Piove sul (rischio) ragionato

Si riapre ma il meteo è contro. Letta e Salvini litigano. Oggi Pnrr alle Camere. L'Europa ha il "cestino" pronto. Bertinotti replica. Papa duro sui migranti. Parla lo storico turco del genocidio

Oggi pomeriggio Draghi presenta il Pnrr al Parlamento. I partiti aprono la discussione, non c’è nessuno davvero entusiasta, forse però è inevitabile. Carfagna è felice dei finanziamenti per il Sud, Franceschini per Cinecittà. L’Europa però ci incalza: lo conferma l’altro ministro Orlando in un’intervista al Corriere e soprattutto Fubini, vicedirettore in via Solferino, che propone oggi la dottrina del “cestino”. A Bruxelles “buttano” volentieri i progetti dei vari Stati che non gradiscono. E la storia andrà avanti per anni. Sembra quasi il nuovo “l’Europa lo vuole”. Ma la personalità di Draghi pesa? Certo, risponde il “contiano” Orlando e tuttavia guardano ancora noi italiani con diffidenza. Ma va?

Intanto oggi è il 26 aprile, si riapre e in quasi tutta Italia siamo in zona gialla. A leggere il meteo, Giove pluvio sembra sia filo leghista, perché promette i prossimi giorni di pioggia, pioggia sui ristoratori costretti a dare pranzo e cena all’aperto. È la dittatura delle previsioni del tempo, direbbe qualche commentatore esagitato. I “rigoristi” alla Travaglio tornano dall’oracolo pessimista Crisanti, che prevede imminente una “quarta ondata”. Peggio del meteo, direi. Sulla campagna vaccinale, ieri domenica 277 mila 809 somministrazioni, la novità è che in Lombardia si userà AstraZeneca solo per la seconda dose, perché le scorte scarseggiano.

Il dibattito politico mette in fila le pulsioni verso un governo Ursula (leggi senza Salvini), ipotizzato da Ugo Magri sull’Huffington post, e i tormenti di Conte nei 5 Stelle. “Giuseppi” sembra il Conte Terrazzani de La famiglia dell’antiquario di Goldoni, spiantato e angosciato dai debiti contratti con la piattaforma Rousseau di Casaleggio.

Il Papa all’Angelus ieri durissimo sulla vergogna dell’ultimo naufragio, con il grido di allarme finito nel nulla. Dall’estero una brutta notizia dal Perù, dove è stata uccisa una missionaria laica. Parla invece sul Corriere lo storico turco che ha pubblicato i documenti sul Genocidio degli armeni. Nella notte la cerimonia di premiazione degli Oscar. Ha vinto come miglior film Nomadland, con l’antidiva Frances Mc Dormand, storia contemporanea dei nuovi senza fissa dimora creati dalla crisi economica. Domani ce ne occuperemo meglio. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ancora coprifuoco e riaperture, con l’aspetto politico della dura polemica fra Pd e Lega. Il Messaggero, che ieri aveva lanciato l’idea della Gelmini di stare seduti al ristorante fino alle 22, avverte: Coprifuoco, stop del Viminale. Il Giornale gioca sulla temperatura della polemica: Gelo sul coprifuoco. Il Quotidiano Nazionale non ci vede chiaro: Coprifuoco e multe, si riparte nel caos. Il Corriere della Sera vede una trappola per il Governo Draghi: Letta-Salvini, sale la tensione. Il Mattino è ancora più chiaro: Il coprifuoco spacca il governo. Il Domani quasi poetico: L’irreversibile Matteo Salvini. Il Fatto insiste con gli esperti Cassandra: «È troppo presto: rischiamo tanti morti e quarta ondata». Sul Recovery che approda in Parlamento la Repubblica: Lavoro, 750 mila nuovi posti. Il Sole 24 Ore: Intelligenza artificiale contro l’evasione e ancheLa Stampa: Fisco e giustizia, partiti in agguato. Mentre per l’ottimista Libero: Per restituire i prestiti Ue ci vogliono 37 anni di sacrifici. Per una volta La Verità dà tregua al ministro Speranza e torna sul caso giudiziario che coinvolge il figlio di Grillo, ma rilanciando la trasmissione di Giletti di ieri sera: Parla uno dei quattro ragazzi. «Nei guai per colpa di Grillo».

IL PNRR ARRIVA IN PARLAMENTO

Roberto Mania su Repubblica prova ad anticipare che cosa dirà Mario Draghi oggi pomeriggio, illustrando alle Camere il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

«Sarà un Draghi poco retorico e molto pragmatico quello che oggi pomeriggio illustrerà ai parlamentari il Recovery plan italiano prima di inviarlo venerdì alla Commissione di Bruxelles. Perché il presidente del Consiglio dovrà spiegare ai tanti deputati che lo sostengono, con la sola eccezione di quelli di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, la difficile trattativa anticipata che ha dovuto fare con la presidente Ursula von der Leyen per evitare che il piano nazionale finisse subito sotto osservazione speciale. Ma dovrà anche indicare le risposte del Piano alle domande dei partiti: dal superbonus alle misure per favorire l'occupazione delle donne e dei giovani. Un Draghi necessariamente molto politico, dal momento che nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) ciascuna forza politica rivendica e ricerca parti della propria identità. In cambio arriverà il voto, domani, sulla risoluzione finale. "Italia domani" è il titolo scelto (salvo sorprese dell'ultima ora) del Piano nazionale. Dietro c'è l'idea che il Piano («un intervento epocale», lo definiscono a Palazzo Chigi) contenga già le soluzioni concrete per cambiare l'Italia. E per farlo - su questo insisterà il premier - serve la crescita dell'economia, puntando su digitalizzazione e sviluppo sostenibile, il nuovo paradigma imposto dall'Europa».

Andrea Orlando, Ministro del Lavoro, spiega al Corriere della Sera che la diffidenza dell’Europa nei confronti dell’Italia è dura a morire, nonostante il prestigio personale di Draghi.

«Perché si è arrivati a questa prova di forza con la Ue? «Siamo l'unico Paese che ha dovuto affrontare un passaggio così delicato nel pieno di una crisi di governo. Prima per l'instabilità del Conte bis e poi per la caduta dell'esecutivo, abbiamo dovuto interrompere il lavoro di preparazione del Pnrr. La crisi, come avvertivamo in quei giorni, non è certo una cosa utile». Non ha perdonato Renzi per aver fatto cadere Conte? «Non è questione di perdonare, è un fatto, abbiamo perso due mesi». Perché non abbiamo offerto le garanzie richieste? «Abbiamo dato tutte le garanzie e la figura di Draghi ha aiutato a impersonificarle, ma il Recovery è uno sforzo serio e questi tre mesi sono serviti a completare la parte delle riforme di sistema, che sapevamo essere la più debole». Da una pagina, a 40... «Sì, c'è stata una riscrittura profonda, per offrire una risposta più articolata e compiuta. Al netto di questo, il piano riprende negli obiettivi larghissima parte dell'impostazione precedente. In Cdm il premier ha ringraziato anche il governo Conte per il lavoro fatto. Questo è il secondo tempo di una partita che abbiamo giocato bene, vincendo il primo con la conquista dei fondi e la definizione della fisionomia del Recovery». Eppure Bruxelles vi ha fatto richieste severe. Non siamo ritenuti affidabili neppure con un ex presidente della Bce a Palazzo Chigi? «La figura e il prestigio di Draghi ci aiutano, ma non cancellano da soli i pregiudizi anti-italiani radicati negli anni e i limiti strutturali del Paese. È un mix, i pregiudizi vanno respinti e i problemi vanno affrontati. L'Europa investe in Italia 200 miliardi di debito comune, non mi sembra strano che voglia garanzie sull'altissima evasione fiscale, la fortissima evasione contributiva, la piaga del lavoro nero...». (…)  Visto il ritardo, avremo il primo assegno a settembre, o ce la faremo per luglio? «Se rispettiamo la tabella di marcia siamo nelle condizioni di cogliere l'obiettivo di luglio». Il nodo del superbonus è stato sciolto? «Mi pare non ci sia stata una divisione tra le forze politiche, poiché tutti riteniamo importante quell'obiettivo. Si trattava di trovare meccanismi tecnici per realizzare uno strumento che sta funzionando e grazie all'attività del ministro Franco il nodo è stato sciolto». 

Federico Fubini sul Corriere scrive un articolo in cui illustra quella che potremmo chiamare “la dottrina del cestino” di Bruxelles.

«C'è il cestino in cui sono finite alcune delle oltre 500 pagine di schede-progetto dell'Italia. Quello arrivato da Roma non è un piano che susciti l'indignazione neppure fra i più ordo-liberisti, ma solleva domande a Bruxelles. Quelle poste dalla Commissione Ue a Palazzo Chigi per tutto il giorno in una serie ininterrotta di chiamate fino alle 20.30 di sabato sono solo le prime di una lunga serie. Durerà anni. Forse sempre con le modalità di questi giorni: acquisizione di «precisazioni» da Roma, consultazione di un quarto d'ora fra desk tecnici a Bruxelles, e nuova chiamata con nuove richieste di chiarimenti. A oltranza. Succede - e continuerà a succedere - per un insieme di ragioni. La prima è che l'Italia aveva già il secondo debito pubblico più alto d'Europa e la crescita più debole dall'avvio dell'euro, ma negli ultimi 13 mesi ha varato nuove spese in deficit per oltre 210 miliardi. La convinzione nelle istituzioni europee è che un ritorno al dinamismo esangue dei tempi recenti rappresenta un rischio inaccettabile per la tenuta sociale e finanziaria del Paese. Il rapporto fra i partiti, il nucleo tecnico del governo e Bruxelles è però l'altra dinamica che sta cambiando. Più di quanto molti abbiano capito a Roma, soprattutto in vista dei prossimi anni. Perché sempre più è chiaro, almeno a Bruxelles, che quelle oltre 500 pagine di schede-progetto mandate dall'Italia non sono solo la messa in musica delle 300 pagine del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr). Sono di fatto il programma, già scritto dal governo a Roma e blindato nel rapporto con Bruxelles, della prossima legislatura in Italia. I cronoprogrammi allegati al Pnrr e gli obiettivi quantitativi delle schede sono infatti più di semplici impegni: sono soglie che possono bloccare i singoli pagamenti dei fondi Recovery, qualora non siano superate nei modi e nei tempi previsti. La prima vera verifica dell'attuazione del piano e delle relative riforme cade probabilmente fra dicembre e gennaio prossimi. Ma questo meccanismo resterà attuale per la durata del Recovery fino al 2026, a scadenze di pochi mesi da un esborso all'altro. Anche perché i singoli governi europei, anche i più intrattabili, avranno un diritto di mettere in pausa i pagamenti agli altri se hanno dubbi e rimostranze. Non è ancora chiaro come funzionerà esattamente il meccanismo degli «alert» e cosa accade se un Paese salta un impegno. Ma quel meccanismo ci sarà. Per questo non basta neanche a un governo guidato da una figura credibile come Mario Draghi indicare intenzioni. La Commissione vuole scadenze e obiettivi misurabili, perché ha bisogno di strumenti di lavoro. E vuole riforme senza ombre. Vuole obiettivi cifrati sull'emersione del lavoro sommerso, inclusi dati, sanzioni previste, certezze sulla lotta al caporalato. Vuole anche più certezze operative su merito e tempi delle norme per la concorrenza (il governo di Giuseppe Conte non aveva lasciato niente e Draghi ci è arrivato all'ultimo). Né accetterà un ritorno mascherato alle pensioni a 62 anni. E ha dubbi su un meccanismo come quello di Industria 4.0 del Recovery perché troppo generico (quasi ogni spesa strumentale rientra negli sgravi) o in un ecobonus che include le terze e le quarte ville dei ricchissimi. Quello che uscirà da questo confronto con Bruxelles sarà dunque un programma (blindato) di governo. Fino al 2026».

Il Messaggero si concentra sui soldi del Recovery che andranno allo sviluppo di Cinecittà, “Hollywood europea”, mentre la vera Hollywood ha consegnato gli Oscar 2021 a film già da stasera proiettati nelle sale italiane che riaprono.

«Roma e cinema in primo piano nel Recovery Plan, il piano italiano per l'utilizzo del fondo europeo destinato al rilancio delle economie schiacciate dalla pandemia: degli oltre 200 miliardi spettanti al nostro Paese, 300 milioni andranno in grandissima parte a Luce Cinecittà, la storica istituzione sulla via Tuscolana diventata una società per azioni che oggi comprende anche gli Studios, e in una quota decisamente più ridotta al Centro Sperimentale - Cineteca Nazionale, situata a pochi metri di distanza. La buona notizia arriva mentre le sale si riaprono, pronte a ospitare i film degli Oscar consegnati ieri notte: una luce dopo il buio del lockdown. «Raddoppieremo Cinecittà e faremo dell'Italia la capofila del mercato audiovisivo continentale. Non è fuori luogo parlare di Hollywood europea», promette il ministro della Cultura, Dario Franceschini, che ha appena rinnovato il vertice della società nominando Chiara Sbarigia presidente e Nicola Maccanico amministratore delegato».

Mara Carfagna, ministra per la Coesione territoriale, spiega che il Pnrr destinerà al Sud Italia più investimenti di quanto fece la Cassa del Mezzogiorno. Intervista su Repubblica di Giovanna Vitale.

«Lei si è molto battuta per avere più fondi sul Sud. Pensa sia la volta buona per ridurre il gap col Nord? «L'intervento che metteremo in campo con il Pnrr è più potente di quello realizzato dalla Cassa del Mezzogiorno. Dal 1951 al 1961 furono attivati l'equivalente di 150 miliardi in 10 anni, noi ne liberiamo 82 in cinque anni. Se verranno usati secondo i progetti e i tempi previsti per la prima volta si avvierà la convergenza tra il Sud e il Nord del Paese perché il Pil del Sud crescerà nei prossimi 5 anni del 24% contro una media nazionale del 16». I precedenti, Cassa inclusa, non fanno ben sperare. «La sfida che abbiamo davanti impone un grande sforzo collettivo. Insieme agli 82 miliardi ne arriveranno altri 8,4 dal React-Eu; 54 di fondi strutturali 2021-2027; più 58 del Fondo per lo sviluppo. Oltre 200 miliardi su cui gettare le basi della riunificazione socio-economica del Paese, che in Cdm ho paragonato a quella della Germania negli anni '90. Il dramma Covid può farci abbattere il muro invisibile che divide le due Italie». Ritiene ci sia stato un cambio di passo rispetto al governo Conte? «Mi pare evidente sulle emergenze del momento: campagna vaccinale e stesura del Pnrr. Draghi ha due "assi" in più rispetto a Conte: l'enorme credibilità di cui gode in Europa e una maggioranza di solidarietà nazionale che rende più forte l'immagine del Paese». A proposito del duro confronto con la Ue, se ci fosse stato Conte avremmo passato l'esame? «Lasciamo perdere il senno del poi e concentriamoci sull'oggi: penso che i due elementi di cui parlavo prima, l'autorevolezza del premier e la solidità della maggioranza, abbiano avuto un ruolo e vadano tutelati. L'Ue deve però smetterla di valutare i piani nazionali con atteggiamento da burocrate, altrimenti fa il gioco dei sovranisti. E sul fronte domestico bisogna evitare di aprire conflitti interni, di piantare bandierine. Va bene lottare per le proprie idee, ma adesso c'è un bene superiore da difendere: l'interesse nazionale». Salvini che eccelle nei distinguo non fa l'interesse del Paese? «Siamo tutti davanti a un bivio: o contribuiamo a consolidare in Europa l'idea di una Italia stabile e autorevole, oppure rischiamo di perdere il treno epocale del Recovery. Lo abbiamo visto nello scontro con l'Europa: c'è un fronte delicatissimo da coprire. Non si può mettere a repentaglio il nostro futuro per un paio di punti in più nei sondaggi o qualche migliaio di like in più sui social». 

SI RIAPRE. GELMINI SMENTITA, SCONTRO LETTA-SALVINI

Smentita l’interpretazione della Gelmini sul rimanere seduti a tavola fino alle 22 formulata ieri sul Messaggero. Botta e risposta sul coprifuoco tra Letta e Salvini. La cronaca del Corriere.  

«Roberto Speranza difende la decisione, dallo schermo di Domenica in su Rai1: «Vogliamo fare un passo per volta per non tornare indietro, l'orario delle 22 ci consente di ridurre la mobilità ed è una scelta che il governo ha fatto in una cornice di prudenza. Facciamo un primo passo e diamo un segnale di ripartenza e poi monitoriamo settimana per settimana. Stiamo meglio, ma ci sono ancora tanti decessi e ricoveri». A supporto della scelta interviene anche il presidente del Css, Franco Locatelli: «Va mantenuto il controllo su occasioni di socialità che possono determinare rischi». Niente però convince il leader della Lega Matteo Salvini, che insiste con la raccolta di firme per cancellare del tutto il coprifuoco: «E abbiamo superato le ventimila adesioni in poche ore», fa sapere. Si innesca così un botta e risposta con il segretario del Pd, Enrico Letta, che replica: «Oggi Salvini partecipa a una campagna contro il coprifuoco che l'esecutivo, di cui fa parte, ha deciso. Se la Lega non vuole stare al governo, non stia al governo». Perché poi, aggiunge Letta, «andiamo avanti con questa maggioranza, ma se si varcano linee rosse saremo durissimi». Ma Salvini replica con un tweet: «Il segretario del Pd Letta non si fida degli italiani e li vuole tenere ancora chiusi in casa. Io mi fido e vorrei che tornassero a vivere, lavorare, sorridere». A questo ne fa seguire un altro, postando un video da Bologna: «Per la sinistra due persone che cenano al ristorante o un signore che prende un caffè al bancone sono dei mezzi criminali (e guai se alle 10 di sera non sono a casa!), ma le masse con bandiere rosse e "Bella ciao"... tutto ok!». Al suo fianco, anche se dalle file dell'opposizione, si schiera Fratelli d'Italia presentando alla Camera un ordine del giorno per eliminare il coprifuoco. Mentre la leader Giorgia Meloni afferma: «Draghi dichiara: "Libertà e diritti non sono barattabili con nulla". Quindi avete deciso finalmente di abolire il coprifuoco? Ribadisco il mio appello a chi crede nella libertà: aboliamo questa misura folle, insensata e liberticida».

Antonio Polito cerca di interpretare il grande interesse degli italiani alla ristorazione, sul Corriere della Sera.

«Passare del tempo a tavola è l'apoteosi del «disimpegno», non si fa niente se non chiacchierare e mangiare, «si passa la sera bevendo barbera» per citare il sommo Gaber; e nel nostro dibattito pubblico c'è sempre qualcuno così «impegnato» da non apprezzare la fatuità di una serata a cena fuori. Siamo così arrivati al paradosso che in un Paese in cui si venerano gli chef, come somma espressione culturale, ci si divide ancora sugli osti, spesso bersaglio di ingiuste generalizzazioni, accusati di piangere miseria mentre eludono il fisco, sottovalutando quel di più di impegno, innovazione e rischio di impresa che un'attività svolta «sulla strada» inevitabilmente comporta. La verità è che c'è un valore culturale anche nei luoghi di ristoro che pullulano nelle nostre città, se intendiamo il termine «cultura» in senso antropologico, e cioè come «qualsiasi capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro della società». Soprattutto da quando l'urbanizzazione ha cambiato per sempre i nostri ritmi di vita, mangiar fuori ha assunto un contenuto di socialità che ci è indispensabile. Mentre decidiamo orari e regole di pizzerie e trattorie, teniamolo presente. La sicurezza per la nostra salute e la lotta alla pandemia sono senza dubbio interessi prevalenti su tutto in questo momento; ma sappiamo anche che il nostro obiettivo finale sarà raggiunto solo quando tornerà quel «furore di vivere» di cui parla il Censis, e che ci spinge a uscire di casa la sera».

Il Fatto incalza il Governo sul fronte opposto. Raduna gli scienziati più scettici e “spara” la rivelazione di uno studio scientifico contrario alle riaperture. “Il rischio è una quarta ondata”, con le riaperture “precoci”.

«Il Cts ha ascoltato Stefano Merler, l'uomo dei modelli matematici della Fondazione Bruno Kessler che dal febbraio 2020 studia i numeri dell'epidemia per l'Istituto superiore di sanità. E Merler spiegava che, con l'indice Rt a 0,72 al 3 aprile, il "margine per le riaperture" era circa di 0,28, cioè era possibile riaprire un po' meno di un terzo di quanto era chiuso senza che il tasso di riproduzione del virus superasse 1 (una persona infetta ne contagia in media più di una), anzi "in realtà meno perché sono state riaperte le scuole" - era successo dopo Pasqua, dal 7 aprile - ma l'effetto "sarà osservabile solo fra un po' di tempo". Secondo Merler "riaperture precoci, entro aprile" anche se Rt resta pari a 1 (l'ultimo dato, diffuso venerdì ma risalente al 7 aprile, dice 0,81), possono portare a un "costante ma alto numero di morti giornaliere". Questo sarebbe invece "estremamente ridotto con riaperture a valle di un marcato calo dell'incidenza (es. riaperture graduali a partire da inizio-metà maggio, mantenendo Rt1)". E concludeva che con l'aumento di Rt a 1,1 l'epidemia "potrebbe non essere facilmente controllabile senza ulteriori restrizioni, soprattutto in caso di riaperture precoci (entro aprile)". Se salisse a 1,25 rischiamo la "quarta ondata" che "richiederebbe misure importanti per evitare un altissimo numero di morti in breve tempo". Gli scenari di Merler presentano l'incertezza di tutti i modelli matematici però lo studioso trentino ci aveva visto giusto un anno fa, come a fine gennaio sulla variante inglese. (…) Sono uscite queste misure un po' ibride: al bancone del bar no ma almeno in strada sì perché se no Matteo Salvini non sa cosa rispondere delle promesse che ha fatto; ma allora anche il cinema perché lo chiede il ministro Dario Franceschini; il calcetto sì e le piscine all'aperto non ancora. Le "evidenze scientifiche" su cui Draghi ha deciso interessano molto agli scienziati più perplessi sulle riaperture. "Stiamo pensando di fare l'accesso agli atti per capire. Il presidente del Consiglio ha parlato di rischio ragionato. Quale ragionamento è stato fatto? - chiede Andrea Crisanti, professore di Microbiologia a Padova, autore degli studi sui contagi a Vo' Euganeo e sui test antigenici che non funzionano come dovrebbero -. (…) Rischiamo di tornare a 5-600 morti al giorno", dice ancora Crisanti. Con l'accesso agli atti, troveranno gli scenari di Merler. E poi chissà».

L’INDIA DI NUOVO NELL’INCUBO

Solo due settimane fa il Governo di Delhi aveva permesso il tradizionale festival Hindu, Kumbh Mela, durante il quale due milioni di fedeli si erano immersi nel fiume Gange per il bagno rituale. Ora l’India è diventata la nazione più colpita dal virus nel mondo. Alessandra Muglia sul Corriere.

«La variante indiana che sta flagellando il Paese asiatico spaventa il mondo. Tanti gli Stati in allerta che hanno chiuso i collegamenti aerei con Delhi, dal Canada alla Gran Bretagna. Ora anche l'Italia corre ai ripari: confini chiusi a chi negli ultimi 14 giorni è stato in India. Possono entrare solo i residenti, con tampone in partenza, in arrivo e con obbligo di quarantena, secondo la misura annunciata ieri dal ministro della Salute, Roberto Speranza, per scongiurare una diffusione di questa temibile evoluzione del virus proprio quando il Paese si «riapre». Nel Subcontinente il virus ha attaccato un milione di persone in tre giorni e ne ha lasciate senza vita 2.767 in 24 ore (cifre ufficiali, sottostimate), per lo più morte soffocate per mancanza di ossigeno, i loro corpi bruciati in strada perché nemmeno ai crematori c'è più posto. Il governo indiano ha lanciato una richiesta di aiuto, prontamente raccolta dall'Europa agli Usa».

MODELLO URSULA. BERTINOTTI REPLICA A PRODI

Lo spettro di Ursula si aggira nei Palazzi della politica romana: è il governo senza Salvini, con dentro Forza Italia. Ugo Magri, firma storica e quirinalista de La Stampa, ne scrive su Huffington Post:

 «Ultimamente è spuntato addirittura un fantasma che si aggira tra i palazzi romani, intorno al Quirinale in modo particolare. È lo spettro di Ursula, cioè della strana alleanza che si sarebbe dovuta formare alcuni mesi fa in Italia sulla scia di quella europea tra Popolari, Socialisti e Verdi a sostegno della presidente van der Leyen. Nel caso nostro si ipotizzava una maggioranza anomala tra Pd, M5S e Forza Italia in difesa del governo Conte. Non se ne fece nulla, però; difatti al posto dell’Avvocato del popolo adesso ci ritroviamo Mario Draghi. Ma da un paio di settimane l’ipotesi Ursula, che sembrava morta e sepolta, ha ripreso a circolare sotto forma di ammiccamenti, segnali di fumo, allusioni per addetti ai lavori, come se da un momento all’altro potesse tornare miracolosamente in vita. Il fenomeno richiede spiegazioni. La prima che viene in mente è legata a Salvini. Più Matteo alza la voce, più fa traballare il governo con i suoi scatti d’umore e più da sinistra se ne vorrebbero sbarazzare. Convivere con un personaggio del genere è diventato quasi una forma di masochismo. Purtroppo, senza l’apporto del centrodestra, Draghi finirebbe in minoranza e Mattarella non saprebbe a che santo votarsi. Per cui certi esponenti Dem, in preda alla disperazione, non trovano di meglio che puntare su Berlusconi. Ci riprovano come tre mesi fa. Sperano di sganciarlo da Salvini, di convincerlo a sostenere il governo perfino se il Capitano, in uno dei suoi colpi di testa, tornasse all’opposizione insieme con la Meloni. Fanno leva sui tre ministri di Forza Italia (Renato Brunetta, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini) decisissimi a non mollare; soprattutto contano sulle capacità persuasive di Gianni Letta, l’ottantaseienne zio di Enrico, che da Berlusconi sa farsi ascoltare. Seconda spiegazione, collegata alla prima: tra nove mesi verrà eletto il tredicesimo presidente della Repubblica. E i numerosi aspiranti al Colle, che sono quasi tutti vecchie conoscenze Pd, sanno di non potercela fare con i soli voti loro e dei Cinque stelle. Servirebbero ulteriori apporti, fuori dal recinto della vecchia maggioranza giallorossa; dunque li cercano dalle parti del Cavaliere, dove si contano la bellezza di 140 grandi elettori (88 deputati, 52 senatori). Ma Silvio davvero si presterebbe a eleggere un Prodi, un Franceschini, un Veltroni, addirittura un D’Alema, tutti avversari con cui si è allegramente scornato per oltre un quarto di secolo? La risposta non è di quelle banali. C’è chi racconta Berlusconi prigioniero del cerchio magico salviniano, guardato a vista da Licia Ronzulli, Niccolò Ghedini e Antonio Tajani, dunque isolato dal resto del mondo, inibito dal prendere decisioni, per giunta depresso e parecchio malconcio. Su un Cavaliere così, il Pd non potrebbe certo contare. Altri però lo descrivono arzillo e voglioso, soddisfatto di Super Mario, anzi quasi invaghito di Draghi e perfino disposto a mollare la Lega senza nulla in cambio se questo fosse il prezzo per salvare l’Italia: da vero statista europeo, alla faccia di chi lo giudicava un Caimano». 

Fausto Bertinotti ieri era stato tirato in ballo da Romano Prodi, che lo ha paragonato al Matteo Salvini “di lotta e di governo”. Si sa, fra i due non corre buon sangue. La replica dalle colonne del Fatto diventa l’occasione di un interessante ragionamento sulla sinistra.

«"Qui siamo nel campo delle ossessioni". Fausto Bertinotti risponde a Romano Prodi e scomoda categorie della psicanalisi. Il professore l'aveva chiamato in causa per descrivere le fibrillazioni di Matteo Salvini nel governo Draghi: il leghista si è "bertinottizzato", dice l'ex premier dell'Ulivo. Bertinotti ci ride su: "Questa battuta l'aveva fatta già ai tempi di Renzi. Dopo un quarto di secolo bisognerebbe avere ricordi memorabili, Prodi invece coltiva la sua ossessione personale. Il responsabile della crisi fu Prodi medesimo, ma è inutile tornarci: era un altro secolo, un altro mondo". Veniamo al presente. Che ne pensa delle agitazioni di Salvini? «Non posso dire che il tema mi appassioni, mi paiono puramente strategiche. Sfumature tattiche nella destra populista: Salvini sta al governo nello stesso modo in cui Meloni sta all'opposizione». Si contendono la guida del centrodestra. La appassiona invece il dibattito sul Recovery Fund? Come giudica il piano di Draghi? «Non mi pare così diverso da quello di Conte, sostanzialmente si muove sulla stessa linea. Abbiamo due problemi giganteschi. Il primo: l'Europa e il suo carattere sempre più oligarchico. C'è una messa in mora della democrazia rappresentativa negli Stati europei. In questo non vedo una diversità qualitativa tra il governo di Conte e quello di Draghi: sono entrambi figli di questa tendenza». E il secondo? «Il modello di sviluppo. I piani dei due governi si somigliano perché sono all'interno dello stesso processo di ristrutturazione capitalistica. È bandita ogni ipotesi di riforma sociale. Ci sono temi che neppure si possono neppure nominare: un intervento fiscale radicale nei confronti delle grandi ricchezze; un contrasto al potere dei giganti della tecnologia; un'azione vera di contrasto delle diseguaglianze». In Europa e in Italia non sono all'ordine del giorno. «La sinistra non è all'ordine del giorno. La sinistra è nella società, in tante esperienze dal basso, di autogoverno. Di certo non è nei partiti: c'è un "popolo degli abissi", come scriveva Jack London, privo di rappresentanza. Il centrosinistra oggi è una componente puramente governativa. E l'Italia galleggia nello scontro tra un assetto tecnocratico (che contiene il centrosinistra) e una destra rozzamente populista». Non ha fiducia - eufemismo - in uno schieramento progressista sull'asse Pd-Cinque Stelle. «Ma la sinistra per poter interloquire con un'altra realtà, come i Cinque Stelle, prima deve esistere come tale. La sinistra è lotta alle diseguaglianze, ma il partito dell'eguaglianza in Italia non c'è». Lei è in grado di riconoscere una posizione critica di sinistra, da parte del Pd, sul recovery plan? Era solo un'illusione credere che dalla pandemia uscisse un'Europa diversa? «L'Europa è cambiata, in parte, seguendo il corso degli eventi. L'austerity non è più un dogma e sono state intraprese politiche monetarie espansive: il recovery è figlio di questo nuovo ciclo. Ma resta molto in comune con l'impostazione precedente: l'inesistenza della riforma sociale. Il cambiamento è uno spasmo di sopravvivenza del sistema economico, è indotto dal primato del profitto, dell'impresa, del mercato; dall'esigenza di evitare una recessione ingovernabile. Ma non c'è riforma sociale, la questione delle diseguaglianze è ignorata». Però c'è un nuovo spirito ecologista. «Molto bene, ma le rispondo con una battuta di Chico Mendes: "L'ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio"».

CONTE INDEBITATO CON ROUSSEAU

I malumori nel gruppo parlamentare dei 5 Stelle si fanno sentire anche dopo la prima uscita pubblica di Giuseppe Conte. Davvero il Movimento si farà carico del debito verso Casaleggio e c.? E davvero il ruolo del Garante, Beppe Grillo, sarà ridimensionato? Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Neanche il tempo di annunciare il varo del progetto di rifondazione del Movimento e già arrivano i primi grattacapi per Giuseppe Conte. L'ex premier si è detto fiducioso di poter organizzare un evento «ai primi di maggio», ma la data è già a forte rischio per una serie di fattori. Anzitutto, c'è il doppio nodo dei rapporti con Rousseau da risolvere. Conte ha detto che il Movimento ha intenzione di «farsi carico» del debito dell'associazione, ma secondo quanto trapela dalle indiscrezioni i Cinque Stelle non pensano di versare i 450 mila euro chiesti da Davide Casaleggio, bensì una cifra molto inferiore (non è chiaro se intorno ai 140 mila euro stimati da Vito Crimi e Claudio Cominardi). Verranno stornati dal conteggio i soldi degli espulsi. Una soluzione che però potrebbe non trovare il placet di Rousseau. Non solo. Enrica Sabatini ha chiarito al Corriere che i dati degli iscritti saranno consegnati al rappresentante legale M5S: Conte quindi non può richiederli e gli attuali vertici non sono ritenuti legittimati da Rousseau. Se Crimi sia o meno titolato a definirsi rappresentante legale sarà anche al centro del dibattimento che si apre a Cagliari per il caso Cuccu (una consigliera regionale sarda espulsa, ndr) il 30 aprile. Difficilmente si avrà una decisione immediata e questo scoglio legale è destinato a rallentare i piani di Conte. L'altro fronte che l'avvocato dovrà sondare con attenzione nei prossimi giorni è quello dei parlamentari. I malumori - specie alla Camera - aumentano. Più si avvicina la pubblicazione dello statuto (che chiarirà anche eventuali deroghe al tetto dei due mandati), più aumentano le voci critiche nei confronti dell'ex premier. C'è chi non ha gradito il post in difesa del superbonus: «Lui per primo non l'ha inserito nel Recovery». C'è chi invece guarda con sospetto al ridimensionamento dei poteri di Beppe Grillo: «Abbiamo fatto la guerra a Di Maio perché aveva troppo potere e ora Conte ne vuole di più?». Oltre ai critici, ci sono gli scissionisti - tra i 30 e i 40 in tutto - pronti a lasciare il Movimento se nello statuto non troveranno «garanzie» (…). C'è da vedere che cosa sceglierà di fare Grillo: se accettare il ridimensionamento proposto nel nuovo statuto, ostacolarlo o farsi da parte. Intanto il ministro Federico D'Incà ha sottolineato l'importanza del garante: «È una figura chiave», ha detto a Sky Tg24 . Visti i preamboli (e gli aspetti legali) è arduo immaginare un varo operativo - con tanto di kermesse online - del Movimento di Conte in tempi brevi e c'è chi teme che un ulteriore slittamento possa complicare il tavolo delle alleanze per le Amministrative, primo vero banco di prova per Conte leader dei Cinque Stelle».

LA VERGOGNA DEL NAUFRAGIO. UCCISA MISSIONARIA LAICA

Ieri il Papa al Regina Coeli è tornato, con toni durissimi, sulla vicenda del naufragio nel Mar Mediterraneo. La cronaca da La Stampa:

«Al Regina Coeli papa Francesco parla dei 130 migranti annegati la scorsa settimana: «Sono persone, sono vite umane che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto. È il momento della vergogna». E le Ong plaudono. (…) Con il Papa, anche i vescovi siciliani: «Salvando i più deboli - ha detto il vescovo di Noto Antonio Staglianò - salviamo anche noi da un'indifferenza che anestetizza e insterilisce». Nessuno, al largo tra Garabulli e Al-Khoms, cerca più i cadaveri dei 130 migranti. I 42 che lunedì scorso erano partiti con una barca in legno da Sabratha, e dei quali non si sapeva più nulla, sarebbero invece sani e salvi: un parente ha avvertito Alarm Phone che sarebbero riusciti a rientrare in Tunisia. Il mare è ancora in burrasca e stupisce come un motopesca con 119 persone, partito da Zuwara, abbia potuto attraversare il Mediterraneo centrale ed entrare nel mare Jonio dove sabato è stato avvistato da un aereo della Guardia costiera italiana e quindi scortato da un mercantile e 3 motovedette fino a Roccella Jonica, dove è arrivato ieri. A bordo migranti di Iran, Iraq, Egitto, Palestina, Sudan, Algeria».

La cronaca del Giornale, a firma di Serena Sartini, sulla missionaria laica uccisa in Perù a colpi di machete.

«Assassinata brutalmente, nel cuore della notte, con diversi colpi di machete. Nadia De Munari, 50 anni, missionaria laica italiana originaria di Schio, in provincia di Vicenza, è stata uccisa in Perù, a Nuevo Chimbote, sulla costa centro-settentrionale. È l'ennesimo caso di missionari e volontari uccisi nel Sud del mondo mentre svolgono il loro servizio per le popolazioni più povere. Nadia, infatti, si trovava nel Paese sudamericano dal 1995; era responsabile del centro «Mamma mia» realizzato da padre Ugo De Censi, fondatore dell'operazione Mato Grosso. Una struttura che si occupa di assistere, con pacchi alimentari, i minori e le madri in difficoltà. Nadia in particolare aiutava i poveri delle baraccopoli e gestiva sei asili, con 600 bambini, e una scuola elementare nel quartiere povero della cittadina. La notizia, rimbalzata dapprima sui media locali e poi confermata dalla Farnesina, ha scioccato il paese originario della donna, in Veneto. «Nadia è una martire», ha detto la madre della missionaria uccisa. Non sono ancora chiare le dinamiche dell'assassinio. L'ambasciata italiana a Lima segue da vicino le indagini ed è in contatto con i familiari della connazionale».

GENOCIDIO ARMENO, ECCO LE PROVE

Parla al Corriere Taner Akçam, “lo storico turco che ha fornito al mondo le prove schiaccianti del genocidio armeno”, pubblicando documenti che inchiodano le autorità. Lo ha intervistato per il Corriere Monica Ricci Sargentini:    

«È la prima volta che un presidente americano riconosce ufficialmente il genocidio del popolo armeno ad opera dell'Impero Ottomano. Cosa succederà ora? «È un riconoscimento molto importante che si aspettava da anni, perché il sistema giudiziario americano prevede che si possano intentare delle cause legali una volta che è stato riconosciuto un genocidio. E siccome a questo punto sia il Congresso che la Casa Bianca hanno fatto questo passo, le aziende e gli Stati che hanno tratto profitto dal massacro degli armeni o ne sono stati coinvolti potranno essere chiamati a renderne conto nei tribunali americani se hanno avuto relazioni con gli Stati Uniti. In California sono già state fatte dozzine di azioni legali ma i giudici hanno deciso di rimettersi a una decisione federale sul tema che ora è arrivata». Quindi giustizia sarà fatta? «Di certo non nel breve periodo ma finalmente si apre un nuovo cammino, per avere dei frutti ci vorranno anni». Quali saranno le conseguenze per la Turchia? «Per Ankara significherà un isolamento totale. Il Paese sarà posto nella stessa categoria della Corea del Nord e dei regimi africani». (…) Nel 1976 lei fu condannato a dieci anni di prigionia per aver discusso pubblicamente del genocidio armeno, l'anno successivo fuggì di prigione e riparò in Germania, si considera anche lei un sopravvissuto? «Sicuramente aver testimoniato negli anni 70 l'uccisione di tante persone da parte degli agenti di polizia mi ha portato a fare ricerche sulla storia delle violenze e delle torture in Turchia e, infine, sul genocidio armeno. In quegli anni sono stato anche influenzato dall'assassinio di Hrant Dink». Il suo libro «Killing orders» è un elemento cruciale per il riconoscimento del genocidio. Lei ha detto di averlo pubblicato «nella speranza di eliminare l'ultimo mattone del muro del negazionismo». Come è arrivato a scoprire l'archivio? «C'era questo enorme volume di documentazione raccolta dal sacerdote armeno cattolico Krikor Guerguerian (1911-1988) che durante il Medz Yeghern ("Grande Crimine") fu testimone dell'uccisione di entrambi i genitori e di 10 suoi fratelli. Lui spese gran parte della sua vita raccogliendo oltre 100 mila pagine di documenti, in vista della preparazione di una tesi di dottorato sul genocidio armeno che non vide mai la luce, ma non aveva concesso a nessuno l'accesso. Io nel 2015 chiamai il nipote Edmund Guerguerian, era l'anniversario dei cento anni dal genocidio, e gli dissi "Ma te li vuoi portare nella tomba?". Così lui mi ha permesso di accedere all'archivio ed è nato il libro». E che cosa ha trovato? «Ho trovato i diari privati scritti a mano da Talet Pasha, uno dei triumviri che di fatto ressero l'Impero Ottomano durante la Grande guerra che lavorava nell'ufficio della deportazione, li ho comparati ai telegrammi di Pasha e di altri burocrati che Ankara sosteneva fossero falsi e, invece, coincidevano punto per punto. Uno di questi recita: "I diritti di tutti gli armeni sul suolo turco, come il diritto alla vita e al lavoro, sono stati soppressi; nessuno deve essere risparmiato, nemmeno l'infante nella culla"». Il governo turco continua però a negare il genocidio. «La negazione non ha nulla a che vedere con la verità dimostrata dai documenti perché è una questione politica. Ora con la mossa della Casa Bianca la pressione su Ankara sarà enorme».

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