Ora tutti vogliono AstraZeneca

Le Regioni se lo contendono. Grande richiesta anche in Germania. Ottimi i dati sui primi risultati dei vaccini. Offensiva di Israele a Gaza, segni di guerra civile. Conte furioso per i servizi

Il popolo chiede AstraZeneca. Sembra incredibile, ma è lo stesso mondo in cui poche settimane fa la somministrazione di quel vaccino fu sospesa in tutta Europa. In Germania adesso va per la maggiore ed ora in Italia Figliuolo ha ammesso che potrà “ribilanciare” le dosi fra le Regioni che ormai si contendono il vaccino. È un paradosso, visto che l’Europa (tanto condizionata dalla Merkel e dalla tedesca Biontech) ne ha fatte di tutti i colori contro il vaccino di Oxford. La cosa importante è che la campagna vaccinale sta dando dei frutti evidenti anche in Italia: i dati statistici e scientifici sono molto più confortanti delle previsioni. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state somministrate 507 mila 766 dosi. È un buon dato, questa settimana lavorativa è stata in altalena: con tre giorni sopra i 500 mila e due sotto. Intanto fra vaccinati almeno con una prima dose e guariti siamo al 40 per cento della popolazione già protetta da conseguenze gravi della malattia. E infatti si vede clamorosamente nei numeri in calo dei ricoveri e delle terapie intensive. Oggi, venerdì si decidono i colori e lunedì ci saranno le regole per le nuove riaperture, con coprifuoco alle 23.

Qualcuno mi ha scritto chiedendo un commento sulla guerra israelo-palestinese. Irene Soave sul Corriere della Sera scrive stamattina parlando dei riflessi della guerra sui social, dove spopolano le opinioni delle celebrity, attori, vip e influencer: «Le sorelle Bella e Gigi Hadid, figlie di un architetto palestinese, hanno condiviso un post della maggiore (Bella). (…) «È proprio semplice», conclude. «O si è dalla parte giusta o si è dalla parte sbagliata». Se c’è un posto nel mondo dove questa frase non ha il minimo rapporto con la realtà, complessa e carica di storia, e ricca di luoghi religiosi per diverse confessioni, è proprio la Terra Santa. Dove le ragioni, le sofferenze, le morti, le violenze si intrecciano fra due popoli che vivono fianco a fianco e sono, con tutta evidenza, da entrambe le “parti”. C’è un bel commento oggi sempre sul Corriere della Sera di Edgar Keret che critica il comportamento di Israele: proprio alla vigilia di un nuovo governo con la partecipazione di un partito arabo, in linea con gli Accordi di Abramo firmati nel 2020, il Governo uscente (imponendo nuovi divieti alla fine del Ramadan) e Hamas (con il lancio dei missili) hanno iniziato un’escalation bellica che angoscia il mondo. Angosciano in particolare le scene di guerra civile e di linciaggi, da una parte e dall’altra, nelle città e nei paesi dove israeliani e arabi convivono da anni. Il mondo dovrebbe fermare tutto questo. E non è semplice per niente. Qual è la strategia di Biden? Si chiede oggi Venturini. Una cosa sembra chiara: la soluzione, nonostante l’euforia bellicista dei nostri giornali, non è certo l’operazione militare annunciata da Netanyahu.  

La politica è tormentata dai veleni sui servizi segreti, dopo la nomina della Belloni a nuova responsabile. Conte è furioso. Non è chiarissimo il motivo, oltre l’ovvia constatazione che il predecessore “era un suo uomo”. Tutti guardano alle amministrative di Roma ma Letta, Pd, gioca una partita rischiosa anche a Bologna, oggetto di reportage sul Corriere e sul Fatto. Nel centro destra i maldipancia sono ancora sulla sfida di Milano. Gabriele Albertini ha chiesto tempo fino a domani. Deve decidere se accettare o meno, dopo la telefonata della Meloni. Stati Generali della natalità a Roma con la partecipazione del Papa e di Draghi. Colpo di scena nel mondo della stampa: Sallusti avrebbe lasciato la direzione del Giornale. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

L’offensiva dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza è la prima notizia per il Corriere: Israele, parte l’attacco a Gaza. Unico altro giornale a scegliere il tema come titolo principale è il Manifesto: Riserva di caccia. Sui primi dati scientifici molto confortanti a proposito della campagna di Figliuolo, punta Avvenire: Effetto vaccini. Così come la Repubblica: Vaccini senza limiti di età. Per il Quotidiano nazionale adesso: Le Regioni si azzuffano per AstraZeneca. Mentre Il Mattino resta pessimista: Vaccini, l’arretrato non arriva. De Luca: «A rischio gli over 40». Per il Domani: Vaccini, Figliuolo accelera ma i fragili e gli anziani vengono lasciati indietro. Sui temi economici vanno Il Messaggero: In pensione 5 anni prima, svolta nelle aziende medie. Italia Oggi che anticipa una misura del Ministro Orlando: Incentivo per non licenziare. Il Sole 24 Ore, minaccioso: Fisco, pronti 90 mila accertamenti. Libero lancia un allarme: Non si trovano più cuochi e camerieri. Il Giornale, forse nel limbo di un passaggio di direzione, sceglie un tema politico generale: Draghi brucia i 5 Stelle. Mentre La Stampa per il terzo giorno consecutivo dedica l’apertura alle divisioni politiche sugli sbarchi: Migranti, l’attacco di Meloni e Lega. Il Fatto si occupa del leader di Italia Viva, ad personamRenzi, guai per la spia e assenteismo record. Mentre La Verità attacca la Corte costituzionale: La Consulta tifa legge bavaglio.

NUOVE APERTURE IN VISTA. VACCINI, DATI OTTIMI

Come ogni venerdì, oggi si farà il punto sui dati dell’epidemia e in serata Speranza firmerà i decreti sui nuovi “colori” delle Regioni. Ma la strada delle riaperture dell’Italia in giallo è segnata. Sarzanini e Guerzoni sul Corriere della Sera: 

«È la «ripartenza graduale» voluta dal presidente del Consiglio Mario Draghi che lunedì riunirà la cabina di regia per programmare - soprattutto anticipare - alcune date già previste dal decreto in vigore dal 26 aprile. Riaprono le piscine all'aperto e gli stabilimenti balneari. Un primo passo per accogliere i turisti, favorito dall'eliminazione della quarantena di 5 giorni per chi arriva dai Paesi dell'Unione europea. L'unico obbligo rimane quello di effettuare un tampone nelle 48 ore precedenti all'imbarco e ripeterlo al momento di arrivare in Italia. A Palazzo Chigi si riesaminano le date delle prossime aperture per valutare eventuali anticipi come chiedono i governatori e le associazioni di categoria. L'elenco è lungo ma alcune scadenze sono già state fissate, anche se per la conferma si continuerà a monitorare l'andamento della curva epidemiologica. La decisione deve riguardare - oltre al coprifuoco alle 23 perché Draghi ha già fatto sapere che al momento non si potrà andare oltre questo orario - i centri commerciali nel fine settimana, le piscine al chiuso, la consumazione al bancone del bar, la cena nei ristoranti al chiuso, i banchetti dei matrimoni, i parchi tematici. In uno di questi giorni si riunirà il Consiglio dei ministri e il nuovo calendario sarà messo a punto per entrare in vigore nella settimana successiva, dopo aver esaminato il monitoraggio del 21 maggio che tiene conto degli effetti delle riaperture cominciate il 26 aprile. E stabilirà il livello di rischio delle varie regioni sulla base dei nuovi parametri che terranno conto dei nuovi contagiati e dell'Rt ospedaliero, vale a dire il numero di persone ricoverate nei reparti Covid e nelle terapie intensive».

I primi studi sull’efficacia dei vaccini in Italia hanno dato risultati eccellenti: il 99 per cento in meno della malattia nei vaccinati. Figliuolo, dopo aver reso operativo lo slittamento della seconda dose, ha deciso, insieme alle Regioni, che la struttura commissariale ribilancerà le forniture di AstraZeneca: basta magazzino con i vaccini.

«Il primo studio pubblicato in Italia sui vaccini conferma che «tutti e tre (Pfizer, Moderna e AstraZeneca ndr) sono molto efficaci». I risultati sono stati presentati dall'epidemiologo Lamberto Manzoli in collaborazione con l'Università di Ferrara e riguardano 37 mila persone che hanno ricevuto il vaccino in provincia di Pescara dal 2 gennaio al 24 aprile: «Abbiamo registrato il -95% di infezioni successive al virus dopo i tempi di produzione di anticorpi rispetto ai residenti adulti. Poi un -99% di malattia conclamata nei riceventi il vaccino. Inoltre un -90% di decessi». Uno studio che suggerisce di accelerare ulteriormente la campagna. E fornisce un argomento di supporto al ribilanciamento nelle forniture di AstraZeneca alle Regioni deciso dal commissario Francesco Figliuolo. C'erano le richieste di quelle più virtuose, in testa Veneto e Lombardia, che lamentavano di dover tenere a freno la macchina delle vaccinazioni. C'era il sottoutilizzo di Sicilia, Calabria e Sardegna che continuavano ad accumulare scorte per la diffidenza di parte della popolazione. Così nell'ultimo vertice con la Conferenza delle regioni si è deciso il cambio di passo. «Non facciamo magazzino con i vaccini: quando serve, la struttura commissariale fa delle proiezioni e si bilanciano i vaccini, con il consenso delle regioni interessate», ha detto ieri Figliuolo. «Consenso» è il termine chiave. Perché la premessa è che si apre ad una maggiorazione delle fiale solo agganciandola ad un anticipo sulle consegne. Tenendo fede al principio «una testa, un vaccino» pensato dal governo. La volontà non è fare figli e figliastri, ma premiare chi va più veloce incoraggiando gli altre a emulare. Si tratta di una fase transitoria: da giugno ci saranno 25 milioni di dosi, un approvvigionamento copioso che annullerà gli effetti di questi scostamenti e che permetterà di aprire le vaccinazioni a tutte le fasce d'età senza più paletti».

GUERRA A GAZA: L’OFFENSIVA DI ISRAELE

La cronaca della Stampa racconta l’offensiva di terra decisa da Netanyahu.

«Israele ha ammassato per tutta la giornata uomini, richiamato 7mila i riservisti e dislocati nei punti strategici anche della Cisgiordania, sospeso le licenze e piazzato l'artiglieria lungo la linea che demarca il confine con la Striscia. Tutti segnali che ci sarebbe stato un salto di qualità nella sfida ad Hamas. E così è stato nel cuore della notte l'artiglieria ha cominciato a bersagliare il confine Nord a copertura delle truppe di terra. Il premier Netanyahu in contemporanea ha dichiarato che «Hamas pagherà un prezzo molto alto per le sue azioni». Evidentemente lo stato maggiore e i leader israeliani hanno ritenuto che i raid aerei non potevano bastare a fiaccare una volta per tutte Hamas. Che in queste 96 ore di scontri ha mostrato un arsenale insolitamente vasto e sofisticato capace di bucare e «saturare», questo il termine usato dai portavoce dell'Idf, l'Iron Dome. Lo ha ammesso in un briefing un militare: "Nel 90% dei casi fermiamo i razzi" ma è il 10% che a lungo andare è il fattore di rischio vero per i civili. A preoccupare Israele è proprio l'arsenale dei gruppi terroristi palestinesi che ieri hanno mostrato i "droni suicidi". In un video si vede una squadra di militanti in mimetica delle Brigate Qassam, con i volti coperti da fazzoletti e occhiali da sole, impegnati a posizionare i velivoli senza pilota sulle rampe da lancio. Si chiamano «Shahab», sono lunghi un paio di metri, dispongono di un sistema di direzione telecomandato. Hamas li ha fatti partire verso le città del Sud, Ashdod, Beersheba, ma finora sono stati tutti intercettati. In serata sono stati sparati anche tre razzi dal Sud del Libano verso Israele, partiti da un campo agricolo vicino a uno dei centri profughi palestinesi a Sud di Tiro. (…) Le vittime israeliane sono sette, compreso un bambino di sei anni, quelle palestinesi sono salite a 105, inclusi 27 bambini e 11 donne, secondo il ministero della Sanità di Hamas. Gli ospedali palestinesi, già sotto forte pressione durante la pandemia, sono al collasso. Per l'Intelligence israeliana sono invece 80 i combattenti finora uccisi nei raid. Rispetto al 2014 i gruppi militanti sembrano disporre di un arsenale più massiccio e moderno. Sette anni fa erano riusciti a scagliare 5 mila ordigni in 49 giorni di battaglia, una media di cento al giorno. Adesso oltre 1500 in tre giorni»

Chi finanzia Hamas? Quanti soldi ci vogliono per lanciare ogni giorno tanti missili da perforare il sistema di difesa, lo scudo chiamato Iron Dome, Cupola di ferro, organizzato da Israele? Prova a rispondere Lorenzo Vidino su Repubblica.

«Al Qatar spetta soprattutto l'aiuto economico. Lo scorso gennaio ha aumentato gli aiuti ad Hamas a 30 milioni di dollari al mese, ma aiuta il gruppo anche in modi più indiretti ma non meno importanti: da una costante propaganda su al Jazeera all'ospitare a Doha alcuni dei leader più importanti del gruppo nonostante siano ricercati dall'Interpol. Ancora più importante è il ruolo della Turchia. Nonostante abbia da sempre relazioni diplomatiche con Israele, la deriva islamista di Erdogan ha portato la Turchia a diventare uno dei principali patroni di Hamas. Finanziamenti, ma anche appoggio politico in sedi diplomatiche e passaporto turco a vari leader delle Brigate Izzedin al Qassam, il braccio armato di Hamas, i quali, secondo Gerusalemme, usano Istanbul come base per pianificare attacchi in Israele. Ma l'appoggio turco per Hamas passa anche attraverso una serie di strutture tecnicamente indipendenti ma fortemente legate all'Akp, il partito di Erdogan. Tra esse svetta Ihh, Ong di base a Istanbul ma con presenza globale (e dichiarata illegale in Germania) che raccoglie fondi per Hamas e che in passato aveva organizzato le flottiglie di navi che avevano rotto il blocco navale israeliano attorno a Gaza. Altalenante è il ruolo dell'Iran». 

Tommaso di Francesco, sulla prima pagina del Manifesto, polemizza con Enrico Letta che ha dato solidarietà alla comunità ebraico romana. 

«Siamo sull'orlo di un baratro. Scene da buio della specie, con linciaggi da una parte e dall'altra, assalto a sinagoghe e moschee, vanno condannate e fermate. Non è questo odio tra i popoli che serve anche e soprattutto alla parte infinitamente più debole, quella palestinese, come dimostra la sproporzione delle vittime. Questo odio ci ripugna e probabilmente chiama in causa le tre religioni monoteiste che sul Medio Oriente qualche responsabilità nel conflitto ce l'hanno. Ora occorrerebbe invece una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un'altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale. Che triste impressione invece la presenza di Letta insieme a Salvini dal palco del Portico d'Ottavia della Comunità ebraica, tutti uniti a nascondere le responsabilità d'Israele e i diritti cancellati dei palestinesi insieme all'estrema destra italiana sodale di Orbán e Netanyahu - provi il neosegretario del Pd, se non ha vergogna, a proporre nel questionario che ha avviato nel suo partito la domanda su cosa pensa la base della crisi israelo-palestinese. E insieme servirebbe una vera iniziativa diplomatica internazionale per fermare la crisi arrivata sull'orlo del baratro. Purtroppo in verità, guardando quel che accade e ai veti nel Consiglio di sicurezza Onu, non c'è né l'una né l'altra. Come dimostra in queste ore il ruolo di Biden». 

Vittorio Feltri su Libero, sotto il titolo Ecco i veri motivi per cui Israele ha tutte le ragioni, si schiera con il governo di Gerusalemme.

«Nel 1948 gli Stati circostanti cercarono di annientare Israele. Vinsero gli ebrei. Molti palestinesi, come capita a chi perde dopo aver scatenato un conflitto, si accamparono fuori dai confini covando desideri di vendetta alimentati profumatamente dai Paesi islamici dei dintorni nonché da Onu indi dall'Unione Europea. Una minoranza di palestinesi trovò invece comodo lavorare e campare fianco a fianco degli israeliti. Purtroppo non si è mai creato uno Stato palestinese, e questo non trascurabile particolare a lungo andare ha generato attriti sfociati spesso in vere e proprie guerre cui hanno partecipato varie nazioni mediorientali, tentando di distruggere - cancellare dalla carta geografica - ogni traccia sionista. Non ci sono mai riusciti perché gli ebrei sono fortissimi e preparati da Dio anche militarmente, ma ogni due per tre si devono difendere dagli attacchi (di carattere perfino terroristico) dei nemici storici. In questi giorni sono in atto assalti feroci che costringono Gerusalemme a rispondere con altrettanta aggressività. Il problema è sempre il solito, non cambia da oltre mezzo secolo: la parola d'ordine è sempre la stessa, smembrare Israele, renderla un cumulo di macerie. Operazione destinata a fallire perché gli ebrei sono culturalmente e tecnicamente molto evoluti e sono in grado, a nostro avviso, di vincere ancora. Glielo auguriamo di tutto cuore. Viva la stella di David. Noi siamo dalla parte della civiltà e siamo convinti che l'islamismo sia sinonimo di arretratezza, mentre sappiamo che Israele merita ammirazione per quello che, fra tante difficoltà, è riuscito a fare con grande dignità e bravura».

Commento interessante e anche amaramente ironico del regista e scrittore israeliano Etgar Keret sul Corriere. Titolo: Sarà tutto ok fino al prossimo conflitto.

«A titolo informativo per il giornalista israeliano di destra Shimon Riklin che ha twittato che «in un Paese normale metà Gaza sarebbe già in fiamme», è importante precisare anche che in un «Paese normale» Itamar Ben Gvir non sarebbe stato eletto alla Knesset e non avrebbe aperto insieme all'organizzazione razzista Lehava un ufficio parlamentare intorno a due sedie di plastica nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah, in un Paese normale il ministro per la Sicurezza Pubblica Amir Ohana, che ama affermare di essere responsabile di tutto ma mai colpevole di nulla, non avrebbe insistito per cambiare lo status quo a Gerusalemme Est bloccando gli scalini della porta di Damasco proprio durante il Ramadan, e in un Paese normale la polizia israeliana avrebbe reagito ai tumulti a Gerusalemme in modo più comprensivo, come ha fatto in passato, e non lanciato una granata stordente dentro Al-Aqsa, un'esplosione la cui eco ha raggiunto il mondo intero. In un Paese normale adesso si combatterebbe Hamas a muso duro ma si capirebbe anche che questo scontro, per quanto acceso, non farà scomparire le tensioni, i disordini, l'ingovernabilità e il senso di discriminazione presenti a Lod, a Giaffa e a Gerusalemme Est. E che le scene spaventose avvenute in quelle città, assolutamente esecrabili, hanno radici profonde e non si possono affrontare solo con i deterrenti e la forza. In un Paese normale prenderemmo atto che è necessario un cambiamento, e che proprio la creazione di un governo che includa un partito arabo potrà costituire il primo vero tentativo condiviso di risolvere il problema con gli arabi israeliani, invece che per loro. Ma noi non siamo un Paese normale, né un Paese disposto a riconoscere i propri errori. Cosa importa, la prossima volta ci andremo giù pesante, ma pesante davvero, e metteremo fine a questa storia una volta per tutte».

PRIMA GRANA PER LA BELLONI. E CONTE È “FURIOSO”

La politica italiana. Il Copasir, che è il Comitato di controllo sull’operato dei servizi segreti, ha deciso un’indagine interna sull’incontro tra il politico Renzi e il discusso funzionario dei servizi Mancini, avvenuto in un autogrill fuori Roma. L’incontro è stato filmato e mandato in onda da Report, Rai3.

«La prima grana per Elisabetta Belloni, neo-direttrice del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, sarà un'indagine sullo strano incontro in autostrada tra l'ex premier Matteo Renzi e il funzionario dello stesso Dis Marco Mancini, nonché - più in generale - sui rapporti tra agenti segreti, politici e altri personaggi che gravitano intorno alle istituzioni. Compresa quella donna che teneva i rapporti tra i Servizi di sicurezza e il Vaticano, sotto inchiesta nello Stato pontificio. La richiesta di accertamenti interni arriva dal Comitato parlamentare di controllo sull'intelligence, iniziativa inedita e per certi versi clamorosa: si chiede ai Servizi di indagare su se stessi, in relazione a vicende che hanno già e possono acquisire ulteriore valenza politica. Diventando materia di scontro tra i partiti che convivono in Parlamento, nel Copasir e ora anche nella stessa maggioranza di governo. Con l'aggiunta di un'altra anomalia: il Comitato che nella prossima seduta dovrà ratificare la decisione presa ieri dall'Ufficio di presidenza mantiene ancora una guida che dovrebbe spettare all'opposizione e invece fa parte della maggioranza; ma pur non trovando una via d'uscita continua a lavorare (e deliberare, com' è accaduto ieri) come se niente fosse, senza la partecipazione dell'unico rappresentante dell'opposizione. Sull'appuntamento prenatalizio tra Renzi e Mancini, personaggio discusso all'interno degli stessi apparati, il Copasir aveva ascoltato a inizio settimana l'ormai ex direttore del Dis Gennaro Vecchione, rimosso dall'incarico subito dopo l'audizione. Ma il caso non è considerato chiuso dai parlamentari, ai quali interessa sapere se la missione del funzionario del Dis spintosi fino all'autogrill di Fiano Romano con auto di servizio e tutela al seguito, per incontrare l'ex premier altrettanto scortato, rientrasse nelle procedure di servizio oppure no; se il filmato del faccia a faccia, durato circa 40 minuti, è stato davvero realizzato da una automobilista che era lì per caso o è frutto di altre attività; se agli archivi dei Servizi esistono relazioni o tracce della trasferta di Mancini. Sono quesiti considerati importanti anche alla luce di un'altra circostanza emersa dopo che il filmato è stato trasmesso da Report, su Raitre, e le rimostranze di Renzi: quelle immagini erano state inviate quasi subito (il 31 dicembre) al sito internet Il Fatto quotidiano, che non ne ha fatto alcun uso; solo quattro mesi più tardi la donna s' è rivolta a Report. Le risposte che Vecchione ha dato al Copasir sono state ritenute insufficienti dai parlamentari. I quali attendono delucidazioni anche su eventuali sponsorizzazioni politiche di Mancini che in quel momento aspirava a un incarico da vice-direttore (le nomine sono state fatte a fine gennaio, e lui è rimasto fuori). L'allora premier Giuseppe Conte, neo-leader dei Cinque stelle, ha criticato Renzi per l'appuntamento semi-clandestino, ma Renzi ha ricordato gli ottimi rapporti dell'epoca tra Conte e Mancini. Sporgendo poi una denuncia per le riprese mostrate in tv, che a suo avviso potrebbero essere un'intercettazione illegittima ai danni di un parlamentare. La portata di veleni politici che possono scorrere sotto questa vicenda è chiara a tutti, e dentro il Copasir si sta giocando una partita dall'esito ancora incerto».

Luca De Carolis sul Fatto racconta l’ira dell’ex premier, Giuseppe Conte, manifestata sull’avvicendamento alla guida dei Servizi segreti.

«L'eco della sua ira rimbomba ancora, dentro il M5S. "Giuseppe Conte era davvero furioso", confermano 5Stelle di governo e non. Mercoledì era furibondo, l'ex premier, per la nomina dell'ex segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni a direttore generale del Dis, il Dipartimento che coordina i servizi segreti, al posto di un uomo di sua fiducia, Gennaro Vecchione. Perché la sostituzione di Vecchione è un rumoroso atto di discontinuità con la sua presidenza, da cui il nuovo premier aveva già preso simbolicamente le distanze rimuovendo da commissario all'emergenza Domenico Arcuri, altro nome legato a doppio filo al leader del M5S (…) E al di là della propaganda, è evidente come l'avvocato abbia vissuto il cambio al vertice dei Servizi come uno strappo, da quel Draghi per cui ufficiosamente non stravede, ma a cui ufficialmente aveva aperto la strada offrendo il suo sostegno e quello del Movimento. "Conte aveva chiesto al suo successore garanzie sulla permanenza di Vecchione" dicono ora fonti di peso del M5S. Ma invece è arrivato il cambio. Letto dall'ex premier anche come un favore alla Lega, e non a caso mercoledì sera alcuni grillini sono usciti reclamando l'assegnazione a Fratelli d'Italia della presidenza del Copasir, tuttora occupata dal leghista Volpi. E pazienza se voci trasversali di Palazzo sussurrano che il Quirinale non fosse di certo contrario alla sostituzione di Vecchione. E non ha fatto differenza, la telefonata dello stesso Draghi a Conte per spiegare la scelta. Una chiamata, dicono, prevista per prassi istituzionale ma sollecitata al premier anche dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ovviamente conosce benissimo Belloni avendoci lavorato a stretto contatto per due anni. Di Maio, informato subito da Draghi, aveva pre-avvertito Conte. E per telefono aveva raccolto tutto il suo disappunto. Quello che ha sentito in viva voce lo stesso Draghi in un lungo e teso colloquio con l'ex presidente del Consiglio, mercoledì, in cui Conte ha difeso Vecchione. Inutilmente. Via libera al cambio, che ha alimentato altre discussioni su pesi e contrappesi nel M5S dove Conte è un leader ancora prossimo venturo e Di Maio un porto tornato attrattivo per tanti grillini. La nomina di Belloni non può essere sgradita, all'ex ministro: comunque il baricentro, per i 5Stelle che vedono già in bilico l'alleanza con il Pd, isterico per il naufragio della candidatura di Nicola Zingaretti a Roma. "Di Maio è molto preoccupato" dicono grillini di vario ordine e grado. Perché vede uno scenario troppo friabile, per il nuovo M5S in costruzione. E per Conte, di cui hanno tutti estremo bisogno, lui compreso. Il deflagrare della nomina di Vecchione rappresenta l'ultima grana, ma anche un punto di domanda, su cos' era e cosa potrà essere il M5S. "Dobbiamo ammettere che finora abbiamo sottovalutato il tema dei Servizi" sostenevano ieri un paio di deputati della vecchia guardia. Ma Conte no, non l'ha mai sottovalutato. Sa quanto contano quelle caselle. E magari adesso comincia a chiedersi quanto sia alto il prezzo pagato al governo Draghi». 

SINDACI, CROCE E DELIZIA PER IL PD. E NON SOLO

Reportage di Marco Imarisio da Bologna: le primarie del centro sinistra potrebbero essere problematiche per Enrico Letta.

«Tutti guardano a Roma, e ci mancherebbe altro. Ma la resa dei conti interna ai democratici sarà a Bologna. A guardarla da lontano, le primarie del centrosinistra con due candidati entrambi giovani e muniti di credenziali importanti è una bella novità. Più ti avvicini, più salta all'occhio una guerra per bande che poco centra con il dibattito sulle sorti di una città in cerca di una centralità perduta. I giochi sembravano fatti. C'era un predestinato che si chiama Matteo Lepore, quarantenne assessore della giunta uscente guidata da Virginio Merola. Al netto di qualche mal di pancia interno, la dotta Bologna, colorata di un rosso sempre più tenue, non era considerata teatro di futuri drammi elettorali. Le cose sono cambiate quando Matteo Renzi, durante il suo amichevole colloquio con il neosegretario Enrico Letta, ha suggerito il nome di Isabella Conti, 39 anni, sindaca di San Lazzaro di Savena, uscita dal Pd per passare a Italia viva, rieletta nel suo Comune con l'ottanta per cento delle preferenze, come possibile scelta per il capoluogo. All'improvviso il capoluogo emiliano, ancora percepito nella memoria collettiva come l'ultimo bastione dell'ortodossia di sinistra, diventa un campo minato sul quale germogliano vecchi rancori. Conti, che ha politiche e storia di sinistra, è nota per la battaglia vinta contro un progetto edilizio finanziato dalle Coop, che la portò a lasciare il Pd lamentando scarsa solidarietà. Appena scesa in campo, ha anche lasciato ogni carica in Italia Viva. Sul suo nome hanno cominciato a convergere quei pezzi di Pd contrari all'idea di una alleanza con M5S e sinistra radicale. L'attuale gruppo dirigente cittadino è ancora quello nominato da Matteo Renzi quand'era segretario. Nicola Zingaretti è passato senza toccare uno spillo. E così si arriva al paradosso del segretario bolognese Alberto Aitini, che dopo aver accarezzato l'idea di correre in proprio, si schiera con Conti, contro il candidato del suo partito. In una città piena di padri nobili silenti e di figli che si scannano tra loro, c'è un imbarazzo che si taglia con il coltello. Non parla Romano Prodi, non parla Stefano Bonaccini, tace anche buona parte della società civile, davanti a una faccenda evidentemente mal gestita e scappata di mano. A nessuno sfugge il significato che avrebbe a Bologna la vittoria di un candidato che non appartiene al Pd. «Enrico Letta si gioca la faccia» dice un anonimo di alto rango. In questa storia più da polveroso Ok Corral che da moderno laboratorio politico, i due candidati, per altro ex compagni di scuola al liceo Galvani, rappresentano la parte migliore».

Se il Pd piange, il centro destra non ride. Gabriele Albertini sta ancora valutando se candidarsi o no a Milano. Ha chiesto tempo fino a domani. Ne parla sul Corriere della Sera:

«È arrivata anche la telefonata di Giorgia Meloni. Che fa, ci ripensa? «Devo dire che ero già a conoscenza della decisione di Fratelli d'Italia perché surrettiziamente La Russa, Santanché e Fidanza si erano fatti vivi spiegandomi che non dovevo equivocare, che FdI non ce l'aveva con me, ma era una questione di dialettica tra i partiti del centrodestra. Quindi, per me non è stata una novità. La novità è stata la telefonata di Giorgia Meloni». Che cosa le ha detto? «Mi ha rassicurato che non c'era nulla contro di me. Io l'ho ringraziata. È stato un colloquio cordiale». Le avrà chiesto se si candida o meno. «Sì. Naturalmente se i tre leader di partito avessero deciso di fare subito il loro vertice per chiudere la partita delle candidature non avrei procrastinato la mia decisione. Ho comunque detto che avrei gradito aspettare fino a sabato, che è l'anniversario del mio primo giuramento da sindaco davanti al prefetto. Correva l'anno 1997». La risposta di Meloni? «Mi ha detto che l'incontro è previsto per la settimana prossima. Siamo d'accordo che ci risentiamo sabato quando le comunicherò la mia decisione. Faccio però una considerazione: è il quadro esterno che è cambiato, il quadro interno, descritto nella lettera per cui ho detto no alla candidatura, è rimasto lo stesso». Perché allora prendersi qualche giorno in più? «Perché voglio essere sicuro che ci sia tutta la convinzione possibile e che tutto ciò che sarà deciso sarà deciso in armonia con mia moglie Giovanna. Forse c'è bisogno di qualche parola in più, di qualche sguardo in più. Se le circostanze mi avessero obbligato avrei preso la decisione in tempi più rapidi, ma mi sono state concesse 48 ore». Come le utilizzerà? Sarà lei a cercare di convincere sua moglie Giovanna, o sua moglie a convincere lei? «Siamo abbastanza convinti tutti e due, però dobbiamo affinare le nostre sintonie. Non vorrei aggiungere altro perché sono questioni personali. Però una cosa la voglio dire perché ho trovato irriverenti certe affermazioni nei miei riguardi e nei riguardi di mia moglie. Non è una cosa che subisco, non è una cosa che non condivido. Qualunque sarà la decisione, sarà una decisione di coppia».

GLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

Ci saranno anche Papa Francesco e il Presidente del Consiglio Mario Draghi stamattina agli Stati generali della natalità, organizzati dal Forum delle famiglie, a Roma. Aprirà i lavori una relazione di Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, che stamattina Avvenire ha anticipato. Ecco alcuni passaggi:

«Il messaggio, nel linguaggio dei numeri, è inequivocabile: le nuove generazioni vengono sempre più ad avere un posto marginale nel contesto della popolazione italiana. I neonati, le cui nascite hanno toccato le punte massime al tempo della Ricostruzione post bellica e del 'miracolo economico', con valori nell'ordine del milione, sono da lungo tempo a livelli minimi mai raggiunti nella nostra storia e proseguono lungo una discesa che sembra non avere fine. Il traguardo simbolico dei 400mila nati annui, pressoché raggiunto nel corso del 2020, si presta ad essere scavalcato al ribasso nel bilancio del 2021, allorché verranno alla luce gli esiti delle gravidanze avviate durante le drammatiche fasi della pandemia. Paura, incertezza e disagio socio-economico sono i nuovi ingredienti andati ad aggiungersi ai classici fattori costo dei figli, difficoltà nel conciliare maternità e lavoro, carenza di supporti per la cura - che tradizionalmente frenano le scelte genitoriali degli italiani. Scelte che da tempo accreditano l'immagine di un Paese privo di vitalità: sempre più destinato a subire le conseguenze di una demografia malata e incapace di favorire una visione in positivo del futuro, nostro e di chi verrà dopo di noi. L'appello che oggi gli Stati Generali della Natalità indirizzano al Paese è chiaro e ben argomentato. Occorre una decisa svolta per uscire da una crisi demografica i cui effetti, ignorati o quanto meno sottovalutati per lungo tempo, rischiano di affossare le aspettative di ripresa e di compromettere la qualità della vita delle generazioni di oggi e di domani. (…) Ma l'auspicata svolta per arginare la corrente impetuosa del declino demografico richiede un efficace e tempestivo intervento sul terreno delle nascite: necessita l'avvio di un piano mirato ad indirizzare in tempi brevi il livello di fecondità degli italiani, oggi precipitato a 1,2 figli in media per donna, verso un valore-obiettivo di equilibrio capace di garantire il ricambio generazionale (idealmente i due figli in media). A tale proposito, se è vero che il confronto internazionale sottolinea impietosamente la nostra debolezza - peggio di noi, nella Ue, solo Spagna e Malta - è però vero che ci offre anche il confortante esempio di alcuni Paesi che, dopo aver toccato il fondo, sono riusciti a risalire. Nei sei anni tra il 2013 e il 2019 quindi prima dei turbolenti effetti di Covid-19 - il numero medio di figli per donna si è accresciuto in Germania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Romania. A dimostrazione che il terreno perso si può recuperare! Ma allora perché non immaginare che anche da noi si possa inaugurare, proprio grazie a un clima di 'ri-generazione', una nuova stagione sul fronte della natalità? Proviamo a prefigurare un obiettivo, sufficientemente realistico e in linea con i dati dell'esperienza dei partner europei che ce l'hanno fatta: un aumento del numero medio di figli per donna di 0,6 unità nell'arco del prossimo decennio».

IL PROCESSO? PIÙ VELOCE MA GIUSTO

Armando Spataro è uno dei giudici italiani che ha più esperienza e autorevolezza. Interviene su La Stampa sulla riforma della giustizia. Tagliare i tempi del processo, sostiene, è un obiettivo giusto ma non a discapito del giusto processo:

«Per tagliare i tempi, a dire il vero, sarebbero praticabili strumenti come l'aumento degli organici di magistrati e personale amministrativo, la messa a punto della digitalizzazione di alcune procedure o la abolizione del divieto di reformatio in peius nel caso di appello del solo imputato, ma non è accettabile una strada che rischierebbe di ledere principi costituzionali, determinando in un caso lo squilibrio del rapporto tra le parti processuali e nell'altro del rapporto tra poteri dello Stato. Quanto all'abolizione dell'appello del pm, vorrei subito precisare che mi sono più volte espresso anche contro l'abolizione dell'appello tout court con conseguente riduzione delle fasi del processo. In realtà, si tratterebbe di una scelta incompatibile con la tutela effettiva dei diritti di tutti i soggetti coinvolti nel processo stesso, parti offese incluse. L'appello va semmai reso più agile, ma certo non può essere cancellato per alcuna delle parti in causa o per una sola di esse, sia pure con contestuale previsione dettagliata delle ragioni per cui potrebbe proporlo l'imputato condannato. La giustizia è amministrata da uomini e donne, e non è dunque infallibile. Affidarsi ad un solo grado di giudizio di merito, significa escludere che si possa rimediare ad un possibile errore, anche se non è certo che l'ultima sentenza sia quella aderente alla verità storica dei fatti: lo è solo per convenzione logica e giuridica, in quanto frutto delle valutazioni di più giudici, il che indiscutibilmente diminuisce i margini di errore. E non sono pochi - va detto - gli errori cui possono rimediare le Corti d'Appello: come ex pubblico ministero, ritengo giusto che una condanna in primo grado possa essere poi valutata da altri giudici, così come nessun imputato o parte offesa accetterebbe, in nome della velocità, di giocarsi tutto in "un colpo solo". (…) Altra allarmante riforma che sarebbe allo studio sotto forma di emendamento è quella secondo cui la selezione delle priorità di intervento dei pubblici ministeri dovrebbe essere decisa con legge dal Parlamento. Si tratterebbe di una riforma che - anche ove prevedesse solo l'elaborazione di linee guida generali e non di un cogente catalogo di reati prioritari - aprirebbe la strada a seri pericoli per l'autonomia della magistratura italiana e dei pubblici ministeri in particolare, ma soprattutto determinerebbe seri rischi per il principio costituzionale di obbligatorietà dell'azione penale. Si tratta di un principio che, invece, è da difendere con le unghie e con i denti».

SALLUSTI LASCIA IL GIORNALE

Alessandro Sallusti avrebbe deciso di lasciare la direzione del Giornale. Non ci sono conferme ufficiali, né editoriali di commiato stamattina. Ne scrive solo La Stampa:

«Terminano anche le direzioni interminabili. Alessandro Sallusti lascia quella del «Giornale» della famiglia Berlusconi dopo dodici anni. Lo scoop è del solito Dagospia. La notizia, non ancora ufficiale, ha preso tutti di sorpresa, a cominciare dai giornalisti del «Giornale» che non hanno potuto farsela confermare dal diretto interessato. Ma Sallusti dove andrebbe? Improbabile che il centrodestra gli voglia chiedere di candidarsi a Milano (peccato, abita nello stesso palazzo del sindaco Sala, sarebbe stata la prima campagna elettorale intercondominiale) o che si apra per lui un posto alla Rai che verrà. Le voci che circolano portano al gruppo Angelucci, che avrebbe offerto a Sallusti la direzione delle sue testate, «Libero» e «Il Tempo», da unificare in un modello «Qn», il giornale uno e trino di «Carlino», «Nazione» e «Giorno». Sallusti «Libero» l'ha già diretto, fra il 2007 e il 2008, e qui ritroverebbe Vittorio Feltri, con cui ha a lungo collaborato e poi litigato. Però in tarda serata da «Libero» smentivano facendo sapere che Sallusti avrebbe già firmato per un'altra testata. Resta da capire chi lo sostituirebbe alla guida del «Giornale». Il totonomi già imperversa e indica, in caso di soluzione interna, il vicedirettore Nicola Porro, Stefano Zurlo o Augusto Minzolini. Possibili esterni, Paolo Liguori o il presidente uscente della Rai, Marcello Foa».

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