"Non date AstraZeneca alle ragazze"

Appello di 24 medici vaccinatori: il vaccino AZ pericoloso per le giovani donne. Occhio agli Open day. L'addio ad Epifani. "Blocco selettivo" dei licenziamenti? Conte in sella. Nozze a destra rinviate

Ci sono storie di cronaca impressionanti stamattina sui giornali: la morte del giovane Michele Merlo, cantante di Amici, cui non è stata diagnosticata per tempo una leucemia fulminante. Anche lui oggetto di uno sciacallaggio dei No Vax, cui la famiglia si è ribellata. I particolari delle indagini sulla scomparsa della giovane pachistana Saman, che i Pm ritengono si stata uccisa strangolata dallo zio, perché non accettava un matrimonio combinato. La Gip di Verbania che aveva scarcerato gli indagati, destinata ad altri incarichi. Vicende su cui torneremo.

Intanto la campagna vaccinale continua ad un buon ritmo. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 582 mila 539 vaccinazioni. Figliuolo già fissa un nuovo obiettivo: arrivare a settembre con l’80 per cento degli italiani vaccinati. C’è un appello di 24 medici, che sono grandi sostenitori della campagna vaccinale, perché non venga più somministrato AstraZeneca alle giovani donne. Gli Open Day di AZ hanno infatti contribuito a dimenticare le precauzioni su questo punto e purtroppo a Genova c’è stato il caso di una diciottenne colpita da trombosi. È un rischio che va evitato.

La drammatica scomparsa di Guglielmo Epifani, vero protagonista del socialismo e del sindacalismo italiano, ex segretario della Cgil e anche del Pd, è avvenuta proprio in un giorno di grandi discussioni sulla fine del blocco dei licenziamenti e sul lavoro. Si va verso un “blocco selettivo”. Molto inquietante l’inchiesta sul colosso tedesco DHL, di cui si occupa Avvenire.

La politica italiana è agitata da due piccoli terremoti: la presa di potere di Conte sui 5 Stelle (Di Maio e Appendino con lui in segreteria?) e le polemiche sulle nozze Berlusconi-Salvini. La cerimonia, per ora, è stata rinviata. Marcenaro sul Foglio ipotizza per Bella Ciao l’accusa politicamente corretta di inno sessista. Altro che Mameli. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Campagna vaccinale ancora in primo piano. Col Corriere della Sera che fissa un altro obiettivo: Entro settembre saranno vaccinate 8 persone su 10. Mentre i due giornali corsari del centro destra sottolineano l’audizione del generale in parlamento. Libero: Figliuolo piccona Arcuri e La Verità: Figliuolo: «Da Arcuri conti in disordine». Il Fatto dà spazio ad un appello di medici contro la somministrazione di AstraZeneca alle giovani donne: «AZ ai ragazzi, più rischi che benefici». Ricorda Guglielmo Epifani, scomparso ieri, con una grande foto, il Manifesto: La giusta causa. La Stampa parla di licenziamenti: Il piano per chi perde il lavoro. Il Messaggero tematizza lo smart working: Lavoro agile, i nuovi obblighi. Repubblica Uno scudo anti-hacker e Il Sole 24 Ore Parte il piano per la cybersecurity si occupano della sicurezza informatica. Mentre Il Giornale sfiora il tema ma per dire che all’Agenzia delle Entrate useranno l’intelligenza artificiale: Così l’algoritmo-spia ci segnalerà al fisco. Sul clamoroso caso di cronaca della ragazza pachistana, con tutta probabilità strangolata dallo zio per non aver accettato un matrimonio combinato, ci sono i titoli di Quotidiano nazionale: Ecco le carte: così uccisero Saman e del Mattino: Saman, la barbarie di famiglia. Il Domani si occupa del Governo: Altro che Salvini, il “federatore” del centrodestra è solo Draghi. Mentre Avvenire denuncia la situazione drammatica in Myanmar: Bombe sulle chiese.

VACCINI. CORRE LA CAMPAGNA IN ITALIA

L’obiettivo del generale Figliuolo adesso è di arrivare all’80 per cento di copertura degli italiani entro settembre. La cronaca sul Corriere della Sera di Adriana Logroscino.

«La campagna di vaccinazione corre al ritmo di tre milioni e mezzo di somministrazioni alla settimana. E il commissario per l'emergenza, Francesco Figliuolo, si dà e insieme dà al Paese un obiettivo ancora più ambizioso: vaccinare l'80 per cento dei 54,3 milioni di italiani over 12 (quindi vaccinabili) entro il 30 settembre. Lo ha detto durante l'audizione in commissione Bilancio alla Camera. Parallelamente a quella che sembra un'uscita graduale dalla fase di emergenza - ieri 1.273 nuovi casi, il dato di contagio più basso dal 15 settembre 2020, e 65 morti - si riaccendono però le polemiche tra l'ala aperturista e quella prudente dentro il governo. Almeno due i fronti: la semplificazione delle procedure di accesso all'Italia per i turisti e la riapertura delle discoteche, ultima attività ancora ferma per decreto. «Il ministero della Salute ha un atteggiamento troppo prudente e onestamente ingiustificato - attacca il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia -: anche da noi, come in Francia, la doppia vaccinazione deve valere come pass». Più sotto traccia le divergenze sulla riapertura delle discoteche. Oggi i rappresentanti dei gestori dei locali notturni porteranno a un incontro con il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa (FI), un protocollo: la proposta di regole per una riapertura delle discoteche immediata ma controllata. Ingresso consentito soltanto a tre categorie di persone: vaccinati, guariti o a chi possa esibire l'esito negativo di un tampone eseguito nelle ultime 36 ore. Per il resto il documento, redatto da quattro infettivologi-epidemiologi, prevede biglietti nominali e preferibilmente digitali, rilevazione della temperatura all'ingresso, mascherina obbligatoria per entrare e facoltativa all'interno».

GENOVA, 24 MEDICI CONTRO GLI OPEN DAY DI AZ

Il Fatto pone una questione che non è certamente locale. Anche se parte dal drammatico caso di una 18enne, forse in cura ormonale, colpita da trombosi dopo la somministrazione di AstraZeneca, ricoverata al San Martino di Genova. C’è un appello di medici, che sono favorevoli ai vaccini, e ai vaccini per i giovani, che però pongono una questione seria: perché somministrare AstraZeneca alle giovani donne quando è accertato che esiste un rischio? È vero che gli open day sono su base volontaria, ma bisogna spiegare bene alle giovani donne che per loro c’è questa possibile complicazione.

«"Siamo contrari agli Open Days AstraZeneca perché la somministrazione di questo vaccino ai soggetti minori di 40 anni, in particolare di sesso femminile, potrebbe comportare più rischi che benefici", scrivono in una lettera durissima 24 medici vaccinatori volontari di Genova. Tra loro Anna Rubartelli che insegna Ematologia al San Raffaele di Milano, l'endocrinologo Marcello Bagnasco dell'Università di Genova, Paola Minale ex direttrice di Allergologia del San Martino, Enrico Haupt già direttore della medicina generale all'ospedale di Lavagna (Genova). Si muove anche Alessandro Bonsignore, presidente dell'Ordine dei medici di Genova: "Senza una voce scientifica unica, la vaccinazione con AstraZeneca è diventata una scelta politica che rischia di creare panico". Il vaccino anglo-svedese a vettore virale, spiegano i 24 medici genovesi, "ha un punto debole, assente nei vaccini a Rna: può causare una trombosi venosa associata a diminuzione delle piastrine, che si presenta a distanza di 5-15 giorni e può avere esito fatale. Questa complicanza è stata descritta in soggetti dai 20 ai 55 anni, ma le persone di gran lunga più colpite sono le giovani donne". Per questo, "disapproviamo con forza il tipo di campagna intrapresa dagli organi governativi delle Regioni, perché non mette correttamente in guardia i giovani dai rischi, per bassi che siano, e approfitta del loro lecito desiderio di riprendere una vita 'normale', e avere un pass che permetta loro di muoversi per lavoro o per studio, o di andare in vacanza forse per utilizzare le dosi di AZ conservate nei frigoriferi perché rifiutate dagli ultrasessantenni, che correrebbero rischi trascurabili. Siamo sconcertati perché i medici vaccinatori non hanno ricevuto indicazioni di spiegare correttamente ai giovani vaccinandi il possibile rischio". I 24 medici chiedono di "aspettare ancora poco tempo e i giovani potrebbero avere accesso ad altri vaccini. Il governo centrale dovrebbe però bloccare i prossimi Open day che rischiano di attirare altri giovani". Un tavolo tecnico regionale doveva elaborare linee guida sul rischio trombi, ma il documento non è mai stato definito. La lettera è stata inviata ai gruppi di opposizione liguri, si preparano interrogazioni al presidente Giovanni Toti. Iniziative simili, anche per i ragazzi che attendono la maturità, sono state avviate in altre Regioni. All'ufficio del commissario straordinario, generale Francesco Paolo Figliuolo, spiegano che le decisioni spettano all'Aifa e al ministero della Salute, dove per il momento non cambia nulla sugli Open Day. (…) Una nota condivisa da Aifa con le agenzie europee invita a "consultare immediatamente un medico" all'insorgere di una serie di sintomi, tra cui "cefalea severa e persistente". Alla ragazza ligure non è bastato. I casi di "trombosi venose in sedi atipiche" con "trombocitopenia" sono rarissimi. "Però in una vaccinazione di massa - scrivono i 24 medici genovesi - può causare un numero significativo di morti, anche in soggetti che, per sesso ed età, hanno un rischio praticamente nullo di morire per Covid". Peraltro, "se nei primi studi la frequenza era stimata 1:100.000, l'analisi dei dati forniti dall'Agenzia del Farmaco e dal Servizio sanitario inglesi suggerisce una maggiore incidenza". L'ultimo report britannico dice 309 su 23,9 milioni di prime dosi, quasi 1,3 su 100 mila. Da noi i 34 al 26 aprile equivalevano a 0,45, "dato che potrebbe risentire della minor rappresentatività del campione italiano", come osservava il Gruppo di lavoro Emostasi e Trombosi coordinato da Valerio De Stefano, professore di Ematologia al Gemelli di Roma.».

VACCINI. L’AFRICA ABBANDONATA, XI HA NASCOSTO COLPE CINESI

Ogni giorno aumentano e angosciano le notizie sulla diseguaglianza nella distribuzione dei vaccini nel mondo. Oggi sul Corriere della Sera ne scrive Michele Farina.

«In Africa niente vaccini. Tutti lo sanno e tutti fanno spallucce, dalla Cina alla Russia al G7 che si riunisce sabato in Cornovaglia: su quasi due miliardi di somministrazioni nel mondo, soltanto l'1% è finito in braccia africane. Poco più di 30 milioni di prime dosi, poco sopra il livello italiano, 7 milioni di «immunizzati completi» su 1,3 miliardi di abitanti. E a breve non si prevedono nuovi arrivi per recuperare il tempo perduto. Intanto, mentre l'Occidente riapre, l'Africa è preda della terza ondata: in 14 Paesi negli ultimi dieci giorni si è registrato un aumento del 30% di nuovi casi. Sulla carta il continente conta il 3% dei contagi globali. Ma le cifre ufficiali (130 mila morti, più o meno come l'Italia) nascondono una voragine di vittime non registrate. E un futuro minaccioso. In Uganda gli ospedali sono pieni di Covid, in Malawi i pochi vaccini sono arrivati scaduti, il Marocco e il Ruanda sono a secco. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato un appello (che il G7 non sembra disposto ad ascoltare): nelle prossime settimane servono con urgenza 200 milioni di dosi, se si vuole vaccinare almeno il 10% della popolazione africana entro fine settembre. Il rubinetto del Covax, il programma dell'Oms a cui si affidavano le speranze dei Paesi poveri e la rispettabilità degli altri, ha cominciato a chiudersi dopo che l'India, sopraffatta dalla pandemia, a marzo ha bloccato le esportazioni (ripartiranno a ottobre): la stragrande maggioranza dei flaconi destinati all'Africa (quasi tutti AstraZeneca) dovevano arrivare dal Serum Institute of India. Anche i fortunati che avevano ricevuto la prima siringata, adesso dall'Etiopia al Ghana non sono sicuri di ottenere la restante prima della scadenza consigliata dei tre mesi. Covax si arrabatta annunciando un accordo per comprare 500 milioni di dosi da Moderna. L'Unione Africana ha un'intesa con Johnson&Johnson per altre 400. Ma questa valanga di vaccini è tutta sulla carta, non certo nella stiva degli aerei. E sulle casse di molti governi non si può contare, perché vale quanto ha detto al Corriere il dottor Githinji Gitahi che guida l'ong Amref: «Per vaccinare una persona in un Paese come il Kenya si devono spendere 15 dollari. Cioè quasi la metà di tutta la spesa sanitaria pro capite di un anno intero. Da voi il costo di un vaccino si misura in briciole, in Africa è metà della torta».

Repubblica traduce e propone una clamorosa intervista rilasciata al quotidiano francese Le Figaro da David Asher, che ha indagato sulle responsabilità cinesi all’origine del Covid 19 e sul laboratorio virologico di Whuan. 

«Da settembre 2020 a gennaio 2021, con l'amministrazione Trump, David Asher ha diretto l'inchiesta del Dipartimento di Stato Usa sulle origini del Covid-19. Solo qualche mese fa l'ipotesi di un'origine accidentale della pandemia di Covid-19 era considerata alla stregua di una teoria del complotto. Oggi molti scienziati sono possibilisti e lo stesso presidente Biden ha chiesto un'indagine approfondita. Come spiega questa inversione di tendenza? «Credo che l'amministrazione Biden abbia semplicemente deciso di rivalutare il nostro lavoro. Il 15 gennaio scorso la nostra inchiesta ci aveva permesso di scoprire che all'inizio di novembre del 2019 diversi dipendenti dell'Istituto di virologia di Wuhan si erano ammalati con una sintomatologia simile a quella dell'influenza o del Covid. Crediamo che almeno tre di queste persone siano state ricoverate, ma potrebbero essere state molte di più. È probabile che, a partire da ottobre, tutti siano stati contagiati dal Covid-19. Da allora, molti ricercatori dell'Istituto di virologia sono scomparsi: forse sono morti, o forse li hanno fatti sparire. Altri sono stati premiati. Fra di loro il dottor Shi Zhengli, che dirige il Centro per le malattie infettive emergenti di Wuhan». Cosa pensa dell'atteggiamento della Cina? «La Cina ha avuto dall'inizio un atteggiamento problematico. Le autorità di Pechino hanno appena annunciato che rifiuteranno ogni collaborazione futura. Ci si domanda perché la Cina si comporti in maniera così sospetta, se non ha nulla da nascondere. La fuga da un laboratorio non è certa al 100% ma, a questo punto, è la sola ipotesi che abbia un senso e che sia coerente con le informazioni in nostro possesso». Qual è lo scenario più plausibile? «A mio parere le autorità cinesi hanno tentato di controllare un incidente di laboratorio avvenuto a ottobre 2019, forse prima, e non ci sono riuscite. A partire dal 22 o dal 23 gennaio, del caso di Wuhan si è fatto carico l'esercito popolare cinese. La persona scelta per coordinare le operazioni è il generale di divisione Chen Wei, specialista in armi biologiche. Il suo vice è il colonnello Cao Wuchun, il massimo esperto di epidemiologia dell'esercito cinese, che era anche il principale consigliere dell'Istituto di virologia di Wuhan. Si tratta di una prova pesante del fatto che l'Istituto aveva legami con la ricerca militare cinese». C'era quindi un legame fra militari e virologi? «Nel 2007 i vertici dell'esercito hanno iniziato a parlare della guerra biologica come della guerra del futuro. Dal 2010 hanno prodotto relazioni sulle ricerche nel campo della difesa biologica, condotte dall'Istituto di virologia di Wuhan. A partire dal 2016, più nulla. Ed è a quell'epoca che i francesi hanno perso il controllo del loro laboratorio Dsla, per poi essere espulsi nel 2018. Ma il governo americano non ha dato peso alla vicenda. L'Nih (National Institute of Health), la Usaid e il dipartimento della Difesa hanno ampliato il loro ruolo a Wuhan, quasi come se volessero approfittare dell'assenza della Francia, invece di suonare il campanello d'allarme». Perché è importante conoscere l'origine del Covid-19? «Non si tratta solo di una tragedia, ma di un crimine. Il ruolo della Cina e la deliberata disinformazione nei confronti del mondo intero sono al centro della questione. Il popolo cinese non ha responsabilità, ma Xi Jinping e i suoi accoliti sì. Credo che sia anche necessario imporre sanzioni alla Cina e mettere in atto un controllo internazionale molto più severo sulla ricerca virologica». 

LA SCOMPARSA DI EPIFANI

In un giorno cruciale per le discussioni su lavoro e licenziamenti, è arrivata la notizia della morte di Guglielmo Epifani, 71 anni, socialista, ex Segretario della Cgil ed ex Segretario del Pd. Enrico Marro sul Corriere della Sera.

«La notizia è arrivata, del tutto inattesa, mentre era in corso il vertice tra il segretario del Pd, Enrico Letta, e i leader di Cgil, Cisl e Uil: Guglielmo Epifani è morto. A 71 anni, dopo un breve ricovero al policlinico Gemelli di Roma, del quale pochi sapevano. Ancora il 27 maggio Epifani era in piazza per la manifestazione dei lavoratori della Whirlpool. La riunione è stata sospesa tra la commozione dei sindacalisti e dei politici del Pd. Categorie che Epifani aveva guidato entrambe, unico ad essere stato segretario della Cgil, dal 2002 al 2010, e segretario del Pd nel 2013, reggendo il partito nella transizione dalla segreteria Bersani a quella Renzi: i dem ricorsero a lui riconoscendogli doti di correttezza e gentilezza, unite a una grande capacità di ascolto. Ma Epifani non rinunciò mai alle sue idee. E così come aveva portato avanti le sue battaglie in più di 36 anni nella Cgil, senza mai alzare la voce, così nel 2017 lasciò un Pd nel quale non si riconosceva più e fu tra i fondatori di Articolo 1 e alle ultime elezioni venne eletto alla Camera per Leu, finendo così la sua carriera all'estrema sinistra del Parlamento, lui che è stato un socialista fin dalla tesi di laurea in Filosofia su Anna Kuliscioff. Ma di quei socialisti e riformisti sempre pronti alle scelte radicali. E così Epifani resterà nella storia della Cgil non solo per essere stato il primo segretario a rompere l'egemonia comunista, raccogliendo tra l'altro l'eredità di Cofferati, ma anche per aver sostenuto le battaglie delle donne, facendo eleggere dopo di sé la prima segretaria generale, Susanna Camusso, anche lei socialista. Passaggi che hanno cambiato la Cgil. Ma Epifani è stato anche il segretario che, benché riformista, ha schierato la Cgil a favore del referendum promosso da Rifondazione comunista nel 2003 per l'estensione dell'articolo 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti. Battaglia che sapeva persa in partenza, ma che volle fare perché «i diritti sono di tutti i lavoratori».

LICENZIAMENTI, UN BLOCCO “SELETTIVO”?

Se l’incontro fra Letta e i sindacati, al Nazareno, è stato interrotto per la notizia del decesso di Epifani, è certo che il dibattito sul blocco dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali prosegue. Roberto Mania per Repubblica:

«Non c'è un monocolore Pd», dice Enrico Letta ai leader sindacali. La notizia della morte di Guglielmo Epifani non è ancora arrivata. Cgil, Cisl e Uil avevano chiesto di incontrare tutti i partiti per provare a modificare in Parlamento il decreto che sblocca da luglio i licenziamenti nel settore industriale e nell'edilizia. La riunione con Letta si interrompe poco dopo, quando si viene a sapere di Epifani. Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, non se la sente di proseguire. Ci si aggiorna. Finisce così la giornata, che ha dato il via al pressing sindacale sul Parlamento. Ma quella frase di Letta dice molto di più di quanto possa sembrare se la si unisce all'appoggio che i sindacati avevano strappato in mattinata ai Cinquestelle, favorevoli agli emendamenti che prolungano il blocco, dopo il sostegno ampiamente annunciato - di Liberi e Uguali. Il centrosinistra sta con i sindacati, ma la maggioranza è più ampia, spiega con pragmatismo il segretario dem. Ci sono la Lega e Forza Italia. Difficile che quest' ultimo partito possa cambiare linea rispetto all'accordo raggiunto a Palazzo Chigi con lo stralcio, voluto dal premier, della "norma Orlando" che allungava i tempi del blocco. Mentre nella Lega la linea sembra cambiata per l'ennesima volta: prima contraria allo sblocco, poi favorevole, infine (con il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti) a sostegno di un blocco selettivo. E questa potrebbe essere la mediazione possibile: non il ritorno al blocco totale, ma un intervento per salvaguardare i settori più esposti a questa fase della crisi. Se si dovesse definire un ampio orientamento su questa linea, non sarà di certo Palazzo Chigi ad opporsi visto che la decisione maturerebbe in Parlamento».

IL CASO DHL, FRODE TEDESCA?

Francesco Riccardi scrive per Avvenire l’editoriale in prima pagina su una storia che il resto dei quotidiani quasi ignora. La Procura di Milano ha aperto un’indagine contro il colosso della logistica DHL per pesanti irregolarità fiscali e per non aver messo in regola i lavoratori.

«La presunzione d'innocenza vale anche per le imprese e i loro vertici. Tanto più quando un'indagine si incentra su questioni fiscali, economiche e organizzative, che presentano sempre qualche margine di interpretazione delle norme. Dunque nessuna sentenza anticipata di colpevolezza nei confronti di Dhl, accusata ieri dai pm di Milano di frode fiscale operata tramite cooperative e consorzi che, secondo i sospetti dei magistrati, fungono da «meri serbatoi di manodopera». Tuttavia, l'importanza della multinazionale sotto inchiesta e il ricorrere di alcuni tratti 'tipici' della somministrazione irregolare di lavoratori, con il loro presumibile sfruttamento, non possono essere ignorati e anzi offrono l'occasione per cercare di illuminare meglio un tratto buio del nostro mercato del lavoro. Dhl, infatti, non è una società qualsiasi ma il leader mondiale della logistica, come orgogliosamente ricorda nel suo sito web. Soprattutto è particolare il suo azionariato, controllato dal 2002 dal colosso Deutsche Post, le Poste tedesche, a loro volta sotto il controllo del governo di Berlino. E, come ogni grande azienda tedesca che rispetta la legge sulla cogestione, la Mitbestimmungsgesetz, Dhl ha un Consiglio di gestione (come il nostro Cda) e un Consiglio di sorveglianza, nel quale siedono in numero paritario azionisti e rappresentanti dei lavoratori, con il compito di sorvegliare e indirizzare appunto le attività gestionali. Insomma, un gruppo 'blasonato' di uno Stato fratello, dal quale tutto ci si potrebbe attendere tranne che anche solo il sospetto di una frode fiscale e un utilizzo illecito della manodopera in un altro Paese dell'Unione Europea. Pur in attesa del giudizio che non spetta a noi anticipare, si può dire che non si tratta semplicemente dell''incidente' di un'inchiesta penale, quanto di un imbarazzante caso diplomatico, proprio all'indomani dell'intesa al G7 sulla tassazione minima delle multinazionali. C'è però dell'altro, oltre alla presunta frode fiscale. Per dirlo con le parole dell'accusa: «La società committente (Dhl appunto) abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l'esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi. Ciò comporta l'utilizzo di fittizi contratti d'appalto per prestazioni di servizi che, invero, dissimulano l'unico, reale oggetto del negozio posto in essere tra le parti, ossia la mera somministrazione di personale effettuata in violazione delle norme che ne regolamentano la disciplina».

LA CYBER SICUREZZA: A LUGLIO PARTE IL PIANO

La sicurezza dei dati informatici è una priorità in tutto il mondo. In Italia dovrebbe partire dal prossimo luglio una nuova infrastruttura, voluta dal Pnrr e dal Ministro Colao. Carmine Fotina sul Sole 24 Ore:

«Il governo studia uno schermo per i dati italiani che passeranno al Polo strategico nazionale e alla modalità cloud. E prepara per luglio la procedura per designare il gestore della nuova infrastruttura: il Recovery plan assegna 900 milioni e, nelle schede in inglese inviate alla Commissione europea, si parla di partenariato pubblico privato (Ppp) come base per affidare il servizio. Il nodo della gara: la governance del sistema sarà nelle mani del ministero per l'Innovazione tecnologica e del Dipartimento per la trasformazione digitale. L'operazione, nata con l'obiettivo di mettere in sicurezza il sistema delle quasi 11mila "sale macchine" della Pa (il 95% è ritenuto non affidabile), secondo il governo dovrebbe consentire un più ampio ringiovanimento digitale dell'amministrazione partendo dal parco applicativo oggi vetusto o nelle mani di pochi player in un mercato sostanzialmente chiuso. Il risultato dovrà essere un risparmio tra il 40 e 50% rispetto all'attuale spesa. Il Polo strategico nazionale sarà un insieme di quattro data center fisici (due coppie ridondanti), con la potenzialità di utilizzare servizi cloud. Sono settimane decisive perché l'intenzione è accelerare per arrivare all'aggiudicazione entro il 2021 e all'operatività nel secondo semestre 2022. Da ambienti di mercato filtra la possibilità che Tim e Google, che già hanno una partnership sul cloud computing, possano presentare insieme a un partner pubblico - Cassa depositi e prestiti o meno probabilmente Sogei - una proposta per la concessione nella forma del Ppp. Come prevede il Codice dei contratti pubblici, solo a valle di questa proposta seguirebbe poi una gara. Sono già pronte cordate alternative: Fincantieri-Amazon web services e Leonardo-Microsoft hanno attivato partnerhisp con lo sguardo volto al Polo strategico nazionale. I soggetti vincenti applicheranno alla Pa un canone annuo. Non sarebbe comunque ancora esclusa l'opzione di procedere direttamente a una gara pubblica senza il modello Ppp nonostante l'indicazione del Recovery plan. Del resto c'è più di un punto ancora oggetto di valutazione».

Repubblica dedica l’apertura del giornale e le pagine 2 e 3 proprio a questo stesso tema. E propone un’intervista ad Alessandro Piva, esperto del Politecnico di Milano, che in sostanza dice: attenzione non regaliamo i nostri dati all’estero. Jaime D'Alessandro.

«Nel campo dei servizi più usati su smartphone abbiamo regalato i nostri dati ad aziende non europee. Mi sembra chiaro che ora non si voglia fare lo stesso errore con il cloud e in particolare con la pubblica amministrazione». Alessandro Piva, direttore dell'Osservatorio cloud transformation del Politecnico di Milano, nonché del neonato tavolo di lavoro sul cloud per la Pa, racconta così l'operazione voluta dal governo Draghi in fatto di infrastrutture digitali. Professore, partiamo dalle basi. Cos' è esattamente il cloud? «Sono servizi offerti attraverso il Web con una serie di caratteristiche: vi possono accedere più persone; la loro capacità e velocità può essere aumentata in automatico aggiungendo risorse di calcolo; la conservazione e l'elaborazione delle informazioni avviene in remoto, sui computer di un centro dati, e non su quello di chi usa il servizio». Ogni volta che ci colleghiamo a Facebook, Spotify, Zoom, TikTok o Netflix sfruttiamo il cloud. Qui però parliamo di una partita diversa. «Esatto. Quella è la parte software, ne fanno parte la posta elettronica come lo streaming. Poi c'è il cloud chiamato "pubblico", quello fornito da aziende come Amazon, Microsoft e Google che hanno buona parte del mercato, a società private e pubbliche. Infine c'è il "community cloud" con infrastruttura e servizi costruiti per esigenze specifiche, una piattaforma di una banca che ha molte filiali ad esempio o quella degli ospedali. In Italia ora si guarda soprattutto alla pubblica amministrazione». Due anni fa Germania e Francia hanno lanciato il progetto Gaia-X, dicendo di volere una sovranità dei dati europea. Le stiamo seguendo? «Gaia-X è un insieme di linee guida su come soggetti pubblici e privati debbano scambiare e conservare i dati. Sono state pensate per proteggere le informazioni degli europei e dei loro enti. L'Italia condivide questo approccio. Di qui l'idea che la pubblica amministrazione debba abbracciare il cloud appoggiandosi al Polo strategico nazionale. Sarà questo a fornire l'infrastruttura con 35 datacenter scelti dall'Agenzia per l'Italia Digitale. Sono quelli che avrebbero le caratteristiche adeguate di sicurezza e affidabilità selezionati sui 1247 censiti. L'altra strada, non necessariamente alternativa, è di usare invece servizi commerciali iniziando a quelli dei colossi del Web, ma con particolari requisiti di sicurezza». 

IMU E BLOCCO DEGLI SFRATTI

Non solo i licenziamenti e non solo l’innovazione digitale. Gli italiani si avviano a pagare fra otto giorni l’IMU, la tassa sugli immobili. Maurizio Belpietro su La Verità prende spunto da questa scadenza per ricordare che anche gli sfratti sono bloccati dall’inizio della pandemia:

«Un po' come sul blocco dei licenziamenti, anche sugli sfratti Draghi sta procedendo con i piedi di piombo, forse per timore delle reazioni sociali o anche per i contraccolpi che potrebbero seguirne per la strana armata Brancaleone che compone la maggioranza, di cui, ricordiamo, fanno parte gli esponenti della sinistra più radicale. Sì, come ha preso tempo sul divieto di riduzione del personale, l'ex governatore sta probabilmente rinviando anche sugli sfratti. Il problema è che fra poco più di una settimana, a quei 100.000 contribuenti toccherà mettere mano al portafogli e per loro sarà un'autentica presa in giro. La soluzione sarebbe semplice, e visto che stiamo parlando di una settantina di milioni, non di una cifra da finanziaria, basterebbe soprassedere. Perché è vero che ci sono italiani in difficoltà, ma tra questi ci sono anche le persone che avevano affittato una casa sperando di trarne un reddito. E invece, al momento, si ritrovano un debito».

5 STELLE, DI MAIO E APPENDINO CON CONTE IN SEGRETERIA

La politica pura si occupa ancora, e molto, del Movimento 5 Stelle, dopo l’intervista-manifesto di Giuseppe Conte. Matteo Pucciarelli per Repubblica.

«Le strade sono ormai separate, una è comunque ben messa, va solo percorsa; l'altra è tutta da costruire, ricominciando daccapo. Da una parte Giuseppe Conte e il nuovo Movimento, dall'altra Rousseau e Davide Casaleggio. Il passaggio e la verifica dei dati degli iscritti, custoditi nella pancia della piattaforma e da trasmettere ai nuovi gestori tecnici del M5S - sono un'azienda di Viterbo sul fronte software e un'altra collegata a uno studio legale di Roma su quello di tutela e conservazione degli stessi - è ancora in corso e necessiterà ancora di qualche giorno. Dopodiché l'ex premier presenterà il nuovo Statuto, la Carta dei valori, magari anche il nuovo nome o un ritocco dell'attuale. Rispetto alla fase del capo politico, la gestione accentrata che fu di Luigi Di Maio, il Movimento 2 tenterà di darsi una forma più collegiale. Potrebbe quindi esserci una sorta di segreteria che affiancherà Conte; si parla di nomi di peso a farne parte, ad esempio la sindaca uscente di Torino Chiara Appendino, ma pure lo stesso Di Maio. Il ministro degli Esteri ancora oggi ha un peso considerevole negli equilibri interni, coinvolgerlo - o tentare di farlo - avrebbe la funzione di rafforzare il nuovo corso, scacciando voci e indiscrezioni su una dualità che tutti tengono moltissimo a smentire. Bisognerà vedere comunque, in caso, se Di Maio sarà disponibile. O se, altra ipotesi, non si darà la possibilità agli attivisti di scegliere loro stessi una rosa di autocandidature. Sul fronte più generale intanto dopodomani Conte parteciperà ad un incontro online con il sindaco di Milano Giuseppe Sala e organizzato da esponenti di Leu (Loredana De Petris, Luca Pastorino e Francesco Laforgia), titolo: "Verde e giusta, l'Italia del futuro". Nonostante la manovra di avvicinamento, è molto difficile che nel capoluogo lombardo centrosinistra e 5 Stelle possano trovare una convergenza sin dal primo turno. Quanto a Rousseau, il percorso da fare è ancora tutto da capire. Casaleggio ha buoni rapporti con Nicola Morra e Barbara Lezzi, i quali stanno lavorando ad un nuovo soggetto politico, ma al momento non c'è un dialogo concreto che porti ad una sinergia». 

Andrea Malaguti su La Stampa intervista Alfonso Bonafede, presentato come il vero “gemello” politico di Conte:

«Alfonso Bonafede, il Movimento 5 Stelle sostiene ancora il governo Draghi? «Sì, il Movimento 5 Stelle ha risposto all'appello del Presidente della Repubblica e vuole continuare a portare avanti questo impegno con lealtà e correttezza dando il suo contributo per il bene del Paese senza rinunciare ai propri valori». Risposta elegante, ma a leggere l'intervista di Conte al Corriere della Sera sembra il contrario. «Allora abbiamo letto due interviste differenti». Cito l'ex premier: alcune decisioni del governo in carica ci hanno disorientato. E' disorientato anche lei? «No e insisto nel dire che Giuseppe Conte ha ribadito chiaramente il nostro sostegno a Draghi. Il che non significa rinunciare alle nostre idee e che non ci siano proposte che non abbiamo condiviso». Quali? «Penso al condono fiscale, ma ancora di più al ruolo dell'Anac, l'autorità nazionale anti corruzione, che non può essere ridimensionato». Teme che il nuovo codice degli appalti metta in secondo piano i principi di legalità? «Non lo temo affatto, ma sottolineo che, realizzando giustamente tutti i meccanismi diretti a favorire la ripresa, non possiamo abbassare la guardia contro la corruzione e la criminalità organizzata». (…) «Lei sa bene che la questione morale sta a cuore non solo a me ma a tutto il M5S. Valori inalterati e nuove battaglie adeguate ai tempi. Tutto qua». Impressione: anche la sua riforma della giustizia è destinata allo scantinato. «Ha l'impressione sbagliata. Intanto non parliamo di una riforma sola ma di quattro (processo civile, processo penale, Csm e reati agroalimentari), che la ministra Cartabia ha apprezzato e che sono tuttora in Parlamento e non in uno scantinato. Direi che è un'ottima base di partenza». Più che sulla prescrizione non sarebbe utile intervenire sulla durata dei processi? «E' una battaglia che ho fatto mia fin dal mio primo giorno come ministro. E ho portato avanti un piano di investimenti e di ampliamento della pianta organica senza precedenti. Un piano che la ministra Cartabia sta confermando e che io avrei spiegato nella famosa relazione che non mi fu possibile presentare in Parlamento». Lei fuggì. «Ma figuriamoci. Sarei stato più che orgoglioso di spiegare quel piano e lo sono tuttora. Per altro constato che chi mi attaccò in quei giorni ha votato lo stesso provvedimento col governo Draghi». Il famoso Conticidio. Crede anche lei al complotto internazionale? «No, al complotto internazionale no. La credibilità di Conte presso le cancellerie europee era altissima, come dimostrano i 209 miliardi del Recovery». Draghi ha partecipato al complotto interno o l'hanno usato? «Né l'una né l'altra cosa. Il presidente Draghi ha risposto all'appello di Mattarella».

Su Libero Alessandro Sallusti scrive un editoriale su Conte e i 5 Stelle:

«Giuseppe Conte torna in politica da capo dei Cinque Stelle. Meglio sarebbe dire che Giuseppe Conte entra in politica per la prima volta, perché fare il segretario di un partito è cosa ben diversa che governare. Ciò che unisce le due esperienze è che Conte è diventato prima premier e poi capo politico senza passare neppure una volta da uno straccio di elezione. L'auto nominato avvocato del popolo in realtá il popolo non l'ha mai visto né interpellato, lui è stato scelto e imposto in entrambi i casi dal fondatore Beppe Grillo, altro che democrazia diretta. E questa seconda volta non per rivoluzionare il Paese ma per normalizzare il partito travolto da esuberanze e incompetenze. Di fatto il grillismo finisce qui, che sarà e che non sarà del contismo lo vedremo strada facendo. Dicono che una delle prime sue mosse potrebbe essere uscire dal governo per cercare di dare al Movimento un'identità che all'ombra di Super Mario sarebbe impossibile esprimere. Possibile, di cose incomprensibili in questi anni ne sono accadute tante, ma non ci credo. Più facile che Conte resti prigioniero sia dei successi di Draghi sia della sete di potere e di poltrone di Di Maio e soci. Conte fino a ora si è mosso prima telecomandato da Di Maio e Salvini (primo governo) poi a colpi di decreti presidenziali emanati protetto dallo scudo dell'emergenza Covid, dal prestigio di Palazzo Chigi e dalle furbate mediati che di Casalino; insomma era pur sempre un presidente del consiglio. Ora non ha privilegi né alibi né fossati a difenderlo; dei discorsi forbiti e dello stile sobrio -elegante i suoi non sanno che farsene, così come chi se ne frega della cantilena quotidiana di Travaglio su quanto lui sia stato bravo, bello e buono, quanto geniali siano state le sue intuizioni e straordinari i suoi risultati. Tutte balle, ovviamente, altrimenti sarebbe ancora in carica. Da oggi Conte torna a essere un cognome, non più un rango. Uno dei tanti cognomi che affollano la politica e i talk televisivi. Con un problema in più rispetto ai suoi competitori: i grillini».

CENTRO DESTRA IN RIVOLTA

Ma se i 5 Stelle, almeno secondo Sallusti, “finiscono qui”, non è che il centro destra se la cavi tanto meglio. Le nozze Berlusconi-Salvini stanno creando molti malumori, e le partecipazioni per ora non sono state spedite. Paola Di Caro sul Corriere:

«È sempre più alta la tensione in Forza Italia rispetto all'ipotesi di entrare in una federazione del centrodestra - dai contorni e contenuti ancora confusi - con la Lega e i centristi dell'area. Ed è talmente delicata la situazione che saltano tutti gli appuntamenti previsti: quello che doveva tenersi ieri alle 18 su Zoom tra Berlusconi e i coordinatori regionali, molti dei quali contrari al progetto; un possibile Comitato di presidenza; la riunione dei gruppi parlamentari di Camera e Senato; il vertice sulle Amministrative fissato per oggi e, per ora, anche il summit che aveva annunciato Salvini proprio per discutere di federazione. Un'impasse totale in un momento delicatissimo. Lo si capisce a sera dal messaggio che il capogruppo della Camera Occhiuto manda ai deputati in chat: l'assemblea di oggi è rimandata ai prossimi giorni su richiesta del Cavaliere. Nel frattempo «vi rassicuro - scrive Occhiuto - che non è all'ordine del giorno alcuna decisione in merito all'eventuale federazione con la Lega. Tutto verrà discusso e approfondito nelle sedi opportune, nel partito e nei gruppi parlamentari». Una decisione, quella di annullare ogni luogo di discussione e di dissenso, quasi obbligata visto che per oggi si prevedeva guerra, con le due ministre Gelmini e Carfagna a guidare il fronte del no. Sì perché, contrarie fin dal primo momento, le due fanno asse in questa fase. E ieri sono entrambe uscite con dichiarazioni molto dure. «Una decisione come quella di federarci con la Lega non può essere il frutto di un'operazione fulminea, ma deve essere discussa, approfondita e valutata con attenzione all'interno degli organismi di partito: serve tempo, coinvolgimento e riflessione», dice la ministra per gli Affari regionali Maria Stella Gelmini, aggiungendo che «sul merito ho già espresso le mie forti perplessità. Penso che la storia, i valori e l'identità di FI vadano difesi e rilanciati, non annacquati in soggetti nuovi o in eventuali fusioni a freddo». Le fa eco la collega titolare del dicastero per il Sud, Mara Carfagna: «Un'operazione politica come questa non si fa con un blitz, con un tweet o un'intervista». E ancora: «Chi si candida ad essere federatore non deve spaccare. Io sto ricevendo in questi giorni una valanga di telefonate di amministratori, sindaci, consiglieri regionali che sono in disaccordo. Molti mi dicono: Mara, la Lega nel Sud è respingente, non sfonda. Non vorrei quindi che questa fosse un'operazione per trasformare Forza Italia in Forza Lega». Insomma, una bocciatura su tutta la linea, condivisa da un'ampia parte del partito, che lascia perplessi anche big come Tajani e Giacomoni, che però è sostenuta da fedelissimi del premier come Mulè, che è in qualche modo la voce della famiglia Berlusconi. E Berlusconi è stato costretto a frenare, perché i problemi di cui discutere sono tanti - tecnici e politici - e perché un sì senza condizioni avrebbe portato a uno strappo nel partito, con parlamentari e big interessati al centro di Toti e Brugnaro, che allo stato hanno deciso di non entrare nella federazione. Il Cavaliere mette in conto che ci sarà chi cercherà altri lidi e anche che si potrà assistere a un travaso di voti verso centro e FdI, ma è difficile dire no a Salvini. Quindi prende ancora tempo. Lo fa lui e anche il leader della Lega, che domenica aveva annunciato che avrebbe illustrato a Draghi la federazione e invece ufficialmente non ne ha fatto cenno. Resta quindi complicato fare previsioni sulle modalità con le quali si dovrà arrivare a un coordinamento più stretto del centrodestra di governo. E anche i due vertici che dovevano tenersi ad horas, quello sulle Amministrative oggi e quello per la federazione domani, non hanno più una data certa. La riunione per scegliere i candidati di Roma slitta almeno a mercoledì (secondo Salvini si farà «entro la settimana»). Quella per discutere del futuro, invece, a FI «al momento non risulta».

Pier Franceso Borgia sul Giornale distingue fra apocalittici (sic!) e pragmatici.

«Il tema della federazione del centrodestra di governo resta uno dei temi portanti del dibattito politico. A osservare le reazioni dei diretti interessati si può tranquillamente dividere la platea in due squadre: quella degli apocalittici e quella dei pragmatici. I primi (soprattutto in Forza Italia) temono che questa idea della federazione possa risolversi nell'annessione del più soggetto più «piccolo» da parte del maggiore. I pragmatici, invece, la leggono come un'opportunità per rendere più efficace il lavoro parlamentare soprattutto per quanto riguarda la presentazione di proposte unitarie al governo di cui fanno parte. E indubbiamente sono i secondi ad essersi avvicinati di più alla natura di questa federazione. Un'idea, peraltro, della quale lo stesso Berlusconi vanta la paternità. Già un paio d'anni fa (erano proprio i primi di giugno del 2019) il leader azzurro ipotizzava una federazione del centrodestra. Allora immaginava un soggetto federato che addirittura si presentasse compatto alle urne con già in mano la lista dei ministri. «Una simile operazione - spiegava in un'intervista al Corriere della Sera - ci porterebbe il 60% dei consensi. Ne sono sicuro». Oggi l'idea di un ritorno alle urne è congelata (stiamo peraltro entrando nel semestre bianco). Quindi l'idea è di rendere più efficace e coesa l'azione parlamentare delle forze che sostengono l'esecutivo».

CON CONTE LEADER E LE NOZZE LEGA-FI, CAMBIA TUTTO

In un retroscena per il Corriere della Sera Francesco Verderami analizza il clima nella maggioranza: sta cambiando la natura del sostegno a Draghi.

«Nella maggioranza in realtà qualcosa sta mutando. È ormai visibile la differenza tra la postura del centrodestra - che si mostra in totale sintonia con l'ex presidente della Bce - e l'approccio del centrosinistra, che sul rapporto con il capo del governo si sta progressivamente sbriciolando. E Conte, con l'intervista al Corriere , ha voluto allargare la crepa. L'evento era nell'aria, al punto che il ministro dem Guerini, in un colloquio con il Foglio , fin dalla scorsa settimana aveva dato una sorta di risposta preventiva all'ex premier: «Le riforme sono più importanti dell'unanimità». Un modo tutto diccì per avvisare l'alleato (e molti suoi «vedovi» al Nazareno) che il Pd non può morire per Conte, perché «il rinnovamento non si può accantonare per salvaguardare una formula politica». Già la storia del complotto aveva stufato, dato che Borghi - fedelissimo del titolare della Difesa - durante una riunione della segreteria dem aveva detto che «far passare Conte per Allende non funziona». Peraltro proprio Borghi - membro del Copasir - aveva di fatto anticipato la discontinuità tra i due governi sulla delicata gestione dei servizi. All'epoca del precedente governo, infatti, era stato lui ad additare il comportamento dell'allora capo del Dis Vecchione: «Tiene così tante relazioni con il mondo della politica, che Conte farebbe prima a nominarlo sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento...». Ma Draghi si tiene lontano dai regolamenti di conti tra (e dentro) i partiti, che al momento sono solo giochi tattici. Compresa la storia della federazione che sta spaccando il centrodestra e dilaniando le fazioni rivali di Forza Italia Il premier comprende che le forze politiche hanno bisogno di spazio per la loro agibilità. Confida capiscano però che le polemiche non pagano, come dimostrano i sondaggi. Sarà un caso, ma a forza di segni negativi nei report, nelle ultime settimane il segretario della Lega e quello del Pd hanno drasticamente ridotto il loro tasso di conflittualità. Per il resto l'inquilino di palazzo Chigi sta sui dossier, trasmette i decreti alle Camere e si fa dare la fiducia: considera la fase ancora troppo fragile e prevede che la messa in sicurezza del Paese sarà un processo lungo. Come lo stato di degenza dei partiti, che - per usare le parole di un ministro - «si richiamano tutti all'agenda Draghi ma non sanno davvero interpretare quella proposta. La avocano, tentando così di mettersi in sintonia con l'opinione pubblica, però non ci riescono». Questo clima politico sospeso durerà finché non verrà formalizzata l'apertura della corsa al Colle, dove - Franceschini dixit - «potrà succedere di tutto». Nel frattempo i partiti sono concentrati sulla Rai, unico dossier di nomine su cui Draghi sa di non poter decidere da solo e dove legittimamente le forze parlamentari chiedono un metodo condiviso. Ecco spiegato il motivo del ritardo nelle scelte. Negli altri ambiti, in primis le riforme, lo schema è invece consolidato: il presidente del Consiglio dialoga con la sua maggioranza, poi però porta in Consiglio dei ministri la composizione dell'accordo, che non è una vera e propria mediazione. D'altronde «nessuno può staccare la spina a Draghi»: e per una volta tutti devono concordare con Renzi».

BELLA CIAO, INNO SESSISTA?

Andrea Marcenaro nella sua rubrica sul Foglio “Andrea’s version” ironizza sull’inno “Bella ciao” al posto di quello di Mameli, proposta di Pd, 5S e Leu.

«Cantarla dopo l'Inno di Mameli? Prima dell'Inno di Mameli? Al posto dell'Inno di Mameli? Solo il 25 aprile? Anche il 26? In accoppiata con "tu scendi dalle stelle al freddo e al gelo"? D'altronde: perché cantare Bella Ciao? Ufficialmente? Che novità sarebbe questa? E le canzoni di Salò, allora? Ah no? Non erano forse, quei giovani, onesti come i giovani partigiani? Non sono, quelle morti, da onorare come queste? E via con un dibattito pieno, ricco, al passo con i tempi. Consolante. Perché conforta sapere che i maggiori intellettuali del paese prenderebbero la parola, che il Corriere aprirebbe le sue pagine alla discussione serrata, che l'onorevole La Russa, pur nel buio costruitogli intorno dall'Anpi, potrebbe esprimere quel No che mai avrebbe lasciato esprimere ai suoi nemici. E gli azionisti, poi, e i nipoti di Revelli, e i moniti di Calamandrei, e le traversate di Italo Balbo, e la Petacci: fidanzata o hitleriana? Ripercorrere tutto questo sarebbe consolante. Infatti già conforta. Così come conforta possedere la certezza che se mai l'onorevole Alessandro Zan venisse informato di come a una femmina si possa dire "ciao" soltanto in quanto "bella" (perché: son brutti i trans?), beh, quello per lo meno vi arresterebbe tutti».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.