Patto sul Green pass?

Il Viminale è molto critico sulle piazze di sabato, segnate da violenza e antisemitismo. Green pass: Letta propone un patto, Salvini chiede modifiche. Spiragli sulla giustizia. I Pm contro Greco

Dopo 48 ore, il Viminale dà una valutazione preoccupata e molto critica delle manifestazioni di piazza dei No Vax e No Green pass. Non solo per la violenza latente, ma per l’antisemitismo espresso. Senza considerare il rischio di alimentare i contagi da variante. Mercoledì pomeriggio sono previste nuove manifestazioni, di cui è stata richiesta autorizzazione alle Questure. Vedremo che accadrà. Nel mondo politico intanto si commenta l’accaduto. Calderoli, storico leader bergamasco della Lega, è rimasto malissimo dei duemila manifestanti in una città che ha pagato un prezzo drammatico alla pandemia. Letta propone un patto di maggioranza sul Green pass, ricordando che la vaccinazione è uno dei motivi fondanti del governo Draghi. Salvini dice che bisogna ascoltare le piazze e promette emendamenti sul Green pass. La campagna vaccinale prosegue a fatica nell’ultima domenica di luglio. Ieri sono state somministrate solo 382 mila 212 dosi.

L’altro tema che tiene banco è la riforma della giustizia. Sono giorni decisivi, visto che entro venerdì 30 va approvata. Sui giornali oggi c’è più ottimismo sulla possibilità di modificare il testo in modo soddisfacente. Intanto a Milano la misteriosa loggia Ungheria (ma perché la lista dei 40 presunti membri non è mai stata chiesta ad Amara?) ha provocato un terremoto giudiziario senza precedenti. Quasi tutti i Pm di Milano hanno solidarizzato con Paolo Storari, indagato proprio insieme a Davigo sulla vicenda, schierandosi contro il Procuratore capo Francesco Greco.

A proposito di scandali, in Vaticano da domani inizia un maxi processo per alcuni casi di corruzione, sul banco degli imputati, fra gli altri, un Cardinale. Il fatto non ha precedenti. Sia per l’esposizione mediatica, sia per l’applicazione della giustizia interna allo Stato vaticano, di fatto delegata dal Papa, dalla fine del potere temporale, allo Stato italiano. Le nostre “medaglie” a Tokyo hanno festeggiato i nonni. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

I titoli principali dei giornali sono ancora in gran parte dedicati al certificato verde e alle polemiche dopo le manifestazioni di sabato, duramente condannate dal Viminale. Il Corriere della Sera: Vaccini, appello del governo. La Repubblica pensa ai locali: Il pass anche per i ristoratori. La Stampa si occupa dei teenager: «Vaccini obbligatori a 12 anni». Figliuolo: è l’ultimo miglio. Mentre il Quotidiano nazionale tematizza i timori delle famiglie: Pass ai dodicenni, i dubbi dei genitori. Lancia l’allarme contagi Il Messaggero: Più ricoveri, Lazio a rischio. La Verità fiancheggia i No Vax: Tutte le balle sul Green Pass. Invece Libero interpella il leader della Lega: Intervista a Salvini: «Cambierò il Green pass». Il Mattino prevede: Scuola e pubblico impiego verso l’obbligo di vaccino. Chi ha fatto altre scelte va sul tema giustizia. Come Il Fatto: Cartabia, tutti contro il M5S. Grasso: “O cambia, o voto no”. E il Domani: L’enigma Cartabia. Anche il Giornale si occupa di giustizia ma mette in primo piano la rivolta dei Pm contro il Procuratore Greco all’interno degli uffici giudiziari di Milano: Terremoto in procura. Da ritagliare le due pagine del Sole 24 Ore con la mappa di tutti i blocchi nelle rete autostradale: Ferie in autostrada. Il grande esodo a rischio paralisi, ecco tutti i cantieri.

IL VIMINALE: BASTA PIAZZE VIOLENTE E ANTISEMITE

48 ore dopo le manifestazioni di piazza dei No Vax e dei No Green pass, reagisce in modo molto duro la Ministra degli Interni Luciana Lamorgese. È una reazione meditata e che avrà conseguenze nei prossimi giorni. La cronaca di Rinaldo Frignani sul Corriere della Sera.

«Sono da condannare tutte le manifestazioni, peraltro non autorizzate, in cui si attaccano i vaccini, si urlano slogan violenti contro i provvedimenti varati dal governo per tutelare la salute pubblica e il lavoro dei giornalisti che informano sui rischi della pandemia. È inaccettabile e desta indignazione - come ha denunciato la Comunità ebraica di Firenze - quanto avvenuto in alcune piazze nelle quali sono stati esposti cartelli che paragonavano il green pass alle leggi razziali, con l'uso di simboli e di riferimenti che nessuna attinenza possono avere con le misure adottate dall'esecutivo per contenere la diffusione del virus». Dopo le tensioni di sabato scorso il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese non usa mezzi termini. E lo fa a 48 ore dal ritorno alla protesta dei movimenti No vax e No green pass, questa volta con una serie di manifestazioni preavvisate nelle Questure e tutte alle 17.30 di mercoledì nelle principali piazze italiane. Alle parole della responsabile del Viminale si aggiunge l'appello del governo affidato dapprima al commissario straordinario per l'emergenza Covid Paolo Figliuolo per il quale l'importante è continuare a vaccinarsi. «È per il nostro bene, per il bene delle persone fragili e della comunità», quindi al ministro della Salute Roberto Speranza: «Il green pass - spiega - rende più sicuri i luoghi della socializzazione, i posti dove incontreremo i nostri amici e le nostre famiglie. Le manifestazioni No vax non mi sono piaciute». D'accordo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Sono i dati a parlare, non lo stiamo facendo per vessare gli italiani». Rimane però tensione nella maggioranza perché il leader leghista Matteo Salvini, appena vaccinato, in mattinata aveva sottolineato invece che «quelle di sabato sono piazze da ascoltare e da capire, non da attaccare o censurare. E la Lega, dentro il governo, anche se da sola, fa e farà di tutto per garantire salute, lavoro e libertà a tutti, senza obblighi, multe o divieti: faremo di tutto per cambiare il decreto sul green pass», anche perché «siamo contro qualsiasi obbligo o costrizione per bimbi e ragazzi: il diritto alla scuola, ovviamente in presenza, andrà garantito a tutti». Una netta diversità di vedute alla vigilia di una settimana di nuove manifestazioni: oltre a quella di mercoledì, sui canali Telegram di «Basta dittatura» (quasi 30 mila iscritti in poche ore, come chi è sceso in piazza due giorni fa), ce ne sarebbero in programma altre venerdì e sabato. E anzi una parte del movimento vorrebbe protestare tutti i fine settimana: «Possiamo farcela». Una mobilitazione appena cominciata, finora non accompagnata da scontri ma da qualche momento di tensione, con un seguito di denunce e sanzioni nei confronti degli organizzatori delle proteste non autorizzate. «Manifestazioni come queste creano pericolo e alimentano la possibilità del diffondersi del virus. Dobbiamo dire che chi oggi decide volontariamente di non vaccinarsi compie un atto di irresponsabilità», avverte il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, mentre il commissario Ue per l'Economia Paolo Gentiloni taglia corto: «La minoranza rumorosa che cavalca i No vax e contesta la scienza non ha futuro». Ma l'attenzione è alta: oggi in programma comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica in varie Prefetture, mentre le Questure si preparano a varare piani operativi in attesa di un'eventuale indicazione da Palazzo Chigi: a preoccupare non è il rischio di incidenti ma il probabile aumento di contagi collegato agli assembramenti di chi scenderà - o è già sceso - in piazza». 

Roberto Calderoli, storico senatore della Lega, è anche un medico bergamasco: si dice sotto choc perché nella sua città hanno manifestato sabato duemila persone. Il Corriere lo ha intervistato.

«Senatore Roberto Calderoli, cosa ha pensato quando ha visto il corteo di No vax proprio nella sua Bergamo? «Da un lato, va sempre garantita la libertà di protestare contro decisioni politiche o di governo che non si condividono. Ma dall'altro, bisogna rispettare le regole». E non sono state rispettate. «Le manifestazioni vanno segnalate alle autorità ma soprattutto va garantito che non possano diventare un mezzo di diffusione del virus. Quell'assembramento, con le persone le une addosso alle altre senza mascherina, è stato pericoloso per la salute, a partire da quella dei manifestanti». Cosa pensa dei No vax? «Credo che sbaglino nella maniera più totale. Lo dico da medico e da cittadino. Io appena ho potuto mi sono vaccinato. E ringrazio Dio di aver già fatto la prima e la seconda dose. Chi non si vaccina commette un grosso errore». Perché? «Non farlo è pericoloso per loro e, purtroppo, anche per gli altri. Il principio della libertà di cura è garantito dalla Costituzione. Ma qui si tratta di tutelare la salute. Bisogna pensarci bene». ».

Monica Guerzoni, sempre sul Corriere, intervista il segretario del Pd Enrico Letta che propone un patto di maggioranza sul tema No Vax.

«Ci vuole un patto di maggioranza sul tema dei no vax». Tutti con Draghi, contro chi rifiuta il vaccino? «Il Dna di questo governo è dato da tre cose. La prima - per il segretario Enrico Letta, reduce dal lancio della piattaforma digitale delle Agorà democratiche del Pd - è la scrittura del Pnrr. Poi le riforme funzionali ai fondi europei, giustizia, fisco, e semplificazioni. Ma la questione numero uno è la campagna vaccinale per uscire dalla pandemia e tornare alla normalità». A che punto è la missione di Draghi? «Il governo e la maggioranza stanno lavorando bene sul Pnrr e sui nodi delle riforme, ma l'elemento costitutivo della maggioranza è la messa in sicurezza dell'Italia attraverso vaccinazioni, riaperture e green pass. Anche Figliuolo ha lavorato molto bene per la campagna, ma ora la variante Delta e la sfida no vax alzano il livello della difficoltà». E se la Lega non ci sta? «Vaccinandosi Salvini ha fatto un passo in avanti. Sui social, dove è stato pesantemente criticato, si è visto quanto gli è costato da parte del suo mondo, quindi il mio giudizio è positivo». Ma Salvini contende a Meloni milioni di voti di dubbiosi o contrari e difende chi scende in piazza contro il green pass. Si può fare campagna elettorale sulla vita delle persone? «Non voglio giocarla sulla polemica nei confronti della Lega, ma ho sentito le dichiarazioni responsabili di Di Maio, Berlusconi e Tajani e ritengo importante riaffermare un chiaro patto di maggioranza a partire dal tema vaccini. Le prossime settimane saranno complesse, il mare sarà in tempesta, la nave ballerà». Sta dicendo che il governo rischia, perché Lega o M5S possono strappare? «Sto dicendo che la variante Delta corre, la stanchezza della popolazione dopo un anno sfiancante è comprensibile. È necessario un patto di chiara corresponsabilità, per sostenere le misure del governo e lo sforzo di farle passare nell'opinione pubblica, senza distinguo e senza ambiguità». Una sfida a Salvini? «Noi lanciamo la sfida a tutti. Chiediamo che tutti i candidati alle Amministrative abbiano ottemperato agli obblighi vaccinali, come fa il Pd. È un messaggio forte, che tutti dovrebbero sottoscrivere. Sindaci e presidenti di Regione siano i primi a dare l'esempio». 

Proprio Matteo Salvini torna a parlare degli stessi temi per Libero, intervistato da Pietro Senaldi, che non ha mai nascosto la sua linea Pro Vax.

«Che cosa non la convince della certificazione verde? «Sono domande da girare ai ministri Speranza e Lamorgese: se per le partite negli stadi o per i grandi concerti forse un senso ci poteva essere, partire a inizio agosto con tutte le altre attività sarà ingestibile. Che facciamo, trasformiamo baristi, bagnini e camerieri in poliziotti? Gli italiani sono persone di buon senso e rispettosi, non meritano altri problemi e altra burocrazia, penso soprattutto al mondo del turismo, del commercio e ai molti genitori con figli, alle loro difficoltà difficoltà. Almeno concedere tamponi salivari, rapidi e gratuiti a tutti, sarebbe utile. Quando il Green pass arriverà in Aula, presenteremo tutti gli emendamenti necessari». Concorda con il fatto che l'Italia non può permettersi di richiudere? Quale prezzo è disposto a far pagare agli italiani per evitare un nuovo lockdown e a quali condizioni lo riterrebbe necessario? «Il lockdown sarebbe una sconfitta per tutti, un colpo mortale per l'Italia. Ma ora parliamo del nulla, i dati sono sotto controllo e sono convinto che il piano vaccinale- realizzato con efficacia dalle Regioni - sarà uno scudo importante. Mi fido degli italiani. Parlare di possibili carastrofi fa male al Paese: negli ultimi giorni i messaggi di terrore sui contagi hanno provocato migliaia di disdette in alberghi in tutta Italia. Assurdo. Leggere alcuni giornali e guardare alcuni telegiornali mi fa venire tanti dubbi...». Che cosa pensa davvero dei no vax? Vittime della cattiva informazione, della paura, della sfiducia totale verso la politica? L'Italia dopo il Covid è più cattiva? «Il Covid ci ha certamente cambiato, ma mi limito a osservare che la preoccupazione sul tema vaccini non è alimentata da qualche no vax, ma da alcuni pasticci oggettivi. Si pensi alla confusione su AstraZeneca, alla scelta di cambiare in corsa l'età di somministrazione di alcuni vaccini, le diversità di scelta tra Paesi per esempio sul vaccino ai minorenni. Farsi delle domande credo sia lecito. E lo dico da persona vaccinata. Che il vaccino sopra i 60 anni salvi vite è certo, sui bambini e sui ragazzi la stessa comunità scientifica internazionale invita alla cautela. Cosa sono, tutti no vax? Etichetta che viene attaccata addosso con superficialità, mentre il confronto civile sarebbe molto più utile. Le migliaia di persone che sono scese in piazza nel week end, molte delle quali vaccinate e informate, sono un fatto significativo: vanno ascoltate e capite, non censurate o insultate».

LA CARICA DEI CATTOLICI NO VAX

Esiste una frangia negazionista e anti Green pass anche nel mondo cattolico. Se ne occupa Fabrizio d’Esposito sul Fatto.

«I vaccini, la messa in latino, l'aborto, la Bestia dell'Apocalisse, il mondialismo, la dittatura para-massonica dell'orbe terracqueo, persino il vitello d'oro biblico. Tutto si tiene, a dire dei cattolici no vax, ossia della minoranza clericale di destra scesa nelle piazze di sabato scorso con le altre frange dei negazionisti delle vaccinazioni. Cominciamo dunque dal legame tra "il motu proprio che strozza la Messa antica e l'imposizione del Green Pass da parte del governo". Per La Nuova Bussola Quotidiana, giornale online di ciellini ribelli, avanzano così "i caratteri di un fedele cattolico condannato alla clandestinità". Non a caso il modello evocato è quello del comunismo cinese, dove la Chiesa ha sofferto e vissuto per decenni nelle catacombe. I cattolici no vax si identificano infatti nella Messa tridentina che proprio in queste settimane papa Francesco ha limitato con la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. Una stretta che arriva dopo la liberalizzazione di Benedetto XVI nel 2007 con il Summorum pontificum. Oggi, secondo Bergoglio, questo rito divide e soprattutto è diventato il simbolo dell'opposizione al suo pontificato. E veniamo all'aborto. Innanzitutto per i cattolici no vax il vaccino è immorale perché in alcuni casi la ricerca ha usato cellule embrionali di feti abortiti. Non solo. La vaccinazione obbligatoria -ovviamente un favore alle grandi multinazionali farmaceutiche di Satana - è un tassello del Great Reset mondialista della nuova dittatura para-massonica (di cui Draghi è parte integrante). Una sorta di nuova Sodoma planetaria dominata dall'eutanasia libera, dal sesso fluido privo d'identità e dall'aborto. Talvolta però capitano imbarazzanti contraddizioni in questa galassia clericale. Come quella recentissima del segretario dei vescovi americani, Burrill: da un lato non voleva dare la comunione al presidente cattolico ma "abortista" Biden, dall'altro frequentava locali gay. La notizia è venuta fuori perché le app del prelato hanno consentito un tracciamento delle sue frequentazioni omosessuali. Peril Foglio ormai comicamente teocon si è trattato di una violazione della sua privacy. Come a dire: il male minore, vescovo gay, soccombe di fronte a quello maggiore, l'aborto. Ma c'è di peggio. Su un noto sito diretto da un ex autorevole vaticanista c'è la pubblicazione di messaggi profetici che precedono la seconda venuta di Cristo. Ebbene già nel 2009 ci fu l'annuncio in questi messaggi di una pandemia globale: un'azione della Bestia apocalittica per poi imporre a tutti i vaccini come nuovo vitello d'oro da idolatrare. Indagare sui cattolici no vax è come precipitare in un incredibile pozzo senza fondo. Epperò nessuno dei loro bollettini o giornali (si pensi alla Verità no vax di B & B, Belpietro e Borgonovo) ha una cura alternativa, sempre che in cuor loro non meditino un catartico sterminio alivello mondiale. Trai clericali no vax c'è il cardinale Burke, fiero avversario di Bergoglio. Secondo l'eminenza anti-francescana, dopo i vaccini arriveranno i "microchip sotto la pelle" per controllarci. "Ma l'unico fornitore di salute è solo Dio, non lo Stato". Come se non si potesse pregare e vaccinarsi pure. La fede, ma anche il buon senso». 

RIFORMA GIUSTIZIA, I CAMBIAMENTI POSSIBILI

Settimana decisiva per la riforma della Giustizia. Da oggi è in Commissione alla Camera ed entro venerdì 30 approderà in Aula. Dopo il duro confronto degli ultimi giorni, i cambiamenti alla riforma sembrano possibili. Liana Milella per Repubblica.

«Si può fare. I processi di mafia e terrorismo potranno durare tutto il tempo che serve. Per la Guardasigilli Marta Cartabia e per il premier Mario Draghi questo è possibile. I reati di mafia, come chiede il presidente di M5S Giuseppe Conte, possono uscire dalla gabbia della improcedibilità. E con loro anche quelli di terrorismo. Per questi gravissimi delitti, che comportano l'aver sposato una fede contrapposta a quella della democrazia italiana, e che segnano, una volta commessi, non solo la vita del singolo, ma la credibilità stessa dello Stato, non può valere lo stop al processo solo perché i tempi sono scaduti. Tenendo conto che già adesso tutti i dibattimenti in cui figurano imputati detenuti hanno una corsia preferenziale rispetto agli altri. E che, naturalmente, i reati puniti con l'ergastolo sono già improcedibili. Così come sono imprescrittibili da sempre. Dunque Via Arenula, ma anche palazzo Chigi, considerano con attenzione e sono disponibili ad accogliere quanto chiede il neo presidente del M5S ed ex premier Conte. E lo fa anche il Pd di Enrico Letta perché, appunto, si tratta di una richiesta che non si identifica come una "bandierina", ma di un'esigenza reale per garantire la tenuta democratica dello Stato. Un processo, con un estortore di mafia alla sbarra, non può andare in fumo. Una richiesta che può essere accolta, come ragiona la responsabile Giustizia del Pd Anna Rossomando, perché reati gravissimi come quelli commessi dalla mafia «richiedono maggiore elasticità e anche più tempo proprio per la loro complessità». Repubblica scopre che la Guardasigilli Marta Cartabia, anche se non è a Roma, trascorre un weekend di contatti, di ascolto e di riflessioni. La ministra si concentra sulle criticità emerse nella riforma, com' era stato già anticipato nella conferenza stampa a palazzo Chigi dopo il consiglio dei ministri di giovedì sera. Quello in cui Draghi ha annunciato di aver ottenuto da tutti i ministri, compresi quelli del Movimento, l'autorizzazione a porre la questione di fiducia. La richiesta di Conte è sul tavolo, e riguarda la necessaria protezione per tutti i processi di mafia. Ma che cosa succede in via Arenula dopo questa richiesta? Nella sua riforma - è il ragionamento della ministra in queste ore - è già prevista l'improcedibilità per i reati puniti con l'ergastolo, quindi per gli omicidi di mafia, e comunque, poiché spesso si tratta di dibattimenti con imputati detenuti, come ricorda anche il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, essi hanno già una priorità. Ma di sicuro, via Arenula e palazzo Chigi sarebbero favorevoli all'estensione di ulteriori garanzie per i processi per mafia e terrorismo, in linea con il nostro ordinamento, che già prevede regole specifiche per questo tipo di reati. In sostanza, secondo via Arenula, il diverso trattamento per i reati di mafia è del tutto comprensibile. Non si tratta di un'eccezione. Nella storia della dottrina giuridica italiana, questo tipo di reati, per la loro estrema gravità, è sempre stato soggetto di un trattamento speciale. Quindi oggi, mentre vengono cambiate radicalmente le regole del nostro sistema processuale, è logico pensare di poter escludere tutti i reati di mafia e terrorismo dal meccanismo della improcedibilità. E quindi, su questo punto, non vi è alcuna contrarietà sia da via Arenula sia da palazzo Chigi. Si tratta di un via libera importante che può cambiare radicalmente il cammino della riforma penale. Nonché la prospettiva concreta delle due prossime settimane di lavori parlamentari. Perché da oggi e fino a giovedì la riforma sarà ancora in commissione Giustizia alla Camera, ma venerdì 30 dovrà approdare in aula. E stavolta non sono ammessi rinvii, com' è avvenuto a ridosso del 23 luglio, anche perché incombe la fiducia e la richiesta perentoria di Draghi, ma anche di Enrico Letta, di votare subito prima della pausa estiva. Ma se si raggiunge un accordo, e in commissione cadono gli emendamenti che potrebbero portare all'ostruzionismo - 1.631 di cui oltre 900 di M5S - la questione può essere risolta. Potrebbe imputarsi Forza Italia che ha chiesto di allargare il perimetro della riforma per giustificare i suoi emendamenti sull'abuso d'ufficio. E Renzi che ieri provocava il Pd chiedendogli di «scegliere se inseguire l'irresponsabilità di Conte o scegliere Draghi ». Ma la via di andare in aula senza un voto in commissione è di fatto tecnicamente impraticabile, perché si dovrebbero ipotizzare addirittura tre o quattro fiducie perché votare su un unico testo è impossibile. Il Pd ha garantito il lodo Serracchiani, fino al 2024 tre anni per l'Appello anziché solo due. E adesso da Cartabia arriva l'apertura su mafia chiesto da Conte». 

Il Fatto intervista il senatore Pietro Grasso, che propone una serie di modifiche. Se non ci saranno, non voterà la fiducia.

«Nel dettaglio, la Cassazione è forse in grado di rispettare il termine di un anno. Ma 9 Corti di appello su 26 superano la media di durata di due anni dei processi, e gli uffici di Roma, Napoli, Reggio Calabria, Bari e Venezia, che rappresentano circa la metà del carico giudiziario, non concludono un processo in appello prima di mille giorni, cioè praticamente tre anni». Si prepara una falcidie? «Se non si apporta alla riforma qualche ulteriore modifica, non v' é dubbio che i cittadini non potranno che prendere atto che la scelta politica sarà quella di far andare in prescrizione, sostanziale o processuale che sia, i numerosissimi procedimenti accumulatisi nelle corti di Appello meno virtuose». La Ue ci chiede di ridurre del 25% i tempi del processo penale... «Quell 'obiettivo si può ugualmente raggiungere prendendosi per un periodo limitato un margine in più: tre anni piuttosto che due per l'Appello e uno e mezzo per la Cassazione, con esclusione della improcedibilità per i reati di mafia, terrorismo e corruzione, e con una norma transitoria che ne preveda l'entrata in vigore dopo tre anni. Nel frattempo il "Comitato tecnico -scientifico per il monitoraggio sull 'efficienza della giustizia penale", opportunamente introdotto con l'ar ticolo 15 bis, si impegnerà per l'attuazione delle misure organizzative messe in cantiere e per seguire le Corti d'appello più lente». Altro punto controverso è da quando debba iniziare il calcolo dei tempi dei processi di secondo grado. «Non si può partire dalla data del deposito della sentenza di primo grado, maoccorreconsiderare i tempi tecnici di trasmissione del fascicolo dai tribunali alle corti di Appello - a Napoli passano anni - e da lì in Cassazione».

CASO UNGHERIA, SCONTRO NELLA PROCURA DI MILANO

Terremoto nel palazzo di giustizia di Milano. I pm si ribellano al Procuratore capo Greco e solidarizzano con Storari, che invece dovrebbe essere trasferito. Luca Fazzo per il Giornale.

«C'è la prima vittima, nella disastrosa vicenda giudiziaria scaturita dal processo Eni e dai verbali del «pentito» Pietro Amara: ed è la vittima più gloriosa di tutte, la Procura della Repubblica di Milano. Che dallo scontro innescato dalla consegna dei verbali di Amara dal pm Paolo Storari a Piercamillo Davigo viene ieri travolta in pieno, con la ribellione di quasi cento magistrati che insorgono in difesa di Storari. A poche ore dalla decisione del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi di chiedere al Csm la testa di Storari - via da Milano, e mai più pubblico ministero - la raccolta di firme in difesa del collega sotto accusa, in corso da giorni nei corridoi del palazzaccio milanese, viene allo scoperto. È un documento che non entra nel merito dei verbali consegnati a Davigo, ma poco importa. La frase cruciale è una: i firmatari dicono che «la loro serenità non è turbata dalla presenza del collega». È esattamente il contrario di quello che il capo della Procura, Francesco Greco, e il pg della Cassazione sostengono: consegnando i verbali a Davigo, e continuando intanto a indagare su Amara e persino sulla fuga di notizie di cui egli stesso era l'origine, Storari avrebbe messo «a disagio» l'intero ufficio. Per questo, aveva scritto Salvi, Storari va cacciato da Milano: per la «serenità» dell'ufficio. La nostra serenità, rispondono i firmatari, non è affatto messa in discussione dalla presenza di Storari. Ed è una discesa in campo senza precedenti, una ribellione inimmaginabile ai tempi di Borrelli, un colpo devastante all'immagine di uno degli uffici giudiziari più importanti d'Italia. I segnali c'erano stati, la protesta covava nelle chat e nei corridoi. I segnali di solidarietà a Storari erano arrivati da più parti. Ma il procuratore Greco, e con lui Salvi, hanno deciso di andare avanti. Forse non pensavano che i leader del fronte pro Storari avrebbero scelto alla fine di uscire allo scoperto. Si sbagliavano. Firmano 55 pm, i due terzi del totale. E a scendere in campo non sono solo i «peones», i giovani pm della base. Nell'elenco compaiono nomi importanti. Il primo è quello di Alberto Nobili, veterano della Procura e delle inchieste sulla criminalità al nord, oggi a capo dell'antiterrorismo. Con lui, tre procuratori aggiunti, i «vice» di Greco: Ferdinando Targetti, Tiziana Siciliano e il capo dell'antimafia Alessandra Dolci. Si tratta di magistrati che hanno condiviso con Greco decenni di lavoro e rapporti di amicizia; la Siciliano e la Dolci sono state appoggiate da Greco nella domanda per i posti che oggi ricoprono. Eppure anche loro oggi si schierano contro di lui. Greco, si dice, la prende malissimo. Adesso il procuratore è un uomo solo, con accanto solo i suoi fedelissimi. A partire da Fabio De Pasquale, il grande accusatore del caso Eni, oggi sotto procedimento penale a Brescia proprio per la sua gestione del processo ai vertici del colosso».

Maurizio Belpietro dedica il suo articolo di fondo per La Verità proprio al clamoroso caso della rivolta dei Pm a Milano:

«Storari è il pm che è riuscito in un colpo solo a mettere nei guai mezza Procura di Milano e un mammasantissima delle toghe come Piercamillo Davigo e ad aprire uno squarcio sull'uso e l'abuso dell'obbligatorietà dell'azione penale. Come Luca Palamara, ex capo di una delle correnti più importanti della magistratura, Storari è nei fatti il testimonial migliore non solo della necessità di una profonda riforma della giustizia, cioè di qualche cosa di più incisivo della legge proposta da Marta Cartabia, ma è anche un esempio di quanto sia urgente affrettarsi a firmare i referendum proposti da Lega e Radicali sulla responsabilità civile delle toghe e sul funzionamento dello stesso Csm. Il caso Storari, al pari del caso Palamara, è la dimostrazione di un sistema impazzito e fuori controllo, dominato dalle camarille e dalle guerre tra bande. In pratica, il pm milanese è colui che raccoglie le confidenze di un ballista di nome Piero Amara, uno che a suon di fandonie mescolate a mezza verità ha portato a spasso, salvandosi fino a poco tempo fa dalla galera, alcuni importanti magistrati. Quando incappa in Storari, l'ex avvocato dell'Eni diventato confidente dei pm, svela l'esistenza di una presunta loggia massonica denominata Ungheria. Dal racconto di Amara, l'associazione segreta sembra il buco nero del nostro Paese, la madre di tutti i segreti inconfessati. Ma curiosamente, invece di indagare gli aderenti alla presunta loggia o di indagare Amara per calunnia, a Milano si decide di chiudere in un cassetto la faccenda. Vi domandate perché, visto che esiste l'obbligatorietà dell'azione penale e dunque ogni notizia di reato va approfondita? La risposta è che Amara era testimone dell'accusa contro l'Eni e dunque non era il caso di aprire un fascicolo che avrebbe fatto tremare le gambe a tanti o avrebbe fatto traballare il processo Eni. Dunque, si fa finta di niente, cioè che Amara non abbia parlato. Peccato che Storari non sia d'accordo e di fronte all'inerzia del suo ufficio decida di passare i verbali - secretati - a Piercamillo Davigo, che all'epoca era il capo di una corrente della magistratura, oltre che un esponente del Csm. L'ex dottor Sottile del pool che fa? Respinge le carte perché coperte da segreto o corre a denunciare tutto, ritenendo che a Milano non stiano facendo il loro dovere? Né l'una né l'altra cosa. Davigo si rivolge al vicepresidente del Csm, al procuratore generale della Cassazione, ad alcuni colleghi, perfino al capo della commissione Antimafia, l'ex grillino Nicola Morra. Ma i suoi sono sempre discorsi ufficiosi, perché mai fa mettere a verbale o pretende l'apertura di qualche pratica. Risultato, mentre la faccenda gira di bocca in bocca e coinvolge una serie di personalità di spicco, qualcuno si incarica di consegnare i documenti ai giornali, che invece di pubblicare consegnano tutto in Procura. E qui parte la rumba, perché viene aperta un'inchiesta per fuga di notizie, sulla quale indaga lo stesso Storari che, con il senno di poi, è involontariamente all'origine della fuga di notizie. La storia, come avrete capito, è incredibile, perché ci sono un testimone che svela presunti reati, una Procura che mette in sonno il verbale, un pm che non ci sta, un consigliere del Csm che fa girare i documenti, un'indagine per fuga di notizie affidata a colui che forse è all'origine della fuga, un procuratore generale della Cassazione che, pur avendo avuto notizia di un'indagine finita su un binario morto, si attiva solo contro il pm che contesta l'inattività dei suoi capi. Nel frattempo, si muovono la Procura di Brescia che indaga su quella di Milano per scoprire come mai nascose delle prove a discarico degli imputati, e i vertici della magistratura inquirente milanese che fanno muro per non alzare il velo su che cosa è successo nel processo Eni. Ecco, non so a voi, ma a me il procedimento disciplinare a carico del pm Storari, cioè di colui che non accettava di non indagare su notizie di reato e per questo si rivolse a Davigo, pare uno straordinario esempio di ipocrisia della magistratura, la quale non deve prendersela con il solo Storari, ma se vuole davvero restituire alle toghe il prestigio che dovrebbero avere, ha il dovere di rimuovere non Storari, bensì gli interi vertici della Procura di Milano». 

LA CORSA AL QUIRINALE, PARLA PRODI

Ancora pochi giorni e scatterà l’inizio del semestre bianco, gli ultimi sei mesi del Presidente della Repubblica, in cui non si potranno sciogliere le Camere e convocare i comizi. Fabio Martini su La Stampa intervista Romano Prodi.

«Sempre in connessione con le principali personalità politiche italiane e con un vasto network internazionale, il Professore sorride disincantato a chi prova a riproporre per lui il tema del Quirinale… «Ma no! Credo che oramai lo abbiano capito bene proprio tutti: pur non essendo mai stato fazioso, mi sono sempre battuto per le mie idee, non le ho mai cambiate e quindi difficilmente posso rappresentare tutto il Paese». Alla fine del semestre bianco Draghi potrebbe essere "indotto" a salire al Colle e questo significa che fra 20 settimane questo governo si congeda: un lusso che l'Italia può concedersi? «Gli scenari di questo tipo non sono mai prevedibili in modo "matematico". Per almeno due ragioni preliminari. Primo: bisogna capire cosa vuole fare Mario Draghi. Molto dipenderà da quello che lui deciderà come orizzonte per la sua vita. Secondo: come reagiranno i partiti ad una sua candidatura o ad una sua non-candidatura? Fare previsioni è difficile. L'unica cosa indispensabile è che il passaggio del Quirinale non sia conflittuale. Che non rompa il Paese». Ma al netto delle legittime ambizioni di Draghi, a suo avviso per gli italiani quale sarebbe lo scenario migliore? «Sarebbe importante che Draghi e la sua maggioranza potessero governare sino alla fine della legislatura: qualsiasi scossone nei prossimi mesi metterebbe in allarme il sistema internazionale. Dunque una permanenza del governo sarebbe una garanzia per tutti. Ma occorre dire che Draghi anche come Capo dello Stato - con un passaggio guidato e non traumatico - sarebbe una garanzia importante. Tra l'altro anche una garanzia di durata». C'è chi dice: dal Quirinale Draghi potrebbe indicare il ministro dell'Economia e col suo carisma potrebbe "governare" transizione e rapporti con l'Europa, come e più che a palazzo Chigi. Ma davvero è così? «Governare dal Quirinale? No, perché per definizione è il governo a governare. Ma indirizzare sicuramente sì. Anche se ovviamente tra governare e indirizzare c'è differenza. Ma attenzione: nel passaggio del Quirinale c'è un aspetto strategico: è indispensabile che non sia conflittuale. Perché un passaggio turbolento, questo sì, sarebbe molto pericoloso». 

MAXI PROCESSO IN VATICANO DA DOMANI

Domani inizia il maxi processo vaticano sui casi di corruzione. Ne scrive Milena Gabanelli sul Corriere che mette insieme anche i dati del deficit nei bilanci della Santa Sede, deficit di cui si è parlato già nei giorni scorsi.

«In Vaticano è l’ora dei conti: con la giustizia e con i bilanci. Alla prima ci pensa il tribunale terreno del Papa, che da domani processerà, fra gli altri, un cardinale: Giovanni Angelo Becciu. E’ la prima volta nella storia. I reati a vario titolo contestati ai 10 imputati sono truffa, riciclaggio, peculato, corruzione. Sui bilanci pesano i resoconti finanziari in rosso e l’uso spregiudicato, nel recente passato, dei fondi della Segreteria di Stato. Un «marcio sistema predatorio e lucrativo» secondo i magistrati del Papa, dove soggetti «improbabili se non improponibili» hanno attinto alle risorse della Santa Sede grazie anche a «limitate ma assai incisive complicità e connivenze interne». Gli imputati Davanti a una Corte (di laici) e all’opinione pubblica di tutto il mondo verranno ripercorsi, analizzati e giudicati dieci anni di gestione segreta delle finanze del Vaticano. Oltre a Becciu, alla sbarra ci sono il suo ex segretario monsignor Mauro Carlino, la sedicente agente segreta “ingaggiata” da Becciu, Cecilia Marogna, lo storico banchiere del Vaticano Enrico Crasso, il commercialista che aveva le chiavi della cassa del Papa Fabrizio Tirabassi, gli ex vertici dell’Antiriciclaggio vaticano René Brülhart e Tommaso Di Ruzza, l’avvocato d’affari Nicola Squillace, il finanziere a cui sono stati dati in gestione 200 milioni delle offerte dei fedeli Raffaele Mincione, e il broker di valute incaricato dalla Segreteria di Stato di tutelare quel patrimonio, Gianluigi Torzi, poi arrestato con l’accusa di estorsione ai danni della Santa Sede. Per la prima volta saranno esaminate in pubblico le scelte finanziarie, gli investimenti, le logiche di selezione dei consulenti e dei banker da parte della Segreteria di Stato. Magari si chiariranno anche i punti oscuri: per esempio, per quale motivo il Vaticano abbia trattato per mesi con un presunto estorsore e perché gli abbia poi bonificato 15 milioni; o i retroscena dello scontro tra lo Ior e il segretario di Stato Pietro Parolin per un prestito (non concesso) da 150 milioni di euro; e anche quanto il Vaticano ha effettivamente perso con le scommesse finanziarie spericolate dei vari Becciu, Perlasca e Tirabassi “assistiti” da Mincione, Crasso, Torzi e da altri imputati. C’è un aspetto di immagine e reputazionale molto delicato: i fondi della Segreteria di Stato, oltre 600 milioni di euro, derivano dalle offerte dei fedeli al Papa, il cosiddetto “Obolo di San Pietro” che si raccoglie ogni anno il 29 giugno nelle chiese di tutto il mondo».

Alberto Melloni per Repubblica inquadra il processo che per lui ha “una valenza storica peculiare”.

«L’imminente processo vaticano ai finanzieri accusati di aver depredato la Santa Sede, ai loro complici e ai superiori ha una valenza storica peculiare. Essa non sta nella dimensione (28mila pagine) di documenti e opinioni che il dibattimento dovrà ricondurre a violazioni di norme vigenti al momento dei fatti. La sua valenza non sta nemmeno nella corruzione, che nella storia della curia non è una novità (anzi: se le si confronta col caso Ior/Ambrosiano, stavolta non pare che ci siano mafiosi, che nessuno spari ad Ambrosoli, e che nessun ecclesiastico chieda ostracismi, come fu contro Nino Andreatta, colpevole di aver salvato il papato). Il nodo di questo processo è che inattesamente si ritrovano uno di fronte all’altro i due corpi del pontefice: da un lato il pastore della chiesa universale, con i suoi poteri spirituali; dall’altro il sovrano assoluto di uno Stato piccolissimo che ha silenziosamente restaurato alcune funzioni temporali. Il Risorgimento aveva liberato il cattolicesimo da questo intreccio complesso: perché era stato proprio il sovrano pontefice che aveva inventato lo Stato moderno con un sistema fiscale, i ministeri e il debito pubblico; e questo identificava il ministero di Pietro del secondo millennio con una filosofia politica monarchica. La fine definitiva del potere temporale aveva tagliato il nodo e aperto la porta a una ricomprensione dell’autorità, liberando il Papa dal dovere di manutenere galere, ghigliottine, esattori. Così dopo aver rimpianto il “divin principato”, la Chiesa era arrivata a desiderare “quel poco di corpo che basta a contenere un’anima”. Il papato italiano, la Costituzione italiana e la laicità italiana avevano custodito gelosamente questo esito: grazie al quale il Papa sta sulla scena internazionale come sovrano, ma senza che vi siano conseguenze interne. La giurisdizione temporale vaticana — cercata per allinearsi agli standard finanziari degli Stati, sfiorata col processo al maggiordomo di Ratzinger — è diventata piena nel papato di Francesco: che ha associato a un annuncio in cui traspare tutto e solo il Vangelo, un modo di affrontare i problemi che confida nella sanzione dei sudditi più che nel governo. Il peso di questa divaricazione lo ha sentito prima di tutto Francesco. Lo dice il fatto che come pastore sia andato a celebrare con il cardinale Becciu, e come sovrano lo abbia voluto in catene a farsi processare. E questo senza che il collegio cardinalizio abbia saputo nulla, se non una legge che comunica a tutti che anche i porporati — pars corporis papae — non saranno più giudicati dal Papa, ma da Giuseppe Pignatone, qualora servizi interni o esterni forniscano informazioni bastevoli a processarli. Questa contraddizione riemersa dalla storia riverbera poco su alcuni imputati, ma certamente sul cardinale Becciu. Egli, come imputato, avrebbe il diritto/dovere di chiamare a testimoniare tutti coloro le cui parole o contraddizioni potessero scagionarlo dalle accuse che l’hanno sottoposto a crocifissione cautelare: ma nessuno meglio di un ex Sostituto sa che questo vorrebbe dire mandare in onda una House of card(inals) con conseguenze incalcolabili per l’istituzione. D’altro canto come sacerdote e cardinale, egli avrebbe il diritto di alzarsi alla prima seduta, giurare sul Vangelo l’innocenza che dichiara, e rinunciare a ogni difesa proprio per il bene del papato, ricordando a tutti che Dio giudicherà lui, chi lo accusa e chi lo giudica. Sia in un caso che nell’altro si dovrà poi aspettare una sentenza (statuale) che se fosse di condanna sarà comunque seguita dalla grazia del sovrano pontefice per scongiurare di avere in cella un cardinale come nel Cinquecento del Morone e per evitare il rischio di avere dei cittadini italiani in galera a Porta Sant’Anna. Quel che è certo è che non sarà una giustizia temporale vaticana a rimediare i problemi del governo della Chiesa colti da un apoftegma (significa “detto memorabile” ndr) del compianto cardinal Silvestrini: “Mai lasciar soldi ai preti: perché quelli buoni si fidano dei delinquenti perché sono buoni; e quelli delinquenti si fidano dei delinquenti perché sono come loro”. Distinguere fra loro non è mai facile. E non è che i laici siano diversi».

FESTA DEI NONNI ANCHE A TOKYO

Nota a margine dei Giochi olimpici di Emanuela Audisio che su Repubblica racconta i ringraziamenti dei campioni azzurri ai loro nonni.

«Grazie ai nonni». Tre dediche simili in due giorni. Da Vito, Odette, Mirko. 20, 26, 23 anni. Dell'Aquila, Giuffrida, Zanni. Un oro e due bronzi. Tre sport diversi: taekwondo, judo, sollevamento pesi. Tre posti e regioni diverse: Mesagne (Brindisi), Roma, Pordenone. Sud, centro, nord Italia. Non solo perché ieri era la giornata mondiale dei nonni, ma perché hanno contato nelle loro vite. Sono stati i primi ad avere fiducia nei loro percorsi sportivi. Si dice che lo sport spesso anticipa la società. E questo è stato un anno dove tra nonni e nipoti si è creata una frattura per la pandemia. I nonni fragili per età e salute, i giovani più esuberanti nella loro voglia di libertà, ma anche più pericolosi nel diffondere virus e varianti. Due mondi opposti e ostili. E invece ecco Giuffrida: «Vengo da stagioni non facili, ho cambiato allenatore, ma ogni volta che mi sono trovata in situazioni difficili, quando ero stanca, sfiduciata, che non ce la facevo più, ho pensato a mia nonna che era un sole, sempre positiva, se n'è andata nel 2011 e ho portato il suo rosario con me, come avevo fatto a Rio. E grazie anche a mio nonno che c'è ancora e che invece di mettermi pressione prima che io partissi mi ha detto: tranquilla, non importa di che colore sarà la medaglia perché io te la dipingo d'oro». L'inventiva e la leggerezza dei vecchi, che sanno trattare le inquietudini della vita togliendo un po' di nubi. Non sono mental coach, forse non hanno studiato psicologia, ma sono nonni che hanno accompagnato i nipoti in palestra, che non li hanno ostacolati nella loro voglia di sport e che spesso hanno offerto loro un braccio, senza giudicare, né condannare. Il nonno di Dell'Aquila si chiamava come lui, giocava con lui e gli aveva anticipato: «Vito, vincerai tu, ne sono sicuro». Anche Mirko Zanni che nel sollevamento pesi riporta in Italia una medaglia olimpica dopo 37 anni, dedica il bronzo al nonno scomparso, mentre sul podio piange e indica il cielo: «È un premio a 10 anni di dolori e di sacrifici». I nonni lo sanno». 

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