Pass obbligato

Il governo vara nuove norme sul Green pass necessario per i lavoratori. Patto sui sottomarini fra Usa, Gb e Australia che fa infuriare Cina e Francia. Mr. B rifiuta la perizia. Loggia Ungheria: i nomi

Dunque il Green pass è stato varato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri. Ieri lo hanno presentato alla stampa Gelmini, Brunetta, Orlando e Speranza. Scatterà dal 15 ottobre per tutti i lavoratori. Dovranno averlo anche i parlamentari. Mario Draghi sa mediare, ma sa anche tirare diritto se si è convinto di un obiettivo. Può piacere o no, ma serve prendere decisioni in un’Italia in emergenza e di solito bloccata dai veti di partiti e sindacati. La discussione nel merito sul Green pass è diventata peraltro un po’ noiosa. Anche stamattina da Travaglio a Belpietro per contestare il green pass si contesta la capacità del vaccino di proteggere dalla pandemia. Ma il Green pass è libertà di movimento, freno al contagio e ritorno alla vita normale. Non vuoi farti il vaccino? Devi prendere le misure per non contagiare gli altri. Che cos’è che non torna? È necessario per andare al ristorante, ma anche a scuola e al lavoro. La stragrande maggioranza degli italiani lo sa: siamo quasi all’80 per cento di vaccinati e il Green pass è un oggetto informatico super scaricato sugli smartphone italiani e super usato. Altro che Immuni.

Il grande fatto internazionale è l'intesa trilaterale di sicurezza Aukus (Australia, United Kingdom e Usa), annunciata ieri. Un patto per la fabbricazione di sottomarini nucleari dati in dotazione alla marina australiana che pattuglieranno il Pacifico e le coste cinesi. Ovviamente Pechino non l’ha presa bene. E la Francia, che aveva in ballo una fornitura miliardaria agli australiani che è saltata, è furiosa. I suoi governanti hanno parlato di  “Trumpismo senza più Trump”, tradimento eccetera. Certo il patto dei sottomarini rappresenta un asse pacifico e anglosassone che taglia fuori l’Europa. Non a caso il ministro Di Maio rilancia oggi su Repubblica la prospettiva di una difesa comune europea.

A proposito di Di Maio, è stato eletto fra i tre nuovi garanti dei 5 Stelle, insieme a Fico e alla Raggi. Ma la politica italiana è agitata ancora dalla giustizia: il Fatto pubblica i nomi della Loggia Ungheria, contenuti nei verbali dell’avvocato Amara. Ci sono molti nomi di presunti affiliati o amici (?) della Loggia fra cui quelli di Conte, Berlusconi, De Benedetti ed è persino tirato in ballo il segretario di Stato vaticano, il cardinal Parolin. Nomi per ora senza verifiche, senza il controllo di indagini nel merito. Intanto i giudici del Ruby ter hanno chiesto una perizia psichiatrica per Silvio Berlusconi. Ma lui ha scritto alla Corte rifiutando di sottoporsi ad essa e non accettando il processo.

Finisce oggi la terza settimana di Grande Balzo in avanti della Versione: la consegna mattiniera per questa rassegna stampa è ancora garantita dal lunedì al venerdì entro le 8 di mattina. Alla fine di questo mese tireremo le somme, fatemi sapere se lo sforzo è apprezzato (grazie a chi mi ha già scritto!!!). Vi ricordo anche la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate il link alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Unanimità nel Governo per il certificato verde, ma non sui giornali. Neutri i giornaloni come il Corriere della Sera titola: Green pass, controlli e sanzioni. La Repubblica, che però appare soddisfatta: Tutta l’Italia col Green Pass. E La Stampa: Stop allo stipendio per chi è senza Green Pass. Ironica La Verità: L’Italia è una Repubblica fondata sul Green pass. Avvenire sottolinea l’obbligo: Al lavoro solo col Pass. Il Quotidiano Nazionale è didattico: Green pass, come dove e quando. Il Manifesto vede una certa fretta in Draghi: A pass di carica. Il Mattino pensa alle badanti: Green pass anche per le colf. Il Messaggero ai fornitori di servizi: Green pass anche per l’idraulico. Il Sole 24 Ore mette a fuoco le sanzioni: Senza Green pass niente stipendio. C’è un grande tema internazionale di cui parla la stampa straniera: l’intesa trilaterale Aukus sui sottomarini nel Pacifico. Il francese Le Figaro titola: Crisi diplomatica tra la Francia e gli Stati Uniti. The Guardian da Londra snobba i cugini oltremanica: Usa e Gran Bretagna affrontano le conseguenze del patto con il timore che possa provocare la Cina. Il New York Times spiega: Nell'accordo sui sottomarini con l'Australia, gli Stati Uniti contrastano la Cina ma fanno infuriare la Francia. Per tornare all’Italia c’è sempre la giustizia che tiene banco. Il Fatto pubblica gli interrogatori di Amara: Loggia Ungheria, tutti i verbali segreti. Mentre la decisione di Mr. B di rifiutare la perizia psichiatrica e sottrarsi al processo Ruby ter viene scelta da giornali a lui favorevoli o contrari. Il Domani del nemico De Benedetti: Berlusconi non cambia mai fuga dai processi e conflitto d’interessi. Il Giornale annuncia: Berlusconi si ribella. Libero è solidale: Svolta di Berlusconi. «Non mi farò umiliare, condannatemi pure».

GREEN PASS, IL GOVERNO VARA IL DECRETO

Dunque alla fine il Governo all’unanimità ha varato il decreto che dal prossimo 15 ottobre estende il Green pass a tutti i luoghi di lavoro. Ieri è stato illustrato da quattro ministri: Speranza, Gelmini, Brunetta e Orlando. La sintesi sul Corriere di Sarzanini e Guerzoni.

«Dopo giorni di tensioni e divisioni il Consiglio dei ministri ha approvato all'unanimità il nuovo decreto che estende il green pass a tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, a partire dal 15 ottobre e fino al 31 dicembre. Una svolta, che vede l'Italia fare da pioniera in Europa. Ora la certificazione verde è obbligatoria per 23 milioni di persone: lavoratori della Pubblica amministrazione, delle aziende private grandi e piccole, autonomi come i tassisti, baby sitter, colf, badanti. Anche i professionisti, dal 15 ottobre, dovranno avere il passaporto vaccinale. L'imposizione si applica pure «a tutti i soggetti che svolgono a qualsiasi titolo la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato presso le amministrazioni», anche sulla base di contratti esterni. Per essere esentati serve il certificato medico. Molto dure le sanzioni, che arrivano fino alla sospensione dal lavoro e dallo stipendio. Restano aperti alcuni nodi. La prima riguarda il lavoratore in smart working. Al momento non è stato stabilito se deve avere il green pass e dunque lo decideranno i ministri Brunetta e Speranza in apposite linee guida che saranno firmate da Draghi. Rimane da definire anche il periodo di assenza ingiustificata per i magistrati che potrebbe essere di 15 giorni».

Le uniche tensioni registrate nel Consiglio dei Ministri sono quelle tra il ministro della Cultura Franceschini e quello della salute Speranza. In ballo la richiesta di riaprire cinema e teatri al 100 per cento della capienza. Per ora non si farà. Sui giornali invece la scontata opposizione degli anti Draghi. Ecco un contrario Marco Travaglio nel commento in prima sul Fatto:

«Dubbi non filosofici o costituzionali (in casi gravi l'articolo 32 giustifica pure l'obbligo vaccinale), ma pratici. Qual è lo scopo del Green pass? Contenere il più possibile i contagi e dunque indurre il maggior numero di persone a vaccinarsi, visto che i vaccinati rischiano di morire, ammalarsi in forma grave e contagiare altri molto meno dei non vaccinati. Finora gli italiani hanno aderito in massa alla campagna e, stando a Figliuolo, siamo prossimi alla copertura dell'80% dei vaccinabili, sia pur più lentamente delle sue mirabolanti road map. Siccome la campagna prosegue, si può puntare al 90%, sempre senza costrizioni. Che bisogno c'è di forzare la mano all'improvviso, senza uno straccio di dibattito parlamentare, col Super Green Pass e le sue odiose sanzioni (multe, sospensioni dal lavoro, demansionamenti, discriminazioni fra chi può pagarsi i tamponi e chi no)? Perché irrigidire l'ampia fetta di non vaccinati "perplessi", che attendono di essere convinti, e gettarli con minacce e divieti fra le braccia dei No Vax ideologici? Se siamo i migliori d'Europa, perché tutti gli altri Paesi (peggiori di noi e con più No Vax di noi) non pensano neppure alla tessera verde per lavorare? Se l'80% degli over 12 sono vaccinati e dunque - sempre secondo la vulgata ufficiale - quasi totalmente al sicuro, che problema c'è se incontrano qualche raro non vaccinato con mascherina e distanziamento? Se almeno il governo ci mettesse la faccia con l'obbligo vaccinale, potrebbe punire i fuorilegge: ma, senza l'obbligo, è il governo stesso a riconoscere il diritto a non vaccinarsi. E allora che senso ha imporre a chi lo esercita il pizzo del tampone per lavorare, come - se fra l'altro - tampone e vaccino fossero intercambiabili e non due cose diversissime? Un supplemento di riflessione farebbe bene a tutti. Persino ai Migliori».

Anche Maurizio Belpietro della Verità, dall’altro capo dello schieramento politico editoriale, si è confermato contrario alla misura, presentata per settimane come la catastrofe del Paese:

«Tutto ciò si potrebbe capire se fossimo in emergenza, se cioè avessimo le corsie degli ospedali intasate da malati di Covid e le terapie intensive al collasso. Si potrebbe perfino comprendere se in massa gli italiani avessero disertato i centri vaccinali, rifiutando di sottoporsi all'inoculazione di prima e seconda dose. Ma così non è, visto che l'Italia è uno dei Paesi europei che ha la più alta percentuale di vaccinati. Secondo i dati forniti dal governo, sono oltre 40 milioni i cittadini che hanno ricevuto entrambe le dosi e secondo i calcoli del Sole 24 Ore, con l'attuale ritmo di somministrazioni entro dieci giorni avremo coperto l'80% della popolazione, obiettivo che era stato fissato dal commissario all'emergenza Covid, il generale Francesco Paolo Figliuolo, entro la fine di settembre. Insomma, stiamo perfettamente rispettando la tabella di marcia, ma improvvisamente il governo e gli esperti del ministero della Salute ritengono che questo non basti più. Nemmeno il fatto che le fasce di età ritenute più a rischio (cioè gli italiani con più di 60 anni) abbiano una percentuale che supera largamente l'80% è ritenuto sufficiente e pure il fatto che dai 50 anni in su il tasso di vaccinazione sia al 79,34%. No, ora il traguardo pare essere il 90%, ma forse neppure questo potrebbe bastare a Roberto Speranza e compagni, perché alle seconde dosi si stanno per aggiungere le terze, come in un gioco dell'oca in cui, quando si è prossimi alla meta, si ritorna alla casella di partenza».

Francesco Verderami sul Corriere dedica il suo retroscena alla posizione della Lega, quella più in bilico fra la critica e la responsabilità di governo.

«È che se non alzi la voce non vieni ascoltato», aveva risposto Salvini ai dirigenti del Carroccio. E tutti a dirgli che su quella linea era «il Paese a non ascoltarti più», che la posizione assunta sul green pass non premiava per ragioni scientifiche ed economiche che si riflettevano nei sondaggi elettorali. Così era iniziata l'opera di convincimento del leader leghista nei giorni scorsi, mentre il ministro Giorgetti e i governatori preannunciavano il sostegno al progetto di Draghi per rendere obbligatoria la carta verde nei luoghi di lavoro. E c'è un motivo se - come racconta un autorevole esponente del partito - «nelle ultime quarantotto ore Matteo ha cambiato posizione», se dopo il varo del decreto da parte dell'esecutivo ha assecondato la sua delegazione di governo: «Ha capito che il terreno sul quale lo avevano fatto inoltrare era pericoloso». Chi fossero i cattivi consiglieri non è chiaro, ma il modo in cui ieri Salvini ha sconfessato Borghi che minacciava il ricorso alla Consulta e il fatto che l'eurodeputata Donato abbia scritto un tweet per dire «non mi riconosco nella Lega», testimonia la cesura. Si vedrà se l'ex ministro dell'Interno non cambierà atteggiamento, se non ritornerà a vellicare la parte più radicale e largamente minoritaria del Carroccio. «Lo scopriremo», sospira uno dei maggiorenti, memore del patto che Salvini aveva stretto con i governatori e che aveva subito disatteso alla Camera, «spiazzando tutti». Una mossa che i dirigenti leghisti ritengono fosse stata dettata dall'«insofferenza di Matteo che non ci sta ad apparire estraneo alle decisioni» e «caldeggiata da chi lo circonda e lascia trapelare ipotesi di complotti ai suoi danni nel partito». Da lì è iniziata l'opera di mediazione (e di persuasione), con una cruda analisi della situazione. Perché la Lega di lotta e di governo non paga e per quanto Salvini attraversi senza risparmiarsi lo Stivale, il rapporto con il territorio è sfilacciato, siccome - secondo uno dei maggiori esponenti - «la gente pare demotivata». Certo pesano le scelte per le Amministrative, le preoccupazioni per il voto a Milano che «rischia di rivelarsi per noi un disastro», con i rappresentanti della Lombardia che nei piccoli centri segnalano «il passaggio a Fratelli d'Italia di consiglieri comunali eletti in liste civiche che facevano riferimento a noi». Più in generale è l'immagine di una linea senza un preciso profilo che smarrisce i dirigenti, «perché temi come il ritorno al nucleare vengono affrontati con sortite estemporanee». E nella corsa al consenso, l'incidente è sempre dietro l'angolo. La scorsa settimana non è sfuggito per esempio il modo in cui Salvini ha affrontato l'affaire Afghanistan, quando in tv ha sostenuto che «se il G20 straordinario si tenesse dopo settembre, per Kabul sarebbe tardi», evidenziando i problemi di Draghi sulla soluzione del delicatissimo dossier. Ecco cosa i dirigenti della Lega ritengono vada registrato, dato che non è in discussione la leadership del segretario e nemmeno la permanenza del Carroccio nel governo, qualsiasi sarà il risultato delle Amministrative. «Salvini non ci farà mai il favore di staccarsi dalla maggioranza», riconosce un ministro del Pd: «Spaccherebbe forse la Lega, di sicuro il centrodestra e ci consentirebbe di intestarci Draghi e di eleggerci da soli il capo dello Stato». Certo la scrittura della Finanziaria provocherà turbolenze, ma intanto era necessario chiudere il capitolo green pass. E così è stato. Ieri in Consiglio dei ministri Giorgetti ha presentato delle richieste di modifica al testo, che - a detta dei presenti - «si vedeva come fossero state preventivamente concordate con il premier»: dalle garanzie per gli imprenditori al calmieramento dei prezzi per i tamponi, fino al caso delle discoteche. Certo, dopo il braccio di ferro sul provvedimento «le nostre correzioni - dice un dirigente leghista - paiono una battaglia di retroguardia». Ma è un fatto che l'unico momento di tensione in Consiglio ha avuto per protagonisti Franceschini e Draghi. Con il primo che - parlando a Speranza - ha chiesto la piena capienza per i teatri, e il secondo che - avendo intuito di essere il destinatario dell'affondo - ha risposto: «Non faccio norme ad hoc». «Ma così il governo andrà sotto in Parlamento». «Il Parlamento farà quel che ritiene. Noi prima valuteremo la situazione epidemiologica e poi decideremo». Altre ruggini, altre storie tese. Mica solo Salvini...».

IL PATTO DEI SOTTOMARINI FRA USA, GB E AUSTRALIA

C’è un fatto di grande rilievo internazionale sui giornali di mezzo mondo: il patto siglato fra Usa, Gran Bretagna e Australia per fabbricare nuovi sottomarini nucleari che sorveglino il Pacifico. Il Corriere della Sera lo racconta con Guido Santevecchi.

«Una nuova alleanza militare a tre promette di rafforzare la presenza occidentale nel Pacifico di fronte agli obiettivi strategici di Pechino, che sotto gli ordini di Xi Jinping negli ultimi dieci anni si sono estesi da Taiwan a quasi tutto il Mar cinese meridionale. È un «patto subacqueo» quello lanciato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, perché Washington e Londra si sono impegnate a fornire agli australiani la tecnologia per costruire 8 sottomarini a propulsione nucleare, armati con missili da crociera. Non hanno citato la Cina, il presidente Joe Biden e i premier Boris Johnson e Scott Morrison, riuniti in videoconferenza per annunciare la costituzione dell'intesa trilaterale di sicurezza Aukus (Australia, United Kingdom e Usa). Ma è chiaro che i sottomarini permetteranno agli australiani di intervenire nel Pacifico, dando man forte nel contrasto della flotta cinese. L'accordo è storico anche perché finora Washington aveva condiviso il suo know-how sui propulsori nucleari per sottomarini solo con i fidati britannici. La reazione del portavoce degli Esteri cinese è da copione: «Una prova di mentalità da guerra fredda, una mossa estremamente irresponsabile che mina la pace regionale e spinge la corsa alle armi». La reazione più dura contro Aukus però è venuta da un altro alleato occidentale: la Francia. Gli otto sottomarini nucleari, infatti, sono destinati a silurare e affondare una grande commessa che aveva assegnato al Naval Group di Parigi (unita all'italiana Fincantieri nella joint-venture Naviris) la fornitura di 12 unità con motori diesel per la Royal Australian Navy. Un affare da 37 miliardi di dollari, negoziato tra Parigi e Canberra nel 2016 e definito il «contratto del secolo». Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha rispolverato la frase usata nel 1940 per denunciare la dichiarazione di guerra italiana: «Un coup dans le dos», una pugnalata alle spalle. La Francia ha cancellato un gala che si sarebbe dovuto tenere stasera nella sua ambasciata di Washington per celebrare le relazioni con gli Stati uniti. Parigi chiede anche solidarietà all'Unione Europea. Rivolto a Biden, il capo della diplomazia francese ha recriminato: «Questa decisione unilaterale, brutale e imprevedibile, assomiglia molto a quel che faceva Trump». In questo, Le Drian è d'accordo con la lettura cinese: «Siamo al trumpismo senza più Trump». I cinesi sono tanto più colpiti perché la settimana scorsa Biden aveva telefonato a Xi offrendo un incontro al vertice (magari durante il G-20 di ottobre a Roma). Il presidente americano però si era ben guardato dal rivelare al leader cinese l'imminente lancio del patto Aukus, che prevede anche cooperazione con britannici e australiani su cybersicurezza, intelligenza artificiale e sviluppo di computer quantistici. Ma sono gli otto sottomarini che agitano i sogni di potenza di Xi. Solo sei potenze hanno finora in linea unità a propulsione nucleare, che permettono missioni più lunghe e più furtive: la flotta cinese ne conta 18. «I battelli australiani con i loro missili Tomahawk d'attacco mandano un messaggio forte a Pechino, inimmaginabile solo dieci o ancora cinque anni fa», osserva l'esperto militare Vipin Narang del MIT di Boston. La commessa francese era per unità a propulsione diesel, utili per le acque intorno all'Australia e la protezione delle sue linee commerciali vitali. I sommergibili con motori nucleari potranno pattugliare tutto il Mar cinese meridionale e sorvegliare lo Stretto di Taiwan. E infatti da Taipei arriva la soddisfazione dell'ex capo di stato maggiore Lee Hsi-ming, : «L'Australia con i suoi 8 sottomarini avrà un pugno capace di raggiungere la Cina continentale». L'entusiasmo dell'ammiraglio è giustificato dal commento minaccioso di Pechino subito dopo il ritiro inglorioso degli americani da Kabul: «L'Afghanistan è un presagio per Taiwan: al momento della prova, gli Stati Uniti abbandoneranno anche l'isola al suo destino» (la riconquista cinese, ndr ). Secondo i piani, i sottomarini saranno costruiti ad Adelaide, sulla costa meridionale dell'Australia. Ma ci vorranno anni. Mentre nasceva Aukus, i giapponesi inseguivano un sottomarino cinese nelle loro acque, gli americani osservavano unità cinesi al largo dell'Alaska, i sudcoreani lanciavano il loro primo missile balistico da un sottomarino, il nordcoreano Kim giocava con un treno lanciamissili, i taiwanesi svolgevano grandi manovre contro una possibile invasione cinese. La sfida nel Pacifico detterà l'agenda internazionale nei prossimi anni».

Mattia Feltri nella sua rubrica sulla prima pagina della Stampa commenta: di fronte alla notizia del giorno noi europei diventiamo “piccoli, piccoli”.

«Sono sempre stato un appassionato di cartine geografiche e da tempo mi riprometto di acquistare un planisfero pacificocentrico, ovvero una mappa del mondo in cui al centro non c'è l'Europa ma l'oceano Pacifico, a destra l'America, a sinistra l'Australia, la Cina, l'India, e l'Europa è lassù, nell'angolo di sinistra, piccola piccola. Dovrò affrettarmi perché sì, il green pass, i no vax, ma la notizia del giorno mi sembra la stipula di Aukus, un patto per la sicurezza fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Per capire la portata: gli Stati Uniti doteranno l'Australia di sottomarini a propulsione nucleare, cioè condivideranno tecnologie belliche avanzate. La Cina l'ha presa malissimo perché sa di che si tratta: gli americani cercano alleati e presenza militare nel fuoco del mondo, dove la Cina spadroneggia, dove si produce il 60 per cento del pil globale e due terzi della crescita, e dove con il Quad - un'intesa commerciale fra Usa, Australia, India e Giappone in alternativa alla Via della Seta - la partita è già cominciata. Vogliamo portare libertà nell'Indo-pacifico, ha detto Biden. Sta mettendo a soqquadro il mondo, rispondono da Pechino. Ah, dimenticavo. Pure l'Ue è furiosa, perché è stata tagliata fuori dal progetto: nessuno s' è curato di metterla a parte né dei presupposti né degli sviluppi. La Francia è arrivata a dire che Biden è peggio di Trump, in ogni caso l'Ue ha deciso di discuterne in una riunione dei ministri degli esteri. Domani? Dopodomani? No, il 18 ottobre. Guardatela dalla prospettiva giusta, compratevi un planisfero pacificocentrico: noi siamo lassù, nell'angoletto, piccoli piccoli».

DI MAIO RILANCIA LA DIFESA COMUNE EUROPEA

La Francia è furiosa. Ma come reagisce l’Italia? Intervista di Repubblica al ministro degli Esteri Luigi Di Maio a cura di Vincenzo Nigro e Alberto D’Argenio. 

«Il ritiro Usa da Kabul e ora l'accordo Aukus per la fornitura di sottomarini nucleari all'Australia da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna «dimostrano l'urgenza di lanciare una vera Difesa Ue sostenuta da decisioni in politica estera che sfuggano al diritto di veto dei singoli governi». Ne è convinto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che in questa intervista a Repubblica annuncia: «Il G20 straordinario sull'Afghanistan (chiesto dal premier Mario Draghi, ndr) si terrà dopo l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York». L'accordo sui sottomarini nucleari tra Usa, Gran Bretagna e Australia è la seconda scelta strategica di importanza primaria, dopo il ritiro da Kabul, che gli americani prendono quasi senza consultare l'Europa. Come reagisce il nostro governo? «Afghanistan e Australia rilanciano la grande urgenza di una Difesa europea che preveda anche un coordinamento dell'industria continentale. Sarebbe un passo quanto mai importante e necessario non per contrastare i nostri alleati, ma per avere più peso contrattuale. Nessuno di noi di fronte a Stati Uniti o Cina può pensare di competere come singolo Paese». Ci sarà un consenso tra i 27 per arrivare alla Difesa europea, che poi ha implicazioni anche di politica estera? «Il dibattito è appena ripreso, ma abbiamo segnali incoraggianti. Tuttavia non ci illudiamo che sarà semplice proprio perché quella sulla Difesa è una discussione legata anche alla politica estera. In questi due settori vogliamo arrivare a poter adottare decisioni a maggioranza, sfuggendo alla paralisi dei diritti di veto in mano ai singoli governi. Si tratta di una svolta storica e urgente che credo debba arrivare anche sulla Sanità». Se qualche partner della Ue dovesse mettersi di traverso, pensa che la Difesa europea dovrebbe nascere tra un gruppo ristretto di Paesi tra cui l'Italia? «Non voglio dirlo, spero di raggiungere un buon accordo a 27 su Difesa e politica estera. Certo, chi non ci starà farà un danno a se stesso e noto come i maggiori partner dell'Unione siano d'accordo sulla necessità di questo passo». La Cina ha reagito duramente all'accordo Australia-Usa: quale sarà il futuro dei nostri rapporti con Pechino? «Vale sempre il concetto del selective engagement : su temi come la lotta al terrorismo, cambiamenti climatici e sulle crisi regionali dovremo portare avanti una linea di collaborazione profonda. Tuttavia per l'Italia non esiste una alleanza alternativa a quella con gli Stati Uniti». Gli Usa però escono da Kabul colpiti nella reputazione: come è possibile ricostruire una credibilità? «Il coordinamento in corso in ambito Nato, G7 e G20 rappresenta il modo di uscire da questa crisi sia come singoli Paesi che come Alleanza. Dobbiamo interrogarci sugli errori commessi, ma non dobbiamo puntare il dito su un singolo Stato perché davvero poi l'Occidente rischia di uscirne con le ossa rotte». Il G20 straordinario sull'Afghanistan al quale lavora Mario Draghi nella veste di presidente di turno si farà? «Sì, il G20 si farà dopo l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York dove andrò la prossima settimana. A margine dell'Assemblea Onu, tra l'altro, ci sarà un incontro del G20 a livello ministri degli Esteri proprio per preparare il Vertice straordinario tra leader. Abbiano chiesto anche la partecipazione delle agenzie Onu e delle organizzazioni umanitarie coinvolte in Afghanistan. Dobbiamo rafforzare la sicurezza internazionale con la lotta al terrorismo, anche proteggendo i paesi limitrofi che rischiano di subire la crisi afghana. Dobbiamo poi fornire assistenza ai rifugiati e agli sfollati in maniera coordinata, garantendo la mobilità e la sicurezza delle persone». Il nostro giornale ha lanciato sosafghanistan@repubblica.it , una iniziativa per salvare gli afghani che vogliono lasciare il loro Paese dopo il ritorno dei talebani: il governo italiano li aiuterà? «Sì, quando due settimane fa sono andato in visita nei Paesi limitrofi all'Afghanistan, oltre a lavorare al rafforzamento della nostra intelligence contro il terrorismo abbiamo iniziato a pianificare un supporto logistico per le evacuazioni. Le partenze sono riprese con i voli del Qatar sui quali abbiamo trasferito le persone che erano sulle liste italiane. Continueremo a farlo e il G20 rappresenta l'opportunità proprio per coordinare questa azione in maniera strutturata. Certo è che non daremo mai ai talebani le liste delle persone da evacuare, diventerebbero delle killing list. È incoraggiante che il commissario Unhcr Filippo Grandi sia andato in Afghanistan per verificare la situazione umanitaria e che l'organizzazione resti nel Paese insieme ad alcune Ong». Sarebbe più facile riconoscere il governo talebano se al suo interno venisse ridimensionato il ruolo dei terroristi, diciamo del network Haqqani? «Per tutta la comunità internazionale quello del riconoscimento non è un tema sul tavolo e lo vedo molto lontano».

BARADAR APPARE E SMENTISCE LA SPARATORIA

Le ultime dall’Afghanistan. Videomessaggio del vice presidente Baradar che riappare e smentisce di essere stato coinvolto in una sparatoria all’interno del palazzo del governo di Kabul. Ma Paolo Brera su Repubblica nota che la smentita lascia molti dubbi e che Baradar sembra in ostaggio di chi gli sta accanto:

«Seduto in poltrona accanto alla sala biliardo dell'hotel Serena di Kabul, Anas Haqqani invita i giornalisti stranieri radunati davanti a lui a conoscere "il vero Afghanistan" andando a cercarlo "fuori da Kabul". Il Serena è il cinque stelle che i terroristi del network Haqqani attaccarono nel 2008, uccidendo sei persone. Miravano alla Spa frequentata dagli stranieri, e tra le vittime ci fu anche un giornalista norvegese, Carsten Thomassen. Anas oggi è uno dei grandi capi del network guidato da suo fratello Sirajuddin: al Serena sorride e dispensa consigli ai reporter stranieri, rassicura sull'assenza di spaccature tra i leader talebani, chiede che Usa e resto del mondo riaprano le sedi diplomatiche. C'è sempre qualcosa che non torna nelle pubbliche rassicurazioni che i talebani si sforzano di ribadire, lasciando che i fatti corrano in direzione opposta. Dopo le voci di scontri durissimi al palazzo presidenziale, in cui il vicepresidente Baradar sarebbe stato ferito o addirittura ucciso, Baradar è ricomparso in una video intervista per smentire tensioni; ma anche qui il risultato finale è opposto. «Sto benissimo e non ho alcun problema con gli altri leader. Tutti i talebani sono la mia famiglia. Ero in viaggio, non ho potuto replicare ai media». Il mediatore navigato che ha saputo portare a casa la ritirata americana guidando la delegazione talebana a Doha, in Qatar, legge su un foglietto le risposte, pur così banali. La seconda è anche più funambolica. Perché non ha partecipato all'incontro nel palazzo presidenziale con la delegazione del Qatar? «Non sapevo dell'incontro», replica Baradar leggendo la minuta. È vivo, sì, ma sembrano le risposte obbligate di un ostaggio. O forse sta lanciando un messaggio: sono fuori dai giochi, non mi informano neppure quando è scontata la mia presenza. In entrambi i casi, la sua "famiglia" talebana non sembra affatto unita. E mentre i talebani non chiariscono, il loro governo latita: nel "vero Afghanistan" gli uffici pubblici sono in gran parte chiusi, i residenti non possono neppure rinnovare i documenti; dipendenti pubblici e insegnanti non vedono stipendio da settimane, le scuole secondarie sono chiuse, negli ospedali si segnalano carenze di medicinali, tra le vie di Kabul si svendono mobili di casa per comprare da mangiare, ed è esploso il mercato nero dei visti per fuggire».

Domenico Quirico si occupa degli altri scenari di guerra, le “guerre dimenticate” dice il titolo della Stampa ma il grande inviato contesta l’immagine stereotipata:

 «Il tono è sempre quello, di rimprovero un po' reverente: «L'Afghanistan certo, ma tutte quelle altre guerre dimenticate». E no! Dimenticate proprio per nulla, non ci sono guerre dimenticate, ci sono soltanto le guerre che non vogliamo raccontare e son proprio quelle che conosciamo a puntino perché ci servono, quelle che conosciamo meglio nella loro violenza quasi tellurica. Altro che quei piagnoni del terzomondismo, fuori moda con la loro litania della dimenticanza. La guerra dimenticata è un volontario atto geopolitico, una strategia pianificata occidentale. Talvolta bruciante e brutale, a volte insidioso e glaciale. Un fantasma affligge il mondo occidentale, il suo spettro ostinato e testardo spunta ogni tanto in tv, sui social, nelle conversazioni: la guerra. Ma ogni volta, mitigata la breve febbre con appositi calmanti, si finge di non saperne nulla, così non devasta certo gli affari pubblici e la privata mobilitazione. E nella strategia i governi sedicenti di sinistra danno punti a quelli espliciti di destra. L'Afghanistan è di moda. Adesso che l'afghano derelitto di burqa, guerre quarantennali, taleban molesti e aspiranti al Califfato, per un po' è di moda, ribadiamolo: non le raccontiamo quelle guerre perché sono scomode, intorbidano le nostre acque geopolitiche che vogliamo sempre placide e adatte a redditizi bagni terapeutici. Yemen, Siria, Somalia, Nigeria, Sahel, Congo, Repubblica Centrafricana, Caucaso, rispunta perfino Sendero luminoso in Perù, assomigliano a quel disordine che conclude le malattie incurabili. Prima ancora della morte la consistenza della carne si dissipa e in questa moltiplicazione ognuno tira dalla sua parte. Fino alla putredine che non ammette resurrezione. Lo stesso Afghanistan non lo avevamo forse messo in cantina prima che il ritiro americano non ci riconducesse all'ora zero di venti anni fa, quando tutto era stato «risolto»? Sono conflitti pericolosi perché svelano quale aggressività imprevedibile si annida nei contorni della nostra globalizzazione trionfante. Fiammate di crudeltà sconvolgono e gettano nello sconcerto zone del mondo da noi socialmente assistite e che immaginavamo per nulla degradate. Oibò, invece c'è disordine: furori inappagati, bambini ferocissimi, folle esaltate, automobili bomba, suicidi che diventano martiri, corpi massacrati esibiti come trofei, dei implacabili, case divelte, urla, bestemmie, buio. Non va bene. La maggior parte delle vittime le abbiamo tradite negando soccorso promesso. Tradire è atto semplicissimo da compiere. Più difficile è tradire bene. Allora scandalizziamo, turbiamo i sonni provocatoriamente. È l'unica contromossa. Elenchiamo, una ad una come un meticoloso atto di accusa, guerre, guerriglie e massacri silenziosi che stanno intorno a noi e che mettiamo tra parentesi per i nostri sacrosanti interessi. Sperando che non ci coinvolgano per dovere di ufficio: ovvero un sequestro o la morte di un connazionale, una pulizia etnica un po' troppo evidente e sconveniente anche per le maglie larghe della nostra indignazione, qualche barcone di fuggiaschi con facce e indirizzi di ivi residenti ancora ignote, che sollevino dal buio zone di sofferenza collettiva nel nostro mappamondo distratto».

IL NUOVO CASO BERLUSCONI

Torniamo all’Italia. I giudici che guidano il processo Ruby Ter hanno chiesto una perizia psichiatrica per Silvio Berlusconi, lui ha risposto con una lettera in cui respinge la richiesta e accetta di essere giudicato senza più comparire al processo. Il Giornale la pubblica.

«Egregio signor Presidente del Tribunale di Milano, Sezione VII penale, ho appreso che nel corso dell'ultima udienza tenutasi in data 15 settembre 2021, il Collegio da Lei presieduto ha ritenuto di disporre nei miei confronti una perizia per stabilire se effettivamente vi sia la mia impossibilità a partecipare al processo. La decisione appare sorprendente per più ragioni. Innanzitutto le relazioni mediche depositate sono pervenute alle medesime conclusioni che avevano indotto codesto Tribunale a rinviare più volte le udienze. In particolare, si ricordi che la stessa Procura della Repubblica, in data 19 e 28 maggio 2021, chiese lo stralcio della mia posizione condividendo la fondatezza delle ragioni mediche. Quella stessa Procura nel corso dell'udienza dell'8 settembre, con toni e modi davvero inaccettabili nei confronti miei e dei medici che mi hanno per molte volte visitato, ha chiesto di disattendere le medesime conclusioni e procedere oltre. Ma la decisione di sottopormi a perizia non solo medico-legale e cardiologica, ma anche psichiatrica, appare al di fuori di ogni logica e del tutto incongrua rispetto alla mia storia e al mio presente. Nell'ambito delle consulenze depositate vi è stato anche un contributo sotto tale profilo, ma esclusivamente per dimostrare la correlazione che lega lo stress alla patologia cardiaca di cui sono portatore. L'ipotesi di sottopormi ad una ampia ed illimitata perizia psichiatrica da parte del Tribunale dimostra, per ciò che ho fatto nella vita in molteplici settori fra cui l'imprenditoria, lo sport e la politica, un evidente pregiudizio nei miei confronti e ben mi fa comprendere quale sarà anche l'esito finale di questo ingiusto processo. Non posso quindi accettare tale decisione, che è lesiva della mia storia e della mia onorabilità. Si proceda, dunque, in mia assenza alla celebrazione di un processo che neppure sarebbe dovuto iniziare, nella consapevolezza che anche successivamente verrà riconosciuta la assoluta correttezza del mio comportamento e sarò assolto da ogni accusa».

Alessandro Sallusti sulla prima pagina di Libero loda la “lucida follia” del Cav.

«Anche negli uomini più forti e tenaci c'è un limite alla sopportazione superato il quale non il dolore o la paura ma la dignità impone la resa, parola fino a ieri non prevista nel vocabolario di Silvio Berlusconi. E invece il Cavaliere ha annunciato ai magistrati che non intende più combattere per fare valere la sua verità e i suoi diritti di persona ammalata nell'ultimo - ridicolo diciamo noi - processo che lo vede imputato a Milano. I pm e i giudici che ancora lo stanno braccando si accomodino pure ed emettano una sentenza di condanna che appare scritta ancora prima della camera di consiglio, ma non potranno, come da loro richiesto come condizione per rinviare il processo, sottoporre Berlusconi a visita psichiatrica per stabilirne la capacità di intendere e volere. Non è la prima volta nella storia che mediocri e frustrati burocrati provano a umiliare i grandi uomini loro contemporanei. Ma per stabilire che Silvio Berlusconi è un po' mattacchione non c'era bisogno di alcuna visita, bastava leggere la sua biografia. Bisogna infatti essere matti, quando hai una vita piena di agi frutto di precedenti mattane (per esempio inventarsi dal nulla la prima televisione privata nazionale, la prima banca senza sportelli oil grande Milan) a voler lasciare tutto per prendersi sulle spalle un Paese dell'Occidente che stava per finire nelle mani del più grande partito comunista d'Europa. Roba da matti, come aver preso due partiti ritenuti di fatto fuori dall'arco costituzionale, An e Lega, e averli portati - garantendo per loro - a governare con successo una grande democrazia. Bisogna davvero essere matti ad aver immaginato di cambiare gli equilibri del mondo portando la madre Russia al suo posto naturale, cioè al centro dell'Europa, ed essere arrivato a un soffio dal farlo. Da matti dare lavoro a decine di migliaia di persone, pagare decine di miliardi di euro di tasse, ma soprattutto è da matti pensare di fare tutto questo e farla franca in un Paese come il nostro che non conosce la parola riconoscenza e dove anche gli arbitri fanno i giocatori, siano essi presidenti della repubblica o magistrati. Sì, in Silvio Berlusconi ho riconosciuto più volte la lucida follia che manda avanti il mondo e questi piccoli uomini che si accaniscono contro di lui mi fanno una grande tristezza. Oggi più che mai».

TUTTI I NOMI DELLA LOGGIA UNGHERIA

Il Fatto pubblica oggi ampi stralci dei verbali dell’avvocato Amara che elenca nomi e circostanze della loggia massonica denominata Ungheria. Ci sono molti nomi di note personalità che hanno responsabilità nel nostro Paese. Non è chiaro (e comunque non si troverebbero in queste carte) se siano state fatte serie indagini e dunque resta difficile esprimere giudizi. Qui il commento introduttivo con cui Barbacetto e Massari spiegano la decisione del giornale:

«Ora che almeno una parte dei verbali segreti di Amara è stata depositata dalla Procura di Roma negli atti d'inchiesta su Marcella Contrafatto (dunque non sono più segreti, pur essendo ancora oggetto d'indagine di altre Procure) e che sono ormai pressoché impossibili gli inquinamenti probatori, abbiamo deciso di raccontare ai lettori che cosa Piero Amara ha riferito ai pm su quella che definisce "loggia Ungheria". Alcuni verbali sono ancora secretati, ma molti dei nomi che contengono, di presunti affiliati o di personaggi coinvolti in relazioni e affari, sono ormai da mesi oggetto di chiacchiere e illazioni. Il numero delle persone a conoscenza di quei verbali è alto, in molte "stanze del potere", e ciò rende possibili pressioni e ricatti. Meglio dunque scoprire le carte, sapendo che ciò che Amara racconta può essere vero, ma può essere anche falso e calunnioso. Il Fatto ritiene che sia giunto il momento di pubblicare tutto. I lettori potranno conoscere tutti i nomi fatti da Amara, sapendo (anche grazie agli articoli già pubblicati, sulle accuse a Mancinetti, Giuseppe Conte, Sebastiano Ardita) che ciascuno di quei nomi potrebbe essere vittima di una calunnia (ci risulta per esempio che il comandante della Gdf Giuseppe Zafarana abbia chiarito la sua posizione, come la pm Lucia Lotti). Qualcuno, in questi mesi, ha preteso più o meno velatamente di impartirci lezioni di giornalismo, insinuando che dietro la scelta di non pubblicare vi fossero chissà quali interessi e che, se si fosse trattato di Silvio Berlusconi (giusto per fare un nome) avremmo pubblicato tutto senza remore. Bene, chiunque potrà ora scoprire che c'è anche Berlusconi tra i nomi degli affiliati indicati da Amara. È l'ora di stroncare i chiacchiericci e le possibilità di ricatto nati da queste carte fuggite dal controllo della Procura di Milano. Così, da oggi, il Fatto Quotidiano vi racconta la vera storia della loggia Ungheria».

La scelta in questa Versione di stamane è non pubblicare tutto il papiro. Chi è interessato trova nei pdf l’articolo completo pubblicato oggi con gli stralci di verbale e i nomi. Qui solo l’inizio delle quattro pagine del quotidiano diretto da Travaglio, che promette di proseguire nella pubblicazione per qualche giorno:

«Pubblichiamo a partire da oggi alcuni stralci - selezionati per rilevanza dei ruoli pubblici - degli interrogatori resi davanti ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell'Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.

6 dicembre 2019 Amara: Devo fare una premessa: io facevo parte di una loggia massonica coperta, formata da persone che io ho incontrato attraverso persone di origine messinese dove questa loggia è particolarmente forte. Mi ha introdotto Gianni Tinebra , magistrato con cui avevo ottimi rapporti. Attraverso questa loggia denominata "Ungheria" ho conosciuto Michele Vietti e tale Enrico Caratozzolo , avvocato di Messina; il capo della cellula messinese per quanto mi dissero Tinebra, Vietti e Caratozzolo era Giancarlo Elia Valori . Della cellula "Ungheria" fa parte anche la dottoressa Lucia Lotti (magistrato a Roma, ndr). Fu Vietti a mandarmi Saluzzo (Francesco, ndr) a Roma. Io già sapevo che faceva parte dell'associazione Ungheria e comunque tale circostanza mi fu confermata dal modo in cui mi salutò premendomi il dito indice tre volte sul polso mentre mi stringeva la mano. L'incontro fu organizzato a casa di un imprenditore, di cui non ricordo il nome, amico di Antonio Serrao , detto Tonino, all'epoca direttore generale del Consiglio di Stato e anch' egli partecipe di "Ungheria"».

ELETTI I GARANTI DEI 5 STELLE

Passaggio importante per i nuovi 5 Stelle. Su proposta di Grillo sono stati eletti i nuovi garanti del Movimento: sono Raggi, Di Maio e Fico. La cronaca sul Corriere è di Emanuele Buzzi

«Era tanto attesa nel Movimento ed è finita nel modo più scontato con l'elezione di Virginia Raggi, Luigi Di Maio e Roberto Fico come membri del comitato di garanzia e Riccardo Fraccaro come nuovo esponente del collegio dei probiviri. Sono 30.073 i militanti pentastellati che hanno votato su Skyvote su circa 115 mila aventi diritto, ossia poco più di uno su quattro. Si potevano esprimere massimo due preferenze: una per genere e il risultato suona come un plebiscito al femminile per la sindaca di Roma che incassa 22.289 preferenze, il doppio di Fico (11.949) e Di Maio (11.748). Primo degli esclusi Andrea Liberati con 3.727 voti, seguito da Carla Ruocco (3.474) e Tiziana Beghin (3.112). Nel ballottaggio per un posto tra i probiviri la spunta Fraccaro su Grazia Di Bari con 21.097 voti contro 8.976. Una votazione fondamentale, quella per definire il comitato di garanzia, per due motivi: apre la nuova fase contiana del Movimento delineando subito degli equilibri più chiari, con un organo che si ritaglia le vesti di un vero arbitro nelle contese del Movimento (ha anche il potere di chiedere la sfiducia per Conte e Grillo) e in secondo luogo permette di far partire l'iter per le nomine politiche interne, che saranno dopo le Amministrative. Solo allora si vedranno le strategie dei malpancisti (una ventina), ma per adesso i venti di addii sono solo evocati. Di Maio, Fico e Raggi - che prendono il posto di Vito Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri che si sono dimessi a inizio agosto - staranno in carica per quattro anni e dovranno adoperarsi da subito per stilare i regolamenti necessari per l'elezione del comitato nazionale. Per quanto riguarda il collegio dei probiviri l'ex sottosegretario Fraccaro torna a occupare la carica che aveva lasciato nel 2019 per incompatibilità con il suo ruolo nell'esecutivo. Ora il collegio rimasto inattivo da giugno dopo l'addio di Raffaella Andreola (che è in corsa alle Comunali nel trevigiano, con una lista che si richiama a Casaleggio) può tornare a esaminare i dossier arretrati e comminare eventuali sanzioni. La «macchina» dei probiviri rischia però di bloccarsi presto: in un paio di mesi scadrà il mandato e Beppe Grillo dovrà decidere cosa fare (c'è chi ipotizza anche un voto di riconferma dei membri). Intanto ieri Conte ha ribadito nel corso di un intervento a Castelfidardo (Ancona) l'appoggio del M5S all'esecutivo. «Stiamo qui a sostenere il governo, ci siamo assunti questa responsabilità e la porteremo avanti». Qualche ora più tardi a Piazzapulita su La7 torna sulla caduta del governo giallorosso: «C'è stato un tentativo di remare contro che si è sviluppato dentro la compagine di governo. È chiaro che questo governo non stesse bene a tutti, anche a gruppi che possono far sentire la propria voce».

IL PAPA AI MOVIMENTI

Ieri il Papa ha incontrato movimenti e associazioni, dopo il decreto del giugno scorso, che fissa la durata massima dei mandati ai vertici e il loro numero. Francesco ha detto ai movimenti: chi è alla guida stia attento a voglia di potere e slealtà. Enrico Lenzi per Avvenire.

«Governare è servire», ma dietro l'angolo possono nascondersi due pericoli per chi esercita questo governo: «la voglia di potere» e «la slealtà». Papa Francesco va dritto al cuore della questione che dallo scorso giugno sta creando «qualche non buon umore» (dice) all'interno delle associazioni di fedeli, movimenti ecclesiali e nuove comunità, i cui moderatori sono stati ricevuti ieri in udienza. Un incontro preparato dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, da cui queste realtà dipendono e dal quale hanno ricevuto lo scorso 11 giugno il decreto con il quale vengono introdotti alcuni vincoli di tempo e di numero nei mandati di coloro che hanno «responsabilità di governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza diretta del medesimo dicastero vaticano». Di fatto il decreto stabilisce che i mandati possono «avere la durata massima di cinque anni ciascuno» e che la stessa persona «può ricoprire un incarico per un periodo massimo di dieci anni consecutivi», potendosi ricandidare per quel posto soltanto dopo la pausa di un mandato. Norme, che il decreto prevede debbano essere rispettate da tutte quelle realtà dove i propri dirigenti abbiano di fatto già superato i tempi indicati, stabilendo che «debbono provvedere a nuove elezioni entro e non oltre 24 mesi dall'entrata in vigore del decreto». Dai vincoli di durata sono invece esclusi i fondatori. «Mi sembra molto saggio» ha commentato ieri il Papa spiegando ai moderatori i motivi che hanno spinto la Santa Sede a intervenire. Premesso che «vi ringrazio per quanto avete fatto soprattutto in questo periodo di pandemia», il Papa ha sottolineato come «voi avete una vera e propria missione ecclesiale» e che «avete la responsabilità di costruire il futuro del santo popolo fedele di Dio», stando «accanto a coloro che sperimentano nella loro carne l'abbandono e la solitudine, e soffrono per le tante necessità materiali e le povertà morali e spirituali». E ricordando «quanta gente c'è che non ha da mangiare», ha commentato amaramente - in passaggio aggiunto a braccio - «penso a noi che qui in Vaticano ci lamentiamo quando il pasto non è ben cotto». Papa Francesco, però, nell'udienza con i moderatori, ha voluto ribadire che il decreto del Dicastero a cui fanno riferimento, vuole intervenire per evitare i casi in cui si è assistito all'abuso di potere e non al servizio degli altri. Per Bergoglio, sono due «gli ostacoli che un cristiano può incontrare nel suo cammino e che gli impediscono di diventare un vero servitore di Dio e degli altri». Il primo è «la voglia di potere», ad esempio, «quando riteniamo, in forza del ruolo che abbiamo, di dover prendere decisioni su tutti gli aspetti della vita della nostra associazione, della diocesi, della parrocchia, della congregazione» e così «la delega agli altri è svuotata dalla smania di essere dappertutto». Il secondo ostacolo è rappresentato dalla «slealtà», cioè quando «a parole diciamo di voler servire Dio e gli altri, ma nei fatti serviamo il nostro ego, e ci pieghiamo alla nostra voglia di apparire, di ottenere riconoscimenti, apprezzamenti ». Ma, sottolinea con forza il Papa, «non dimentichiamo che il vero servizio è gratuito e incondizionato, non conosce né calcoli né pretese». E la slealtà si manifesta anche quando «ci presentiamo agli altri come gli unici interpreti del carisma, gli unici eredi della nostra associazione o movimento; oppure quando, ritenendoci indispensabili, facciamo di tutto per ricoprire incarichi a vita». Ecco che il decreto del Dicastero fissando numero dei mandati e durata degli stessi vuole porre un freno a possibili incarichi a vita. Non solo. Il Papa ha esortato i movimenti ad avere «fiducia nel discernimento dei carismi affidato all'autorità della Chiesa. Siate consapevoli della forza apostolica e del dono profetico che vi vengono consegnati oggi in maniera rinnovata». Papa Francesco ha quindi voluto concludere il suo discorso augurando «a tutti voi buon lavoro e buon cammino, e una buona riunione. Dite tutto quello che vi viene da dire dal cuore in questo. Domandate le cose che volete domandare, chiarite le situazioni. Questo è un incontro per fare questo, per fare Chiesa, per noi. E non dimenticatevi di pregare per me, perché ho bisogno. Non è facile fare il Papa, ma Dio aiuta. Dio aiuta sempre».

MENO ABORTI E MENO OBIETTORI. I DATI SULLA 194

È stata resa nota la relazione annuale al Parlamento sull’attuazione della legge 194. Su Avvenire fa il punto Assuntina Morresi:

«In calo gli aborti mentre aumenta il ricorso alla procedura farmacologica. L'obiezione di coscienza non è un problema per l'applicazione della legge. Le regioni intendono attuare le nuove, discusse linee di indirizzo del ministro Roberto Speranza sull'aborto farmacologico. È stabile infine il ricorso alla cosiddetta contraccezione di emergenza. Sono questi, in sintesi, i punti significativi della Relazione al Parlamento sull'applicazione della legge 194, con i dati provvisori del 2020 e quelli definitivi del 2019, resa pubblica ieri dal ministero della Salute. In pandemia gli aborti sono ancora calati, secondo tutti gli indicatori: lo scorso anno sono stati 67638, -7,6% rispetto al 2019, che a sua volta registrava un calo del 4,1% rispetto al 2018. In calo anche il tasso di abortività (numero di aborti per 1.000 donne in età 15-49 residenti in Italia): 5,5 nel 2020 rispetto a 5,8 del 2019, e il rapporto di abortività (numero di aborti rispetto a 1.000 nati vivi) 169 nel 2020 rispetto a 174,5 del 2019. Da sempre gli aborti sono correlati alle nascite, in persistente diminuzione: ricordiamo che nel 2020 si è registrato un minimo storico di 404.000 nati, con un calo accentuato nei mesi di novembre e dicembre come effetto della prima ondata epidemica. Nella prossima Relazione al Parlamento i dati definitivi del 2020 mostreranno gli effetti di Covid-19 più in dettaglio. Gli indicatori specifici del periodo pre-pandemico non mostrano novità: in diminuzione gli aborti fra le minorenni - 2,3 per mille nel 2019, erano 2,4 l'anno precedente - gli aborti ripetuti - 25,2% nel 2019 rispetto al 25,5% nel 2018 - e anche gli aborti fra le straniere, che nel 2019 sono il 29,2% di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza, rispetto al 30,3% del 2018 (erano il 33% nel 2014). Le donne straniere continuano ad avere tassi di abortività 2-3 volte più elevati rispetto alle italiane: per tutte le età il tasso è 14 per mille, con un picco a 25,5 fra 20 e 24 anni. In aumento il metodo farmacologico, ormai 1 aborto su 4 (il 24,9% di tutte le Ivg), pur essendo variabili i rapporti fra le regioni: prime tre Piemonte (45,6%), Liguria (44,2%), Emilia Romagna (41,1%) . Una diffusione disomogenea perché l'aborto farmacologico è innanzitutto una strategia politica, quella che vuole modificare di fatto la 194, trasformando l'aborto da un problema sociale ad un atto privato, facendolo uscire dagli ospedali per confinarlo a domicilio: è questo l'obiettivo delle linee di indirizzo del ministro Speranza che nell'agosto 2020 ha indicato la possibilità di somministrare i farmaci abortivi in strutture extraospedaliere, compresi i consultori, consentendo quindi alle donne, di fatto, di abortire anche a casa. La 194 non lo prevede, ma le regioni si stanno adeguando alle indicazioni ministeriali: dalla Relazione emerge che, su 21 regioni, 13 intendono effettuare aborti in strutture extraospedaliere (ambulatori e/o consultori), una lo ha già iniziato a fare, e tre stanno ancora valutandone l'opportunità. Nonostante le ossessive campagne di stampa contro gli obiettori di coscienza, ancora una volta dalla relazione non emergono criticità a questo riguardo: ciascun non obiettore effettua 1,1 aborti a settimana (media nazionale), in diminuzione rispetto agli anni precedenti. L'ultima Relazione offre una raccolta dati meno dettagliata rispetto alle precedenti, ma le conclusioni del ministro sono chiare: rispetto all'obiezione di coscienza i dati non mostrano criticità nei servizi di Ivg, né a livello regionale che delle singole strutture. D'altra parte anche i tempi di attesa sono in calo, e la mobilità fra le regioni è bassa: il 92,7% delle IVG è nelle regioni di residenza, e di queste l'86,7% nella provincia di residenza. Il ricorso alla cosiddetta contraccezione di emergenza è stabile, dopo anni di costante e importante aumento: 259.644 le confezioni di EllaOne vendute (la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo) e 288.498 quelle di Norlevo (la cosiddetta pillola del giorno dopo), per un totale di 548.142 confezioni nel 2019. Un prodotto per cui il Consiglio Superiore di Sanità in un parere del 2015 su EllaOne, non escludeva l'azione antinidatoria - cioè un precocissimo aborto». 

A proposito di aborto, Giuliano Ferrara sulla prima pagina del Foglio torna sulla posizione molto netta di papa Francesco espressa sul volo papale in rientro dalla Slovacchia.

«Bergoglio non ha detto che la vita umana dal concepimento alla morte è un principio non negoziabile, non ha schierato la Chiesa cattolica al fianco dei pro life per una legislazione interdittiva, non ha negato misericordia e tenerezza pastorale verso chi abortisce e verso chi fa abortire, cioè il grande assente di una guerra culturale che riguarda innanzitutto la cultura maschile e le politiche pubbliche antinataliste, niente di tutto questo. Bergoglio si è limitato a un'osservazione agghiacciante perché ovvia, tra l'altro sostenuta da laici con argomenti laici: l'aborto è un omicidio. E' scattata la gara della stupidità, dell'ipocrisia, del più sordo rinnegamento della realtà, che è in sé la parte decisiva della verità, oltre le effimere interpretazioni. Ho sentito con le mie orecchie il teologo Vito Mancuso dire due cose molto al di sotto della sua intelligenza, alla radio: non ogni soppressione di vita umana è un omicidio, ha detto, basti pensare a un soldato che uccide il soldato nemico, basti pensare a un poliziotto che stronca con violenza la vita di un rapinatore. Mancuso sa che i bambini non nati e uccisi nel ventre materno, come trofei di una cultura sociale che si nasconde dietro il dramma delle donne con untuosità insopportabile, non sono soldati nemici e non sono rapinatori: eppure questa bestialità se l'è lasciata scappare. Il cattolico bergoglista, insieme con mille altri e altre che commentano con scandalo le parole del Papa, non capisce come si possa sposare la misericordia con la censura di un omicidio, e il più crudele del resto, come diceva il radicale Roccella, quell'atto che nega l'intero arco di una vita a qualche settimana dal concepimento. Non c'è da stupirsi quando si antepone la difesa dell'integrità di corpo e coscienza di una donna incinta al destino personale di chi appartiene a lei, non meno che al maschio seminatore, e al tempo stesso appartiene a sé stesso o a sé stessa. Ratzinger ha rispiegato nella prefazione a un libro che con la pillola e tutto il resto dell'ingegneria "bio - genetica" l'essere umano si è fatto padrone creaturale di sé, ha per così dire cambiato non già i costumi sessuali, quello è il meno, ma la sostanza di ciò che è umano, è diventato transumanista. L'aborto decriminalizzato è quanto il mondo doveva alla sconfitta della pratica della clandestinità, ma non è questo il punto: l'aborto è stato privatizzato, la Roe vs Wade è tutela della privacy, e di conseguenza è diventato un diritto da celebrare e da promuovere nella sfera delle libertà».

Leggi qui tutti gli articoli di venerdì 17 settembre:

https://www.dropbox.com/s/3wx21dzv9c2lp4c/Articoli%20Versione%20del%2017%20settembre.pdf?dl=0

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