OMBRE ROSSE SU MARZO

Nuovi divieti, con le scuole in DAD. Le varianti spingono il contagio. Sui vaccini l'Europa perde pezzi e un po' la faccia. Primi passi del Generale. Non dimentichiamo le carceri.

Ci mettono la faccia i ministri Speranza e Gelmini, con il contorno degli esperti del CTS, Brusaferro e Locatelli... Draghi non c’è, neanche nel cortile di Palazzo Chigi, che fu teatro, anzi loggione, dell’ultimo applauso a Giuseppe Conte. Sono passati pochi giorni ma sembra un secolo. Siamo in guerra. Il nemico virus ha un fortissimo colpo di coda: i numeri raccontano che le prossime due settimane saranno forse le peggiori dall’inizio di questa epidemia. Esempio significativo: la variante inglese è passata in Lombardia dal 35 per cento al 64 in due settimane. Un boom dei contagi a livello nazionale da attribuire nella maggioranza dei casi, il 54 per cento, proprio alle varianti. Ci rimetteranno le scuole, anche se finalmente gli esperti hanno dato un criterio oggettivo: le autorità locali possono passare alla DAD quando ci sono più di 250 contagi ogni 100mila abitanti. Polemiche, come sempre su questa vicenda. Ma c’è un tilt linguistico che è anche logico in questo dibattito. Si dice che le scuole “chiudono” se c’è la Didattica a distanza. Ma non è un modo per disprezzare i sacrifici e il lavoro prezioso di studenti e insegnanti? Il responsabile, pensa un po’ francese, della task force europea sui vaccini spiega al Corriere che i ritardi sono la conseguenza della nostra maggiore sicurezza di cittadini europei. E poi dice che noi italiani non usiamo le dosi assegnate. A proposito, Il Foglio e Il Fatto difendono l’operato di Arcuri, mentre il generale degli alpini sta studiando come mettere mano alla situazione. In politica i grillini rischiano di finire in Tribunale, trascinati da Casaleggio mentre la Meloni invoca dall’opposizione un intergruppo del centro destra. La Cartabia ricorda che oltre alle scuole ci sono anche le carceri. Ma vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Torna la parola scuola a dominare nelle scelte per le prime pagine. Il Corriere della Sera sintetizza così le nuove disposizioni: Scuole e movida, le nuove regole. La Repubblica: Scuole chiuse in mezza Italia. Il Messaggero più correttamente ricorda che saranno le autorità locali a decidere: Scuola, decidono le regioni. Il Manifesto gioca sulla terminologia da sanzioni disciplinari: Sospesi. Quotidiano nazionale abbozza una spiegazione e apre ad un discorso più generale: Chiusi più di prima: «È per le varianti». Come Il Giornale, che tende sempre a presentare le chiusure come scelta di sinistra e le aperture invece di destra, la scuola è il contrario però, e si mostra deluso dopo l’euforia di ieri: ANCHE DRAGHI CHIUDE. Avvenire è giustamente quaresimale: Un altro marzo di prova. Mentre La Stampa sottolinea i soldi investiti dal Governo: Draghi: dodici miliardi di sostegni. Il Fatto ironizza sulla forma del decreto, identica a quella dei governi Conte: Dpcm, ancora tu. La Verità di Belpietro attacca la Ue soprattutto sui vaccini: IL SUICIDIO DELL’EUROPA. Mentre Libero spiega come nel mondo in tanti pensano alle future vacanze: Se fai vacanza a Dubai ti fanno pure il vaccino. Tocca al Sole 24 Ore tirare un po’ su la reputazione di Bruxelles: Banche, la Corte Ue dà l’ok ai salvataggi. Basterà?

PRIMO DECRETO, DRAGHI DIETRO LE QUINTE

Divieti da Covid. Ancora un DPCM, che scatta dal 6 marzo, in vigore fino al 6 aprile. Ieri, con congruo anticipo, viene spiegato che cosa contiene in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Monica Guerzoni lo racconta sul Corriere della Sera:

«Dopo la loquacità di Conte, il silenzio del premier fa notizia. Raccontano che durante i vertici «Draghi ascolta, prende appunti, annuisce, ma non parla quasi mai». Poi però fa la sintesi e decide. La notizia, che in tempi normali non sarebbe tale, è che «presto Draghi risponderà alle domande». Dove? Quando? La comunicazione della presidenza del Consiglio, lontana anni luce dalla «narrazione» dell'ex portavoce Rocco Casalino, sta studiando l'agenda con i primi impegni esterni del presidente. Per carattere Draghi non è incline al trionfalismo né al presenzialismo e in un momento tanto difficile per il Paese non ritiene opportuno cercare le luci della ribalta. Ma poiché è convinto che le scelte dell'esecutivo vadano illustrate e motivate, ha ritenuto giusto che fossero i due ministri che più hanno lavorato al dossier a prendersi oneri e onori della conferenza stampa. Dove l'onere - condiviso con i tecnici del Cts Silvio Brusaferro e Franco Locatelli, che hanno ispirato la nuova stretta - è spiegare la scelta dolorosa di chiudere le scuole in tante zone d'Italia, anche nelle regioni arancioni e gialle. Il segnale di discontinuità non riguarda solo la comunicazione, il cui nuovo motto si può riassumere con la formula «lavorare di più e parlare di meno». Il cambio di passo è anche sul metodo e Draghi si dice «soddisfatto» della partenza del governo. Il testo del Dpcm è stato condiviso con le Regioni in ogni passaggio e il presidente, raccontano, ha apprezzato il piglio con cui la ministra forzista Mariastella Gelmini, responsabile degli Affari regionali, ha ammonito l'incoerenza di quei governatori che spingono per avere le scuole chiuse e i negozi aperti. Anche su Speranza la valutazione è positiva, Draghi è in sintonia con la linea rigorista del ministro della Salute e ancora non vede le condizioni per riaprire alcunché».

QUESTIONE SCUOLA. MA DAD NON VUOL DIRE CHIUDERLA

Alessandra Ziniti su Repubblica illustra, al di là del metodo e dell’immagine, il cuore delle decisioni. La contraddizione sta nel fatto di usare continuamente l’espressione scuole chiuse, per significare la didattica a distanza. Anche nell’idea di “allungare il calendario scolastico” si ragiona così. Scrive la Ziniti:

«Alla fine il governo ha deciso di sposare la linea del Comitato tecnico scientifico: scuole di ogni ordine e grado chiuse automaticamente in zona rossa (asili compresi) mentre, in caso di raggiungimento della soglia limite di rischio di 250 casi settimanali ogni 100.000 abitanti in territori in giallo o in arancione, toccherà ai governatori o ai presidenti delle province autonome assumersi la responsabilità di rimandare i bambini e i ragazzi a casa. Se - come sta già accadendo nelle decine di zone in arancione scuro - decideranno di adottare ulteriori restrizioni rispetto a quelle previste dal Dpcm nazionale, potranno anche chiudere le scuole e ripristinare la Didattica a distanza per tutti. È quello che voleva il ministro della scuola, Patrizio Bianchi, che lunedì sera, in cabina di regia, si era energicamente opposto all'ipotesi di prevedere un meccanismo automatico di chiusura degli istituti nelle zone arancioni dove, invece, sarebbero rimasti aperti negozi e centri commerciali. I presidenti delle Regioni potranno intervenire anche «in caso di motivata ed eccezionale situazione di peggioramento della situazione epidemiologica». Chiusure localizzate non per forza valide in tutta la regione, ma solo nei territori, comuni, province dove il dilagare delle varianti dovesse mandare fuori controllo l'epidemia. Misure che - il governo lo ha ben chiaro - porteranno purtroppo progressivamente alla chiusura di centinaia di scuole, rilanciando l'ipotesi, contestata, di un allungamento del calendario scolastico. «Il tema della scuola è decisivo, c'è l'attenzione di tutto il governo. Abbiamo deciso queste misure - spiega il ministro della Salute, Roberto Speranza - perché c'è un fatto nuovo, la capacità d'impatto della variante inglese sulle generazioni più giovani, che diffonde il contagio e che può aumentare la velocità della curva. Continueremo ad analizzare i dati e valuteremo se ci sarà necessità di aggiornare le misure. Io ritengo che ci sarà bisogno di un'ulteriore riflessione su un eventuale allungamento del calendario scolastico». 

Il Corriere della Sera intervista uno dei Presidenti di Regione, Giovanni Toti della Liguria, che adesso potrà decidere le chiusure sulla base del criterio stabilito dagli esperti:

«Ora il Cts ci ha dato parametri precisi (250 contagiati ogni 100 mila abitanti) e responsabilizza le Regioni. A certe condizioni, quindi, ora è possibile chiudere le scuole senza lasciar correre il virus solo per tenere fede a un'idea elitaria dell'istruzione e della cultura». Per essere più chiari, lei non condivide l'opinione di chi dice che le scuole devono rimanere sempre aperte? «Proprio così. Non sono abituato a gestire con pregiudizi culturali attività e mondi diversi a seconda di come mi piacerebbe. Le scuole, quindi, non possono rimanere aperte a dispetto di tutto. Laddove ci sono condizioni critiche si interviene anche se non fa piacere. (…) Il Paese è al limite della sopportazione. Non possiamo affrontare la situazione con un approccio ideologico». A chi dice «chiudiamo tutto ma non le scuole», cosa risponde? «Non sono per nulla d'accordo. Il parametro che ci ha dato il Cts ci aiuta». (…) L'abbassamento dell'età media dei contagiati è un altro campanello d'allarme. «Senza dubbio. Finora è parso che sulla scuola si consumasse una battaglia ideologica tra chi ama la cultura e chi è bifolco e pensa solo all'economia. È evidente che non è così. Bisogna essere concreti. E agire con provvedimenti mirati e rigorosi».

VACCINI 1. LE PRIME DECISIONI DEL GENERALE

Ora tutti guardano alla distribuzione dei vaccini. Un anno fa l’unico strumento di difesa dal Covid erano le mascherine, le distanze e stare chiusi in casa. Oggi il campo di battaglia è soprattutto la vaccinazione di massa, l’esperienza di Israele ha dimostrato alla comunità scientifica mondiale che non è solo un modo per evitare di prendere la malattia. Ma previene e blocca il contagio. E allora vediamo le prime mosse del nuovo Commissario, il Generale degli alpini Figliuolo, nell’articolo di Repubblica firmato da Giuliano Foschini e Fabio Tonacci:  

«Si comincerà convertendo i 142 drive through della Difesa, dove vengono fatti i tamponi, in strutture per vaccinare, dunque dotando i parcheggi di tende e container (coinvolti 470 medici e 798 infermieri militari). L'Esercito lavorerà fianco a fianco con il sistema di Protezione civile, che può mettere in campo i 300 mila volontari tra Croce Rossa, Misericordie e Anpas. Fabrizio Curcio, nella prima riunione con i delegati delle Regioni, ha spiegato che l'intenzione è allestire hub di dimensioni medio-grandi, evitando la polverizzazione dei centri di somministrazione. «Raggiungeremo i piccoli paesi con gli ambulatori mobili» È chiaro però che nessun piano può funzionare se mancano le dosi. Il governo ha in mente un numero: 12 milioni di dosi. È la somma delle dosi che arriveranno a marzo (10 milioni) più le 2 milioni ferme nei congelatori delle regioni. Ma si discute anche della possibilità di utilizzare AstraZeneca in maniera diversa: ritardando la seconda dose, oppure rendendolo disponibile anche per gli over 65, come accade in Gran Bretagna. «Ci blocca - spiega Pierluigi Lopalco, assessore in Puglia ed ex capo programma per le malattie prevenibili al Centro europeo di Stoccolma - la decisione dell'Aifa che nasce dai dati, non coerenti, presentati dall'azienda». Il generale Figliuolo ci sta pensando. Nel frattempo ha parlato con Arcuri su come è stata impostata finora la gestione ordinaria delle forniture, dalle mascherine ai ventilatori. Altro passaggio non scontato è quello del sistema informatico: il database che alimenta la dashboard con il conteggio delle vaccinazioni e la distribuzione dei dpi gira su un cloud che dovrà essere trasferito alle forze armate. C'è anche l'ipotesi di fare un database unico di prenotazione da condividere con le regioni. Figliuolo ha chiesto informazioni sui contratti con le case farmaceutiche. Mentre il ministro Speranza ha messo sul tavolo l'ipotesi di un passaporto vaccinale: «Da discutere però con l'Europa».

VACCINI 2. AUSTRIA E DANIMARCA ROMPONO IL FRONTE UE

Monta nell’opinione pubblica la sensazione che l’Unione Europea (proprio ora che siamo tutti europeisti) sia stato il principale freno ad un efficiente piano continentale di vaccinazioni. I ritardi e le incertezze su Astrazeneca (che ha il difetto di costare molto poco), l’opacità delle grandi case farmaceutiche nei contratti con la Von der Leyen, le diffidenze sul vaccino russo, le raccomandazioni sull’obbligo della seconda dose si sono concentrate a Bruxelles. Francesca Basso sul Corriere della Sera racconta come l’Europa stia perdendo dei pezzi…

«Austria e Danimarca si alleano con Israele per sviluppare vaccini di seconda generazione capaci di resistere alle varianti del Covid-19. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e la danese Mette Frederiksen ne discuteranno domani con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. E studieranno la campagna vaccinale di Israele, che ha già immunizzato il 90% dei suoi 9,3 milioni di abitanti. Frederiksen ha espresso dubbi sul programma europeo per i vaccini: «Non credo da solo regga», è stato il suo commento. E per il cancelliere austriaco Kurz, che è in trattativa anche con Mosca per lo Sputnik V, l'Austria deve prepararsi «a nuove mutazioni e non dobbiamo essere dipendenti solo dall'Ue nella produzione di vaccini di seconda generazione», ha spiegato alla tedesca Bild , aggiungendo che «in estate ci siamo accordati perché i vaccini venissero approvati e forniti agli Stati membri per tempo». Per Kurz «l'approvazione da parte dell'Ema è stata troppo lenta» e la fornitura dei vaccini ha subito da parte delle case farmaceutiche delle strozzature.».

Ma chi guida la task force europea sui vaccini, istituita all’inizio dello scorso mese? Quella che lo stesso Burioni ha accusato di incompetenza negli acquisti dalle case farmaceutiche? Un francese, Thierry Breton, che risponde alle domande del Corriere della Sera. Con una certa sufficienza e anche con malcelata irritazione verso gli “amici italiani”:

«In Europa abbiamo cercato di fare in modo che i vaccini messi sul mercato avessero tutti l'autorizzazione dell'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali. Tutti i Paesi hanno deciso di fare così per ragioni di sicurezza sanitaria, per essere sicuri che non ci fossero effetti secondari. In molti Paesi, tra cui l'Italia e la Francia, c'è un certo numero di cittadini che ha ancora un po' di paura verso i vaccini». Uno Stato membro è obbligato ad aspettare l'Ema? «Se un Paese per delle ragioni di urgenza vuole non aspettare l'autorizzazione dell'Ema può farlo ma a suo rischio e pericolo, e non ha la garanzia totale della sicurezza scientifica fornita dall'Ema. La Gran Bretagna ha scelto questa via e ha dato il via libera almeno un mese prima di noi, che abbiamo atteso di avere la documentazione completa: Pfizer-BioNTech è stato approvato il 22 dicembre, Moderna il 6 gennaio e AstraZeneca il 29 gennaio. Londra rispettivamente il 2 dicembre, l'8 gennaio e il 30 dicembre. Gli Stati Uniti invece per i primi due circa un mese prima di noi e AstraZeneca non ancora». L'Ue è in ritardo? «Le dosi negli Usa sono state consegnate circa cinque settimane prima che in Europa. Noi abbiamo questo ritardo perché abbiamo voluto essere sicuri al cento per cento che i vaccini non avessero rischi per i cittadini Ue. A oggi sono stati consegnati in Europa circa 43 milioni di dosi, negli Usa circa 96 milioni. Quattro settimane fa gli Stati Uniti erano a 50 milioni. Ecco come nasce lo scarto con gli Usa. Alla fine di marzo il nostro obiettivo è arrivare a 95-100 milioni di dosi. Ma a fronte dei 43 milioni di dosi consegnate ne sono state somministrate 30 milioni 204 mila. All'Italia sono state consegnate 6.542.260 dosi e ne sono state somministrate 4.434.131. Gli Stati membri devono mettere in pratica velocemente la loro politica vaccinale perché la capacità di produzione di dosi aumenta di settimana in settimana. Lo scarto non c'è solo in Italia ma anche in altri Paesi, come Francia o Spagna».

ONORE AD ARCURI

Non ne scrivono in molti ma c’è una convergenza sui quotidiani di oggi che va evidenziata. Il Fatto e il Foglio sono d’accordo su Domenico Arcuri. Il Fatto propone una riabilitazione a doppia pagina, occupandosi molto dello scandalo delle mascherine (per la prima volta?) e ribattendo a tutte le accuse, anche giudiziarie. Sul Foglio lo difende, da par suo, Giuliano Ferrara, che scrive:

«Il caso Arcuri è chiuso. Salvo che quei mastini senza denti della Verità di Belpietro e del giornaletto online "de sinistra libberale" non vogliano riaprirlo in tribunale, che è la sede giusta per i marrazzoni giustizialisti, travaglietti di destra e di sinistra (quello originale almeno ha la primogenitura). (…) Arcuri, come scrive Federico Fubini nel Corsera, compiaciuto per il "licenziamento" che è un avvicendamento, non ha certo fatto peggio che negli altri paesi europei. Direi qualcosina meglio, visto che stiamo parlando comparativamente dell'Italia. Ma il pezzo di Fubini è una sconclusionata requisitoria, comunque, contro il commissario che ama la ribalta, contro la psicologia del suo rapporto con Palazzo Chigi, contro il capro espiatorio che se l'è andata a cercare. È giornalismo! C'è un premio apposito per questo genere di cose, da noi. Anche per dire l'ovvio, che i risultati sono equilibrati, cioè buoni, in questo Paese bisogna gettare un po' di letame su funzionari, politici, commissari e altre figure pubbliche, e le palate devono essere generosamente dispensate da una muta di iene urlanti, progenitori dei cani ma senza il loro elegante e ironico tratto di nobiltà. I belpietristi di destra e di sinistra sono identici ai dipietristi, perseguono gli stessi scopi con gli stessi mezzi, e meritano lo stesso disprezzo.»

TUTTI PARLANO DELLE SCUOLE MA LE CARCERI?

È certamente giusto preoccuparsi dell’educazione scolastica dei nostri giovani, che comunque nei mesi hanno costruito con la DAD un percorso alternativo alla scuola in presenza. La civiltà di un Paese si giudica però anche dalle condizioni di vita dei detenuti. Un anno fa, allo scoppiare dell’epidemia, ci fu una lunga e sanguinosa protesta nelle carceri italiane. Lo ha ricordato ieri Marta Cartabia, neo ministro, che è andata in visita al Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Oggi l’unico giornale che dà il rilievo dovuto alla cosa è l’Avvenire che affida il suo editoriale sull’argomento ad Antonio Maria Mira. Scrive:

«Le parole scelte ieri dalla ministra, nell'incontro proprio coi responsabili del Dap, confermano la sua attenzione e sensibilità per i problemi, le fatiche e i drammi del sistema carcerario. «Come scriveva Calamandrei, bisogna aver visto le carceri. E anche io, quando le ho viste, non ho dimenticato i volti, le condizioni, le storie delle persone che ho conosciuto durante le visite fatte con la Corte costituzionale». Allora, spiegò che da quegli incontri aveva imparato che «ogni storia e ogni uomo ha alle spalle qualcosa di unico, per questo la pena non deve dimenticare l'unicità di ciascuno». Perché, come ama ripetere, «la giustizia non è vendetta, ma riconciliazione». Non a caso, a sorpresa, la prima uscita pubblica da Guardasigilli di Marta Cartabia era stata, lo scorso 19 febbraio, l'incontro col Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma. «Una prima occasione - aveva affermato - per riaffermare la comune volontà di collaborazione e di un avvio del suo positivo sviluppo». Ieri l'incontro col Dap, assicurando che seguirà «con attenzione l'andamento delle vaccinazioni sul territorio nazionale», impegnandosi a far pubblicare tutte le notizie e le informazioni relative sul sito del Ministero. Poi, ammettendo che «i problemi e le difficoltà sono moltissime» e che «non vi prometto che li risolverò tutti» ha aggiunto che «ogni vostra esigenza non sfuggirà all'attenzione» sua e del direttore del Dap. Anche il ricordo dei tre agenti è da questo punto di vista significativo. La ministra sa bene che il virus del Covid nelle carceri non fa altro che aggravare altri vecchi virus. Il classico "piove sul bagnato". Gli attuali detenuti sono circa 53mila, lontani dai numeri record, più di 60mila, di pochi anni fa, ma sempre più dei 50mila della capienza degli istituti. Oltretutto molte carceri sono vecchie e malmesse, proprio quelle dove le rivolte di un anno fa sono state più dure. La Guardasigilli sa anche molto bene, dalla sua esperienza alla Corte, che nel carcere c'è da ricercare un difficile equilibrio tra pena, rieducazione e recupero. Tanto più difficile in un Paese dove le mafie sono ancora forti, anche in carcere malgrado il 41bis, come dimostrano alcune recenti inchieste. Per di più il nostro Paese, ha alcune forze politiche tentate da rigidità da "chiudilo dentro e butta la chiave" e da altre scorciatoie giustizialiste (la riforma della prescrizione ne è un esempio) ».

CARTE BOLLATE FRA I 5STELLE, MELONI ALL’OPPOSIZIONE

Sul fronte politico, il dibattito fra i grillini, dopo il vertice di domenica in cui Conte è stato incaricato, rischia di proseguire a colpi di carte bollate. Annalisa Cuzzocrea su Repubblica:

«In casa 5 Stelle la chiamano ormai «la guerra sporca di Davide». Perché Casaleggio junior non sta solo cercando di forzare la mano sul voto dell'organo collegiale, sospeso da Beppe Grillo in attesa di chiarire il quadro insieme a Giuseppe Conte. Il presidente dell'associazione Rousseau ha fatto di più: ha mandato al reggente e ai capigruppo del Movimento una lettera in cui chiede subito, «entro e non oltre il 3 marzo 2021», quindi entro oggi, 441.600 euro. Una somma che definisce «un primo conteggio per saldare il debito accumulato». Il manager lamenta problemi di sostenibilità economica per i mancati pagamenti di alcuni parlamentari (deputati, senatori, consiglieri regionali ed europarlamentari versano alla piattaforma 300 euro al mese, circa un milione di euro all'anno, al netto delle espulsioni). (…) I veleni però stanno andando troppo oltre. I dirigenti M5S sono infatti convinti che ci siano proprio i soci di Rousseau dietro gli esposti che alcuni militanti hanno fatto al Garante della Privacy dopo gli Stati generali. Segnalazioni in base alle quali l'Authority avrebbe aperto un'istruttoria contro Vito Crimi per non aver adeguatamente protetto i dati degli iscritti. La querelle è nata perché l'intero congresso online del M5S è avvenuto bypassando Rousseau e facendo infuriare per questo i suoi gestori, a partire dall a fedelissima di Casaleggio, Enrica Sabatini. Se il quadro è questo, la transazione amichevole richiesta da Grillo si fa sempre più complicata. Non c'è più un solo dirigente del Movimento disposto a difendere il figlio del cofondatore. E se a farlo era stato finora Alessandro Di Battista, la sua "disiscrizione" dalla piattaforma dimostra che dalla guerra, l'ex deputato, ha deciso di sfilarsi.»

Giorgia Meloni, leader del massimo partito d’opposizione, viene intervistata dal Corriere della Sera.

«Nei contenuti (del nuovo Governo ndr) vede un nuovo passo? «Direi di no. È presto, ma nei fatti per ora, domina la continuità con le politiche di Conte. D'altronde se si confermano ministri del precedente governo in posti chiave, come Speranza alla Salute, che scarto ci si può attendere?». Cosa si aspettava? «Mi aspettavo e mi aspetto ancora che si cambi la politica surreale delle chiusure a cena dei ristoranti aperti a pranzo mentre si consente che gli anziani si accalchino in file vergognose per il vaccino anziché prevedere un servizio efficiente a domicilio, visto che sono la categoria più fragile e colpita. Mi aspetto che si affronti il tema che poniamo da un anno dei mezzi pubblici strapieni, vero vettore di contagio, altro che le palestre. Mi aspetto trasparenza sui dati del Cts, che limitano le libertà individuali. E che si cambi quello che non ha funzionato, visto che dopo un anno stiamo ancora in emergenza come nel marzo scorso. E vediamo sui ristori». Cosa chiede? «Non è possibile continuare a calcolare i ristori sui codici Ateco e non sulla perdita del fatturato: Draghi, che è un grande economista, queste cose le sa bene, è il suo campo, non può sbagliare. Su questi temi mi aspetto discontinuità». Ha rapporti con i suoi alleati al governo? Le vostre richieste possono passare anche attraverso loro? «Il percorso non è ancora iniziato, ma sono sicura che una forma di coordinamento del centrodestra sarebbe utile all'opposizione come a chi del centrodestra è in maggioranza, perché assieme si può agire, noi con la libertà di chi non ha vincoli di maggioranza e loro con il ruolo di chi è dentro. Infatti avevo proposto un intergruppo del centrodestra proprio per contrastare il peso che la vecchia maggioranza ha nel governo».