Patto atlantico? Non sui vaccini

Alla vigilia del G7, Biden frenato dall'Europa sulla sospensione dei brevetti. Regioni in ordine sparso sugli Open day di AZ per giovani. Il centro destra candida Michetti a Roma. Conte rinvia?

Campagna vaccinale ancora in primo piano. Con la decisione di procedere alla somministrazione dei vaccini anche in vacanza, in determinate condizioni. Non c’è ancora una decisione definitiva su AstraZeneca, che non è adatto per le giovani donne. L’orientamento è di ricordarlo alle Regioni, che sono andate su questo punto in ordine sparso, ignorando le raccomandazioni sul vaccino preferibile dai 50 anni in su. Basterebbe guardare i dati delle ultime settimane per scoprire che solo in alcune situazioni locali si è distribuito AstraZeneca negli Open Day, che sembravano fatti apposta per i giovani: Liguria (il caso della 18enne colpita da trombosi è avvenuto a Genova), Lazio e Campania lo hanno somministrato in misura percentuale 4 o 5 volte superiore ad altre Regioni come Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, molto più prudenti nei loro comportamenti. Ma al Fatto, che pure da giorni mette in prima pagina la vicenda, questa volta non interessa il distinguo fra le varie Regioni: vorrebbe che grazie alle polemiche sull’uso di AZ la “spallata di giugno” di Figliuolo diventasse “frenata”. L’ossessione, tutta politica, è sempre quella: attribuire ogni colpa a Draghi.

Non è così. La campagna vaccinale corre e questa potrebbe diventare la settimana migliore in termini di ritmo delle somministrazioni. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono stati infatti iniettati 579 mila 724 vaccini. Pubblicati i verbali delle prime riunioni del CTS con Speranza. Molto preoccupante è la questione della distribuzione dei vaccini nel mondo. Alla vigilia del G7 in Cornovaglia, Biden sul punto della sospensione dei brevetti sembra essere frenato dall’Europa, egemonizzata dalla Germania. Lo racconta bene Avvenire. Nonostante che il Parlamento europeo abbia votato in direzione opposta.

Ancora incerta la vicenda del blocco dei licenziamenti: se i partiti di maggioranza non trovano un accordo tra di loro, dal primo luglio alcune aziende potranno cominciare a licenziare. Venti giorni sono pochi e l’idea del “blocco selettivo” non convince i 5 Stelle. Intanto, dice il Sole 24 Ore, il Governo studia un decreto ad hoc per sbloccare i cantieri.

La politica ci racconta di un accordo raggiunto sul candidato del centro destra per il Campidoglio. È il prof universitario Michetti, opinionista radiofonico, sostenuto dalla Meloni. Non c’è invece intesa sul candidato per Milano. A leggere i commenti, non ci sono grandi entusiasmi neanche nella stampa vicina a Forza Italia e Lega. Nei 5 Stelle Conte è alle prese con un diktat di Grillo sul doppio mandato. Forse rinvia ogni decisione. Sul fronte giustizia, colpisce l’inchiesta sull’assistente del filosofo torinese Gianni Vattimo, accusato di “circonvenzione d’incapace”. A leggere quel che dice il filosofo a La Stampa, non sembra proprio un incapace. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Campagna vaccinale ancora al centro dell’interesse. Il Corriere della Sera: Vaccini in ferie, le regole. Mentre
la Repubblica anticipa: Il piano per la terza dose. La Stampa: AstraZeneca, si cambia. Rasi: non è per i giovani. Il Fatto per il terzo giorno consecutivo sulla stessa vicenda: “Stop AZ ai giovani”. E chi l’ha già avuto? Gioco di parole amaro, sullo stesso tema, per il Manifesto: Open day after. Il Messaggero allarga lo sguardo alle decisioni europee: «Sì al pass per la ripartenza». Ma l’Italia è ancora in ritardo. Avvenire punta sull’arrivo del Presidente Usa in Cornovaglia per il G7: Biden e la Ue uniti ma vaccini per pochi. Scatenati i giornali del centro destra sulla pubblicazione dei verbali del CTS di un anno fa. Libero: I verbali segreti di Conte e Speranza e La Verità: I verbali segreti di Speranza. Il Giornale più didascalico: Nei verbali segreti gli errori sul Covid. Il Domani si occupa del candidato del centro destra in Campidoglio: Gli affari e le relazioni di Michetti per portare Roma alle destre. Mentre Il Sole 24 Ore annuncia un Decreto del Governo per evitare lo stop dei cantieri: Piano sblocca costi per l’edilizia. Il Quotidiano nazionale resta sul tema caldo della ragazza pachistana scomparsa: Svolta su Saman, il cugino è in Italia.

VACCINI ITALIA 1, REGIONI IN ORDINE SPARSO SU AZ

Dunque l’indicazione è: questa estate sarà possibile vaccinarsi anche in vacanza. La cronaca per il Quotidiano Nazionale.  

«Ora è ufficiale, questa estate sarà possibile vaccinarsi anche in vacanza. Il via libera definitivo porta la firma del commissario straordinario Francesco Figliuolo (foto) che però avverte: non sarà la prassi ma l'eccezione. La somministrazione riguarderà esclusivamente la seconda dose e sarà effettuata a chi soggiornerà per lunghi periodi in città diverse da quelle di residenza e anticipando per tempo l'intenzione di volersi sottoporre al vaccino nel luogo di villeggiatura. «Laddove per eccezionali motivi dovesse rendersi necessaria la somministrazione della seconda dose a lavoratori e turisti che soggiornano al di fuori della regione di residenza per un periodo di permanenza congruo - si legge nella lettera che Figliuolo ha inviato ai governatori di tutta Italia -, questa struttura, qualora informata con adeguato preavviso, è disponibile al riequilibrio delle dosi da distribuire». Parole accolte con soddisfazione dalle Regioni che, da tempo, chiedevano delucidazioni sul vaccino in vacanza. Tra le prime ci sono Piemonte e Liguria che stanno mettendo a punto gli ultimi aspetti tecnici per consentire ai rispettivi vacanzieri di sottoporsi al richiamo. Intese che, con ogni probabilità, saranno presto replicate anche in altre zone d'Italia anche se lo stesso commissario spiega che le somministrazioni in vacanza sono «più uno spot che una necessità». «Già siamo organizzati per i lavoratori non residenti o chi si sposta in altra regione per lungo tempo», spiega». 

Non c’è ancora una decisione formale, ma l’orientamento degli scienziati e del Ministro Speranza è rafforzare la raccomandazione alle Regioni di non usare AstraZeneca per i giovani, soprattutto per le ragazze. Margherita De Bac sul Corriere della Sera:

«L'ipotesi è di non somministrare le dosi sotto i 50 anni perché la quasi totalità dei casi di trombosi associata a carenza di piastrine, eventi culminati anche con la morte in seguito a emorragie cerebrali, hanno colpito nel mondo persone giovani, soprattutto donne. Non è escluso che si possa scendere anche ai 30 o 40 anni, fasce di età in cui il rapporto tra il rischio di effetti indesiderati gravi e il beneficio di non ammalarsi di Covid non è più favorevole. La possibilità di cambiare le precedenti indicazioni (ora il vaccino è raccomandato sopra i 60 anni ma nulla impedisce di scendere sotto questi limiti) è stata esaminata ieri in una riunione del comitato tecnico scientifico (Cts), presenti il ministro Roberto Speranza (Salute) e il capo di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) Nicola Magrini. Non sono mancate le perplessità. Chi dovrà sottoscrivere un eventuale cambio di strategia? Il ministero della Salute con una circolare firmata dal direttore della prevenzione Giovanni Rezza? Oppure lo stesso Cts? In ogni modo, sarebbe un duro colpo per il preparato anti-Covid di AstraZeneca che non ha avuto una vita fortunata. Primo «candidato» a diventare anti-Covid della storia (a luglio i risultati preliminari della sperimentazione) è andato incontro a una serie di stop. Il più grave risale allo scorso aprile ed è legato ai sospetti sugli effetti collaterali di cui sarebbe responsabile. Un'altra questione è in via di approfondimento. Chi sotto i 60 anni ha già ricevuto la prima dose deve avere anche la seconda o è preferibile passare a un vaccino a Rna messaggero (Pfizer o Moderna) che al momento non presentano controindicazioni? Tre giorni fa l'associazione «Luca Coscioni per la libertà della scienza» ha sollevato nuovamente il problema sulla sicurezza chiedendo di fermare gli Open day, eventi vaccinali in occasione dei quali AstraZeneca viene offerto a tutti, dai 18 anni in poi. Basta prenotare e munirsi di un ticket virtuale. Altre associazioni e singoli scienziati hanno rivolto lo stesso appello. Al movimento di contrari si aggiunge l'emozione per la storia di una ragazza 18enne ricoverata con emorragia cerebrale al San Martino di Genova dopo essersi immunizzata in uno di questi appuntamenti. In Italia le Regioni si sono mosse in ordine sparso, senza tener conto dell'indicazione sull'uso preferenziale ai 60 enni. L'Asl di Napoli ha revocato l'Open day programmato per stasera, talmente aperto da non richiedere appuntamento. Non così in Sicilia che offre da oggi a domenica i due vaccini a vettore virale ai maggiorenni. Nel Lazio, aperte le prenotazioni per un Open week a base di AstraZeneca, sempre da oggi a domenica. I presidenti di Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e del Veneto, Luca Zaia, rivendicano di non aver ceduto alla strategia degli Astra-day. La Sardegna segue la strada maestra: niente dosi al di sotto dei 60 anni. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri propende per introdurre limiti sotto i 30-40 anni: «Non farei una revisione oltre queste età perché il rapporto rischi-benefici è ancora a favore del secondo anche in una fase di bassa circolazione del virus». Giuseppe Remuzzi, direttore scientifico dell'istituto Mario Negri, ricorda l'incidenza degli eventi di trombosi pubblicati sulla rivista specializzata Science , riferiti al Regno Unito: tra 20 e 29 anni il rischio era di 1,1 ogni 100mila, il rischio di avere una forma grave di Covid oscilla tra 0,8 e 6,9: «Ecco perché l'agenzia europea dei farmaci ha scelto di non sconsigliare le somministrazioni per genere o fasce d'età. Negli hub non lo proporrei a donne sotto i 40 anni».

VACCINI ITALIA 2, PUBBLICATI I VERBALI DEL CTS

Eccitazione nella stampa di centro destra per la pubblicazione dei Verbali delle riunioni del CTS col Ministro Speranza all’inizio della pandemia. Francesco Borgonovo su La verità.

«I verbali finora tenuti segreti svelano tutte le clamorose falle della risposta italiana al coronavirus. Per prima cosa mancava un piano contro la pandemia. Speranza ha più volte ripetuto che il piano pandemico in vigore (aggiornato al 2006) non sarebbe stato utile contro il Covid. Eppure in più di una occasione gli esperti della task force ripetono che servirebbe aggiornare il piano vigente e utilizzarlo. La prima volta il tema viene toccato alla fine di gennaio, poi viene ripreso in numerose riunioni intorno alla metà febbraio. Sono tanti i professionisti della salute che ribadiscono la necessità di avere un piano contro la possibile epidemia. Più di uno suggerisce che vada aggiornato il piano esistente e a un certo punto (siamo al 16 febbraio 2020) il dottor Maraglino del ministero informa che «martedì 18 febbraio si riunirà il tavolo per l'aggiornamento del piano pandemico. Si lavorerà in sottogruppi per accelerare i lavori». Tradotto: tutti sapevano che il piano non era aggiornato, tanto da mobilitarsi per tentare di rimediare (anche se ormai era decisamente troppo tardi). Ma allora viene da chiedersi: perché Speranza ha sostenuto a ripetizione che il piano pandemico non sarebbe servito a contrastare il Covid? I suoi consiglieri spiegavano addirittura che l'andamento del nuovo virus ricordava quello di una influenza. Dunque, a maggior ragione, per quale motivo insistere a ripetere che lo «scudo» sarebbe stato inutile? Altra questione clamorosa è quella riguardante i dispositivi di protezione, cioè le mascherine. Nel verbale datato 2 febbraio 2020, la task force inizia a preoccuparsi del reperimento delle protezioni facciali. Si dice che le informazioni in merito alla disponibilità «non arrivano celermente» e si fa presente che «tutte le maggiori aziende hanno aumentato la produzione». Insomma, si comincia a capire che bisogna darsi una mossa e trovare mascherine da utilizzare. Solo che, poco meno di due settimane dopo, il 15 febbraio 2020, dall'Italia parte un volo su cui sono presenti due tonnellate di mascherine dirette in Cina come «dono». E il 6 marzo 2020 Speranza dichiara: «Non abbiamo problemi di mascherine al momento in Italia». Incredibile. A quanto risulta, le relazioni con Pechino erano una fonte di grande preoccupazione per Speranza e soci. Tanto che, l'11 febbraio 2020, il ministro spiega alla task force: «Il governo continuerà a promuovere iniziative di sostegno umanitario [...] di solidarietà al popolo cinese». Capito? Si sapeva che le mascherine erano difficili da reperire, ma intanto - in nome della «solidarietà» - se ne spedivano tonnellate in Cina, salvo poi dire agli italiani che era tutto a posto. Quando in realtà - come notava sempre l'11 febbraio 2020 il viceministro Pierpaolo Sileri - mancavano dati su quasi tutto, pure sui numeri delle terapie intensive e dei respiratori disponibili. Sì: l'incertezza regnava sovrana. Non avevamo dati, non avevamo protezioni. Ma ci preoccupavamo molto degli aiuti umanitari verso gli amici cinesi, o di correggere le «fake news» riguardanti la situazione del virus in Africa. Qualcuno, prima o poi, dovrà rispondere di tutto ciò».

VACCINI MONDO. LA UE FRENA BIDEN

Non sono buone le notizie sul fronte della diffusione dei vaccini nel mondo. Alla vigilia del G7 in Cornovaglia, il presidente Usa, che è già arrivato in Europa, fa sapere che donerà 500 milioni di vaccini. Ma l’impressione è che si faccia frenare dalla posizione di Von der Leyen sulla sospensione dei brevetti. Il punto su Avvenire:

«Serve, e in fretta, un piano vaccinale per il mondo, un mondo che va ancora a due velocità nella campagna di immunizzazione contro il coronavirus. Da un lato i Paesi ricchi che si sono accaparrati la maggior parte delle dosi, dall'altra le nazioni povere e con i sistemi sanitari più fragili, che non solo non hanno vaccini ma che hanno grandi difficoltà (logistiche e distributive) nel procedere con le inoculazioni. Mentre all'Organizzazione mondiale del commercio ( Wto) si è raggiunta un'intesa preliminare per iniziare almeno a discutere un piano che aumenti la produzione dei vaccini, il presidente Usa Joe Biden - che un mese fa aveva aperto alla sospensione dei brevetti sui vaccini - ha fatto sapere di avercelo, questo «piano mondiale di vaccinazione». E che lo annuncerà al G7 che si riunisce da domani in Cornovaglia. Nessun altro dettaglio è stato però diffuso dalla Casa Bianca: qualcosa è cominciato a circolare ma non sembra nulla di risolutivo. Il Washington Post ha riferito che l'Amministrazione Biden sta acquistando 500 milioni di dosi di vaccino Pfizer da donare al resto del mondo. Un'indiscrezione rilanciata anche dal New York Times, che ha specificato che verranno acquistate e distribuite 200 milioni di dosi quest' anno e 300 milioni l'anno prossimo. Donazioni che sono certamente benvenute ma che, da sole, rischiano di non risolvere molto nell'ambito della campagna globale di immunizzazione. Solo l'Africa, con 1,3 miliardi di abitanti, necessiterebbe di oltre 2 miliardi di dosi, considerando che al momento il continente nero fa contare appena 35 milioni di somministrazioni. Una penuria di dosi - e di capacità di inocularle - che si registra allo stesso modo anche in Sudamerica e in gran parte dei Paesi asiatici. Secondo l'Oms servono 11 miliardi di dosi per l'immunità di popolazione a livello globale, mentre finora ne sono state somministrate solo 2,2 miliardi (e sono appena 458 milioni le vaccinazioni completate). Alla Wto, dove sulla questione si gioca una partita cruciale, continuano a fronteggiarsi due piani d'azione, uno a favore e uno contrario alla sospensione dei diritti sulla proprietà intellettuale dei vaccini. Sudafrica e India da mesi spingono per uno stop temporaneo che consentirebbe a produttori locali, insieme a un maggiore accesso a materie prime e tecnologia produttiva, di aumentare le forniture delle dosi, per ridurre la diseguaglianza nelle forniture. I Paesi sviluppati - l'Ue, la Svizzera, il Regno Unito e la Corea del Sud, tra gli altri - continuano invece a resistere, sostenendo che una sospensione dei brevetti non aumenterebbe la produzione e potrebbe anzi minacciare la ricerca e lo sviluppo di nuovi vaccini e terapie. La loro proposta punta invece alle licenze obbligatorie, che consentono a un governo di concedere a un produttore il permesso di produrre un vaccino senza il consenso del titolare del brevetto. Quest' ultimo riceve una remunerazione adeguata, ma il trasferimento del know how, cioè delle tecniche specifiche necessarie alla produzione, non è assicurato. Ecco perché c'è il rischio che la produzione dei vaccini non aumenti di conseguenza. Dopo due giorni di colloqui i membri della Wto si sono accordati per iniziare a discutere sul formato dei negoziati e per un rapporto sull'offerta di vaccini entro il 21-22 luglio, quando si riunirà il Consiglio generale della Wto, il livello decisionale più alto dell'organizzazione. C'è chi parla di un passetto in avanti, ma le trattative restano in salita. Basti pensare che nella bozza del documento comune Ue-Usa in vista del summit del 15 giugno tra Washington e Bruxelles non si fa menzione della sospensione dei brevetti sui vaccini anti-Covid, mentre si lavora a ridurre i limiti all'export di vaccini e materie prime e si cita soltanto la «condivisione volontaria» della tecnologia dei vaccini come chiave per aumentare la produzione. Dell'apertura quindi voluta un mese fa da Biden non c'è traccia. «Credo che la proprietà intellettuale debba essere protetta», ha ribadito ieri la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen intervenendo al Parlamento Europeo. L'Aula ha poi approvato (con un solo voto di differenza, 325 a 324) un emendamento che chiede una revoca temporanea dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini anti-Covid. Oggi ci sarà il voto finale sulla risoluzione, che resta però non vincolante e che ha quindi un valore soprattutto simbolico.».

Il Fatto si occupa del voto del Parlamento europeo che ieri ha approvato, a sorpresa, un emendamento a favore della sospensione dei brevetti. Purtroppo il voto ha solo un valoro simbolico:

«Durante la sessione plenaria, i Verdi hanno presentato un emendamento per chiedere una sospensione "temporanea" dei brevetti sui vaccini e le terapie contro il Covid. La sorpresa è che la maggioranza degli europarlamentari l'ha approvata, sebbene con margine di un solo voto. Oltre ai Verdi stessi, ai socialisti di S&D, ai 5 stelle e alla sinistra di Gue, si sono dichiarati favorevoli anche tre parlamentari del Partito popolare europeo (non Forza Italia), i polacchi di Ecr (contrari quelli di Fratelli d'Italia) e i rappresentanti olandesi e francesi dei liberali di Renew (mentre quelli di Italia Viva hanno votato no). Insomma, c'è grande confusione sotto il cielo d'Europa. A rendere ancora più complicata la situazione resta un fatto: l'approvazione dell'emendamento pro-sospensione non significa ancora che la linea dell'Ue cambierà. Quello che conta è infatti la risoluzione sui brevetti, che include l'emendamento in questione ma deve essere ancora votata dal Parlamento. (…) Intanto a Strasburgo c'è chi vede nell'approvazione dell'emendamento già una grande vittoria. "Davide batte Golia", è il commento a caldo della capodelegazione del Movimento 5 Stelle, Tiziana Beghin. "In attesa della conferma con il voto finale alla risoluzione", dice, "possiamo dire che il Parlamento europeo manda un messaggio politico chiave"».

BLOCCO DEI LICENZIAMENTI, NON C’È ACCORDO

L’emergenza economica legata alla pandemia vede ancora in primo piano il blocco dei licenziamenti. Ci sono venti giorni per metterci mano. Poco tempo. Sul Corriere della Sera la cronaca di Claudia Voltattorni.

«Al ministero del Lavoro non si nasconde la preoccupazione anche perché i tempi per un intervento sono davvero ristretti, e anche se il lavoro sulla riforma degli ammortizzatori sociali va avanti, vedrà la luce solo entro la fine di luglio. Il decreto Sostegni bis è all'esame del Parlamento ma la sua conversione in legge è prevista per i primi di luglio, troppo tardi. Oggi comunque scade il termine per la presentazione degli emendamenti al decreto e da alcune forze di maggioranza (Leu e M5S) arriveranno richieste per far slittare il termine. I Cinque Stelle, attraverso la sottosegretaria al Lavoro Rossella Accoto, chiariscono meglio la loro posizione favorevole ad una proroga del divieto fino al 30 ottobre, come quella per le piccole aziende, in attesa della riforma degli ammortizzatori sociali. «È necessario ragionare in un'ottica trasversale tra i partiti di governo su uno sblocco graduale, superando posizioni ideologiche precostituite», spiega Accoto, che chiede «una maggioranza forte e coesa per farlo in tempi brevi e contingentati». Diventando arduo farlo con il Sostegni bis, l'altra strada potrebbe essere quella di un decreto ad hoc, ma sarà difficile che il premier Mario Draghi la percorra, a meno che non ci sia un accordo con maggioranza e parti sociali. Ma il Movimento scarta del tutto la proposta della Lega e del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti di uno «sblocco selettivo», considerato «inapplicabile». Invece la selettività può essere una strada per il leader Pd Enrico Letta perché «la ripresa è asimmetrica, quindi dobbiamo tutelare i lavoratori». La Cisl non torna indietro sulla proroga al 30 ottobre e chiede al governo di riaprire il confronto con il sindacato. Le aziende invece si dicono più ottimiste. Secondo Federmeccanica, assumeranno più che licenziare, anche se faticheranno a trovare le competenze necessarie. Lo conferma anche Paolo Agnelli, presidente di Confimi: «Mancano elettricisti, verniciatori, falegnami, tutte professionalità che non si trovano: l'89,5% delle imprese manifatturiere non licenzierà e un altro 35% sta cercando personale e questa catastrofe annunciata dopo lo sblocco non la vedono».

Alessandro Barbera per La Stampa sembra lievemente più ottimista:

 «Non so che decisione prenderà il governo, ma modificare il decreto in Parlamento non sarebbe sufficiente». Maurizio Landini, e con lui gli altri sindacati e la gran parte dei partiti, non mollano la presa su Mario Draghi perché cambi la norma che il primo luglio fa venir meno il blocco dei licenziamenti nelle imprese più grandi e nell'edilizia. Il premier ha aperto alla possibilità di cambiare nuovamente decisione con un emendamento parlamentare, purché ci sia l'accordo di tutti. Ma l'accordo ancora non c'è, la maggioranza resta divisa e i giorni passano. Il leader Cgil sottolinea che la conversione del decreto «Sostegni-bis» non avverrebbe in ogni caso prima della scadenza del blocco, e in quel caso si aprirebbe una finestra temporale che permetterebbe alle imprese di licenziare. Ecco perché la Cgil auspica un «decreto ponte», l'unico modo per fermare in tempo l'entrata in vigore della norma. Nelle ultime 48 ore Draghi ne ha discusso riservatamente con i leader dei tre sindacati. Ha chiesto la disponibilità ad una mediazione, purché permetta di chiudere una volta per tutte il dossier. Il problema di Draghi è che la mediazione al momento non c'è. Landini resta fermo sulla richiesta di allungamento per tutti, condivisa da un pezzo di Pd, Cinque Stelle, dalla sinistra di Leu. Nella maggioranza c'è consenso per l'ipotesi di allungare il blocco nei settori più in crisi come il tessile, il calzaturiero, gli eventi. L'ipotesi andrebbe bene alla sinistra e ai Cinque Stelle, la Lega è divisa: d'accordo il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario al Tesoro Claudio Durigon, Matteo Salvini è dubbioso. Forza Italia e Italia Viva al momento sono per il no. La proroga selettiva non convince nemmeno il leader di Confindustria Carlo Bonomi e i tecnici di Palazzo Chigi, che temono la creazione di disoccupati di serie A e serie B. Il leader Pd Enrico Letta chiede di allargare la moratoria al settore dell'auto, la sottosegretaria al Lavoro Cinque Stelle Rossella Accoto si chiede: «Come selezioniamo i settori? Torniamo ai codici Ateco usati durante la pandemia? Questa scelta ha già mostrato i limiti con i ristori». Una soluzione tecnica suggerita da alcuni esperti potrebbe essere quella di tenere conto dell'andamento dei fatturati nell'ultimo anno, ma il timore è di generare confusione fra le imprese. Il primo test sulla capacità dei partiti di convergere attorno a una soluzione si vedrà dagli emendamenti al decreto, che vanno presentati entro le 16 di giovedì».

IL CENTRO DESTRA SCEGLIE IL CANDIDATO PER ROMA

Novità rilevanti oggi anche nella vita dei partiti. Scelta fatta dal centro destra, che candida per il Campidoglio Michetti, un professore universitario, opinionista su Radio Radio, emittente famosa a Roma per i dibattiti sul calcio. Per Torino, ufficiale Damilano. E per Milano? Ancora un rinvio. Paola Di Caro per il Corriere della Sera.

«Alla fine ha vinto lei. Che ha voluto un candidato civico ancora poco noto al grande pubblico, che ha insistito quando tra gli alleati c'era chi ironizzava su di lui, che ha pressato gli alleati perché si chiudesse al più presto la partita di Roma. Dopo due ore di vertice, i leader del centrodestra annunciano dunque l'accordo, ancora a metà perché su Milano si deciderà solo la prossima settimana: nella Capitale a sfidare Raggi, Calenda e (sarà formalizzato con le primarie del 20 giugno) Gualtieri, scende in campo Enrico Michetti, il «tribuno della plebe», del quale Giorgia Meloni è stata fin dall'inizio strenua sostenitrice. Accanto a lui, in ticket, Simonetta Matone, magistrato, proposta da FI che poi ha lasciato campo libero all'alleata. Visto che, si è detto nel vertice, entrambi i possibili candidati hanno caratteristiche di valore, perché non chiedere a lei di fare la vice? Salvini si è incaricato di telefonarle e chiederle la disponibilità, la Matone ha detto sì. E Sgarbi si è aggiunto: «Potrei fare l'assessore alla Cultura». Si vedrà se domani, nella presentazione della squadra, si aggiungeranno altri al team. Se il tormentone Roma si risolve, con la Meloni che nega si tratti di una sua vittoria - «Ha vinto la coalizione e si lavora per vincere. Abbiamo fatto un ottimo lavoro, offriamo un modello diametralmente opposto, sono professionisti competenti» -, e si dà definitivamente il via alla candidatura di Paolo Damilano a Torino, restano tre nodi. Uno, la Calabria, si scioglierà sabato confermando che il candidato sarà l'azzurro Roberto Occhiuto. L'altro è Bologna, dove restano dubbi sui due possibili candidati civici (Mogavero e Battistini) ma è difficile che possa spuntarla Andrea Cangini, pur avanti nei sondaggi, perché politico. Ultimo, ma intricatissimo, il caso Milano. Che mette in difficoltà Salvini, perché spetterebbe a lui esprimere un candidato d'area. Un nuovo vertice si terrà mercoledì, ma l'impasse è totale: i vari civici testati non ottengono percentuali convincenti, tutti lontanissimi da Sala, si parla di ticket ma ci si chiede tra chi, e torna quindi ad affacciarsi con più forza l'ipotesi che possa essere un politico, Maurizio Lupi, il prescelto. Forza Italia lo sostiene con decisione, la Meloni dà il via libera, il punto è se il leader della Lega vorrà rinunciare a un nome che il suo partito possa intestarsi. Un passo indietro avrebbe però un vantaggio: anche se non è previsto nei prossimi giorni alcun vertice o decisione sulla federazione del centrodestra (devono prima calmarsi le acque in FI e servono passaggi interni per qualsiasi scelta, mentre da FdI arrivano segnali di disponibilità a un intergruppo parlamentare, non di più), Salvini potrebbe dare un segnale da «federatore» incoronando Lupi, esponente del centro. E dimostrando che l'interesse è di tenere dentro tutte le anime del centrodestra di governo e non annettere FI. Con un vantaggio: Lupi è l'unico che nei sondaggi sembra poter sfidare Sala».

Il Giornale con l’editoriale di Adalberto Signore non sembra entusiasta delle scelte fatte:

«Prima l'accordo sui candidati sindaci alle prossime amministrative. Un'intesa a metà, con il centrodestra che accende finalmente il semaforo verde su Roma e Torino, mentre rinvia per nebbia - alla prossima settimana - Milano e Bologna. Poi, solo qualche ora dopo, lo strappo sul Copasir. Una rottura non solo politica ma anche istituzionale. A suggellare tre mesi di tatticismi e conflitti sotto traccia che hanno cristallizzato un dualismo tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni che rischia ogni giorno di più di logorare la coalizione. Se ne è avuta una prima avvisaglia ieri, giorno in cui l'intesa sulle candidature nelle due grandi città davvero contendibili in autunno avrebbe potuto e dovuto rimandare l'immagine di una ritrovata unità, di una comunione d'intenti da trasmettere subito su una campagna elettorale partita già in evidente ritardo. A Roma, per dire, l'ex ministro Roberto Gualtieri è in corsa da un mese, mentre Carlo Calenda è in pista addirittura da prima di Natale. E questo al netto di Virginia Raggi, che - a prescindere dalle disastrose condizioni in cui versa la Capitale - ha il vantaggio di giocare la partita dal Campidoglio».

A proposito dei guai del centro destra, Alessandro Sallusti su Libero è molto esplicito: le nozze Berlusconi-Salvini sono state promesse e annunciate. O si fanno oggi o mai più.

«Matteo Salvini annuncia la federazione tra Lega e Forza Italia, Berlusconi benedice ma nulla accade. Nessun "predellino", seguono vaghe dichiarazioni d'intenti e le proteste di chi non è d'accordo prendono il sopravvento. Morale: macchine ferme se non indietro tutta. Intendo dire che non ci sono più i leader di una volta, quelli che le rivoluzioni prima le fanno e poi le comunicano. Se una rivoluzione - quale sarebbe il gemellaggio Forza Italia -Lega - prima la annunci e poi speri di farla sei destinato al fallimento perché dai tempo ai conservatori di organizzare la controffensiva. Ecco cosa dicevano a tal proposito i leader comunisti che di queste cose se ne intendevano. Josif Stalin: "Non si può fare una rivoluzione indossando i guanti bianchi"; Che Guevara: "In rivoluzione si vince o si muore"; Fidel Castro: "La rivoluzione è una lotta tra passato e futuro". Salvini e Berlusconi avrebbero dovuto fare un predellino e annunciare: da domani è così, chi ci sta ci sta gli altri si arrangino. Serviva un pugno nello stomaco, è arrivato un buffetto, ha prevalso la paura e ora i due sono rimasti in mezzo al guado. E dire che a fermarli non sono stati certo giganti del pensiero né grandi raccoglitori di voti ma i classici burocrati della politica. Non so dire se questo alla lunga sarà un bene o un male, dico che come tutte le rivoluzioni, un nuovo centrodestra si fa adesso o mai più. A questo punto direi mai più». 

Maurizio Crippa nella sua rubrica quotidiana sulla prima pagina del Foglio spazia dai 5 Stelle al centro destra:

«Doveva trasformare l'acqua in vino e i porci in perle, grazie alla sua illuminata "reggenza non cercata". Doveva far esplodere il Sistema, ma invece che la bomba al neutrone è scoppiato un petardo- neurone. "Sono stato usato come un innesco cognitivo", ha detto Vito Crimi, e davvero qui c'è tutta la patafisica verbale e non- sense dei Cinque stelle. Ma ora potrà tornare a dormire tranquillo. Tanto bisogna pur dire che l'innesco cognitivo della sua ampia fronte, come un Pietro Micca dei meet up, l'ha portato a termine. E il bug cognitivo è esploso, sono diventati tutti come i grillini. Prendete la destra. Che invitava alla rivoluzione garantista Di Maio e accusava la sinistra di candidare solo magistrati. Bene, a Napoli ha candidato un magistrato giustiziere; e a Roma la magistrata Simonetta Matone, a mo' di Kamala Harris del professor Michetti. Che è poi il vero innesto neuronico di Crimi, quello: la candidatura di un prof che sarebbe stato improbabile anche per Rousseau. Enrico Michetti, docente di diritto a Cassino, la Yale del Lazio. Uno che invitava a non trattare il popolo come una vacca da vaccino. Uno noto per le performance radiofoniche di cui persino un tassinaro si vergognerebbe. Missione compiuta, vecchia talpa Crimi: l'innesco cognitivo ha prodotto l'esplosione. Della politica».

CONTE E IL VETO DI GRILLO SUL DOPPIO MANDATO

A proposito di 5 Stelle. Enrica Sabatini di Rousseau l’aveva chiamato “procrastinatore seriale”, ed ecco che Giuseppe Conte, pronti via appena in carica, si appresta ad un altro rinvio. Quello sulla spinosa faccenda del doppio mandato. Grillo infatti ha detto che il principio non è negoziabile. Matteo Pucciarelli su Repubblica:  

«Giuseppe Conte è da mesi in mezzo a due fuochi: da una parte i maggiorenti del M5S con la testa già al 2023 (o prima?), quando scadranno i due mandati elettivi e quindi in teoria la propria carriera politica nelle istituzioni, ragione per la quale premono per immaginare delle deroghe o un superamento tout court dell'antica regola aurea dei 5 Stelle; dall'altra il garante Beppe Grillo, con il quale il lavoro per il nuovo Statuto e codice etico del M5S in queste settimane è coordinato e che, anche nelle ultime ore, ha posto il veto. Per il fondatore la regola non va cambiata, ne va dello spirito e della natura della sua creatura. Il comico del resto aveva già avvertito i gruppi parlamentari lo scorso marzo durante un'assemblea online, parlando del tetto dei due mandati come di «un pilastro» per il Movimento. Una faccenda che, comunque andrà a finire, lascerà sul campo stuoli di scontenti (eufemismo). Già, ma come finirà? L'orientamento a questo punto è rimandare il più possibile la questione, lasciarla lì da una parte, e alla fine dare la parola direttamente agli iscritti. Alla consultazione della base Grillo non dovrebbe opporsi, anche perché convinto che una volta per tutte gli attivisti diranno l'ultima parola: cioè un no al M5S - o come si chiamerà - che, esattamente come tutti gli altri partiti, nel corso del tempo si crea una classe dirigente composta da persone che trasformano la politica in una professione a lungo termine. Non a caso Conte per ora, a domanda diretta che gli è stata posta più volte, non ha mai definito la spinosa questione. Derogare al principio che animò il primo V-day del 2007, cavallo di battaglia di un ex ma ancora molto presente come Alessandro Di Battista, significherebbe perdere fette di consenso tra i parlamentari al primo mandato, che sono più numerosi; non farlo equivarrebbe a mettersi contro big di prim' ordine, a partire da Luigi Di Maio. C'è qualcuno che immagina davvero l'ex capo politico, vicepremier e ministro in tre governi di fila compreso l'attuale, tornare a fare il semplice attivista, e a soli 37 anni, quanti ne avrà al termine della legislatura? Si parla da tempo di una possibile exit strategy di carriere che possono proseguire alle assemblee elettive "locali" per chi ha già fatto il bis, cioè soprattutto le Regioni, dove le indennità restano generose. Ma rimane una ipotesi. Come detto, si andrà per le lunghe e di diplomazia ne servirà parecchia».

PROCESSO CONTRO L’ASSISTENTE DI VATTIMO

Filippo Femia intervista per La Stampa il filosofo Gianni Vattimo sul caso del suo assistente 38enne rinviato a giudizio per “circonvenzione d’incapace”.

«Quando riceve la notizia, Gianni Vattimo è incredulo: «Quindi alla fine è arrivato il rinvio a giudizio?», domanda al telefono con un filo di voce. La conferma arriva da Simone Caminada, il suo assistente 38enne di origini brasiliane: il 27 ottobre inizierà il processo a suo carico per circonvenzione di incapace. Secondo l'accusa, «avrebbe approfittato della fragilità psichica» e della generosità dell'85enne teorico del pensiero debole «per accedere a una serie di benefici economici». Caminada, secondo la Procura, avrebbe indotto Vattimo a sottoscrivere una polizza vita da 415 mila euro, di cui lui è beneficiario al 40%. In più ci sarebbe un testamento che nomina l'assistente tra gli eredi, «disponendo in suo favore orologi, opere d'arte, quadri» e altri oggetti di valore. «Non so nemmeno come definirla, questa decisione del giudice», commenta il filosofo. «A me sembra una vera sciocchezza. È anche un enorme spreco di tempo». Professore, nei giorni scorsi, commentando le tesi della Procura, parlava di «persecuzione». Ora è arrivata la decisione del gup. «Mi sembra che questo accanimento continui. Perché diavolo si dovrebbe celebrare un processo su basi inesistenti? Purtroppo non resta che prenderne atto. Ma si tratta di un errore: anche i giudici commettono sbagli». Si aspettava una decisione diversa? «Certamente, ero convinto che sarebbe arrivata l'archiviazione. Continuo a ricevere messaggi da diversi amici: sono scandalizzati, non si capacitano di questa decisione. Stiamo vivendo una vicenda grottesca». Lei è convinto dell'innocenza del suo assistente? «Senza ombra di dubbio. Non esiste alcuna evidenza che provi la sua colpevolezza. Simone mi ha sempre trattato benissimo, ha un regolare contratto da 1300 euro al mese e ora viene accusato di cose assurde». Non c'è stato nessun danno al suo patrimonio, dunque? «Tutte le spese che ha fatto Simone sono documentate: può dare conto di ogni singolo euro speso. I miei conti in banca sono a posto». Le carte della Procura parlano di spese ingiustificate che ammontano a 60 mila euro. «Ripeto, è tutto documentabile. Sono soldi usati per un intervento chirurgico che ho subìto e per altre spese mediche. In sede processuale non avremo difficoltà a dimostrarlo. Chiameremo tutti i nostri amici a testimoniare». Parla al plurale, ma lei non sarà sul banco degli imputati. «Questa vicenda mi turba, genera grande tensione. E mi preoccupo per Simone: non merita questo trattamento. Che Dio ce la mandi buona». Ad accusare Caminada, sostiene lui, sono persone interessate al suo patrimonio. Ci può spiegare? «In passato ho spesso dato denaro ad amici. Poi Simone ha cercato di limitare queste uscite, inimicandosi quelle persone. Le stesse che adesso lo accusano ingiustamente». Le dà fastidio essere dipinto come influenzabile e circuito? «Nessuna perizia ha mai dimostrato che sia incapace di intendere. Ho 85 anni, qualche acciacco, e la mente non è più brillante come un tempo. Ma non sono affatto rimbecillito. Sto per iniziare a scrivere un libro sulla Chiesa dopo papa Francesco. Continuo ad avere conversazioni con amici in diverse lingue. Se vuole possiamo continuare in inglese, do you want?». Lei è una persona fragile psichicamente? «Mica si può chiedere a un matto se è matto (ride, ndr). Magari in futuro lo faranno, ma finora nessuno mi ha interdetto. Un medico ha deciso che sono a rischio circonvenzione. La possibilità di essere plagiato, però, e l'effettivo fatto di esserlo non sono la stessa cosa». «Vattimo si è innamorato di quel ragazzo», ha ipotizzato qualcuno. «Per carità. Figuriamoci se mi innamoro alla mia età. Per me Simone è un amico, quasi un figlio».

KAMALA HARRIS COME TRUMP? SOLO PER LA PROPAGANDA

Federico Rampini su Repubblica analizza il viaggio della Vicepresidente Usa Kamala Harris in Guatemala e Messico. E spiega bene che la posizione sui migranti è in linea con la tradizione dei democratici americani. La sinistra interna ai dem americani grida allo scandalo, con la stessa accusa dei nostalgici di Trump.  

«Per i repubblicani Harris è colpevole di una grave omissione perché non è andata a visitare la frontiera tra Stati Uniti e Messico, i luoghi caldi di una nuova crisi migratoria dove si accalcano i richiedenti asilo. Forse, insinuano i più maligni, per non attirare l'attenzione dei media sul fatto che il governo democratico sta usando metodi di detenzione simili a quelli di Donald Trump? Per la sinistra radicale Kamala nel suo recente viaggio in America centrale e in Messico ha gettato la maschera, si è rivelata come una conservatrice. L'accusa è la stessa, il governo Biden di fatto prolunga la politica di Trump: frontiere chiuse e "aiutiamoli a casa loro". In effetti la vicepresidente è andata a dire proprio questo. "Nessuno abbandona volentieri una nonna", ha dichiarato. I disperati che abbandonano Guatemala, Honduras, El Salvador, resterebbero volentieri se ci fossero le condizioni economiche, sociali, e di ordine pubblico. Nell'annunciare aiuti ai governi locali, Harris li accompagna con un avvertimento: "Se venite da noi, vi respingeremo". Tradimento? Biden non fu mai così incauto da abbracciare gli slogan no-border di Ocasio-Cortez. In campagna elettorale promise una riforma dell'immigrazione per rendere meno arduo il cammino verso la sanatoria dei clandestini già residenti da anni sul territorio Usa. Non parlò di apertura delle frontiere a tutti gli altri. La posizione Biden-Harris è nel solco della tradizione progressista americana. Franklin Roosevelt (il presidente del New Deal che Biden considera un modello) fece grandi riforme sociali sapendo che redistribuzione ed equità si possono applicare fintanto che c'è una certa omogeneità nazionale. Roosevelt tenne le frontiere quasi blindate per i nuovi candidati all'immigrazione. Era, tra l'altro, una condizione per rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori americani. Altre sinistre storiche hanno condiviso quell'impostazione. La sinistra meridionalista in Italia non considerò mai l'emigrazione come una soluzione per i problemi del Mezzogiorno. Di recente, in Svezia e Danimarca i socialisti hanno reso più rigide le regole; il loro avanzatissimo welfare aveva elargito benefici a nuove ondate di migranti, spesso ostili ai valori stessi di quelle società (parità dei diritti uomo-donna, per esempio), provocando ripensamenti. Ocasio-Cortez obietta che non si può "aiutarli a casa loro" dopo avergli per tanto tempo "incendiato la casa". È la visione di un'America imperialista come vera colpevole dello sfascio nei Paesi del Sud. Questa ideologia della sinistra radicale è inaccettabile per la maggioranza degli americani: si sentono descritti come l'unico Impero del Male, e al tempo stesso condannati a diventare "minoranza in casa" per ospitare tutti i diseredati della terra. All'orizzonte quella che Ocasio-Cortez propone è un'America "anti-americana", condannata a pentirsi ed espiare, a risarcire e compensare tutte le presunte vittime. Questa battaglia fra Harris e Ocasio-Cortez rivela una delle linee di frattura interne su cui i democratici si giocano la prossima tornata elettorale, le legislative che si tengono fra un anno e mezzo. Trump nel novembre scorso, pur sconfitto nettamente, aumentò i suoi consensi tra gli ispanici e gli afroamericani, anche perché spaventati dagli slogan della sinistra radicale. Finora Biden aveva rinviato la resa dei conti fra le varie anime del suo partito, accontentando un po' tutti. Ha annunciato l'apertura di cantieri di riforme ambiziosissimi: redistribuzione dei redditi e riduzione delle diseguaglianze; rilancio degli investimenti e dell'occupazione; transizione verso un'economia con zero emissioni carboniche; lotta al razzismo. I presidenti che passano alla storia sono quelli che - come Roosevelt - sanno scegliere poche battaglie, e vincerle».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.