Passaggio obbligato

Draghi va avanti nonostante la richiesta di rinvio: da oggi obbligatorio il Green pass per i lavoratori. Blocchi e disagi annunciati. Si vota per i sindaci. Morti in Libano. Le 5 luci di Edith Bruck

È arrivato il G-Day, il primo giorno dell’obbligo di Green pass per tutti i lavoratori. Sarà un venerdì più complicato del solito, perché sono annunciati disagi e blocchi. I portuali di Trieste non mollano, ma anche il Governo ha scelto per ora di andare avanti con le regole decise. Qualche dato positivo c’è. Secondo il Corriere le prime dosi sono cresciute del 46% e solo ieri sono state scaricate 563 mila 186 certificazioni verdi. Fonti vicine alle struttura commissariale guidata dal generale Francesco Figliuolo, indicano in 559 mila 954 le prime dosi aggiuntive. Un rimbalzo non legato alla curva epidemiologica considerando l'attuale tasso di positività fermo allo 0,82%. Oggi l’Iss farà il punto sulla pandemia, ma ieri l’autorità europea, L’ECDC, nella consueta mappa del giovedì, ha assegnato il verde a quasi tutte le regioni italiane.

Brambilla su QN pone una questione interessante: ma “pacificazione” è davvero la parola giusta? L’espressione era stata lanciata da Grillo, quando ha chiesto tamponi pagati dall’Inps per i No Vax, e subito ripresa da Salvini nel colloquio con Draghi. Non ci sono state guerre. Ma una pandemia terribile, da cui stiamo davvero uscendo, grazie ai vaccini. Giustamente Cazzullo sul Corriere invita a pensare come eravamo messi esattamente un anno fa: tutto di nuovo chiuso per settimane. Padellaro invece fa un’altra domanda da condividere: doverosa la solidarietà alla Cgil, ma era proprio necessario fare la manifestazione domani, alla vigilia del voto amministrativo?

Delusione per il processo contro gli 007 egiziani accusati della morte di Regeni, che è stato subito sospeso. Mentre dall’estero angosciano i 6 morti di Beirut, in un lampo di guerra civile, e i dati del Cesvi sulla fame nel mondo. Nel 2020 si è tornati indietro nella lotta alla malnutrizione e i Paesi messi peggio sono tutti africani. Chiude la Versione, stamane, Edith Bruck, che sta vivendo una seconda giovinezza a 90 anni, intervistata dal Corriere. Racconta le sue “cinque luci”. E il buio che ha attraversato era molto buio.

A proposito di buio e luce, chi non lo ha ancora fatto può ascoltare la prima puntata di una mia serie Podcast originale realizzata da Chora Media per Vita.it. con Fondazione Cariplo. Il titolo è: Le vite degli altri e racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Ritratti e interviste di uomini e donne premiati dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... E a questo indirizzo:

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Domani, sabato, riceverete la mia e-mail intorno alle 9. Mi concedo qualche ora di sonno in più. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati. Fate pubblicità a questa newsletter, seguendo le istruzioni della prossima frase. Se invece la Versione non vi è piaciuta, non lo dite in giro.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ci siamo, comincia l’obbligo del certificato verde sul lavoro. Per La Repubblica: No pass, il giorno della verità. Pessimista il Quotidiano Nazionale che annuncia: È arrivato il giorno del Green caos. Il Corriere della Sera sottolinea la linea del Governo: Green pass, Draghi va avanti. Lo fa anche il Giornale: Draghi non molla. E Libero: Draghi sfida i No Vax. All’opposto Il Fatto per cui invece: I Migliori last minute: deroghe e sgravi sui test. Anche Il Mattino: «Sì al tampone scontato». E il Messaggero: «Pass coi tamponi scontati» mettono in evidenza le ultime agevolazioni messe in campo dalle autorità. La Stampa sceglie una battuta del ministro Franceschini, che manifesta una certa intransigenza: “Il governo non cede, mai tamponi gratuiti”. Per Avvenire è: Un Pass che libera. Per La Verità viceversa: Il pass fa bene solo agli stranieri. Il Sole 24 Ore anticipa la discussione sulla legge di bilancio che entrerà nel vivo la prossima settimana: Taglio al cuneo, pronti 9 miliardi. Il Manifesto tematizza l’azzeramento del processo per Giulio Regeni: Muro di gomma. Mentre il Domani rivela un contratto di favore dell’Aler per l’estrema destra: La regione Lombardia affitta casa a Forza Nuova a 100 euro al mese.

IL PRIMO GIORNO DEL GREEN PASS AL LAVORO

Più di 20 milioni di lavoratori in regola. Ma si calcola che altre 3 siano non vaccinati. Da qui i timori di blocchi e disagi. Ci sono camion già fermi in Germania e Oltralpe. Il settore della logistica è sotto pressione ma anche nelle città i trasporti rischiano di avere ripercussioni. La cronaca di Avvenire è di Daniela Fassini.

«Sarà caos? Certo, anche se oggi non siamo in grado di quantificarne la portata». Il dirigente del settore della logistica è in fibrillazione: a poche ore dall'entrata in vigore del Green pass in tutti i luoghi di lavoro, sono ancora molte le zone grigie dell'obbligo. Ma nel 'venerdì nero' del certificato verde non c'è solo il rischio blocco di alcuni settori vitali per il Paese. Ieri sera, il Dipartimento di pubblica sicurezza ha avvertito prefetti e questori: massima attenzione sul territorio e nei confronti di gruppi «ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico». Intanto, a scaldare gli animi di trasportatori e aziende della logistica c'è anche la circolare congiunta del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili (Mims) e del Ministero della Salute, diffusa ieri 'in zona Cesarini', che rischia di privilegiare gli autisti stranieri (che sono la maggior parte di chi circola su gomma attraverso lo Stivale) e 'colpire' invece più duramente gli italiani, già messi in crisi dalla pandemia. Il blocco annunciato di porti e autotrasporti rischia così di mettere in ginocchio l'economia in corsa fuori dal tunnel. Si parte così oggi con il primo giorno di Green pass obbligatorio. E nessuno nasconde che il settore più a rischio sarà appunto quello della logistica. Ma dall'agricoltura all'amministrazione pubblica, dal trasporto locale ai servizi alla persona sono molti i settori che rischiano di fermarsi: si parla infatti di circa 3 milioni di italiani lavoratori che non si sono ancora vaccinati. «Dalla Germania, ad esempio, alcuni spedizionieri hanno già deciso di fermare i tir e bloccare le consegne previste tra oggi e domani» prosegue il manager dal polo logistico di Piacenza. «La portata del disagio ad oggi non è prevedibile, l'ho scritto nero su bianco ai miei clienti e, mi creda, mi è costato parecchio». La maggior parte dei camionisti provengono dall'Est e sono vaccinati con Sputnik, che non è riconosciuto in Italia. «Nel nostro Paese mancano 20.000 camionisti - spiegano da Conftrasporto - . Se impediamo di lavorare anche a una parte di quelli che abbiamo, poi le merci non arrivano ». Il certificato verde per i grandi della strada significa anche poter utilizzare i servizi delle aziende italiane e poter mangiare in autogrill o in mensa. E senza Green pass tutto questo non sarà possibile. La circolare diffusa dal ministero sottolinea che ai camionisti provenienti dall'estero e non in possesso di Green pass è consentito l'accesso alle aree sosta di carico-scarico «a condizione che dette attività vengano svolte da altri». «Questo passaggio non tiene conto però del fatto che i camionisti hanno un problema di responsabilità e quindi di assicurazione sulla merce trasportata e difficilmente delegano ad altri l'accesso al mezzo». E lo stop di camion e tir, avverte Coldiretti, potrebbe mettere a rischio anche la spesa degli italiani. Soprattutto per quanto riguarda i prodotti più freschi come frutta e verdura, carne e latte. «Per non lasciare marcire le produzioni sugli alberi è importante intervenire per facilitare l'accesso al lavoro di quanti sono in regola» afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che «l'attività agricola è legata ai cicli stagionali delle coltivazioni e non può essere fermata». L'annunciato 'venerdì nero' riguarderà anche il trasporto pubblico locale. Anche qui si conta da un 10 a un 20% circa di personale non vaccinato. A Milano è previsto un calo del 4% delle corse mentre nelle Marche mancherà il 14% degli autisti. E se in Friuli Venezia Giulia «potranno verificarsi interruzioni, sospensioni, ritardi e mancate coincidenze», in Veneto il disagio potrebbe riguardare anche la raccolta rifiuti. All'orizzonte però c'è anche la protesta no-Green pass. Misure di sicurezza rafforzate per un «possibile inasprimento dei torni della protesta», si legge nella circolare diffusa ieri sera a questori e prefetti. «Non si può escludere che l'entrata in vigore del Green pass sia il pretesto per un ulteriore inasprimento dei toni della protesta, con azioni verso obiettivi esposti a rischio e con possibili episodi di contrapposizione tra gruppi aderenti a opposti estremismi» scrive il capo della Polizia Lamberto Giannini nella circolare in cui si chiede «massima attenzione sul territorio», in particolare davanti a «ingressi aziendali e presso aeroporti, porti, punti di snodo stradale, autostradale e ferroviari, finalizzati a creare disagi con possibile intralcio alla regolarità dei servizi e delle attività produttive».

Draghi va avanti, titola il Corriere. Nonostante gli appelli di Grillo e di Salvini. Per il Premier l'obiettivo resta arrivare al 90% di vaccinati. Marco Galluzzo.

«La posizione di Mario Draghi è molto netta. Non solo non può essere accolta la richiesta di un rinvio dell'obbligo di green pass nei luoghi di lavoro, ma per Palazzo Chigi anche l'ipotesi che si arrivi a tamponi gratuiti è impossibile e non solo perché giudicata politicamente sbagliata, in questo caso in linea con Confindustria, ma forse anche per questioni di costo. La stima sarebbe un onere per lo Stato di almeno 500 milioni di euro al mese. E se è da escludere, al momento, anche la strada dei prezzi calmierati, l'ipotesi più concreta è che il governo intervenga allargando il credito d'imposta per le imprese che decidano di pagare i tamponi per i propri dipendenti. Il credito è oggi al 30%, potrebbe essere ampliato almeno sino al 50%. In ogni caso nessuna decisione è stata ancora presa. Il capo del governo lo dice prima ai sindacati, che riceve a Palazzo Chigi per limare il decreto sulla sicurezza sul lavoro. Vuole prima monitorare i dati dei prossimi giorni: concedersi dunque un periodo di osservazione per una valutazione compiuta. Ma la possibilità di intervenire sul credito di imposta è stata discussa e giudicata, ad una prima valutazione, come positiva. Anche se oggi il Consiglio dei ministri è convocato con all'ordine del giorno la Legge di bilancio, il decreto fiscale e il decreto che ha ad oggetto la sicurezza sul lavoro, è molto probabile che nella sua collegialità l'esecutivo discuta del tema. Una discussione che potrebbe allargare la distanza fra i partiti della maggioranza: Cinque Stelle e Lega premono infatti per un intervento deciso del governo prima possibile, a favore dei lavoratori privi di green pass, con prezzi calmierati o addirittura con tamponi gratuiti, come evidenziato ieri dalle dichiarazioni di Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Partito democratico e Forza Italia invece sono meno propensi ad assumere delle responsabilità nei confronti di coloro che hanno rifiutato la vaccinazione. Per Enrico Letta per esempio chi parla di gratuità dei tamponi per coloro che non si sono vaccinati discute nei fatti di un «vero e proprio condono». A Palazzo Chigi si valutano anche i numeri e si fanno delle stime. Sarebbero 3,8 milioni i lavoratori non vaccinati, secondo la fondazione Gimbe, e da oggi il numero di tamponi potrebbe moltiplicarsi in modo esponenziale, passando da poco più di un milione di cittadini a settimana ad almeno sette milioni. Potrebbe esserci anche un problema di approvvigionamento e di tenuta del sistema? Nel governo lo escludono: da oggi partirà un monitoraggio, ma la convinzione è che «il sistema è in grado di reggere ad aumento delle richieste di tamponi». Le rigidità del presidente del Consiglio rispetto alle ipotesi di slittamento dell'obbligo di green pass sul lavoro sono dovute anche ai numeri della campagna di vaccinazione: l'obiettivo è quello di arrivare al 90% di italiani vaccinati e in questo caso la decisione sull'obbligo può anche servire a far cambiare idea a migliaia di cittadini che ancora non si sono vaccinati».

Repubblica riporta la testimonianza di una farmacista romana sulla corsa ai tamponi, nelle ultime ore. Le prenotazioni sono moltissime e ci sono lavoratori che chiedono di fare abbonamenti. Arianna Di Cori.

«Fate i tamponi?». La domanda è sempre la stessa. E la farmacista Rossella Danise ripete la frase da ore: «Se lo fa adesso, riusciamo a inserirla. Ma poi, per i prossimi giorni, sarà meglio se prenota». Alla Farmacia Internazionale, in piazza Barberini, nel cuore della Roma della Dolce Vita, i dipendenti sono esausti. «E non è ancora niente», esclama la farmacista, mentre mostra gli appuntamenti già fissati per questa mattina. Decine e decine di nomi scritti uno dopo l'altro. «E tutti vorrebbero farli alle 8 del mattino, prima di andare al lavoro, sarà impossibile soddisfare tutte le richieste», dice. C'è stato un aumento di richieste in vista dell'obbligo del Green Pass per lavorare? «Generalmente ne facciamo 100 al giorno, ma nelle ultime 24 ore abbiamo raddoppiato. Il telefono squilla solo per quello, è un continuo, e sarà sempre peggio, dato che tutti prenotano per più tamponi, così da assicurarseli ogni due giorni. Ormai non è più un servizio al cittadino, ci trattano come bestie, si arrabbiano se spieghiamo che non è possibile farlo immediatamente. Ma si andassero a vaccinare... E ci chiedono pure gli abbonamenti». Abbonamenti? «Certo, vorrebbero fare i tamponi a 10 euro, e ci sono alcune farmacie che li fanno. Anche noi alla fine abbiamo dovuto cedere, ma di poco: abbiamo fatto il pacchetto 9+1. Nove a 15 euro, uno in omaggio. Incredibile pensare che ci sono lavoratori disposti a spendere così tanto, pur di non vaccinarsi». Avrete tamponi a sufficienza? «Quello sì, non facciamo altro che ordinarne di nuovi, al momento le forniture non mancano. Il problema vero è il personale. Abbiamo due infermiere, che si danno il cambio nel corso della giornata, ma il gazebo è uno. E anche per stampare i Green Pass ci vuole del tempo. Non siamo una fabbrica, così rischiamo disordini. Abbiamo paura dopo quello che è successo sabato durante la manifestazione contro il Green Pass». Il corteo è passato proprio davanti al suo esercizio. «Sì, e hanno tentato di aggredire la nostra infermiera. Ci siamo rinchiuse qui dentro mentre ci urlavano di tutto. Ci accusavano di essere "parte del sistema", a noi, che siamo solo lavoratori. A piazza San Lorenzo in Lucina, poco distante da qui, hanno persino distrutto il gazebo. È gente disposta a tutto e sempre più pericolosa».

Michele Brambilla sul Quotidiano Nazionale sostiene che “pacificazione” sia “la parola sbagliata”. È il termine che hanno usato Grillo e poi Salvini.

«Per scongiurare il caos provocato dalla rivolta dei lavoratori No Green pass, da più parti si invoca una "pacificazione" nazionale. E il solo fatto che si usi questo termine, "pacificazione", la dice lunga su quanto abbiamo smarrito il senso, il significato delle parole che pronunciamo. L'esigenza di una pacificazione nazionale si pone infatti dopo guerre civili, o comunque dopo forti contrapposizioni ideologiche ma direi anche ideali: e sono processi comunque lenti e difficili. Qualche esempio. Alla fine della guerra civile spagnola, Francisco Franco fece costruire un enorme monumento poco fuori Madrid, la Valle de los Caidos, per onorare la memoria di tutti i caduti, nazionalisti e repubblicani.  Ma Franco non era esattamente la persona giusta per pacificare un Paese profondamente diviso e ferito (lo è tuttora, su quella guerra civile) e la Valle de los Caidos si trasformò di fatto in un altare che rendesse imperitura la memoria della sua vittoria. Anche l'Italia visse una guerra civile (ma si discute molto se questa definizione sia corretta, ricordando lo scontro fra fascisti e partigiani) e quando Luciano Violante, nel suo discorso di insediamento come presidente della Camera nel 1996, disse che bisognava capire perché molti italiani scelsero la Repubblica Sociale, fu sommerso dalle critiche. Di un bisogno di "pacificazione" nazionale parlò anche Francesco Cossiga riguardo agli anni di piombo: e gli fu detto che non si possono mettere sullo stesso piano i terroristi e uno Stato democratico. Insomma la pacificazione non è facile: ma, in ogni caso, è una cosa seria. Non si capisce invece che cosa dovrebbe esserci di serio in una "pacificazione" quale quella che viene ora invocata. C'è stata una guerra civile? No. C'è stato terrorismo? No. C'è una battaglia fra democrazia e dittatura? No. Qui c'è stata una pandemia, c'è stata una medicina che ha fornito in un tempo record un vaccino del quale è ormai difficile mettere in dubbio l'efficacia, c'è stato un governo che ha fissato delle regole per tornare a lavorare e a vivere in sicurezza. Certo si può dire che l'Italia ha fissato regole più severe di altri Paesi, forse nell'illusione che tutti si sarebbero fatti vaccinare. Ma basta leggere i cartelli innalzati durante le manifestazioni di questi giorni per capire quali motivazioni ci siano dietro il "no" al Green pass: «Basta terrorismo di Stato», «Le cure esistono le avete sepolte». (Le avete chi? Riecco la teoria del complotto). Per evitare il caos da oggi in poi serve una soluzione, non una pacificazione. Ma se la soluzione fosse quella di cedere a una minoranza che non rispetta una maggioranza che ha seguito le regole, ecco, sarebbe un pessimo segnale».

IL VENERDÌ NERO DI TRIESTE

I portuali di Trieste vogliono bloccare tutto. Anche se ieri il Coordinamento ha assicurato che permetterà di andare al lavoro. Giampaolo Visetti per Repubblica.

«Il blocco del porto contro l'obbligo di Green Pass resta ad oltranza: daremo un segnale forte e compatto». In una Trieste blindata dalle forze dell'ordine e assediata dai manifestanti anti certificato verde, l'assemblea dei portuali smentisce in serata la svolta profilata da Massimo Giurissevich, che sembrava rompere il fronte degli irriducibili decisi a paralizzare il più importante scalo italiano nel giorno del debutto del passaporto anti-Covid. Il leader del coordinamento dei portuali, al termine di una giornata ad alta tensione in prefettura e Regione, è costretto a prendere atto che tra i ribelli ci sono sì «tante teste diverse», ma che la maggioranza respinge una «mera proroga della misura da parte del Governo». Unica apertura: «Non bloccheremo - dice il portavoce Stefano Puzzer - chi vuole raggiungere le banchine per lavorare ». Duro anche l'altro dirigente degli autonomi, Sandi Volk. «Il messaggio dello Stato è chiaro - dice - siamo in una dittatura e si deve solo obbedire ». Trieste rischia di essere invasa oggi da 20 mila manifestanti No Vax e No Pass, in arrivo da tutta Italia grazie al tam-tam sui social. L'appuntamento è davanti ai varchi del porto. «Tocca all'autorità giudiziaria - avverte il prefetto Valerio Valenti - valutare le ipotesi di reato. La manifestazione non è autorizzata: impedire l'accesso dei lavoratori al porto equivale a interrompere un pubblico servizio. È un atto perseguibile: non prevede l'arresto, ma la denuncia degli organizzatori. Mi auguro comportamenti civili, senza ricadute per ordine e sicurezza». L'allerta per possibili scontri è al massimo. Le infiltrazioni dei manifestanti, da parte di frange legate a Forza Nuova e all'indipendentismo, sono documentate ma Trieste è decisa a non farsi travolgere dalla guerriglia. Ad allarmare, anche la spaccatura tra i portuali: divisi dopo la dichiarazione di illegittimità legale di uno sciopero, comunicata dai tecnici al Viminale. I ribelli, che già avevano perso il sostegno di Cgil, Cisl e Uil dopo la garanzia di tamponi gratis pagati dalle aziende, hanno prima aderito a un diverso sciopero di sigle autonome. Fino a ripiegare su una generica "protesta". Soluzione tesa, per i pontieri, a scongiurare le dimissioni del presidente dello scalo, artefice di salvataggio e boom del porto. «Io però - dice Zeno D'Agostino - sono un manager. Se ci sono le condizioni per lavorare, resto. Altrimenti vado a casa. La maggioranza dei manifestanti non sono portuali e nemmeno triestini. Devono cercare lo scalo con il satellitare. Per chi ama il porto e Trieste è ora di usare la testa, non la pancia. Se sabato non torna la piena operatività dei terminal, io lascio. E la colpa è del coordinamento dei portuali, il Clpt». Meno tesa la situazione in altri porti. Incubo comune però la carenza di tamponi. «Da oggi - dice il segretario Cgil Alberto Piga - non ne avremo per tutti i lavoratori No Pass. Colpa della sanità regionale: senza test, si va comunque verso la paralisi di servizi e aziende».

IL SABATO ROSSO PER LA CGIL

Antonio Padellaro sul Fatto critica la scelta della manifestazione di solidarietà della Cgil a Roma domani a Roma, alla vigilia del secondo turno per il Campidoglio.

«"Mai più fascismi". Che tutta l'Italia repubblicana, e con la Costituzione nel cuore, si stringa intorno alla Cgil e al sindacato è la risposta più forte e più giusta all'assalto squadrista di sabato scorso. Però, tenere la manifestazione proprio domani, giorno di silenzio elettorale - vigilia dei ballottaggi anche e soprattutto a Roma - suscita delle perplessità che è giusto sottoporre al giudizio dei lettori. Convocata sull'onda dell'emozione e della rabbia, davanti alla devastazione della sede di Corso d'Italia, l'esigenza di non lasciare spazio e tempo ai nemici della democrazia era più che comprensibile. Ci chiediamo tuttavia se la coincidenza tra un evento di grande impatto ideale e l'accusa di volerlo strumentalizzare a fini politici sia stata valutata appieno. Cosa ha impedito allora di procrastinare l'appuntamento di qualche giorno onde evitare che la destra leghista e di Fratelli d'Italia, dalla lunga e qualche volta nera coda di paglia, potesse precostituirsi un alibi per non partecipare? Spostare la data non sarebbe stata l'occasione giusta per smascherare l'ambiguità di chi non rinuncia a pescare nel purtroppo ancora vasto serbatoio di voti fascisti? Ecco allora che Salvini, Meloni e Tajani (nella parte dell'ostaggio compiacente) non avrebbero avuto più scuse per non stare lì, a San Giovanni, insieme a tutte le forze che si riconoscono nella Carta nata dalla Resistenza. Perché il punto è proprio questo: la difficoltà, e forse anche l'impossibilità, per costoro di dichiararsi antifascisti. Se e quando questa espressione viene ritenuta uno strappo con le proprie radici e il proprio infausto passato. Un vero peccato consentire l'accusa di uso politico di una piazza a chi non si vergogna di fare uso politico delle peggiori piazze No vax e No pass. Ma, evidentemente, ci sono ragioni che ci sfuggono. Comunque, buona manifestazione.».

Emergono i particolari dell’assalto alla Cgil dalle carte dell’ordinanza del Gip che ha convalidato l’arresto per Fiore e altri quattro. Fulvio Fiano sul Corriere della Sera.

«L'irruzione nella sede della Cgil, sabato scorso in centro a Roma, all'apice della violenza nata dal corteo contro il green pass, è stata «una barbarie pianificata in segno di sfida alle istituzioni come un'azione di "sfregio" ai principi democratici, mirata a minare la pubblica sicurezza del vivere civile» e proseguita fino a quando «le forze dell'ordine - rinforzate nel numero - sono riuscite a riprendere il controllo della situazione e ad allontanare i facinorosi». Così scrive il gip Annalisa Marzano che ieri ha emesso l'ordinanza di arresto dopo gli interrogatori di garanzia a carico dei leader di Forza Nuova Giuliano Castellino e Roberto Fiore, dell'ex Nar Luigi Aronica, la militante di estrema destra Pamela Testa, il ristoratore Biagio Passaro di «IoApro» e Salvatore Lubrano per reati che vanno dalla devastazione al saccheggio, dall'istigazione alla violenza all'adunata sediziosa alla violazione di domicilio. Ruolo prominente quello di Fiore e Castellino. Il primo come un regista occulto «non si espone nei comizi, non collabora alla devastazione, ma organizza la manifestazione, dirige i cortei e decide finanche quando l'azione criminosa deve cessare»; il secondo con «personalità aggressiva, incapace di controllare gli impulsi violenti», costituisce un «pericolo per l'ordine pubblico». Chiara la matrice politica: «Sullo sfondo della protesta si sono insinuati militanti di estrema destra, alcuni ben noti, che cavalcando il dissenso popolare si sono avvalsi del sostegno di movimenti nati e cresciuti contro la campagna vaccinale al solo scopo di istigare i manifestanti alla violenza». Episodio saliente l'assalto alla Cgil, che il gip può descrivere nel dettaglio grazie anche alle riprese degli stessi manifestanti, tra cui quella fatta da Passaro con «candida sfrontatezza» e «il piacere della sfida all'ordine pubblico», e alle indagini della Digos, coordinata dal pm Gianfederica Dito: «Distruggevano non solo tutto ciò che trovavano lungo il loro percorso, ma si recavano appositamente nei diversi locali per devastarne gli ambienti, danneggiando indiscriminatamente vetri, arredi, materiale informatico, mobili e tutto ciò che si poteva abbattere». All'azione partecipa anche Pamela Testa che «si attivava pervicacemente, arrampicandosi dalla finestra adiacente all'ingresso principale e contribuendo a sfondare dall'interno il portone della sede». Al tentativo di mediazione e contenimento attuato dalla polizia quando la situazione degenera «i manifestanti opponevano una violenta resistenza». Oltre al lancio di oggetti e all'uso di mazze e bastoni (frangente in cui risalta la «furia incontrollata di Lubrano»), l'ordinanza evidenzia la tentata conquista di un blindato da parte di Castellino, che assieme ad altri «provava a fare ingresso nel mezzo aprendo lo sportello destro, manovra sventata dalla polizia con molta difficoltà anche per la contestuale presenza di altri manifestanti altrettanto rabbiosi e violenti». «Forza Nuova non opera più da mesi, non eravamo in piazza come movimento politico - si sono difesi Fiore e Castellino -. Il corteo verso la Cgil è stato concordato con la Digos ma un gruppo di facinorosi ha preso il sopravvento». Tesi alla quale il giudice non crede, ritenendo il carcere «l'unica misura idonea» davanti a «fatti estremamente gravi» con il «concreto e attuale pericolo» che vengano riproposti «soprattutto in questo contesto storico».

DA LUNEDÌ SI PENSA ALLA LEGGE DI BILANCIO

All’indomani delle elezioni amministrative, si dovrebbe ricominciare a lavorare sulla prossima Legge di bilancio. Ne parla Il Sole 24 Ore in prima pagina.

«Arriverà solo lunedì in consiglio dei ministri il Documento programmatico di bilancio (Dpb), con i numeri chiave della manovra per il prossimo anno: una manovra che viaggia intorno ai 24-25 miliardi. Punti cardine della legge di bilancio dovrebbero essere il taglio al cuneo fiscale contributivo e la (costosa) riforma degli ammortizzatori sociali. Anche se sono molte le voci che hanno ancora bisogno di un affinamento politico, a partire da pensioni e reddito di cittadinanza. Al taglio del cuneo fiscale potrebbero essere destinati 8-9 miliardi. Un capitolo sotto l'attenzione delle imprese. «Stiamo affrontando rincari importanti su energia e materie prime. Per noi è fondamentale un intervento deciso sul cuneo fiscale», dice il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che aggiunge: «Dobbiamo mettere più soldi in tasca agli italiani per stimolare la domanda interna che è ancora carente e abbassare il costo per le imprese. Questo ci consentirebbe di essere più competitivi sui mercati internazionali».

SOSPESO IL PROCESSO REGENI

Muro di gomma, dice il titolo di apertura del Manifesto. Il processo italiano contro i quattro 007 egiziani accusati della morte di Giulio Regeni è stato sospeso. La cronaca di Chiara Cruciati.

«La terza Corte d'Assise di Roma rientra in aula alle 20.45, dopo quasi sei ore di camera di consiglio. Mezz' ora dopo (causa blackout) arriva la decisione: il processo per il sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni è sospeso. Gli atti devono tornare al gup, che a maggio scorso aveva deciso per il rinvio a giudizio. Quel decreto è dichiarato nullo, come chiesto dalla difesa. «Solo una battuta d'arresto il commento a caldo della legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini - Pretendiamo che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito. Chiedo a tutti voi: ribadite sempre il nome degli imputati, che non possano dire che non sapevano». Poi ne legge i nomi, la data di nascita e il documento di identificazione militare, alla fine di una giornata lunghissima. Sono da poco passate le 9 quando Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme alla sorella di Giulio, Irene, arrivano di fronte all'ingresso delle aule bunker di Rebibbia. C'è il sole su Roma, promessa di un'ottobrata che si fa attendere. La famiglia supera i controlli ed entra, circondata dai fotografi. Poco dopo arriva la vice presidente dell'Emilia Romagna, Elly Schlein. Dentro ci sono il senatore De Falco, Ascanio Celestini, Erri De Luca. La Corte era chiamata a decidere sulla dichiarazione di assenza dei quattro egiziani imputati per il sequestro di Giulio Regeni. Uno di loro è accusato anche di concorso in lesioni personali e in omicidio aggravato. Poco dopo le 10 i giudici fanno il loro ingresso in un'aula che pullula di giornalisti. Lungo le pareti, il vuoto delle celle dei maxi processi. Ci sono gli avvocati dello Stato per la Presidenza del Consiglio, costituenda parte civile. E ci sono i difensori d'ufficio dei quattro imputati. Loro non ci sono: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Questa la ragione del dibattimento: stabilire se sono assenti perché inconsapevoli che un processo è pronto a partire o perché, ai sensi dell'articolo 420bis del codice di procedura penale, si stanno volontariamente sottraendo. A monte sta la mancata notifica ai quattro ex agenti della National security egiziana (Nsa) dell'iscrizione nel registro degli indagati prima e del rinvio a giudizio poi. La ragione: nonostante rogatorie e pressioni diplomatiche, l'Egitto non ha mai risposto alla richiesta di elezione del loro domicilio. Per sottrarli al processo. È la tesi della Procura di Roma che con il pm Colaiocco espone i motivi per cui la corte dovrebbe permettere il processo: «I quattro imputati sanno perfettamente che oggi si apriva questo procedimento e di essere accusati di sequestro, lesioni e omicidio. Sono dei finti inconsapevoli», dice citando l'espressione coniata dalla Cassazione. Colaiocco cita il gup Balestrieri che li ha rinviati a giudizio: non possono non sapere perché la copertura mediatica dell'evento è stata globale, perché come agenti dell'Nsa sono stati sentiti come testimoni, perché direttamente coinvolti nell'inchiesta egiziana e perché la richiesta di elezione del domicilio è stata mossa a ogni livello, giudiziario, politico, diplomatico. Tesi sposata dalla famiglia, parte civile. Ballerini ripercorre la sequela di pressioni subite: l'arresto al Cairo del consulente dei Regeni, Ahmed Abdallah, e di Amal Fathy, attivista e moglie del legale della famiglia Mohammed Lofty: «Giulio muore perché qualcuno ha deciso che doveva morire. Gli sono stati rotti cinque denti, 15 ossa, incise lettere sul corpo. In un luogo che non poteva che essere della Nsa perché la tortura è stata esercitata con strumenti adeguati». Per ultimi prendono la parola i difensori d'ufficio dei quattro egiziani. Non entrano nel merito delle prove a loro carico, non era la sede, ma chiedono di annullare il rinvio a giudizio: «Ci aspettavamo la sospensione del procedimento, come avviene in questi casi dice l'avvocata Ticconi, legale di Sharif, citando sentenze europee e la legge italiana - Non si può procedere contro imputati irreperibili. Si viola il diritto al contraddittorio». Non è possibile affermare con certezza che i quattro siano a conoscenza del procedimento né che abbiamo attuato «comportamenti omissivi come il rifiuto a fornire il domicilio o la comunicazione di un domicilio sbagliato», aggiunge la legale di Tariq, Armellin. «Non c'è stato comportamento omissivo degli imputati - dice l'avvocata Pollastro (Helmi) - ma delle autorità egiziane. Non basta la diffusione mediatica di un fatto» per venirne a conoscenza. Tanto più, conclude l'avvocato Sarno (Kamel), che i giornali egiziani non avrebbero riportato la notizia: «Vogliamo giustizia. Ma non ci sono le basi legali. Senza la collaborazione egiziana questo processo non si può fare».

RAPPORTO SULLA FAME NEL MONDO

L’indice della fame nel mondo sale paurosamente. L’Africa è il continente più colpito. È molto preoccupante il rapporto presentato dalla Fondazione Cesvi, una delle più grandi Ong internazionali. Federica Ulivieri per Avvenire.

«La conferma della battuta d'arresto nella lotta alla malnutrizione, denunciata da Avvenire già da mesi, arriva dall'Indice della fame nel mondo (Ghi), uno dei principali rapporti internazionali sulla situazione Paese per Paese, presentato dalla Fondazione Cesvi, che da 35 anni si occupa dell'infanzia e delle categorie sociali più vulnerabili. Fino a qualche anno fa l'indice Ghi aveva segnalato un calo costante. Con il 2020, però la percentuale di popolazione denutrita è tornata a salire, allontanando così l'obiettivo "Fame Zero" fissato dalle Nazioni Unite per il 2030. L'indice della fame si basa su 3 indicatori: l'insufficiente assunzione calorica, riferita sia ai bambini sia agli adulti; la sottonutrizione infantile, che registra il deperimento e l'arresto della crescita; la mortalità infantile. In base a questi criteri sono stati individuati 155 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare acuta, 20 milioni in più rispetto al 2019. Un incremento causato da tre fattori: i conflitti armati, il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19. Secondo l'indice Ghi, l'Asia meridionale è una regione a rischio, visto che registra livelli «alti» di fame (così vengono definiti dal report); ma l'Africa rimane il continente più problematico. È considerata «estremamente allarmante » la situazione in cui si trova la Somalia, il Paese più critico. «Allarmante» è la situazione di nove Paesi del continente: Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Yemen, Burundi, Comore, Siria, Sud Sudan e Madagascar. «È evidente come la lotta alla fame stia andando pericolosamente fuori strada - ha denunciato Gloria Zavatta, presidente della Fondazione Cesvi - i conflitti sono "la" causa della fame nel mondo». La maggior parte dei Paesi con alti livelli di denutrizione, infatti, è quella in cui sono presenti i conflitti e i dati dell'indice della fame lo confermano. Otto dei 9 Paesi in cui ci sono livelli «allarmanti» sono afflitti dalle guerre. «È urgente spezzare il circolo vizioso con cui fame e conflitto si alimentano l'un l'altro, perché senza pace difficilmente potremo eliminare la fame nel mondo e senza sicurezza alimentare non potrà esserci pace duratura», continua Gloria Zavatta. Questa pericolosa connessione mette a rischio anche il futuro: si prevede un aumento delle persone denutrite da qui al 2030. Saranno 47 i Paesi che non riusciranno a raggiungere un livello basso di fame entro il 2030; 28 di questi si trovano in Africa subsahariana. «Una recente proiezione della Fao ha evidenziato come, per effetto della pandemia, nel 2030 ci saranno 657 milioni di persone denutrite - ha affermato Maurizio Martina, vicedirettore generale dell'agenzia Onu per l'alimentazione e l'agricoltura -. Si tratta dell'8% della popolazione mondiale, 30 milioni di persone in più rispetto a un mondo senza coronavirus». Maurizio Martina rimarca come l'obiettivo "Fame Zero" per il 2030 si stia allontanato ma raggiungerlo non è impossibile: «Sono necessari dai 40 ai 50 miliardi di dollari all'anno di investimenti mirati, su progetti che vadano a lavorare, punto su punto, sulle aree problematiche. Serve una mobilitazione straordinaria di risorse. Otto anni sono veramente pochi ma dobbiamo provarci». Per spezzare la catena di connessione tra guerra e fame è indispensabile pianificare conoscendo bene il territorio, dice ancora il vicedirettore generale della Fao. L'agenzia delle Nazioni Unite ad esempio, sta lavorando su 20 cisterne nel Sahel, per fornire un aiuto infrastrutturale che duri nel tempo, per la salvaguardia del territorio e agendo così sul dramma della desertificazione, alla base dei grandi flussi migratori degli ultimi anni».

UN GIORNO DI GUERRA CIVILE IN LIBANO

È finito nel sangue, ieri a Beirut, il corteo degli Hezbollah contro l'indagine sull'esplosione al porto. Si torna a sparare e ad uccidere in Libano, un Paese ormai in ginocchio per la povertà. Vincenzo Nigro su Repubblica.  

«Una giornata di guerra civile in Libano. Sei morti, 30 feriti. Con la minaccia che gli scontri militari possano tornare a segnare la vita di un Paese in cui i nemici sono costretti a governare insieme. La miccia è stata accesa da un corteo molto aggressivo di militanti di Amal ed Hezbollah, i due movimenti sciiti che hanno anche milizie armate. I militanti sono stati accolti dal fuoco dei cecchini cristiani mentre si avvicinavano al quartiere cristiano di Ayn Remmane. Gli sciiti da giorni hanno messo in piedi una campagna di propaganda molto minacciosa contro il procuratore Tariq Bitar: il giudice sta indagando sulla colossale esplosione che il 4 agosto del 2020 ha distrutto il porto di Beirut. Il disastro fu provocato dalle 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio che erano conservate negli hangar del porto, e che secondo molti erano una riserva strategica di Hezbollah per produrre esplosivo. Il giudice nei giorni scorsi ha accusato formalmente quattro uomini politici, fra cui il deputato di Amal ed ex ministro delle Finanze Ali Hassan Khalil, braccio destro del presidente del parlamento e leader di Amal, Nabih Berry. Hezbollah e Amal, da giorni quindi hanno avviato una campagna contro il procuratore, per bloccare la sua inchiesta e sostituirlo. I primi a mobilitarsi erano stati i leader di Amal, per difendere il loro ex ministro Hassan Khalil dalle accuse. Lui in prima persona aveva minacciato una «escalation politica» se il corso delle indagini «non fosse stato modificato». E sostegno immediato ad Amal era arrivato da Hezbollah: «Riteniamo che il fine ultimo del giudice sia quello di accusare anche il nostro movimento», dice al telefono da Beirut un membro dell'organizzazione. La benedizione a questa ondata di accuse contro il giudice Bitar è arrivata anche da Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, che ha accusato Bitar di essere guidato da ragioni politiche e ha sostenuto che gli Usa «si stanno immischiando nell'inchiesta». Ieri durante le manifestazioni, prima delle sparatorie, gli esponenti di Amal ed Hezbollah bruciavano fotografie dell'ambasciatrice statunitense Dorothy Shea, insieme a quelle del procuratore Bitar. Ieri alla grande protesta "pacifica" che doveva arrivare fin sotto il tribunale, centinaia di manifestanti di Hezbollah si sono presentati con Kalashnikov e lanciarazzi. Volevano arrivare davanti alla sede del tribunale, che è a 500 metri dalla rotonda di Tayyoune, da dove ci si addentra nel quartiere cristiano di Ayn Remmane. Hezbollah e Amal raccontano che i cecchini delle forze Libanesi di Samir Geagea «erano appostati sui palazzi di fronte alla rotonda di Tayyoune», ovvero sui palazzi di Ayn Remmane. E molte altre ricostruzioni confermano che all'avvicinarsi del corteo degli sciiti, dai palazzi dei cristiani è partito il fuoco. Dal 2019 il Libano è paralizzato in una spirale di crisi economica, politica e sociale che sta portando il Paese al collasso. La Banca Mondiale ha definito la crisi finanziaria del Libano una delle peggiori degli ultimi due secoli. I prezzi del cibo sono aumentati del 600% in due anni, soprattutto perché la lira libanese si è liquefatta da quando è stato chiaro il sistema truffaldino messo in piedi dalla Banca centrale del Libano per fornire fondi ai vari partiti politici. Ieri molti, dagli stati Uniti, alla Francia, alle Nazioni Unite, hanno fatto appelli alla pace, alla moderazione. La verità è che in Libano dietro ogni fazione c'è un burattinaio esterno, ma da un momento all'altro nessuno potrebbe essere più in grado di controllare un confronto in cui nemici e rivali non sono solo libanesi, ma Paesi come Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Israele».

MISSIONE DEI TALEBANI A ISTANBUL

Trasferta dei Talebani che cercano in Turchia appoggio diplomatico e finanziamenti per il nuovo governo afghano. Giuliano Battiston per il Manifesto.

«A due mesi esatti dalla caduta di Kabul, i Talebani cercano ancora il riconoscimento del loro governo e i soldi che non hanno. Entrambe le cose faticano ad arrivare. Per questo si moltiplicano gli incontri bilaterali, come quello di ieri a Istanbul, in Turchia. Guidata dal ministro degli Esteri del governo afghano a interim, il mawlawi Amir Khan Muttaqi, la delegazione dei Talebani ha incontrato esponenti del governo turco. I rapporti con Ankara si sono raffreddati nelle ultime settimane, dopo che è saltato - almeno per il momento - l'accordo sulla gestione dell'aeroporto di Kabul e dopo un botta e risposta a distanza tra il presidente turco Erdogan, che ha criticato la mancanza di inclusività del governo dei Talebani, e i portavoce del movimento, che hanno invocata sovranità. Al termine dell'incontro di ieri, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha dichiarato di aver dato consigli ai Talebani «sull'istruzione delle donne e sul loro ritorno al lavoro». Già due giorni fa, a margine di un incontro a New York, Cavusoglu aveva sollevato la «questione femminile». Anticipando - secondo il Guardian - una futura missione diplomatica di alcuni rappresentanti di Paesi a maggioranza musulmana, tra cui la stessa Turchia e l'Indonesia. La visita della ministra indonesiana Retno Marsudi avrebbe un forte valore simbolico: donna, musulmana, è a capo del ministero degli Esteri di un Paese da quasi 300 milioni di abitanti. Secondo quanto dichiarato dal Ministro degli esteri turco, ieri i Talebani avrebbero chiesto alla Turchia «di continuare con l'assistenza umanitaria e con gli investimenti nel Paese». Ma la vera convergenza tra Kabul e Ankara è sulla questione migratoria. Ankara chiede che Kabul sia disposta a riprendersi i migranti afghani che entrano sul territorio turco. Ed entrambe le capitali usano la leva dei flussi migratori per condizionare le politiche della comunità internazionale, in particolare della fortezza Europa. Tre giorni fa, durante il G20 straordinario sull'Afghanistan voluto dal presidente del Consiglio Mario Draghi, Erdogan ha «battuto cassa», proponendo una cabina di regia apposita e paventando nuovi flussi irregolari. Mentre il ministro degli esteri talebano, Muttaqi, ha tirato fuori la questione nel corso dell'incontro trilaterale che si è tenuto subito dopo a Doha, con i rappresentanti dell'Unione europea e degli Stati Uniti. «Indebolire il governo afghano non è nell'interesse di nessuno perché gli effetti negativi avranno conseguenze dirette nel resto nel mondo nel settore della sicurezza così come per le migrazioni economiche dal Paese». Così Muttaqi. Che ha chiesto la rimozione delle sanzioni che pesano sul suo governo. «Sollecitiamo i Paesi del mondo a mettere fine alle sanzioni esistenti e a fare in modo che le banche tornino a operare normalmente, così che le organizzazioni di sostegno possano pagare gli stipendi al loro personale con i loro fondi e tramite l'assistenza finanziaria internazionale». Richieste simili arriveranno tra qualche giorno. Il 20 ottobre Mosca ospiterà un incontro che, rispetto al G20 di pochi giorni fa, ha il pregio di includere tutti gli attori regionali. I Talebani chiederanno soldi, riconoscimento. Le capitali regionali, a loro volta, chiederanno sicurezza, stabilità interna, maggiore flessibilità, anche sui diritti umani. Tra i diritti fondamentali, ricorda un report reso pubblico ieri da Amnesty International, c'è quello all'istruzione. Il 17 settembre sono state riaperte le scuole, ma solo per i bambini. Le scuole per le bambine, dalle medie in su, sono chiuse. Tranne che in alcuni casi e solo in poche province del Nord, dove nei giorni scorsi i Talebani hanno consentito la riapertura. Ma in generale, nota Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, «i diritti e le aspirazioni di un'intera generazione di ragazze sono state soppresse». Amnesty International chiede l'immediata riapertura di tutte le scuole del Paese e la fine delle intimidazioni e degli abusi che riducono il tasso di frequenza per le bambine anche nelle classi inferiori alle medie e superiori».

L’ATTENTATORE SOLITARIO CONVERTITO ALL’ISLAM

Kongsberg, Norvegia. L’attacco è venuto da un 37enne che viveva isolato e che si è convertito all’Islam. Il movente, dice la polizia, è «ancora da chiarire». Monica Perosino sulla Stampa.

«Si chiama Espen Andersen Bråthen l'uomo che mercoledì ha ucciso cinque persone con arco e frecce nella sonnolenta cittadina di Kongsberg. Una mattanza eseguita a sangue freddo da un ragazzone che ha sempre vissuto tra queste casette di legno e gli amici di una vita, che lo descrivevano «mite, gentile e per bene». Fino a quando, nella sua mente, qualcosa «si è rotto». Trentasette anni, madre danese e padre norvegese, da tempo viveva praticamente recluso in casa, senza vedere nessuno, e da almeno quattro anni si era convertito all'Islam. Il 29 maggio dell'anno scorso aveva provato a "incontrare" i genitori, a suo modo, facendo irruzione in casa con una pistola. Il risultato era stato un divieto di avvicinamento alla famiglia per le minacce di morte rivolte al padre. Non lavorava da anni, e la scorsa estate un vicino di casa preoccupato aveva chiamato la polizia perché Bråthen era solito brandire mazze, bastoni e manganelli in giardino, tutti i giorni, tranne quando faceva troppo freddo: «Era brutale, ho avuto una brutta sensazione, per questo ho chiamato la polizia», ha detto il giovane al quotidiano locale "Verdens Gang". «Era sempre solo. Dalla finestra della cucina potevo guardare nel suo appartamento. Era molto disordinato e c'era qualcosa di estremamente inquietante in quella casa». La segnalazione più preoccupante però risale già al 2017, quando il suo amico di infanzia avverte la polizia: Bråthen ha pubblicato un video in cui dichiara di essersi convertito all'Islam. Sostiene di essere «un messaggero» che porta «un avvertimento», e che «è arrivato il momento». L'amico è preoccupato, pensa che Bråthen sia malato, che debba essere curato, perché «una bomba a orologeria in grado di fare qualcosa di assolutamente terribile». Ieri la polizia ha confermato che Espen Andersen Bråthen lo conoscevano bene, ed erano in allerta «per il rischio di radicalizzazione», ma visto che nel 2021 non avevano ricevuto nessuna nuova segnalazione sul suo conto, era uscito dai radar. Intanto, la confusa dinamica dell'attacco si fa più chiara: le vittime sono 4 donne e un uomo, un agente in borghese, e sono state scelte a caso. Bråthen sarebbe prima entrato in un negozio senza ferire nessuno, poi avrebbe fatto irruzione in una serie di abitazioni private con arco, frecce e un coltello. Le vittime, tra i 50 e i 70 anni, sono state trovate parte in strada e parte all'interno delle abitazioni. Ma sui trenta minuti che hanno fatto precipitare la Norvegia nella paura, e cinque famiglie nel dolore, i dettagli non aiutano a comprendere. Il movente è «ancora da chiarire», l'attacco, potrebbe essere «terrorismo», intanto si procederà con una perizia psichiatrica. Nel Paese ancora sotto choc a prendere il testimone è toccato al neo premier, il laburista Jonas Gahr Store, che ieri ha presentato il suo governo. L'esecutivo, a maggioranza femminile, comprende due sopravvissuti della strage di Utøya, il peggior attacco terroristico mai avvenuto nel Paese».

PAPA FRANCESCO RIBADISCE: “L’ABORTO È UN OMICIDIO”

In occasione di un’udienza con la Società italiana di farmaceutica ospedaliera, papa Francesco torna a parlare dell’aborto. Mimmo Muolo per Avvenire.

«Il Papa ribadisce: «L'aborto è un omicidio e non è lecito diventarne complici». Per questo invita da un lato all'obiezione di coscienza, dall'altro a stare vicino alle donne «perché non si arrivi a pensare alla soluzione abortiva», dato che «in realtà non è la soluzione». È la terza volta in un mese che Francesco si pronuncia in maniera così netta su quella che, con brutto eufemismo, viene definita interruzione volontaria della gravidanza. E l'occasione per ripetere la sua convinzione (che è poi quella della Chiesa da sempre) è stata ieri l'udienza ai partecipanti al congresso promosso dalla Società italiana di farmaceutica ospedaliera. Ai suoi interlocutori il Papa ha innanzitutto ricordato: «Voi siete sempre al servizio della vita umana». E anche se il Pontefice non ha accennato direttamente alla questione, il pensiero è andato alle pillole abortive oggi disponibili. Un pensiero rafforzato da un altro passaggio del discorso in cui Francesco, sempre rivolgendosi ai farmacisti, ha sottolineato: «Ciascuno di voi adopera sostanze medicinali che possono però trasformarsi in veleni. Qui si tratta di esercitare una costante vigilanza, perché il fine sia sempre la vita del paziente nella sua integralità». Ecco, dunque, come diretta e logica conseguenza, l'obiezione di coscienza. Non si tratta, ha fatto notare papa Bergoglio, di una «infedeltà». Anzi, è «al contrario fedeltà alla vostra professione, se validamente motivata. Oggi c'è un po' la moda - ha aggiunto il Pontefice - di pensare che forse sarebbe una buona strada togliere l'obiezione di coscienza. Ma guarda che questa è l'intimità etica di ogni professionista della salute e questo non va negoziato mai, è proprio la responsabilità ultima dei professionisti della salute. Ed è anche denuncia delle ingiustizie compiute ai danni della vita innocente e indifesa». Su questa base etica Francesco ha innestato il discorso dell'aborto «omicidio». «Sapete - ha appunto ribadito - che su questo sono molto chiaro». Parole che fanno intendere come anche all'orecchio del Pontefice siano arrivate le pesanti critiche degli ambienti favorevoli all'aborto come diritto, seguite alla sua netta presa di posizione, durante la Conferenza stampa sull'aereo di ritorno dal viaggio a Budapest e in Slovacchia. Ma questa volta il Papa ha completato il suo ragionamento, mostrando chiaramente che il no all'aborto è sempre e soprattutto anche un sì alla vita e all'amore, quello vero. In questa prospettiva si colloca dunque il suo invito alla vicinanza verso chi si trova sul punto di prendere una così drammatica decisione. «Il nostro dovere è la vicinanza - ha detto infatti -, il dovere positivo nostro: stare vicino alle situazioni, specialmente alle donne, perché non si arrivi a pensare alla soluzione abortiva, perché in realtà non è la soluzione. Poi la vita dopo dieci, venti, trent' anni ti passa il conto. E bisogna stare in un confessionale per capire il prezzo, tanto duro, di questo». Un concetto, che probabilmente derivato dall'esperienza personale di confessore, papa Bergoglio ripete spesso quando parla di aborto. Sempre sul piano etico, ma a livello di di giustizia sociale, Francesco ha poi aggiunto un'altra raccomandazione: «La cultura dello scarto - ha ricordato infatti ai farmacisti ospedalieri - non deve intaccare la vostra professione. E anche su questo - ha aggiunto - bisogna essere sempre vigilanti». L'esempio è quello degli anziani. «Dare la metà dei medicinali e così si accorcia la vita. È uno scarto, sì. Questa osservazione, originariamente riferita all'ambiente, vale a maggior ragione per la salute dell'essere umano», ha commentato il Pontefice. Per questi motivi, «la gestione delle risorse e l'attenzione a non sprecare quanto affidato alle mani di ogni singolo farmacista - nel pensiero del Papa - assumono un significato non solo economico ma etico, anzi, direi umano, molto umano. Pensiamo all'attenzione ai dettagli, all'acquisto e alla conservazione dei prodotti, all'uso corretto e alla destinazione a chi ne abbia necessità e urgenza. Pensiamo - ha concluso il Pontefice - al rapporto con i vari operatori - i capisala, gli infermieri, i medici e gli anestesisti - e con tutte le strutture coinvolte». «Mi auguro - ha auspicato infine - che voi possiate andare avanti nel vostro mestiere così umano, così degno, così grande e tante volte così silenzioso che nessuno se ne accorge».

LE CINQUE LUCI DI EDITH BRUCK

La poetessa e scrittrice Edith Bruck vive una seconda giovinezza, dopo la partecipazione al Premio Strega e la visita del Papa. La sua testimonianza di sopravvissuta alla Shoah è tornata ad essere considerata preziosa. L’ha intervistata Emilia Costantini per il Corriere della Sera.

«Lei ama definirle le cinque luci. «Sì, mi sono aggrappata a cinque gesti di umanità» racconta Edith Bruck, scrittrice e poetessa ungherese naturalizzata italiana, finalista al Premio Strega 2021 con «Il pane perduto» (La Nave di Teseo), dove descrive il suo calvario di deportata nei lager nazisti. «Non avevo ancora compiuto 13 anni. Eravamo ad Auschwitz quando venni strappata da mia madre: mi attaccai a lei con le unghie, fu il momento più atroce, ma non c'è stato niente da fare e proprio in quel momento ho visto la prima luce». Perché? «Il soldato che mi strattonava con violenza, mi ordina "vai a destra", poi capii perché: mia madre era destinata ai forni crematori, a destra invece c'erano i lavori forzati dove fui dirottata, un briciolo di pietà. La seconda luce, l'ho vista a Dachau. Noi ragazzine venivamo utilizzate come inservienti nella cucina di un castello, fuori dal campo, dove alloggiavano gli ufficiali tedeschi: per noi un luogo paradisiaco, perché riuscivamo di nascosto, ogni tanto, a rubare qualcosa da mangiare. Il cuoco, tedesco, mi chiese: "Come ti chiami?". Non sapevo cosa rispondere, non eravamo delle persone, eravamo degli scheletri senza capelli. Non avevamo un nome, eravamo un numero, il mio era 11152. Il cuoco si avvicina e mi dice che aveva una bambina come me: tira fuori dalla tasca un pettinino e me lo regala. La terza luce: un altro soldato, un giorno mi sbatte addosso la sua gavetta ordinandomi di lavarla... ma lui sapeva che, nel fondo, era rimasta un po' della sua marmellata, che aveva lasciato per me... La quarta luce, un sorvegliante che mi regala un suo guanto bucato. E infine la quinta luce, la più importante. Eravamo a Bergen-Belsen ed eravamo costretti a portare sulle spalle i pesanti giubbotti dei militari che stavano alla stazione in partenza per il fronte. Per ripagarci, si fa per dire, dello sforzo ci concedevano il doppio della zuppa, ma dovevamo percorrere tanti chilometri, andata e ritorno, nel freddo, nella neve... A un certo punto io non riuscivo più a sostenere quel peso, non ce la facevo più e, non solo io ma anche gli altri, cominciammo a buttarli per terra. Un soldato ci viene incontro urlando e chiedendoci chi aveva buttato giù i giubbotti, minacciando di sparare a tutti. Feci un passo avanti». Un'eroina. «No, è che tanto, in un modo o nell'altro, dovevi morire, quindi... tanto valeva... Il soldato mi spacca un orecchio e, dal dolore, cado a terra sanguinante. Mia sorella, che era al mio fianco, salta addosso al tedesco il quale, prima mi punta una pistola addosso, poi allunga una mano per aiutarmi ad alzarmi. Ero totalmente stupita, attonita però mi ritrovai in piedi». E il tedesco come «giustificò» questo gesto di gentilezza? «Dicendo: "Se una merdosa ebrea mette le mani addosso a un tedesco, merita di sopravvivere". Una battuta da autentico nazista, tuttavia mi resi conto che non era tutto buio. Ho perso mio padre e mia madre, vivono dentro di me e il titolo del libro si riferisce al pane perduto che proprio mia madre aveva preparato nel forno il giorno in cui vennero a prelevarci a casa i fascisti ungheresi: lo aveva fatto lievitare la notte precedente ed era pronto per la cottura... che non è mai avvenuta». Lei non accetta di essere definita un'eroina. Come è possibile sopravvivere a tanto orrore? Forse è stata aiutata dalla sua giovanissima età? «Dovevamo sopravvivere e andare avanti, ma per me che provenivo da una famiglia povera non era troppo difficile. Noi eravamo più forti di coloro che appartenevano al ceto alto, quello dei ricchi, degli intellettuali... loro erano più viziati, non ce la facevano a sopportare, erano disperati e, senza difese, si ritrovavano ad affrontare un inferno, un disastro. Invece noi eravamo abituati alla vita dura, a sentirci rispondere dei no e qualche difesa in più ce l'avevamo: una volta tanto, essere poveri è stato un vantaggio. E furono poi proprio i compagni del lager che mi dissero: se sopravvivi racconta quello che è accaduto anche per noi. Ma non basta mai raccontare, non si riesce a dire tutto... c'è dell'indicibile. Lo scrivere è una terapia, è vomitare fuori, anche se scrivere, oggi, nelle mie condizioni non è facile: ho dei seri problemi di vista». Com' è possibile scrivere un romanzo nel suo stato? «Riesco a farlo nonostante gli occhi non mi sostengano più, scriverei anche se fossi cieca... Mi aiuto con la lente di ingrandimento e poi vengo aiutata anche dalla mia assistente. Sono certa che scriverò fino all'ultimo giorno della mia vita come Carlo Levi: l'ho visto scrivere completamente cieco, si aiutava con degli elastici, li utilizzava come righe, riempiendo gli spazi tra l'uno e l'altro. D'altronde io sono una istintiva, di pancia, ho un rapporto corporale con la scrittura». Molto corporale è il suo romanzo, una vicenda autobiografica... «Più che autobiografico lo definirei un libro storico. Poi, certo, ogni autore scrive il suo tema. Alberto Moravia diceva che tutti i libri, in un modo o nell'altro, sono autobiografici, non potrebbe essere altrimenti». E pensare che lei, quando venne a vivere in Italia, debuttò come attrice nel celebre film «I soliti ignoti». «Sì, una piccola parte, nella scena in cui litigo con il mio fidanzato sotto il lucernario... A quel tempo, in verità, non pensavo proprio di lavorare nel cinema. Lavoravo in un salone di bellezza a via Condotti, ne ero la direttrice e venivo pagata bene, ero stata assunta perché ero in grado di parlare varie lingue. Era frequentato da tanti personaggi importanti: Marcello Mastroianni, per esempio, veniva lì a tingersi i capelli quando doveva interpretare un nuovo film. Era il tempo della Dolce Vita e io la sera andavo a mangiare un piatto di spaghetti nell'allora ristorante Otello, a via della Croce: tutto il cinema italiano stava lì. Proprio in quel ristorante mi vide Mario Monicelli e mi propose quel piccolo ruolo: mi convinse, dicendomi "parla come vuoi, tanto devi far finta di litigare"». In quell'ambiente di grandi attori, nel 1957 conobbe Nelo Risi, giusto? «No, lo conobbi in un'altra circostanza. Lui era tornato dalla Cina e aveva programmato una conferenza. Una mia amica mi propose di andarlo a sentire: quando lo vidi sul palco, la sua figura nervosa, i suoi occhi eruditi... mi sono subito detta è lui l'uomo della mia vita e, infatti, alla fine ce l'ho fatta. Un uomo eccezionale, incorruttibile». Tra voi una lunga storia d'amore. Fino alla sua scomparsa nel 2015. «Il periodo della sua malattia, l'Alzheimer, sono stati i dieci anni in cui l'ho curato ed è stato il più bel periodo della mia esistenza, dipendeva da me ogni secondo... il mio bambino. Sono riuscita a tenerlo in vita, gli stringevo la mano notte e giorno e in quel periodo sono dimagrita 14 chili, ma è stato come tenere in vita i miei genitori. Sono certa che Nelo avrebbe potuto vivere ancora, se quel giorno non fosse caduto: io mi ero allontanata un attimo per andare al bagno e lui si era alzato per prendere qualcosa... È finita. Ho provato il vuoto totale, l'ho baciato, l'ho salutato e mi sono ammutolita, non capivo più dov' ero, chi ero...». Poi gli ha dedicato quel bel libro «La rondine sul termosifone». «Sì, perché nella mente di una persona affetta da quella malattia che devasta il cervello, ogni cosa può avere un suo senso, anche una rondine sul termosifone. Nelo lo sento sempre vicino a me, nel nostro letto dormo al posto suo e lui mi tocca sempre teneramente, è lì, non se n'è mai andato via. D'altro canto era un uomo tenace». E ha sposato una donna tenace... «Amava ripetermi che sapevo trasformare lo sterco in oro. Diceva: tu sai fare tutto. D'altro canto, io non ho potuto studiare molto da bambina e ho imparato a scrivere leggendo tanto». Come mai ha scelto l'Italia come patria di adozione? «Innanzitutto, quando venni liberata nell'aprile del '45 e tornai in Ungheria, non ci fu accoglienza al ritorno di noi sopravvissuti. Piuttosto il non ascolto, la gente non voleva sapere. Primo Levi, infatti, diceva che il mondo non era disposto ad ascoltare, ma io ero gonfia di parole e iniziai a scrivere nel '46. Quindi prese il via il mio pellegrinaggio alla ricerca di un nido dove rifugiarmi, di una casa dove poter vivere, anche se non sapevo ancora dove cominciare a vivere. La prima volta che approdai in Italia fu a Napoli: era bello, pieno di luce, tutti accoglienti, sorridenti, invitanti... e poi la musica, il chiasso nelle strade, i panni stesi svolazzanti nei vicoli, tutto vibrante di vitalità... e ne sono stata rapita. Poi a Roma ho piantato radici profonde, ci vivo ancora a via del Babuino. Tra le lingue che conosco, preferisco quella italiana è meravigliosa, ariosa, musicale e poi non mi ricorda brutte cose... è libertà, salvezza». Le è dispiaciuto non vincere il Premio Strega? «Assolutamente no! Partecipare è stata un'esperienza magnifica. Per i premi che ho vinto in passato, ho vissuto esperienze negative con i compagni della gara, alcuni dei quali si sono comportati male, in maniera incivile, al limite della cattiveria. Stavolta invece ho trovato tutte persone straordinarie, molto carine con me. Il 2021 è stato un anno davvero speciale: a 90 anni, ho ricevuto onorificenze importanti, come il Premio Viareggio, e soprattutto la visita a casa di papa Francesco. Inoltre, vincendo lo Strega Giovani, ho avuto modo di parlare ai ragazzi: loro sono il nostro futuro e mi hanno giurato che non saranno più antisemiti e nazisti».

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