Ne bis in colle

Parafrasando un vecchio principio giuridico, Mattarella esclude di restare al Colle. Ceccanti, Pd: "Siamo nei guai". Stallo fra Bielorussia e Polonia. Accordo alla Cop26? Veleni fra Renzi e Travaglio

Il nostro titolo ricalca una famosa espressione latina: Ne bis in idem. Alla lettera significa «non due volte per la medesima cosa» ma in realtà esprime sinteticamente un principio giuridico fondamentale. Non si può procedere per lo stesso fatto contro lo stesso imputato, già giudicato. Il parallelo con la linea espressa ieri da Sergio Mattarella è perfetto: non si può votare per la stessa carica lo stesso candidato che è già stato sette anni al Colle. Ne bis in colle. In molti scommettevano già da qualche tempo sulla ferma volontà di Mattarella a non essere rieletto. Ora è praticamente ufficializzata: Mattarella esclude un secondo mandato. Dunque cade uno dei due più illustri “super partes” di questa corsa al Quirinale. Resta l’altro, Mario Draghi, che deve uscire dal suo comportamento “da sfinge” (copyright Ugo Magri) e dire se ha intenzione o no di accettare la candidatura per il Colle. Ceccanti commenta col Corriere, riferendosi al Pd: “Siamo nei guai”.

La politica italiana è turbata anche da veleni sui giornali. Il Fatto e La Verità pubblicano le email di Fabrizio Rondolino allo staff di Renzi, dove si configura una strategia spregiudicata di condizionamento della stampa e di attacco agli avversari politici ed editoriali. La Stampa tira fuori una bruttissima storia di minacce e successive azioni giudiziarie nei confronti di un possibile alleato, Lorenzo Cesa, durante l’ultima crisi di governo che non volle dare il suo voto ad un Conte ter.

Veniamo agli aggiornamenti dal confine fra Bielorussia e Polonia. Dimenticare il cibo nel bosco può costare la galera oggi in Polonia. Ma per fortuna ci sono dei volontari cattolici che ricordano San Giovanni Paolo II e si dimenticano volutamente dei viveri e dei vestiti, ogni sera, per permettere ai migranti di sopravvivere. Mentre il dittatore Lukashenko minaccia la Ue sulle forniture di gas e la Polonia non accetta le regole Ue, Papa Francesco ieri ha detto due cose. 1. Il mosaico europeo non va sfregiato. 2. I migranti se integrati sono un dono, una benedizione.

A Glasgow si lavora per un documento finale della Cop26, il meno possibile bla bla bla. Forse slitta a domani, com’era nelle previsioni più pessimistiche. Il rinnovato dialogo fra Cina e Usa sul clima potrebbe aiutare, ma è interessante notare i distinguo di Italia e Germania, soprattutto in tema di futuro dell’auto. A Pechino si è concluso il Plenum del Partito comunista, presieduto da Xi a porte chiuse. Alla stampa internazionale ieri è arrivato il comunicato stampa in inglese di 14 cartelle. La riunione è presentata come una tappa storica.  

Già da ieri è on line il quinto episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo, intitolata Le Vite degli altri e che racconta vicende di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri, ed è proprio dedicato a quel quartiere, a quella gente. Il titolo di questo quinto episodio è infatti “Resistere a Scampia”. Protagonista è il 41enne Ciro Corona, prof di filosofia che si dedica ai ragazzi di strada. Ha creato un’associazione e una cooperativa che (r)esistono alla Camorra nella zona diventata famosa nel mondo come Gomorra, la cittadella della malavita. Ciro Corona lavora ogni giorno per costruire un futuro con i giovani del quartiere. Una storia bellissima di amore al proprio territorio e alla propria gente. E di sfida all’illegalità e al degrado.  Cercate questa cover…

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La notizia politica di oggi è una. Il Corriere della Sera avverte: Mattarella allontana il bis. La Repubblica è più drastica: Mattarella esclude il bis. Il Domani specula sulle conseguenze della mossa del Presidente uscente: Mattarella ferma il dibattito sul bis. Il Pd senza nomi è ostaggio di Renzi. A proposito di Renzi, Il Fatto pubblica una email di Fabrizio Rondolino al leader di Italia Viva e ai suoi collaboratori che riguarda anche Travaglio: Piano per “distruggere cinque stelle e il Fatto”. Sulla sentenza che riguarda il caso dei bambini sottratti ingiustamente alle famiglie va Il Giornale: Condanne per Bibbiano. Schiaffo alla sinistra. Ancora sulla pandemia ci sono il Quotidiano Nazionale: Terza dose: come, dove e quando. E La Verità: Effetti avversi dei vaccini: i veri numeri. Sulle conclusioni della Cop26 di Glasgow si concentrano Avvenire: Ma il clima cambia solo tra Usa e Cina. E anche Il Manifesto: Tutto per aria. L’economia con i buoni dati di previsione per il nostro Paese è importante per Il Sole 24 Ore: Italia motore della ripresa in Europa. Ma è allarme per inflazione e Covid. E per La Stampa: Il Pil vola al 6,2 %, l’inflazione fa paura.

MATTARELLA ESCLUDE LA RIELEZIONE

Mattarella esclude l'idea di un secondo mandato al Quirinale. Il presidente della Repubblica, celebrando Giovanni Leone a vent' anni dalla morte, ricorda: anche lui come Segni chiese la non rieleggibilità del Capo dello Stato. Concetto Vecchio per Repubblica.

«Sette anni sono sufficienti per un Capo dello Stato. Quando mancano due mesi alla votazione per il nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ribadisce di essere indisponibile a un secondo mandato. Una chiusura netta, frutto di una profonda convinzione costituzionale. Cita infatti due ex Presidenti - Giovanni Leone e Antonio Segni - che chiesero di introdurre «la non rieleggibilità del presidente della Repubblica con la conseguente eliminazione del semestre bianco ». Ieri al Quirinale - commemorando Leone a vent' anni dalla morte ha ricordato il messaggio sulle riforme istituzionali che inviò al Parlamento il 15 ottobre 1975, un intervento formale «ritenuto da giuristi uno dei maggiori interventi sulle riforme istituzionali». Nell'occasione ha citato Segni. Già lo scorso febbraio Mattarella aveva sottolineato la contrarietà di Segni alla rieleggibilità espressa con un messaggio alle Camere nel 1963: «La convinzione che fosse opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del Presidente della Repubblica», disse Segni, che definiva «il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell'azione dello Stato». È quel che pensa anche Mattarella. Un invito a togliere il semestre bianco. Insomma, il Presidente si chiama fuori. Non contate su di me. Dopodiché la partita per il successore è così ingarbugliata che nessuno può dire cosa farà il Parlamento quando si riunirà. I 1007 grandi elettori, convocati verosimilmente per il 18 gennaio, potrebbero, in una situazione di stallo, chiedere a Mattarella di ripensarci. Il suo mandato cesserà il 3 febbraio. Proprio ieri sera ha firmato il contratto di affitto per una nuova casa a Roma, come ha rivelato l'Espresso online. Accompagnato dalla figlia Laura, ha scelto quale sarà la sua nuova abitazione nella Capitale, un appartamento tra il quartiere Parioli e il quartiere Salario Trieste. Un altro tassello della rinuncia. Ma, suo malgrado, Mattarella non uscirà dal toto-nomi che impazza da mesi. Giovanni Leone fu al Colle tra il 1971 e il 1978. Alla presenza della vedova, la signora Vittoria, 93 anni, e dei figli, il Presidente ha fatto un discorso molto sentito, parlando di un uomo «dall'altissima sensibilità istituzionale». (Prima di lui lo avevano ricordato lo storico Agostino Giovagnoli e Gianni Letta). Un uomo politico impegnato «nella ricucitura, nel rammendo» del tessuto sociale, che fa parte della pedagogia di un Presidente. Mattarella ha citato un discorso del 24 luglio 1974, dopo la strage di piazza della Loggia a Brescia. «Chiamò le istituzioni a raccolta per "stroncare, con l'impegno di tutti e con azione chiara e vigorosa i tentativi di sovvertimento del nostro libero ordinamento"». «Era consapevole che occorreva far rinascere la fiducia "nel cuore della nostra gente", indicando la necessità di "un'opera di lenta ricucitura del tessuto sociale, di un impegno operoso, umile, quotidiano, di ognuno"». Parole «di estrema attualità». Un riferimento alle violenze delle piazze No Vax di queste settimane. Si è soffermato sul caso Lockheed, che portò alle dimissioni di Leone, dopo una campagna condotta dai Radicali e dalla giornalista Camilla Cederna: «Venne fatto in maniera ignobile il suo nome, pur sapendo come fosse del tutto estraneo alla vicenda. Difficile trovare una campagna giornalistica scandalistica e invereconda come quella diretta contro il Presidente Leone, secondo un modello altre volte registrato ». Marco Pannella e Emma Bonino, nel 1998, in occasione dei 90 anni di Leone, chiesero scusa. Un invito a un esercizio responsabile della libertà di stampa. Leone venne definito «uomo solo». «La solitudine è coessenziale alla funzione di Presidente», ha specificato Mattarella. «Ma nessun uomo è solo se sceglie di mantenere la sua libertà, avendo come limite l'obbedienza alla propria coscienza».

Nel retroscena sul Corriere di Francesco Verderami, il costituzionalista e deputato del Pd Stefano Ceccanti commenta le parole di Mattarella in modo sincero: “Siamo nei guai”.

«Ancora due giorni fa in Transatlantico il professor Ceccanti dava voce alla tesi che nel Pd accomunava ministri e segretario, e cioè che «dopo la decima votazione a vuoto saliranno tutti al Colle per chiedere a Mattarella di restare». Più che una previsione, quella del costituzionalista dem era una prece. Che ieri il capo dello Stato non ha raccolto, ponendo fine alle voci di Palazzo secondo le quali alla fine avrebbe accettato la rielezione. Le sue parole - «irritate e ultimative» secondo la versione di un autorevole ministro - non sono solo una risposta a quanti pensavano di tranciare i nodi politici senza scioglierli. Sono anzitutto frutto di un convincimento: accettare il reincarico - dopo il bis di Napolitano - significherebbe per Mattarella dare origine a una prassi. E questo pregiudicherebbe la «libertà» dei presidenti della Repubblica, che in futuro potrebbero muoversi guidati magari dall'idea di un altro settennato. Perciò ha detto no. Per questo «adesso siamo nei guai», ha commentato Ceccanti: «Ma siamo nei guai tutti. Perché tutto il Parlamento è balcanizzato». La sortita di Mattarella è anche un'indiretta e clamorosa smentita dell'idea in base alla quale di Quirinale si sarebbe iniziato a parlare a gennaio. È chiaro come la verità fosse un'altra: i partiti attendevano di conoscere le mosse delle due personalità più accreditate al soglio repubblicano. Il primo ha risposto e adesso tutte le attenzioni si concentrano sul premier. Finora Draghi non si è espresso, e per quanto le forze politiche insistano a chiedergli di restare a palazzo Chigi fino al 2023, il suo silenzio viene vissuto come una forma di riflessione. E nei colloqui tra rappresentanti del governo la richiesta dei partiti non viene considerata «risolutiva», perché «la loro debolezza non potrebbe nulla dinnanzi alla forza di Draghi». Il punto è che muoversi fuori da questi due scenari è come avventurarsi oltre le colonne d'Ercole. E le numerose rotte verso la terra promessa si infrangono già sugli scogli di un interrogativo: Berlusconi scenderà davvero in campo? Tra i membri della segreteria dem si ipotizza che il Cavaliere al dunque passerà la mano e punterà su Amato, «per farsi nominare tra un anno senatore a vita: in fondo per uno come lui che era stato escluso dal Parlamento, rappresenterebbe una rivincita». Ma provocherebbe l'esplosione dei grillini e del centrodestra. Perciò un'altra parte del Pd teorizza che Berlusconi «andrà fino in fondo» e a quel punto il centrosinistra «non potrà rispondere con la scheda bianca e dovrà trovare un candidato da contrapporgli. In attesa di arrivare a un compromesso». Già ma chi? La sola idea di chiederlo a Prodi fa venire i brividi ai dem: «È la volta che il Professore ammazza chi si permette di proporlo come candidato di bandiera». Tanto basta per capire con quanta sofferenza il Nazareno si avvicina all'appuntamento, sapendo che per la prima volta nella storia non avrà i numeri per essere determinante. E conoscendo poi il clima che si respira nei gruppi parlamentari. Ecco perché Mattarella veniva considerato lo scoglio a cui aggrapparsi. Ma un conto era confidare in un suo «sacrificio», parlando con l'entourage del capo dello Stato. Altra cosa era l'intento del presidente della Repubblica, esplicitato peraltro in numerosi messaggi e gesti pubblici. E se il centrosinistra piange, il centrodestra non ride. Giorni fa alcuni sherpa hanno messo in guardia gli uomini vicini al Cavaliere: più che fare scouting nel campo avverso, andrebbe posta attenzione sui voti di coalizione. Guarda caso ieri il gruppo di Coraggio Italia ha avvisato Berlusconi: siccome veniamo sistematicamente fatti fuori nelle realtà locali, «vorrà dire che ci terremo le mani libere sul Quirinale». Con un Parlamento «balcanizzato» e senza una regia, la Corsa diventerebbe una lotteria. Per ora non c'è un metodo, ci sono solo nomi: Casini, Cartabia, Pera e l'elenco telefonico del Pd. Ma per arrivare al quorum serve la politica».

CRONACHE DI SOLIDARIETÀ AL CONFINE POLACCO

Testimonianze di solidarietà e di condivisione dei polacchi, che pure rischiano l’arresto per aiutare i migranti. Il racconto di Giampaolo Visetti per Repubblica.

«Questa notte Apolonia Kundzicz ha dimenticato qualcosa sul prato della sua fattoria in legno grigio. Al mattino però le grandi zucche arancioni, i cavoli cappucci, le taniche d'acqua, le scarpe del marito Slawomir e un paio di vecchie coperte, non c'erano più. I giovani spalloni, volontari di Pierozki e di Harkawicze, hanno seguito le luci lasciate accese nelle cucine dei villaggi, a due passi dalla frontiera bielorussa. Protetti dal buio sono passati casa per casa e a colpo sicuro hanno caricato i loro enormi zaini neri. Viveri e aiuti, grazie alla generosità dei contadini polacchi, prima dell'alba sono ricomparsi all'imbocco dei sentieri nascosti nella foresta di Bialowieza, abbandonati contro il filo spinato che separa i campi tendati dei migranti in ostaggio di Aleksandr Lukashenko. «Cercare di impedire che questi disperati muoiano mentre i leader litigano - dice Wiktor Jarocki, attivista di un'associazione cattolica di Krynki - in Polonia oggi è un reato che può costare il carcere. Noi però ricordiamo la lezione di papa Wojtyla e disobbediamo in modo legale: scordare cibo e vestiti nel bosco può succedere e oggi è indispensabile». I soldati di Varsavia hanno l'ordine di chiudere un occhio sulla rete di solidarietà popolare che sta salvando le migliaia di persone, attirate in trappola da Minsk per scagliare la loro disperazione contro Polonia ed Europa. Nessun aiuto ufficiale, in attesa di imminenti soccorsi umanitari in Bielorussia: ormai però si tollera la mobilitazione informale che impedisce l'impresentabile esplosione di una crisi umanitaria ancora più grave. Accampati nella tana di Lukashenko e a un passo dalla libertà che il diritto Ue garantisce, bambini e vecchi sono allo stremo. Patate, latte e mele offerte dai polacchi in pochi minuti sono così terminate: davanti alle tende dei migranti i fuochi si sono subito riaccesi. I doni individuali però, mentre contro i rifugiati sfilavano a Varsavia i nazionalisti xenofobi, non bastano per sedare la disperazione. Centinaia di famiglie, in fuga da Siria, Afghanistan, Iraq, Yemen e Africa, nel primo pomeriggio si sono radunate sotto il checkpoint di Kuznica per tentare di sfondare le barriere, travolgendo le pattuglie dotate di cani. Nelle ultime ore 150 persone sono riuscite a superare la frontiera di Minsk: intercettate in campi e villaggi, dentro il corridoio "di sicurezza" blindato da Varsavia, sono state risospinte in territorio bielorusso. Gli arrestati come clandestini, in attesa di espulsione, sarebbero 468. Nel pieno dell'emergenza le autorità polacche non hanno potuto festeggiare il giorno dell'indipendenza. Già nella notte decine di colonne militari, cariche di rotoli di filo spinato, pali in acciaio e reti metalliche, hanno occupato le strade della regione di Podlachia e dei voivodati che salgono fino a Lituania e Lettonia. Il premier Mateusz Morawiecki ha deciso di non aspettare le decisioni di Bruxelles e Washington sul sostegno a un "Muro Ue e Nato" da opporre ai migranti importati da Lukashenko e Putin. A sorpresa i lavori di una "nuova rete di difesa" lungo la frontiera con l'ex Urss sono cominciati. Oltre ai 15mila militari mobilitati, ci lavorano anche 5mila riservisti. Da Kuznica le recinzioni vengono alzate e rinforzate fino a Krynki verso sud e Lipszczany a nord, blindando il Paese oltre i fiumi Biebrza e Augustowski. A vegliare sulla missione, a cui Lukashenko ha risposto permettendo a due bombardieri russi di sorvolare i propri cieli per "esercitazione", elicotteri, blindati e fuoristrada equipaggiati di visori notturni. «Lo scontro si aggrava - dice Stanislaw Zaryn, portavoce dei Servizi speciali polacchi - e dobbiamo accelerare una risposta militare per difendere la nazione. I migranti sono solo la prima carne da macello di un'offensiva più vasta». A Krynki, dentro la zona in stato d'emergenza, l'incubo è che l'escalation preveda presto un "incidente" alla frontiera, stimolato da Minsk. In caso di nuove sanzioni Ue, Lukashenko non si limita a minacciare il blocco del gas russo in transito verso l'Europa: qui è pronto anche lo sfondamento dei fili spinati e un'invasione di migliaia di richiedenti asilo in una Polonia sprovvista di strutture per l'accoglienza. Contro tale scenario, ruspe ed esercito abbattono pini e betulle e aprono nuove piste dentro la foresta. Decine di campi militari vengono spostati sempre più vicino alla frontiera. Mezzi e uomini sono così nelle condizioni di rendere i rastrellamenti più efficaci e di sorvegliare i movimenti dell'esercito bielorusso, accusato di «spingere i migranti all'attacco». Alcune Ong, vicine alla Chiesa polacca, sono preoccupate. «Temiamo - dice l'attivista Albina Szejda - che l'obiettivo sia nascondere sempre meglio la verità». Si moltiplicano le denunce di "persone scomparse" dalle tendopoli. Gli immigrati hanno paura che decine di loro non siano riusciti a fuggire, ma siano morti per freddo e stenti. Agli abitanti dei villaggi isolati raccontano di corpi assiderati, fatti sparire da uomini in divisa sui due fronti. Impossibile verificare il destino di chi manca all'appello. Che i condannati da Lukashenko abbiano bisogno di immediata assistenza medica, mentre l'Iraq offre ai curdi rimpatri a spese di Stato, è però evidente. «Non è accettabile - dice Jerzy Recko, allevatore di Rakowicze - ignorare un'imminente strage per strappare soldi e legittimazione all'Europa. Lukashenko sta anticipando l'ultimo atto della sua deriva: ma se aiutiamo i suoi ostaggi, ne arriveranno altri e nessuno verrà a difenderci, nemmeno da Mosca». Mentre confida la sua inquietudine dimentica la luce accesa nella stalla, scorda due secchi di latte appena munto nel cortile e se ne va nel buio freddo senza guardare indietro».

Ieri Papa Francesco ha parlato di Europa e di migranti. Mimmo Muolo per Avvenire.

«Pace, disarmo, convivenza civile, integrazione degli immigrati. Con un doppio intervento, ieri, papa Francesco ha ribadito la necessità di dare una svolta ai luoghi comuni che spesso indirizzano anche le scelte politiche e legislative. Nel Messaggio rivolto al 4° Forum di Parigi sulla Pace, in programma fino a domani, 13 novembre, ha ricordato che non si può generare la pace senza «un impegno collettivo concreto a favore del disarmo integrale», visto anche che l'aumento delle spese militari giustificato dall'idea della deterrenza, «fondata sull'equilibrio delle dotazioni di armamenti» ha già causato «tragedie umanitarie di grande portata». Non ultime le grandi ondate migratorie. E infatti proprio a questo fenomeno è stato dedicato l'altro intervento di ieri, il discorso ai partecipanti ad un convegno organizzato delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa, sotto l'egida della Fondazione Migrantes della Cei. Un forte appello, quello rivolto dal Pontefice non solo all'accoglienza, ma soprattutto all'integrazione, perché i migranti «non sono altri da noi». Con una significativa aggiunta a braccio rispetto al discorso scritto, Francesco ha infatti notato: «Gli immigrati, se li si aiuta a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere». Ma «se non arriviamo all'integrazione, possono dare dei problemi, e gravi. A me - ha aggiunto - sempre viene in mente la tragedia di Zaventem: coloro che hanno fatto questo erano belgi, ma figli di migranti non integrati, ghettizzati ». In sostanza, «accogliere, accompagnare, promuovere e integrare ». Questi i passi raccomandati da papa Bergoglio che ha poi aggiunto: «Lo stesso si può dire anche per l'Europa - ha continuato -. Gli emigranti sono una benedizione anche per e nelle nostre Chiese in Europa. Se integrati, possono aiutare a far respirare l'aria di una diversità che rigenera l'unità; possono alimentare il volto della cattolicità; possono testimoniare l'apostolicità della Chiesa; possono generare storie di santità». Tra gli altri Francesco ha citato santa Francesca Cabrini, «suora lombarda emigrante tra gli emigranti», che, ha ricordato «è stata la prima santa cittadina degli Stati Uniti d'America». Nel suo discorso papa Francesco non ha mancato di ricordare anche la propria esperienza personale di figlio di emigrati: «La migrazione italiana rivela un'Italia figlia, in cammino in Europa, soprattutto, e nel mondo. È una realtà che sento particolarmente vicina, in quanto anche la mia famiglia è emigrata in Argentina ». E proprio alla luce di questa esperienza il Pontefice ha fatto notare che «le migrazioni hanno accompagnato e possono sostenere, con l'incontro, la relazione e l'amicizia, il cammino ecumenico nei diversi Paesi europei dove i fedeli appartengono in maggioranza a comunità riformate o ortodosse». In sostanza, ha concluso sul punto il Papa, l'Europa «è un bel mosaico, che non va sfregiato o corrotto con i pregiudizi o con quell'odio velato di perbenismo. L'Europa è chiamata a rivitalizzare nell'oggi la sua vocazione alla solidarietà nella sussidiarietà» e ad alimentare «il sogno» di un continente unito «capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita». In definitiva si potrebbe usare anche per il fenomeno migratorio il tema del Forum parigino sulla pace: "Ridurre le fratture mondiali". Così come trasversale ai due fenomeni è l'esigenza di imparare dalla pandemia per costruire un mondo diverso. Nel messaggio inviato all'assise di Parigi il Papa scrive infatti: «Ritorno alla normalità significherebbe anche ritorno alle vecchie strutture sociali ispirate da autosufficienza, nazionalismo, protezionismo, individualismo e isolamento ed escludenti i nostri fratelli e sorelle più poveri. È questo un futuro che possiamo scegliere?». Tra le cose da correggere le spese militari, che «a livello mondiale hanno oramai superato il livello registrato alla fine della "guerra fredda" e aumentano sistematicamente ogni anno». Di qui il suo appello conclusivo: «Non sprechiamo questa opportunità di migliorare il nostro mondo; di adottare con decisione modalità più giuste per attuare il progresso e costruire la pace».

COVID, CRESCE LA QUARTA ONDATA

I dati preoccupanti sono quelli dell’Europa. Ma anche in Italia la quarta ondata del Covid comincia a farsi sentire. Giovanna Cavalli per il Corriere.

«Tanto bene non va, il virus riprende forza un po' ovunque. Un peggioramento evidente ma più contenuto in Italia, con picchi preoccupanti nel resto d'Europa. In Germania si guarda sempre più al modello italiano: verso il green pass sul posto di lavoro. Ieri intanto registrati 8.569 nuovi casi di coronavirus e 67 vittime (il giorno prima erano stati rispettivamente 7.891 e 60) a fronte però di 595.812 tamponi eseguiti, sia antigenici che molecolari, ovvero 108.194 in più dell'altro ieri. Tasso di positività all'1,4. Secondo i numeri del ministero della Salute gli attualmente positivi sono 106.920, 4.061 in più nelle ultime 24 ore. Dall'inizio della pandemia i casi sono 4.835.435, i morti 132.618. I dimessi e i guariti sono invece 4.595.897, con un incremento di 4.569. Un allarme che potrebbe portare al ritorno di qualche zona gialla. La regione con il più alto numero di contagi è il Veneto, con 1.077 nuovi casi e 5 vittime. Oltre quota mille pure la Lombardia: 1.066 nuovi casi su 130.809 tamponi effettuati, tasso di positività allo 0,8% e 6 decessi. Nelle province, sono 294 i positivi scoperti in quella di Milano (133 in città), 66 a Bergamo, 134 a Brescia, 79 a Como, 106 a Monza, 41 a Pavia e 129 a Varese. «Siamo ancora su numeri abbastanza buoni, ma che giorno per giorno, piano piano, si stanno incrinando e ci stanno portando verso una situazione che potrebbe cambiare da bianca a gialla», afferma il coordinatore della campagna vaccinale della Lombardia, Guido Bertolaso. Un crescendo «inevitabile purtroppo, con l'avvicinarsi della stagione fredda», ma la ripartenza della diffusione del virus «viene ancora controllata e frenata per fortuna dalla nostra grandissima campagna vaccinale». In Emilia-Romagna segnalati 617 nuovi contagi, in Calabria balzo a 202, nel Lazio altri 894 (di cui 344 a Roma), 959 in Campania, in Sicilia 604. Il trend nazionale negativo viene confermato dalle statistiche della Fondazione Gimbe: nella settimana dal 3 al 9 novembre aumentano del 37,7% i nuovi casi di Covid-19, da 29.841 a 41.091. «Una media giornaliera più che raddoppiata in meno di un mese, dai 2.456 del 15 ottobre ai 5.870 dell'ultima rilevazione», spiega il presidente Nino Cartabellotta. Così come salgono del 14,8 i ricoveri in ospedale di pazienti con sintomi - passati da 2.992 a 3.436 - e del 9,4 quelli in terapia intensiva, saliti da 385 a 421. Intorno a noi va peggio. In Inghilterra risalgono oltre quota 40.000 i contagi giornalieri: 42.408, sebbene a fronte di più di un milione di test. Però continuano a calare sia i morti (a 195 da 212), sia il totale dei ricoveri, circa 8.700. Boom dei vaccini: fino a 700 mila, di cui 500 mila terze dosi. Nuovo record di contagi anche nei Paesi Bassi, con 16.364 nuovi casi nelle ultime 24 ore. In Croazia picco di 66 morti, 318 in Romania. Grave la situazione in Germania che ieri ha registrato 50.196 contagi giornalieri, il dato più alto da inizio pandemia, con un balzo di oltre 10 mila in un solo giorno. Il Robert Koch Institut esorta a «disdire o evitare» i grandi eventi.».

VACCINI, MELONI PEGGIO DI ORBÁN

Il Foglio ha lanciato questa iniziativa: chiedere a tutti i leader politici italiani di sottoscrivere una dichiarazione sull’efficacia dei vaccini. Si sono distinti Salvini (no comment) e Meloni (nì).

«Ieri sul Foglio abbiamo lanciato un appello ambizioso rivolto ai principali leader di partito del nostro paese e li abbiamo invitati, considerata la fase pandemica in cui si trova l'Italia, considerato il traguardo del 90 per cento di vaccinati con prima dose non così lontano e considerata la recrudescenza della pandemia in alcuni paesi importanti dell'Europa, come la Germania, a sottoscrivere una frase semplice e lineare. Questa: "Invitiamo ogni cittadino a vaccinarsi senza esitazioni: solo così si supera la pandemia". Per mettere a loro agio i leader sovranisti, che negli ultimi tempi in modo poco lungimirante hanno deciso di mettersi più dalla parte dei Free vax che dalla parte dei Sì vax, abbiamo riportato anche una dichiarazione recente del premier sovranista ungherese Viktor Orbán, che pochi giorni fa ha lanciato ai suoi cittadini un messaggio forte, simile a quello offerto ieri dal Foglio: "Esorto tutti a vaccinarsi, perché nessuna misura di protezione è sufficiente, solo il vaccino serve. Le altre misure rallentano la diffusione del virus, ma non ci proteggono. Non dobbiamo credere alle illusioni". Nel corso della giornata di ieri, abbiamo chiesto un riscontro ai principali leader dei partiti italiani e abbiamo raccolto qualche risultato interessante. Abbiamo chiesto a Enrico Letta, segretario del Pd, di sottoscrivere il nostro appello e la risposta di Letta è stata: "Sì". Abbiamo chiesto la stessa cosa a Giuseppe Conte, leader del M5s, e la sua risposta è stata identica: "Sì". Un "sì" è arrivato anche dal leader di Italia viva, Matteo Renzi. Dal leader di Azione, Carlo Calenda. Dal leader di Leu, Roberto Speranza. Nel centrodestra, invece, la situazione ci si è presentata decisamente più variegata. Abbiamo chiesto a Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, di sottoscrivere il nostro appello, e la risposta di Berlusconi è stata: "Certa - mente". Poi lo abbiamo chiesto a Matteo Salvini, sollecitato ripetutamente, che ha scelto di non risponderci. Lo abbiamo chiesto anche a un leghista importante come Attilio Fontana, governatore della Lombardia, che, con entusiasmo, ci ha detto così: "Sottoscrivo questa frase che ripeto in continuazione". Quindi lo abbiamo chiesto anche a Giorgia Meloni che, a costo di deludere Orbán, ci ha risposto con un "nì" ( più no che sì) e lo ha fatto offrendoci qualche distinguo: "Invito tutti i cittadini in età matura e le categorie a rischio a vaccinarsi contro il Covid perché il vaccino protegge dalla malattia ed è estremamente utile a chi è più esposto. Allo stesso tempo chiedo al governo quella trasparenza e chiarezza finora mancate sui vaccini e a non spingere sulla vaccinazione ai minori, fin quando la comunità scientifica non ne avrà assicurato in modo unanime e definitivo la mancanza di ogni grave effetto avverso, anche a lungo termine. Chiedo inoltre al governo di concentrarsi sulle questioni che finora ha incredibilmente ignorato, come il potenziamento dei mezzi pubblici, l'aerazione meccanica controllata e la ricerca sulle cure per il Covid". Vaccinatevi, dunque, ma non tutti ( i giovani no, dunque, e non solo i più piccoli), solo chi è in età matura ( che cosa significa?), solo chi fa parte di una categoria a rischio (e ci mancherebbe). Con una concessione: il vaccino protegge dalla malattia. Ci si può accontentare? Ahinoi, forse no. Decisamente no». 

IL PATTO DI PARMA FRA DRAGHI E I SINDACI

La politica del fare e delle cose concrete è al centro del “Patto di Parma”, com’è stato subito chiamato. Nella città emiliana Draghi ha incontrato i sindaci raccolti dall’Anci. Roberto Mania.

«Il partito dei sindaci è anche il partito di Super Mario, trasversale, pragmatico, governista e tendenzialmente decisionista. Così, alla Fiera di Parma, non poteva che finire con la standing ovation l'assemblea annuale dell'Anci (l'associazione dei sindaci) al presidente del Consiglio, Mario Draghi. Quando Antonio Decaro, presidente dell'associazione, lo invita a parlare lo chiama volutamente "Super Mario". E poco prima: «Non esistono città ingovernabili, così come non esistono Paesi o situazioni ingovernabili. E lei, presidente Draghi, con il suo governo lo sta dimostrando». Applausi e ancora applausi, compresi quelli della prima standing ovation che ha accompagnato l'ingresso del premier nella sala. Draghi ricambia, eccome. Cerca il sostegno dei sindaci, per una volta appare più politico che tecnico. La sua vera partita politica è - per ora - l'attuazione del Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza), la messa a terra degli oltre 200 miliardi di euro tra fondi europei e fondi nazionali, circa 50 dei quali dipendono proprio dai Comuni. Servono capacità progettuale e capacità realizzativa. Draghi ha bisogno dei sindaci, e gli ottomila sindaci d'Italia hanno bisogno di Draghi. «Il successo del Piano - dice il premier - è nelle vostre mani, come in quelle di noi tutti». È il patto di Parma. Sì, certo, Draghi richiama la «cooperazione» tra i vari livelli istituzionali, Comuni, Regioni, governo, ma poi aggiunge: «Non è la prima volta che i Comuni italiani si trovano al centro di cambiamenti epocali nel Paese». Innanzitutto i Comuni, dunque. Draghi parte dal ruolo che ebbero nel Dopoguerra, durante il miracolo economico, in quella crescita impetuosa che modellò un altro Paese. Furono decisivi nel rendere possibile una nuova integrazione sociale. Pensa agli anni Cinquanta/Sessanta ma anche all'opportunità storica che offrono le risorse europee per trasformare l'Italia di adesso. Lo dice - forse non a caso - mentre da Bruxelles arrivano le stime aggiornate sul Pil: quest' anno l'economia italiana crescerà più della media europea, il 6,2 per cento (4,3 per cento nel 2022) contro il 5 per cento dell'Unione, con la Germania - questa volta - fanalino di coda al 2,7 per cento, ma con un calo meno drammatico nell'anno del Covid. Quello dell'Italia non è solo un mega "rimbalzo" dopo il crollo del 2020 (-8,9 per cento), c'è qualcosa di più. Resta al palo l'occupazione («ben sotto i livelli pre Covid», ricorda la Bce) ma in genere quello del lavoro è l'ultimo dei convogli a ripartire. Anche per questo serve la spinta dei Comuni. Che chiedono procedure amministrative semplificate, sono pronti ad impegnarsi ad aprire tutti i cantieri entro la fine del 2023 purché i ministeri competenti sbocchino entro giugno le risorse per i Comuni. Ma soprattutto hanno bisogno di potere reclutare i tecnici (indispensabili per la progettazione e l'attuazione dei piani) in maniera più veloce, più semplice e senza la complicata intermediazione dei ministeri o delle Regioni. È un punto chiave se si pensa che gli organici dei Comuni sono diminuiti di circa il 25 per cento dal 2007. Draghi apre: «Terremo conto del suggerimento perché effettivamente ». Applausi. Ma intanto ricorda che il governo mette a disposizione delle amministrazioni vari strumenti: dall'assistenza tecnica sul territorio alla possibilità di reclutare personale. «Almeno mille esperti - dice - aiuteranno gli enti territoriali ad attuare il Piano. Verranno distribuiti nelle varie aree del Paese, per semplificare i processi e rafforzare la capacità progettuale delle amministrazioni». Nelle prossime settimane il governo ha programmato una serie di incontri in molte città sulla realizzazione del Pnrr. «I Comuni - conclude Draghi - sono i luoghi in cui i cittadini incontrano la politica e la pubblica amministrazione. Voi sindaci rappresentate l'unità d'Italia, nella sua magnifica diversità». Si ritorna a Roma per incontrare a Palazzo Chigi il presidente dell'Eurogruppo, l'irlandese Paschal Donohoe e annunciare per martedì l'avvio del confronto con i sindacati sulle pensioni. La mossa (politica) di Draghi per sminare la minaccia di sciopero generale del leader della Cgil, Maurizio Landini».

Lo spettro del “Non Governo” che Ugo La Malfa contrastava ai tempi della Prima Repubblica torna negli incubi di oggi. Non a caso lo ha evocato Mario Draghi, che pure sta “supplendo” alla mancanza dei partiti di esprimere un governo. Stefano Folli per Repubblica.

«Giorno dopo giorno, l'immagine del «non-governo», evocata dal premier Draghi citando Ugo La Malfa, dimostra di incombere ancora sui destini del Paese. Non riguarda in modo diretto ed esplicito questo esecutivo, ma è una condizione generale che accompagna la vita politica e racconta di un sistema che tende a sopravvivere, ma con modeste capacità di rinnovarsi e di realizzare riforme incisive. Rispetto a quando La Malfa coniò l'espressione, a metà degli anni Settanta conversando con Alberto Ronchey, la situazione è persino peggiorata. Allora la cornice politica era robusta e il sistema poggiava su partiti che apparivano ancora solidi. Magari chiusi nei loro apparati ideologici, diffidenti verso l'esterno, e tuttavia solidi. Oggi i partiti sono o sembrano liquefatti, quasi sempre inadeguati rispetto al loro compito storico: trasformare in forza politica positiva gli umori e i sentimenti dell'opinione pubblica. Di qui la crisi permanente che in un modo o nell'altro scandisce la vita collettiva. Il fatto che nove mesi fa sia stato necessario chiamare alla guida del governo, in un clima di emergenza, una personalità come Draghi - e non erano passati tre anni dalle elezioni generali del 2018 - , lascia capire a quale punto fosse la paralisi. Il nuovo presidente del Consiglio, raccogliendo senza dubbio i suggerimenti di Mattarella, presentò l'esecutivo di quasi unità nazionale come un'opportunità storica offerta alle forze politiche per rigenerarsi e riallacciare i fili spezzati con il Paese. A tutt' oggi sembra che l'opportunità sia stata colta solo in parte. È vero che la spinta delle forze cosiddette "sovraniste" di destra e di sinistra si è attenuata, soprattutto a causa della povertà delle loro proposte, ma nel complesso non sembra proprio che i partiti siano pronti a riprendersi il centro della scena. È quasi un'anomalia democratica. Sta di fatto che le ragioni che all'inizio di questo 2021 spinsero il capo dello Stato ad affidarsi all'ex presidente della Bce permangono tutte. Al tempo stesso si è avuta la conferma che la tendenza del sistema è verso il «non governo», cioè verso la stasi: a meno che una personalità fuori del comune non impegni il suo prestigio in una fatica quotidiana senza requie in ogni settore, mescolando mediazione e decisionismo. È quello che sta facendo Draghi e ci si domanda per quanto tempo ancora riuscirà a farlo senza disporre di una forza politica che abbia in lui il suo riferimento. I critici fanno notare le zone d'ombra che comunque restano perché è difficile rischiararle: ad esempio il ritardo della legge di bilancio, le riforme molto citate e fin qui poco realizzate, l'incertezza su quando arriveranno i fondi europei - al di là dell'anticipo già ricevuto - e per quali opere saranno realmente utilizzati. Per mille ragioni stiamo andando verso scelte cruciali, destinate a lasciare il segno. La paralisi politica si giustifica oggi con l'attesa per il conclave laico di gennaio, da cui uscirà eletto il successore di Mattarella. E questo è il punto cruciale. Se non accadrà che l'attuale presidente sia confermato, occorrerà trovare una figura in grado di offrire gli stessi esiti sia nel rapporto con i governi esteri sia con Palazzo Chigi (Giuliano Amato?). Ma siamo lontani da un simile approdo e intanto i rischi del «non governo» crescono e si ramificano come le liane nella palude».

5 STELLE NEI SOCIALISTI? NON SUBITO

Enrico Letta ha incontrato ieri a Bruxelles i parlamentari europei del Pd. Tema: l’ingresso dei 5 Stelle nel gruppo Socialisti & Democratici. Maria Teresa Meli sul Corriere:

«Enrico Letta avrebbe voluto portare il risultato a casa entro l'anno, ma ora non è più detto che l'obiettivo di far entrare i 5 Stelle nell'eurogruppo dei Socialisti e Democratici insieme al Pd si riesca a centrare in tempi così brevi. A Bruxelles, dove il segretario ieri ha incontrato i «suoi» parlamentari questo processo ha subito un rallentamento. È stato lo stesso leader a frenare, con grande abilità, evitando così di innescare altre polemiche nei dem, dove c'erano diversi maldipancia. Ed è stata la sua vice Irene Tinagli a porre la questione e a imporre tempi più lunghi. L'eurodeputata ha invitato tutti a non procedere «con accelerazioni e improvvisazioni». L'operazione, a suo giudizio, «è stata comunicata male» perciò «non facciamo altri pasticci». Nonostante i dubbi espressi da più d'uno la riunione si è svolta in un clima niente affatto teso. Lo si deve alla premessa con cui Letta ha aperto l'assemblea: «La discussione non è ancora iniziata, visto che gli stessi 5 Stelle non hanno formalizzato alcuna richiesta di ingresso». Quindi il segretario Pd ha insistito sul fatto che bisogna andare avanti «senza pregiudizi ma gradualmente». Così facendo ha sopito le polemiche e la discussione è andata avanti senza toni aspri. Giuliano Pisapia, molto critico, ha insistito: «Tutto è possibile, i grillini hanno cambiato molti parametri, ma c'è un punto su cui non ho visto la minima evoluzione: lo stato di diritto e le garanzie devono essere valori fondamentali per chi entra nel gruppo». Tra i dubbiosi anche Simona Bonafè, Pina Picierno, Giuseppe Ferrandino e Alessandra Moretti. Ma è chiaro che, anche se non sarà a dicembre, Letta riuscirà a mandare in porto il suo progetto. Il segretario è determinato: «Noi non metteremo veti se loro chiederanno di entrare, in virtù di un europeismo che appare ormai acquisito. Ma la questione evidentemente riguarda soprattutto il M5S. Non saremo noi a spingere. Su questa base costruiamo una posizione unitaria nel Pd. Dopodiché, se è necessario ne parleremo a Roma negli organi di partito». E anche Stefano Bonaccini, che ha incontrato Letta ieri a Bruxelles, è su questa linea. Intanto Carlo Calenda ha annunciato il suo strappo: «Si va verso l'ingresso del M5S nel gruppo degli S&D. Lo considero un grave errore politico che tradisce il mandato degli elettori». Perciò il leader di Azione ha chiesto ieri l'adesione al gruppo «Renew» di cui fa parte anche Italia Viva. «Calenda sbaglia nel merito e nel metodo, non se ne può più di diktat e veti», gli replica Nicola Zingaretti . E Letta sottoscrive. Ma il segretario, che ieri è stato a pranzo con Paolo Gentiloni, è volato a Bruxelles anche per caldeggiare la conferma di David Sassoli alla presidenza del Parlamento europeo. Il leader dem non vuole la staffetta con un conservatore: «Ne parlerò anche a Mario Draghi». E pure su questo fronte è molto determinato».

COP26, A GLASGOW STRETTA FINALE

Corsa a Glasgow per la Dichiarazione finale, che potrebbe slittare ancora di un giorno. Il dialogo ritrovato fra Usa e Cina potrebbe spingere ad una soluzione positiva. Sara Gandolfi per il Corriere.

«È stata una giornata di negoziati frenetici, ieri, alla Conferenza sul clima, per cercare di trovare la quadra intorno a una bozza di Dichiarazione finale che finora sembra scontentare tutti, dai Paesi «fossili» guidati dall'Arabia Saudita ai «vulnerabili» capitanati dalle isole Marshall. «Una giornata cruciale», ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che intervistato durante l'incontro Economia del Futuro, organizzato in Triennale a Milano dal Corriere , ha detto: «Non è sicuro che si potrà chiudere domani (oggi per chi legge), forse si andrà a sabato mattina». Alla Cop, l'Italia ha annunciato l'adesione a Boga, l'Alleanza oltre il petrolio e il gas, come Paese «amico», quindi con impegni più generici rispetto ai "membri". «L'Italia è perfino più avanti, e abbiamo le idee chiare: il grande piano per le rinnovabili con 70 miliardi di watt per i prossimi 9 anni, per arrivare al 2030 con il 70% di energia elettrica pulita», sostiene Cingolani, che ritiene il gas «il vettore della transizione». All'indomani della Dichiarazione-bomba sul clima di Stati Uniti e Cina, l'attenzione è puntata sul vertice virtuale del 15 novembre tra Joe Biden e Xi Jinping, durante il quale il presidente cinese forse inviterà l'americano alle Olimpiadi di Pechino del 2022 (Covid permettendo). All'ordine del giorno della video-chiamata, oltre alla fatidica soglia di 1.5° di riscaldamento globale, tanti altri temi caldi, dalla sfida commerciale alle armi nucleari. Ma è evidente che il clima ha giocato il ruolo di grimaldello fra le porte finora molto chiuse dei due leader. Quasi come fece la diplomazia del ping-pong che aprì la strada alla storica visita di Richard Nixon in Cina nel 1972. Chissà se John Kerry saprà vestire i panni di Henry Kissinger. Non è chiaro quanto questo presunto avvicinamento aiuterà il buon esito di Cop26. Nella notte era attesa la seconda bozza di Dichiarazione. Frans Timmermans, vice-presidente di un'Unione europea che rischia di finire schiacciata dal protagonismo apparente di Usa e Cina, ostenta un cauto ottimismo. C'è ancora margine per «completare il regolamento dell'accordo di Parigi». Ma ieri il momento clou non è stato in sala stampa e neppure in plenaria, dove il segretario generale dell'Onu Guterres ha tuonato contro le «promesse vuote» senza stop ai combustibili fossili. Il picco di entusiasmo s' è registrato davanti al mega-schermo nello stand del Pakistan. Si giocava l'ingresso in finale della Coppa del Mondo Twenty20 di cricket. Fiato sospeso, fino alla vittoria dell'Australia per cinque wicket sul Pakistan. Uno tra i Paesi più inquinatori al mondo ha sconfitto uno dei più vulnerabili. Vedremo come finirà la partita del clima».

Il Manifesto intervista lo scienziato Ed Hawkins, che ha inventato un modo per vedere immediatamente che cosa è accaduto al clima negli ultimi 130 anni. Stella Levantesi.

«C'è un grafico che mostra l'aumento della temperatura con i colori. Sono le «warming stripes», strisce verticali colorate e ordinate cronologicamente, che dal blu per la temperatura più fredda al rosso per quella più calda, rappresentano l'aumento della temperatura media globale dal 1850 a oggi. È forse il modo più immediato di comprendere il riscaldamento globale dell'ultimo secolo, ed è un'idea del climatologo inglese Ed Hawkins, autore dell'ultimo rapporto Ipcc (Sigla del Comitato Intergovernativo per i cambiamenti climatici ndr). In questa intervista ci spiega lo stato del clima e gli ostacoli maggiori all'azione politica necessaria per evitare le conseguenze più devastanti della crisi climatica. Professor Hawkins, può spiegare il legame tra gli eventi meteorologici estremi e il cambiamento climatico? «Dall'ultimo rapporto Ippc è chiaro che le attività umane - principalmente la combustione di combustibili fossili - finora hanno riscaldato il pianeta di circa 1,1 gradi. Una delle conseguenze di questo riscaldamento è che ha reso gli eventi estremi, come le ondate di calore e le forti piogge, più intensi e più frequenti. Quindi stiamo già sentendo gli effetti del riscaldamento del mondo sugli eventi meteorologici estremi. Avrà sentito del medicane che ha colpito l'Italia meridionale». Considera i medicane e altri eventi meteo estremi una manifestazione fisica del cambiamento climatico? «Abbiamo sempre avuto fenomeni estremi. Ora però quando abbiamo un'ondata di calore è più calda di quanto sarebbe stata senza il cambiamento climatico, quando abbiamo forti precipitazioni, cade più pioggia. E così l'impatto e il rischio di inondazioni è maggiore quando un ciclone tropicale o un medicane colpisce la terraferma, perché il livello del mare è più alto». Quindi il cambiamento climatico sta aumentando gli impatti e gli effetti degli eventi meteorologici. Può parlare del progetto «warming stripes» e del relativo hashtag #ShowYourStripes? Come è nato, cos' è e come ha cambiato la visualizzazione dei dati per il pubblico? «È iniziato circa tre anni fa, per un festival di letteratura a Hay, nel Regno Unito. Stavo cercando un modo per dimostrare gli effetti del mondo che si sta scaldando a un pubblico non abituato a vedere grafici scientifici. Così ho usato una serie di strisce colorate per rappresentare i cambiamenti di temperatura nella stessa città di Hay, usando una striscia all'anno e i colori che rappresentano la temperatura in quel particolare anno. Si possono vedere i colori cambiare da blu a rosso negli ultimi 130 anni circa. Ho visto le persone capire immediatamente ciò che stavo condividendo e ho pensato che le strisce possono comunicare il riscaldamento nel modo più semplice e chiaro possibile anche a un pubblico ampio. Il progetto ShowYourStripes mostra le variazioni di temperatura per ogni stato e anche per le città (www.showyourstripes.info). È importante capire che il riscaldamento globale non è un concetto astratto, ma ci sta influenzando tutti, qui e ora».

Federico Fubini sul Corriere legge, nei comportamenti di Italia e Germania, alla Cop26 un nodo importante della politica energetica (e industriale) dell’Europa dei prossimi anni:

«La Conferenza delle parti di Glasgow è politicamente importantissima, non vincolante. Nessuna sanzione, se non sulla loro credibilità, può obbligare i 160 governi riuniti in Scozia a rispettare le promesse sottoscritte in questi giorni. Neppure quella di ieri di dodici Paesi e Stati federali di superare le energie fossili («Beyond oil and gas», Boga). C'è però un aspetto che rende la Cop26 rilevante in maniera specifica per gli europei: la conferenza e i suoi impegni arrivano quando a Bruxelles sono già sul tavolo le proposte di legge della Commissione, queste sì vincolanti se approvate, per ridurre le emissioni al 2030 del 55% dai livelli del 1990 e azzerare le emissioni nette a metà secolo. È il pacchetto di «Fit for 55». Inevitabilmente, la Cop di Glasgow è diventata un test degli orientamenti politici su quelle norme, di ciò che i governi pensano dell'approccio suggerito da Bruxelles. È stata una prova generale del negoziato imminente che deciderà di come centinaia di milioni di europei guidano, si alimentano o si riscaldano. Quanto a questo, le scelte dell'Italia e della Germania hanno tutta l'aria di un messaggio inviato a Bruxelles. Ieri i delegati di Roma e Berlino non hanno firmato l'impegno per la messa al bando delle auto con motori a combustione interna entro il 2035. Dietro, in trasparenza, si leggono i dubbi dei due governi sulla proposta di regolamento della Commissione di permettere dal 2035 solo l'immatricolazione di auto a zero emissioni. Cioè solo elettriche. Commenta Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo e capofila del governo in questa partita: «Dobbiamo affrontare la transizione ecologica con un approccio tecnologicamente neutrale: decarbonizzazione non può diventare sinonimo di elettrico. Così facciamo diventare ideologico un percorso che invece deve essere razionale». Senz' altro l'intero settore della componentistica auto in Italia rischierebbe di essere spazzato via da una transizione rapida all'auto elettrica, il cui motore ha pochissimi pezzi. Ma Giorgetti sembra preoccuparsi soprattutto che l'Europa non si precluda alternative sostenibili. «Tutti vogliamo combattere l'inquinamento, vivere in un mondo più sano e compatibile con l'ambiente - dice il ministro - e per questo non possiamo bocciare altre strade in modo pregiudiziale». Giorgetti indica in primo luogo le auto a idrogeno e continua: «Devono proseguire ricerca e studio su altri combustibili non fossili, sui quali le nostre imprese stanno facendo investimenti importanti: non possono essere esclusi a priori». Del resto l'auto non è il solo terreno sul quale l'Italia sta consumando un piccolo strappo con la Commissione Ue, senza rinunciare però ad abbattere la CO2. Anche in campo agricolo le proposte di Bruxelles suscitano perplessità a Roma. E all'ultimo vertice europeo Mario Draghi ha parlato dell'ipotesi di impedire sui mercati finanziari gli investimenti puramente speculativi in certificati di emissione verdi: anche per questo il loro prezzo è esploso, ha detto il premier, rendendo alzando i costi di produzione di tante imprese a alto consumo di energia. L'auto resta però il settore dove il negoziato sarà più duro. «Il governo italiano in Europa deve parlare in modo chiaro e a una sola voce» - dice Giorgetti -. Il ministero dello Sviluppo lavora per dare supporto alle imprese, quelle energivore in primo luogo, in questo passaggio difficile per creare e sviluppare maggiori competenze che permettano all'industria italiana di essere trainante e punto di riferimento per tutto il settore dell'automotive. «Non cadiamo in trappole ideologiche: non serve all'ambiente, alle nostre industrie e ai consumatori».

IL PLENUM DEL PARTITO COMUNISTA: STORICO PASSAGGIO

Alla stampa internazionale è stato dato un comunicato di 14 pagine, oggi ci sarà anche una conferenza stampa. Tutto per sottolineare l’importanza di questo passaggio nella storia cinese. La cronaca di Gianluca Modolo per Repubblica.

«Il compagno Xi e il suo Pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era rappresentano il marxismo della Cina contemporanea e del XXI secolo e incarnano al meglio la cultura e l'ethos dei nostri tempi. Il Partito ha stabilito la figura centrale di Xi e ne ha definito il ruolo guida». Che la risoluzione storica annunciata all'inizio di questo Plenum del Pcc venisse approvata non c'erano molti dubbi. Che sia stata divulgata con un lungo comunicato così rapidamente e che addirittura una conferenza stampa sia stata indetta per questa mattina, spiegano bene la portata storica di questo conclave che per quattro giorni ha visto riunirsi nelle segrete stanze dell'Hotel Jingxi qui a Pechino il Comitato centrale al completo. E che eleva Xi tra gli Dei della Repubblica al pari di Mao Zedong e Deng Xiaoping, gli unici a far approvare prima di lui risoluzioni del genere. Proiettandolo al Congresso del 2022 come sicuro vincitore di un terzo - e inedito - mandato. «Sarebbe un colpo di scena se non fosse così, Xi resterà in carica almeno per altri 5 anni. E così a lungo soltanto Mao ci è stato», racconta a Repubblica Nis Grünberg, analista del Merics, think tank tra i più importanti al mondo sulla Cina. «È un documento molto raro perché chiude un'era e ne apre un'altra: un periodo di sviluppo ottenuto grazie a Xi. Mentre la prima parte del comunicato espone i risultati del passato, la seconda è tutta sul leader: che finirà sui libri di storia». E una figura storica, per il Partito e per la Cina, Xi lo diventa appieno. «D'ora in avanti, se qualcuno proverà a criticarlo equivarrà a criticare il Partito. Tutto ciò rafforza la sua posizione come architetto dell'ideologia del Pcc». Quattordici pagine di comunicato sulle «conquiste» e i primi 100 anni di vita del Partito. Una carrellata su questo ultimo secolo per riaffermare che il Pcc «attraverso una lotta tenace ha saputo non soltanto smantellare il vecchio mondo, ma anche costruirne uno nuovo». Citazioni d'obbligo per Mao, Deng, Hu Jintao e Jiang Zemin. Metà del documento è però riservata a lui, il Nuovo Timoniere che guiderà il popolo «a realizzare il sogno cinese e il ringiovanimento della nazione». «Fare paragoni con altri leader credo non sia mai corretto - continua Grünberg - stiamo parlando di epoche storiche molto diverse. Certamente Xi guida un Partito più forte, e un'economia più forte. E oggi la Cina è più potente di quanto non lo sia mai stata». Elogi per i progressi fatti nello sviluppo sociale, nell'ambiente, nell'economia, nella difesa nazionale. Tutte cose che Xi ha portato avanti con «una valutazione meticolosa e una profonda riflessione, un eccezionale coraggio politico e un forte senso della propria missione». Citate, anche, Hong Kong e Taiwan. «Un consolidamento del suo potere straordinario », afferma Grünberg. Che gli servirà per circondarsi di quanti più alleati possibili per superare le crisi dell'economia, per portare il Paese fuori dal Covid e fronteggiare gli Usa nell'Indo-Pacifico. Con la risoluzione in tasca ora lo aspetta la prossima settimana l'incontro (virtuale) con Biden (che Xi dovrebbe invitare alle Olimpiadi di febbraio). «È un bene che avvenga. Ed era normale che Xi aspettasse la fine del Plenum per essere più a suo agio». Per guardare negli occhi il presidente americano sentendosi più forte che mai».

Cecilia Attanasio Ghezzi per la Stampa analizza il senso della “risoluzione storica” adottata dal Plenum.

«Come Mao, come Deng. Anzi, di più. Xi Jinping è il nucleo attorno cui devono stringersi il Partito, l'esercito e il Paese tutto. E il xijinping-pensiero è l'unica strada da percorrere per inseguire il sogno cinese e il rinascimento della Nazione. Non sono ammessi inciampi fino al 2049, quando la Repubblica popolare celebrerà il centenario dalla sua fondazione. Ecco il senso della "risoluzione storica" che ieri ha chiuso l'ultimo importante appuntamento politico prima del Congresso del 2022, quello che, se tutto va secondo i (suoi) piani, consacrerà il presidente alla leadership perpetua. Se fino ad oggi c'era ancora chi si domandava se un'autorità così accentratrice potesse veramente rafforzare il Partito e la Cina, da oggi quest' opinione sarà considerata una spia di infedeltà o tradimento. È la certificazione della fine del primus inter pares. Non è più la crescita economica del Paese che legittima il Partito, ma la leadership personale e personalistica di un Principe rosso. Quella della Cina comunista è "l'epica più magnifica nella millenaria storia della Nazione cinese", una gloriosa epopea consegnata nelle mani di Xi Jinping che verrà amplificata nella sua "nuova era". La fedeltà incondizionata al leader, lo studio del suo pensiero e la ripetizione mnemonica dei suoi slogan sono oggi gli strumenti per riportare la Cina al centro dello scacchiere globale e ai fasti del tempo che fu. Non dimentichiamo che Xi è il figlio di uno dei primi sodali di Mao Zedong e ben conosce l'arte di manipolare la Storia a proprio vantaggio. Non è un caso che da molti testi stiano scomparendo le citazioni di Deng Xiaoping che mettono in guardia contro l'uomo solo al comando e quelle che invitano all'umiltà nella politica internazionale. Ripercorrere e riscrivere la storia del Partito e insieme del Paese più popoloso del mondo è un vezzo a cui la Repubblica popolare ci ha abituati. Controllare la narrativa, serve a controllare le menti. È così che il Partito è sopravvissuto a sé stesso negli ultimi cento anni. Alla lotta di classe di Mao Zedong si sostituì l'arricchirsi è glorioso di Deng Xiaoping. Oggi c'è la prosperità condivisa e un uomo forte capace di guidare una superpotenza tra i perigli delle incertezze domestiche e globali. Abbiamo visto il pugno duro contro la pandemia e contro i movimenti democratici di Hong Kong. E vedremo come si evolverà la questione di Taiwan. Ma anche se Xi rimarrà al vertice di quella complessa piramide politica in cui Stato e Partito si sovrappongono chiamata Cina, l'anno prossimo buona parte degli uomini che oggi occupano le posizioni apicali del Partito e dell'esercito dovranno lasciare per raggiunti limiti di età o di mandati. Quella che nel dopo Mao è sempre stata gestita collettivamente come una tranquilla transizione di potere, potrebbe trasformarsi in una guerra sotterranea senza esclusioni di colpi. E se anche Xi sopravvivrà, quando sarà il suo momento non sarà in grado di garantire una successione ordinata. E allora sarà il Partito a tremare. E con esso la Cina tutta».

BOLLORE’ PUNTA SU ZEMMOUR

Erico Zemmour, candidato alle presidenziali francesi dell’ultra destra, sarebbe l’uomo politico su cui punta Vincent Bolloré. Luana De Micco sul Fatto.

«Tra i diversi soprannomi che i giornalisti francesi attribuiscono a Vincent Bolloré c'è quello di "ogre", l'orco, per l'avidità che l'imprenditore bretone ha sempre dimostrato negli affari. Ora il patron del colosso dei media Vivendi (presente anche in Mediaset e Tim), sembra voler contare anche nel dibattito per le presidenziali del 2022. C'è lui dietro l'ascesa di Eric Zemmour, il controverso opinionista di estrema destra che, pur non essendo ancora ufficialmente candidato all'Eliseo, sta rubando potenziali elettori a Marine Le Pen, tanto da averla superata nei sondaggi (raccoglierebbe il 18-19% al primo turno, contro 15-16% per la leader del Rassemblement National) e da essere considerato favorito nella sfida al ballottaggio contro Macron. Già editorialista al Le Figaro, il "personaggio" Zemmour si è plasmato negli ultimi anni soprattutto in tv a CNews, che anche il New York Times ha paragonato a Fox News, di Rupert Murdoch. Lanciata nel 2016, quando Bolloré ha preso il controllo di Canal Plus, CNews (ex I-Télé) si è affermata soprattutto dal 2018, sulla scia della crisi sociale dei "gilet gialli", proponendosi come alternativa ai media "tradizionali", dicendo di voler rompere con il politically correct e di voler dibattere anche di temi delicati, come delinquenza o immigrazione, non sempre però supportati da fatti. Per tre anni, Zemmour vi ha tenuto una rubrica quotidiana, Face à l'Info, nella quale ha veicolato le sue le teorie complottiste della "sostituzione etnica", le sue idee misogine e razziste, anti-Islam e anti-immigrazione. Idee per le quali è stato condannato più volte per incitamento all'odio razziale. A marzo, il Consiglio superiore dell'audiovisivo ha anche inflitto una multa di 200 mila euro a CNews dopo che Zemmour aveva definito i migranti minorenni non accompagnati "ladri, assassini e stupratori". La tv ha più che raddoppiato la sua audience. A maggio, per la prima volta, ha anche sorpassato BFM Tv, prima rete di all news in Francia, in termini di ascolti. Il 9 settembre, Zemmour, già in aria d'Eliseo, ha riunito più di 850 mila telespettatori. Pochi giorni dopo, l'authority dell'audiovisivo ha deciso di contabilizzare il suo tempo di parola nei media, come si fa per gli uomini politici, e la tv ha dovuto sospendere la trasmissione. Il 28 ottobre, la Commissione dei sondaggi ha ripreso la tv per aver gonfiato i risultati di uno studio d'opinione a vantaggio di Zemmour. Alcuni osservatori pensano che CNews abbia riempito un vuoto del panorama mediatico francese, orientato piuttosto a sinistra. A sei mesi dal voto per l'Eliseo, la tv è oggi uno strumento di potere nelle mani di Bolloré, che non ha mai nascosto né le sue idee politiche, né la sua vicinanza ad alcuni uomini politici. Nel 2007, sollevò polemiche la vacanza di Nicolas Sarkozy, appena eletto presidente, sul lussuoso yacht dell'amico magnate e sostenitore. Bolloré è uno degli uomini più potenti di Francia. Nella classifica Forbes dei più ricchi, è al 538° posto nel mondo, al 14° in Francia, con un patrimonio di 5,8 miliardi di euro nel 2020. Nel 1981 riprese l'industria cartaria di famiglia, fondata nel 1822, che era in difficoltà, e la trasformò, nel corso degli anni e delle acquisizioni, in una tentacolare holding presente in diversi settori, dalla mobilità elettrica (è lui ad aver lanciato le Bluecar) ai trasporti e logistica (dubbiosi molti suoi investimenti nei paesi africani, che gli hanno dato problemi con la giustizia), dalla musica (Universal Music Group) ai video giochi (Gamelolft), dalla pubblicità (Havas) all'editoria. A settembre Vivendi ha preso il controllo del gruppo Lagardère (salendo al 45%), attivo nel retail degli aeroporti (con i negozi Relay), nell'editoria (Hachette) e nei media, ereditando la radio Europe 1, il settimanale Le Journal du Dimanche e l'influente rivista Paris Match. A ottobre il direttore della redazione di Paris Match e del JDD , Hervé Gattegno, è stato allontanato senza spiegazioni. Ma in molti pensano che sia a causa della sua aperta avversione a Eric Zemmour. A fine settembre, il magazine ha pubblicato in copertina una foto rubata del polemista, che è sposato, mentre fa il bagno al mare abbracciando la sua più stretta collaboratrice, la 28enne Sarah Knafo. Alcuni giorni prima, Gattegno aveva anche pubblicato un editoriale sul JDD col titolo: "Zemmour, più profeta di sventura che cavaliere del rinnovamento"».

ARRESTATO COOPERANTE ITALIANO IN ETIOPIA

Un veterano italiano delle Ong salesiane, Alberto Livoni, è stato arrestato ad Addis Abeba. Spaventa il caos in Etiopia. Paolo Lambruschi per Avvenire:

«Non solo i salesiani tigrini, nel mirino della polizia etiope è finita anche la cooperazione legata alla congregazione di don Bosco che aiuta i minori poveri con scolarizzazione e formazione professionale. Ad Addis Abeba è stato arrestato Alberto Livoni, capomissione per l'Etiopia del Vis, l'Ong salesiana, prelevato sabato scorso nella capitale etiope dalle forze di sicurezza e in stato di fermo in una stazione di polizia senza mandato di arresto. Livoni, 65 anni, emiliano, è un veterano. Ha lavorato in Somalia con la Caritas italiana con la dottoressa Graziella Fumagalli, uccisa a Merca nel 1995. Responsabile in Etiopia dal marzo 2021 del Vis, in precedenza è stato in Mozambico, Honduras, Filippine, Myanmar. Padre di due figli, assieme a lui sono stati fermati due colleghi etiopi del Vis, ha ribadito ieri l'Ong. Il caso Livoni è seguito da vicino dalla Farnesina. L'ambasciata italiana ha potuto incontrare l'operatore umanitario, che è in buone condizioni. Il Vis è molto attivo in Tigrai e le autorità etiopi vogliono accertare perché Livoni avrebbe passato 20mila dollari a una persona. Anche se non è stata formalizzata alcuna accusa, gli inquirenti pensano che i fondi siano serviti ad aiutare i miliziani del Fronte popolare di liberazione del Tigrai ( Tplf). Nella regione, però, da mesi non funzionano i bancomat e l'unico modo di far pervenire aiuti a sacerdoti e operatori è il contante. Il 5 novembre forze governative avevano fatto irruzione nel quartier generale salesiano ad Addis Abeba, nella zona di Gottera, arrestando 35 tra religiosi e laici. Dopo una settimana 17 etiopi nati nel Tigrai, tra cui il provinciale, restano detenuti in località ignota. Nella capitale, secondo Associated Press, migliaia di tigrini sono stati arrestati dalla proclamazione dello stato di emergenza. Le autorità hanno ordinato ai proprietari di alloggi di registrare alla polizia l'identità degli inquilini e nelle strade si aggirano uomini armati di bastoni alla ricerca di nativi del nord. Il governo centrale del premier Abiy ha dichiarato che gli arresti sono legati al sospetto sostegno al Tplf, ma gruppi per i diritti civili e la Commissione etiope per i diritti umani, di nomina parlamentare, ritengono che il vero motivo sia etnico. Come ha affermato a Vatican news padre Giuseppe Cavallini, neo direttore di Nigrizia, in città decine di religiosi copti tigrini sono stati arrestati dai militari nella cattedrale. Secondo il missionario in tutto il grande Paese africano la situazione è esplosiva. Ha rivelato che nella regione occidentale del Benisciangul, a 20 chilometri dalla Grande diga del rinascimento sul Nilo, bande armate di etnia gumuz hanno «raso al suolo la nostra missione comboniana con il vicino villaggio costringendo alla fuga preti e suore». Sul fronte diplomatico stallo totale. L'Etiopia ieri ha indicato per la prima volta le condizioni per possibili colloqui con il Tplf dopo un anno di guerra e giorni di sforzi diplomatici degli inviati internazionali con le forze tigrine alle porte di Addis Abeba. Ma una è il ritiro dalle regioni degli Amhara e degli Afar, quindi il riconoscimento della legittimità del governo. Il portavoce del Tplf Getachew Reda aveva già escluso il ritiro, indicando invece all'inviato dell'Unione Africana Obasanjo come condizione per il dialogo l'accesso degli aiuti umanitari nel Tigrai, dove 500mila persone rischiano la morte per fame. La risposta etiope è stata l'arresto di 72 autisti tigrini del Programma alimentare Onu con il blocco de facto degli aiuti».

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