Mezza chiusa, mezza aperta

Italia con nuovi divieti e anche riaperture. Scuole a rischio. Corsa per i vaccini. Cambia la Protezione civile. Conte batte un colpo. Biden due.

Un’Italia che combatte la pandemia con diverse misure e sfumature di colori. Ma il tono generale della stampa non è certo ottimista. L’impressione è che i dati epidemiologici stiano peggiorando molto in fretta e che alcune zone diventino focolai violenti del virus, formato varianti. Ci sono segnali di riapertura per bar, ristoranti e anche cinema e musei. Ma in molte situazioni (Campania e Puglia per dire due regioni intere) le scuole vengono chiuse, elementari comprese. Intanto c’è un cambio nella guida della Protezione Civile: via Borrelli, entra Curcio. Draghi (e questa volta Bertolaso concorda) punta tutto sui vaccini e sulla prima dose, con l’obbiettivo di arrivare a 2 milioni di vaccinati nel nostro Paese. Intanto Giuseppe Conte torna in cattedra, con un discorso politico, quasi un manifesto progressista in salsa europeista. Mentre Grillo annulla il vertice, di cui si era parlato ieri. Joe Biden si prende la scena internazionale, con un attacco aereo in Irak e un attacco mediatico al principe saudita per l’omicidio Khashoggi. È il vero inizio della Presidenza in Medio Oriente. Buona lettura.  

LE PRIME PAGINE

Chiusure, timide riaperture, speranze: titoli in prima quasi tutti ancora sul Covid. Per Avvenire L’Italia è socchiusa.  Corriere della Sera promette di spiegare: Virus, ecco le nuove chiusure. Per Il Manifesto si tratta di un déjà vu: Un film già visto. Il Quotidiano nazionale pensa già alla Pasqua: Ecco come ci (ri)blindano per le feste. Il Messaggero mette in luce la contraddizione delle scuole nel mirino e della contemporanea riapertura degli spettacoli: Contagi su, l’allarme scuola. Ma riaprono cinema e musei. Scelta simile La Stampa: Le scuole chiudono, i cinema riaprono. Il Mattino risente delle decisioni della Campania, tutti a casa fin dalle elementari: Incubo varianti, scuole chiuse. A suo modo soddisfatto Il Secolo XIX: Liguria in controtendenza, riaprono bar e ristoranti. Per Libero invece è già lockdown generalizzato: Draghi imita Conte E RICHIUDE TUTTO. Repubblica decide di andare sui vaccini e senza virgolette propone nel titolo l’obiettivo di Draghi: Due milioni di vaccinati in più.  Sull’avvicendamento al vertice della Protezione Civile felici Il Giornale: VIA BORRELLI, ARCURI TREMA. ELa Verità: FUORI BORRELLI: ADESSO TOCCA AD ARCURI. Due titoli fuori pandemia. Il Fatto celebra la lezione a Firenze dell’ex premier: Il ritorno di Conte Grillo lo vuole capo. Il Sole 24 Ore si concentra sulla Cassa Integrazione: Cig più rapida da aprile col decreto ristori.

BOOM VARIANTI. IN CARICA CURCIO AL POSTO DI BORRELLI

Come si capisce dai titoli dei quotidiani, l’Italia è divisa in diverse sfumature di arancione e se ci sono divieti nazionali, sono notevoli anche le differenze da zona a zona. Ecco un punto riassuntivo su La Stampa, pessimista su quello che accadrà nei prossimi giorni:

«La fotografia del nuovo monitoraggio è vecchia di una settimana, prima che l'epidemia mettesse il turbo, facendo segnare ieri 20.499 contagi, cinquemila in più rispetto a quelli di sette giorni fa. Ma anche così più di mezza Italia si tinge di arancio. Ma anche così più di mezza Italia si tinge di arancione e rosso. Continuando di questo passo la prossima settimana delle sette regioni ancora in giallo ne resteranno ben poche, perché le varianti stanno diventando prevalenti nel Paese spingendo sempre più su la curva dei contagi e più in giù quella del consenso alle riaperture di bar e ristoranti caldeggiate da Salvini

Una decisione importante presa da Draghi è l’avvicendamento ai vertici della Protezione civile, che negli ultimi mesi ha avuto un ruolo poco marcato nel contrasto alla pandemia. Il Fatto spiega così il cambio della guardia da Borrelli a Curcio:

«Il pressing della Lega e di Italia Viva su Mario Draghi è stato fortissimo fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi: già nelle consultazioni prima dell'accettazione dell'incarico Matteo Salvini e Matteo Renzi avevano messo sulla graticola la gestione della pandemia affidata da Giuseppe Conte a Domenico Arcuri. Messo a capo di una struttura commissariale accusata di troppa autonomia rispetto alle strutture operative della Protezione civile. Che, pare di capire, non avrebbe debitamente contrastato il suo protagonismo. E così la nomina di Fabrizio Curcio alla guida del Dipartimento di via Ulpiano lascia intravvedere l'intenzione del governo di mettere mani alla catena di comando della gestione dell'emergenza. E non pare casuale che avvenga a poche ore dalla chiamata a Palazzo Chigi di Franco Gabrielli (a cui è stata assegnata la delega ai Servizi segreti), dati gli ottimi rapporti tra i due. Perché Curcio, quando Gabrielli terminò l'incarico alla Protezione civile per assumere quello di capo della Polizia, fu da subito il suo erede designato. Poi era stato costretto a fare un passo indietro e il testimone era passato ad Angelo Borrelli. Che ieri Draghi ha liquidato con poche parole. "Ad Angelo Borrelli i ringraziamenti per l'impegno profuso e il lavoro svolto in questi anni" è il tenore della nota di Palazzo Chigi con cui è stata annunciata la sua sostituzione in favore del suo nemico-amico Fabrizio Curcio.»

VACCINI, LA POSSIBILE SVOLTA

Ma la vera lotta alla pandemia resta quella della distribuzione dei vaccini. La scommessa del nuovo Governo è quasi tutta qui. Se davvero si riuscisse ad arrivare in fretta ai due milioni di vaccinati in Italia, obiettivo vero dell’esecutivo, anche la curva epidemiologica cambierebbe. Su Repubblica Alberto D’Argenio, da Bruxelles, con Michele Bocci e Roberto Mania interpretano così la nuova linea:

«Cambia la strategia italiana sui vaccini anti Covid. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha deciso di imprimere una svolta: accelerare la somministrazione della prima dose a una platea più larga di popolazione senza conservare, come si è fatto finora, una quota di vaccini (circa il 30%) per la dose successiva. Quindi, subito due milioni di vaccini in più. Tutto finché ci sarà carenza di rifornimenti e in attesa che venga autorizzato (intorno all'11 marzo) il vaccino monodose Johnson&Johnson. Un approccio simile a quello del premier inglese Boris Johnson che ha imboccato la strada della singola dose. Ma uno strappo rispetto al modello fino adesso condiviso dai 27 Paesi europei e suggerito dall'Ema, l'agenzia europea per i medicinali, che raccomanda il richiamo dopo 4-12 settimane. Draghi è convinto che non si possano più accumulare ritardi, che le varianti del virus siano sempre più pericolose e che se non si fa presto la ripresa economica sarà largamente compromessa con tutti i drammatici effetti sul piano sociale.»

Guido Bertolaso, per una volta, sembra più in sintonia con la nuova strategia del Governo. Raggiunto dal Corriere nelle zone calde della Lombardia sostiene:

«Il vaccino è un'arma che fino a pochi mesi fa non avevamo. I ragazzi di Areu (l'azienda per l'emergenza-urgenza lombarda) mi raccontano che loro un anno fa andavano nelle case a prendere persone che stavano morendo: oggi siamo andati nelle case a vaccinare. Sappiamo di avere un'arma, purtroppo ancora in quantità scarsa. Bisogna usarla meglio». Ha nuove strategie? «Bisogna subito puntare sulla prima dose, lo sto dicendo da una settimana e mi pare che anche il presidente del Consiglio lo stia sottolineando. Se ho 100 mila dosi di vaccino le uso per 100 mila persone, non mi riduco a 50 mila per poi fare il richiamo». Basterà? «C'è tanto di studio che dice che con la prima dose c'è copertura immunitaria. Parlo da uomo delle emergenze, che deve ridurre il danno. Il mio compito non è estirpare definitivamente il Covid. L'obiettivo, con la prima dose, è ridurre l'ospedalizzazione. È ciò che dicono i numeri di altri Paesi, come Israele».»

IL CONTE (DI MONTECRISTO)

Giuseppe Conte è tornato all’Università di Firenze per una “lectio magistralis”. Un’uscita mediatica preparata da molti annunci e celebrata con dirette televisive. Non è il primo ex premier italiano a tornare nelle aule studentesche, ma ad esempio nessuno si ricorda la prima lezione di Enrico Letta in cattedra a Parigi, a insegnare Scienze Politiche. In effetti quella di ieri è stata una difesa giuridico-politica del suo operato di premier e anche un affresco sull’idea di europeismo. Claudio Bozza sul Corriere:

«L'ex premier, durante la sua lezione, ha sì calcato molti aspetti tecnico-giuridici nella gestione della pandemia, ma verso la fine si è soffermato sull'europeismo. Una visione distante da quella che enunciava da «avvocato del popolo». Ora la bussola punta altrove, verso «un europeismo critico, non fideistico» con l'obiettivo di rafforzare l'Ue e «fermare l'ascesa di nuovi nazionalismi». Conte ha evocato poi la necessità di «potenziare il ruolo del Parlamento europeo», prevedendo anche «l'elezione diretta degli organismi», come appunto un presidente del Consiglio europeo. E ancora: «L'europeismo non è una moda. Il modo migliore per contrastare i ripiegamenti identitari è lavorare con lungimirante concretezza per rafforzare l'affidabilità della casa comune europea: altrimenti, quando il vento cambierà e torneranno a spirare i venti nazionalisti, sarà molto complicato riuscire a contrastarli con la forza di soluzioni solide ed efficaci». Attenzione è stata poi dedicata alla lotta al cambiamento climatico. Insomma: quasi un manifesto politico da leader, di stampo progressista. Riavvolgendo il nastro all'inizio della pandemia, Conte ha ricordato le forti difficoltà a redigere il primo piano d'emergenza, soprattutto a causa della «inattendibilità delle notizie che arrivavano dalla Cina».

Antonio Polito si diverte sulla prima pagina del Corriere, in un lungo commento con tanti richiami alla nostra storia politica, a giocare con l’idea del Conte di Montecristo, immagine calzante della voglia di rivincita del Conte politico:

«Potremmo chiamarla la sindrome del Conte di Montecristo. Anche se Giuseppe Conte è solo l'ultimo di una lunga serie di ex primi ministri che, appena usciti da Palazzo Chigi, hanno iniziato a pianificare il ritorno, e forse anche la vendetta, come l'Edmond Dantès del romanzo di Dumas. Si tratta infatti di una costante della politica italiana. Ed è l'altra faccia della sua cronica instabilità. (…)  Se e quando Giuseppe Conte tornerà alla vita politica attiva, raccoglierà intorno a sé una truppa che non comprende solo gran parte dei Cinquestelle, ma anche una buona fetta del Pd, e forse mezza o tutta Leu (non fa grande differenza). Già oggi nel Pd la linea di scontro interno passa tra quelli del «Conte forever» e quelli che non intendono «morire per Conte». Inevitabilmente si creerà così una minoranza «revisionista» nella grande maggioranza che sostiene l'attuale governo, determinata a rovesciare la situazione alla prima occasione, elettorale o no che sia. La sindrome dell'«eterno ritorno» si nutre sempre di un mito: a sinistra della «rivoluzione tradita», a destra della «vittoria mutilata». Ogni ex premier sconfitto può infatti vantare un grande lavoro interrotto a causa di un infedele che l'ha pugnalato alle spalle, e così legittimamente aspirare a riprendere la sua opera non appena sarà possibile. L'ex «spin doctor» di Conte ha già cominciato in questi giorni a costruire proprio questa mitologia, di tanto in tanto condita anche di espliciti propositi di rivincita contro chi ha tramato o boicottato la «rivoluzione». Ma, seppure con altro stile, è stata analoga in passato la narrazione dei prodiani, seguaci di un leader di durata e peso sicuramente maggiori. La vicenda del professore bolognese, infatti, motivò a lungo schiere di fan e di elettori desiderosi di restituire presto al leader dell'Ulivo ciò che Bertinotti nella prima esperienza di governo gli aveva tolto, tirandosi indietro all'ultimo momento e favorendo così l'avversario, in quel caso Berlusconi. (…) Su una platea più ristretta, anche il mito di Renzi fatto fuori dai «poteri forti», quando con il referendum avrebbe potuto cambiare l'Italia, ha vissuto nel cuore di una consistente pattuglia politica, consentendo al suo leader un «ritorno», seppure non a Palazzo Chigi(…) Berlusconi, per esempio, è uscito tre volte da Palazzo Chigi a suo dire sempre per una «congiura»(…) Questa ricerca dell'«eterno ritorno» è uno dei tanti effetti collaterali della crisi della politica democratica in Italia. Non essendoci più i «partiti» (anche nel nome, quasi tutte le forze politiche rifiutano oggi questa definizione), al loro posto proliferano agglomerati tenuti insieme da un leader, da un progetto di potere, o da un proposito di rivincita. Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi e di ritorni, perché dopo una sconfitta politica si va a casa, verrebbe da dire parafrasando Bertolt Brecht.»

TURBOLENZA 5STELLE, MALDIPANCIA PD

Grande turbolenza ancora nei 5Stelle. Grillo, molto irritato dalla fuga di notizie di ieri, ha annullato la riunione nella sua casa di Marina di Bibbona. Per ora nessun vertice, anche se l’idea di dare un ruolo a Conte persiste nel gruppo dirigente. Intanto oggi esce allo scoperto Vincenzo Spadafora, deluso perché non riconfermato allo Sport e sospettato di volersi unire ai transfughi. Dice al Corriere:

«Prima populista, poi sovranista, poi riformista, ora infine «moderato e liberale». La ragion di governo sembra avere sempre prevalso sull'identità. Ne avete una ora? «L'identità del Movimento va ripensata profondamente, guardando al futuro. Anticorruzione, taglio dei costi della politica e reddito di cittadinanza erano le nostre bandiere, ora quegli obiettivi sono raggiunti e dobbiamo trovarne di nuovi». Per Bugani state diventando la costola di Berlusconi. «Non direi, visto che i due governi Conte sono caduti sulla prescrizione». (…) Ha ancora senso un vertice a cinque? «Serve che un processo democratico individui un gruppo di persone legittimate a prendere decisioni, che sia anche un luogo di riflessione, analisi e strategia. Dobbiamo evitare un ritorno al passato, dare spazio a energie nuove, persone che hanno dimostrato di portare contributi innovativi. Non perdiamo l'occasione per una rigenerazione del Movimento, altrimenti cadiamo nelle logiche della vecchia politica. Investire su una nuova leva per il M5s è vitale». Serve un leader forte? «Un leader è fondamentale perché serve qualcuno che guidi i processi, non che li subisca. C'è molta differenza tra leadership e comando: chi guida porta un gruppo di persone alla meta, chi comanda lascia scontento e perde i pezzi». Conte sembra diventato la panacea di tutti i mali del M5S, non rischia di essere una foglia di fico dei vostri problemi? «Conte ha avuto un ruolo centrale nel momento più difficile del Paese. Ha guadagnato fiducia e rispetto dei cittadini: è naturale sperare in un suo più forte coinvolgimento. Il ruolo di Conte deve essere frutto di processi politici, non un'operazione di comunicazione, perché dovrà avere la forza e il mandato di svolgere il ruolo che vorrà ritagliarsi». Piuttosto che incoronare Conte, non sarebbe meglio un congresso vero?«Qualsiasi passaggio dovrà essere frutto di un processo democratico e il più possibile aperto». È stato giusto espellere i contrari a Draghi? «Si poteva evitare questa spaccatura se ci fosse stato maggior coinvolgimento dei gruppi. Così oltre agli eletti stiamo espellendo anche gli elettori»

Giovanna Vitale su Repubblica racconta invece il maldipancia del Pd. Mentre il ministro della Difesa Guerini parla al Corriere sostenendo che “non servono polemiche nel partito in questa fase”, Zingaretti rafforza la squadra e dialoga con i 5Stelle nel Lazio:

«Un colpo al cerchio, uno alla botte. Da segretario nazionale, Nicola Zingaretti cita in Direzione la «vocazione maggioritaria del Pd» per arginare l'ala riformista contraria al patto strutturale coi 5Stelle. Da governatore del Lazio, costruisce un accordo per l'ingresso dei grillini in giunta, a riprova che la sua linea sulle alleanze non è cambiata: i Democratici ne avranno sempre bisogno se vogliono evitare di ridursi a «forza di mera testimonianza». E l'asse principale, per Zingaretti, resta quello con il Movimento. Ribadito anche nella scelta di mantenere al Nazareno Andrea Orlando, fautore della prospettiva giallorossa: al quale verrà però affiancata una donna, da votare fra due settimane in assemblea. Su questo Zingaretti non arretra: «In un governo con queste caratteristiche, avere il vicesegretario ministro non solo non è un problema, ma aiuta il Pd». 

LA CIA ACCUSA, BIDEN COLPISCE

Due importanti notizie, legate fra loro, hanno per così dire inaugurata ufficialmente sullo scenario internazionale la presidenza di Joe Biden: attacco aereo in Irak contro milizie irachene e diffusione del rapporto Cia contro il principe saudita sulla morte del giornalista Khashoggi. Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera:

«Sette bombe di 250 kg sulle milizie irachene appoggiate dall'Iran. E un rapporto di quattro pagine per denunciare al mondo la responsabilità diretta del principe saudita Mohammed Bin Salman nell'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Nel giro di 24 ore l'Amministrazione di Joe Biden prende due iniziative di grande impatto sugli equilibri del Medio Oriente. Il dossier della Cia conferma i sospetti che si erano diffusi subito dopo che Khashoggi fu ucciso nel consolato saudita di Istanbul, il 2 ottobre del 2018. Un omicidio politico, «approvato», scrivono gli analisti della Cia, da Bin Salman, il trentacinquenne erede al trono, fino a pochi mesi fa interlocutore privilegiato di Donald Trump e del genero consigliere Jared Kushner. La svolta di Biden nei confronti di Riad è netta. Prima ha bloccato importanti forniture di armi; poi ha ritirato l'appoggio all'invasione saudita dello Yemen e ora ha autorizzato la Cia a declassificare una parte delle indagini sull'editorialista del Washington Post .(…) Ieri mattina Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca, ha aggiunto: «L'attacco aereo in Siria segnala che il presidente agirà per proteggere gli americani». È la prima azione militare ordinata da Biden, che ha seguito il suggerimento del Segretario alla Difesa, Lloyd Austin, con un impatto tutto da verificare sulla scena internazionale. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, si lamenta perché gli americani «ci hanno dato solo pochi minuti di preavviso», ma nello stesso tempo chiede di «riprendere i contatti» per «chiarire qual è la posizione di Biden sulla Siria».

In che cosa l’azione militare c’entri con la diffusione delle pesantissime accuse contro i sauditi lo spiega bene Federico Rampini su Repubblica:   

«Il presidente americano vuole usare la vicenda Khashoggi per ammorbidire l'opposizione di Riad contro l'accordo sul nucleare con l'Iran. Quando era il vice di Barack Obama, Biden fu coinvolto da vicino in quell'accordo del 2015, poi denunciato e disdetto unilateralmente da Trump. Biden ha detto che vuole rientrare nell'accordo, ma uno dei suoi problemi è l'opposizione saudita. È un'opposizione radicale, di principio, che non si accontenterebbe di migliorare l'accordo: non lo vuole e basta. Da anni Riad ha detto chiaramente che preferisce, al limite, un Iran con l'atomica ma isolato e in pessimi rapporti con l'America. L'Arabia così come gli Emirati, hanno un interesse strategico al permanere di un'alta tensione tra Stati Uniti e Iran, per mantenere l'America impegnata militarmente nel Golfo Persico in difesa dei suoi alleati. Biden vuole cercare di cambiare questo calcolo strategico, e l'affaire Khashoggi è uno strumento di pressione sulla monarchia saudita perché rinunci all'opposizione di principio e accetti di discutere come si può migliorare l'accordo nucleare con l'Iran. Anche verso Teheran però Biden vuole indicare la sua "linea rossa". L'attacco aereo sferrato ieri contro una milizia filo-iraniana al confine tra Siria e Iraq, è la prima azione militare in quell'area da quando il 46esimo presidente è entrato alla Casa Bianca. (…)  Biden vuole riprendere i negoziati con Teheran e non ha molto tempo a disposizione, la finestra di opportunità è nei prossimi tre mesi, in cui l'Iran consente ancora alcune ispezioni internazionali ai suoi siti nucleari. Biden vuole migliorare l'intesa di Obama del 2015, possibilmente allungandone la durata».

LUCA FU TRADITO

La moglie di Luca Attanasio, il nostro ambasciatore in Congo, ucciso in un’imboscata durante una missione del PAM, organizzata dall’Onu, accusa con grande lucidità un “tradimento” del proprio marito. Chi non ha voluto la scorta e perché non sono state usate le macchine blindate dell’Ambasciata?

«Chiedo di rispettare Luca», dice in questa intervista Zakia Seddiki, la moglie dell'ambasciatore Luca Attanasio ucciso lunedì scorso nella Repubblica Democratica del Congo. (…) «Luca è stato invitato dal Programma alimentare mondiale per una visita su un progetto del Pam per le scuole. Era previsto che organizzassero tutto loro. Ha domandato: "Chi si occupa della sicurezza e di tutto?". Hanno risposto: "Ci pensiamo noi alla sicurezza"». Invece è a Kinshasa che l'ambasciata dispone di due auto blindate. È così? «Sì, a Kinshasa ci sono scorta e macchine blindate. Per spostarsi, quindi, Luca ha dovuto porre la domanda: chi si occupa della sicurezza? Non è che il Pam sia una piccola organizzazione. Hanno detto ce ne occupiamo noi ed è giusto fidarsi di un'organizzazione così grande, soprattutto parlando di questo». Nel viaggio Luca Attanasio era scortato soltanto da Iacovacci. In genere in posti come quello della visita si va con giubbotti antiproiettile. «Sì, ma a Kinshasa abbiamo tutto. E Luca non ha mai fatto un passo fuori dalla residenza o dall'ambasciata senza la sua scorta e senza i controlli della sicurezza. Si è fidato». (…) Stando a quanto leggo lei ha dichiarato: «Luca è stato tradito da qualcuno vicino a noi, alla nostra famiglia». A chi si riferiva? «È stato tradito nel senso che chi ha organizzato sapeva che la sicurezza non era nella misura adeguata per proteggere lui e le persone con lui». Può sembrare che lei alludesse a una spia. «Il Pam non ha organizzato la protezione in modo opportuno. Non hanno fatto quello che va fatto per una zona a rischio. Sicuramente dentro il Pam qualcuno sapeva che la scorta non era efficace».

CIG PIÙ RAPIDA COL DECRETO RISTORI

Sul fronte economico una buona notizia in prima pagina del Sole 24 Ore, che riguarda la Cassa Integrazione Guadagni:

«Per semplificare le procedure, e velocizzare i tempi di pagamento della cassa integrazione già a partire da aprile, la norma che rende più snello il sistema di comunicazioni tra i datori di lavoro e l'Inps potrebbe essere inserita nel Dl Ristori 5. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ne parla questa mattina al tavolo con le parti sociali, convocato per illustrare le linee guida di riforma degli ammortizzatori sociali. Il piatto forte del capitolo semplificazioni poggia sul superamento del modello SR41 finora inviato telematicamente dalle imprese. Il modello sarà sostituito da una diretta integrazione dei dati per la Cig nel flusso Uniemens, lo strumento con il quale il datore di lavoro comunica all'Inps i redditi percepiti dai propri dipendenti ».