapporto con l'avvocato, comunque, Letta ha investito parecchio. Al segretario dem sembra impossibile che in futuro i grillini possano fare a meno di Conte, che la parabola politica dell'ex premier finisca qua. Gli riconosce meriti importanti, ad esempio quello di aver traghettato i 5S verso l'europeismo, di aver istituzionalizzato il Movimento facendogli abbandonare il ruolo di partito antisistema. E d'altra parte Letta apprezza anche altri big che hanno permesso questa trasformazione, a partire dai "governisti" Di Maio e Patuanelli. Due che hanno sposato l'alleanza organica con il Nazareno».

MAGGIORANZA RIUNITA SU LAVORO E GIUSTIZIA

Per il Governo i problemi sul tavolo riguardano il blocco dei licenziamenti e la riforma della giustizia. Enrico Marro per il Corriere:

«Occhi puntati su Mario Draghi, che ha convocato per oggi alle 17.30 la cosiddetta cabina di regia a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio cercherà di sciogliere con i Ministri capidelegazione della maggioranza i nodi politici, a partire da quello sulla riforma della giustizia. Ma è probabile che si parli anche di licenziamenti, in vista del decreto legge che il Consiglio dei Ministri dovrebbe approvare mercoledì, giusto in tempo per intervenire con una nuova proroga, ma questa volta selettiva, del divieto di licenziare, che altrimenti per le aziende industriali e delle costruzioni scadrebbe proprio mercoledì 30 giugno. Proroga selettiva significa che essa dovrebbe riguardare solo i settori più in crisi, ovvero le filiere del tessile, dell'abbigliamento e delle calzature, che sono anche quelle che, nel manifatturiero, presentano i più alti livelli di lavoratori in cassa integrazione (circa uno su tre). I sindacati continuano a premere per una proroga generalizzata del blocco fino alla fine di ottobre, per allineare industria e costruzioni al terziario e alle piccole imprese per le quali il blocco è appunto previsto che scada il 31 ottobre. Ma il premier non è di questo avviso. La Lega è per la proroga selettiva. Più spostati sulle posizioni sindacali sono Pd, 5 Stelle e soprattutto Leu. Più favorevoli al superamento del blocco, invece, Forza Italia e Italia viva. Toccherà a Draghi, come altre volte, mediare. I sindacati sono preoccupati in particolare per quelle aziende industriali in forte difficoltà, come per esempio Whirlpool, che potrebbero non aspettare un minuto dalla fine del blocco e inviare centinaia di lettere di licenziamento. Per questo Cgil, Cisl e Uil sperano che venga presa in considerazione l'ipotesi di includere nella proroga del blocco anche le imprese oggetto degli 85 tavoli di crisi aperti presso il ministero dello Sviluppo economico. Ma i tecnici del governo fanno osservare come questa dei tavoli di crisi non possa essere assunta come una categoria giuridica. Si torna allora a ragionare sull'ipotesi di allargare la platea alle aziende con un forte calo di fatturato».

La classifica delle province, proposta oggi dal Sole 24 Ore, è quella stilata sulla base di parametri che riguardano tre fasce d’età: bambini, giovani ed anziani. “Vincono” Cagliari, Ravenna e Trento. Male il Sud e le grandi città, come Roma e Milano.   

«Cagliari si distingue per essere una provincia a misura di bambino. Ravenna un luogo attraente per i giovani. Trento svetta per il benessere degli anziani. Tre province molto diverse "vincono" la sfida della Qualità della vita declinata per i tre target generazionali, in base agli indicatori statistici selezionati dal Sole 24 Ore. L'indagine Se per parlare di benessere in generale bisognerà aspettare la tradizionale classifica di fine anno, nel frattempo le tre nuove classifiche "generazionali" (ciascuna composta da 12 parametri) misurano con i numeri la vivibilità del territorio per bambini, giovani e anziani. (…) I tre nuovi indici documentano così la capacità delle istituzioni di mettere in campo servizi efficienti, le relative condizioni di vita, le lacune nei confronti dei più fragili e le aspettative dei più giovani. Ne emerge un quadro nel quale, da Nord a Sud, i divari territoriali assumono purtroppo anche contorni generazionali. Mentre si conferma il ritardo generale del Mezzogiorno che nelle tre graduatorie popola quasi sempre il fondo delle classifiche, è confrontando i singoli indicatori che si scoprono realtà locali complesse e sfaccettate. Basta fare alcuni esempi sulle tre province capofila. Cagliari, ad esempio, primeggia per numero di pediatri attivi e offre uno dei rapporti migliori tra retta dell'asilo nido e reddito medio dichiarato, offrendo il posto al 27% dei bambini da 0 a 3 anni. Ma scende al 71° posto (sul totale delle 107 province) per qualità della vita dei giovani e al 25° per gli anziani. Tuttavia, nella stessa provincia (si veda a pagina 5) i residenti sotto i 10 anni sono diminuiti del 14% negli ultimi cinque anni, mentre è cresciuta (+11%) la popolazione anziana. Ravenna e Trento, invece, sembrano unire diverse generazioni: entrambe, oltre ad essere le più attrattive rispettivamente per i giovani e per gli anziani, si piazzano nelle top ten anche delle altre due categorie. E negli ultimi cinque anni, in queste due province, la popolazione giovane, tra i 18 e i 35 anni, risulta in crescita, seppur lieve. Male invece le grandi città. Nelle tre top ten pesa la quasi totale assenza delle grandi aree metropolitane, ad eccezione di Bologna (già prima per la Qualità della vita 2020) che guadagna l'ottavo posto per benessere dei giovani e il quinto per gli anziani. Milano e Roma appaiono solo nella top ten dedicata agli over 65, trainate dagli importi medi delle pensioni. Per i bambini, invece, si piazzano rispettivamente 42ª e 18ª, penalizzate dal ridotto spazio abitativo (a Milano 50 mq in media per famiglia) e sprofondano al 76° e 106° posto per i giovani, anche a causa delle difficoltà di accesso alla casa ben rappresentate dagli affitti troppo elevati (la cui incidenza a Roma supera il 60% sul reddito medio dichiarato)».

IN FRANCIA ANCORA SCONFITTI LE PEN E MACRON

Secondo turno alle amministrative in Francia con affluenza molto bassa. Sconfitti il partito populista della Le Pen, e quello di Macron. Tutte le Regioni francesi vengono guidate o da gollisti della destra classica o da esponenti della sinistra. Possibile che Macron promuova un rimpasto di governo prima della festa del 14 luglio. Stefano Montefiori sul Corriere.

«Il soffitto di cristallo, che impedisce al partito di Marine Le Pen di entrare nelle istituzioni, resiste ancora: zero regioni al Rassemblement national. Al secondo turno i cittadini hanno espresso la disaffezione verso la classe dirigente non con un voto di protesta o anti-sistema, come speravano i lepenisti, ma non andando proprio alle urne. L'astensione sfiora il 66%, un livello davvero allarmante per una democrazia. La lunga marcia di Marine Le Pen per normalizzare il Front National divenuto Rassemblement national (RN) e trasformarlo in un partito come gli altri, cioè legittimato a governare, ottiene un risultato paradossale: il partito fa forse meno paura, ma la base non si è mobilitata, gli elettori tradizionali di Marine Le Pen - classi popolari e giovani - hanno preferito restare a casa piuttosto che votare per un partito diventato, appunto, come gli altri. Così il RN pur normalizzato o quasi continua a non governare. Non conquista neanche la PACA (Provence-Alpes-Côte d'Azur), che sembrava finalmente alla sua portata e che avrebbe sancito il radicamento nelle istituzioni di almeno una delle due anime che compongono il partito: più sociale e attenta alle questioni economiche delle classi disagiate al Nord, più identitaria e concentrata su sicurezza e lotta all'immigrazione al Sud. Thierry Mariani, ex gollista ed ex ministro di Sarkozy, amico del presidente russo Putin e del dittatore siriano Assad, sembrava l'uomo giusto per portare i lepenisti alla vittoria nella regione di Nizza, ma si è fermato al 43% contro il 57% del presidente uscente, Renaud Muselier dei Républicains (la destra gollista) sostenuto dai macronisti della République en Marche. Nonostante le manovre per rivolgersi a strati più ampi della società, Mariani fallisce proprio come avevano fallito prima di lui Jean-Marie Le Pen e sua nipote Marion Maréchal. Zero regioni anche per La République en Marche, il partito della maggioranza presidenziale, nato dal nulla nel 2016 per sostenere il cammino di Emmanuel Macron verso l'Eliseo e ancora lontano dal riuscire a impiantarsi a livello locale. Una sconfitta attesa, ma che potrebbe comunque spingere Macron a un rimpasto di governo prima della festa del 14 luglio. Il voto di ieri segna un apparente ritorno alla divisione classica tra destra - che ottiene sette regioni - e sinistra (con un'avanzata dei verdi al suo interno), che ne conserva cinque. I candidati uscenti vengono tutti riconfermati, più per stanchezza, vista l'astensione, che per entusiasmo».

TRUMP, INIZIA IL TOUR DELLA VENDETTA

L’ex presidente Donald Trump torna sulla scena pubblica americana per quello che è stato ribattezzato il “tour della vendetta”. Trump si vuole vendicare di quei repubblicani che non l’hanno seguito sulla sua strada golpista, culminata nell’assalto a Capitol Hill. Massimo Gaggi sul Corriere:

«Donald Trump ritorna a percorrere l'America con raduni dal sapore elettorale. Incontri dominati dal rancore nei quali torna a gridare che le elezioni le ha vinte lui e che la sua sostituzione alla Casa Bianca è una truffa. Lo disse già il 6 gennaio, quando stava per lasciare la presidenza e allora l'effetto fu l'assalto al Congresso per il quale 500 attivisti sono in arresto o incriminati. Continua a ripeterlo ora, senza mai menzionare quell'attacco contro il Parlamento. È falso e non ha prove, ma sa che molti elettori repubblicani credono alla sua versione e quelle parole incendiarie suscitano nuovi timori di disordini nella Capitale. Governo e Congresso sono di nuovo in allarme anche perché persone vicine all'ex presidente (dall'imprenditore Mike Lindell a suoi amici, legali e consulenti come Sidney Powell), diffondono una teoria cospirativa secondo la quale ad agosto Trump tornerebbe presidente. Lui stesso, dicono fonti anonime del suo entourage, ne sarebbe convinto: tesi basata su un riesame del voto in Arizona chiesto dai repubblicani il cui esito, confermando la fondatezza delle denunce di The Donald, innescherebbe un effetto domino. Ma quella richiesta è stata già derubricata a iniziativa infondata e imbarazzante dagli stessi organi amministrativi, a guida repubblicana, dell'Arizona. Messo al bando dalle reti sociali per istigazione alla violenza dopo quel drammatico 6 gennaio, per 5 mesi l'ex presidente è rimasto in silenzio o ha faticato a far sentire la sua voce: ha tentato, per ora senza successo, di creare una sua rete (tv o social) per il contatto diretto con i cittadini, ha parlato a un paio di eventi repubblicani (la convention del partito in North Carolina e la Cpac, la conferenza degli ultrà conservatori), emesso qualche comunicato. Ora Trump torna in pista con un'iniziativa dal sapore elettorale ma per ora, più che riproporre sé stesso per la guida del Paese, sembra deciso a demolire i parlamentari repubblicani che hanno condannato i suoi comportamenti antidemocratici a cominciare dai 10 deputati conservatori che a gennaio hanno votato a favore del suo impeachment. «Tour della vendetta» l'ha definito la Cnn e, in effetti, Trump è andato in Ohio a sostenere, per le elezioni 2022, lo sconosciuto Max Miller che sfiderà Anthony Gonzalez, deputato del suo stesso partito che votò per la sua messa in stato d'accusa. Dopo aver brevemente elogiato Miller, Trump si è concentrato su Gonzalez definito un venduto, un finto repubblicano, una «disgrazia per l'Ohio». Lui è solo il primo: Trump prepara offensive nei quattro angoli d'America anche contro l'odiata Liz Cheney e gli altri parlamentari che l'hanno abbandonato. Intanto, però, l'ex presidente deve preoccuparsi delle nuvole giudiziarie che si addensano sulla sua testa: la Procura di New York ha avvertito la Trump Organization che sono in arrivo atti giudiziari a suo carico. Dopo mesi di indagini dei procuratori di Manhattan, il vicedirettore finanziario del gruppo Trump, Jeff McConney, è comparso davanti ad un grand jury: la sua stessa costituzione sembra indicare che siamo a una svolta». 

LETTERA DEL PAPA AD UN GESUITA CHE SEGUE LGBT

Il Papa ha scritto una lettera di sostegno ad un gesuita statunitense che si occupa di accompagnare le persone LGBT. Luigi Accattoli per il Corriere.

«Nuova mossa del Papa verso le persone omosessuali: stavolta a sostegno di un gesuita statunitense, James Martin, che è sotto attacco da parte della destra cattolica per la sua posizione di «accompagnamento» comprensivo di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt). La mossa è interpretabile come una correzione di immagine, più che di linea, dopo la pubblicazione della «nota» della Segreteria di Stato al governo italiano sul disegno di legge Zan e soprattutto dopo la dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede che il marzo scorso definiva inaccettabile la «benedizione» in chiesa delle coppie omosessuali. «Dio si avvicina con amore a ognuno dei suoi figli, a tutti e a ognuno di loro. Il suo cuore è aperto a tutti e a ciascuno. Lui è Padre»: così scrive Francesco in una breve lettera autografa in spagnolo, inviata a James Martin in occasione del webinar «Outreach 2021» che si è tenuto sabato scorso, un incontro di persone di ambienti cattolici statunitensi che si occupano delle persone Lgbt. È stato Martin a pubblicare oggi la lettera su Twitter, dopo che ieri l'aveva letta nell'incontro. «Lo "stile" di Dio - scrive ancora il Papa - ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi. Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare questo stile di Dio. Tu sei un sacerdote per tutti e tutte, come Dio è Padre di tutti e tutte. Prego per te affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza». Francesco ringrazia infine padre Martin per il suo «zelo pastorale» e per la «capacità di essere vicino alle persone con quella vicinanza che aveva Gesù e che riflette la vicinanza di Dio. Prego per i tuoi fedeli, i tuoi "parrocchiani", tutti coloro che il Signore ha posto accanto a te perché tu ti prenda cura di loro, li protegga e li faccia crescere nell'amore di nostro Signore Gesù Cristo». Padre Martin, 60 anni, è collaboratore della rivista America dei gesuiti statunitensi e consultore del Dicastero vaticano per la comunicazione. Il Papa l'aveva ricevuto in udienza privata il 30 settembre 2019. Presentando la lettera di Francesco nell'incontro di ieri, Martin ha raccontato d'aver scritto al Papa un messaggio personale nel quale l'informava che un suo nipote aveva preso il nome di Francesco alla cresima e gli ricordava l'appuntamento dell'altro ieri, per il quale in precedenza (l'incontro era programmato per il 2020, poi rinviato per il Covid) gli aveva chiesto l'invio di un messaggio di incoraggiamento. Dal Vaticano vengono dunque interventi severi, dottrinali e diplomatici, sulla frontiera omosessuale, posti - con l'approvazione del Papa - da organismi curiali di primaria importanza. Ma vengono anche parole e gesti «comprensivi» da parte di Francesco. La combinazione di questi due segnali sta a indicare la ricerca di una linea di compromesso: incoraggiare chi promuove un nuovo atteggiamento senza però tradurlo in nuove direttive formali. La via che sta percorrendo Bergoglio su questo spinoso argomento è stretta e piena di difficoltà».

Fabrizio d’Esposito per il Fatto scrive la sua rubrica del lunedì’, sempre interessante, sulla “manina” che avrebbe offerto al Corriere della Sera lo “scoop” sulla Nota verbale a proposito del Ddl Zan. Nota che doveva rimanere riservata, com’era accaduto altre volte. Il luogo della fuga di notizie sembra accertato: Padova. Con due sospettati, entrambi veneti.    

«Sostiene il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato cioè premier del Vaticano, in un'intervista ai media della Santa Sede: "Si trattava di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica e non certo per essere pubblicato". Insomma, nessuno scandalo a detta di Parolin, perché è una prassi comunque prevista dal Concordato tra Stato e Chiesa. È accaduto per esempio già nel 1970 ai tempi della legge sul divorzio, come ha ricordato uno dei figli di Giulio Andreotti, Stefano: "Mio padre lo scrisse nei diari". Parliamo, ovviamente, della Nota verbale trasmessa dall'arcivescovo Paul Richard Gallagher, "ministro" vaticano per i Rapporti con gli Stati, con le osservazioni sul ddl Zan, la legge anti-omofobia che prende il nome da un deputato del Pd, Alessandro Zan. Lo scoop lo ha fatto il Corriere della Sera il 22 giugno. E ancora una volta, al di là del merito delle osservazioni (sulla libertà di espressione della Chiesa, in particolare), a tenere banco è stata la divisione tra clericali e progressisti in questo pontificato riformista di Francesco. Da una parte, per esempio, cattolici come l'ex ministro Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant' Egidio che a Repubblica del 24 giugno dice: "Credo che provenga (la nota, ndr) da ambienti italiani della Segreteria di Stato". Riassunto del titolo dell'intervista: "La Nota non viene dal Papa". Di segno opposto, invece, le parole di Giovanni Battista Re, decano del collegio dei cardinali, al Messaggero: "Questo intervento non solo corrisponde al pensiero e al desiderio dei vescovi italiani, ma posso dire che non c'è alcuna contrapposizione con il Papa. So che la Segreteria di Stato ha agito con l'approvazione del Santo Padre". In pratica Francesco sapeva tutto, a maggior ragione se come ha detto Parolin si trattava di "un documento interno" da non pubblicare. Come ammette il citato Riccardi: "Va detto però che è un passo riservato e che tale doveva restare nella sua sofisticata diplomazia". Anche per questo, probabilmente, il pontefice ha seguito in silenzio le polemiche divampate sul Concordato. E così si torna al punto di partenza: chi ha fatto uscire il documento? Un indizio decisivo lo ha dato ieri Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani: "Ho sempre detto di credere alle buone intenzioni dichiarate dell'onorevole Zan, padovano (...), guarda un po', come il giornalista che ha rivelato l'esistenza della riservata 'nota verbale'". L'autore dello scoop sul Corsera è infatti Giovanni Viafora, che di solito collabora con il Corriere del Veneto, dorso locale del giornale di via Solferino. Entrambi di Padova, dunque, Zan e Viafora. Non solo. A esercitarsi sulla manina è stata anche Repubblica arrivando a fare il nome di Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, oltre a insinuare dubbi sulla Lega. E anche in questo caso si rimane a Padova: città natale di Casellati e dove ha lo studio legale il leghista Andrea Ostellari, relatore del ddl Zan al Senato. A questo punto, resta da capire chi ha voluto "bruciare la nota": se il fronte Lgbt o quello clericale di destra».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana    https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.