Migranti, i due fronti: Libia ed Europa

La Lamorgese lavora per arginare l'emergenza sbarchi. Draghi rinvia le decisioni sul coprifuoco. Conte a tutto campo con quelli del Fatto. Letta discute coi suoi. Mattarella bis? Lo dice Piero Angela

Sulle riaperture e il coprifuoco Draghi per ora prende tempo, vuole essere certo di non fare un altro passo che sia accusato di essere poco ragionato. A proposito, il virologo Massimo Galli, la Cassandra del virus, ha annunciato che adesso vuole rinunciare alla televisione e alle interviste. Programma molto vasto e impegnativo, ci chiediamo se abbia ragionato bene su questo punto. Nel frattempo sulla campagna vaccinale, stanno arrivando a svariate centinaia di migliaia di italiani gli sms che fanno slittare la seconda dose. La Pfizer si è dimostrata scettica sulla decisione, ma Figliuolo ha chiesto alle regioni di tirare diritto. Intanto sono state somministrate, dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina solo 343 mila 305 dosi. La media settimanale, secondo i nostri calcoli, è a quota 445 mila, quella mensile, per ora, di poco sopra.

Altra grande emergenza è quella degli sbarchi. C’è una lunga intervista di Avvenire a Luciana Lamorgese, che ha ben presente i due fronti su cui deve agire il Governo: i Paesi del nord Africa, Libia in testa, e l’Europa. Se è vero che sulle coste africane sono in 70 mila pronti a partire, la questione va affrontata con grande determinazione. C’è un altro ministro, Giovannini delle Infrastrutture, che interviene sulla questione su La Stampa.

Per la politica le notizie vengono dal Forum, cioè da un lungo intervistone, concesso da Giuseppe Conte alla redazione de Il Fatto. L’ex premier viene incalzato da Gad Lerner e Antonio Padellaro. Promette che ora il Movimento ripartirà e che la sua rifondazione è quasi pronta. Lancia segnali di alleanza al Pd. Il suo mentore, l’avvocato Alpa, dice in un colloquio pubblicato da La Stampa che in realtà Conte non crede alla destra e alla sinistra. E quanto alla loggia Ungheria è una “boutade”.

Enrico Letta è alle prese con i maldipancia interni dopo la decisione sulle candidature a Roma, che è suonata come una sconfitta e che fa temere per l’esito finale. Anche sul merito del Ddl Zan si fanno sentire le polemiche dentro il partito e nel gruppo dei senatori, ma Letta difende la legge “così com’è”. Piero Angela, insignito da una nuova onorificenza al Quirinale, lancia un Mattarella bis.

Angoscia la guerra israelo-palestinese che appare in piena escalation. Il mondo guarda al Medio Oriente con grande preoccupazione. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Prosegue l’attenzione del Corriere della Sera su divieti e coprifuoco: Riaperture, Draghi frena tutti. Per il Messaggero non è proprio una frenata, ma certo si va più piano: Riaperture, Draghi rallenta. Quotidiano nazionale è preoccupato: Pressing sulle riaperture, governo diviso. Sulla campagna di Figliuolo titola invece Repubblica: A luglio vaccini ai ragazzi. Il Mattino mette in luce il contrasto tra la decisione del Governo e il pronunciamento della Pfizer: Vaccini, scontro sui richiami. Addio 500mila dosi a maggio. Altro tema quello degli sbarchi, Avvenire pubblica un’intervista con la Lamorgese: «Ora regole vere». Mentre La Stampa sente un altro ministro sullo stesso tema: Giovannini: mai porti chiusi ai migranti. il Manifesto stampa una foto di migranti a Lampedusa con il titolo: No recovery. Ancora sulle toghe Il Giornale: Esplode la giustizia. E La Verità: Il metodo Mattarella getta i pm di Roma e Milano nel caos. Libero si lamenta dell’inchiesta sugli insulti al Capo dello Stato: Vietato criticare Mattarella. Il Domani si occupa di una storia specifica, sempre rimanendo nel campo dei veleni, anzi dei rifiuti: L’azienda della discarica prima paga Fratelli d’Italia poi ottiene l’autorizzazione. Il Fatto pubblica un forum con Giuseppe Conte: «Programma 5S pronto, alleati al Pd mai succubi». Un fiume in piena. Il Sole 24 Ore prova ad essere ottimista: L’industria recupera 100 miliardi. Buone notizie anche da ItaliaOggi ma sul fisco: Cartello, lo stop si allunga.

SBARCHI, LIBIA ED EUROPA PER FERMARE I MIGRANTI

Intervista di Avvenire alla Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Per fermare gli sbarchi bisogna stringere con i Paesi nord africani, e poi ragionare sui flussi e la loro gestione con l’Europa.

«La «cabina di regia» del governo non si è ancora riunita, ma a Palazzo Chigi si è tenuto un primo punto della situazione fra il premier Mario Draghi, la titolare dell’Interno e i colleghi di Esteri e Difesa, Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini. Ministro Lamorgese, cosa avete deciso? Siamo ormai a livello di emergenza? «Tutte le statistiche storiche evidenziano un aumento degli sbarchi nella stagione estiva. Ora, i numeri assoluti relativi ai primi mesi del 2021 sono superiori a quelli del 2020. Lo sono anche perché la crisi sociale ed economica innescata dal Covid-19 ha colpito in modo duro anche il continente africano. In ogni caso, la situazione va gestita tenendo conto dei picchi stagionali e della pandemia». Con quali misure? «Da tempo, in previsione degli incrementi degli sbarchi in estate, stiamo insistendo con tutti gli interlocutori europei, coinvolti come noi nella complessa trattativa sul nuovo Patto Immigrazione e Asilo proposto dalla Commissione». E cosa avete chiesto? «Una tempestiva attivazione di un meccanismo d’emergenza finalizzato al ricollocamento nei Paesi dell’Unione disponibili dei migranti salvati in mare durante eventi di soccorso e ricerca». Nel frattempo i barconi partono. Lei ha incontrato le autorità politiche di Libia e Tunisia. Quali impegni concreti stanno assumendo quei governi? «In Libia sono stata il 19 aprile, poco dopo la visita del presidente Draghi. E il 20 maggio tornerò a Tunisi insieme alla commissaria europea Ylva Johansson. La presenza dell’Europa è fondamentale per stabilizzare quei Paesi e per governare i flussi migratori in una logica di partenariato che sappia comprendere, nello stesso pacchetto, progetti di sviluppo, azioni contro il traffico d’esseri umani e garanzie per il rispetto dei diritti umani dei migranti. In particolare la Tunisia, dove la crisi economica innescata dal Covid 19 ha colpito duramente, la classe media deve essere aiutata a rafforzare il suo sistema economico e sociale, anche grazie a finanziamenti europei». E nel caso della Libia? «Stime locali riferiscono di 50-70mila migranti in attesa sulla costa, oltre a quelli trattenuti nei centri. Per la Libia, come ho ribadito all’Alto commissario dell’Acnur Filippo Grandi, il governo vuole proseguire con convinzione sulla linea delle evacuazioni umanitarie, che ha già portato alla realizzazione di 8 corridoi per i migranti più vulnerabili. E che sta portando alla definizione di un nuovo protocollo per l’accoglienza di altre persone bisognose di protezione. Grazie anche alla preziosa attività di Acnur e Oim, il governo intende continuare a finanziare progetti che prevedono rimpatri volontari assistiti dalla Libia, assistenza vitale nei centri di detenzione e supporto ai migranti nei contesti urbani. Anche per questo, in occasione dell’ultima missione a Tripoli, ho proposto di organizzare quanto prima un incontro a Roma con i rappresentanti delle agenzie dell’Onu e delle autorità libiche». Però i naufragi continuano. Perché l’Ue non rafforza il sistema di ricerca e soccorso? «Sulla scorta dell’arrivo di decine di barconi carichi di migranti giunti a Lampedusa nell’ultimo fine settimana, non possiamo pensare di affrontare una situazione così complessa, causa di tragedie in mare, senza puntare molti sforzi per favorire la stabilizzazione del quadro politico in Libia. Il governo di unità nazionale, formato da pochi mesi, va messo in condizione di operare ed estendere il suo controllo su tutti i tratti di costa interessati dalle partenze dei barconi». Avvenire ha documentato inerzie della Guardia costiera locale, in casi di naufragio. E molti traffici sono gestiti da bande e milizie locali. Ritiene che il governo libico riesca a incidere su questo? «Il contrasto alle organizzazioni criminali che sfruttano il traffico di esseri umani deve essere una priorità assoluta. Inoltre, stabilizzare le istituzioni libiche significherebbe consentire al governo di Tripoli di gestire l’area di Search and rescue di sua competenza in modo uniforme e nel pieno rispetto dei diritti umani». Il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer lancia l’allarme sull’«aumento dei migranti dalla rotta balcanica». Cosa sta succedendo? «Il quadrante balcanico ha fatto registrare un incremento delle persone transitate in Italia dal confine sloveno, nonché degli immigrati arrivati via mare dalla Grecia e dalla Turchia». E cosa si sta facendo? «Il 16 aprile ho incontrato a Roma il ministro dell’Interno sloveno. E il 4 maggio sono andata a Vienna per un colloquio col collega austriaco» (…) Con quale esito? «Purtroppo la risposta della Commissione non è stata fin qui soddisfacente. Ma noi insisteremo ancora in sede europea, perché questa situazione può essere gestita efficacemente solo con l’impegno comune dei Paesi interessati». Enrico Letta chiede di trasformare la proposta della Commissione Ue in un Next Generation Migrations, che parta dal superamento definitivo della Convenzione di Dublino sull’asilo. Cosa ne pensa? «Il segretario del Pd ha evidenziato come le classi dirigenti dei Paesi membri, determinate nel contrastare la pandemia, non abbiano ancora messo in campo la stessa determinazione sull’immigrazione. Concordo con lui quando sostiene che vada modificata la proposta della Commissione sul nuovo Patto per Immigrazione e Asilo perché, come sto ripetendo da mesi in tutte le sedi, l’Europa potrà governare il fenomeno delle migrazioni soltanto in una cornice di forte solidarietà e di obiettivi strategici condivisi». Un anno fa, lei propose una ripresa dei flussi migratori regolari «appena l’emergenza Covid–19 lo consentirà». Un orizzonte possibile, con l’attuale maggioranza di governo? «Un emendamento accolto dal governo su impulso del Viminale, approvato in sede di conversione del testo che ha cambiato i decreti immigrazione, ha soppresso il limite al numero di stranieri ammissibili sul territorio nazionale prima stabilito, in riferimento all’anno precedente, a 30mila persone. E io sono convinta che dobbiamo insistere su questa strada: così facendo, sottraiamo i migranti allo sfruttamento della criminalità e rispondiamo alle esigenze di chi, nelle imprese e nelle famiglie, richiede manodopera specializzata. L’ho ripetuto in queste ore alla Conferenza di Lisbona sulla gestione dei flussi migratori: va definita un’adeguata strategia sui canali d’ingresso legale in Europa in una logica di "migrazione circolare". È un percorso che consente di incrociare le esigenze del mercato del lavoro europeo con la valorizzazione del lavoratore immigrato e con un suo possibile rientro nel Paese d’origine». (…) La legge sullo ius soli e ius culturae divide la politica. Non è tempo che il Parlamento ascolti l’appello di tanti ragazzi italiani nel cuore e nella lingua, ma non nel passaporto? «Una riforma di questa portata può essere realizzata solo con la sintesi tra le diverse posizioni politiche. Non è accaduto al termine della scorsa legislatura, quando lo ius soli temperato fu bloccato prima del passaggio decisivo nell’aula del Senato. Io ritengo che, anche in questa fase, sia necessario lavorare per trovare un punto di caduta». Ministro, ciclicamente dall’opposizione si chiede al governo un «blocco navale» per fermare i barconi con i migranti. È un’ipotesi realizzabile? «Com’è noto, tecnicamente il blocco navale è una classica misura di guerra, ricompresa tra gli atti di aggressione previsti dall’articolo 3 della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite 3314 del 1974. Pertanto il blocco non si può applicare, poiché contrasta con le disposizioni che vietano il ricorso all’uso della forza nelle relazioni tra Stati, come metodo di risoluzione nelle controversie internazionali. Analogo principio è sancito dall’articolo 11 della Costituzione italiana».

Un altro ministro, Enrico Giovannini, delle Infrastrutture, parla su la Stampa dello stesso argomento. Sebbene poi ci siano anche tanti altri temi nel colloquio col direttore Massimo Giannini, vediamo il passaggio sugli sbarchi. Passaggio dal quale sembra che la linea della fermezza sui porti chiusi sia più di Giannini che di Giovannini.

«Nell'intervista con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, per la trasmissione "30 minuti al Massimo" (disponibile su lastampa.it), Giovannini ha affrontato tutti i dossier caldi del dibattito politico, partendo dall'emergenza a Lampedusa, per il massiccio sbarco di migranti. Lei ha la competenza sui porti e sulla Guardia Costiera, oltre a far parte della neonata cabina di regia, proposta dalla ministra Lamorgese. Come si affronta questa nuovo allarme? «La cabina di regia ha svolto la prima riunione, stiamo ragionando su varie opzioni, ben sapendo che questo è un problema strutturale, che ora diventa più visibile per le condizioni meteo favorevoli. Credo che la Guardia Costiera faccia un lavoro straordinario nel salvare vite umane in mare e questo non è in discussione, è la prima cosa da fare. Poi certo serve un'azione diplomatica, un coordinamento europeo, considerando le diverse variabili nei Paesi di partenza dei migranti e azioni sul nostro territorio». Quindi possiamo dire che con il governo Draghi i porti sono e resteranno aperti? «Ci sono chiare norme vigenti, ancora più importanti da rispettare in epoca di Covid: bisogna salvare le persone e metterle in sicurezza dal punto di vista sanitario. Ma ci sarà una sintesi politica complessiva, che spetta al presidente Draghi e al governo nella sua collegialità».

RIAPERTURE E CAMPAGNA VACCINALE

Monica Guerzoni sul Corriere della Sera raffredda gli animi, il Governo rimanda la cabina di regia e questo non è un buon segno: 

«Se i numeri del monitoraggio di venerdì lo consentiranno, la prossima settimana il divieto di circolare tra le 22 e le 5 del mattino slitterà di un'ora. Il capo dell'esecutivo ha aperto le braccia ai turisti stranieri e ha fretta di dare impulso alla ripresa economica, ma oltre le 23 non ritiene prudente spingersi, anche per non dare segnali di eccesivo ottimismo all'opinione pubblica. Se guarda Oltralpe, Draghi vede che la Francia dal 19 maggio sposterà il coprifuoco dalle 19 alle 21 e che in Germania la cancelliera Merkel ha concesso un'ora di libertà in più, dalle 21 alle 22. L'approccio prudente di Parigi e Berlino è anche quello di Roma e il premier italiano, che descrivono molto colpito dalle immagini della movida spagnola dopo l'abolizione del coprifuoco, non vuole bruciare i tempi perché sa che «sarebbe un errore». L'intenzione di frenare l'esuberanza aperturista di leghisti, forzisti e renziani e forse anche un po' di irritazione del premier, si avverte già dall'agenda. Se il fronte «aperture, aperture» guidato da Mariastella Gelmini e Giancarlo Giorgetti chiedeva una cabina di regia già venerdì, Draghi siederà al tavolo solo lunedì 17 maggio, perché vuole ragionare sulla base di dati consolidati. Poi ci vorrà un Consiglio dei ministri e quindi il via libera allo slittamento alle 23 del divieto di spostarsi non dovrebbe avvenire prima di martedì 18. Se l'abolizione del coprifuoco invocata dall'ala destra del governo non è all'orizzonte, tra Palazzo Chigi e il ministero della Salute si lavora alle riaperture. Draghi e Roberto Speranza aspettano di valutare con gli scienziati i dati del monitoraggio per capire «se qualcosa si può anticipare». (…). Oggi Draghi sarà alla Camera per rispondere al question time , Forza Italia porrà il tema dei matrimoni ed è probabile che il premier, anche in nome della realpolitik , apra alle richieste del settore, magari ponendo come criterio la possibilità di partecipare agli eventi dopo aver fatto il vaccino, il tampone o essere guariti dal virus. Un altro indizio che conferma l'intenzione di Palazzo Chigi di dare luogo ad altre riaperture, anche anticipate rispetto al calendario del decreto in vigore, è la convocazione straordinaria del Cts. Oggi gli esperti si vedranno per valutare i nuovi parametri in base ai quali i territori passano da una fascia di rischio all'altra e che i presidenti delle Regioni ritengono penalizzanti. «Passo dopo passo», è il motto di Speranza, che prima di allentare ancora le restrizioni vuole vedere come ha reagito il Paese alle riaperture del 26 aprile: «Aspettiamo con serenità i dati del monitoraggio e se ci saranno le condizioni, come tutti ci auguriamo, potremo far ripartire altri settori».».

Mauro Evangelisti sul Messaggero si occupa della campagna vaccinale, che ora ha all’ordine del giorno lo slittamento, controverso, della seconda dose: 

«In Italia ci sono circa 10 milioni di italiani a cui è stata somministrata la prima dose di Pfizer-BioNTech, aspettano di ricevere la seconda e ora si trovano nel limbo, perché non sanno se l'appuntamento per il richiamo sarà spostato. Il Comitato tecnico scientifico, anche su indicazione di Aifa (agenzia italiana del farmaco), ha modificato l'indicazione iniziale che faceva trascorrere 21 giorni tra prima e seconda dose. Ha detto che il periodo cuscinetto può arrivare fino a 42 giorni. La maggior parte delle Regioni sta ampliando al massimo l'attesa, altre (Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) hanno optato per 35 giorni; la logica è: visto che l'efficacia, come ha dimostrato il caso del Regno Unito, è inalterata, meglio rinviare di qualche settimana il richiamo, per vaccinare molte più persone con la prima dose. Sembrava tutto filare liscio, quando ieri a Sky Tg24 è apparsa una dirigente di Pfizer che, più o meno, ha detto: secondo noi non si può fare. A parlare è stata Valeria Marino, direttore medico di Pfizer Italia: «Il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni. Dati su un più lungo range di somministrazione, al momento, non ne abbiamo se non nelle osservazioni di vita reale, come è stato fatto nel Regno Unito. È una valutazione del Cts, osserveremo quello che succede. Come Pfizer dico però di attenersi a quello che è emerso dagli studi scientifici perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l'autorizzazione». L'Italia farà marcia indietro? No. E lo ha ribadito anche il generale Francesco Figliuolo, commissario per l'emergenza, nel corso del vertice di ieri sera con le Regioni: «Riguardo alle disposizioni sulle somministrazioni dei vaccini e i tempi per il richiamo, il punto di riferimento sono i pronunciamenti del Cts». In altri termini: così come succede nelle altre nazioni a partire dal Regno Unito, in Italia decidono le autorità sanitarie, non i rappresentanti di una casa farmaceutica».

Italia Oggi pubblica un’intervista con Guido Rasi, microbiologo di Tor Vergata e già direttore dell’Ema, che torna sul tema della sospensione dei brevetti.

«La battaglia per i vaccini liberi da brevetti, lanciata dal presidente americano Joe Biden, potrebbe essere utile anche all’Europa per incrementare la produzione in tempi rapidi? «Non capisco come potrebbe tornarci utile. Quello dei brevetti è un falso problema. Per fare bene una torta di altapasticceria, con tanti ingredienti, non basta avere la disponibilità della ricetta e delle dosi. Il vero scoglio per produrrevaccini così innovativi, come quello anti-Covid, è proprio la produzione che comporta strutture adeguate, personalequalificato, con una riconversione delle aziende molto radicale e costosa, e un trasferimento tecnologico da parte di chi detiene i brevetti». (…) Se Pfizer dovesse rendere libera la propria licenza, le difficoltà delle fasi di studio e anche di sperimentazione sarebbero superate. «Ma il vaccino va poi sviluppato, prodotto e bisogna dimostrare che il prodotto finale abbia gli stessi standard di quello della casa madre.  Un’azienda che si è tarata su vaccini a vettore virale, come le due italiane, dovrebbero riconvertire innanzitutto i propri bioreattori per fare vaccini a Rna messaggero, ci sono poi le fasi di isolamento ed essiccazione, oltre all’infialamento e alla conservazione. Una riconversione di questo tipo costa almeno 40-50 milioni di euro. Sempre che ci sia la casa madre che segua in una sorta di tutoraggio i ricercatori che devono lavorarci da noi. Senza trasferimento tecnologico non si va da nessuna parte». Lei mi sta dicendo che la battaglia perché i vaccini siano liberi è solo ideologica? «Se si pensa che rendere liberi i brevetti sia la soluzione è evidente che si commette un grave errore. Andrebbe integrata con investimenti per il trasferimento tecnologico e per la riconversione industriale».

FORUM DI CONTE SUL FATTO

Politica ricca di eventi, almeno mediatici. Antonio Padellaro e Gad Lerner intervistano Giuseppe Conte in un lungo forum, pubblicato in doppia paginata su Il Fatto quotidiano. Conte parla di tutto, ma sono importanti le frasi sulla rifondazione del Movimento e quelle sul rapporto con le Pd anche in vista delle amministrative.  

«Sono stati due mesi spesi bene. Per rifondare una forza politica occorre del tempo, occorre un confronto continuo, a tutti i livelli. Ora siamo pronti. Abbiamo una carta dei principi e dei valori, un nuovo statuto, una piattaforma di voto alternativa: a giorni avremo i dati degli iscritti, perché non può che essere così, ci sarà un grande momento di confronto pubblico e poi si voterà». Finora ha lasciato in sospeso nodi cruciali, tra cui il limite dei due mandati. «Il doppio mandato non è attualmente nello Statuto e quindi non sarà nel nuovo Statuto. È un tema che affronteremo più avanti in un confronto alla luce del sole. La forza del Movimento è stata una scelta originaria che si perpetuerà: far votare gli iscritti. Anche in questo caso ci sarà la possibilità di esprimere un voto sulle varie alternative che verranno proposte». Si aspettava che fosse così complicata la gestione della partita con Casaleggio? «La direzione politica del M5S va distinta dalla gestione tecnica della piattaforma. Non c'è possibilità per una forza politica rappresentata in Parlamento che ci sia anche solo l'ombra di una commistione tra questi due aspetti. Purtroppo da parte dell'Associazione Rousseau c'è stata una pressante ingerenza nelle scelte politiche: ma in democrazia se si ha un progetto alternativo, lo si presenta e lo si fa votare, funziona così». (…)Si era parlato di un accordo tra lei e Letta sulle Amministrative. A Roma voi avete scelto di appoggiare Virginia Raggi, col rischio di incrinare i rapporti col Pd. Ci spiega cosa è successo? «Sono impegnato nel rapporto con il Pd in un dialogo alla pari, senza alcuna subalternità. Io parlo tanto con i romani: anche chi aveva un atteggiamento prevenuto nei confronti dell'amministrazione Raggi ora inizia a capire che i risultati hanno richiesto tempo, perché è stato necessario operare una cesura con il passato. Io non ho mai avuto dubbi sul sostegno alla sindaca. Recentemente mi è stata prospettata la possibilità che il Pd potesse candidare Nicola Zingaretti, persona che ha la mia stima e la mia amicizia: li ho avvertiti che questa candidatura avrebbe potuto avere ripercussioni serie sulla tenuta del governo regionale, dove da due mesi siedono due assessori M5S, e loro hanno fatto la loro scelta. Ma non ci stracciamo le vesti se non proponiamo una soluzione congiunta: è successo anche al Pd in passato - con De Luca, con Emiliano - che si decidesse di ricandidare un amministratore uscente. Auspico che al secondo turno il candidato che avrà la meglio verrà sostenuto da tutti. Anche a Torino: cerchiamo di trovare sinergie, c'è un candidato della società civile che può mettere insieme tutti ed essere molto competitivo». (Lerner) È il rettore del Politecnico di Torino? «Il nome non lo dico, ma il Pd lo conosce bene». (Lerner) Lei confida in un rapporto con il Pd non subalterno: immagina il centrosinistra del futuro come una coalizione tra Pd, M5S e Leu o ci vorrà più fantasia? «Io in questi due mesi ho preparato un programma con tante riforme economiche e sociali: andrà condiviso, dovrà crescere col contributo della società civile e dei territori. Questo ci consentirà di avere un progetto competitivo per l'Italia dei prossimi cinque anni». (Lerner) Quando conosceremo questo programma e il nuovo M5S? «Entro questo mese». 

Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa intervista il mentore di Conte, Guido Alpa. Alpa è spesso citato per le attività del suo prestigioso studio di avvocato, ora in libreria arriva una sua opera per La nave di Teseo.

«Che idea si è fatto della caduta del governo Conte? «L'idea che nel nostro Paese un governo non può durare più di tanto. È la storia dal 1948, non del 2021». Perché? «Perché la politica italiana è strutturalmente instabile». E del governo Draghi? «Che è il più attrezzato alla nuova fase, dominata dalla dimensione economica: Recovery Fund, ritorno dell'inflazione, sostenibilità del debito pubblico». L'unità nazionale le piace? «Serve realismo. In questo momento è utile che tutti cooperino, superando idee e interessi di parte». Durerà? «I governi Conte erano incalzati da opposizioni agguerrite. Draghi no. Eppure i partiti già litigano, perché ognuno deve mantenere la propria identità». Qual è quella di Conte? «È convinto che destra e sinistra siano superate, perché i modelli ideologici su cui si fondavano sono erosi». Lei è d'accordo? «No. Penso che ci siano ancora fattori distintivi: fraternità, solidarietà, inclusione, diritti». Intanto Conte deve vedersela con la piattaforma Rousseau. «La effettiva dimensione dell'identità digitale non è stata ancora percepita, la gente ancora non si rende conto di quanto sia pericoloso scambiare dati personali con servizi». È stato colpito dalle rivelazioni dell'avvocato Amara su incarichi e parcelle, suoi e di Conte? «Non ho mai conosciuto l'avvocato Amara. Gli incarichi ricevuti da curatore e giudice delegato sono legittimi e congrui, posso documentarlo». Che cosa pensa della presunta loggia segreta Ungheria? «Una boutade». A che fine? «Strategia difensiva, tecnica di condizionamento, forse intento di destabilizzazione». Nel suo libro c'è una parte sull'omofobia, con un accenno alla «cultura dell'italiano medio». Perché, com' è? «Tradizionale, nel senso che non ha registrato avanzamenti pari a quelli del costume e degli stili di vita. La diversità di orientamento sessuale e affettivo è ancora perseguitata». Il suo giudizio sul ddl Zan? «Mi sembra una questione di civiltà». Sorpreso che sia così osteggiato? «No. È sintomatico dell'esistenza, nella società italiana, di tabù con fondamenta ataviche. Il diritto di vivere la diversità nell'orientamento sessuale e affettivo viene ancora visto con disagio. Poi non stupiamoci se i nostri ragazzi vanno a Londra per sentirsi più liberi». C'è un pericolo per la libertà di espressione? «Non è questo il problema, se la libertà può provocare danni alle persone. Per esempio io sono favorevole alla sanzione per i negazionisti».

LE SPINE DI LETTA: DDL ZAN E AMMINISTRATIVE

Giovanna Vitale su Repubblica racconta il maldipancia dei Democratici dopo quella che è apparsa la sconfitta a Roma. Il rischio è che adesso il candidato del Pd Gualtieri, per di più incalzato da Calenda, parta con una sorta di handicap, rispetto alla sindaca uscente Raggi.

«La luna di miele non è ancora finita, nessuno (o quasi) se la sente di mettere in croce Enrico Letta per «l'umiliazione subìta a Roma». Ma certo, le intese fallite nelle città hanno riportato alla luce tutti i dubbi e le obiezioni su una linea - l'alleanza coi 5S - che un pezzo di Pd ha sempre giudicato sbagliata. Trovando ora conferma nella «prova di inaffidabilità» offerta dai grillini nella trattativa per il Campidoglio. «Quousque tandem abutere patientia nostra?» si chiedono i parlamentari dem, citando Cicerone, a proposito di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, «il gatto e la volpe» hanno preso a chiamarli: sono loro ad aver strappato la tela tessuta con pazienza da Letta; loro ad aver obbligato Zingaretti a rinunciare, rafforzando Virginia Raggi a scapito del centrosinistra, che ora parte indebolito con Roberto Gualtieri. «Bisogna liberarsi dell'ossessione dei 5S», taglia corto Matteo Orfini. «Adesso dobbiamo lavorare ventre a terra per vincere le amministrative, ma dopo andrà fatta una discussione seria su cos' è il Pd e dove vogliamo che vada» avverte. «A Roma era ovvio fin dall'inizio che i grillini non avrebbero mollato la sindaca uscente e mai avrebbero dato via libera al governatore del Lazio. Abbiamo prodotto un meccanismo surreale per cui è apparso che noi aspettassimo l'autorizzazione dei 5S per scegliere il nostro candidato». Una gestione «non impeccabile», per l'ex presidente dem, figlia dell'impostazione del precedente segretario, che l'attuale non avrebbe dovuto assecondare». 

Avvenire pubblica un resoconto del dibattito interno al Pd sul merito del DDL Zan che andrà all’esame del Senato. La cronaca è di Gianni Santamaria.

«Il Pd va in fibrillazione sul ddl Zan. Da una parte chi, come Enrico Letta, lo vuole «approvare così com' è». dall'altra chi, pur condividendone la ratio, vuole fare delle modifiche. Sulla prima trincea si è schierato ieri il segretario, perché «non ci sono più le condizioni politiche per un terzo passaggio», ha detto aprendo l'assemblea dei senatori. Tante la variabili in gioco che sono emerse nel dibattito e che hanno creato tensioni tra i democrat. Riguardano il bicameralismo (ricordato ieri in un'intervista ad Avvenire dal giurista e già Guardasigilli Giovanni Maria Flick), la prospettiva che il ddl non diventi legge entro la legislatura, la libertà di coscienza e il possibile ricorso al voto segreto, che la tutela. Ma che allo stesso tempo può esporre a sorprese, rischiando di mettere a dura prova la linea del partito su un tema 'bandiera'. Diversi senatori dem - da Andrea Marcucci a Valeria Fedeli passando per Stefano Collina, Mino Taricco e Valeria Valente - hanno spinto per modifiche in modo da arrivare a un testo più condiviso. Valente ha ricordato come gli emendamenti dal lei suggeriti non siano stati raccolti. «Abbiamo deciso di ampliare la fattispecie di reato della legge Mancino. L'identità di genere rischia di essere poco applicabile, era meglio specificare 'identità sessuale'», ha sottolineato. «Dovevamo lasciare fuori la violenza sulle donne che ha altre motivazioni. Vogliamo portare a casa la legge, ma sapendo che esiste il voto segreto, vorrei sapere come si fa?», ha aggiunto Fedeli. «Abbiamo il bicameralismo, un testo che viene approvato alla Camera non può essere immodificabile», ha ricordato Marcucci. Inoltre l'ex capogruppo a Palazzo Madama si è detto sì disposto anche a votare così come è il ddl, «con tutti i suoi limiti e con tutti gli errori commessi». Il Pd, però, non può partecipare «alla denigrazione di chi ha opinioni diverse in merito». Per il 'sì subito' si schierano Francesco Verducci, Barbara Pollastrini, Luigi Zanda e Monica Cirinnà. E Letta riceve il plauso della senatrice del M5s Alessandra Maiorino. Nel suo intervento il segretario aveva premesso: «Sarò il segretario più rispettoso della storia del Pd sulla pluralità di idee e posizioni e vedo qui unità di impianto». Ma «l'Italia deve fare un passo avanti di civiltà». E «con il ddl Zan può farlo». Letta ha parlato di una discussione interna «seria e legittima», mentre «fuori il dibattito si è radicalizzato non per colpa nostra». E infine ha invitato il Pd a non farsi «mettere i piedi in testa da idee retrograde della Lega».

SALLUSTI TIRA IN BALLO PIGNATONE

Ancora sulla giustizia il focus del Giornale di stamattina. Alessandro Sallusti dedica l’editoriale al fatto che il Consiglio di Stato ha dichiarata illegittima la nomina di Michele Prestipino al Csm, al posto di Palamara. Sallusti scrive sotto il titolo Prego, citofonare Pignatone:

«È una storia intricata, ce ne rendiamo conto, ma è una svolta destinata a terremotare ancora di più l'intero «Sistema» che Prestipino ha scalato, anche con l'aiuto di Palamara, all'ombra di Giuseppe Pignatone, potente procuratore capo di Roma dal 2012 al 2019. A lungo amico fraterno di Palamara, Pignatone, oggi capo del tribunale della Città del Vaticano, è indicato da molti come lo snodo della politica giudiziaria, non solo romana, per tutti gli anni del suo regno. E a tal proposito fanno testo le ricostruzioni, mai smentite, contenute nel libro Il Sistema. Tanto che viene da chiedersi come sia possibile che a nessuno degli organi inquirenti sugli scandali giudiziari (procure, Csm) sia mai venuto in mente di chiamare Pignatone e fargli qualche domanda su come sono state gestite nomine e inchieste negli ultimi dieci anni. Certo, Papa Francesco, che lo ha fortemente voluto nella sua squadra, non sarebbe contento, di scandali che hanno a che fare con la giustizia da quelle parti ne hanno già abbastanza senza dover farsi carico anche di quelli italiani. Ma se c'è uno che può fare un po' di luce sui fatti e sui misfatti di cui tanto si sta parlando, ecco questo è proprio (e forse solo) Giuseppe Pignatone. Il quale, a prescindere dal suo attuale status, qualche dovere nei confronti della legge italiana, non fosse altro che per onorare la sua lunga carriera di magistrato antimafia, dovrebbe pur sentirlo. Ma la domanda è: a chi conviene citofonare a Pignatone, ammesso e non concesso che lui risponda? A occhio a nessuno, da quelle parti non vedo in giro persone abbastanza forti da poter affrontare la verità».

PIERO ANGELA INVOCA UN MATTARELLA BIS

Mattarella bis. L’idea questa volta non viene da un retroscena di specialisti ma da un maestro della divulgazione televisiva italiana, Piero Angela. Concetto Vecchio su Repubblica:

«Ho detto al presidente Mattarella che deve ricandidarsi, serve il bis», dice Piero Angela, 93 anni, dopo aver ricevuto al Quirinale l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al merito della Repubblica. «Anche mia moglie, che mi accompagnava, gliel'ha detto: "Presidente, ci pensi". È una persona amata, stimata, e rappresenta il Paese. Una sua rielezione sarebbe importante». E Mattarella? «Non ha fatto alcun commento, i presidenti non parlano di queste cose, si sa, ma non credo abbia intenzione di farlo. Non è un lavoro facile. Sei sempre in vetrina. Hai sulle spalle grandi responsabilità. Umanamente lo posso capire». Il padre di Quark è stato premiato per il suo impegno in favore dell'informazione scientifica, un presidio fondamentale durante la pandemia. «L'onorificenza rappresenta il grazie di tante generazioni di italiani», gli ha detto Mattarella. «Sono contento che abbia pensato a me, mi sento parte del servizio pubblico e perciò sento vicino anche il Presidente», spiega dopo l'incontro, al telefono, il nostro maggior divulgatore scientifico. L'incontro è stato breve, ma molto caloroso. Angela ha portato in dono un libro. Il premio gli è stato dato, hanno spiegato al Quirinale, anche perché Piero Angela è un'icona per i giovani, quindi parla trasversalmente a mondi molto diversi tra loro. Mattarella ha voluto in questo modo dare un riconoscimento simbolico ai tanti che hanno fatto un'informazione corretta, facendo in pieno il loro dovere in un tempo in cui abbondano le fake news. Il giornalista ha spiegato al Capo dello Stato che intende creare con la Rai delle puntate di Super Quark da portare nelle scuole, piccole trasmissioni della durata di mezz' ora».

ANCORA MISSILI, LA GUERRA DI HAMAS AD ISRAELE

Continua il lancio di missili provenienti dalla striscia di Gaza su Israele, da parte di Hamas. E non solo più su Gerusalemme, ma anche su Tel Aviv. L’esercito israeliano promette di rispondere colpo su colpo. Il mondo sta col fiato sospeso, di fronte a questa escalation bellica. Il Corriere della Sera ci aiuta ad avere le coordinate di fondo per comprendere che cosa sta avvenendo in questa nuova guerra fra israeliani e palestinesi. Rispondendo schematicamente a tre domande.

«1 Come sono cominciati i disordini a Gerusalemme? All'inizio di Ramadan, il mese più sacro per i musulmani, la polizia ha deciso di innalzare delle barriere attorno alla piazzetta a gradoni davanti alla porta di Damasco. È un luogo dove i giovani palestinesi si ritrovano alla fine del digiuno quotidiano. I comandanti spiegano che la mossa sarebbe dovuta servire a evitare assembramenti, gli analisti restano convinti che sia stata una cattiva idea. Le proteste contro le barricate sono la prima fiammella dell'incendio che sta divampando. Si sono estese all'area della Spianata delle Moschee dove gli agenti anti sommossa hanno fatto irruzione nei giorni scorsi, hanno arrestato i dimostranti, sequestrato pietre e bastoni. Gli arabi si sono scontrati anche con i militanti di estrema destra che hanno marciato per le strade dopo che su TikTok sono circolati i video di assalti contro passanti ebrei.

2 Qual è stata la risposta del governo israeliano? Il premier Benjamin Netanyahu ha ordinato alla polizia di rimuovere le transenne davanti alla Città Vecchia e di cercare di ridurre le tensioni. La Corte Suprema ha anche rinviato la decisione sul possibile sfratto di una ventina di famiglie arabe che vivono nelle zone di Sheikh Jarrah e Silwan (qui ci sono state altre proteste) dopo che alcune organizzazioni di coloni hanno ottenuto dai giudici la conferma del diritto di proprietà sugli edifici: appartenevano a ebrei prima della nascita dello Stato d'Israele nel 1948, i palestinesi ci abitano da almeno sessant' anni. I disordini e gli arresti sono comunque continuati, 300 i palestinesi feriti in un solo giorno.

3 Perché Hamas ha deciso di intervenire? Il movimento fondamentalista domina sulla Striscia di Gaza dal 2007, da quando ne ha tolto il controllo con un colpo militare all'Autorità palestinese. I capi dell'organizzazione sembrano voler cavalcare la rabbia palestinese e si ergono a protettori della Spianata, il terzo luogo più sacro per l'islam, venerato anche dagli ebrei perché vi sorgevano il primo e il secondo Tempio. Khaled Meshal, tra i leader di Hamas, proclama da giorni che la Terza Intifada è vicina: il lancio di razzi vuole dimostrare ai palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania che una loro rivolta (questo significa intifada in arabo) sarà fiancheggiata da Gaza. Quando ha presentato gli accordi di Abramo il presidente Donald Trump aveva proclamato: riconoscendo Gerusalemme come «capitale unica e indivisibile dello Stato d'Israele» abbiamo tolto la città dal tavolo delle trattative e i negoziati per un'intesa di pace saranno più semplici. Come dimostrano gli scontri di questo mese Gerusalemme resta al centro del conflitto israelo-palestinese».

Federico Rampini su Repubblica analizza il comportamento della Casa Bianca di fronte alla nuova crisi israeliano-palestinese.

«Che cosa farà Joe Biden di fronte al rischio di una vera e propria guerra? In parallelo con l'intensità del conflitto tra Israele e i palestinesi, crescono da tutte le parti le pressioni sul presidente perché faccia qualcosa. È l'esatto contrario del suo disegno originario. Ma in politica estera Biden ha imparato a temere, come disse un ministro degli esteri inglese, la più grande delle incognite: gli eventi. Lui sognava un ulteriore disimpegno dal Medio Oriente - dopo l'annunciato ritiro dall'Afghanistan - ma la tragica realtà sul terreno potrebbe impedirglielo. L'escalation di tensione avviene in un momento delicato per la politica estera americana in quell'area del mondo. A Washington l'ala sinistra del partito democratico è stata veloce a prendere posizione: Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Alexandria Ocasio-Cortez hanno subito condannato gli sfratti di palestinesi da Gerusalemme Est. I più radicali vogliono aprire un nuovo fronte militante all'interno del partito democratico, per costringere Biden a un indurimento dei toni verso Israele. Il presidente ha molte ragioni per essere prudente. Biden ha già in mano un dossier rovente: i negoziati per riesumare l'accordo con l'Iran sul nucleare. Molti in America lo accusano di essersi spinto fin troppo avanti, con promesse azzardate sulla futura levata di sanzioni a Teheran (anche se queste promesse sono state ventilate dagli iraniani, e non confermate finora dalla Casa Bianca). I più critici prestano a Biden il progetto inconfessato di completare il grande disegno di Obama, cioè un ridimensionamento sostanziale del ruolo degli Stati Uniti in un Medio Oriente più o meno ricomposto e riequilibrato da un "bilanciamento" Arabia- Iran, al fine di concentrare le risorse strategiche verso l'Indo-Pacifico e la sfida cinese».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.