Pestaggi e depistaggi

Chi sapeva e chi ha coperto a Roma? Domande inquietanti sulle violenze di Santa Maria Capua Vetere. Nei 5 Stelle estremo tentativo di Di Maio che guida i "pontieri". La Cina di Xi minaccia il mondo

Col passare dei giorni emergono particolari sempre più inquietanti sul pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il “tradimento della Costituzione” (copyright Cartabia) sarebbe avvenuto dentro una programmata reazione sistematicamente violenta in risposta alle proteste dei detenuti legate all’inizio della pandemia. Chi sapeva a Roma? Quali decisioni sono state prese? Possibile che episodi così gravi di violenza siano attribuibili a scelte autonome dei singoli responsabili dei penitenziari e dei capi degli agenti? A leggere La Repubblica e il Domani pare di capire che si sia solo all’inizio di doverosi accertamenti che non possono essere evitati. O archiviati frettolosamente. Ne va dell’’immagine dell’Italia.

Ieri è stata una giornata di tentativi di mediazione e di dialogo fra i 5 Stelle. Il più attivo e autorevole è stato certamente Luigi Di Maio, ma anche Roberto Fico persegue lo stesso obiettivo. Nei gruppi parlamentari dei 5 Stelle, nonostante la pressione mediatica, emerge la volontà di non andare ad una rottura traumatica. Intanto Crimi sembra intenzionato ad accettare il voto degli iscritti, chiesto da Grillo, ma non attraverso la piattaforma Rousseau. Vedremo.

L’Ema è preoccupata per la campagna vaccinale europea che lascerebbe ancora troppi varchi alle possibili intrusioni delle varianti. L’Italia è sopra la media e il ritmo giornaliero di somministrazione dei vaccini per ora tiene: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 548 mila 802 iniezioni. C’è discussione fra Figliuolo e le Regioni sugli approvvigionamenti di luglio ma attualmente ci sono 6 milioni e mezzo di dosi, pronte all’uso, nei frigoriferi. Negli Usa nelle zone del Paese, dove Trump domina, prevale la scelta no vax.

A proposito di esteri, ieri grandi celebrazioni a Pechino, con il presidente Xi, per il centenario del Partito comunista cinese 1921-2021. Interessante l’analisi di Rampini: la nuova aggressività del modello cinese è figlia della debolezza occidentale. Il Papa ha pregato per il Libano con tutti i leader cristiani venuti a Roma. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

La mattanza degli agenti penitenziari nel carcere di santa Maria Capua Vetere rischia di diventare uno scandalo di prima grandezza. Chi sapeva a Roma? Sulle responsabilità interviene la Repubblica: Il pestaggio coperto dai capi. Amaro gioco di parole del Manifesto: Depestaggi. Stessa scelta anche per il Domani che nei giorni scorsi aveva pubblicato il video denuncia: Il depistaggio per provare a nascondere le violenze. Di pandemia e di tifosi trattano il Corriere della Sera: «Pochi vaccinati in Europa», il Quotidiano nazionale: Rischi contagi nel calcio, alt agli inglesi, e anche il giornale della capitale, Il Messaggero: Roma si blinda, tifosi bloccati. Di tifosi parla anche Il Giornale ma sono quelli in favore del Ddl sull’omotransfobia: Isolati gli ultrà Zan. Il Fatto oggi si allontana dal tema dello scontro nei 5 Stelle per concentrarsi su quello di un’Italia sempre corrotta: Nuove Tangentopoli: 1 indagato ogni 14 ore. La Verità fa il titolo di prima pagina ancora su Grillo & c.: Giuseppi vuole il suo partito. Ma ha un problema: chi paga? Fondi che non mancherebbero invece secondo Libero a Fratelli d’Italia: I soldi di Giorgia. A proposito di economia La Stampa ricorda il rincaro dei consumi: Bollette, 200 euro in più a famiglia. Mentre Il Sole 24 Ore rilancia il parere del presidente della Confindustria, che è anche il proprio editore: Bonomi: ora le riforme del lavoro. Avvenire si occupa della Giornata di preghiera voluta dal Papa per il Paese dei cedri: Pace per il Libano. Mentre Il Mattino riporta una statistica choc: Sud, diritti negati ai neonati. «Il rischio di morire: +50%».

5 STELLE, IL GIORNO DEI PONTIERI

Giornata di tentativi di dialogo fra il mondo di Giuseppe Conte e quello di Beppe Grillo. L’uomo chiave della ricucitura è Luigi Di Maio, che ieri mattina è andato a casa dell’ex premier per un colloquio faccia a faccia. La cronaca di Emanuele Buzzi per il Corriere.

«Prove (disperate) d'armistizio e venti (forti) di guerra: la situazione all'interno dei Cinque Stelle rimane molto tesa. I parlamentari stanno provando a mettersi in mezzo e a mediare tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Hanno invitato l'ex premier e il garante a presentare lo statuto e a parlare con loro (separatamente). Conte e Grillo hanno accettato, ma la strada per una riconciliazione appare impervia. Ieri mattina il primo a tentare il dialogo è stato Luigi Di Maio che si è presentato a casa dell'avvocato e ha parlato con lui per un'ora. Bocche cucite all'uscita e prime fibrillazioni tra i gruppi. Il ministro poi parla a lungo con Roberto Fico all'Accademia dei Lincei. Conte qualche ora dopo apre all'incontro: «Se ho un invito volentieri. Ci mancherebbe, sono sempre a disposizione dei parlamentari». Tuttavia, la giornata non lascia presagire esiti piacevoli. Soprattutto la mossa di Vito Crimi, che lancia il voto per il comitato direttivo chiesto da Grillo non su Rousseau (come da indicazioni del garante), ma sulla nuova piattaforma SkyVote viene letto all'interno del M5S come un guanto di sfida non solo dello stesso Crimi, ma dell'intero gruppo contiano. «Hanno intenzione di rompere, è un disegno premeditato», assicurano alcune fonti. L'iniziativa di Crimi - come era prevedibile - dà il la alla reazione degli eletti più vicini a Davide Casaleggio, che diffidano il comitato di garanzia dal proseguire. «Così facendo si espongono a una gragnuola di ricorsi. L'esperienza non insegna nulla», commenta l'avvocato Lorenzo Borrè, che recentemente ha messo alle strette il M5S proprio per una scelta di Crimi in Sardegna. I tempi tecnici si allungano di qualche giorno ancora: ora il voto per il comitato direttivo dovrebbe cadere a ridosso dell'11-12 luglio. Mentre cresce il dibattito, si affievoliscono i numeri dei contiani. I rumors interni a Montecitorio e Palazzo Madama ora segnalano le prime perplessità rispetto a uno strappo dal Movimento per qualche decina di parlamentari. «C'è ancora tempo, vedremo cosa accadrà», dice uno degli esponenti accreditati tra i transfughi. Ma non sono i parlamentari ad avere grattacapi. Non c'è pace nemmeno per Virginia Raggi. Ieri quattro consiglieri critici hanno abbandonato il gruppo M5S in Assemblea Capitolina. Si tratta di Donatella Iorio, Enrico Stefano, Angelo Sturni e Marco Terranova. La sindaca si ritrova ora con una coalizione di maggioranza che dispone di 20 voti, incluso il suo, in un'Aula di 49 eletti».

Ma se Conte facesse un suo partito, autonomo rispetto ai 5 Stelle, quanti consensi raccoglierebbe? Gianluca Roselli sul Fatto ha realizzato un sondaggio fra i sondaggisti.

«Un partito di Giuseppe Conte può arrivare al 15%. O comunque stare in una forbice tra il 10 e il 15, rubando voti ai 5 Stelle, che rischiano di scendere al di sotto del 10%, addirittura al 7 (ora sono al 16/17%). E al Pd, che scenderebbe sotto il 15 (ora al 19/20%). Questo il dato che emerge facendo qualche telefonata ai principali sondaggisti italiani. Che, come tutti, stanno assistendo al feroce scontro tra Beppe Grillo e l'ex premier all'interno del M5S. Il primo a sbilanciarsi, all'inizio della disfida tra i due leader, qualche giorno fa, è stato Antonio Noto (Noto Sondaggi). Partiamo da lui. "Premesso che all'interno dei pentastellati il 53% degli elettori sta con Conte e solo il 40% con Grillo, un partito nuovo di zecca fondato dall'avvocato del popolo può arrivare al 15%. Anche e soprattutto tenendo conto che l'ex premier gode ancora di un indice di fiducia nel Paese del 44%, terzo dopo Sergio Mattarella (62%) e Mario Draghi (53%)", osserva Noto. Ma, secondo il sondaggista, il dato politico rilevante è un altro: un partito di Conte pescherebbe tra gli ex grillini, ma anche tra gli elettori Pd, tra i centristi e tra gli indecisi. Attenzione, però: "Conte non deve commettere l'errore di contrapporsi a Draghi: i due non sono in antitesi ma complementari, perché questo non è il momento della politica contro 'qualcuno' ma per 'qualcosa'. Gli italiani da Conte vogliono un cambiamento, ma anche essere rassicurati, come riusciva a fare, da premier, durante la pandemia", aggiunge Noto. Anche secondo Lorenzo Pregliasco (YouTrend) il bacino potenziale dell'ex avvocato sta tra il 10 e il 15%. "Una possibile lista Conte l'abbiamo monitorata per tutto il suo periodo da capo del governo, con oscillazioni tra l'11 e il 14%. Ora è ancora in quella forbice, con due terzi dei voti presi al M5S e un terzo al Pd", dice il sondaggista. Secondo cui "i dem potrebbero subire un tracollo, passando dal 19% al14%, ma se la devono prendere solo con se stessi: aver molto 'pompato' Conte, essersi legati a lui mani e piedi nella recente fase, non ha fatto altro che rafforzare un possibile competitor". Tra il 10 e il 15% è il bacino potenziale anche per Fabrizio Masia (Emg), con una fiducia personale al 40%, sotto Draghi (58), Meloni (44), Zaia (43) e Bonaccini (41). E con 5S a quel punto in crollo tra il 5 e il 7% e il Pd sotto al 15. "L'importante è che l'avvocato si muova con cautela, seguendo una strategia e un progetto politico. E delinei alleanze precise per il futuro. Progetto che, senza Conte, non si vede assolutamente in Grillo o negli altri 5 Stelle", sottolinea Masia. Ecco un altro punto importante: come muoversi e quali errori evitare. "Pescando voti oltre M5S, Conte deve presentarsi come leader trasversale, non ancorato al vecchio movimentismo grillino, ma andare oltre: essere radicale, ma pure moderato e rassicurante. E soprattutto evitare il partito personale, creare una forza aperta alla sinistra e al centro. E poi l'abbiamo visto con Monti e Fini: i partiti personali non funzionano. Ci è riuscito solo Berlusconi, ma era un'altra epoca", spiega Maurizio Pessato di Swg. Che non si sente di dare percentuali, anche se il 10% è il numero a cui Conte può guardare. Ma "a giocargli contro è il tempo: votare nel 2023 per lui può essere uno svantaggio". Diverso, infine, il parere di Nicola Piepoli (Istituto Piepoli), secondo cui Grillo e Conte devono cercare a tutti costi di convivere. "Una divisione farebbe male a entrambi, perché rischierebbero solo di spartirsi l'attuale 16,5% dei 5 Stelle, con un 8% a testa. L'ex premier gode ancora della fiducia di molti italiani (53%), ma da qui a fare un nuovo partito ce ne corre. Meglio fare la pace e andare avanti insieme", sostiene Piepoli. Che ricorda la fiducia stellare di cui godeva Gianfranco Fini tra il 2011 e il 2012. Nel 2013, però, Futuro e libertà prese un misero 0,5%, segnando la fine politica dell'ex leader di An. Monti, invece, anche lui ex presidente del Consiglio, fece un exploit arrivando all'8,3%, ma poi la sua Scelta civica si sbriciolò nel giro di appena un paio d'anni».

Laura Cesaretti intervista per il Giornale Matteo Renzi che, con malcelata soddisfazione, commenta i problemi dei 5 Stelle. 

«Senatore Matteo Renzi, nel giorno in cui esplodeva la guerra termonucleare tra Grillo e Conte ha fatto scalpore un suo tweet ironico: tutto bene, tutto come previsto. Che intendeva? «Non era ironico. Sono semplicemente molto felice: sei mesi fa Conte e Grillo guidavano il Paese, oggi si contendono lo statuto del Movimento Cinque Stelle. È un grande passo in avanti per l'Italia. Draghi gestisce i vaccini, la ripresa, i meeting internazionali. Conte discute del terzo mandato di Toninelli. Sinceramente mi sembra che stia andando davvero tutto bene». Da tempo aveva previsto una prossima implosione grillina. Perché? Quanto c'entra il governo Draghi? «È tutta colpa o forse direi merito del governo Draghi. E spero che adesso, sei mesi dopo, qualcuno inizi a darci atto dello straordinario coraggio che abbiamo avuto aprendo una crisi contro tutti, controcorrente. Oggi con Draghi i Cinque Stelle implodono. Ma attenzione: nei prossimi mesi cambieranno anche gli altri partiti, sia a destra che a sinistra. E anche quelli più centrali, ovviamente. Nulla sarà più come prima. Lo considero un bene per l'Italia». Col nuovo governo le cose stanno cambiando più in fretta del previsto. Saltano uno dopo l'altro gli assetti di potere e le misure simbolo dell'era contiana: vuole tirare un primo bilancio? «Il fatto che non ci siano più Arcuri, Bonafede, Costa, Boccia, Provenzano e che al loro posto ci siano persone più capaci come Figliuolo, Cartabia, Cingolani, Gelmini, Carfagna mi sembra una svolta positiva. Ovviamente è solo l'inizio. Però io sono molto ottimista. L'Italia vedrà tra il 2022 e il 2023 un nuovo boom economico. Il fatto che lo gestisca Draghi e non i grillini è un gran bene per il Paese». Per sfruttare le sue doti divinatorie: cosa accadrà ora in casa 5s? Conte riuscirà a mettere insieme nuovi gruppi di responsabili? Farà un partito? E come si collocherà rispetto al governo? «Tireranno avanti con qualche accordicchio per un po'. Ma nel frattempo il capitale di credibilità residuo scenderà ancora. Per il governo non è un problema, i numeri ci sono comunque, anche in caso di scissione». Conte ha asserito l'altro giorno di aver favorito la nascita del governo Draghi. Lei, massimo imputato di «conticidio» secondo Travaglio, come ricorda quei giorni di frenetici tentativi di arruolamenti (anche in casa sua) per costruire il Conte ter? «Ho appena finito un libro che uscirà per Piemme tra due settimane. Si chiamerà ControCorrente e racconterà cosa è accaduto davvero in quelle ore. Ognuno scrive la storia come vuole. Ma quando ho sentito Conte dire che lui ha lavorato per il governo Draghi non sapevo se ridere o piangere. Andrà a finire che i sostenitori del Conte Ter eravamo solo io e Ciampolillo. Gli altri sono già diventati tutti per Draghi. Evidentemente le espressioni o Conte o elezioni che mi sembrava di leggere nei documenti Pd e Cinque Stelle erano allucinazioni». In casa grillina c'è chi parla di dossier e carteggi tra Grillo e Conte sulle manovre parlamentari di quei giorni. Le pare credibile? Pensa che questo possa intralciare la nascita del mitologico partito contiano? «Il partito dello streaming e della trasparenza potrebbe fare una cosa molto semplice: pubblicare il carteggio Grillo-Conte, così da evitare che fioriscano leggende metropolitane. Sarebbe una lettura preziosa, anche solo per capire che cosa frulla in testa ai massimi dirigenti del partito più sensibile alle poltrone della storia repubblicana. Nemmeno il Psdi di Nicolazzi era sensibile agli incarichi di sottogoverno quanto il Movimento Cinque Stelle di Conte».».

VACCINI: ITALIA BENE, EUROPA INDIETRO

Pandemia e vaccini. Antonio Polito su twitter l’ha chiamata la Variante Uefa, riferendosi al pasticcio dei tifosi inglesi che dovevano venire a Roma per i quarti di finale degli Europei. I loro biglietti sono stati annullati e non arriveranno. Adriana Logroscino sul Corriere della Sera ci aggiorna sulle preoccupazioni dell’Ema:

«Due dosi dei quattro vaccini approvati dall'Ema proteggono contro la variante Delta». Quindi bisogna procedere in modo più spedito, soprattutto con over 60 e fragili, utilizzando tutti i vaccini disponibili. Cioè ricorrendo senza timore anche alla vaccinazione eterologa che assicura una «buona risposta immunitaria» senza creare «problemi di sicurezza» come chiarito ieri da Marco Cavalieri, dell'agenzia europea per i medicinali (Ema). Ma in Europa l'Organizzazione mondiale della sanità lancia l'allarme: ancora non si vaccina abbastanza e il contagio sta riprendendo quota. Proprio per colpa del ceppo indiano e della sua capacità di diffondersi in modo molto più rapido della variante inglese. Arriva dunque dall'Oms una dura chiamata alla responsabilità per i Paesi europei. «Vediamo molti Paesi fare bene - ha dichiarato Hans Kluge, direttore dell'organizzazione - ma la copertura vaccinale media del 24 per cento con la metà degli anziani e il 40 per cento del personale sanitario ancora non protetti, sono valori inaccettabili. Numeri lontani dalla copertura raccomandata dell'80 per cento della popolazione. E che non ci consentono affatto di considerare la pandemia finita. I contagi riprendono, le restrizioni si allentano, rischiamo una nuova ondata». Una reprimenda che non riguarda l'Italia: la copertura nel nostro Paese interessa il 34 per cento della popolazione, cioè 10 punti percentuali sopra la media europea. Ma la prospettiva, quella sì preoccupa anche qui. Perché la variante Delta avanza. La Lombardia, attraverso la vicepresidente Moratti, ieri ha annunciato un passaggio dal 6 al 10 per cento di casi «indiani» nel suo territorio. Ma il timore è che il prossimo report riservi un balzo generale dell'Italia nella direzione preconizzata per tutto il continente entro agosto, sempre dall'Oms: la variante Delta sarà dominante. E se per difendersi dal nuovo ceppo è ancora più importante completare il ciclo vaccinale, preoccupa la protesta delle Regioni per le dosi di Pfizer e Moderna in sensibile diminuzione nel mese appena iniziato. Il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, ha ancora una volta assicurato che i 14,6 milioni di dosi di Pfizer e Moderna in arrivo - «che, con le scorte che avevamo, diventano 15» - più i 2,6 di AstraZeneca destinati ai soli over 60, sono sufficienti per proseguire al ritmo di 500 mila somministrazioni al giorno e arrivare all'immunità di gregge entro fine settembre». 

VACCINI: NEGLI USA TRUMPIANI NO VAX

L’America profonda, quella che ha votato Trump, non vuole vaccinarsi. Mentre nel Nordest degli Stati Uniti si è raggiunta l’immunità di gregge. Elena Molinari per Avvenire.

«È come se avessimo due Americhe - ha detto Anthony Fauci - ci sono intere regioni, siano Stati, città o contee, con basse percentuali di vaccinazione che sono maggiormente esposte a nuove ceppi del virus con un grande livello di contagiosità». Se in alcune parti del Nordest degli Stati Uniti è già stata superata la soglia dell'immunità di popolazione, infatti, nel Sud e nella fascia rurale del Midwest il tasso di vaccinazione resta basso. Tanto che, sebbene a livello nazionale gli Stati Uniti si stiano avvicinando al 50% della popolazione immunizzata, l'obiettivo di Joe Biden del 70% inoculato entro il 4 luglio, festa dell'Indipendenza, non sarà centrato. Proprio a causa delle grandi variazioni geografiche. Gli immunologi indicano ora il 75-85% della popolazione come soglia di vaccinazione che permetta di tenere sotto controllo il virus. Preoccupano in particolare cinque Stati: Alabama, Arkansas, Louisiana, Mississippi e Wyoming, dove meno del 35% della popolazione ha completato il ciclo contro il coronavirus. In Mississippi, dove solo il 29,7% della popolazione è completamente vaccinata, oltre il 90% dei casi e dei decessi per Covid nell'ultimo mese ha riguardato persone non vaccinate. In tutto il Paese, la variante Delta rappresenta ora il 26,1% dei casi. «I pienamente vaccinati contro il coronavirus sono al sicuro» rispetto alla variante Delta, ha rassicurato la direttrice dei Cdc Rochelle Walensky. Ma anche lei teme focolai importanti a macchia di leopardo, soprattutto in autunno. Una situazione che secondo Fauci, è «del tutto evitabile e prevenibile», perché chi è «vaccinato riduce drasticamente il rischio di contagiarsi, e ancora di più di ammalarsi in modo grave, mentre chi non lo è corre un rischio considerevole». Si unisce al suo richiamo Scott Gottlieb, ex commissario della Fda, che prevede una quarta ondata di contagi. «Non sarà così pervasiva - ha detto -. E sarà iper-regionalizzata. Ci sono alcune zone del Paese, soprattutto molte comunità rurali e meridionali, in cui si avranno picchi molto intensi». Per anticipare potenziali focolai, Gottlieb ha raccomandato ai governatori di potenziare le risorse sanitarie nelle comunità vulnerabili e di rilanciare una campagna di vaccinazione di base per l'autunno. «Le persone che si sono convinte a farsi vaccinare grazie a Tony Fauci, al chirurgo generale o a me probabilmente sono già vaccinate - ha osservato -. Dobbiamo mettere i vaccini nelle mani di tutti i medici e di tutti i farmacisti». Gottlieb è però ottimista sul fatto che alcuni americani prenderanno la decisione di immunizzarsi quando torneranno al lavoro e a scuola in autunno. Sempre più datori di lavoro, infatti, dopo aver offerto la "carota" di bonus economici o di ferie ai dipendenti che si fanno inoculare, stanno passando al bastone. Migliaia di aziende hanno già imposto l'obbligo della doppia iniezione, pena il licenziamento - una pratica che ha precedenti nella storia Usa e che i tribunali stanno difendendo. Intanto gli incentivi continuano. Gretchen Whitmer, governatore del Michigan (dove solo il 62% della popolazione ha ricevuto la prima dose) ha lanciato una lotteria con in palio 5 milioni di dollari e nove borse di studio di 55.000 dollari per i vaccinati. In Arkansas, dove solo il 33,9% dei residenti è immunizzato, il governatore Asa Hutchinson ha messo in moto una flotta di cliniche mobili».

PESTAGGI E DEPISTAGGI, IL MINISTERO SAPEVA?

Sono gravissimi i dettagli che emergono dalla vicenda delle violenze sui detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Oggi Repubblica dedica l’apertura del giornale alla vicenda, con un titolo choc: Il pestaggio coperto dai capi. La ricostruzione di Giuliano Foschini.

«Ieri pomeriggio il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, è stato ricevuto dal presidente del consiglio, Mario Draghi. Poche ore prima la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, aveva usato parole precise: «Occorre attivarsi perché fatti così non si ripetano». Sulla storia del carcere di Santa Maria Capua Vetere il governo Draghi ha deciso di prendere una posizione senza ambiguità: «Quella della Costituzione» per citare ancora Cartabia. Nessuno sconto, dunque. Una posizione figlia di quanto stava già da settimane emergendo negli uffici del ministero della Giustizia, in quelli del Dap, nelle stanze della Procura nazionale antimafia: quello che è accaduto a Santa Maria, così come la rivolta in 21 carceri italiane che hanno causato 13 vittime e più di 200 feriti sono state il punto più basso della storia recente delle nostre carceri. E non sono state il frutto di un caso. O di qualche mela marcia. Ma il risultato di una politica di sottovalutazione e improvvisazione. Una responsabilità che in qualche modo condividono l'allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l'ex capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (il Dap), Francesco Basentini, che a maggio scorso, già travolto dalle polemiche, proprio Bonafede decise di sostituire. Secondo alcuni la data giusta per far partire la storia è quella del febbraio del 2020 quando la pandemia bussa al mondo. E, per primo in Europa, al nostro Paese. Qualcuno al ministero della Giustizia fa presente l'emergenza carceri: sono sovraffollate sino alla vergogna. Il luogo peggiore per immaginare il contenimento del virus. Il ministro sente Basentini e insieme decidono di istituire una "unità di crisi". Compito: procurare e fornire il personale gel e mascherine. Assolutamente necessarie per carità, ma da sole non bastano. Qualcuno spiega, purtroppo inascoltato, che ci sono da affrontare anche altre urgenze. Con almeno tre informative il Nic, il Nucleo investigativo centrale, avvertono Dipartimento e ministero che la situazione è delicatissima. Le restrizioni dovute al Covid hanno bloccato i colloqui. E il Dipartimento non ha raccolto velocemente le richieste di detenuti, associazioni e anche di alcuni direttori di carcere che chiedono misure urgenti: prima tra tutte la possibilità di videochiamare casa. Tra l'8 e l'11 marzo cominciano le rivolte negli istituti. Il 21 marzo dal Dap viene inviata la famosa circolare che permette a molti esponenti di primo livello della criminalità organizzata di chiedere ai tribunali di sorveglianza la detenzione domiciliare. Una decisione - può ricostruire oggi Repubblica - non concordata. La circolare viene firmata di domenica dalla dirigente di turno che si occupava di tutt' altro - direttrice del Cerimoniale - che viene richiamata in ufficio in tutta fretta. «L'ho fatto - ha spiegato - per dovere di ufficio». Nessuno informa nessuno. Nemmeno la Direzione nazionale antimafia è a conoscenza del provvedimento: il procuratore Federico Cafiero de Raho salta sulla sedia quando, nei giorni successivi, cominciano arrivare pareri per le scarcerazioni di alcuni mafiosi. Con gli stessi modi viene trattato il caso di Santa Maria qualche giorno dopo. Dal carcere segnalano qualche intemperanza dei detenuti del reparto "Nilo". Non viene chiamato in causa il Gom, il Gruppo operativo mobile, il reparto scelto della Penitenziaria abituato a gestire vicende complesse. Ma arriva invece il Gis, il Gruppo di intervento speciale, una specie di celere. È la scelta della rappresaglia. La macelleria raccontata negli atti della Procura è quasi, secondo fonti del Dipartimento, scontata. È il 16 ottobre, invece, quando, dopo un'interrogazione del deputato Riccardo Magi, il ministero della Giustizia, per voce del sottosegretario 5 Stelle, Vittorio Ferraresi, va in aula a dire: «Quella di Santa Maria è stata una doverosa operazione di ripristino della legalità». Com' è possibile che Bonafede e il suo ministero abbiano difeso quelle violenze? In realtà non sapevano. La vecchia gestione del Dipartimento aveva consegnato relazioni nelle quali si diceva che tutto era stato fatto nel rispetto della legge. E che nessun abuso era stato commesso. I nuovi vertici del Dap avevano chiesto informazioni alla procura sull'inchiesta in corso ma non erano state fornite informazioni per tutelare il segreto istruttorio. «E noi come ministero - dice oggi Ferraresi - non potevamo attivarci per un'indagine interna perché questo non è consentito in presenza di un'inchiesta della Procura». Come ha detto ieri il garante Palma, se davvero si vogliono cambiare le cose, bisognerà intervenire anche su questo».

INGORGO ITALIA

Il Quotidiano Nazionale torna sul tormento delle nostre autostrade in queste settimane di riapertura. Code, incidenti, blocchi e ieri anche clamorose proteste. Questa volta a bloccare tutto sono stati gli autisti dei Tir fra Milano e Genova.

«L'atto estremo: scendere dal camion in mezzo all'autostrada. Dopo ore quotidiane sotto il sole, in coda, a fare slalom (lento) tra i cantieri. Protesta clamorosa dei camionisti, ieri pomeriggio sull'A7, prima di Arquata Scrivia (Alessandria), al confine con Genova. Perché la Liguria è un miraggio. Martirizzata ormai da un anno e mezzo da lavori che non danno tregua. Come se dopo il crollo del ponte Morandi, tutto di colpo, si volesse rimediare a un ritardo ventennale. Trasporto Unito, sigla che riunisce un migliaio di autotrasportatori, in serata denuncia: «Con oltre 7 chilometri di coda su tutte le principali direttrici autostradali liguri con destinazione o provenienza Genova e con il maggiore porto italiano sotto assedio da ingorghi che bloccano totalmente i varchi, fra gli autisti dei mezzi pesanti, fermi da ore sotto il sole», è partito «un vero e proprio tam-tam: scendere dai camion». Fabrizio Ferretto, 55 anni, camionista e imprenditore, quella scena l'ha vista dallo specchietto. Alle otto di sera, naturalmente in coda - stavolta al terminal 7 del porto di Genova, sei prima di lui - racconta di aver fatto da paciere. «Il collega era dietro di me, ha fermato il mezzo bloccando la corsia delle auto - è la sua cronaca -. Ho detto, cosa sta succedendo, e sono saltato giù anch' io. Non lo conosco ma l'ho visto esaurito. Tutti noi avremmo dovuto fare la stessa cosa. Tutti noi siamo esausti. Arriviamo a Serravalle e per fare cinque chilometri ogni giorno impieghiamo due ore». Il camionista esasperato ha bloccato la corsia delle auto, «perché loro s' infilano e noi non arriviamo mai - è la didascalia di Ferretto -. Gli automobilisti hanno preso paura, pensando fosse fuori di testa. L'ho calmato, gli ho detto vai in cabina. Il blocco è durato pochi minuti. La cosa è finita lì. Ma il problema no. L'ho spiegato all'associazione, qui prima o poi succede qualcosa, ragazzi. Come si fa? Partiamo alle cinque del mattino, ogni giorno chilometri e chilometri in coda. Arrivi a sera e trovi bloccato anche il porto». Giuseppe Tagnochetti, coordinatore nazionale di Trasporto Unito, lancia l'allarme: «L'esasperazione è arrivata a livelli di guardia, saltano i nervi. La situazione è davvero pericolosa, questa è gente che guida camion da 440 quintali pieni di merce. Può succedere di tutto. Ormai non è più solo un problema economico ma sociale, legato alla sicurezza stradale. Ed è giusto che lanciamo l'allarme. Perché se poi succede qualcosa siamo noi i delinquenti. No, qui abbiamo lavoratori che ogni giorno vengono sequestrati in autostrada. Cantieri tutti i giorni, ovunque. A7, A26, A10, A12, A6... Nel resto d'Italia non ci si rende conto ma è una situazione fuori controllo, va avanti così dal dicembre 2019». Veramente l'elenco dei punti critici in tutto il Paese è lungo. Il bollino rosso per camionisti - e automobilisti - scatta anche sul tratto marchigiano dell'A14 e in Toscana, «il presidente della Regione voleva chiudere la superstrada Firenze-Pisa-Livorno, fortunatamente l'abbiamo scongiurato - rammenta Tagnochetti -. Ma come la Liguria nessun'altra regione. Tre porti Genova, Savona, Spezia. Questo è un danno nazionale».

LAVORO, CRESCONO GLI OCCUPATI A TERMINE

A leggere gli ultimi dati dell’Istat crescono i posti di lavoro ma quelli precari: 180 mila occupati a termine in più nei primi mesi del 2021. Claudio Tucci per Il Sole 24 Ore:

«A maggio il mercato del lavoro continua a registrare piccoli segnali di ripartenza: rispetto ad aprile gli occupati in più sono 36mila (in prevalenza si tratta di uomini, under35 e contratti a termine, probabilmente legati all'avvio della stagione estiva). Il tasso di occupazione è salito al 57,2%. Il tasso di disoccupazione è invece sceso al 10,5% (in un mese ci sono 36mila persone in meno in cerca di impiego). In frenata anche gli inattivi, tra cui si annoverano gli scoraggiati, -30mila nel confronto congiunturale. In miglioramento, per la prima volta da inizio anno, anche i dati sugli under 25: il tasso di disoccupazione resta su livelli elevatissimi, 31,7%, ma si riduce di -1,1 punti rispetto ad aprile. A livello internazionale siamo in fondo alla classifica: peggio di noi solo Spagna (36,9% di tasso di disoccupazione giovanile) e Grecia (38,2%); e restiamo anni luce distanti dai primi della classe, come la Germania in discesa al 7,5%, grazie anche al sistema di formazione duale che qui in Italia si sta provando a far ripartire. La fotografia scattata ieri dall'Istat nella sua stima provvisoria relativa al mese di maggio, accanto ad alcune difficoltà strutturali del mercato del lavoro, ha confermato una lenta, ma costante, crescita dell'occupazione. Da gennaio a maggio sono registrati infatti 180mila persone in più a lavoro. Si tratta esclusivamente di impieghi temporanei, complice il clima di incertezza e l'avvio di una fase economica promettente, in uscita (si spera prestissimo) dalla pandemia. Certo, rispetto a febbraio 2020 (data di inizio dell'emergenza sanitaria) il numero di occupati è crollato di oltre 700mila unità; un numero tuttavia che si sta assottigliando di mese in mese. Gran parte di questa minore occupazione è tra gli indipendenti (-427mila unità su febbraio 2020), segmento che continua a mostrare anche negli ultimi mesi una tendenza alla riduzione. «Questi dati - sottolinea l'ufficio studi di Confcommercio - confermano lo stato di estrema difficoltà che ancora vivono molte imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, e il lavoro autonomo». Del resto, l'impatto delle misure emergenziali, blocco generalizzato dei licenziamenti, che per il terziario e le pmi proseguirà fino al 31 ottobre, e l'ampio ricorso alla cassa integrazione Covid-19, stanno, in parte, frenando le assunzioni stabili delle imprese, penalizzando soprattutto donne e la fascia d'età 35-49 anni. Sull'anno, l'occupazione femminile ha continuato a perdere terreno: -57mila unità, qui a pesare è stata anche la difficoltà a conciliare vita-lavoro specie nei primissimi mesi del Covid-19. In forte affanno è rimasta anche la fascia centrale del mercato del lavoro, i 35-49enni. Nei 12 mesi si sono persi 245mila posizioni; a testimonianza di complicate processi di riorganizzazione e riconversione industriale, in colpevole assenza di adeguate politiche attive e della formazione (su cui da anni le imprese incalzano i vari governi a intervenire, a partire dalla valorizzazione delle agenzie per il lavoro). Sul confronto trimestrale, vale a dire marzo-maggio 2021 rispetto a dicembre 2020-febbraio 2021, l'occupazione è segnata in ripresa: più 0,3%, che si è tradotto in un aumento di 74mila unità di persone impiegate; e guardando sempre al trimestre è emerso anche l'aumento delle persone in cerca di occupazione (più 2,8%, più 72mila unità), a fronte di un calo consistente degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (meno 1,5%, pari a meno 209mila unità). Insomma, sempre più persone si stanno rimboccando le maniche e tornano ad attivarsi nel mercato del lavoro».

DDL ZAN, APPELLO DELLE ASSOCIAZIONI

In vista del prossimo passaggio parlamentare, appello di numerose associazioni che ieri si sono date appuntamento nella sala Nassiriya del Senato. Il resoconto di Avvenire.

«Una lettera aperta ai senatori e una richiesta urgente di incontro ai capigruppo prima di calendarizzare il Ddl Zan, decisione che potrebbe essere presa martedì 6, andando al muro contro muro in aula da martedì 13. Lo chiedono 70 associazioni coordinate dal network 'Polis pro persona' promosso da Domenico Menorello (fra queste il Centro studi Livatino, il Movimento per la Vita, il Comitato difendiamo i nostri figli, la Comunità Papa Giovanni XXIII, Alleanza Cattolica, Pro vita & famiglia, il Movimento cristiano lavoratori, il Popolo della famiglia, l'Avvocatura in missione, per citarne solo alcune). La proposta arriva al termine di un seminario tenutosi nella Sala Nasiriya del Senato ('Contro le discriminazioni? Sì! Ma non così!') per fare il punto sulle maggiori criticità e sui rischi contenuti nel testo approvato dalla Camera in materia di contrasto all'omotransofobia. In sala anche alcuni parlamentari, fra cui il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, Lucio Malan di Forza Italia, Paola Binetti dell'Udc e Stefano Fassina di Sinistra italiana. I nodi sono stati messi in fila dal professor Alberto Gambino, presidente di Scienza&Vita. Il rischio maggiore deriva da affermazioni «cogenti» come quella sull'identità di genere da valutarsi in chiave soggettiva «destinate a dispiegare i loro effetti ben oltre lo strumento antidiscriminatorio nel quale sono inserite, fino a intervenire anche sul piano culturale». Per non parlare della «assoluta genericità» della «istigazione alla discriminazione», che potrà sanzionare «anche un'idea, una sola parola». Un «grimaldello enorme, una vera «bomba atomica», la definisce, «che fa inorridire i penalisti». E poi l'articolo 4 che interviene in campo scolastico, «comprimendo la libertà educativa delle famiglie nelle scuole di ogni ordine e grado, partitarie comprese». Per cui, conclude Gambino, la Santa Sede «più che del Concordato, ha richiamato il rispetto dei principi base del nostro ordinamento». Una strada che poteva, e forse ancora può, mettere d'accordo le forze della maggioranza sarebbe l'originario ddl Scalfarotto, secondo Marina Terragni, «mentre con il ddl Zan - sostiene la scrittrice impegnata sul fronte dei diritti delle donne - ha voluto strafare, ignorando l'articolo 21 ed entrando 'a gamba tesa' nelle scuole». (…) Anche il sociologo Luca Ricolfi indica il testo di Scalfarotto, o quello della forzista Lucia Ronzulli, come possibili alternative al rischio di «affidare a un giudice la valutazione della liceità di un pensiero» e di «sottrarre ai genitori la titolarità della responsabilità educativa». Anche se, a suo avviso, la deriva nasce dall'idea stessa di affidare alla legge Mancino «una serie di categorie protette». Le conclusioni sono state del costituzionalista Filippo Vari, vicepresidente del Centro studi Livatino. Che ha elencato i principi costituzionali messi a rischio, «dalla libertà religiosa alla libertà di manifestazione del pensiero, fino alla liberà di scienza e di ricerca». Col rischio di dar vita a un «tribunale delle coscienze». 

LA CINA AVVERTE IL MONDO: IL NOSTRO MODELLO VINCERÀ

Grandi manifestazioni a Pechino per i cento anni della nascita del Partito comunista cinese, 1921-2021. Il Presidente Xi si è vestito come Mao e in uno scenario “sovietico” ha tenuto un discorso non proprio timido. Simone Pieranni per il Manifesto:

«Il Pcc arriva al centenario con l'obiettivo di avere eliminato la povertà nel Paese (nonostante i dubbi al riguardo - espressi perfino tempo fa dal primo ministro di Pechino - rimane un elemento che propagandisticamente il Pcc utilizza come un dato acquisito) e la vittoria sul Covid, nuovo termometro della grande simbiosi tra la popolazione e il partito. All'interno di quel tacito patto tra Pcc e cittadini, si è anche incastonato il superamento del virus e con esso, al di là delle incertezze iniziali, la percezione che il Partito-Stato si sia mosso per garantire ai cittadini una risposta efficace sul tema sanitario, un campo nel quale non sempre la popolazione cinese si è sentita tutelata. Come in altri discorsi precedenti, Xi Jinping ieri ha sottolineato dunque il ruolo del Pcc come «rappresentante» di tutti i cinesi. Può suonare strano alle nostre orecchie ma Xi Jinping, legando il destino del Paese a quello del Partito, ha citato più volte la relazione di sangue tra socialismo e cinesi, ricordando i successi (senza citare ovviamente gli aspetti più controversi) del «modello» al quale Xi attribuisce una validità riconosciuta dai fatti: «il socialismo con caratteristiche cinesi», dice Xi Jinping, ha dimostrato di essere un sistema funzionale, capace di garantire benessere, sicurezza e difesa degli interessi nazionali. Date queste premesse la parte del discorso riservata al resto del mondo non può che proseguire allargando il campo: il «modello cinese» funziona, dice Xi; perché dunque qualcuno vorrebbe cambiarlo adattandolo a valori che in Cina sono percepiti in modo diverso, è la domanda retorica sotto traccia di Xi. Il numero uno ha poi ricordato l'ascesa pacifica (un refrain di qualche anno fa, già utilizzato prima che Xi arrivasse al potere) del Paese a confermare che riguardo il «modello» non c'è alcuna volontà di esportarlo, né con le buone né con le cattive. Per dirla in modo tranchant, la Cina vuole fare affari per migliorare la vita della propria popolazione, non realizzare i desideri di altri Paesi sul proprio territorio e neanche conquistare e imporre il proprio modello ad altri Paesi. Il terreno si è fatto più scivoloso quando Xi Jinping ha parlato di «riunificazione», alludendo a Taiwan. Mossa propagandistica a soddisfare i più nazionalisti o è davvero in agenda la riconquista dell'isola? Al momento non si può fare alcuna previsione. Il contraltare del discorso di Xi è la situazione politica che il segretario del Pcc ha creato, sotterrando ogni dibattito interno, annullando ogni critica anche velata al suo operato: si tratta di mortificare un dibattito che invece dovrebbe essere necessario affinché la Cina possa imparare anche a dialogare con l'Occidente in modo più limpido e meno burrascoso, senza consegnarsi mani e piedi a un leader che ha già dimostrato ampiamente di avere mire «eterne» e di mal digerire i critici. Circondarsi di signorsì o di utili idioti come possiamo considerare molti dei «wolf warriors», i diplomatici che via tastiera regalano perle di ottusità diplomatica, non renderà più semplice una spiegazione di quello cui aspira la Cina, specie nei confronti degli Usa dove, analogamente, non sembra esserci granché voglia di un confronto vero, che non sia una lezione di democrazia da un pulpito che i cinesi non riconoscono più come degno».

Federico Rampini per Repubblica chiarisce che per Xi gli Stati Uniti sono “l’impero del male”.

«L 'America e i suoi alleati osservano con inquietudine le celebrazioni trionfali per il centenario del partito comunista cinese. Il nazionalismo muscoloso di Xi Jinping suscita timori per la pace in Estremo Oriente, tanto più dopo che Hong Kong è stata il teatro di una normalizzazione feroce. La notizia che Pechino costruisce cento nuovi "silos" per missili intercontinentali a testata nucleare conferma che ha imboccato una corsa agli armamenti: una parte delle risorse per la sua potenza militare provengono dalle nostre economie, dove il "made in China" ha conquistato nuove quote di mercato durante la pandemia. E c'è una preoccupazione ancora più profonda. Il dragone cinese è un animale che i nostri manuali non arrivano a decifrare. La sua vitalità sembra smentire tutto quello che l'America - e l'Occidente intero - credevano di sapere. Ancora vent' anni fa lo scenario prevalente era ottimista: l'integrazione della Cina nell'economia globale, più l'effetto di Internet, avrebbero reso la Repubblica Popolare sempre più simile a noi, meno autoritaria, forse perfino democratica, seguendo la traiettoria di mini-dragoni come Corea del Sud e Taiwan. È accaduto l'esatto contrario. Una Cina sempre più ricca, legata alle nostre economie, sofisticata nell'uso delle tecnologie digitali, ha indurito il suo regime, ha inasprito la censura, e regredisce verso un accentramento personale del potere quale non si vedeva da Mao Zedong. Dopo un secolo di comunismo segnato da discontinuità, rotture, tragedie, l'attuale esponente della dinastia rossa torna a proporre una dottrina antagonista: descrive un'America decadente, pericolosa e foriera di caos; prevede il declino delle liberaldemocrazie. A differenza di Mao, che lanciava le sue profezie marxiste da un Paese ridotto alla fame, Xi pontifica dal trono di una superpotenza economica, finanziaria, tecnologica e militare. La svolta cinese risale al 2008, in realtà, ed è figlia di una crisi americana. Solo oggi gli Stati Uniti cominciano a misurare l'impatto che lo schianto finanziario ebbe non solo sull'economia globale, ma nella geopolitica e nei rapporti fra le superpotenze. Il comunismo cinese "rinasce" nel 2008, perché si convince che l'America è un gigante malato, non un modello da emulare. Parte allora la rivalutazione dello statalismo economico, affiancata a un revival nostalgico del maoismo. Xi va al potere nel 2012 e accentua la tendenza: molte liberalizzazioni sono accantonate, le lobby dei capitalisti privati vengono ridimensionate, torna in auge l'industria pubblica. Il protezionismo cinese, molto prima di quello di Donald Trump, fa miracoli: nel settore delle energie rinnovabili a furia di sussidi e dumping Pechino fa fallire gran parte delle imprese occidentali e conquista il primato mondiale. Sotto questo profilo, oggi è l'America di Joe Biden che studia il modello cinese e prova ad emularlo con una politica industriale attiva, l'intervento del governo per rilanciare la competitività dei propri campioni nazionali nelle tecnologie di frontiera. Lo strano animale che è questo dragone vede convivere pulsioni contrastanti. Xi ha allevato una diplomazia di Wolf Warrior (lupi guerrieri) che usa toni apertamente aggressivi contro l'America. Allo stesso tempo ha sfruttato gli anni di Trump per ergersi a paladino del globalismo, del multilateralismo. Soffre, rispetto agli Stati Uniti, di un deficit di alleati: la vera risorsa che Biden sta riscoprendo. Al tempo stesso, facendo tesoro di un'antica lezione marxista e maoista, Xi sa sfruttare "le contraddizioni nel campo avverso". Al primo summit bilaterale tra le due superpotenze, i rappresentanti di Pechino hanno recitato alla delegazione americana un comizio di Black Lives Matter: l'Impero del Male sono gli Stati Uniti, lo dice la meglio gioventù americana. La caduta di autostima dell'Occidente accentua disagio di fronte all'avanzata del nuovo Impero Rosso, alle sue certezze, alla sua capacità di riscrivere una storia di sé tutta positiva. Sarebbe ingenuo ignorare i focolai di crisi interne che Xi affronta - debiti, invecchiamento demografico, diseguaglianze, ambiente. Però da decenni "scommettere contro" la Cina, prevedere il suo schianto imminente, si è rivelato un azzardo».

TIPI ITALIANI 1: MALIKA, DISCRIMINATA MA IN MERCEDES

Caffè di Massimo Gramellini in prima pagina sul Corriere della Sera dedicato alla ragazza lesbica che aveva raccolto fondi sul web perché oggetto di discriminazione da parte della sua famiglia.

«Più che le istituzioni, gli italiani preferiscono finanziare le storie. E Malika era la storia perfetta: una ragazza cacciata di casa dalla mattina alla sera perché aveva detto ai genitori di essere lesbica. In un batter di ciglia umide, furono raccolti centoquarantamila euro. Nella testa di chi glieli metteva a disposizione, dovevano servire a Malika per costruirsi un futuro, ma adesso si scopre che li ha usati per godersi il presente: ha comprato una Mercedes e un cane di razza. Così l'onda di commozione le si è rovesciata contro, tramutata in indignazione. I finanziatori hanno peccato d'ingenuità. Che cosa immaginavano che facesse, una ragazza di vent' anni appena arrivata a Milano, di tutti quei soldi che le piovevano addosso di colpo e senza fatica? Pensavano che li avrebbe accantonati per pagarsi gli studi e sottoscrivere fondi-pensione, e che nel frattempo si sarebbe accontentata di viaggiare in utilitaria e di portare al parco un trovatello del canile, come forse avrebbe fatto un adulto giudizioso? Gli eroi sono tali finché restano confinati nella dimensione aerea del racconto, ma appena toccano terra, dietro il mito spunta inesorabilmente l'essere umano con i suoi limiti, i suoi vezzi e i suoi vizi. Se era esagerato esaltare l'eroina, lo è adesso colpevolizzare la ragazza per non essere stata all'altezza dell'immagine artefatta che (con il suo aiuto) molti le avevano cucito addosso per pagarsi l'iscrizione al partito dei buoni».

TIPI ITALIANI 2: A TORSO NUDO SUL BALCONE DEL G20

La sua foto ha fatto il giro del web ed è stata pubblicata da tutti giornali. La riunione dei ministri del G20 a Matera sarebbe quasi passata inosservata senza la sua icona di spettatore in déshabillé.

«A petto nudo e ciabatte di fronte ai grandi della terra. «Volevo solo osservare, ero incuriosito da tutto quel movimento. Poi, quando ho visto che molti si sono fermati e hanno iniziato a fotografare, ho pensato che forse avevo sbagliato ad affacciarmi dal balcone in quelle condizioni». L'immagine di Nicola Frangione, professore di inglese in pensione, che osserva mezzo svestito i leader del G20 ha fatto il giro di social e web. Ma lui in fondo non è pentito e analizza con un divertimento misto all'indagine sociologica l'essere diventato, suo malgrado, un'icona. «Addirittura adesso mi fermano per strada e mi chiedono di farci un selfie. Tutto questo che senso ha?». Qualcuno plaude a quel gesto, considerandolo sprezzante nei confronti delle istituzioni, altri lo bollano come totale mancanza di rispetto. Lui non si scompone. «Poteva passare pure il presidente della Repubblica. Perché non avrei dovuto essere naturale?». Nessuna premeditazione e colpa del gran caldo. «In questi giorni la temperatura qui a Matera raggiunge i 42 gradi. Così il pomeriggio, non appena il sole inizia a calare, mi siedo davanti alla porta di casa che è più ventilata e prendo un po' d'aria. Lo faccio quotidianamente, non mi vede nessuno e mi metto a torso nudo per stare più fresco. Quel giorno avevo fatto la stessa cosa. A un certo punto ho sentito un gruppo musicale che suonava e sono andato a vedere. Ho appoggiato sul muretto il libro che stavo leggendo e mi sono affacciato al balcone». Il signor Nicola abita nei Sassi da decenni, proprio lì dove la delegazione internazionale era in visita guidata. Sapeva quello che stava accadendo per tutto il movimento dei giorni precedenti, «le guardie e il fatto che mi chiedessero i documenti tutte le volte che scendevo», ma in quel momento non ci ha riflettuto. «Ero incuriosito, non ci ho pensato e sono rimasto a guardare tutta quella gente. Anzi, quando è passato il ministro Di Maio mi ha fatto un cenno di saluto con la mano e mi ha sorriso. Io ho risposto altrettanto gentilmente. Altrimenti era scortesia». Certe regole non gli sono mai piaciute. «Faccio quello che sento senza ledere gli altri. Questo è il mio credo e, per me, non è l'abito che fa il rispetto». (…) «La mia vita» dice oggi che ha 74 anni. Nel frattempo, telefonate e messaggi, «sono diventato una star» dice ironizzando su sé stesso. Confessa che, in famiglia, avrebbero evitato questa involontaria notorietà: «Mia moglie e mia figlia preferivano non essere coinvolte». Ma il web, si sa, non ha confini e quell'uomo in pantaloncini è già un simbolo. Il ricordo va al corteo: «In tutta sincerità mi è dispiaciuto vedere quelle persone in abiti scuri e cravatta con quel caldo». Poi, pensa allo scatto virale che lo ha reso celebre: «È stato un vero choc vedere le mie foto su tutti i giornali e su Facebook. Può anche essere divertente, ma credo che dovremmo guardare oltre. Mi chiedo perché tanta rilevanza ad un fatto come questo. Per carità, io sono pure contento, sono diventato famoso. Però in un momento di decadenza quale è quello attuale, è incredibile che ci sia una partecipazione così numerosa a un dibattito sul mio abbigliamento».

GIORNATA DI PREGHIERA PER IL LIBANO

Giornata speciale di preghiera per il Libano quella di ieri in Vaticano. Il Papa ha raccolto attorno a sé tutti i leader cristiani del Paese. Gianni Cardinale per Avvenire.

«Seminatori di pace e artigiani di fraternità». È questa la missione dei cristiani in Medio Oriente e in Libano in particolare. Papa Francesco conclude con parole forti e impegnative la Giornata di preghiera e riflessione da lui convocata in Vaticano alla presenza dei leader cristiani del Paese dei cedri. Lo fa anche con parole piene di speranza, citando il poeta Khalil Gibran: «oltre la nera cortina della notte c'è un'alba che ci aspetta». E con parole potenti rivolte ai politici locali e alla comunità internazionale: «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Libano e il Medio Oriente per interessi e profitti estranei! Occorre dare ai libanesi la possibilità di essere protagonisti di un futuro migliore, nella loro terra e senza indebite interferenze». Le parole del Vescovo di Roma arrivano al termine di una giornata intensa. A cui hanno aderito tutti i leader cristiani del Paese. Ci sono Youhanna X, patriarca greco ortodosso di Antiochia con Ignatius Aphrem II, patriarca siro ortodosso di Antiochia. Aram I, catholicós della Chiesa armena apostolica di Cilicia con Joseph Kassab, presidente di "The Supreme Council of the Evangelical Community of Syria and Lebanon". C'è il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti con Ignace Youssi f III Younan, patriarca di Antiochia dei Siri. Ci sono Youssef Absi, patriarca di Antiochia dei Greco Melkiti;, il vescovo di Beirut dei Caldei, monsignor Michel Kassarji, e il vicario apostolico di Beirut dei Latini, monsignor César Essayan. Con loro anche l'arcivescovo Joseph Spiteri, nunzio apostolico in Libano. Manca solo il rappresentante degli armeni cattolici, i cui presuli sono riuniti per la scelta del nuovo patriarca di Cilicia che succederà a Gregorio Pietro XX Ghabroyan scomparso il 25 maggio. La Giornata si apre con la preghiera del Padre Nostro nella Basilica di San Pietro. Papa Francesco la inizia in arabo. Ciascuno la recita nella sua lingua. Poi tutti scendono sotto l'altare della Confessione per un momento di preghiera silenziosa davanti alla tomba del principe degli Apostoli. Tre le sessioni di lavoro, rigorosamente a porte chiuse. Due al mattino e una il pomeriggio, dopo l'agape fraterna a Santa Marta. La tavola rotonda dove si discute si trova nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. Come l'inizio, anche il termine della Giornata è segnato da un momento forte di preghiera nella Basilica vaticana. (…) Nel suo discorso finale il Papa si rivolge ai politici del Paese dei cedri invitandoli a trovare «soluzioni urgenti e stabili alla crisi economica, sociale e politica attuale», perché «non c'è pace senza giustizia». Alla comunità internazionale rivolge di nuovo un appello forte: «Con uno sforzo congiunto, siano poste le condizioni affinché il Paese non sprofondi, ma avvii un cammino di ripresa. Sarà un bene per tutti».

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