Naufragio colposo

Tragedia dei migranti in mare. Italia ed Europa sorde agli allarmi. Zona gialla per quasi tutti da lunedì. Recovery al CdM oggi per davvero. Esplodono i 5 Stelle. Nuovi elementi nel caso Grillo

L’angoscia viene dalle ultime notizie sul naufragio che avrebbe coinvolto almeno un centinaio di migranti, che cercavano di arrivare sulle nostre coste. Una nuova strage che ha visto l’Europa e gli Stati coinvolti, Italia compresa, incapaci ad intervenire e soccorrere vite umane. Solo Avvenire e Manifesto decidono di dare priorità a questa notizia. I migranti contano ancora di meno, ora che sono altri i terreni su cui esercitare lo scontro tra partiti, ora che le morti per la pandemia ci hanno assuefatto ad un conto tragico di centinaia di vittime. Morti di serie C, scartati doppiamente, come aveva notato nei giorni scorsi Domenico Quirico, ripreso qui nella Versione, morti che nessuno rivendica.

Certo i temi su cui i giornali devono riferire sono tanti e importanti. A cominciare dalle riaperture di lunedì, quando quasi tutta l’Italia sarà in zona gialla. Il bollettino settimanale dei contagi fa sperare, come conferma Locatelli a Repubblica, e dà il suo contributo la campagna vaccinale. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 411 mila 315 vaccinazioni. Da maggio dovrebbero diventare 500 mila al giorno, non siamo lontani. Salvini spiega sul Corriere la sua posizione, Prodi lo accusa di fare come fece Bertinotti col suo governo, spinto dai sondaggi a sabotare continuamente la maggioranza.

Oggi il Recovery Plan approda al Consiglio dei Ministri, doveva arrivarci ieri ma poi è slittato al pomeriggio del sabato. Il motivo? Il Sole sostiene che i partiti erano irritati e chiedevano tempo. Il Corriere che Draghi ha preferito ieri parlare con Bruxelles. Nella vita politica italiana si è consumato un clamoroso divorzio fra Rousseau e il gruppo parlamentare dei 5 Stelle. La Verità intervista Davide Casaleggio. E Conte? Starebbe per rompere gli indugi, secondo Il Fatto. Intanto La Stampa pubblica molti dettagli inquietanti dell’inchiesta che coinvolge il figlio di Grillo, Ciro. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Tanti argomenti nei giornali di questo sabato mattina. Cominciamo dalla tragedia in mare. Come a volte capita, solo due quotidiani scelgono questo tema. Avvenire: Grida senza ascolto. E il Manifesto che accusa l’Europa, la Libia, l’Italia: Strage di Stati. Sulle imminenti riaperture va il Corriere della Sera: Virus, così riapre l’Italia. Stessa scelta de La Verità ma per dire che c’è una: RIVOLTA CONTRO IL DECRETO DRAGHI. Il Sole 24 Ore apre la rassegna dedicata alle misure economiche: Recovery, subito quattro riforme. Per il Quotidiano Nazionale la notizia sta in due cambiamenti: Pensioni e superbonus, il piano Draghi. Per il Mattino è: La nuova Italia del Recovery. Il Messaggero sottolinea: Scuola e pensioni, cosa cambia. I 5 Stelle con la rottura di Casaleggio sono al centro del fatto del giorno per La Repubblica: Il big bang dei 5 Stelle. Anche per il Domani è una storia finita: Senza Conte, senza Grillo, senza Casaleggio, senza stelle. Del M5S non rimane più nulla. Mentre La Stampa pubblica un resoconto choc sull’inchiesta che riguarda il figlio di Grillo: «Così Ciro e gli altri mi hanno violentata». Di giustizia si occupano Il Fatto: Vitalizi, due sberle al corrotto Formigoni. Il Giornale: Sentenza choc dei giudici: si può insultare Berlusconi e Libero: GIUSTIZIA PATTUMIERA.

NAUFRAGIO IGNORATO

Un’altra tragedia di migranti nel Mar Mediterraneo. Questa volta, in particolare, è sotto accusa il sistema europeo di sorveglianza, che non è intervenuto. La cronaca di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera.

«Ancora morti, nuovi migranti annegati in mare. Una tragedia che si ripete all'infinito e vede adesso le organizzazioni non governative (Ong) accusare duramente sia le autorità libiche che gli Stati europei. «C'erano onde alte sino a sette metri, vento forte, freddo. In queste condizioni i barconi carichi all'inverosimile non reggono, si rovesciano e si muore presto», raccontano dai navigli al largo delle coste libiche. I conteggi sono gravi, gravissimi, almeno 100, forse 140 e magari sino a 150 morti in meno di 48 ore. «Fuori, da qualche parte non si trova più un gommone con a bordo forse 130 persone. Ma non lo sapremo mai, sono tutti morti», dichiarano dalla Ong Ocean Viking. Giovedì la Ong Alarm Phone aveva lanciato l'allerta riguardo a tre diverse imbarcazioni: una con circa 40 migranti a bordo e le altre due, con rispettivamente un centinaio e forse oltre 120. Una barca è stata trovata ribaltata, un'altra ha fatto ritorno in Libia, a bordo sono stati trovati i cadaveri di una donna e un bambino. «Di quella con una quarantina di passeggeri non si hanno notizie da un giorno e mezzo. Chiediamo la cerchino subito, non lascino morire anche loro», era stato l'appello della Alarm Phone. La Ong ribadisce che la posizione gps delle barche in difficoltà era stata comunicata alle autorità europee e libiche, ma che l'unica risposta era stata il sorvolo «di un aereo di sorveglianza Frontex sette ore dopo il primo allarme». Questo, a sua volta, ha individuato la barca in mare e informato tutte le autorità e le navi mercantili nella zona. Sia Alarm Phone che la Ong Sea Watch sostengono che le autorità europee avrebbero indicato quelle libiche come «le autorità competenti» per coordinare le operazioni di salvataggio. Un rimpallo di responsabilità che avrebbe condotto all'immobilismo, perso tempo prezioso e quindi causato la tragedia. «Gli Stati si sono rifiutati di salvare i naufraghi», accusa anche l'Organizzazione Onu per le migrazioni».

Il presidente dei Vescovi italiani, il cardinal Gualtiero Bassetti, scrive di proprio pugno l’editoriale in prima pagina su Avvenire e, dopo aver ricordato l’importanza dell’assegno unico per le famiglie, affronta il tema della tragedia dei migranti.

«Il Mediterraneo è ancora oggi una drammatica realtà che parla con forza alla Chiesa universale. Ciò che mi preoccupa di più, dinanzi all'immane tragedia dei numerosi fratelli e sorelle, più di cento, sepolti vivi, ancora una volta, nelle acque del Mare Nostrum, è il giudizio di Dio su noi tutti che assistiamo inermi a queste disgrazie. Al di là dei sentimenti di umana pietà nei confronti delle vittime, non dobbiamo e non possiamo dimenticare che Dio ha voluto fare dell'intera umanità un solo popolo, un'unica famiglia, “fratelli tutti”».

RECOVERY, L’ASSALTO DEI PARTITI

Il Sole 24 Ore in prima pagina spiega così lo slittamento ad oggi dell’esame delle 318 pagine del Pnrr da parte dell’Esecutivo.

«Il Cdm oggi vara il Recovery Plan. Il documento programmatico che da qui al 2026 dovrà far ripartire l'Italia. La riunione del governo, inizialmente prevista ieri pomeriggio, sarebbe slittata per le lamentele arrivate da diversi dicasteri che in alcuni casi hanno ricevuto le bozze dopo i media. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza approvato oggi dal governo Draghi, che sarà presentato entro aprile a Bruxelles, prevede l'attuazione di quattro riforme per risolvere nodi annosi che frenano lo sviluppo del paese: riforma della pubblica amministrazione, riforma della giustizia, riforma fiscale e un provvedimento per rilanciare la concorrenza.».

Il Messaggero da ieri sta producendo un forcing sul superbonus al 110 per cento. Nel retroscena di Marco Conti riferisce che per i 5 Stelle non si può, come previsto per ora nel Piano, limitare il superbonus solo alle case popolari.

«Stamane il Pnrr (Piano Nazionale Ripresa e Resilienza) arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri, ma non nella versione finale perché la prossima settimana il Parlamento discuterà del Piano e perché alcune limature sono ancora possibili. Anche se il passaggio parlamentare non è obbligatorio, è evidente che i partiti hanno voglia di sapere che direzione prenderanno gli oltre duecento miliardi che arrivano da Bruxelles. A differenza di ciò che è accaduto in occasione del decreto riaperture, stavolta a mugugnare forte sono i Cinquestelle e non la Lega che vede andare a scadenza Quota 100 senza protestare. Anzi, il sottosegretario della Lega al Mef, Claudio Durigon, dice che «Quota 100 non è più sufficiente» e che «occorre andare oltre, puntare a quota 41 anni di contributi indipendentemente dall'età». Ma se il Carroccio stavolta non fa storie, il Pd con Dario Franceschini si reca a Palazzo Chigi per avere chiarimenti sulla Rete Unica mentre il suo segretario, Enrico Letta, chiede di introdurre nel piano una condizionalità su donne e giovani, che vincoli a determinati target i progetti per ottenere i fondi. Si riunisce anche lo stato maggiore di Forza Italia con il vicepresidente Tajani e i ministri azzurri Gelmini, Brunetta e Carfagna che vigila sui fondi destinati al Mezzogiorno. Ma il problema più grande è in casa M5S ed è relativo a quel Bonus 110 che doveva essere finanziato con i soldi del Recovery e che invece finisce il prossimo anno. La minaccia recapitata a Draghi arriva a mettere in discussione il voto del M5S in Parlamento. I grillini non mollano perché si tratterebbe dell'ennesima bandiera da ammainare insieme a quella del cashback che viene mandato a morire. A sera dallo stato maggiore grillino esce una nota diretta verso Palazzo Chigi dal tono alquanto minaccioso quando spiega - a modo suo - le ragioni della nascita dell'attuale governo: «Il superbonus al 110% è una misura creata dal Movimento, la sua proroga è indispensabile e imprescindibile per la transizione ecologica. Si ricorda che proprio la transizione ecologica è la matrice che ha fatto nascere questo governo». Il braccio di ferro in Consiglio dei Ministri è scontato e riguarda anche il meccanismo di governance del Piano che sarà oggetto di un prossimo provvedimento». 

Nel suo retroscena Francesco Verderami sul Corriere spiega bene che il Pnrr ha due fronti di discussione: Bruxelles e Roma. Ci vogliono entrambi. La tesi di Verderami è che Draghi ha preferito far slittare il Consiglio dei Ministri ad oggi e dedicarsi ad una lunga riunione in sede europea. E ora, di sabato, fa partire la discussione con gli alleati della maggioranza, la settimana prossima va in Parlamento.

«Il problema per Draghi non è il maldipancia dei partiti. Siccome dall'Europa erano giunte obiezioni al suo Piano, ieri ha deciso di sciogliere i nodi chiamando Bruxelles. Così, nelle ore in cui avrebbe dovuto riunire il Consiglio dei ministri, il premier ha preferito organizzare una conference call con la Commissione europea: c'erano alcuni dettagli del Recovery plan su cui discutere. E dato che nei dettagli si nasconde il diavolo, ha deciso di parlarne prima per evitare spiacevoli malintesi dopo. Lo ha fatto - racconta una fonte autorevole - «con l'approccio di un europeista dialettico», che è un modo per rimarcare il tenore della trattativa. D'altronde il Pnrr rappresenta per Draghi un punto di svolta, è la sfida che segnerà la sua esperienza a Palazzo Chigi insieme al piano vaccinale. E poco importa se sapeva di dover affrontare una partenza ad handicap, se in corsa è stato costretto a rivedere (quasi) integralmente l'impianto del progetto scritto dal governo precedente: era consapevole fin dall'inizio che non avrebbe potuto usare come alibi l'eredità della passata gestione. Al punto che nelle ultime settimane è parso preoccupato agli occhi di alcuni suoi interlocutori per il problema delle scadenze. Non vuole arrivare in ritardo con il Piano all'appuntamento con l'Europa di fine mese: «È una questione di credibilità». È un segnale da trasmettere là dove - per dirla con un ministro - «lo scetticismo sulla capacità del nostro Paese di applicare il Pnrr e varare le riforme necessarie, è pari alla considerazione che nutrono verso il premier». Perciò Draghi ha preferito sciogliere i nodi sul Recovery con la Commissione in attesa di affrontarli con i ministri del suo governo. E mentre era al telefono con Bruxelles, a Roma montava il nervosismo dei partiti di maggioranza che facevano trapelare il loro disappunto per essere rimasti all'oscuro sui contenuti finali del Piano. (…) Per le forze politiche la presenza nella cabina di regia è fondamentale: è come entrare in Champions League o rimanerne fuori. Ecco perché ieri la grande coalizione appariva compatta come mai: dalla Lega al Pd, da M5S a Forza Italia, tutti erano impegnati a premere sul premier, perché - come sottolineava il dem Alfieri - «completasse la governance e affidasse un ruolo centrale al Parlamento». Una formula meno ruvida rispetto a chi, nel suo stesso partito, rammentava «le critiche subite da Conte quando lo accusarono di golpe per voler accentrare tutto». Il problema dei rapporti con il Parlamento però esiste e Draghi - chiamato a superarlo tenendo conto delle scadenze - tenterà di risolverlo la prossima settimana annunciando che terrà «un'interlocuzione costante con le Camere». Si vedrà poi se risponde al vero l'obiezione posta da chi ha già vissuto l'esperienza di Palazzo Chigi, e ritiene opportuno che il premier si doti di un sottosegretario all'attuazione del Pnrr per accompagnarne l'iter. Il fatto è che il tempo scorre, «e con le Camere da consultare, la Conferenza Stato-Regioni da convocare», i ministri trasmettono la frenesia del momento. Che poi è la frenesia dei loro partiti, alle prese con una sfida di potere decisiva e con le scosse di assestamento interno da gestire. Nel Pd, Letta deve muoversi in equilibrio tra chi ha abbracciato «l'agenda Draghi» e i vedovi di Conte che preconizzano un «rapido processo di montizzazione del premier». In Forza Italia, Berlusconi ha da tenere a bada quanti - come Tajani - già segnano la fine della legislatura dopo l'elezione del capo dello Stato, e quanti - come i legati di governo - auspicano lunga vita all'attuale gabinetto. E poi c'è la Lega, dove Salvini giura di fidarsi di Draghi ma intanto per tutelarsi ha avvisato Giorgetti che affiderà il dossier delle nomine di sottogoverno a Bagnai. Grande è la confusione sotto il premier, che avverte i rischi del bradisismo ma sulla governance tiene tutti sulla corda: «Prima facciamo l'attuazione del Piano», ha avvisato. Nell'esecutivo c'è chi si è comprato i pop corn: “Vedremo chi vincerà...”».

La Stampa pubblica ampi stralci della relazione con cui Mario Draghi presenta il Pnrr.

«Il governo intende attuare quattro importanti riforme di contesto - pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza. Inoltre, sono previste iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro; di rafforzamento della concorrenza nel mercato dei prodotti e dei servizi. È prevista infine una riforma fiscale, che affronti anche il tema delle imposte e dei sussidi ambientali. Il governo stima che gli investimenti previsti nel piano avranno un impatto significativo sulle principali variabili macroeconomiche e sugli indicatori di inclusione, equità e sviluppo sostenibile (Sdgs). Nel 2026, l'anno di conclusione del Piano, il prodotto interno lordo sarà di almeno 3,6% più alto rispetto all'andamento tendenziale e l'occupazione di quasi 3 punti percentuali. Gli investimenti previsti nel Piano porteranno inoltre a miglioramenti marcati negli indicatori che misurano la povertà, le diseguaglianze di reddito e l'inclusione di genere, e un marcato calo del tasso di disoccupazione giovanile. Il programma di riforme potrà ulteriormente accrescere questi impatti. La creatività e la progettazione Il Pnrr è parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l'ammodernamento del Paese. Il governo intende aggiornare e perfezionare le strategie nazionali in tema di sviluppo e mobilità sostenibile; ambiente e clima; idrogeno; automotive; filiera della salute. L'Italia deve combinare immaginazione e creatività a capacità progettuale e concretezza. Il governo vuole vincere questa sfida e consegnare alle prossime generazioni un Paese più moderno, all'interno di un'Europa più forte e solidale».

ITALIA IN GIALLO MA SI LITIGA SULLE RIAPERTURE

Quasi tutta l’Italia da lunedì è in zona gialla, e le riaperture sono significative: bar, ristoranti, cinema, teatri, viaggi fra regioni dello stesso colore. Repubblica fa il punto sull’epidemia, intervistando Franco Locatelli, l’esperto del CTS più vicino a Draghi.

 «Professore, lunedì ripartono in quasi tutta Italia tante attività. Cosa rischiamo? «Apriamo in un contesto decisamente più favorevole di quello di alcune settimane fa. Siamo nella quinta settimana consecutiva di riduzione della diffusione del nuovo Coronavirus e fortunatamente osserviamo anche un calo della pressione sui servizi sanitari. Ovviamente, riaprendo, un pochino di ripresa dei casi potrà esserci, però come ha detto il presidente del Consiglio stiamo adottando una strategia graduale e progressiva, per ripristinare attività economiche e sociali rispetto alle quali vi era un'importante sofferenza del Paese a tutti i livelli. L'obiettivo è di riaprire per non chiudere più, per questo sono importanti gradualità e progressività. Senza queste caratteristiche il rischio di dover tornare indietro aumenterebbe». Quale sarà il ruolo dei cittadini? «Rischieremo di meno se ognuno di noi farà la sua parte nel rispettare le regole che ormai tutti conoscono». Secondo alcuni osservatori il Cts non ha più il peso di una volta. La politica ha ascoltato voi tecnici in questa occasione? «Come sempre, le decisioni le prende la politica. Però le misure che sono state adottate, proprio perché rispondono a questi criteri di gradualità e progressività, di fatto sono sembrate a tutti i tecnici assolutamente ragionevoli». In Italia ci sono ancora tanti casi, intorno ai 15mila al giorno. «Però abbiamo un Rt in calo e l'incidenza scende. Neanche una Regione ha più di 250 casi settimanali per 100mila abitanti. Nelle prossime settimane, dovremo essere tempestivi nel valutare se c'è un cambiamento della situazione epidemiologica, per prendere eventuali interventi correttivi». 

Matteo Salvini, spiega la sua posizione “aperturista” in una lettera sul Corriere, in cui rivendica il fatto che la sua posizione è stata condivisa da Presidenti di Regione e Sindaci del Pd. E lancia la nuova crociata, in favore della riapertura dei centri commerciali nei week end.

«Capisco che per qualcuno sia più comodo dipingere il sottoscritto come un politico inaffidabile, ma la verità è che la posizione della Lega è condivisa da amministratori locali di tutti i colori politici, per non parlare di associazioni, imprese e famiglie. Di pericoloso c'è solo un'ideologia di sinistra - statalista e assistenzialista - che vede nell'iniziativa privata, nel lavoro autonomo, nel mondo del commercio e dell'impresa degli avversari e non degli alleati per la ricostruzione del Paese. Mi riferisco al ministro Speranza, al Pd, a pezzi di M5S. Coprifuoco, divieti e chiusure - dove i dati sanitari sono rassicuranti - non fanno bene all'Italia. Il 13% della nostra ricchezza dipende dal turismo: il coprifuoco alle 22 (ipotizzato addirittura fino a luglio) è una mazzata anche per questo settore. Ieri ne hanno parlato in tanti, di tutti i colori politici, ma ormai è una questione ideologica. Il coprifuoco non può cambiare per non dare ragione a Salvini, e se Salvini si lamenta è una «pericolosa forzatura». Anche se perfino il Cts fa sapere di non averlo consigliato e in Europa alcuni Paesi hanno deciso di cancellarlo (il Belgio, dall'8 maggio). Il decreto ha cambiato le carte in tavola rispetto alle scuole ma non ha nemmeno riaperto i centri commerciali nei weekend, grazie a un blitz notturno che ha modificato l'orientamento anche su questo tema. E ancora. Il decreto ha fatto passare il principio che si può stare in 500 in un teatro ma non in 2 in una sala di un ristorante come accadeva mesi fa in zona gialla. Quando non c'erano i vaccini, le cure erano meno rodate e gli ospedali più sotto pressione. Ieri abbiamo registrato l'ennesimo calo di ricoverati (-654) e di terapie intensive (-42) e più di 21 mila guariti. Lo ribadisco ancora una volta. La Lega sostiene convintamente Draghi e non abboccheremo alle provocazioni. Siamo determinati a collaborare per tutelare la salute, per utilizzare bene i fondi europei, per immaginare la nostra Italia da qui a qualche decennio e accelerare sulle riaperture. Questo governo, in circa due mesi, ha migliorato il piano vaccinale, ha cambiato Arcuri e i vertici della Protezione civile, ha fatto un primo passo su pace fiscale e riaperture, ha cancellato i vincoli dei codici Ateco, migliorato i rimborsi, archiviato i dpcm. Presto - ne sono sicuro - cadrà il coprifuoco delle 22 e si troverà una soluzione ragionevole per bar, ristoranti, palestre e piscine».

Massimo Franco intervista Romano Prodi sul Corriere della Sera che analizza il comportamento del leader leghista, di lotta e di governo, e lo paragona a Fausto Bertinotti.

«Salvini si è imbertinottato...». Può tradurre, professor Prodi? «Il leader della Lega si è messo nella scia di Bertinotti». Intende dire Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione comunista, al governo con lei nel 1996? «Esatto. Sindrome classica delle coalizioni. Fai una scelta drastica, come quella di Bertinotti di coalizzarsi con l'Ulivo. Poi cominci a perdere consensi e la cosa ti fa diventare matto. E allora alzi la posta. Ti impunti anche sul niente, ogni giorno di più. Ma attenzione: questo fa perdere voti, non guadagnarli». Fa anche cadere i governi. «Nel mio caso sì, perché Bertinotti poteva farlo cadere. Ma Draghi ha molte più riserve. È una grande differenza». Romano Prodi, fondatore dell'Ulivo, ex premier ed ex presidente della Commissione europea, ama mettere a confronto passato e presente; e cogliere i comportamenti eterni delle dinamiche del potere. Ma sa anche annusare i cambiamenti in atto. Inevitabile azzardare con lui uno scenario su quanto accade. Fu lei a dire al «Corriere» alla vigilia di Natale, quando si parlava di Mario Draghi solo come ipotesi remota:«Quando va male si pensa sempre a un deus ex machina. Ma spesso gli italiani attendono un salvatore per poi crocifiggerlo». Conferma? «Beh, nel caso di Salvini sì. Non crocifigge Draghi solo perché non ha il martello. Ma alza la posta. Fa prevalere il suo interesse di parte». Forse non è il solo. «Per ora sì, perché si è trovato lui con sondaggi calanti e con una concorrente diretta, Giorgia Meloni». Uno degli ultimi consigli che lei diede a Giuseppe Conte fu di fare presto, perché il tempo stava finendo. E il suo governo è caduto. Consigli a Draghi? «Anche lui deve fare presto. Ma ha più tempo per vedere e mostrare al Paese i risultati positivi della sua azione, anche se tra pochi giorni, poche ore, dovrà presentare il suo piano a Bruxelles. Con Conte si percepiva una tensione montante». Forse perché si vedevano ritardi e lacune. In settori della sinistra e della destra si parla di continuità tra Conte e Draghi. Per lei? Vede continuità o cesura col passato? «Discorso strano. Non c'è stata mica la Rivoluzione francese. E poi, vede, io ho sempre governato senza strappi, cercando di conciliare continuità e rottura. L'importante è sapere dove stai andando, darti degli obiettivi. Ma non vedo nell'attività di questo governo un cambiamento drammatico». (…) Draghi sta producendo scossoni anche nei partiti. E uno lo ha subìto il Pd con la segreteria di Enrico Letta. Questo la riavvicina al Pd? «Tutti conoscono il rapporto di amicizia e fiducia che ho verso Enrico: lo chiamai a Palazzo Chigi come sottosegretario che era un ragazzo. Ebbene, il ragazzo è cresciuto. In Europa si è rafforzato e accreditato. E io, da spettatore più che da protagonista, per quanto angosciato dal debito che cresce, sono fiducioso: al Quirinale, a Palazzo Chigi e nel Pd ci sono le persone che più stimo. Se l'Italia non vince ora non vincerà mai».

5 STELLE. CASALEGGIO ROMPE

Dunque alla fine si è consumato il divorzio annunciato da settimane: i destini di Rousseau e del Movimento 5 Stelle si dividono. La cronaca di Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Come in un film dal finale scontato è arrivata la notizia dell'addio tra Rousseau e Cinque Stelle. Dopo mesi di tensioni e dopo aver lanciato un ultimatum, l'associazione presieduta da Davide Casaleggio ieri con un post ha annunciato la cassa integrazione per i suoi dipendenti e lo strappo dal M5S: «Abbiamo pensato fino all'ultimo che si sarebbe usciti dall'ambiguità e dal cerchiobottismo per risolvere i problemi in modo concreto, ma non è successo». Rousseau parla di «scelta dolorosa» e accusa i Cinque Stelle per le mancate restituzioni. Nel passo d'addio c'è anche la rivendicazione di essere all'origine del Movimento e di incarnare i valori di Gianroberto Casaleggio. «Rousseau è nato molto prima del Movimento stesso. Non aveva ancora il nome di Rousseau, ma era, ed è stato, negli anni, il metodo che ha guidato tutto il percorso di nascita, crescita ed evoluzione del Movimento 5 Stelle». Soprattutto, però, c'è il lancio di un percorso parallelo al Movimento: «Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti, ma non sarà facile. Dovremo risolvere tutti i pesanti problemi economico-finanziari che ci sono stati addossati e trovare strategie di sostenibilità per il futuro. Rousseau diventerà uno spazio aperto, laico e trasversale». «Il movimento è dove sono le persone che ne rispettano i principi e ne portano avanti le idee. Rousseau sarà sempre la casa di queste persone», scrive Davide Casaleggio. I Cinque Stelle non tardano a replicare: «Le scelte dell'associazione Rousseau evidenziano la volontà di quest' ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione "neutrale" degli strumenti». Il post, però, viene preso di mira dagli attivisti con commenti critici, spesso caustici. Su Rousseau invece la base si interroga, si divide (anche se in prevalenza i militanti che si esprimono si schierano con l'associazione). Lo strappo è consumato, ma le conseguenze ancora sono incerte. Il M5S annuncia la ricerca di una piattaforma alternativa, Rousseau fa sapere che il rapporto con i pentastellati continuerà: sembra il preludio di uno scontro legale che potrebbe tenere bloccato il Movimento per mesi e alimentare al tempo stesso i problemi finanziari dell'associazione».

Massimo Gramellini se ne occupa nella sua rubrica in prima sul Corriere, titolo Lo sfratto. Il sogno della democrazia digitale, dal basso, è svanito.

«Quando svanisce un sogno a cui hanno creduto in molti, ci si sente più poveri tutti, anche chi non ci ha creduto mai. Il sogno della democrazia diretta è svanito ieri, sepolto dai debiti e dai mancati oboli dei parlamentari, nel momento in cui la piattaforma digitale Rousseau ha scisso i suoi pericolanti destini da quelli altrettanto malfermi del suo inquilino storico, i Cinquestelle. Uno sfratto in piena regola per un movimento che di quel luogo virtuale aveva fatto non solo la sua sede, ma la sua ragion d'essere. C'è stato un periodo in cui il non ancora declinante Grillo immaginava di far coincidere Rousseau con l'Italia intera, trasformandola in una gigantesca assemblea condominiale dove milioni di persone avrebbero potuto discutere e votare continuamente su tutto. Un'utopia in contrasto con l'immutabile tendenza della maggioranza a schivare le responsabilità che riguardano l'interesse pubblico e richiedono tempo, competenza e passione. Solo un illuso di talento come Casaleggio senior poteva credere che la tecnologia sarebbe riuscita a compiere il miracolo di cambiare la natura umana. Non ha portato bene neanche il riferimento a Rousseau, teorico di quella «volontà generale» che ha dato la patente di bontà a troppi fanatismi». 

Su Il Fatto, il giornale più vicino al Movimento, è difficile trovare il racconto del clamoroso divorzio che impegna invece con tutt’altro risalto il resto della stampa. In una paginetta a sinistra ecco la cronaca di Luca De Carolis, titolo Casaleggio rompe con i 5S. E Conte è pronto al debutto.

«Il finale ormai era noto, ma può fare paura lo stesso. Dopo che ieri mattina Davide Casaleggio e il M5S si sono detti addio da separati in casa, potrebbero arrivare una scissione o una guerra giudiziaria su soldi e simbolo, o magari entrambe. Ipotesi come nubi nere sopra il Movimento e il suo capo prossimo venturo Giuseppe Conte, che presenterà il sospiratissimo piano di rifondazione la prossima settimana. (…) Casaleggio sognerebbe di coinvolgere Alessandro Di Battista, ma l'ex deputato per ora non ne vuole sapere, e rimanda ogni decisione sul suo futuro a settembre. Non può invece aspettare Conte, che ha completato Statuto e Carta dei valori, ma che prenderà altri giorni per placare l'eco del video di Beppe Grillo sul figlio. Ieri in alcune chat scrivevano che il suo piano per un nuovo M5S potrebbe essere presentato il 29 aprile, lo stesso giorno in cui l'ex premier parteciperà a un'iniziativa del dem Goffredo Bettini assieme a Enrico Letta. Ma la base già si lacera sui social. Disorientata, dalla guerra».

Su La Verità Federico Novella intervista Davide Casaleggio, protagonista della clamorosa rottura.

«Cosa succede adesso? «Rousseau porterà avanti il progetto di cittadinanza digitale, ma è ovvio che sarà necessario individuare altri metodi di sostenibilità economica. Diventerà uno spazio aperto attraverso il quale sarà possibile costruire innovative esperienze di partecipazione che saranno protagoniste del futuro della politica». Lei dice: «Oggi siamo a terra, ma ci rialzeremo, perché il movimento siamo noi». Possiamo dire che nascerà una nuova formazione guidata da Alessandro Di Battista o da lei in prima persona? «A forza di leggerlo sui giornali mi convincerò che sia vero. Io voglio fare innovazione, più che fare politica. Altrimenti mi sarei candidato nel Movimento 5 stelle». Cinque anni fa moriva suo padre Gianroberto, cofondatore del Movimento 5 stelle. Il suo ricordo è stato celebrato da Sum#05 attraverso testimonianze, racconti e aneddoti legati alla sua visione. Ha preso questa scelta dopo aver constatato che oggi l'insegnamento di suo padre non è più il faro del Movimento? Continuerà a portare avanti le sue idee? «I calorosi ed entusiasti riscontri del Sum#05 mi dicono che è ancora centrale nel pensiero di molte persone dentro e fuori dal Movimento. Mio padre sosteneva l'importanza che fossero i cittadini a essere i veri leader della politica e che gli eletti fossero i loro portavoce. Senza la sua visione, il suo lavoro, la sua umanità il Movimento non sarebbe mai esistito. Oggi lui non c'è più, ma il suo pensiero continua a vivere». Ha scritto: «Abbiamo pensato fino all'ultimo che si sarebbe usciti dall'ambiguità e dal cerchiobottismo per risolvere i problemi in modo concreto, ma non è successo». Quali sono in particolare i principi, che l'Associazione ha recentemente fissato nel manifesto ControVento che secondo lei sarebbero stati traditi? «Mi piace pensare che se abbiamo sbagliato in passato sul metodo, in futuro si possa far tesoro dell'esperienza. È difficile pensare che nei prossimi 30 anni il futuro della politica non passerà anche dal digitale e da nuovi modelli».

CASO GRILLO. L’INCHIESTA 

Su La Stampa Gian Luigi Nuzzi propone una doppia paginata, molto dettagliata e molto dura, anche da leggere, sul caso dello stupro che ha coinvolto il figlio di Beppe Grillo, Ciro. La ricostruzione “certosina” della delicata inchiesta pare basarsi sulle carte giudiziarie.   

«Silvia, perché piangi?», prova a chiedere Roberta, accarezzando i capelli all'amica, completamente nuda ancora a letto. Silenzio. «Mi hanno violentata», risponde tra i singulti. «Ma chi?», «Tutti... Roberta... Tutti». Sono le 14,45 di mercoledì 17 luglio 2019, Roberta si è appena svegliata intontita nel soggiorno della villetta a Cala di Volpe. Cerca l'amica Silvia e la ritrova nella stanzetta priva di porta, con una tenda che separa il vano dal corridoio, di fronte al bagno. Ascolta quelle parole. Con le palpebre pesanti di una notte passata tra la discoteca Billionaire e la nottata con quei quattro ragazzi di Genova, impiega e secondi e minuti e ore per ricordare i dettagli, mettere insieme i pezzi e capire. Compie una fatica enorme a rendersi davvero conto che la divertente vacanza con la compagna di classe italonorvegese è appena precipitata in un incubo tale da farle oggi indicare da giornali e tv con nomi di fantasia. Ma dov' è la ragione, Silvia ha patito una violenza di gruppo o invece era consenziente, come Beppe Grillo e il figlio Ciro urlano da giorni, indicando come prova regina un video di 24 secondi? Per capire cos' è accaduto bisogna ripercorrere quella serata nella sua interezza, basandosi sul fascicolo delle indagini, sviluppate in una ricostruzione certosina: sono stati sentiti decine di testimoni (financo tassisti, baristi e il fotografo della discoteca, amici, istruttori sportivi), intercettati i telefoni, recuperati i messaggi, persino analizzati al millimetro i frame di video e foto».

106 ANNI FA, IL GENOCIDIO ARMENO

Mai nessun Capo di Stato turco lo ha ancora ammesso, ma esattamente 106 anni fa, in questo stesso giorno, iniziava il genocidio degli armeni, modello per Hitler della eliminazione degli Ebrei. Nei giorni scorsi il New York Times ha annunciato che Biden sarà il primo Presidente degli Usa in carica a riconoscere lo sterminio sistematico, il genocidio del popolo armeno. Laura Mirachian su Repubblica. 

«Oggi, 24 aprile, celebriamo la memoria del Metz Yeghern, il Grande Male, come lo chiamano gli armeni. Nulla è più efficace della testimonianza diretta. «Andate fuori, nascondetevi nel giardino… le tre bambine si sistemano a ridosso del muro, Sirarp, la maggiore, trattiene il respiro e mormora “fate silenzio”, poi rumore di passi, sul pontile che arriva al mare, laggiù, i passi si allontanano, Sirarp leva la testa appena sopra il muro, vede sua madre, cammina dritta, le mani legate dietro la schiena, seguita da soldati armi in pugno, un ordine viene dato, un sibilo stridente di fucile, il tonfo di un corpo nel mare…». Smirne, settembre 1922. Racconti di famiglia.Giacomo Gorrini, Console Generale d’Italia a Trebisonda, scrive: «Tanto era lo strazio di dover assistere a una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti, e la pena di dover vedere il passaggio di folle di armeni sotto le finestre e davanti alla porta del Consolato, udire le loro invocazioni al soccorso, senza che né io né altri potessimo far nulla per loro», Trebisonda, 1915. Qualche tempo fa è comparso sugli scaffali delle librerie italiane un libro, Killing Orders, di un autore pressoché sconosciuto, un nome turco, Taner Akcam. La diaspora armena in Italia ha avuto un sobbalzo quando ha realizzato che gli «ordini di uccidere» si riferivano al genocidio armeno del 1915-22. Taner Akcam ha raccolto nel suo volume i documenti storici originali, noti e sconosciuti, che sono la pistola fumante contro negazionismo e disinformazione. Dispacci di Talat Pascià, ministro dell’Interno dell’Impero e più tardi leader dei Giovani Turchi, diretti ai Governatori delle periferie, in cu i viene ordinato di uccidere, e di farlo senza pietà. «Qualsiasi eccesso di crudeltà non sarà considerato un crimine», assicura. E poi le ripetute raccomandazioni, «non vi è spazio per scrupoli di coscienza e non si faccia distinzione tra uomini donne e bambini, indipendentemente da quanto cruente siano le modalità di distruzione». Emerge un disegno lucido, razionale, persistente, determinato, fino ai minimi dettagli. Iniziato fin dal 1894 con i massacri del Sultano Abdul Hamid. Lo stesso disegno che anni dopo farà pronunciare a Hitler le parole beffarde, chi mai ricorda la fine che hanno fatto gli armeni?, nel mentre organizza il genocidio degli ebrei. (…) Ma giustizia di tanta atrocità non è mai stata fatta, è mancato per gli armeni quello che fu il Tribunale di Norimberga per gli ebrei».