No Dad, sì Vax

Per tornare a scuola in sicurezza e in presenza, vaccini per tutti. Nodo giustizia al CDM di oggi. 5 Stelle sulle barricate contro Cartabia. Haiti, il presidente ucciso a casa sua. Il Papa sta meglio.

I numeri della pandemia inducono ancora all’ottimismo. Ieri in Lombardia, per la seconda volta a luglio, ci sono stati zero decessi. 14 in tutta Italia, secondo dato più basso dell'anno, dopo i 12 di domenica 4 luglio. I contagi continuano ad aumentare, segno che le varianti prendono piede, ma ricoveri e terapie intensive scendono. C’è una flessione nel ritmo della campagna vaccinale, nonostante i 6 milioni di scorte nei frigoriferi delle Regioni: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina solo 385 mila 987 vaccinazioni. Vedremo se è un dato solo passeggero. O se indica una nuova tendenza. Intanto il tema attuale sulla pandemia è quello della scuola. Che cosa accadrà in autunno? Come ci si sta preparando? Figliuolo ha scritto alle Regioni perché incrementino le vaccinazioni in questo settore. E il Ministro dice che non ci sarà più la Dad. Ma ne siamo sicuri?

Altri problemi molto concreti angustiano la vita pubblica. I migranti che arrivano dalle sponde nordafricane sono ignorati dall’Europa. Domenica ci sarà una speciale preghiera per loro, chiesta dai Vescovi italiani. Nell’occasione Avvenire torna a chiedere che siano rivisti i patti con le autorità libiche, che non rispettano i diritti umani. Il nodo giustizia dovrebbe approdare oggi in Consiglio dei Ministri. A leggere il Fatto (“Cartabia peggio di Biondi”) i 5 Stelle sono sul piede di guerra, ma Draghi sa che l’Europa non darà i soldi del Recovery senza una riforma. Intanto i sindaci vanno in piazza per difendersi dagli avvisi di garanzia.

Gad Lerner insinua che il Centro destra a Milano vorrebbe lasciare Beppe Sala a Palazzo Marino e si concentrerebbe così sulla sfida di Roma. Per questo avrebbe scelto il pediatra Bernardo come candidato. Cattiveria? Intanto Conte e Grillo sarebbero all’ultimo miglio nella strada di un nuovo accordo sullo statuto.

Ad Haiti incredibile esplosione di violenza: il presidente Moïse è stato assassinato nella sua casa da un commando armato. Ne ha dato notizia il primo ministro. È morto in carcere padre Stan, il gesuita 84enne ingiustamente detenuto in India e accusato di terrorismo. Il Papa sta meglio e i risultati delle analisi sono confortanti. Discussione e voto unanime nel nostro Parlamento sulle celebrazioni del Milite Ignoto. Cento anni dopo, niente più divisioni. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera è già proiettato sul rientro di settembre: Scuola, la corsa ai vaccini. Quotidiano nazionale invita a convivere con le nuove forme della pandemia: Le varianti non ci possono fermare. Ma oggi non c’è un tema che costringa tutti alla stessa scelta. Per la Repubblica l’argomento del giorno è la riforma Cartabia sul tavolo del Governo: Giustizia, la sfida del M5S. Il Mattino ricorda la questione più controversa: Giustizia, il nodo prescrizione. Il Messaggero sottolinea la coincidenza con la protesta dei primi cittadini: Giustizia, i sindaci in piazza. Violentissimo il Fatto: Il nuovo Salvaladri: Draghi&Cartabia come B. La Stampa si occupa dei continui ingorghi e cantieri, e riprende un’idea del ministro Giovannini: «Autostrade da rifare, giù i pedaggi». Il Domani titola ancora sulla omotransfobia: Renzi vuole far saltare la legge Zan come fece con Prodi al Quirinale. Mentre il Manifesto attacca Orbán: Angheria. Da un’altra sponda politica stessa scelta della Verità: L’Ue segue un pornoricattatore per negare soldi agli ungheresi. Libero mette in evidenza il calo di consensi per Letta: Ecco il sondaggio che fa tremare il Pd. Avvenire incalza il Governo sugli accordi coi libici che non rispetterebbero i diritti umani dei migranti: Il patto disumano da non rinnovare. Mentre Il Sole 24 Ore fa il punto sulle imposte: Fisco, ecco le nuove scadenze.

VACCINI. ORA L’EMERGENZA È SULLA SCUOLA

I dati dimostrano che il contagio del virus è per ora sotto controllo. La discussione fra Figliuolo e le Regioni si sposta ora sul tema della scuola. Il Ministro Bianchi vuole che si ricominci in presenza. Ma sarà possibile? Lorena Loiacono sul Messaggero.

«Il ritorno in classe, in presenza, passa necessariamente per i vaccini. Su questo non ha dubbi il commissario Figliuolo e non ne hanno neanche i presidi che ben conoscono le loro strutture scolastiche che, se venisse confermato il distanziamento anche per settembre, non potrebbero mai riaprire con il 100% delle classi in presenza. E allora, oltre agli appelli, i dirigenti chiedono l'obbligo vaccinale per i circa 215mila docenti che non hanno ancora aderito alla campagna. Una posizione chiara, dettata dai troppi disagi vissuti nell'ultimo anno scolastico, che punta a far ripartire ora la scuola in sicurezza e, quindi, in presenza. Ieri il commissario straordinario per l'emergenza, Francesco Figliuolo, in una lettera inviata alle Regioni e alle Province ha fatto il punto della situazione ed ha chiesto di incentivare la vaccinazione tra il personale scolastico per alzare quelle percentuali che, ad oggi, evidentemente non garantirebbero la ripresa dell'anno scolastico in sicurezza. Servono corsie preferenziali negli hub, per i docenti, ma anche una ricerca porta a porta dei docenti non ancora vaccinati, coinvolgendo anche i medici competenti per sensibilizzare il personale scolastico in maniera ancor più capillare. «Nell'ambito del positivo andamento della campagna vaccinale scrive Figliuolo- in previsione della prossima riapertura degli istituti di formazione con l'inizio del nuovo anno didattico, sono state emanate raccomandazioni al fine di creare le idonee condizioni di sicurezza per la ripresa delle lezioni in presenza. Ciononostante, pur avendo registrato un incremento percentuale relativo alla copertura della platea del personale scolastico, docente e non docente, che è cresciuto dello 0,5% passando dall'84,5% del 23 giugno all'85% odierno, diverse regioni restano ancora sotto la media». Ma il tempo stringe: l'anno scolastico parte il 1 settembre, anche se le lezioni riprenderanno intorno al 13 settembre, e le scuole stanno già pensando di dover riproporre i turni in Dad che hanno caratterizzato l'ultimo anno scolastico alle superiori. Perché, se deve restare il metro di distanziamento in classe, il posto per tutti non c'è. L'unica strada è il vaccino».

Interviene Gianna Fregonara sul Corriere della Sera, che dedica oggi al tema del ritorno a scuola in sicurezza l’apertura di prima pagina.

«Al momento è molto più facile a dirsi che a farsi. «In presenza senza se e senza ma», è lo slogan del ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi. Basta Dad, gli fa eco il presidente della Regione Veneto Luca Zaia assieme al sottosegretario leghista all'Istruzione Rossano Sasso. Anche il Pd con Manuela Ghizzoni e Sandra Zampa è sulla linea del «non possiamo immaginare un nuovo anno scolastico che sacrifichi e comprima la socialità, la didattica in presenza, la vicinanza fisica nello scambio di idee, di parole, di gesti quotidiani». Per questo la linea del governo è quella di puntare su ciò che è cambiato rispetto allo scorso anno: le vaccinazioni, che hanno coinvolto oltre l'85% del personale e che sono cominciate anche per gli adolescenti nelle Regioni più virtuose, a partire da Lombardia e Lazio. È la ragione per cui il primo parere del Comitato tecnico-scientifico sul ritorno in classe è stato considerato un po' troppo vago a Viale Trastevere e il ministro ha annunciato di voler chiedere una seconda valutazione che tenga conto dello stato delle vaccinazioni. (…) C'è poi la questione dei vaccini agli adolescenti: nel Cts le posizioni degli esperti sono distanti. Si va da chi segue la linea del generale Figliuolo, che «corre» con le immunizzazioni chiamando a raccolta anche i giovani, e chi invece è irritato per le scelte della struttura commissariale e pensa che quella giusta sia la linea tedesca di dare priorità alle categorie a rischio (professori compresi) perché i benefici per i giovani non sono così tanti. Sui vaccini Bianchi ha spiegato che il ministero si muove tra i due estremi: non ci può essere obbligo, perché non c'è per nessuno nel Paese, «e tutti, vaccinati e no, potranno andare a scuola in presenza». Va dunque a vuoto per ora la suggestione del sindacato dei presidi che aveva chiesto di riflettere su misure più stringenti per il personale. «Il governo - ha spiegato il ministro - incoraggia anche i ragazzi a vaccinarsi», non tanto per «i benefici personali ma per un gesto di solidarietà e di responsabilità, per un senso di comunità». Quanto ai 200 mila lavoratori della scuola non immunizzati è stato netto: se ci sono ritardi, li colmeremo, se invece c'è la «volontà di non vaccinarsi, deve essere espressa di fronte al Paese perché tutti dobbiamo porci il problema della comunità». La pressione sul vaccino è strumentale a ottenere misure un po' meno stringenti, anche se sicure, per poter tornare in classe. Dopo un anno accidentato come quello passato è evidente che c'è il problema delle aule troppo piccole e delle classi troppo numerose (soprattutto alle superiori), e che senza alternative al metro di distanza e all'uso della mascherina gli studenti non potranno tornare tutti in classe. Senza dire che se le regole sui trasporti pubblici dovessero di nuovo essere quelle della capienza al 50%, il sistema si incepperebbe. Bianchi ha fatto mettere nel decreto Sostegni bis 400 milioni per l'organico Covid (ma i fondi valgono per ora fino a dicembre), oltre a 70 milioni per gli affitti di aule. Al ministero però sanno bene che non è solo questione di fondi. Sanno che il piano B, se la variante Delta farà esplodere i contagi, è segnato, non solo per la scuola. Ma ci deve essere anche un piano A, come del resto c'è stato per le altre attività che hanno già riaperto: in zona bianca e con una percentuale importante di vaccinati qualche deroga si potrà fare? In questi giorni il tema è chi deciderà se e quali misure si possono allentare. Oltre al Cts Bianchi ha già riattivato anche i «tavoli dei prefetti», strutture provinciali che devono attuare le regole decise dal governo e dagli esperti.».

Molto critico Maurizio Belpietro che su La Verità evoca errori e ritardi del precedente governo: la scorsa estate non affrontò il problema per tempo e nel modo giusto.

«Possibile che non ci sia qualcuno che si occupi di trovare o costruire nuove aule, di acquistare sanificatori per ambienti in cui i ragazzi stanno cinque ore in 25, di mettere a disposizione nuove linee di autobus per evitare gli assembramenti sui tram? Può darsi che noi ci si sia distratti e i progetti per la ripresa delle lezioni siano già a uno stadio avanzato, ma siamo a luglio e tra poco il Paese chiuderà per ferie, dunque per prepararsi all'inizio della scuola manca veramente poco e sarebbe il caso di conoscere meglio le misure adottate onde evitare il ripetersi di ciò che abbiamo visto lo scorso anno. Ci si preoccupa di tener chiuse le discoteche (anche se poi si sorvola sugli assembramenti dei tifosi, che per la semifinale Italia-Spagna non si sono certo limitati a riunioni in tinello fra parenti stretti), ma con la scuola come la mettiamo? Davvero c'è qualcuno che pensa alla cretinata delle aule Covid free, con accesso alle lezioni ai soli vaccinati? Possibile che qualche cervellone abbia pensato all'obbligo della Dad, cioè della didattica a distanza (che poi in realtà si tratta della didattica nella stanza, da letto) per chi non è ancora inoculato? E allora, già che ci siete, abolite anche il diritto allo studio. Anzi, condizionatelo all'obbligo vaccinale, imponendo il green pass per l'accesso a scuola. Però, visto che alcuni politici incapaci di fare le cose che servono poi scaricano le colpe sui cittadini, creiamo anche un red pass che impedisca a ministri e onorevoli che hanno già dato prova di inettitudine di fare altri danni. Siamo certi che in Parlamento resterebbero in pochi e questa probabilmente sarebbe l'unica nota positiva».

MIGRANTI, L’EUROPA E I DIRITTI UMANI

Non solo la scuola, i problemi reali del Paese incalzano. Domenica prossima in tutte le parrocchie italiane si pregherà per i migranti e in particolare per quanti sono morti attraversando il Mediterraneo o sulle altre rotte. È questa l'iniziativa annunciata ieri dai Vescovi italiani «come segno concreto in occasione della festa di San Benedetto, Patrono d'Europa». Nello Scavo su Avvenire denuncia il fatto che l’Europa tiene nascoste le prove delle violazioni dei diritti umani in Libia.

«Filmati protetti da chiavi cifrate e documenti chiusi negli archivi riservati. È così che l'Europa tiene nascoste le prove delle violazioni dei diritti umani commesse dai guardacoste libici. Alla vigilia del voto in Parlamento, chiamato ad approvare l'aumento dei fondi destinati ai guardacoste libici, emerge una documentazione ufficiale che conferma come la registrazione dell'area marittima di ricerca e soccorso libica sia stata confezionata allo scopo di offrire un ombrello legale per sottrarsi all'obbligo del soccorso, a costo di continuare a chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti umani. Già nel 2017 e nel 2018 il comando delle operazioni navali europee non aveva nascosto la preoccupazione, soprattutto perché era noto che «anche i centri di detenzione sono sotto il controllo delle milizie e vengono spesso segnalate gravi violazioni dei diritti umani», si legge in un rapporto di "Eunavformed" classificato come «restricted» (confidenziale, ndr) chiuso nel febbraio 2018. Appena tre mesi prima, il 14 dicembre 2017, la Libia aveva ritirato l'iscrizione Sar proprio perché non in grado di gestire un coordinamento degli interventi in mare nel rispetto delle norme internazionali. A questo punto torna in gioco l'Italia e stavolta lo fa di tasca propria. Tra il 2017 e il 2018, «la Guardia Costiera italiana ha sostenuto la Lcg ( Libyan coast guard, ndr) con 1,8 milioni di euro dal Fondo per la sicurezza interna, con la valutazione della Lcg delle loro capacità di ricerca e soccorso (Sar)». Un'affermazione che arriva due anni dopo. È contenuta in una risposta della Commissione Ue a una interrogazione dell'Europarlamento. Nella spiegazione di Bruxelles, non smentita dall'esecutivo italiano né da chi all'epoca era al governo (l'attuale commissario Ue Paolo Gentiloni e l'allora ministro degli Interni, Marco Minniti, entrambi del Pd). Il supporto italiano, si legge ancora, permise di ottenere «la notifica formale della Libia della loro area Sar all'Organizzazione marittima internazionale (Imo) e con la conduzione di uno studio di fattibilità per l'istituzione di un centro di coordinamento del salvataggio marittimo libico». All'autunno scorso erano attivi «due progetti a sostegno della Lcg. Uno da 57,2 milioni di euro, attuato dal Ministero dell'Interno italiano, principalmente a sostegno dell'Amministrazione generale per la sicurezza costiera (Gacs)», spiegava sempre la Commissione Ue. L'altro progetto vede destinataria di fonti l'agenzia Onu per le migrazioni (Oim) «con una componente di 900.000 euro per migliorare la comprensione della Lcg degli standard internazionali sui diritti umani». Neanche un cinquantesimo del totale stanziato. Che cosa avvenga davvero a bordo delle motovedette libiche è difficile saperlo. Eppure le prove delle violazioni si troverebbero da qualche parte tra Roma e Bruxelles. Custoditi sotto chiave cifrata, ci sono filmati in presa diretta che mai sono stati resi noti. Ancora una volta è uno dei rapporti «restricted » a rivelarlo. Si apprende adesso che il comando navale dell'Ue aveva infatti dotato le motovedette libiche di piccole videocamere che trasmettevano i filmati a un archivio virtuale. «Il monitoraggio remoto include anche l'uso di due kit di Go-Pro camera, forniti da Eunavformed alla Libyan Coast Guard alla fine del 2017 per equipaggiare le motovedette. Queste telecamere - precisa uno dei report di inizio 2018 - riprenderanno le immagini delle operazioni di Lcg, che saranno poi caricate su un sistema basato su cloud per l'analisi per il personale Eunavformed». Ad oggi non è dato sapere di quante ore di registrazione disponga Eunavformed, né se i libici abbiano sempre usato correttamente il sistema di monitoraggio remoto, e neanche cosa contengono quei filmati. Chi invece non si nasconde sono le organizzazioni umanitarie delle Nazioni Unite. Che non hanno osservato alcun potenziamento dei diritti umani nel corso delle operazioni di cattura dei migranti in mare e della loro successiva deportazione nei campi di prigionia. Non è un caso che proprio l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acnur) nei settimanali rapporti da Tripoli anziché di "salvataggi" preferisce parlare di "intercettazioni" in mare. Che Italia ed Europa siano al corrente delle cospicue violazioni dei diritti umani lo ha ribadito Vincent Cochetel, inviato dell'Unhcr per il Mediterraneo Centrale. «Ci è stato segnalato più volte - dice - l'uso sproporzionato della forza da parte di alcuni membri di Lcg/Gacs/Marina». Si tratta delle tre principali entità libiche incaricate di pattugliare le coste. «Tutte queste informazioni - aggiunge Cochetel - sono state condivise durante le conferenze "Share Med" organizzate da Eunavformed».

Su La Verità, già ieri in polemica con la preghiera domenicale, si dipinge il quadro dell’invasione dell’Italia, con l’Europa che si volta dall’altra parte.  

«Mentre l'Europa ha lasciato per l'estate l'Italia in braghe di tela, voltandosi, come al solito, dall'altra parte, quella di ieri si conferma una delle giornate più calde sul fronte dell'immigrazione: tra la notte di martedì e ieri mattina a Lampedusa sono approdati in 735, con dieci diversi sbarchi. E l'hotspot di contrada Imbriacola, che ora conta 934 ospiti a fronte di una capienza massima di 250 persone, sta scoppiando. Un piccolo trasferimento, di circa cento persone, è stato disposto dalla Prefettura di Agrigento: saliranno sul traghetto di linea Cossydra, che giungerà oggi a Porto Empedocle. Stipati come sardine rimarranno quindi in oltre 800, con la giornata di oggi che potrebbe riservare ulteriori sorprese. (…) «Chi ancora nega l'emergenza, nega la realtà, perché si sta avverando la previsione di Frontex su un'estate difficile», afferma la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini: «Gli arrivi sono più che triplicati rispetto al 2020», aggiunge, «ed è inconcepibile che l'Ue, attivissima su altri fronti, continui a rimanere inerte, lasciando il Mediterraneo ostaggio degli scafisti, responsabili di naufragi e tragedie». E in Libia, infatti, l'ennesima tragedia è stata sventata. Il portavoce dello Stato maggiore della Marina libica, generale Masoud Abdel Samad, ha annunciato il «salvataggio» di 16 persone di diverse nazionalità diretti verso l'Italia a bordo di un gommone. La motovedetta Fezzan 658 della Guardia costiera libica ha raggiunto il natante in difficoltà. E, dopo averli messi in salvo, li ha consegnati all'Agenzia anti immigrazione illegale. Samad ha precisato che la Guardia costiera libica sta portando avanti molte operazioni di salvataggio in un periodo di «grande attività dell'emigrazione clandestina verso i Paesi europei». «Il portavoce della Commissione europea fa sapere che la responsabilità degli Stati membri «dipende dalla posizione della nave» e che «ovviamente» si aspetta «che i Paesi membri rispettino i diritti umani in tutte le circostanze» ma», sottolinea Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e deputato di Fratelli d'Italia, «l'emergenza sbarchi nel Mediterraneo centrale non può essere un problema circoscritto all'Italia, ed è raccapricciante che l'Europa si volti dall'altra parte e che il governo di Mario Draghi rimanga silente mentre le nostre coste vengono invase da clandestini, mettendo a rischio sicurezza territoriale e sanitaria». Infatti, anche ieri, sono stati riscontrati tamponi positivi tra gli sbarcati: due a Crotone e cinque nel solito Centro d'accoglienza di Trieste che si è trasformato ormai da settimane in un focolaio».

IL NODO GIUSTIZIA SUL TAVOLO DEL GOVERNO

La cabina di regia sulla Giustizia ieri non c'è stata. Ma oggi gli emendamenti del Guardasigilli Marta Cartabia alla riforma del processo penale saranno messi sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Per mettere a punto gli ultimi correttivi richiesti dal Movimento Cinque Stelle e concludere felicemente una trattativa. La sintesi di Ilario Lombardo sulla prima pagina della Stampa:

«Poco interessa a Draghi che i grillini siano andati in frantumi un'altra volta. Sulla riforma della giustizia il presidente del Consiglio non vuole e non può subire ritardi. Nelle telefonate che ha avuto con la Guardasigilli Cartabia ha ripetuto lo stesso concetto ribadito altre volte: «Ne va della nostra credibilità con l'Europa». Della credibilità e dei soldi del Recovery fund. I finanziamenti del Pnrr arriveranno solo se il governo italiano e il Parlamento dimostreranno di essere in grado di tagliare i tempi della giustizia come chiede Bruxelles. Per questo, quando nel corso della giornata di ieri gli hanno comunicato che dentro il M5S qualcuno spingeva per chiedere il rinvio, altrimenti i grillini minacciavano di astenersi in Consiglio dei ministri, Draghi ha replicato che avrebbe comunque portato la riforma alla riunione prevista per oggi».

Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera ammette che la via della mediazione scelta dalla Cartabia è complicata ma inevitabile:

«Mediare e trovare sintesi che mettano tutti d'accordo significa trattare fino all'ultimo momento disponibile, ed evitare - per quanto possibile - occasioni di rottura. O ridurle al minimo indispensabile. Anche per questo (oltre che per il contemporaneo appuntamento con i sindacati della polizia penitenziaria, che non poteva far slittare in un momento tanto delicato) Marta Cartabia ha rinunciato senza problemi alla riunione della cosiddetta «cabina di regia» sulla riforma della giustizia convocata per ieri. Meglio affrontare un solo passaggio a rischio, il Consiglio dei Ministri previsto per oggi, e arrivarci con una soluzione più affinata possibile. Si tratta infatti di uno dei tornanti più complicati nel cammino del governo, affrontando la materia più scivolosa per la maggioranza che sostiene Draghi, tanto larga quanto divisa sulle modifiche al processo penale necessarie per ottenere il via libera dell'Europa al finanziamento del Piano di ripresa e resilienza. E in quest' ottica, anche un rinvio di poche ore può tornare utile ad aggiustare un codicillo, rifinire una norma o cancellare una parola che potrebbe urtare la suscettibilità di un partito o dell'altro. Del resto la ministra della Giustizia poteva presentare direttamente gli emendamenti al testo già in discussione alla Camera senza l'avallo formale dell'esecutivo riunito intorno al premier, ma Cartabia e Draghi hanno deciso di inserire questa tappa intermedia per impegnare il governo nel suo insieme, e quindi i partiti che lo appoggiano. Sperando così di evitare le insidie e i tranelli parlamentari che metterebbero in forse la tenuta della maggioranza e - soprattutto - i miliardi del Recovery plan. Il principale nodo da sciogliere resta quello della prescrizione cancellata dopo la sentenza di primo grado. Non tanto per il peso effettivo che quella norma chiamata «riforma Bonafede», introdotta al tempo del governo Conte 1, ha attualmente sul sistema giustizia, quanto perché è diventata una bandiera grillina che il Movimento non ha intenzione di veder ammainare. Come invece vogliono fare tutti gli altri partiti della coalizione: dal Pd alla Lega passando per Leu, Italia viva, Azione e Forza Italia. Ancora ieri i tecnici del ministero della Giustizia erano al lavoro per limare gli ultimi dettagli della proposta di emendamento che Cartabia porterà nella riunione di oggi e che - salvo modifiche o ulteriori aggiustamenti dell'ultim' ora - prevederà questo: resta lo stop alla prescrizione dopo il verdetto di primo grado per tutti gli imputati, senza distinzione tra assolti e condannati; ma se nei gradi successivi verrà superato il tempo limite di due anni per l'appello e un anno per la Cassazione (con eventuale proroga rispettivamente di un anno e di sei mesi per i reati più gravi e per procedimenti particolarmente complessi), allora verrà dichiarata l'improcedibilità. Che è cosa diversa dalla prescrizione che estingue il reato; qui il reato resta ma si blocca il processo, sia pure in maniera definitiva. Con questa soluzione, illustrata da Cartabia a tutti i rappresentanti dei partiti incontrati fino all'altro ieri, i Cinque stelle potranno rivendicare la permanenza del principio dello stop definitivo dopo la prima sentenza che accerta fatti e responsabilità, mentre tutti gli altri potranno dire di aver debellato il virus del processo potenzialmente infinito introdotto proprio con la riforma Bonafede. Ancora ieri, c'era chi dubitava che i grillini possano accontentarsi della soluzione Cartabia. Il capodelegazione nel governo, Stefano Patuanelli, il 20 giugno aveva detto in un'intervista al Corriere che sulla prescrizione «l'intesa raggiunta nel precedente governo (diversa da quella suggerita ora da Cartabia, ndr ) è l'unico punto di caduta possibile». Che dirà oggi davanti a Draghi? Difficile immaginare uno strappo che sarebbe complicato ricucire. Anche perché la mediazione ministeriale sulla riforma complessiva comprende altri due punti che recepiscono almeno in parte critiche e allarmi arrivati da quella stessa parte politica, e potrebbero ammorbidire resistenze e malumori a cinque stelle: è stata abbandonata l'ipotesi dell'inappellabilità delle sentenze di primo grado da parte dei pubblici ministeri, e viene a cadere l'indicazione, da parte del Parlamento, dei «criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi». Su questo secondo fronte, la riforma dovrebbe codificare attraverso una legge quanto già avviene con le circolari stilate nelle Procure, laddove le priorità rispetto alla mole dei procedimenti da trattare vengono definite dagli stessi titolari dell'azione penale secondo indicazioni che devono essere approvate dal Consigli superiore della magistratura».

A leggere però Marco Travaglio suI Fatto non pare ci siano tanti margini di discussione. Per lui la Cartabia è peggio di Alfredo Biondi e la sua proposta di riforma è bollata come “salvaladri”.   

«La controriforma Cartabia, presentata mentre l'Italia è distratta dagli Europei, è un Salvaladri molto più grave del decreto Biondi votato (e poi ritirato a furor di popolo) dal governo B. il 13 luglio '94 mentre l'Italia era distratta dai Mondiali. Il Salvaladri Biondi risparmiava ai delinquenti in guanti bianchi "solo" la custodia cautelare. Il Salvaladri Cartabia risparmia loro addirittura la condanna. Con una furbata che finge di mantenere la Bonafede sulla carta, ma nella sostanza la spazza via: la prescrizione resta bloccata dopo il primo grado, ma solo se il processo non dura in appello più di 2 anni e in Cassazione più di 1 anno. Così l'automatismo salta e il potere di allungare i processi fino alla prescrizione torna nelle mani di avvocati e magistrati collusi: se sanno che l'impunità per il cliente o l'amico scatta dopo 24 mesi e 1 giorno in appello e dopo 12 mesi e 1 giorno in Cassazione, quanto faranno durare il processo? Quanto basta per farlo prescrivere. Nulla - né i filtri alle impugnazioni né la reformatio in peius (la possibilità di aumentare le pene in secondo grado) - è previsto per ridurre il numero dei processi. Che, dunque, dureranno ancor di più. L'opposto di ciò che ci chiede da anni l'Europa tramite la Cedu, anzi ci chiedeva prima della Bonafede. Ed è paradossale che il sedicente governo più europeista della storia cancelli la riforma giudiziaria più europeista della storia. In ogni caso il M5S ottenne dagli iscritti il via libera a entrare nel governo Draghi anche con questo mandato: "La riforma della prescrizione ha come soddisfacente punto d'incontro politico l'accordo precedentemente raggiunto con il Pd e LeU, oltre il quale il MoVimento non è disposto ad andare". Per andare oltre, dovrà riconsultare gli iscritti. E almeno loro non si faranno fregare una seconda volta».

Il clima del Paese nei confronti della giustizia non è però oggi quello del 1994. Lo dicono i sondaggi, lo dicono le firme raccolte in calce ai referendum dei radicali e dei leghisti. Ieri i sindaci di tutta Italia, di tutte le formazioni politiche, sono scesi in piazza a Roma proprio per protestare contro le numerose inchieste giudiziarie che spesso bloccano le loro attività, senza motivo. La notizia dal Giornale:

«Sindaci di tutta Italia e di tutti i partiti in corteo a Roma con fascia tricolore per chiedere «dignità». E soprattutto per non ritrovarsi sotto inchiesta - vedi il recente episodio di Crema, con la sindaca indagata perché un bimbo si è fatto male in un asilo comunale - per fatti in cui non hanno responsabilità. «Siamo colpevoli - ha detto il presidente dell’Anci Antonio De Caro mostrando una penna (nella foto) - di voler fare i sindaci. E questa è l’arma del delitto. Una penna. Questa è l’arma con cui ogni giorno i sindaci firmano centinaia di atti, consapevoli che ognuno di essi può trasformarsi in un avviso di garanzia». Una manifestazione bipartisan, che ha visto tutti d’accordo in piazza dem e grillini, amministratori di centrodestra e di centrosinistra. Tutti d’accordo sul fatto che la situazione sia ormai insostenibile».

5 STELLE: “SIAMO ALL’ULTIMO MIGLIO”

La trattativa fra Conte e Grillo sarebbe in dirittura d’arrivo. C’è grande prudenza nei 5 Stelle ma anche un certo ottimismo. Emanuele Buzzi per il Corriere della Sera:

«Un intero partito col fiato sospeso, in attesa di sapere come finirà il duello tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. «Siamo all'ultimo miglio», è l'ambasciata ufficiosa che filtra dal tavolo (virtuale) dei sette «saggi», che continuano a confrontarsi in call. I segnali sono positivi, l'intesa non sembra lontana. Ma incollare i cocci del Movimento è un lavoro paziente e preciso e ogni vibrazione anche minima rischia di far saltare tutto. Prova ne sia la celerità con cui, nel tardo pomeriggio di ieri, Luigi Di Maio si è affrettato a smentire una indiscrezione di Dagospia che accreditava una telefonata di 120 secondi dell'ex premier a Grillo, che sarebbe avvenuta su impulso del ministro degli Esteri per cercare la distensione. «Non c'è stata alcuna telefonata», ha voluto chiarire l'inquilino della Farnesina, convinto che qualcuno abbia interesse a fare girare «ricostruzioni strumentali» per creare tensioni tra i 5 Stelle, già piuttosto agitati per la battaglia sulla giustizia che si sta combattendo nella maggioranza. Qualche ora prima, a margine delle comunicazioni alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, era stato lo stesso Di Maio a fare il punto sulla trattativa. Una dichiarazione luci e ombre, in cui il ministro chiedeva ai pontieri di spendersi con tutte le energie per il dialogo, diceva di credere «fortemente» nella mediazione - per la quale molto si è speso - e invitava gli addetti ai lavori a fare esercizio di sano realismo: «Non dobbiamo sottovalutare le difficoltà, ma vi posso assicurare che tutti e sette ci stiamo impegnando in grande sintonia nella ricerca di una soluzione. La situazione non è semplice, per questo continueremo a dare il massimo per il bene del Movimento». Quasi un appello alle parti in lotta a non fare colpi di testa, strappi o marce indietro, ora che il traguardo è vicino. Da quel che trapela, Beppe Grillo avrebbe (quasi) accettato di rinunciare al potere di mettere bocca sulle nomine e orientare la comunicazione del M5S. E Giuseppe Conte, che in virtù del nuovo Statuto sarà presidente e non capo politico, dovrà acconciarsi a convivere in qualche modo con il garante. «Siamo all'85%, abbiamo superato altre criticità», dicono nel M5S. Il resto lo faranno i legali dei due schieramenti, che nelle prossime ore si vedranno per limare il testo dello statuto».

SONDAGGI SU MILANO, IL CENTRODESTRA SPERA

Dopo la designazione del pediatra Luca Bernardo, il centro destra è rincuorato dai sondaggi. Fabrizio De Feo per il Giornale.

«Non corriamo per partecipare, ma per vincere», dice Luca Bernardo, candidato del centrodestra a Milano. Il direttore di pediatria del Fatebenefratelli, oltre che direttore del Centro di Coordinamento Nazionale Cyberbullismo, proposto da Matteo Salvini agli alleati, è pronto a sfidare Giuseppe Sala. Un match che il medico milanese potrà giocare sapendo di poter contare su concrete possibilità di vittoria. Secondo quando racconta Fabio Massa su Affaritaliani a fugare le ultime incertezze sarebbe stato l'esito di un sondaggio riservato che hanno potuto consultare i più alti dirigenti dei tre partiti di centrodestra, e che vedrebbe Bernardo avanti di un punto percentuale rispetto all'attuale inquilino di Palazzo Marino. Numeri che danno l'idea di una Milano quantomeno contendibile e di una campagna elettorale in cui il confronto tra i candidati e quello sui contenuti potranno fare la differenza. Tanto più che pochi giorni fa un altro sondaggio, realizzato da Tecné quando ancora il centrodestra era senza candidato, aveva dato risultanze simili, assegnando alla coalizione il 45% di potenziali consensi davanti al ricandidato Giuseppe Sala, fermo al 44%. Il cammino di avvicinamento è fatto di trattative, ma anche di concorrenza interna. Se da Fratelli d'Italia è arrivato un segnale con la candidatura di Vittorio Feltri, a testimonianza che il partito di Giorgia Meloni vuole provare a costruire una lista forte ed entrare in competizione con la Lega, ieri è arrivata una notizia importante per Forza Italia. Antonio Tajani ha dato il benvenuto in Forza Italia a Luisa Regimenti e Lucia Vuolo, ex Carroccio, «all'interno della grande famiglia del Partito Popolare Europeo. Cresce la rappresentanza italiana tra i popolari europei, oggi infatti durante la riunione del Gruppo Ppe è stata approvata la loro adesione, che si aggiunge a quella di Isabella Adinolfi e Andrea Caroppo dello scorso maggio. (…) Slitta ancora, intanto, la scelta del candidato per Bologna». 

Dalle colonne del Fatto Gad Lerner insinua il dubbio che il centro destra non voglia davvero competere con Beppe Sala a Milano, “concentrandosi su Roma”.

«Mettetevi nei panni di un elettore di destra milanese. Vi piacciano o non vi piacciano, per un trentennio i suoi riferimenti si chiamavano Berlusconi, Bossi, Formigoni. Che a loro volta, trattandosi di designare candidati forti per l'amministrazione cittadina, usavano indicare esponenti di primo piano del mondo imprenditoriale: Albertini (Federmeccanica), Moratti (cognome acquisito ma di richiamo), Parisi (Confindustria). Ebbene, in questi giorni al suddetto elettore milanese di destra è stato notificato che per la guida di Palazzo Marino il prescelto sarà un pediatra digiuno di qualsivoglia esperienza politica o amministrativa, Luca Bernardo. Forse Gabriele Albertini si presterà ad affiancarlo come garante, in seconda fila. Mentre il nome di grido della coalizione sarà quello del giornalista Vittorio Feltri, che esordisce a 78 anni in politica. Urca, diciamocelo. Con tutto il rispetto dovuto alle nuove leve della cosiddetta società civile, attraverso tali candidature Salvini e Meloni trasmettono all'elettorato ambrosiano un messaggio inequivocabile, e cioè la loro rinuncia a competere per il governo della capitale del Nord. Basti citare come Giorgia Meloni ha ironicamente motivato il suo appoggio a Bernardo: "Sono una mamma, apprezzo molto i pediatri". Tutto qui. Senza neppure tentar di comunicare il profilo alternativo che la destra immaginerebbe per Milano dopo Pisapia e al posto di Sala. Nulla, in proposito, è pervenuto al di là di un generico brontolio dalle file dell'opposizione, dal tempo dell'Expo fino alla strage della pandemia e al brutale impoverimento sociale da essa accelerato. La storia ci ricorda che le offensive vincenti della destra in Italia hanno sempre avuto per avamposto Milano. Lo stesso Mussolini scelse di radunare qui i suoi adepti, profittando della benevolenza di una borghesia liberale convinta di potersene poi sbarazzare facilmente, una volta ultimato il suo sporco lavoro necessario a debellare l'"eversione rossa". Oggi le cose sembrano andare diversamente, anche rispetto al ventennio berlusconiano. La destra milanese potrà certo godere dell'appoggio del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ex di Assolombarda. Ma non si tratta certo di una figura di rilievo in città. Tramontata l'epoca dell'immobiliarista Ligresti, protetto dalla Mediobanca di Cuccia e a sua volta molto legato alla famiglia di Ignazio La Russa, riesce difficile credere che la coppia Bernardo-Feltri riesca a esercitare un richiamo sull'establishment milanese. Che peraltro non ha avuto motivo di sentirsi minacciato dal sindaco in carica Beppe Sala».

INSULTI E ODIO SUL DDL ZAN

Ddl Zan, sui giornali ci sono pressioni più o meno legittime sul voto che ci sarà il 13 in Senato. Il muro contro muro voluto da Letta mantiene sempre molto alta e violenta la polemica. Non solo quando è in mano agli influencer dei social. Ieri un’esponente del Pd ha insultato in modo omofobo Ivan Scalfarotto, di Italia Viva. È la stessa tendenza denunciata già da alcune femministe: il paradosso di una continua aggressione verso opinioni diverse da parte di chi vorrebbe impedire le aggressioni. Ne parla Libero:

«Rosamaria Sorge, dirigente Pd ed ex candidata a Civitavecchia, se la prende sui social con Ivan Scalfarotto, l'esponente di Italia Viva che si è detto disponibile a modificare il ddl Zan per non rischiare che venga bocciato dal Senato. I toni, però, sono molto poco "democratici": «Voglio essere politicamente scorretta: a frocione... di m...». In serata arriva la risposta di Letta: “Piena solidarietà a Scalfarotto. La persona che ti ha insultato in quel modo odioso non farà più parte della comunità del Pd”».

HAITI, IL PRESIDENTE UCCISO NELLA SUA CASA

Nell’isola dove gli schiavi si ribellarono ai francesi, domina ora il terrore. Ieri è stato assassinato il Presidente della Repubblica. La cronaca del Corriere della Sera.

«Sparano alle ambulanze, rapiscono le suore, taglieggiano i poveri. Le gang sono il terrore di Haiti, ma non fanno notizia. Ci voleva l'assassinio del presidente della Repubblica per portare all'attenzione del mondo l'onda lunga di violenze impunite che sta spazzando il Paese più disastrato delle Americhe così come fanno i cicloni dei Caraibi che ciclicamente lo devastano. Con la differenza che la violenza non passa, non si declassa come i cicloni che si sgonfiano in mare. La violenza condiziona la vita di 11 milioni di abitanti che ancora non si sono rialzati dall'impatto del terremoto del 2010. È questa agonia inosservata a fare da sfondo a un evento raro come l'omicidio di un presidente in carica, in un Paese dove persino al dittatore Jean-Claude Duvalier detto Baby Doc fu permesso di rientrare dall'esilio e morire nel suo letto nel 2014 per una crisi cardiaca. Il destino ha riservato un'altra fine a Jovenel Moïse, 53 anni appena compiuti: all'una della notte scorsa è stato ucciso nella sua villa a Pelerin 5, tra le case dei ricchi di Petionville sulle colline della capitale Port-au-Prince (la moglie Martine è stata portata in ospedale in condizioni gravissime). A darne notizia per radio è stato il primo ministro Claude Joseph, che lo stesso presidente aveva licenziato il giorno prima. Il sostituto, un neurochirurgo 71enne vicino all'opposizione, non ha fatto in tempo a giurare. E così è stato il politicamente redivivo Joseph, nominato premier nell'aprile di quest' anno, a dichiarare lo stato di emergenza e a impersonare lo Stato rimasto senza il suo leader controverso, quel «presidente Banana» (soprannome frutto delle sue attività commerciali) che era salito al potere dopo le contestate elezioni del 2016 e che al potere voleva restarci cambiando la Costituzione, con un referendum a lungo vagheggiato e sempre posticipato che gli avrebbe forse permesso di presentarsi per un secondo mandato. Un leader autoritario che da un paio d'anni governava per decreto, grazie al rinvio delle elezioni legislative, e che agli inviati del Congresso Usa raccontava di recente di voler reintrodurre a Haiti un vero esercito (dissolto nel 1994). Un uomo spavaldo, già accusato di corruzione insieme con una variegata cricca di uomini politici per lo scandalo Petrocaribe (soldi ricavati dall'acquisto di petrolio venezuelano a prezzi scontati che anziché aiutare i poveri è finito nelle tasche dei ricchi). Un capo nel mirino, che all'inizio del 2021 aveva annunciato uno sventato golpe (23 persone arrestate compreso il presidente della Corte Costituzionale) e che pochi giorni fa aveva pubblicamente sfidato le minacce e le richieste di farsi da parte. «Molta gente aveva interesse a sbarazzarsi del presidente», dice al New York Times Didier Le Bret, ex ambasciatore francese. Il presidente Joe Biden si dice «molto preoccupato» per la situazione ad Haiti».

INDIA, GESUITA MORTO IN CARCERE

Un prete gesuita accusato ingiustamente di terrorismo in India è morto in carcere a 84 anni. Carlo Pizzati su Repubblica.

«Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze. Quando a ottobre 2020 un'agguerrita task force antiterrorismo dell'Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell'India dell'est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, con altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. L'accusa è aver fomentato violenze inter-casta nel 2018, nel caso "Bhima Koregaon", e avere collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell'assassinio del premier Narendra Modi. Di nuovo: parliamo di un prete gesuita 84enne con il Parkinson, che per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie aiutate da funzionari corrotti. Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d'aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social. In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l'arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: «A causa dell'età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità». Non è stato così»

IL PAPA NON HA UN TUMORE

Sul Messaggero Franca Giansoldati è molto esplicita: le analisi hanno dato un risultato confortante sulla salute del Papa. Non ci sono tracce né di tumore, né di neoplasia. La convalescenza continua al Gemelli.

«Finalmente quello che tutti avevano immediatamente pensato domenica pomeriggio quando si è saputo che il Papa doveva ricoverarsi improvvisamente per una operazione all'addome è stato fugato. Per fortuna non si tratta di un tumore, né di una neoplasia, un accrescimento abnorme e anomalo di cellule malate. Solo dopo quattro giorni il Vaticano mediante un unico, stringato, brevissimo comunicato affidato al portavoce Matteo Bruni ha informato il mondo che l'esame istologico, che viene fatto di prassi dopo operazioni simili, ha dato esito negativo: «L'esame istologico definitivo ha confermato una stenosi diverticolare severa con segni di diverticolite sclerosante». Il Papa soffre di una patologia abbastanza comune per gli anziani che costringerà l'illustre paziente, da ora in poi, a seguire rigorosamente un regime alimentare appropriato, a riguardarsi di più per non tornare ad infiammare l'addome ed evitare quegli spasmi dolorosissimi che negli ultimi mesi lo avevano tormentato. Il portavoce Bruni a queste informazioni ha aggiunto che il decorso post operatorio è buono e positivo. Francesco ha iniziato ad alimentarsi in modo leggero, si sposta dalla poltrona al letto, si alza e cammina con l'aiuto dei due infermieri che si è portato da Santa Marta. Sta recuperando le forze e da ieri gli hanno persino tolto le flebo. Ancora una volta, però, a fornire i pochi particolari relativi alla evoluzione clinica non sono stati i primari del Gemelli che hanno condotto il lungo intervento domenica ma il Vaticano che ha avocato a sé il controllo di ogni informazione. Ad oggi non si sono fatti sentire né il professor Alferi, il chirurgo che ha guidato l'equipe, né il professor Bernabei, il geriatra che da poco è diventato il medico personale. Il motivo di questa gestione è da addebitare alla volontà del Papa che ha imposto la consegna del silenzio. Francesco per sua natura non vuole spettacolarizzazioni sulla sua degenza, sperando forse di fare passare quasi sotto silenzio questo momento, ma senza rendersi conto che in tutto il mondo, dal più piccolo paese alla grande cattedrale è partita una sentita catena di preghiere in suo sostegno con attestati di grandissimo affetto spontaneo. Francesco ne è rimasto colpito e dal suo profilo social ha fatto twittare: «Sono toccato dai tanti messaggi e dall'affetto ricevuto in questi giorni. Ringrazio tutti per la vicinanza».

VOTO UNANIME SUL MILITE IGNOTO

Cento anni fa, c’erano state grandi polemiche fra opposte fazioni. Oggi il Parlamento ha dato un voto quasi unanime in vista delle celebrazioni per il Milite Ignoto sepolto a Roma. Gabriele Barberis sul Giornale.

«Alla Camera si è registrato un piccolo miracolo politico con l'approvazione unanime (471 voti) alla mozione sulle celebrazioni del centenario della traslazione del Milite ignoto. Nessuna voce contraria, nessuna provocazione, nessuna scivolata ultra pacifista per delegittimare il fantaccino caduto nella Prima guerra mondiale e sepolto nell'Altare della Patria a Roma il 4 novembre 1921, a ricordo di tutti i soldati dispersi nel conflitto. Cento anni fa il clima politico era ben diverso sulla questione del ricordo collettivo: i socialisti denunciarono una speculazione guerrafondaia, i repubblicani protestarono contro la cerimonia e gli anarchici parlarono di «oltraggio» alla cittadinanza. Nell'Italia segnata dalla Grande guerra e dal difficoltoso rientro alla vita civile di milioni di soldati, il Parlamento della morente democrazia liberale varò le celebrazioni all'unanimità, ma senza dibattito parlamentare per non riaprire le ferite tra neutralisti e interventisti. Lo ha ricordato in aula un deputato grillino, Gianluca Rizzo, orgoglioso di avere partecipato a un confronto in aula che un secolo fa venne negato agli eletti. Tra gli innumerevoli effetti del governo Draghi, inteso come espressione di un fronte di rinascita nazionale dopo il Covid, c'è anche la riabilitazione finale del Milite ignoto, che nel 1922 fu trasformato in simbolo fascista dalla nascente dittatura mussoliniana. Cento anni sono forse il tempo giusto per riportare la storia nel proprio alveo naturale senza ridurla a propaganda per le misere beghe politiche di giornata. Il prossimo 4 novembre l'Italia ricorderà il suo muto eroe sconosciuto e tutte le famiglie che persero padri, figli e fratelli nel più bestiale conflitto dell'era moderna. Benvenuti anche a quei parlamentari Cinque Stelle, come D'Uva e Aresta, che hanno saputo archiviare un lessico triviale anti sistema per elevare il Milite ignoto a «simbolo della memoria condivisa che rilancia i valori». C'è un'Italia coerente e patriottica che in cento anni ha sempre rispettato i veri simboli nazionali anche quando era più conveniente accodarsi a pulsioni anti borghesi e anti nazionalistiche che andavano per la maggiore. È la stessa Italia che si rialza dalla pandemia, paragonata a una guerra per i suoi effetti devastanti. E quando si esce da un conflitto, il ricordo dei caduti resta sempre il primo passo per non ripetere errori ed orrori del passato».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi con un’ intervista da non perdere.