Non giocate col coprifuoco

Alla fine c'è un accordo nella maggioranza e da maggio cambia l'orario. Il Pnrr approvato dalle Camere. Conte indeciso sulla rifondazione dei 5S. Guai per Grillo. Auguri al Manifesto

Dunque il Pnrr è stato approvato sia alla Camera sia al Senato. Ma la giornata è stata ancora centrata sulla polemica che riguarda il coprifuoco. Alla fine la mediazione ha prevalso sulla rottura e la mozione di Fratelli d’Italia non ha avuto fortuna. Da maggio le sere si dovrebbero allungare. Oggi ci sarà un altro passaggio delicato e riguarda il Ministro Speranza. Intanto l’esame del merito del Piano continua a impegnare analisti e commentatori. Interessante notare, come fanno i colleghi del Sole, le differenze dei vari Piani nazionali. Piani che ieri Francia e Germania hanno presentato insieme. Sul Corriere della Sera Renato Brunetta torna a vestire i panni dell’economista per esprimere un giudizio di fondo: la vera garanzia sul debito buono dell’Italia agli occhi di Bruxelles è data dalla persona di Mario Draghi. Sarà indispensabile per i prossimi 6 anni, dice Brunetta. Ma in che ruolo? Vedremo. Dal punto di vista economico e pratico, la buona notizia è l’aiuto ai giovani sotto i 35 anni per l’acquisto della prima casa.

Sulle riaperture e le vaccinazioni, segnaliamo le nuove norme sulla scuola che sarà aperta d’estate (per i volontari), mentre Agostino Miozzo annuncia che se ne andrà. Se ne va anche Guido Bertolaso, consulente sulla pandemia per la Lombardia: Il Fatto lo sfotte, Il Giornale lo celebra. La campagna vaccinale sembra andare bene. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 411 mila 428 somministrazioni a livello nazionale.

Dall’Africa notizie drammatiche: uccisi dagli islamisti tre occidentali in Burkina Faso, due di loro reporter spagnoli. Dal Sud Sudan parla il Vescovo cattolico gambizzato per intimidazione. Chiudiamo la Versione con una bella testimonianza del fotografo Elio Ciol e con gli auguri al Manifesto splendido cinquantenne, come direbbe Nanni Moretti. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Nel giorno dell’approvazione del Pnrr, quel che conta di più è a che ora chiuderanno i ristoranti. Il Corriere della Sera: A maggio cambia il coprifuoco. La Stampa sintetizza: È tregua sul coprifuoco. Salvini: resto al governo.  Il Giornale sostiene che è una vittoria del centro destra: Cade il tabù coprifuoco. Il Fatto, tutto sommato, benevolo: Stanno impazzendo. Ad allargare il discorso ci pensa la Repubblica: Draghi chiede lealtà a Salvini. Così come il Quotidiano Nazionale va sul Pnrr: Lavoro, casa, asili: ecco il piano giovani. Per Il Sole 24 Ore conta il confronto con gli altri Paesi europei: Più risorse per ecologia e svolta digitale nel Recovery plan di Francia e Germania. Ancora sul virus Il Messaggero: AstraZeneca e J&J, ok per tutti. Mentre Avvenire pensa ai nostri giovani: (R)estate a scuola. Tutti gli altri viaggiano fra politica e giustizia con Libero: La mafia gestiva il bar del tribunale. La Verità torna sul presunto stupro in Sardegna: Ecco cosa c’è nel video di Ciro che manda Grillo fuori di testa. Il Domani pubblica una vicenda inquietante: Gli affari segreti di Conte. Il Manifesto, che ha una contro copertina celebrativa dei 50 anni, sceglie una sentenza che riguarda l’uso terapeutico della cannabis: Giustizia terapeutica.

SÌ DELLE CAMERE AL PIANO DI DRAGHI

Marco Galluzzo sul Corriere racconta la giornata in cui Mario Draghi ha ottenuto il voto di Camera e Senato sul Piano di ripresa e resilienza:

«Fila tutto liscio, la replica alla Camera, l'intervento in Senato, approvazione del Recovery plan nei due rami del Parlamento, a larghissima maggioranza, come previsto (al Senato, ieri sera, 224 a favore, 16 contrari e 21 astenuti; alla Camera 442 voti favorevoli, 19 contrari e 51 astenuti, compreso gruppo FdI). Mario Draghi trascorre tutta la giornata fra Montecitorio e Palazzo Madama, si scusa con senatori e deputati per i tempi strettissimi del passaggio in Aula: «La data del 30 aprile non è mediatica, ma è per avere i soldi subito». Ma soprattutto tiene a dire che il governo «ha un profondo rispetto per il Parlamento. Le riforme saranno adottate con procedimenti legislativi e il Parlamento avrà un ruolo determinante. La collaborazione di potere legislativo ed esecutivo è cruciale. E l'inerzia istituzionale che si è radicata per la stratificazione di norme negli ultimi 30 anni, è l'altro nemico da sconfiggere. Se lavoreremo tutti insieme l'Italia non sarà più la stessa». (…) Nelle due repliche, alla Camera e al Senato, Draghi difende molti dei punti del Piano, ricorda i 4,6 miliardi previsti per gli asili nido; rimarca i 6,31 miliardi che andranno per le reti ultraveloci, che «nel 2026 saranno ovunque senza distinzioni territoriali». Sul Superbonus dice che a maggio «arriveranno importanti semplificazioni per far sì che la gente lo possa usare di più». Alla fine Salvini lo promuove così: «Mi piace. Avere un premier che alza il telefono e chiama Bruxelles chiedendo rispetto per l'Italia mi inorgoglisce. Qualcuno fino a pochi mesi fa prendeva ordini da Merkel». Il Pnrr potrebbe essere inviato a Bruxelles già oggi, dopo un ultimo esame in Cdm».

Nell’intervista a Renato Brunetta di Federico Fubini sul Corriere, molti spunti interessanti. Il ragionamento del Ministro della PA è in sintesi questo: Draghi è lui stesso una garanzia per i nostri debiti. E lo sarà per i prossimi anni. È il più autorevole dei leader europei, giusto che continui a governare.

«Che succede se Bruxelles ci blocca i pagamenti perché non facciamo le riforme? «Tutto è legato. Ora siamo nel momento Draghi. Draghi sta diventando leader d'Europa un po' perché è lui, un po' perché Angela Merkel sta lasciando e in Francia Emmanuel Macron è preso da questioni interne. A un tavolo del G20 oggi Draghi non è il più potente, ma è il più autorevole. Quando mai ci era successo?». Ma gli altri a quel tavolo non pensano anche che l'Italia è il Paese che ha fatto 210 miliardi di debito in 13 mesi? «Il punto è che la credibilità di Draghi è un asset. E il valore è che l'Italia di Draghi può fare deficit e debito senza pagarne le conseguenze nel giudizio dei mercati. Chiunque lo voglia far cadere deve sapere che non potrà fare né deficit né debito, perché non ne ha la credibilità». Pensa a Matteo Salvini? «Certamente no. Chiunque facesse cadere Draghi avrebbe la strada sbarrata, perché porterebbe l'Italia al default. Invece di avere un Paese potenzialmente leader in Europa, avrebbe un Paese fallito». Avete discusso con Bruxelles del piano. Ora il Recovery vincola anche il prossimo governo? Quello di Draghi può durare solo fino a fine legislatura nel 2023. «Potrebbe durare anche dopo, eh». Un governo Draghi anche dopo il 2023? «E perché no?»Draghi non ha l'aria di voler scendere in politica. «È già sceso in politica: è presidente del Consiglio. E in ogni caso il programma del Recovery è di sei anni e vincola anche il prossimo governo. È un contratto. Il piano europeo e gli accordi conseguenti sull'indebitamento, le risorse proprie del bilancio di Bruxelles e il resto sono un contratto con l'Europa che va oltre questa legislatura». I sovranisti dicono: così il voto dei cittadini viene svuotato, perché chiunque vinca dovrà fare quel che è già deciso altrove. Sbagliato? «I governi sono tenuti a rispettare i contratti, così come devono onorare i titoli di Stato». Carlo Bonomi di Confindustria apprezza il piano ma nota che manca un coinvolgimento delle imprese. «Questo è un impianto di grandi riforme che aggrediscono antiche debolezze italiche, con accanto tanti soldi, in un "dopoguerra da pandemia". La crescita aggiuntiva garantita dal Piano non sta solo nello 0,5% di capitale pubblico più 0,3% di riforme, ma in tutto il capitale privato da metterci grazie allo spazio regolatorio che finalmente stiamo creando, sbloccando i colli di bottiglia che hanno soffocato investimenti e crescita».

“Se dura…” sulla battuta sfuggita a Giorgetti su Draghi, Francesco Verderami sul Corriere costruisce un retroscena sul futuro dell’esecutivo. Il concetto è: Draghi non ha alternative eppure rischia.

«L'altro giorno, parlando delle magnifiche sorti e progressive del governo, Giorgetti aveva illustrato il Pnrr e il piano delle riforme intercalandoli con un amletico «se dura...». Non si sa se il ministro dello Sviluppo economico si riferisse (solo) all'orizzonte temporale di un esecutivo sostenuto da forze che nascondono la loro irrilevanza nelle beghe quotidiane. O se individuasse il problema (anche) in quegli apparati dello Stato che si preparano a opporre una vischiosa resistenza al cambiamento. È un fatto che nei giorni in cui si è discusso di Recovery plan, il Parlamento - tranne rare eccezioni - non è parso sintonizzarsi con l'asprezza della sfida sulle riforme di sistema. Piuttosto ha trovato il tempo per incendiarsi sugli ordini del giorno che riguardavano l'orario del coprifuoco. Ieri sul tema, pur di scongiurare una rottura alla Camera tra le forze di maggioranza, il ministro per i Rapporti con il Parlamento D'Incà era dovuto andare fino al Senato per parlarne con il premier e con Giorgetti. È stato un viaggio a vuoto, come temevano alcuni leghisti, secondo i quali «se Giancarlo è d'accordo non è detto lo sia Matteo». Infatti Salvini, per non farsi scavalcare dalla Meloni, ha disatteso il compromesso insieme a Forza Italia. E ha minacciato di replicare oggi al Senato, dove si vota la mozione di sfiducia presentata da FdI contro il ministro della Salute, Speranza. Il capo del Carroccio sa di non poter oltrepassare certe colonne d'Ercole, ma c'è un motivo se Giorgetti si è lasciato andare a quel «se dura». Perché se da un lato con le sue sortite Salvini appare come una sorta di capitan Fracassa, dall'altro i vedovi di Conte lanciano messaggi minacciosi per quanto meno rumorosi. «Il riformismo calato dall'alto è sempre destinato alla sconfitta», ha detto ieri sibillino l'ex viceministro all'Economia Misiani, durante il dibattito sul Pnrr. E a molti nel suo partito, che è il Pd, sono fischiate le orecchie, perché le parole pronunciate da uno degli uomini più vicini al titolare del Lavoro Orlando segnalano come nel centrosinistra la sfida sia «speculare a quella in atto nel centrodestra», testimoniano lo scontro tra chi convintamente sostiene l'attuale gabinetto e chi lo considera «una minacciosa parentesi». «È come se i partiti non avessero capito che stavolta non c'è un piano B», afferma il renziano Marattin. (…) Draghi si porta appresso l'handicap del fattore tempo. In tal senso, molti parlamentari hanno colto ieri un passaggio della sua replica alla Camera. Mentre leggeva il testo, citando le riforme e indicandone le scadenze, il presidente del Consiglio si è interrotto e ha esclamato: «Certo che ne abbiamo di cose da fare tra maggio e giugno...». Di fronte a uno scenario fatto di scontri tra partiti che sognano la rivincita e di resistenze degli apparati dello Stato, si capisce allora cosa voleva dire ieri sera al Senato, quando ha sottolineato che «il piano si può attuare solo se c'è volontà di successo». Che poi è il «se dura» con cui Giorgetti mette tutti davanti alle loro responsabilità. Siccome per l'Italia non esiste «un piano B».

Beda Romano sul Sole 24 Ore ci informa su Francia e Germania, che hanno presentato i loro Piani in una conferenza stampa congiunta, e ci fa capire in che contesto viene varato il Pnrr italiano.

«Il Fondo per la Ripresa è stato tagliato su misura per la Spagna e l'Italia, i due Paesi più colpiti dalla crisi di quest' ultimo anno. Dei 338 miliardi di sussidi, 69,5 andranno a Madrid, 68,9 a Roma. Il confronto con la Germania e la Francia (25,6 e 39,4 miliardi) parla da sé. Eppure, la conferenza stampa congiunta tenuta ieri dai ministri delle Finanze tedesco Olaf Scholz e francese Bruno Le Maire in occasione della presentazione dei loro rispettivi piani di rilancio è significativa. Prima di tutto in una ottica politica. La crisi sanitaria e lo choc economico hanno colpito la Francia mentre il divario con la Germania era già evidente, mettendo in forse l'equilibrio della coppia franco-tedesca. (…) Parigi ha avuto un ruolo decisivo l'anno scorso nel convincere l'establishment tedesco a indebitarsi in comune per finanziare un nuovo Fondo per la Ripresa a livello comunitario. Il tentativo è stato doppio: creare un nuovo strumento per investire nel sostegno dell'economia, annacquando per così dire il peso preponderante della Germania in un contesto intergovernativo. Forzando il tratto si potrebbe dire che sullo sfondo della conferenza stampa di ieri si stagliava il prossimo incerto voto presidenziale francese. Per battere l'estrema destra di Marine Le Pen, la sfida è di riuscire a far sì che le misure finanziate dal denaro comunitario si tocchino con mano, che il divario con la Germania come minimo si stabilizzi, e che il progetto europeo si riprenda in termini di popolarità. Secondo l'ultimo Eurobarometro, solo il 39% dei francesi ha fiducia nell'Unione europea. Quanto ai piani presentati ieri, salta agli occhi che Francia e Germania abbiano deciso di investire nell'ambiente e nel digitale più di quanto chiesto da Bruxelles (rispettivamente il 37% e il 20% del totale). Parigi intende investire il 50% del totale nell'ambiente e il 25% nel digitale. Berlino intende spendere il 90% del totale dei fondi in questi due campi. Dal canto suo, il governo Draghi vuole convogliare nei progetti ambientali il 40%, e in quelli digitali il 25% del totale. Nel presentare i progetti di rilancio economico, ciascun Paese deve affrontare nodi irrisolti: quelli italiani sono più ingarbugliati e numerosi».

Draghi ha annunciato un rafforzamento del Fondo di Garanzia per l’acquisto della prima casa, per i giovani sotto i 35 anni. Lo scrivono Rosaria Amato e Raffaele Ricciardi su Repubblica.

«Il Fondo di Garanzia per la prima casa si rafforza e raddoppia. Con il prossimo decreto Sostegni il governo rifinanzierà lo strumento a favore delle fasce deboli della popolazione, che ormai da quasi due anni è in attesa di nuovi fondi, migliorandone le condizioni. Non solo: come annunciato dal presidente del Consiglio Mario Draghi («sarà possibile non pagare un anticipo grazie a una garanzia statale appositamente rivolta ai giovani»), è in preparazione un nuovo strumento, che dovrebbe poter contare su uno stanziamento iniziale di 50 milioni, e che stavolta sarà a esclusiva disposizione dei giovani: a gestirlo infatti sarà il ministero competente, guidato da Fabiana Dadone. Il nuovo fondo si aggiungerebbe a quello istituito presso la Consap, e che può contare al momento su un "residuo" di 156,2 milioni, rispetto a una dotazione iniziale di 829,6 milioni. Il Fondo prima casa si limita a garantire una corsia preferenziale agli under 35, oltre che alle famiglie monogenitoriali con figli minori, ai conduttori di alloggi popolari e alle famiglie con figli disabili. La garanzia (per gli acquisti fino a 250 mila euro) permette di superare il vincolo di legge che vieta alle banche di finanziare oltre l'80% del prezzo dell'immobile». 

LA MEDIAZIONE CHE GETTA ACQUA SUL COPRIFUOCO

Si è davvero sfiorata la crisi vera sul tema del coprifuoco, poi all’improvviso i partiti di maggioranza hanno trovato un accordo. Paola Di Caro sul Corriere.    

«Alla fine di una giornata di passione, fatta di colpi bassi tra alleati - FdI e Lega - di trattative febbrili, di accuse reciproche tra partiti di maggioranza che si dividono al momento del voto, in Parlamento viene approvata una faticosa mediazione sul contestato provvedimento del coprifuoco. Dopo una certosina riformulazione del testo (scritto dalla Pd Serracchiani) per mettere d'accordo tutti i partiti di maggioranza e anche il premier Draghi consultato dal ministro D'Incà che teneva le fila, è stato infatti accolto dal governo un ordine del giorno a prima firma Giorgio Silli, di Cambiamo, in cui si impegna l'esecutivo a «valutare nel mese di maggio, sulla base dell'andamento del quadro epidemiologico oltre che dell'avanzamento della campagna vaccinale», le «decisioni prese» nell'ultimo decreto Covid e anche i «limiti temporali di lavoro e spostamento», ovvero il coprifuoco. Di fatto, si mette nero su bianco quello che il governo aveva lasciato intendere tra le righe: se i dati lo permetteranno, verrà ridotto il coprifuoco, ma per arrivarci è servita una sfida all'ultimo sangue tra Meloni e Salvini e un braccio di ferro durissimo nella maggioranza.».

Alessandro Sallusti sul Giornale dedica la parte finale del suo editoriale (la prima celebra un Bertolaso vincitore in Lombardia che torna a Roma) alla fine del coprifuoco:  

«Tutto risolto? No, per niente, ma la strada è sicuramente quella giusta, quella del «rischio calcolato» che da lunedì ci permette di riacquistare alcune libertà che - fossimo rimasti nelle mani del duo Arcuri-Galli - non avremmo potuto neppure immaginare. Tra pochi giorni, salvo imprevisti, cadrà anche il coprifuoco alle 22, misura che anche la maggior parte degli scienziati ritiene inutilmente punitiva. Diranno che Draghi ha ceduto alle pressioni e ai ricatti del centrodestra. Io ho un'altra lettura: Draghi ha fatto fare al centrodestra ciò che lui, premier di una coalizione che ha al suo interno anche la sinistra «chiusurista», voleva fare ma non era opportuno che facesse in prima persona: riaprire l'Italia il più presto possibile. Si chiama «il gioco delle parti», e per fortuna in questo gioco la sinistra non tocca palla.».

ESTATE A SCUOLA, MIOZZO LASCIA

Sulla scuola e sulla particolare estate che vivremo, Gianna Fregonara sul Corriere spiega che cosa succederà, sulla base di una circolare già emessa dal Ministro Bianchi: 

«Un piano che copre tutta l'estate, dalla metà di giugno alla metà di settembre. «Un ponte e un'opportunità per un'estate diversa», come lo ha definito il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi. Lezioni, laboratori, corsi di musica, di arte e di sport ma anche corsi autogestiti dagli studenti più grandi, stage, simulazioni, summer school. C'è un po' di tutto nella circolare che ieri il ministero dell'Istruzione ha inviato ai presidi di tutta Italia per spiegare come dovrà funzionare l'estate delle scuole aperte: la palla ora passa a loro che dovranno proporre idee per i propri studenti e cominciare a organizzare i corsi. Tutti rigorosamente gratis. La cifra stanziata è ambiziosa: 520 milioni di euro, che le scuole potranno richiedere in base ai corsi e alle attività che offriranno. Sono coinvolti tutti, dai bambini di tre anni delle scuole di infanzia fino agli studenti che sbarcheranno in quinta superiore a settembre. I corsi comunque non saranno obbligatori né per gli studenti né per gli insegnanti che, se si presteranno al progetto, saranno pagati extra. Altrimenti i presidi potranno rivolgersi alle associazioni del terzo settore, a esperti e persino a studenti universitari».

Agostino Miozzo spiega oggi al Messaggero che si ritira, vuole andare dal ministro Bianchi e chiudere con il suo impegno per la scuola. È amareggiato:

«Sulla scuola non è possibile che vi siano regioni o comuni che vanno per conto loro, senza applicare le decisioni del governo. Serve uno sforzo per ripartire e andrebbero effettuati molti più tamponi. Qualcuno lo fa, molti altri no». Tra gennaio 2020 e aprile 2021 il dottor Agostino Miozzo, classe 1953, ha vissuto sulle montagne russe della gestione dell'emergenza Covid, prima come coordinatore del Comitato tecnico scientifico («non c'è una decisione di cui ci dobbiamo pentire, non esisteva il libretto delle istruzioni»), poi come consulente del Ministero della scuola. Per lui che in passato è intervenuto sul genocidio del Ruanda, sulla guerra in Somalia, sul terremoto di Haiti e su quelli dell'Italia centrale, sullo tsunami nello Sri Lanka, l'ultimo anno di servizio tra Cts e Ministero della Pubblica Istruzione, è stato, davvero, «the last dance»: da qualche mese è in pensione da dirigente della Protezione civile. Perché si dimette da consulente del Ministero? «Voglio parlarne con il ministro Bianchi, penso che il mio ruolo ormai abbia perso di significato. E sono molto stanco». Però la scuola ha riaperto più o meno alle stesse condizioni di quando era stata chiusa. «Tutti sanno che io sono un sostenitore del ritorno alle lezioni presenza. E non contesto le percentuali fissate dal governo. Però non è accettabile che nei territori ci sia chi contrasta questa operazione, chi lavora per la Dad, quando le indicazioni partono da un governo di emergenza nazionale, in cui è rappresentato l'80 per cento dei partiti. Una follia». Lei aveva chiesto tamponi in tutte le scuole. «Su questo non ho dubbi: andrebbero eseguiti molti più test tra i ragazzi, molti più controlli. Ci sono esempi virtuosi, dall'Alto Adige al Lazio, vi sono comuni e regioni che stanno eseguendo tamponi a campioni nelle scuole. Perché non lo si fa ovunque?».

IL DESTINO DEI 5 STELLE PASSA DAI GIUDICI SARDI

La politica vede ancora il caos dei 5 Stelle in primo piano. Emanuele Buzzi sul Corriere ipotizza un altro rinvio di Conte, aspetterebbe l’autunno per iniziare la rifondazione del Movimento:

«La rifondazione del Movimento? Potrebbe partire dopo l'estate. La voce circola nei corridoi di palazzo, nonostante gli annunci di svolte e kermesse imminenti. Il motivo - stando ai rumors - sarebbe duplice. C'è una chiave politica: le malelingue sottolineano come dietro all'eventuale slittamento ci sia la volontà di non intestarsi come primo passo del nuovo corso l'esito delle Amministrative, dove il risultato - specie se paragonato al M5S di cinque anni fa che vinse da solo a Roma e Torino - rischia di non essere altrettanto esaltante. Ma soprattutto c'è una ragione tecnico-giuridica, che potrebbe scombinare tutti i piani. Il nodo ha a che fare con la causa in corso a Cagliari promossa dalla consigliera sarda espulsa Carla Cuccu. Il 30 aprile si discute il ricorso di Vito Crimi sulla scelta del tribunale di nominare un curatore in veste di rappresentante legale M5S, in quanto Crimi non è stato riconosciuto come tale in una sentenza a fine febbraio. (…) Se i giudici dovessero confermare quanto stabilito a febbraio, allora il Pm chiederà come preannunciato di votare il comitato direttivo, in cui da statuto siede il legale rappresentante del Movimento: una mossa che ragionevolmente potrebbe concretizzarsi nel giro di pochi giorni, forse una settimana. A quel punto, già dopo la pronuncia del tribunale, la kermesse online di Conte prevista per inizio maggio dovrebbe essere messa in stand-by. Si dovrebbe procedere con la votazione online su Rousseau dell'organo collegiale: in questo caso andrà trovato un accordo economico con Davide Casaleggio per garantire la consultazione. Ma il voto dilaterebbe ancor di più i tempi. Conte non è iscritto al Movimento e, oltretutto, pare improbabile che voglia candidarsi per un organo interno che non prevede particolari distinzioni tra i suoi membri. Nell'ipotesi che tutto ciò avvenga, allora sarebbero ancora i vecchi big M5S - da Luigi Di Maio a Paola Taverna, da Dino Giarrusso a Danilo Toninelli - a tornare protagonisti, sfidarsi tra di loro e sedersi al tavolo sia con Rousseau sia con Conte e Grillo per gestire la transizione e risolvere le questioni pendenti. Uno scenario che darebbe ai cinque un «potere contrattuale» non irrilevante. L'iter dovrebbe durare almeno un paio di mesi, facendo slittare appunto la nuova fase alla fine dell'estate».

Luca De Carolis sul Fatto vede invece nell’intreccio fra Casaleggio, i rimborsi dei parlamentari e l’elenco degli iscritti, custodito dalla piattaforma Rousseau, i guai principali per Giuseppe Conte.

«Per presentare ai primi di maggio il suo piano di rifondazione Conte deve prima farsi consegnare da Davide Casaleggio i dati degli iscritti, necessari per votare su una piattaforma web - quale, si vedrà - il nuovo capo e la nuova segreteria, assieme a Statuto e Carta dei valori. Ma per consegnare nomi e indirizzi Casaleggio pretende soldi: se non i 450mila euro di versamenti arretrati che chiedeva, almeno una parte. Il M5S inizialmente ne aveva proposti 240mila (calcolati sugli eletti rimasti), per poi trattare sui 150mila. "Ma i contatti sono difficili" soffia una voce vicina a Casaleggio. Bel guaio per Conte, che peraltro non ha ancora trovato un'alternativa a Rousseau. "Per la nuova piattaforma si parla di almeno metà maggio" sussurra un big. Ma sembra una previsione ottimistica. Non a caso, il Movimento contempla ancora di (ri)chiedere a Casaleggio un ultimo giro di votazioni sulla sua Rousseau. In tutto questo c'è anche il tema del futuro di Beppe Grillo, che starebbe meditando il passo di lato dopo il disastroso video sul figlio accusato di stupro. Se ne parla da giorni, dell'addio, ma non ci sono certezze in uno scenario che è tutto un interrogativo. Così friabile da preoccupare anche i vicini di casa del Pd. Anche per questo, ieri Casalino ha seminato rassicurazioni agli eletti: "Il progetto di Conte vuole coinvolgere tutti". Ricevendo, pare, risposte alquanto plumbee. Così in queste ore per frenare la slavina si sarebbe mosso anche Luigi Di Maio. Ma il ministro degli Esteri è nervoso, e non lo nasconde. "Aspettiamo fino a giugno, poi si vedrà" ripete nelle riunioni con i parlamentari più stretti. Attenderà, ancora, Conte, che lunedì ha visto i ministri a 5Stelle per discutere assieme del Pnrr, e che ha ormai completato il nuovo Statuto. Lavora a una segreteria larga, con molte donne (circolano i nomi di Lucia Azzolina e della viceministra al Mise Alessandra Todde). Domani parlerà a un'iniziativa del dem Goffredo Bettini, assieme al segretario del Pd Enrico Letta. E proverà a spegnere l'incendio».

IL CASO GRILLO FRA GIUSTIZIA E POLITICA

C’è ancora molto spazio sui giornali di stamattina dedicato all’inchiesta giudiziaria sul presunto stupro in cui è coinvolto il figlio di Beppe Grillo. Repubblica, Verità e Stampa dedicano pagine intere di dettagli e aggiornamenti. Maurizio Belpietro su La Verità nell’editoriale, titolo Bisognerà indagare pure sulle giravolte politiche, insinua, citando Sgarbi, che lo stesso governo Conte 2 sia nato per archiviare il caso giudiziario:

«Grillo e compagni erano se non certi almeno convinti che l'accusa sarebbe finita in un'archiviazione e il processo che oggi qualcuno paventa non si sarebbe mai celebrato. Non so se sia vero ciò che Vittorio Sgarbi ha detto e che qualcun altro ha insinuato, e cioè che il governo Conte bis, quello con il Pd, sia nato per tutelare il figlio di Grillo, ma il fatto che a distanza di circa due anni si nomini un esperto, cioè si cerchi di correre ai ripari per dimostrare che lo stupro non c'è stato, qualche dubbio lo insinua. In tv, da Massimo Giletti, il critico d'arte ha detto: «Sono in rapporti molto stretti con i grillini della prima ora a cui Beppe Grillo ha confessato che il suo unico problema era tutelare il figlio». Del resto: «Chi è il nemico del Movimento? Il Pd. E il nemico principale di Grillo? Renzi». Dunque, è la logica conclusione di Sgarbi, ma anche di altri, il fondatore dei 5 stelle si allea con quello che fino al giorno prima definiva l'Ebetino di Firenze e fa nascere il governo giallorosso. E poi, caduto questo, dà via libera perfino all'esecutivo di Mario Draghi, arrivando a definire - in quello che pare uno sketch comico - il presidente del Consiglio «uno di noi», che chiede addirittura di iscriversi al Movimento. Ecco, sui fatti accaduti quella notte di due anni fa in Sardegna, nella villa dell'Elevato, decideranno i giudici. Ma su quel che è successo dopo, sui governi che sono stati formati e sulle conseguenze che ne sono derivate per il Paese, forse è bene che decidano gli elettori. Perché a questo punto non si tratta solo di accertare se ci sia stato uno stupro di gruppo ai danni di una giovane donna, ma anche se qualcuno a Grillo abbia promesso qualcosa, magari un inconfessato scambio. Sulla pelle di una vittima e pure su quella degli italiani».

DUE REPORTER UCCISI, PARLA IL PRETE GAMBIZZATO

Gli islamisti tornano ad uccidere in Africa. Uccisi due reporter spagnoli in Burkina Faso. Giordano Stabile sulla Stampa.

«Erano penetrati nel mondo dei narcos e vissuto l'inferno dell'assedio di Aleppo ma la morte li aspettava lungo una pista ai bordi di un parco dell'Africa occidentale, in Burkina Faso. Lunedì pomeriggio i reporter spagnoli David Beriáin e Roberto Fraile sono finiti in un agguato e catturati da un gruppo affiliato ad Al-Qaeda. I terroristi forse speravano in un riscatto. Poi hanno capito che non c'erano margini di trattativa. Oppure si sono sentiti minacciati dall'operazione lanciata dalle forze governative per individuarli. Fatto sta che ieri hanno ucciso a sangue freddo i due spagnoli, e un irlandese - un dipendente di una Ong conservazionista - sequestrato assieme a loro. In un audio il Jamat Nusrat al-Islam wa al-Muslimin, Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani, ha rivendicato l'attacco e l'esecuzione. Beriáin, famoso per le sue inchieste televisive sul narcotraffico, e il cameraman Fraile vanno così ad aggiungersi alle millecento vittime del terrorismo negli ultimi cinque anni in quel Paese del Sahel. Ma non erano lì per occuparsi di Al-Qaeda, o delle branche dell'Isis che operano con altrettanta ferocia. Giravano un documentario sulla caccia di frodo nelle riserve naturali e la corruzione che l'accompagna. Il documentario doveva essere trasmesso dalla catena ispanofona Movistar Plus e affrontare anche i problemi delle popolazioni che vivono accanto ai parchi».

Pier Luigi Vercesi del Corriere ha intervistato padre Christian Carlassare, il prete missionario di origine veneta nominato Vescovo in Sud Sudan, gambizzato come avvertimento per la sua ordinazione prevista a Pentecoste.

«Li ha riconosciuti? «No, erano due giovani e non li avevo mai visti. Non volevano colpire me come persona, questo è chiaro, miravano al ruolo che ricopro». Che cosa ha pensato mentre la tenevano sotto tiro: ha rivisto tutta la sua esperienza di missionario in Africa? «Ero certo che mi avrebbero ammazzato. Ho pensato solo: così sia, sono pronto. La mia vita è data. E basta. Non ho avuto molto tempo e mi sono concentrato sull'attimo che stavo vivendo. Per un istante ho calcolato se vi fosse una via di fuga ma ho riposto subito l'idea, sarebbe stato assurdo farmi uccidere con una pallottola alla schiena. Parlavo, parlavo, e loro non rispondevano. Poi hanno esploso i colpi, sei o sette, e quattro mi hanno raggiunto alle gambe. Quando ero già a terra credo mi abbiano colpito alla testa». Quindi non sa cosa è accaduto dopo? «Sono arrivati tre sacerdoti, credevano fossi morto mentre invece ero vigile, solo che mi sforzavo di parlare e non usciva la voce. Lì sì che mi si sono affastellati nella testa i tanti momenti vissuti in Africa, in positivo, però: capivo che mi avevano reso più forte, che ce l'avrei fatta anche questa volta. Sono riuscito a parlare solo quando sono arrivati i seminaristi, loro mi hanno raccolto da terra e mi hanno portato all'ospedale del Cuamm». Appena in forze intende tornare al suo posto? «Certo, un istante dopo essermi rimesso in piedi. La mia gente sta soffrendo più di me per quanto è accaduto. Ripartiremo insieme, più forti e, spero, più saggi di prima. Quando ho accettato la nomina a vescovo sapevo di poter correre qualche rischio, ma l'idea di poter essere vittima di un agguato premeditato non mi ha mai sfiorato. Ora che ci penso è stata una mia leggerezza: questa terra ha subito tale e tanta violenza da essersi dimenticata il valore del dialogo. La gente conosce l'amore, ma ha bisogno di essere educata alla pace. Mentre mi portavano all'aeroporto, una donna, per strada, ha gridato: "Torna padre, se devi morire, moriremo insieme"».

MEMORIE DI UN GRANDE FOTOGRAFO

Stefano Lorenzetto propone una delle sue interviste, a paginata intera, sul Corriere della Sera con il grande fotografo Elio Ciol. 82 anni, friulano, nato e cresciuto a Casarsa, lo stesso paese di Pier Paolo Pasolini, Ciol ha raccontato un pezzo d’Italia attraverso i suoi scatti. Primo soggetto delle sue foto più famose proprio il giovane Pasolini.  

«Lo fotografai quando, mentre era sul set di Medea , venne a salutare la zia Enrichetta insieme con Maria Callas, che avrebbe voluto sposarlo. L'anno prima l'avevo incontrato alla Pro civitate christiana di Assisi. "Che ci fai tu qui?", si stupì. Gli spiegai che proprio lì nel 1963 avevo conosciuto Rita, una ragazza del luogo che due anni dopo era diventata mia moglie. Pier Paolo accettò di farsi fotografare nell'Eremo delle carceri. Il suo viso mi sembrò pieno di grazia. L'idea di girare Il Vangelo secondo Matteo gli era venuta trovandone una copia nel comodino della camera mentre era ospite della cittadella fondata da don Giovanni Rossi». Lei perché frequentava quel luogo? «Fu un consiglio del mio parroco: "Se vuoi imparare che cos' è l'arte, vai là". Aveva ragione. Cominciai a realizzare servizi fotografici per Rocca , la loro rivista. Partecipavo ai convegni di studio con personaggi come Giorgio La Pira, Roger Garaudy e Piero Bargellini». Quando fu trovato il cadavere di Pasolini a Ostia, che cosa pensò? «Niente. Sono talmente lontano... Non ho mai voluto indagare». Il pittore e saggista Giuseppe Zigaina sosteneva che organizzò per 15 anni con meticolosità un delitto-suicidio e indicò il come: «Ucciso a colpi di bastone». «Conoscevo Zigaina. Ma la sua tesi del "regista martire per autodecisione", per consegnarsi alla Storia, è solo fantasia». Ha mai pensato di lasciare Casarsa? «Luigi Crocenzi, il fotografo che collaborava con Il Politecnico di Elio Vittorini, mi convinse a stare a Milano per quasi un anno, alla Fondazione Arnaldo e Fernando Altimani. Mi mancavano i campi. Mi sentivo prigioniero, chiuso fra muri. L'unico sollievo era la domenica, quando Gioventù studentesca mi chiamava nella Bassa a fotografare 500 ragazzi per volta. Sento ancora nelle orecchie la voce roca di don Luigi Giussani: "Elio! Assisi". Non ho mai capito che cosa volesse dire». (…) Lei ha mai lavorato per la moda o per la pubblicità? «No, ma avrei potuto benissimo farlo per campare. Pagavano parecchio». Invece ha vinto il World press foto. «Per la categoria ambiente e paesaggio: vitigni come disegni, gelsi come sculture. Non certo per reportage di guerra. Solo una volta andai in Vietnam per Il Sabato a documentare la vita di migliaia di boat people ammassati su un'isola-lager di 1 chilometro quadrato». Ha mai realizzato nudi artistici? «No. A che scopo? A Casarsa? Il paese è piccolo, la gente mormora». I giornalisti possono edulcorare la realtà con le parole. Lei come la corregge? «Con un gioco di forme, luci, contenuti. Solo che serve tempo per impararlo». Che cosa sa di Photoshop? «Poco. Non ho l'età, come la Cinquetti. Del ticchete tacchete sa tutto mio figlio». È vero che William Congdon, il pittore statunitense amico di Igor Stravinsky, scoprì la fede cattolica grazie a lei? «Fui solo il fotografo del suo battesimo di conversione, ricevuto nel 1959 ad Assisi, quando aveva già 47 anni». Quanto c'è di spirituale nella sua arte? «Molto, spero. La contemplazione, capire perché sono qui. Il senso religioso delle cose mi avvolge. Nel 1977 andai in Iraq per un libro fotografico. A Mosul non c'era posto in albergo. Mi misero a dormire su una branda all'aperto. Fu la più bella notte della mia vita. Il viso nel cielo. Strati di stelle, una quantità indescrivibile. Com’è grande l'infinito». Dio come se lo immagina? «Non ci riesco. È presente, mi pervade. Non siamo noi a comandare».

IL MANIFESTO COMPIE 50 ANNI

Noi che amiamo i giornali, non possiamo ignorare un bel compleanno: quello del Manifesto. Oggi il foglio fondato da Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Valentino Parlato, Luciana Castellina ed altri, compie 50 anni. Norma Rangeri, attuale direttore, lo celebra, in un numero speciale che raccoglie gli auguri della politica e del giornalismo italiani, da Mattarella in giù. La Versione si unisce ai festeggiamenti. Ecco uno stralcio del pezzo della Rangeri:    

«Ora, che compie 50 anni, ha poche rughe, è in forma, forte, tenace. Combattivo come il primo giorno, quel 28 aprile del 1971 che è ormai la data di una storia giornalistica così lunga da rendere il manifesto, tra i quotidiani nazionali, il più longevo dopo La Stampa e il Corriere della Sera. Il suo intreccio di ideali vive nel cuore e nella mente di milioni di persone; una storia politica maturata nel 1969 con l'omonima Rivista e subito dopo con la nascita del gruppo extraparlamentare; una vicenda collettiva, di una comunità di donne, uomini, ragazze, ragazzi e esponenti della vecchia guardia, che ci sostengono nella indefessa convinzione che un mondo diverso sia possibile. Cinquant' anni fa nessuno mai avrebbe immaginato che la grande corazzata del Pci sarebbe sprofondata e il fragile vascello del manifesto gli sarebbe sopravvissuto. Se questo è accaduto, verosimilmente è perché quel ramo, che si separava dal grande albero, già si predisponeva all'innesto, alla contaminazione feconda con l'onda d'urto travolgente del '68, coniando, con l'invenzione di un quotidiano, una nuova, originale forma della politica. Fu un incontro di reciproco, ricambiato amore che, nonostante tutto, traguarda ora il mezzo secolo. Arrivare fin qui è stato un laico miracolo: l'esistenza del manifesto è segnata da momenti duri, difficili, perfino traumatici. Non una, ma più volte, siamo stati sul punto di chiudere definitivamente la nostra avventura. (…) Ci siamo comunque: da 50 anni, appunto. Un fatto sorprendente anche per noi. Del calo delle vendite conseguente alla crisi della carta stampata non potevamo non risentirne; ma per fortuna meno dei giornali più grandi, che abbiamo visto arrampicarsi come naufraghi ai soccorsi derivati dai prepensionamenti, riducendo drasticamente i posti di lavoro. Quanto alla crisi della sinistra - una crisi ormai costante - anch' essa non poteva non coinvolgere il manifesto. Senza travolgerlo, però. Come si spieghi questa capacità del giornale di reagire alla quasi scomparsa delle componenti politiche e sociali che hanno animato per decenni la sinistra, e come si giustifichi la sua resistenza alla deriva della carta stampata mentre emergevano nuovi media, è difficile dirlo. A me pare che la si possa forse spiegare con il fatto che il manifesto ha saputo, nonostante le avversità, mantenere un doppio ruolo: di buon testimone del passato e di non scontato interprete del presente. Resistiamo alla prepotenza del capitalismo, assistiamo alle alterne fortune del liberismo, e continuiamo a stare dalla parte dei lavoratori meno tutelati, persuasi che un welfare non di risulta, bensì asse centrale dell'economia, sia insostituibile».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.