No vax? No (Christmas) party

L'Austria (e la Germania) eccitano chi chiede nuove misure per evitare il lockdown di Natale, fra cui l'obbligo. Governo prudente, Regioni meno. Walesa parla dei migranti. Il grande ingorgo a LA

L’Austria, con la sua decisione di procedere al lockdown per tutti, fra 20 giorni solo per i non vaccinati, e soprattutto di adottare l’obbligo del vaccino anti Covid dal prossimo febbraio, sta producendo una reazione a catena in tutta Europa. Anche in Italia c’è ci spinge per l’obbligo e per le limitazioni mirate soltanto per i No Vax. (Che pure oggi scendono di nuovo in piazza per il 18esimo sabato di fila). No vaccino? No Natale. Anzi: No vax? No (Christmas) party. Il governo resta prudente ma è probabile che da lunedì si prendano nuove misure con i Presidenti delle Regioni, che sono scatenati a difendere commerci e turismo. Non a caso fra i pasdaran dei nuovi divieti c’è il presidente della Confindustria. Mentre le Borse europee vanno giù perché “prezzano” il rischio lockdown di Natale.

Il presidente Mattarella ammonisce a non andare contro la scienza. Ci sarà un nuovo spot con Alberto Angela e il grande Giacomino Poretti, testimonial del vaccino. Il Paese è diviso in due parti contrastanti in cui una grande maggioranza silente e vaccinata sta diventando severa e rigida nei confronti di chi non rispetta le regole sanitarie suggerite. Tra coloro che sono stati vaccinati il 76,7% è favorevole oggi a un lockdown esclusivo per i «non vaccinati».

L’altro incubo europeo resta l’emergenza umanitaria dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia. Nel bel reportage della Stampa si parla delle lanterne verdi, flebile luce di speranza nella notte più buia del nostro continente. Nel reportage di Perosino una donna polacca racconta di essere diventata volontaria a favore dei migranti, nonostante le minacce della Polizia: «Ho deciso che non potevo fare finta di niente quando ho sognato le mie due figlie, come se fossero appena nate, abbandonate tra le foglie della foresta. Non capivo se fossero vive o morte». È lo choc prodotto dalla morte del bimbo siriano sulle nostre coscienze. Nostro figlio. Fa dire Shakespeare alla fine della Tempesta: «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d'un sogno è raccolta la nostra breve vita». Questa è l’Europa. Walesa, oggi in Italia, loda la Merkel e critica il governo polacco.

La politica italiana ci riserva un Renzi polemico, al limite del velenoso, nell’apertura della Leopolda, turbata dall’inchiesta giudiziaria su Open. Un Cavaliere che insiste nella sua candidatura al Quirinale, nonostante le frasi della Meloni, oggi riconfermate da La Russa. E un Giuseppe Conte, che dall’estero parla al Fatto di Travaglio per assicurare che chiederà conto a Draghi delle nomine Rai.

Dall’estero due notizie di interesse davvero globale: l’ingorgo delle merci a Los Angeles è una grande domanda su quello che sta accadendo al mondo nel dopo Covid. E la pone Federico Rampini sul Corriere. Il Manifesto dà conto invece di una lunga battaglia vinta dai contadini indiani contro il governo Modi, che è stato costretto a ritirare la sua riforma agraria (articolata in tre leggi). Monito di papa Francesco sul lavoro minorile: l’economia dello scarto e dello sfruttamento colpisce i minori.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’Austria che proclama l’ immediato lockdown per tutti e poi solo per i non vaccinati e soprattutto l’obbligo di vaccino produce anche in Italia un grande scossone. Per Avvenire l’immagine è quella delle: Difese rialzate. Simile i titolo della Repubblica: L’Italia alza la guardia. Il Corriere della Sera vede montare un sentimento preciso: Vaccini, spinta per l’obbligo. La Stampa sottolinea un sondaggio inequivocabile: Sì al lockdown per i non vaccinati. Libero, che da settimane dà spazio alla protesta della maggioranza silenziosa, avverte: Occhio alla rabbia Sì Vax. Il Giornale attribuisce il cambio di passo al governo: Obbligo di vaccino: Draghi rompe il tabù. Quotidiano Nazionale torna a sostenere la bontà del rimedio nel merito: I vaccini ci salvano, lo dicono i dati. Il Manifesto spiega che con le vecchie norme sui colori delle Regioni a rischio saremmo già stati in giallo: Bianco sporco. Il Mattino prevede: No vax, lockdown a Natale. Il Messaggero amplifica la linea della Confindustria: Le imprese: obbligo di vaccino. Il Sole 24 Ore spiega che cosa succede nei mercati: Paura Covid, le borse europee sbandano. In Austria obbligo vaccinale e lockdown. La Verità persegue nella sua linea di forte scetticismo: Il vaccino non basta ma tifano obbligo. Un paio di quotidiani scelgono ancora la politica come argomento d’apertura. Il Domani si concentra sulla Leopolda: Le manovre di Renzi per portare al Quirinale Gentiloni e non Draghi. Il Fatto dà spazio ad un’intervista a Giuseppe Conte: “Incontro con Draghi su caso Rai e il resto”.

SUPER GREEN PASS E SPINTA PER L’OBBLIGO

I contagi aumentano, mezza Europa corre ai ripari con misure drastiche. Che succede in Italia? Ecco lo scenario possibile delle scelte che il governo deve affrontare da lunedì: dai ristoranti agli stadi restrizioni per i No vax, se si è in zona gialla. La cronaca di Guerzoni e Sarzanini per il Corriere.

«I divieti per i no vax potranno essere applicati, in caso di peggioramento dei dati epidemiologici, se e quando alcune regioni entreranno nelle zone di rischio gialle e arancioni e scatteranno le restrizioni. Ma le limitazioni che il governo sta studiando riguarderanno soltanto la vita sociale. Per ora l'intenzione è lasciare fuori dal nuovo provvedimento il mondo del lavoro. È lo schema su cui lavora il governo in vista del decreto che sarà approvato la prossima settimana e che punta a varare una sorta di doppio green pass, per scongiurare chiusure delle attività produttive in vista del Natale. I dettagli saranno discussi lunedì a Palazzo Chigi con le Regioni, giovedì sarà convocata la cabina di regia e poi si terrà il Consiglio dei ministri per il via libera. Salvini darà battaglia, ma i governatori leghisti sono schierati per la linea dura. Il certificato verde solo per vaccinati e guariti - escludendo quindi il tampone - non è l'unico strumento che il governo intende utilizzare per fermare la quarta ondata di Covid-19. Appena l'Ema darà il via libera, la terza dose si potrà fare dopo 5 mesi. Per provare a convincere anche i più restii Palazzo Chigi ha messo a punto una campagna di comunicazione con volti noti, da Alberto Angela, a Giacomo Poretti. Sul tavolo resta anche l'ipotesi di imporre l'obbligo vaccinale per tutti. Mario Draghi non ha cambiato idea sulla necessità di valutare anche l'extrema ratio, se dovesse servire. Ma per fortuna i dati italiani non sono allarmanti come quelli austriaci e, per quanto Speranza sia pronto a stringere il più possibile per evitare lockdown, Draghi è molto cauto, anche per i nodi giuridici da sciogliere. L'ipotesi che si trovi l'accordo per l'obbligo generalizzato appare remota. Ma dal Cts arrivano pressioni almeno per alcune categorie di lavoratori del settore pubblico. Una mediazione possibile riguarda i lavoratori della scuola - insegnanti e personale Ata - e le forze dell'ordine, due categorie alle quali il governo potrebbe imporre almeno l'obbligo di terza dose. Il decreto obbligherà personale sanitario e lavoratori delle Rsa a effettuare la terza dose alla scadenza dei sei mesi dall'ultima inoculazione. La copertura del vaccino dopo sei mesi dalla seconda dose «comincia a scemare», come hanno osservato gli esperti dell'Istituto superiore di sanità. È molto probabile che si decida di accelerare la dose booster, facendo partire i richiami a 5 mesi dalla seconda puntura. E se tanti italiani hanno paura, il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Giovanni Rezza, esclude «effetti negativi». Nel decreto sarà ridotta la validità del green pass, che passerà da un anno a 9 mesi. C'è chi vorrebbe portarlo addirittura a 6 mesi, ma si attende il parere del Cts. La norma che si vuole inserire nel decreto impedisce a chi non è vaccinato di andare al ristorante, al cinema, a teatro, negli stadi, in discoteca, o in palestra. La lista completa sarà stilata durante il confronto con i governatori, tenendo conto che alcuni vorrebbero impedire a chi non è vaccinato anche di poter accedere agli impianti sciistici. L'obiettivo è evidente: lasciare le Regioni in bianco per tenere aperte le attività commerciali e i luoghi della socialità durante le festività natalizie. Per adesso, a parte i sanitari, il governo non sembra intenzionato a imporre limitazioni ai lavoratori. Chi non è vaccinato o non è guarito dal Covid, dovrà continuare a seguire le attuali regole e dunque per entrare in ufficio, in azienda o negli altri luoghi di lavoro, dovrà presentare un tampone antigenico o molecolare negativo. La validità dei tamponi è uno dei temi che più interrogano Draghi e i ministri. Chi spinge per il rigore spera che il premier decida di togliere sia l'antigenico che il molecolare dalle modalità per ottenere il green pass. Ma c'è anche chi chiede di conservare i tamponi limitandone la durata: 48 ore per il molecolare e 24 per il rapido».

Sui lavoratori pubblici e non solo interviene il ministro Renato Brunetta che dice: «Serve un super green pass, no a nuove chiusure a causa dei non vaccinati».

«Stiamo andando verso l'obbligo vaccinale? «La decisione non mi sembra questa, con uno zoccolo duro di irriducibili del 10% l'obbligo non risolve nulla. Che fai, gli applichi il trattamento sanitario obbligatorio? La strada è un super green pass responsabile e condiviso, per non far pagare a tutti l'egoismo di alcuni». Dicono che Draghi sia cauto. È vero? «Il presidente è cauto e fa bene, deve rappresentare l'equilibrio. Ma è stato in prima linea sull'estensione del green pass al mondo del lavoro, determinatissimo e non cauto. E prenderà la decisione giusta anche questa volta». Un'altra sconfitta in vista per Salvini? «Tranne qualche pasdaran, la Lega ha votato il decreto green pass del 15 ottobre su cui c'era stata tanta polemica. Che qualcuno abbia opinioni diverse è legittimo, ma poi c'è la fiducia e la Lega la vota». Come funzionerà il nuovo green pass? «Se ci saranno cambi di colore perché devono pagare tutti gli italiani vaccinati, per colpa dello zoccolo duro dei no vax, estrema minoranza, sempre più invisa? Se gli indicatori ospedalieri dovessero peggiorare, penso sia il caso di rafforzare il green pass escludendo i non vaccinati da alcune attività sociali». Quali sarebbero le attività off limits? «Ristoranti, stadi, piste da sci, teatri, cinema, discoteche. Perché far pagare a tutto il mondo del terziario urbano, della cultura, dello sport e del tempo libero con restrizioni che rischiano di ripiombarci in lockdown parziali? Vorrebbe dire costi di impresa, ristori, deficit, crisi, nuovo crollo dei consumi». Ci saranno novità anche per il mondo del lavoro? «Io per ora il mondo del lavoro lo lascerei col green pass standard. Con alcune eccezioni. Per esempio estendendo la terza dose alle categorie già obbligate, sanitari ed Rsa. Dovremmo puntare molto sulle terze dosi. Se trasformiamo i richiami in una nuova, grande campagna vaccinale, possiamo anche far crescere la propensione alle prime dosi». La scuola resterà fuori dal decreto? «La scuola ha il green pass per guariti, vaccinati e tamponati e sul super green pass per gli insegnanti bisogna riflettere col ministro competente. Oltre al personale sanitario, vedrei bene l'obbligo della terza dose per chi lavora agli sportelli nella pubblica amministrazione».

Due italiani su tre sono favorevoli ad un lockdown mirato per chi non è vaccinato. Lo scrive la sondaggista Alessandra Ghisleri sulla Stampa.

«Indubbiamente ci sono state delle negligenze, tuttavia ad oggi il Paese Italia appare diviso in due parti contrastanti in cui una grande maggioranza silente e vaccinata sta piano piano diventando molto severa e rigida nei confronti di chi non rispetta le regole sanitarie suggerite. Tra coloro che sono stati vaccinati il 76,7% è favorevole oggi ad un lockdown esclusivo per i «non vaccinati». E questo dato trova supporto tra tutti gli elettorati in maniera trasversale. Attraverso i media l'effetto della pressione sociale dei vaccinati non emerge al pari di coloro che nutrono un forte disagio nei confronti del vaccino. E così anche se un lockdown ad personam per chi non è vaccinato risulta essere un difficile percorso, perché oltre ad essere faticoso da sottoporre a controlli, è sensibile di discriminazione tra le persone; nel momento in cui una regione dovesse cambiare colore per l'aumento dei casi verrebbe a crearsi un crash sociale importante soprattutto per gli operatori economici, già duramente colpiti non solo dalla pandemia, ma anche dalle manifestazioni No Vax che hanno imperversato in molte città. Su questa linea il 51,1% degli italiani vaccinati è favorevole a vietare queste manifestazioni, mentre il 29,3% desidererebbe fossero limitate in aree ben definite delle città. A questo dobbiamo aggiungere che l'83,2% tra gli italiani maggiorenni -il 92% tra i soli vaccinati - ritiene queste manifestazioni pericolose per la diffusione dei contagi, soprattutto per l'assembramento senza regole di persone non vaccinate (58,7%). Oggi, addirittura un cittadino su due sarebbe favorevole a togliere il Green Pass a chi dovesse rifiutare la terza dose booster del vaccino».

Il commento di Alessandro Sallusti su Libero è molto schierato.

«L'Austria chiude e obbliga ai vaccini, la Germania sta per farlo. Noi teniamo duro solo perché il combinato disposto tra alto tasso di vaccinati e Green pass sta facendo argine. Se non ci fossero ancora otto milioni di No vax, se non avessimo avuto intellettuali (si fa per dire) giornalisti e politici a tenere loro bordone in modo bugiardo e criminale, oggi staremmo anche meglio. Neppure di fronte all'evidenza che la ricetta italiana ha funzionato più di tutte le altre, lorsignori non rinsaviscono e oggi i più scalmanati scenderanno di nuovo in piazza. Di fronte a tanta cieca stupidità non resta che arrendersi, facciano quello che vogliono. Ma attenzione: se la situazione italiana dovesse peggiorare a chi ci governa non venga in mente di rinchiudere in casa anche noi vaccinati, che sì in rari casi possiamo contagiarci e quindi contagiare ma in modo - ormai è dimostrato - tanto lieve da non destare allarme. Il popolo dei No vax è piccolo e chiassoso, spesso petulante fino al fastidio. Quello dei Sì vax e Sì green pass è un grande popolo, sia per dimensioni che per coscienza civica. È una maggioranza silenziosa perché non ha nulla di cui lamentarsi, con un foglietto in tasca può accedere a tutte le libertà e a tutti i diritti. È un popolo che ha fatto un patto con lo Stato: io mi vaccino e tu mi garantisci una normalità di vita che durante il lockdown era stata sospesa. Tradire questo patto significa aprire un gigantesco contenzioso non con quattro disgraziati che il sabato gli piace bloccare le città, non con i furbetti che si mettono in finta malattia per non vaccinarsi mantenendo lo stipendio, non con gli oscurantisti dell'ultima ora, bensì con la parte più responsabile del Paese, con chi lavora e vuole continuare a farlo. Il rischio zero non esiste, ovvio. Esiste quel "rischio calcolato", frase magica con cui Draghi ha convinto più di quaranta milioni di italiani a fare l'iniezione e che oggi giustamente non ne vogliono sapere di zone colorate, lockdown e robe simili. Altrimenti addio equazione vaccino uguale libertà. Altrimenti la si dà vinta ai No vax che non aspettano altro di poter dire: avete visto, fessi voi a vaccinarvi per farvi poi rinchiudere in casa».

Ferdinando Camon sulla prima pagina di Avvenire è direttamente a favore dell’obbligo vaccinale.

«L'Austria annuncia la decisione d'imporre, da febbraio 2022, l'obbligo del vaccino anti- Covid. È il primo Paese europeo a farlo. La reazione di un total-vaccinato come me è: finalmente! Quelli che han fatto tutte le vaccinazioni, e cioè la prima, la seconda e la terza dose, di più non possono fare, e non è giusto che ogni sera sentano dalla tv che i contagi aumentano. Se i contagi aumentano, tutti, anche i vaccinati, corrono più rischi. Il che vuol dire, cioè conferma, che i non-vaccinati incarnano un pericolo generale non solo per sé, ma anche per gli altri. E questo non è giusto. Dentro di me penso che la vaccinazione è razionale e scientifica, cioè segue i dettami della ragione e della scienza, e non dovrebb' essere permesso a una parte della società di andare contro la scienza. Non dovrebb' essere permesso ai nostri fratelli di farci del male e farsi del male. Il loro ultimo slogan, brutale, è: 'Meglio intubati che vaccinati'. Che slogan demenziale! È assurdo, antisociale e immorale, e se questo non basta a impedirlo, allora diciamo che è masochista e autolesionista, e cerchiamo d'impedirlo non per noi, ma per loro. Il bene di tutti è il vostro bene, dovete volerlo, non vi permettiamo di volere il vostro male».

Bruno Vespa per il Quotidiano Nazionale sostiene: chi ha paura del vaccino o è contrario dovrà sacrificarsi.

«C’è un dibattito divisivo e trasversale sulla istituzione del super Green pass, cioè sulla decisione di consentire l'accesso ai luoghi di ritrovo sociale (ristoranti, bar, cinema, teatri, discoteche e quant' altro) solo a chi è vaccinato. Il presidente della Repubblica ricorda a giorni alterni il dovere morale della vaccinazione e il presidente di Confindustria vorrebbe estendere l'obbligo vaccinale a chiunque lavori. Posizione non realistica, quest' ultima, ma indicativa delle forti preoccupazioni delle imprese perché non ci siano intralci a una ripresa già messa in pericolo dall'aumento forsennato delle materie prime. Chi si oppone al Super Green Pass obietta che è ipocrita questa chiusura quando si corre il rischio di infettarsi prendendo una metropolitana dove si sale senza alcun controllo. Due terzi degli italiani, secondo un sondaggio di 'Porta a porta', sono tuttavia favorevoli alle restrizioni ulteriori: chi si è vaccinato, superando anche personali perplessità, non accetta che la propria libertà (individuale e d'impresa) sia limitata da persone che non vogliono vaccinarsi. E allora la conclusione è semplice: siamo tutti d'accordo che nuove chiusure non sarebbero sopportate dagli italiani né economicamente, né psicologicamente dopo il costo enorme già pagato per la pandemia. Se allora vogliamo un Natale libero e sereno, se vogliamo garantire quella ripresa dei consumi di cui abbiamo disperato bisogno, dobbiamo stringere i bulloni. Chi ha paura del vaccino e chi lo rifiuta per ragioni ideologiche dovrà sacrificarsi per garantire la libertà della maggioranza degli italiani. Un imprenditore che conosco - contagiato dopo due dosi di vaccino - ha potuto dirigere tranquillamente la sua azienda da casa con collegamenti che lo hanno impegnato tutta la giornata. Se non fosse stato vaccinato, sarebbe in una terapia intensiva con esiti incerti e con un costo giornaliero di 2.800 euro. Vorrei spendere le ultime righe per segnalare un problema che purtroppo non è tra quelli contemplati dal PNRR. Ho ospitato a 'Porta a porta' Leonardo Durante, un ingegnere che insegna all'istituto tecnico industriale 'Enrico Fermi' di Roma. Durante è stato premiato a Parigi tra i migliori insegnanti del mondo (Global Teacher Prize) per la didattica innovativa e la motivazione che sa dare ai suoi studenti. Ha inventato un robot che riconosce i rifiuti e li ricicla e un casco con le frecce di svolta. Guadagna 1.300 euro al mese. I suoi diplomati sono contesi in Europa. Vorrebbe che gli istituti tecnici si chiamassero Licei industriali per superare il complesso delle mamme che si vergognano di un livello scolastico 'inferiore'. Gentile ministro Bianchi, può occuparsene per favore?».

IL CASO AUSTRIA, HA SOLO IL 68 % DI VACCINATI

Un lockdown generalizzato, per almeno 20 giorni. Poi mirato solo per i non vaccinati. Quindi da febbraio obbligo vaccinale per tutti. L’Austria è il primo Paese europeo a prendere misure così drastiche. Irene Soave per il Corriere.

«La grande delusione», titolava l'editoriale di ieri del Kurier, il più letto quotidiano austriaco : «Nulla», così la direttrice Martina Salomon, «ha funzionato». Poco prima si era scusato pubblicamente il ministro della Salute Wolfgang Mückstein, e il cancelliere Alexander Schallenberg ammetteva: «Non siamo riusciti a convincere abbastanza persone a vaccinarsi». Mestamente, ma con una decisione mancata finora, annunciava l'inizio di un nuovo lockdown completo da lunedì 22 novembre «per 20 giorni al massimo». E soprattutto l'obbligo per tutti di vaccinarsi contro il Covid-19, che sarà introdotto «al più tardi da febbraio 2022». L'Austria è il primo Paese europeo, e tra i primi al mondo - dopo Micronesia, Tagikistan e Turkmenistan - ad approvarlo. L'obbligo non scatterà prima di febbraio per vincoli costituzionali; e perché comunque non servirebbe a rallentare la quarta ondata di contagi che si impennano da un mese, come non ci è riuscito il «lockdown parziale» in vigore dall'8 novembre. Ieri i nuovi contagi erano circa 15 mila, con un'incidenza di più di mille su 100 mila abitanti; 5,4 milioni di austriaci si sono vaccinati finora, cioè il 66% della popolazione. Un numero salito nelle ultime settimane, da che i non vaccinati sono esclusi da quasi tutti gli aspetti della vita sociale; da allora si sono vaccinati anche in 18 mila al giorno senza appuntamento, mettendosi in fila in chiese, supermercati, stazioni. Una regola che comunque, ha ammesso «francamente» Mückstein, «non ha prodotto un sufficiente rallentamento. Dopo 4, 5 mesi l'efficacia del vaccino si riduce». Dunque tutti a casa. Le regole: si esce solo per strette necessità, scuole aperte in presenza, mascherina obbligatoria a tutte le età, contatti extra-famigliari con un «congiunto» soltanto. Primo bilancio, tra 10 giorni. Ma la notizia più discussa è l'introduzione dell'Impfpflicht, l'obbligo vaccinale. L'ultradestra dell'FPÖ parla di «dittatura», ieri c'è stato già un corteo di no-mask a Bregenz, e i maligni vedono un segno anche nel ritardo con cui il ministro verde Mückstein, trafelato, è arrivato alla riunione dei Länder dove lo si è deciso. Colpa della batteria della sua auto elettrica che si era esaurita. Per decidere come l'obbligo sarà messo in pratica sono in corso da ieri febbrili riunioni di giuristi al ministero della Salute».

ADESSO I MERCATI TEMONO I CONTAGI EUROPEI

Torna l'incubo Covid anche per le Borse, che risentono l’effetto della quarta ondata in Europa. Gli investitori iniziano a “prezzare” il rischio di lockdown, soprattutto in vista di Natale. In forte caduta la Borsa austriaca (-3,1%). La cronaca di Vito Lops per il Sole 24 Ore.

«Il Covid torna ad impensierire gli investitori. Tanto che ieri la Borsa austriaca ha perso il 3,1% sulla notizia di un lockdown imminente per arginare la quarta ondata del virus. Se la minaccia sanitaria è ancora presente i mercati finanziari, che non amano essere colti alla sprovvista e tendono per questo a muoversi d'anticipo, ne prendono atto. Si spiega così anche la rotazione di portafogli a cui abbiamo assistito nelle ultime ore tra i listini europei. Quelli come Piazza Affari, dove il peso dei titoli bancari ed energetici è maggiore, hanno sofferto di più. Non a caso il Ftse Mib ha perso l'1,2%, peggiore performance tra i listini top del Continente, a parte il -1,7% di Madrid. I capitali hanno privilegiato i titoli del settore farmaceutico apprezzatisi in media in Europa dello 0,44%. Si teme che anche la Germania (dove in Baviera si parla già di emergenza quanto a contagi) possa seguire l'esempio dell'Austria. Innescando un effetto domino tra gli Stati, andando a seguire la curva delle infezioni che purtroppo sta avanzando. Se questo scenario dovesse verificarsi, la ripresa economica potrebbe essere compromessa. Di conseguenza potrebbe essere meno effervescente la domanda di materie prime (e questo spiega il calo degli energetici che ieri a livello europeo hanno lasciato sul terreno il 2,5%). E sempre seguendo questa pista a quel punto la Banca centrale europea avrebbe ancora meno pressioni ad attuare strette monetarie (e questo spiega il calo dei titoli finanziari, il cui modello di business è inevitabilmente agganciato alla curva dei tassi e trae vantaggio da un suo irripidimento). Ripresa a rischio fa rima con curva dei tassi più piatta. Questo non piace alle banche che ieri a livello europeo hanno lasciato sul terreno il 2,3%. In Italia ha sofferto di più UniCredit (-4,14%) a causa anche della sua esposizione in Austria. Del clima peggiorato ha pagato dazio anche l'euro, sceso nel corso della seduta sotto 1,13 dollari, livello dell'estate del 2020. Non c'è solo il timore di nuovi lockdown in Europa a impattare sui listini. Nelle ultime sedute il prezzo del petrolio sta ritracciando anche perché Cina e Stati Uniti hanno deciso di mettere mano alle riserve strategiche di petrolio, per aumentare l'offerta e raffreddarne il prezzo. Una strategia che potrebbe dare una mano alle banche centrali e alla Federal Reserve in particolare, combattuta sull'attuare una stretta monetaria, per provare a frenare l'inflazione che negli Usa ha superato il 6%. Una scelta che però rischierebbe di tagliare le gambe alla ripresa economica. Dai massimi di periodo del 25 ottobre a 85 dollari il petrolio qualità Wti è sceso del 12% in area 76 dollari. La correzione è quindi partita prima del lockdown austriaco, ma può essere stata nelle ultime ore certamente incoraggiata dall'aumento dei contagi in Europa. Dall'altra parte dell'oceano gli investitori sembrano meno preoccupati. Questo ci racconta il tecnologico Nasdaq che ieri ha messo a segno un nuovo record, in compagnia dell'S&P 500 che ha vissuto una seduta contrastata ma che non gli ha impedito a livello intraday di iscrivere il 67esimo massimo nel corso del 2021. A questo punto i 77 record annuali registrati nel "magico" 1995 non sembrano così distanti. Questo non significa però che negli Stati Uniti sia del tutto scomparsa la paura del Covid. I record di Wall Street fanno infatti breccia anche sul forte calo dei tassi di interesse, alimentato proprio dai timori sulla perdita di slancio della ripresa economica. Ieri il rendimento a 10 anni è scivolato di 10 punti base fino all'1,51% appiattendo ulteriormente la curva (la distanza il tratto 10-2 anni è di "appena" 103 punti base). Tassi bassi favoriscono i titoli growth, quelli ad alta crescita (ma anche ad alto debito) che determinano per gran parte il calcolo della performance di Nasdaq e S&P 500. Gli investitori osservano con attenzione anche gli sviluppi della nomina del presidente della Fed. L'annuncio in tal senso del presidente degli Usa, Joe Biden, dovrebbe arrivare all'inizio della prossima settimana, stando a quanto dichiarato dalla portavoce Jen Psaki. Va ricordato che circa due settimane fa, Biden ha avuto un colloquio alla Casa Bianca sia con l'attuale presidente Jerome Powell, di cui molti vorrebbero la conferma per il secondo mandato quadriennale (il primo scade a febbraio), sia con la governatrice Lael Brainard, emersa come l'unica antagonista per l'incarico. Ma che piace meno ai mercati».

LANTERNE VERDI E DISASTRO DELL’EUROPA

L’Europa non è angosciata solo dal Covid. C’è un’emergenza umanitaria dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia che mette a disagio tutti i governi e Bruxelles. Il punto di Nello Scavo per Avvenire.

«Mentre i primi gruppi di profughi venivano obbligati a lasciare la frontiera per venire alloggiati nel magazzino di un negozio di mobili dismesso, il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko ammetteva per la prima volta che i suoi militari hanno spinto i migranti a raggiungere il confine con la Polonia. Le parole dell'autocrate, più che un'ammissione sono apparse come una compiaciuta rivendicazione. In un'intervista alla Bbc, il despota di Minsk ha tuttavia negato di aver organizzato una tratta, attirando i migranti nel suo Paese con la promessa di facilitare l'entrata nel territorio dell'Unione Europea. «Non accoglieremo le persone al confine. E se ne arriveranno altre non le fermeremo, perché non vogliono rimanere in Bielorussia, vogliono entrare negli Stati dell'Ue. Le nostre truppe sanno che i migranti stanno andando in Germania », ha aggiunto non prima di lanciare un altro dei suoi avvertimenti: «Ho detto che non avrei arrestato i migranti alla frontiera, né li avrei trattenuti, e se d'ora in poi continueranno a venire non li fermerò, perché so che non resteranno nel mio Paese». La morte di un bambino di un anno, ucciso dal freddo e dagli stenti, ha suscitato indignazione. Il decesso sarebbe avvenuto in territorio polacco circa un mese fa, mentre la famiglia si nascondeva nella foresta dopo essere riuscita a superare il filo spinato. I genitori mostravano varie e profonde ferite alle gambe, secondo alcune fonti provocate dal filo spinato, ma non si esclude che possano essere stati aggrediti. Se davvero le autorità di Varsavia erano al corrente della sorte occorsa al bambino, questo dimostrerebbe che i pericoli a cui vanno incontro i profughi erano noti da tempo. Sul lato polacco continua a essere interdetto l'accesso a giornalisti e osservatori indipendenti. Le uniche immagini che arrivano dalla Polonia sono girate dagli elicotteri dell'esercito di Varsavia. Mostrano le tende abbandonate e le cataste di tronchi, forniti dall'esercito bielorusso, utilizzati dai profughi per tentare di abbattere le barriere. Ieri almeno duemila persone sono state portate via, in un centro d'accoglienza allestito dalle autorità in un capannone dismesso. Ma diversi altri gruppi di profughi rimangono nascosti nella foresta. «È necessario respingere la strumentalizzazione che il regime bielorusso sta facendo dei migranti, ma al tempo stesso non bisogna perdere di vista il principio umanitario di salvare le vite umane. È inconcepibile che possano morire persone di freddo ai confini dell'Europa», ha commentato la viceministra degli Esteri Marina Sereni. Le ricadute geopolitiche della crisi umanitaria non saranno a breve termine. Per il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, la tensione con la Bielorussia non richiede «al momento» la convocazione urgente di una riunione del Consiglio della Nato. Angela Merkel ha sentito al telefono il presidente lituano Gitanas Nauseda, assicurando la piena solidarietà alla Lituania, coinvolta «in modo significativo dalla situazione ai confini esterni della Ue». I Paesi che condividono la frontiera con la Bielorussia considerano infatti le mosse sui migranti come un primo passo di Lukhashenko, in vista di altre possibili azioni di disturbo. Non è un caso che le forze armate lituane stiano ultimando la costruzione di una base militare al confine».

Reportage di Monica Perosino per la Stampa, inviata a Narewka, in Polonia.

«Nel buio in cui è precipitata la Fortezza Europa, c'è ancora una speranza fatta di piccole lucine verdi che brillano quasi spudoratamente oltre le teste dei soldati, il filo spinato e le camionette della polizia che sigillano il confine tra Polonia e Bielorussia. Raggi che riescono, loro sì, a superare il nero della foresta dove sono intrappolati migliaia di richiedenti asilo diretti verso l'Europa. «Queste luci servono per far sapere a quei ragazzi che ci sono posti sicuri e caldi dove trovare riparo». Mikoaj Cierpisaw ha 95 anni e vive ai margini di Werstok, un minuscolo villaggio al confine. Lui, come decine di polacchi, ha deciso di fare la sua parte, accendere una luce verde alla finestra e aprire la sua casa a chi ha bisogno. Una lampadina verde non l'aveva, quindi ha fatto foderato con della plastica colorata tutta la finestra. «Almeno si vede bene», protesta. Sul tavolo del soggiorno ha allestito un samovar che tiene il tè al caldo, bicchierini di plastica rossa e biscotti. In cucina mostra una pentola con una zuppa di pollo già pronta: «Così in caso arrivino». Mikoaj è burbero, al nipote, che gli porta la spesa una volta alla settimana, impartisce ordini: «Deve dare una mano anche lui, deve restituire il favore, perché sennò non sarebbe mai nato». E quale sarebbe questo favore? «Quando avevo 14 anni qui sono arrivati i nazisti. Hanno occupato la città, siamo rimasti senza nulla. Qualcuno ci aiutò, sennò non saremmo sopravvissuti. Poi sono arrivati i russi, e la storia si è ripetuta. E ancora qualcuno ci aiutò, non so neanche chi fosse. Ora tocca a me ricambiare». Circa dieci giorni fa alla porta di Mikoaj ha bussato una famiglia: «Erano talmente pallidi che sembravano morti, il bambino aveva una calza in testa, usata come cappello». Lui, come centinaia di polacchi che vivono vicino alla frontiera, è in costante contatto con le Ong che da mesi prestano soccorso ai migranti. Se qualcuno "li trova" parte la segnalazione alle organizzazioni, che hanno squadre di pronto intervento attive 24 ore su 24. Ieri mattina, nella zona vicino a Bielsk Podlaski, la ong Granica ha salvato un ragazzo siriano, un iracheno e un curdo, che avevano perso conoscenza. Nella zona rossa nessuno può entrare, né i soccorsi né i giornalisti, che gravitano ai margini dell'area proibita. Ogni tanto qualcuno viene fermato, perquisito, poi rilasciato con una multa. «Non sappiamo cosa sta veramente succedendo nella foresta, non sappiamo quanti morti troveremo», dice la portavoce di Fundacja Ocalenie, una delle ong più attive al confine. I volontari pattugliano i boschi vicino alla zona di esclusione alla ricerca di migranti e appendono agli alberi sacchetti di cibo, acqua e vestiti asciutti sperando che vengano trovati. Nei 4 centri organizzati dalla Caritas stanno piovendo tonnellate di alimenti, sacchi a pelo, acqua potabile, giacche e vestiti invernali, coperte, guanti. I vescovi di Bialystok, Drohiczyn e Siedlce hanno incontrato i parroci, chiedendo di sostenere i migranti, altri aiuti arriveranno dalle raccolte fondi del 21 novembre lanciate dalla Conferenza episcopale. Mentre Varsavia getta acqua sul fuoco e dice per voce del ministro degli Esteri Zbigniew Rau che «la situazione non richiede una riunione urgente della Nato e l'attivazione dell'articolo 4», il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ammette che le forze di Minsk hanno aiutato i migranti ad arrivare al confine con la Polonia ma, in un'intervista alla «Bbc», nega di aver organizzato una tratta, attirandoli con la promessa di facilitare l'entrata In Europa: «Se ne arriveranno altri non li fermeremo, perché non vogliono rimanere in Bielorussia, vogliono entrare negli Stati dell'Ue». Intanto, la società civile polacca continua la «resistenza all'umanità», dice Agata R., casalinga di Biaowiea, che nello zaino ha sempre del cibo e un thermos con del tè caldo nel caso incontrasse qualcuno. Sebbene portare aiuto non sia illegale, gli attivisti dicono che la paura di ritorsioni dissuade molti polacchi. Vicino al confine centinaia di poliziotti e militari delle unità speciali fermano auto e pedoni, effettuano perquisizioni, chiedono documenti e «motivo dello spostamento». A casa di Mikoaj si sono presentati già due volte. Altrove, nella campagna vicino a Orzeszkowo, la routine di una locanda a gestione famigliare non sembra essere diversa da solito. Almeno fino a quando non cala la sera. Le camere sono tutte occupate da agenti della polizia polacca assegnati ai controlli di frontiera. Il parcheggio è pieno di camionette, la sala da pranzo di uomini in divisa. Poi però, nel piccolo cortile sul retro che si affaccia sulla foresta, si accende una luce: la signora Maria (il nome è di fantasia), proprietaria della locanda, accatasta qui sacchetti di cibo, vestiti, tutto quello che può servire. Nel magazzino pare abbia già ospitato qualcuno, ma Maria non ne vuole parlare. Non vuole «rovinare gli affari», ma «qualcosa andava fatto»: «Ho deciso che non potevo fare finta di niente quando ho sognato le mie due figlie, come se fossero appena nate, abbandonate tra le foglie della foresta. Non capivo se fossero vive o morte».

Anche l’Ucraina si sente “minacciata” dai migranti e teme che Lukashenko (e il nemico Putin) dirottino verso di loro la crisi umanitaria e avverte: «Siamo pronti a sparare». Anna Maria Merlo sul Manifesto.

«Anche l'Ucraina entra nel gioco delle tensioni alle frontiere della Ue. Il ministro degli Interni, Denys Monastyrsky, ha messo in guardia i migranti: «Se la vita e la salute delle guardie alle frontiere sono minacciate, faremo uso di tutti i mezzi di protezione messi a nostra disposizione dalle legge, ivi compreso le armi da fuoco». Il Ministro accusa: «Non escludiamo la possibilità che la Russia decida intenzionalmente di inviare un gran numero di migranti illegali verso il nostro territorio attraverso la Bielorussia». Per i migranti l'inferno continua. La Polonia ha arrestato altre 45 persone, per aver tentato di passare la frontiera, accusati di aver fatto uso di lacrimogeni, per Varsavia forniti dalla Bielorussia, che poi ha usato dei laser per accecarli dopo essere stati respinti dai polacchi. L'autocrate Lukashenko ha dato ieri una criticata intervista alla Bbc, dove ammette con falsa ironia che sia «assolutamente possibile» che le forze militari bielorusse abbiano «aiutato» i migranti a passare le frontiere, con la Polonia e i paesi Baltici, ma smentisce categoricamente di averli «invitati» a Minsk. «Siamo slavi, abbiamo cuore, le nostre truppe sanno che i migranti stanno andando in Germania» e, «per essere sincero, non vogliono che vadano in giro in Bielorussia». Secondo la Ue, ci sarebbero fino a 10mila migranti in Bielorussia, 2-3mila assiepati ai confini. Per rispondere a questa crisi costruita di cui le vittime sono in maggioranza famiglie curde irachene, la presenza militare è in netto aumento: la Gran Bretagna, che già aveva inviato 150 ingegneri dell'esercito per «sostenere» la Polonia, con la «capacità di costruire strade, punti di controllo e posti di osservazione», ha precisato il ministro della Difesa, Ben Wallace, invia un altro centinaio di uomini, che si aggiungono a un numero analogo di militari venuti dall'Estonia (che ha già inviato altri uomini in Lituania e sta preparando un invio per la Lettonia), «aiuteremo la Polonia e eventualmente altri stati Baltici per rendere sicura la frontiera». La Polonia rafforza i legami con la Gran Bretagna uscita dalla Ue, mentre continua a rifiutare l'intervento di Frontex. Il numero di soldati alle frontiere di Polonia, Lituania, Ucraina, Bielorussia da un lato e tra Russia e Ucraina dall'altro ha ormai superato i 50mila. La Ue, che non riconosce la rielezione di Lukashenko ma ha mantenuto un incaricato d'affari a Minsk, è sul filo del rasoio. Ieri, il commissario alla Giustizia, Didier Reynolds, era al secondo giorno di visita a Varsavia. Dopo due contatti in tre giorni tra Angela Merkel e Lukashenko, il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, dà pieno appoggio alla Polonia, che «agisce in nome della Ue, cio' che fa è giusto in piena crisi migratoria». Berlino ha smentito una trattativa per «corridoi umanitari», evocata a Minsk. Il ministro degli Esteri francese, Yves Le Drian, allarga il problema: «non è una crisi migratoria, è prima di tutto una strumentalizzazione dei migranti da parte di una dittatura per cercare di destabilizzare la Ue». Giovedì, il commissario Margaritis Schinas è stato in Turchia, dove ha ringraziato Erdogan «per le misure prese per mettere fine agli abusi contro i migranti disperati da reti di passeurs e per rafforzare la cooperazione su migrazione e sicurezza». La Ue, per Le Drian, ha raggiunto «un primo risultato, un ceto numero di voli sono stati annullati»: Turchia, Giordania, alcune compagnie aeree bloccano i viaggi dei migranti senza visto verso Minsk, da dove continuano ad arrivare voli da Damasco (una rotta aperta solo da qualche settimana). La Francia chiede l'intervento di Putin su Lukashenko. Il G7 due giorni fa e ieri il Consiglio d'Europa (dove siede anche la Russia, ma non la Bielorussia), chiedono che Minsk apra alla presenza degli aiuti umanitari».

Lech Walesa è in Italia. Il grande leader di un’altra stagione della Polonia, quella di Solidarnosc, è stato intervistato dal Corriere sulla crisi dei migranti. Critico del governo attuale, Walesa loda, col consueto realismo, la Merkel. Elisabetta Rosaspina.

«Non ha torto Varsavia. Ma anche Minsk ha qualche ragione. Tra i due litiganti, ovvio, è Mosca a godere. Per fortuna c'è ancora Angela Merkel a cercare una soluzione alla crisi al confine tra Bielorussia e Polonia dove migliaia di migranti premono e muoiono al gelo nel tentativo di entrare in Europa: Lech Walesa, 78 anni, è in Italia, a San Pellegrino Terme (Bergamo), per mettere il peso della sua popolarità e del suo Premio Nobel per la Pace al servizio dell'Ambassador Day, sodalizio di imprese a sostegno della ricerca contro le malattie rare e, in particolare, la sindrome Kabuki. Ma la passione politica accende, dietro le lenti gialle dei suoi occhiali, lo sguardo di chi sa di appartenere già alla Storia. Insomma, in questa contesa internazionale comprende le motivazioni sia del premier polacco, Mateusz Morawiecki, sia del presidente bielorusso, Alexander Lukashenko? «La Bielorussia cerca di far passare migliaia di profughi per destabilizzare l'Unione Europea. La preoccupazione di Moraviecki è fondata: l'Europa non può accogliere milioni di migranti. Ma il punto è perché tutte queste persone cercano di entrare? Il motivo è che le diseguaglianze tra i popoli sono troppo forti. E le masse si comportano secondo il principio fisico dei liquidi: se i dislivelli sono eccessivi, si rompe l'equilibrio e si aprono le cascate del Niagara. I compiti dei politici di oggi e di domani è di ridurre le enormi differenze che il vecchio sistema ha creato fra i Paesi. Ci arriveremo, forse, con la globalizzazione». E in questa crisi qual è, secondo lei, il ruolo di Vladimir Putin? «Di base la Russia è ostile all'Unione Europea, perché è il principale ostacolo al suo desiderio di riconquistare le repubbliche perdute. Questo lo possiamo intuire. Ma non sappiamo esattamente quali siano gli obiettivi di Lukashenko e di Putin». Morawiecki ha accusato Merkel di legittimare il regime di Minsk trattando con Lukaskenko. «Non sono d'accordo con Moraviecki su tante questioni e neppure su questa. I politici polacchi al potere oggi sono deboli, mentre Angela Merkel è una buona negoziatrice e sta cercando di fare del suo meglio». Tra poco non si potrà più contare su di lei. Come vede l'Europa del dopo Merkel? «Non so come sarà l'Europa senza di lei, ma certamente non sarà migliore. La sua politica è stata in generale molto positiva anche per la Polonia». Tuttavia i rapporti tra Varsavia e Bruxelles non migliorano: s' immagina una Polexit? «Assolutamente no. Perché anche se i governanti polacchi sono euroscettici, il popolo vuole restare nell'Unione». Però aumentano le distanze in materia di diritti civili, di libertà, di separazione dei poteri e sull'indipendenza dei giudici. «Ci siamo battuti negli anni passati per far includere nella carta costituzionale le basi dei diritti principali. E ci eravamo riusciti con Solidarnosc. Ora le nuove classi politiche al potere le stanno distruggendo». Le donne polacche manifestano contro la riforma della legge sull'aborto, che intende escludere la malformazione grave del feto dai casi autorizzati. Non sembra eccessivo anche a un cattolico praticante? «Oggi ho quasi 80 anni. Il tema dell'aborto non è più per me. Vorrei che tornassimo alla legge adottata ai miei tempi: era equilibrata e aveva messo tutti d'accordo». Che cosa dice allora delle nuove norme che chiudono la strada in Polonia alla restituzione dei beni confiscati agli ebrei durante l'occupazione nazista e sotto il regime comunista? «Gli ebrei che abitavano in Polonia a quei tempi non ci sono più. Ci sono i loro discendenti, ma le guerre hanno demolito i palazzi e ne sono stati costruiti di nuovi. Anche ai miei tempi si cercava una soluzione, ma è difficile. Io proposi di restituire il cento per cento agli ebrei superstiti, la metà ai loro figli, un quarto ai nipoti, e poi basta. Il resto è nelle mani del Signore». A proposito, il suo ricordo più forte di papa Wojtyla? «Ne ho tanti. Abbiamo avuto molti incontri e ognuno era diverso. Cercavo di farlo ridere, a volte ci riuscivo. Una proprio no». Perché? «A lui piaceva molto mia moglie e le disse: ma come fai a resistere con quest' uomo? E io intervenni: allora, Santità, non devo prendermene una più giovane? Non apprezzò la battuta: ma che dici, figliolo?». Con papa Francesco? «L'ho incontrato all'inizio. Lo Spirito Santo sceglie sempre il Papa giusto al momento giusto. Francesco ha il compito di fare pulizia nella Chiesa. Ai tempi del comunismo bisognava invece nascondere gli scandali per non indebolire il Vaticano». Com' è la sua vita adesso? «Simile a quella passata. Continuo a fare quello che facevo prima. Solo che una volta sono stato in galera, una volta presidente della Polonia e poi ex presidente. Sì, ora ho tanti figli e nipoti. Sempre con la stessa moglie».

RENZI APRE LA LEOPOLDA, TENSIONI E POLEMICHE

Apre la kermesse fiorentina di Matteo Renzi. Una Leopolda che si inaugura tra accuse, allusioni e caso Open. Maria Teresa Meli per il Corriere.

«È la Leopolda. L'undicesima. E per Matteo Renzi rimane il luogo della sfida. È sempre stato così. Dalla prima edizione fino a questa che qualcuno profetizza sia l'ultima. E il leader di Italia viva non intende smentirsi nemmeno stavolta. Tant' è vero che a Giuseppe Conte che lamenta l'assenza dei 5 Stelle nella tv di Stato propone: «Si prenda Rai Gulp», ossia il canale dei cartoni animati. Renzi lancia non uno ma più guanti di sfida. Il primo è alla magistratura: stasera parlerà di Open e mostrerà quei pochi documenti che non sono finiti sui giornali. Per dimostrare che allegando alle richieste di rinvio a giudizio «pagine e pagine non inerenti all'inchiesta» si «massacrano le persone» e «le famiglie» e «le storie di ognuno». Prima di lui parleranno di giustizia Carlo Nordio e il presidente della Camere penali Giandomenico Caiazza. Un altro guanto è per quelli che avrebbe voluto rottamare e che invece sono usciti illesi dal suo tentativo di farli fuori (politicamente, ben si intende). Renzi non ci sta: «Vogliamo parlare di collaborazioni con istituzioni non pienamente democratiche? Organizziamo un confronto con Prodi, D'Alema e Bersani», dice provocatoriamente all'Huffington Post . E tanto per non lasciare dubbi, aggiunge: «Mi riferisco per Prodi a Kazakistan e Cina, per D'Alema e Bersani a Telecom, Monte dei Paschi di Siena e soldi presi dai Riva su Taranto». Nomi pesanti, parole pesanti. Ma Bersani replica: «La banda dei veleni parli chiaro, nessuno ha mai dovuto pagarmi neanche un caffè». Il clima è teso, non c'è tempo per le scuse o per i «mi dispiace». Eppure la Leopolda, anche questa così complicata e sofferta, è sempre la Leopolda. Roberto Burioni ha deciso di esserci. Giovanni Malagò, presidente del Coni ha accettato l'invito. Non si è sottratto nemmeno il sindaco di Milano, Beppe Sala. È da lì, dal capoluogo lombardo che il centrosinistra intende partire per conquistare la Regione. È la sfida più importante del prossimo anno e Renzi evidentemente non vuole mancarla. Ma il leader di Iv non sembra disposto a firmare la tregua nemmeno in politica. Non è da lui, non è per lui. Anche perché, come ama ricordare, con «il niente che mi attribuite ho mandato a casa Conte e fatto nascere un nuovo governo che ora tutti ammirano». Perciò anche in quel campo getta il suo guanto di sfida, disseminando dubbi e paure nelle file dei 5 Stelle e del Pd: «La strumentalizzazione del voto in Senato sul dl Capienze dice molto della voglia dei leader di andare a votare», butta lì. E non si ferma. Quali leader? Il numero uno di Iv li elenca: «Meloni, Salvini, Letta e Conte». E aggiunge: «Salvini e Meloni sono sovranisti anti Europa, Letta e Conte hanno fatto un matrimonio populista». Con queste parole sa di amplificare i timori dei parlamentari grillini e dem, convinti, non da oggi, che effettivamente un mesetto fa in quel pranzo alla romana tra il leader pd e l'ex premier si sia siglato un patto per sciogliere la legislatura anzitempo. Infine c'è un'ultima sfida. Quella che riguarda il Colle. Letta ha cercato di neutralizzare Renzi proponendo un patto a tutte le forze della maggioranza e siglandone uno, testimone Bruno Vespa, con Giorgia Meloni per impedire il ritorno al proporzionale, che darebbe altro filo da tessere al leader di Italia viva. C'è un nome nel libro degli appunti di Renzi. È un nome che c'era anche qualche anno fa. Per un'altra occasione e un'altra delle mille partite che l'ex premier ha giocato finora. Allora quel nome passò. Si parla di Paolo Gentiloni. Passerà anche questa volta? Certamente il Pd non può sottrarsi a quel confronto, qualsiasi cosa pensino Conte e i 5 Stelle. Ed è su questo che Renzi fa leva».

5 STELLE IN SUBBUGLIO, PARLA CONTE

Sono in agitazione i 5 Stelle, sono orfani della Rai e cercano una rivincita contro Draghi. Giovanna Vitale per Repubblica.

«La consegna è: reagire. A costo di scatenare un selvaggio ostruzionismo e sbarrare il passo alla legge di Bilancio. Il Movimento 5 Stelle alla prova delle barricate, il leader non ci sta a essere ignorato da Palazzo Chigi. Come se non bastassero già le divisioni interne e lo strisciante duello tra l'ex premier e Di Maio a complicare la fase più delicata del governo, alla vigilia della partita del Quirinale. L'onta subita sulla Rai che ha portato allo stop per le ospitate sulla tv pubblica, l'insofferenza nei confronti di Draghi che non terrebbe nella giusta considerazione le istanze della prima forza parlamentare, il gioco di sponda di Renzi con il centrodestra che finisce per schiacciare i 5S su governo e Pd, facendoli sembrare inermi. Assediato anche dai suoi per le "bugie", presunte o reali, sulle nomine nei Tg, Giuseppe Conte ha deciso di passare al contrattacco. E c'è il rischio assai concreto che la legge di Bilancio diventi trincea: per mostrare che nessuno può permettersi di trattare così il Movimento, i cui numeri nelle aule di Camera e Senato restano determinanti. È una battaglia che si incrocia con l'altro scontro aperto in Senato, che salda contiani e anti-contiani: i 5S hanno il mandato di non cedere sul relatore della Manovra, che i dem, insieme con Leu, avevano individuato in Vasco Errani. A Palazzo Madama, già la neocapogruppo Mariolina Castellone aveva fatto capire che la musica è cambiata. Poi ecco Stefano Patuanelli, nella riunione convocata giovedì pomeriggio al Senato: «Non possiamo continuare a prendere botte - dice in sintesi - mandiamo qualche messaggio. E se non capiscono, dobbiamo prepararci». Come, a cosa? Anche scatenando il Vietnam: è il senso del messaggio recapitato dal ministro delle Politiche agricole. Che avverte: noi presentiamo 10mila emendamenti e pazienza se il Paese va in esercizio provvisorio. Uno scenario che il Paese non può ovviamente consentirsi. Non a caso, seppur coerente con l'intento di difendere "l'onore" del M5S, la dichiarazione di guerra di Patuanelli gela gran parte della ventina di senatori presenti. I quali non intendono però rinunciare alla battaglia sul relatore per la legge di Bilancio. Lo spiega serafico Vincenzo Presutto, senatore che non può dirsi certo contiano (è stato, con Primo Di Nicola, tra i registi dell'operazione Castellone). «Siamo forza politica di maggioranza, facciamo una richiesta ponderata, più che legittima: uno dei nostri in aggiunta al relatore del centrosinistra e a uno del centrodestra. Vedo che si oppongono dei pretesti - taglia corto - se cade, allora toccherà al presidente della commissione Bilancio Pesco, unico relatore». Ma la temperatura era già alta per la vicenda Rai. Nelle ore del grande affronto, Conte spiegó ai suoi che il M5S non aveva trattato né con l'ad Fuortes né con Chigi. Il giorno dopo, però, Repubblica ha raccontato che a condurre il negoziato era stato il fidato Mario Turco, che a nome di Conte aveva posto il veto su Maggioni e insistito su Carboni al Tg1. Da qui l'ira degli eletti 5S, che ora accusano il capo di aver mentito. Una rivolta che rischia di mandare in frantumi i gruppi. In parte convinti che il leader lavori in segreto per mandare Draghi al Quirinale e andare al voto. «Ma non è così: l'ho detto in tutte le salse che la legislatura deve arrivare a compimento per completare le sue missioni», ha fatto sapere Conte. Il clima resta teso. E chissà se è a lui che parla ieri Di Maio quando, da Firenze, dice: «C'è chi pensa si possa andare a votare tra marzo e aprile, ma se fosse così prima di luglio o agosto non riusciremmo a formare un governo, e in quei 5 mesi c'è la terza dose da erogare e c'è da contrastare l'aumento dei contagi». In serata, gira voce che oggi Conte potrebbe incontrare i ministri insieme con deputati e senatori. Reagire sì, ma fuori. Ricucire, dentro».

Luca De Carolis per Il Fatto intervista proprio Giuseppe Conte.

«Dalla sua elezione a presidente dei 5Stelle sono passati solo tre mesi e qualcosa, ma sembrano parecchi di più. Ricostruire il M5S , tenendolo dentro il governo Draghi, sembra come correre su una salita ripida. Ma Giuseppe Conte prova a guardare più avanti: "È stata una sfida complessa fin dall'inizio, ma è importante vincerla. Non solo nell'interesse del Movimento, ma anche per affermare sempre più forte una spinta propulsiva nel quadro politico, italiano ed europeo, e tenere alta l'asticella del fronte progressista". Lei ha sostenuto che non sapevate della trattativa sulla Rai a Palazzo Chigi, giusto? «Ho detto che siamo stati informati all'ultimo, evidenziando prima di tutto un problema di metodo e poi di merito». Al Fatto risulta che lei abbia inviato il vicepresidente Mario Turco a trattare. Nel M5S c'è nervosismo al riguardo. «Il senatore Turco non è stato 'mandato' da me, è stato chiamato a Palazzo Chigi per essere messo al corrente della lista di nomi già pronta, a poche ore dall'annuncio ufficiale, quando già circolavano le indiscrezioni sui nomi». Turco ha chiesto correttivi? «Ha solo potuto chiedere il criterio che aveva ispirato queste proposte editoriali. Ma non gli è stata data alcuna spiegazione. Questo è uno dei vulnus di questa storia». Lei a Piazzapulita ha definito i nuovi direttori "buoni professionisti". La neo direttrice Monica Maggioni è citata nelle carte dell'inchiesta Open perché si sarebbe proposta al presidente della fondazione, l'avvocato Bianchi, per una guida ad interim in Rai o per un ticket con Paolo Del Brocco. Mentre a guidare gli Approfondimenti andrà Mario Orfeo: quando era direttore del Tg1, il telegiornale era nettamente sbilanciato per il Sì al referendum di Matteo Renzi, stando ai dati Agcom… «Non entro nel merito dei singoli, la cui professionalità è riconosciuta e indiscussa. Né tantomeno sono un investigatore o un giudice che vaglia le carte dell'inchiesta sin qui diffuse. Sono il leader di una forza politica che è stata votata da 11 milioni di elettori, e anche per il rispetto che devo loro ho il diritto di chiedere spiegazioni sui criteri che hanno portato a queste nomine, partite dalla premessa che la politica sarebbe rimasta fuori». Perché non è rimasta fuori, perché tra poco si vota per il Quirinale? «Lo sta chiedendo alla persona sbagliata. Io rappresento una forza che vuole riformare la Rai per toglierla dal giogo della politica. In Senato c'è un provvedimento a firma M5S che fatica ad andare avanti perché non trova sostegno». Magari c'entra il fatto che lei e Luigi Di Maio avete portato avanti trattative separate. Lui era favorevole a Maggioni e Sala, pare… «Le indiscrezioni sul conto di Luigi sono inverosimili, altrimenti dovremmo dire che ha danneggiato il Movimento. Non lo prendo nemmeno in considerazione, non ci sarebbe stato motivo per non informarmi. Lui tiene molto all'interesse del M5S . L'Ad Fuortes e Di Maio si erano visti, è di dominio pubblico. «Sì, e hanno chiarito anche i temi dei colloqui, che non riguardavano le nomine». È vero che ha chiamato il presidente Mattarella sulla Rai? «Sono all'estero, non ho sentito Mattarella. Su Repubblica Vincenzo Spadafora l'ha accusata di aver gestito male la partita Rai e critica la scelta di non andare più sui canali pubblici. «La decisione è il frutto di una giornata di confronto con i capigruppo, delegazioni governative, gli eletti in Vigilanza Rai e i vicepresidenti. In piena coerenza con il metodo già adottato da quando mi sono insediato, ho previsto un coinvolgimento ampio e una condivisione unanime di tutti gli organi del M5S». E con Beppe Grillo, ne ha parlato? «Ci siamo confrontati, sì. Che ne pensa il Garante? «Potete immaginare la sua sensibilità sul punto, visto che lui sulla comunicazione ha idee molto eterodosse, e aveva invitato i parlamentari a un periodo di astinenza». Nei 5S pensano che l'ordine verrà presto violato. «Questo è il momento di mettere da parte l'io e le pur legittime sensibilità individuali, e di riconoscersi tutti nel noi, per perseguire assieme il bene del Movimento». Sempre Spadafora: Conte è debole e teme il dissenso. «Semmai ho un 'debole' per l'inclusione e il coinvolgimento. In queste settimane ho incontrato decine di parlamentari che hanno esposto le loro proposte e linee di azione. Aspetto anche i suggerimenti di Vincenzo, li ritengo preziosi per tutti ma preferirei riceverli in un incontro o in una telefonata anziché leggerli sulla rassegna stampa». Sospetta che le nomine siano servite anche per dividere voi dal Pd? «Non ho elementi per fare questa valutazione, ma non vivo con l'assillo di incollarmi al Pd su qualsiasi vicenda - nonostante condividiamo alcune linee di azione. Il M5S splende di luce propria, ha le spalle larghe, una forte identità, tante battaglie da portare avanti per gli italiani». Tra lei e Mario Draghi serve un chiarimento politico? «Un incontro per affrontare questo e altri temi dell'agenda politica è senz' altro opportuno. Il M5S chiede con forza un suo relatore alla manovra in Senato al posto di Vasco Errani (Leu), e per il dem Luigi Zanda questo è un problema: "In una coalizione si sta per collaborare altrimenti si va alle urne". Avete tentazioni di voto anticipato? «L'ho chiarito più volte e lo ribadisco: il Movimento non ha nessuna tentazione di andare al voto anticipato ma di contribuire a mettere in sicurezza il Paese e ad attuare il Pnrr. Abbiamo lavorato tanto per questo obiettivi e non li lasceremo a mezza strada». Lei ha auspicato un tavolo sulle riforme costituzionali, ma i tempi non sembrano esserci. Tanto più che Enrico Letta ha ribadito di preferite una legge elettorale maggioritaria, mentre voi ne vorreste una proporzionale. «I margini sono molto stretti, ma dobbiamo provarci. Ancor più dopo la pandemia che ancora stiamo affrontando, non potremo permetterci governi instabili e crisi al buio; e quel confronto servirà a valutare se c'è sufficiente condivisione per una svolta del sistema elettorale in senso proporzionale, ma con un adeguato sbarramento». Quando verrà votata la segreteria del M5S ? «La prossima settimana».

QUIRINALE. LA CAMPAGNA DEL CAV

Secondo Francesco Verderami, che lo scrive nel suo retroscena sul Corriere, Silvio Berlusconi non demorde dal tentativo di essere eletto Presidente della Repubblica.

«Mancano solo i manifesti 6x3. Per il resto la campagna presidenziale di Berlusconi è in pieno svolgimento, con il solito armamentario del consenso: compresa una brochure, inviata persino ai parlamentari del Pd. È vero che il Cavaliere, per realizzare il suo sogno quirinalizio, deve conquistare voti anche nell'altra metà campo. Ma l'idea di far proselitismo tra gli avversari con un libro è una novità nella storia della corsa al Colle, dove solitamente chi mira alla presidenza della Repubblica si nasconde e non si mostra. Invece Berlusconi ha scelto di rivelarsi ai grandi elettori, di fatto ufficializzando in modo patinato la sua candidatura al Quirinale. Perciò è stata grande la sorpresa che ha colto i deputati, quando nella loro casella postale a Montecitorio hanno trovato una monografia di Berlusconi, con alcuni suoi interventi sui valori del liberalismo, del cattolicesimo e del garantismo. Nei capannelli del Pd non si parlava d'altro nei giorni scorsi in Transatlantico. E c'è stato chi, non avendo ancora trovato il libro, ha chiesto ai compagni «fortunati» di sfogliarlo, partendo dalla copertina dove campeggia una foto del Cavaliere sorridente e a braccia alzate in segno di vittoria, tra uno sventolare di bandiere e un titolo in cui rivendica: «Io sono Forza Italia». Certo, gli esperti di comunicazione storceranno il naso, perché chi si propone per il più alto incarico dovrebbe offrire un'immagine bipartisan. «Ma io sono un uomo del fare», ha detto l'altra sera Berlusconi a chi è andato a trovarlo nella sua residenza romana: «Il Paese in questa fase ha bisogno di uno come me. Eppoi, anche quelli del Pd, per chi dovrebbero votare?». Intanto prova a corteggiarli, riservando loro un momento di attenzione: perché fare un regalo vuol dire aver pensato a chi ne è il destinatario. E il pensiero fisso del Cavaliere è il Colle, se è vero che un anno e mezzo fa chiamò un deputato di Forza Italia che stava per lasciare il partito: «Mi dispiace per questa tua decisione. Ma non perdiamoci di vista. Mi dovrai votare per il Quirinale, quando verrà il momento. Ho ricevuto l'appoggio anche della signora Meloni». Quello che sembrava un vaniloquio si sta rivelando una strategia, altrimenti non si spiega come mai Berlusconi abbia deciso di spedire anche ai suoi avversari una brochure che evoca la famosa biografia del 2001: «Una storia italiana». Allora gli elettori li cercava nel Paese, adesso li cerca nel Palazzo. La strategia produce però una grande frenesia, perché il Cavaliere chiama i parlamentari direttamente, invadendo i confini degli altri partiti. Raccontano che Salvini a un certo punto si sia spazientito dopo l'ennesima telefonata di un suo senatore, che lo informava di esser stato contattato: «Anche tu? Ma non mi ha detto nulla...». Nella lista c'è pure Giorgetti, che lo ha rassicurato sulla lealtà di coalizione nel caso la sua candidatura venisse formalizzata. Perciò il leader della Lega si è sentito in dovere di spiegare a Berlusconi che «se tu ci sei noi ci siamo. Però bisogna prima capire cosa decide Draghi, che prima di Natale non ci dirà nulla. In ogni caso, siccome hai il 5% di probabilità, dobbiamo comunque approntare un piano B insieme. Insieme, Silvio...». Nel centrodestra temono che il Cavaliere faccia il doppio gioco, anche se al momento il gioco lo fa solo su se stesso. «E sai, potremmo anche farcela», gli ha spiegato una persona a lui fedele: «Ma bisogna evitare le cazz...». Troppo frastuono, troppe dichiarazioni: Dell'Utri, Miccichè, le voci sul sostegno di Renzi, l'idea di Draghi dopo Draghi. Si rischia il patatrac. In questi frangenti bisogna viaggiare a fari spenti, perché basterebbe un'indiscrezione sui rapporti stretti con esponenti del Pd e del Movimento per far saltare tutto. Perciò alcuni dirigenti di Forza Italia vorrebbero che il Cavaliere restasse ad Arcore in silenzio: «È nel suo interesse. Appena arriva a Roma c'è la fila». Ma Berlusconi sa fare solo Berlusconi. Il Quirinale è la sua piscina di Cocoon. Riceve l'ex grillino Rospi e lo strappa a Toti. Regala libri suscitando un attimo di eccitazione tra i parlamentari che un tempo lo vedevano come fumo agli occhi. Promette a tutti che con lui alla presidenza della Repubblica si andrebbe al voto nel 2023. Lascia capire che la sua permanenza al Colle sarebbe a tempo determinato. Così sta stravolgendo le regole della Grande Corsa. Si vedrà se poi davvero vi parteciperà.».

CHOC IN USA: ASSOLTO L’OMICIDA DI KENOSHA

Atre notizie dall’estero. È stato assolto, perché ha invocato la legittima difesa, Kyle Rittenhouse, 18 anni. Ne aveva 17 quando sparò a 3 persone a Kenosha, dove era andato armato di fucile. Paolo Mastrolilli per Repubblica:

«Dunque un ragazzino di 17 anni che imbraccia un fucile da guerra, va in una città dove non abita a fare il vigilantes, spara in strada, ammazza due persone e ne ferisce una terza, non merita neppure una tirata di orecchie, per non parlare poi di una condanna per omicidio. Perché lo ha fatto per difendersi, anche se non aveva nulla di personale da difendere, e non avrebbe avuto alcun motivo per trovarsi dove stava. Magari in punto di diritto ha ragione la giuria di Kenosha, perché assolvendo ieri Kyle Rittenhouse ha interpretato la legge alla lettera. Questo però non fa altro che dimostrare i limiti delle leggi e della cultura, che regolano la vita in parecchi angoli degli Stati Uniti. Il 23 agosto del 2020 Jacob Blake, un nero di 29 anni, era stato colpito 7 volte dai proiettili sparati dal poliziotto bianco Rusten Sheskey a Kenosha, in Wisconsin. L'agente era stato chiamato per una disputa famigliare e aveva temuto di essere sotto attacco. Blake non era morto, ma era rimasto paralizzato. Quelli erano i giorni dell'estate infuocata dalle proteste per l'omicidio di George Floyd, soffocato da un poliziotto nella vicina Minneapolis. Subito quindi la gente era andata in strada per manifestare contro le violenze delle forze dell'ordine. Non tutti però avevano intenzioni pacifiche. Kenosha era finita in stato d'assedio, con negozi e proprietà assaltate. Allora Kyle Rittenhouse, diciassettenne bianco che viveva ad Antioch, cittadina dell'Illinois ad una trentina di chilometri dal Wisconsin, aveva deciso di pensarci lui. Si era messo un fucile semiautomatico Smith & Wesson M&P 15 a tracolla, e il 25 agosto era andato a Kenosha. Il resto è documentato dai video ripresi in quella drammatica notte. Prima si vede Kyle che corre sopra un marciapiede verso una persona, e nascosto dalle auto spara. Poi Kyle scappa e parecchia gente lo insegue. Cade a terra e spara ancora. Joseph Rosenbaum di 36 anni e Anthony Huber di 26 muoiono, mentre Gaige Grosskreutz ( 27) resta ferito. Le vittime sono tutte bianche, ma la tragedia si carica subito di risvolti politici. Joe Biden avanza il sospetto che Rittenhouse fosse un simpatizzante dei suprematisti, mentre Donald Trump lo difende dicendo che era stato aggredito. Un anno dopo, il processo ha girato tutto intorno a questo punto, la legittima difesa. L'accusa di aver imbracciato illegalmente il fucile è caduta per una ragione ridicola. In Wisconsin i minorenni non possono portare armi, ma solo se sono di una certa misura: quello di Kyle era più lungo e quindi non violava la legge. Gli altri 5 capi di accusa, per omicidio e per aver messo a rischio la sicurezza di altre persone, sono caduti per la legittima difesa. In Wisconsin per riconoscerla basta che l'imputato dica di essersi sentito in pericolo: Kyle lo ha fatto e ciò è bastato a salvarlo. Anche perché due delle sue vittime sono morte e quindi non potevano parlare, mentre il ferito si è squalificato ammettendo che aveva una pistola e l'aveva puntata accidentalmente contro Rittenhouse. Il governatore del Wisconsin Tony Evers, che ha schierato la Guardia Nazionale per evitare scontri, ha detto che «il verdetto riapre ferite mai rimarginate». Biden ha commentato che «anche se il verdetto lascerà molti furiosi e preoccupati dobbiamo riconoscere che la giuria ha parlato. Resto impegnato a fare tutto in mio potere per garantire che ogni americano sia trattato con eguaglianza, equità e dignità davanti alla legge. Sollecito tutti ad esprimere i loro punti di vista pacificamente. Violenza e distruzione non hanno posto in democrazia». Ma pare che pesino meno, quando ad esercitarle è un bianco».

INGORGO GLOBALE A LA LA LAND

Paginata del Corriere a cura di Federico Rampini sull’ingorgo delle merci nel porto di Long Beach, a Los Angeles. Domanda inquietante: è un intasamento da dopo lockdown o il collasso del sistema?

«È il luogo che condensa le tensioni economiche mondiali: il porto di Long Beach - Los Angeles. Dall'ingorgo di navi al ritorno dello smog. Dal boom del made in China all'inflazione. Dalle penurie di prodotti ai timidi passi verso una normalizzazione nei rapporti fra Joe Biden e Xi Jinping. Tutto passa dalla metropoli californiana, epicentro dell'ingorgo globale che minaccia la ripresa. Gli ambientalisti hanno segnalato un ritorno di inquinamento in California. L'allarme è finito in prima pagina sul Los Angeles Times con foto della "nebbia" che vela il cielo. La più grande città della West Coast è un laboratorio storico dell'ecologia americana. Ai tempi di "Blade Runner" (1982), il cult-movie di fantascienza, era descritta come un inferno di fumi, piogge acide, cieli oscurati. Poi per quarant' anni la California è stata all'avanguardia nell'ambientalismo e Los Angeles è diventata sinonimo di cieli azzurri, palmizi al sole. Ora contro i timori d'inversione di tendenza le autorità locali tornano a varare divieti, per esempio sull'uso della legna per i caminetti. Ma ambientalisti e media hanno indicato un altro sospetto, la congestione di maxi-navi in rada. Non ci sono certezze su questo nesso causa-effetto, però da mesi le foto aeree riprendono uno spettacolo insolito: un pezzo di Oceano Pacifico è trasformato in un gigantesco parcheggio. In media dalle 70 alle 100 navi sostano al largo, ogni giorno, perché non ci sono banchine libere per attraccare e scaricare container. L'attesa per ogni King Kong degli oceani raggiunge le due settimane, durante le quali i mostri marini bruciano carburanti fossili. Questo ingorgo è al tempo stesso un sintomo positivo - l'economia mondiale è ripartita, per molti aspetti lo choc del Covid è alle spalle - e un concentrato di problemi che possono far deragliare questa ripresa. Le navi al largo di Long Beach perdono tempo e i ritardi si scaricano a valle, su chi aspetta le merci. Dagli ipermercati alle aziende in attesa di componenti, fino al consumatore finale, soffriamo penurie in molti settori: semiconduttori, automobili, pneumatici, giocattoli, apparecchiature mediche. "La madre di tutti gli ingorghi" affligge proprio il porto di Los Angeles, in prima fila nell'accogliere la rinascita di un vigoroso interscambio tra le due sponde del Pacifico. In media le tariffe navali sono aumentate del 450%. Da Shanghai a Los Angeles affittare un container può costare il decuplo rispetto a due anni fa. I giganti della distribuzione americana Amazon e Walmart sono costretti a noleggiare navi in proprio per allentare la morsa dei ritardi. L'ingorgo globale dei mari è uno dei tanti fattori che contribuiscono all'inflazione. In America i prezzi al consumo sono aumentati del 6,2% a ottobre, quelli all'ingrosso dell'8,6%. Era da 31 anni che non si verificava una fiammata così forte del carovita. Fioccano analogie di malaugurio, Joe Biden viene paragonato a due presidenti sfortunati degli anni Settanta: Gerald Ford che esibiva all'occhiello il distintivo Win (iniziali di "whip inflation now", frusta l'inflazione adesso); Jimmy Carter che in tv indossò un maglione a collo alto per un appello a ridurre la temperatura del termostato nello shock energetico. Né l'uno né l'altro furono rieletti. La loro epoca rimase segnata dalla stagflazione, perverso intreccio di stagnazione e inflazione. I container di merci bloccati al largo di Long Beach, e i rincari dei prezzi, possono scatenare una sindrome simile? La banca centrale americana finora ha cercato di rassicurare. La sua spiegazione preferita attribuisce l'inflazione a un "effetto imbuto" creato dalla pandemia, una tantum e quindi superabile. L'anno scorso l'economia mondiale si fermò per mesi. Nel frattempo i consumatori chiusi in casa, ma inondati da sussidi statali, ordinavano online ogni sorta di prodotti. Quando le fabbriche hanno ricominciato a funzionare, gli ordini arretrati da smaltire hanno creato disservizi dappertutto, e hanno intasato infrastrutture poco elastiche. Biden ha convinto i portuali di Los Angeles a lavorare anche di notte; però il numero di banchine è fisso, non se ne costruiscono di nuove in pochi mesi. I mille miliardi di dollari d'investimenti in infrastrutture che Biden ha varato saranno spesi in dieci anni, gli effetti non si vedono a breve. Un'altra teoria è meno rassicurante. Il collasso della rete infrastrutturale americana sarebbe solo una delle strozzature. Bisogna aggiungere le penurie di manodopera nei lavori disagiati - come i camionisti - dopo che la pandemia ha innescato una "grande dimissione". Poi c'è lo choc energetico. Infine c'è la marcia indietro che tante multinazionali stanno facendo rispetto al modello "just-in-time" lanciato dalla Toyota negli anni Ottanta: una gestione cronometrata delle forniture di materie prime e semilavorati per ridurre i costi di magazzino. Quel modello è vulnerabile di fronte a choc imprevisti - i "cigni neri" della statistica - come pandemie, guerre, tensioni geopolitiche. Mettendo insieme tante forme di penurie diverse, più le nuove conflittualità sociali post Covid, c'è chi arriva a immaginare una spirale tra prezzi e salari proprio come negli anni Settanta. In fondo al tunnel c'è un rialzo dei tassi della banca centrale, costretta a spegnere la ripresa per frenare i prezzi. Partiti dall'ingorgo sulla costa di Los Angeles, si ritorna lì per ciò che rivela sulla coppia Biden-Xi. I leader delle due superpotenze nel loro primo vertice bilaterale - a distanza - hanno evitato di parlare di un disgelo. Ciascuno però è costretto a cercare un modus vivendi con l'altro, per tamponare le proprie debolezze. La Cina è colpita duramente dallo choc energetico, si aggrappa a una politica "Covid-zero" troppo rigida, e cerca di governare lo sgonfiamento della sua bolla speculativa immobiliare minimizzando i traumi sociali. Xi ha bisogno del traino delle esportazioni per una crescita cinese che affronta venti contrari. Biden ha bisogno di merci, per evitare scaffali vuoti nella stagione consumista da Thanksgiving a Natale, e per contenere nuove tensioni sui prezzi. L'inflazione è balzata al primo posto tra le cause del malcontento negli Stati Uniti, e Biden continua a calare nei sondaggi. Il risultato delle "convergenze parallele" tra Washington e Pechino: +27% nell'export del made in China. Restano intatte molte altre ragioni di diffidenza tra i due leader. Ma l'ondata di prodotti cinesi ha ripreso a viaggiare verso gli Stati Uniti come prima, più di prima: quest' anno nei primi dieci mesi ha già superato tutto il risultato del 2020. Le foto aeree del Pacifico al largo di Los Angeles raccontano anche questo».

INDIA, VINCONO I CONTADINI

In India il premier Modi ha annunciato il ritiro della riforma sull’agricoltura, costituita da tre diverse leggi. Il successo dei contadini arriva dopo un anno di proteste, 600 morti e una campagna di diffamazione dei media governativi. Matteo Mialvaldi sul Manifesto.

«Dopo un anno di mobilitazione ininterrotta, 600 morti durante le proteste e una campagna di diffamazione costante portata avanti dai media governativi e da numerosi esponenti dell'esecutivo, ieri i contadini indiani hanno formalmente vinto lo scontro col governo di Narendra Modi. In un discorso alla nazione proprio nel giorno di Guru Nanak Jayanti - il compleanno del principale guru del sikhismo, festa nazionale - Modi ha annunciato che le controverse tre leggi di riforma del comparto agricolo promosse dall'esecutivo a metà 2020 saranno abrogate «entro la fine della sessione invernale del parlamento». Si tratta di un successo enorme per il movimento contadino indiano e, dal punto di vista politico, di una battuta d'arresto clamorosa per il partito di Modi, il Bharatiya Janata Party, che dallo scontro con le organizzazioni dei braccianti esce fortemente logorato. Specie in Uttar Pradesh e in Punjab, dove si andrà a elezioni locali tra meno di tre mesi. Nel settembre 2020 l'esecutivo, con un colpo di mano in parlamento, era riuscito a passare un pacchetto di riforme che, a detta sua, avrebbe liberalizzato il settore dell'agricoltura nel Paese a beneficio delle centinaia di milioni di lavoratori del comparto. Più della metà della forza lavoro nazionale è impegnata nell'agricoltura. Le leggi, secondo il governo, avrebbero facilitato l'ingresso nel settore dei grandi conglomerati della distribuzione privata, dando l'opportunità ai contadini di vendere direttamente a loro i propri prodotti senza servirsi di intermediari. Contestualmente, la liberalizzazione avrebbe fatto saltare anche molte delle tutele minime conquistate dai contadini all'inizio degli anni Sessanta: in particolare, il sistema del «prezzo minimo di vendita», con cui lo Stato garantiva una soglia minima di ricavo dalla vendita di frutta e verdura ai «mandi», i mercati generali dello Stato. Se per l'esecutivo le riforme avrebbero proiettato l'intero settore nel futuro, massimizzando la redistribuzione della ricchezza tra i contadini, per le organizzazioni sindacali dei braccianti si rischiava di mandare al massacro contro i grandi gruppi della distribuzione privata la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore. L'86 per cento dei contadini indiani, infatti, possiede appezzamenti di terra inferiori a due ettari: troppo poco per contrattare direttamente coi compratori privati il prezzo di vendita. Dal 20 novembre dello scorso anno, centinaia di migliaia di contadini - provenienti principalmente dagli stati settentrionali di Haryana, Punjab e Uttar Pradesh - si sono accampati appena fuori dal perimetro della capitale New Delhi per protestare contro le «tre leggi nere» passate dal governo senza nemmeno consultare i sindacati. I leader della protesta, a più riprese, avevano chiarito che i contadini non se ne sarebbero andati fino a che il governo non avesse accettato di ritirare le leggi senza condizioni. In un anno la protesta dei contadini ha ciclicamente attirato l'attenzione dei media internazionali, anche grazie alla mobilitazione di celebrità come Greta Thunberg e Rihanna. Il governo Modi, che mal sopporta ogni attenzione internazionale diversa dall'adulazione, oltre a condonare la repressione violenta della protesta a opera della polizia - come negli scontri di New Delhi all'inizio del 2021 - ha più volte cercato di screditare il movimento contadino: prima, chiamando in causa una presunta manovra concordata internazionale per «screditare il Paese» in combutta con nuclei dell'indipendentismo sikh all'estero; poi, prendendo di mira direttamente i leader della protesta, chiamati «terroristi, maoisti, sinistrorsi, estremisti, professionisti della protesta, malavitosi...», agenti provocatori ora pilotati dalla Cina, ora dal Pakistan. Un anno dopo, le cose sembrano essere cambiate. «Oggi porgo le mie scuse ai miei connazionali, e voglio dire con cuore sincero e puro che, forse, deve esserci stato un deficit nei nostri sforzi, per cui non siamo stati in grado di spiegare chiaramente la verità ad alcuni contadini», ha detto Modi. Rakesh Tikait, leader e portavoce di una delle principali sigle sindacali del settore, la Bharatiya Kisan Union, ha detto: «lo stato di agitazione non sarà sospeso fino al giorno in cui le leggi non saranno abrogate in parlamento».

IL PAPA CONTRO LO SFRUTTAMENTO DEI MINORI

L’udienza dal Papa ai promotori del convegno “Sradicare il lavoro minorile, costruire un futuro migliore” dà l’occasione a Francesco di esortare gli Stati e il mondo imprenditoriale a correggere un sistema che accentra le ricchezze nelle mani di pochi. Gianni Cardinale per Avvenire.

«Papa Francesco alza forte e chiara la sua voce contro «la piaga» dello sfruttamento lavorativo dei bambini. Lo fa ricevendo in udienza i partecipanti alla Conferenza internazionale "Sradicare il lavoro minorile, costruire un futuro migliore", promossa dalla Commissione vaticana Covid-19 del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, con la collaborazione della Missione permanente della Santa Sede presso la Fao. Per il Pontefice «lascia allibiti e turbati» il fatto che nelle economie contemporanee, le cui attività produttive si avvalgono delle innovazioni tecnologiche, tanto che si parla di "quarta rivoluzione industriale", persista in ogni parte del globo l'impiego dei bambini in attività lavorative. Questo infatti «pone a rischio la loro salute, il loro benessere psico-fisico e li priva del diritto all'istruzione e a vivere l'infanzia con gioia e serenità». Con la pandemia che ha «ulteriormente aggravato la situazione». Il Papa precisa che il lavoro minorile non è da confondere con «le piccole mansioni domestiche» che i bambini possono svolgere nell'ambito della vita familiare. Queste attività «sono in genere favorevoli al loro sviluppo, perché consentono di mettere alla prova le proprie capacità e di crescere in consapevolezza e responsabilità». Ma il lavoro minorile «è tutt' altra cosa». È «sfruttamento dei bambini nei processi produttivi dell'economia globalizzata a vantaggio di profitti e di guadagni altrui». È «negazione del diritto dei bambini alla salute, all'istruzione, a una crescita armoniosa, che comprenda anche la possibilità di giocare e sognare». Questo «è tragico ». Perché un bambino «che non può sognare, che non può giocare, non può crescere ». E quindi il lavoro minorile è «derubare del futuro i bambini e dunque l'umanità stessa». È «lesione della dignità umana». Papa Francesco riconosce che la povertà estrema, la mancanza di lavoro e la conseguente disperazione nelle famiglie «sono i fattori che espongono maggiormente i bambini allo sfruttamento lavorativo ». Ecco quindi che se si vuole «sradicare la piaga del lavoro minorile», è necessario «lavorare insieme per debellare la povertà, per correggere le storture del sistema economico vigente, che accentra la ricchezza nelle mani di pochi». È necessario «incoraggiare gli Stati e gli attori del mondo imprenditoriale a creare opportunità di lavoro dignitoso con salari equi, che consentano di soddisfare le necessità delle famiglie senza che i figli siano costretti a lavorare». È necessario unire gli sforzi «per favorire in ogni Paese un'istruzione di qua-lità, gratuita per tutti, così come un sistema sanitario che sia accessibile a tutti indistintamente». Di qui l'appello a «tutti gli attori sociali» per contrastare «il lavoro minorile e le cause che lo determinano». E anche l'esortazione al Dicastero, a cui compete anche la promozione dello sviluppo dei bambini, a continuare l'opera «a tutti i livelli nel contrasto al lavoro minorile».

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