Primo partito: il non voto

Bassa affluenza ai seggi. Si spacca il fronte del porto a Trieste. Oggi legge di Bilancio a Bruxelles, riparte la gara al Colle. I cinesi lanciano missile nucleare ipersonico. Haiti è nel caos

Seggi aperti oggi fino, alle 15, in 65 Comuni per il ballottaggio. Alle 23 di ieri sera l’affluenza era del 33,33 per cento. Un dato basso, anche considerato che il secondo turno attira meno gente ed interesse, che potrebbe segnare un nuovo record. Il primo partito diventerebbe saldamente quello del non voto. Faranno autocritica i partiti, anche per la scelta di candidati che non sembrano proprio scaldare gli animi? Difficile sperarlo, da oggi pomeriggio si discuterà di chi ha vinto e di chi ha perso.

Intanto sulla protesta contro il Green pass c’è da segnalare una spaccatura fra i portuali di Trieste, che hanno avuto i riflettori addosso negli ultimi giorni. Si è dimesso Puzzer, che era diventato famoso come portavoce intransigente contro la misura del Governo. Mentre le proteste di Milano hanno messo in evidenza che il No Green pass non riguarda solo la destra estrema ma anche Cobas e centri sociali. Sul Corriere dossier di approfondimento della Gabanelli sugli effetti positivi dei vaccini. I certificati verdi scaricati hanno superato i 100 milioni.  

Oggi il nostro Governo spedisce a Bruxelles la legge di bilancio. Si discute ancora molto fra i partiti sul Reddito di cittadinanza (preoccupati i 5 Stelle pro e scatenati leghisti contro) ma Federico Fubini sul Corriere insiste nel dire: l’Italia ha un’occasione d’oro per dare una svolta storica alla sua politica economica e alla sua crescita. Dopo le elezioni, riparte la corsa al Quirinale. Per Ferrara non ha senso immaginare Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023. Per Giuli il candidato di Mattarella è proprio l’attuale Presidente del Consiglio.

Dall’estero: è finita la favola dell’aggressività cinese confinata alla sola economia. “Non dovete temere le nostre armi, ma la Bank of China”, dicevano gli ambasciatori nelle capitali occidentali. Ma l’esperimento rivelato ieri dal Financial Times è inquietante e conferma che anche qui il Presidente Xi sta cambiando decisamente rotta: come aveva già annunciato al Partito 4 anni fa vuole “modernizzare” le forze armate cinesi. Drammatiche le cronache da Haiti, dove sono stati rapiti missionari americani. In Francia un giornalista sovranista, Zemmour, potrebbe diventare l’avversario di Macron. Socci su Libero critica il Sinodo di Francesco: la Chiesa non si riforma con le chiacchiere.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Lunedì di attesa, i seggi per i ballottaggi in 65 Comuni si chiudono alle 15. Il Messaggero già annuncia: Cresce l’Italia del non voto. Ma pochi altri si avventurano sul terreno elettorale. Emergenza covid e Green pass tengono, invece come argomenti, per il Corriere della Sera: Vaccini, i dati della svolta. E anche per il Giornale che si porta avanti: Via mascherine e pass. Il piano del governo. Mentre il Quotidiano Nazionale si occupa delle divisioni a Trieste e non solo: Si sgretola il fronte dei duri No Pass. Domani è ancora su Forza Nuova che egemonizza la protesta: La strategia dell’infiltrazione.Il Mattino ricorda: «La terza dose servirà a tutti». La Verità non la vede benissimo: Prodi sibila: Green pass per sempre. Poi ci sono tanti titoli sulla politica economica. Il Sole 24 Ore spiega: Famiglie. Assegno unico: da gennaio cambia la busta paga. La Repubblica è sui contenuti della legge di Bilancio che oggi si spedisce a Bruxelles: Una manovra da 25 miliardi per la crescita e il sociale. La Stampa: Cuneo fiscale, reddito e pensioni. La sfida di Draghi ai veti dei partiti. Libero definisce lo scontro dentro la maggioranza: Reddito di cittadinanza: resa dei conti Lega- Draghi. Il Fatto si dedica al presidente della Regione Campania: Salerno, indagini e condanne: si sbriciola il sistema De Luca. Mentre il titolo d’apertura del New York Times è sull’Italia: con una grande foto di un battesimo a Catania, annuncia la fine dei “Godfather”. I padrini perdono il loro potere.

ASTENSIONE, SI PROFILA UN NUOVO RECORD

Si vota in 65 Comuni fino alle 15. A Roma l’affluenza ai minimi storici: il dato finale potrebbe avvicinarsi al 40%. Vorrebbe dire che sei elettori su dieci non sono andati alle urne. La cronaca del Messaggero.

«Che ai ballottaggi vada a votare poca gente, francamente, non è una notizia. E tuttavia quello che è accaduto ieri offre materia di riflessione perché il calo dell'affluenza sembra aver toccato nuovi record. Ovviamente i conteggi definitivi si faranno oggi alle 15, quando i seggi chiuderanno, ma i primi segnali sono negativi. A livello nazionale alle 23 aveva votato il 33,3% degli elettori con un calo di 6,6 punti circa rispetto al 39,9% della stessa ora di due settimane fa. Questo vuol dire che un elettore su sei che il 3 ottobre aveva votato per il sindaco questa volta ha disertato le urne. In questo quadro sul dato piuttosti basso diffuso ieri dal Campidoglio forse ha influito la partita della Roma fissata alle 20.45. Fatto sta che nella Capitale (dove al primo turno ha votato solo il 48,5% degli elettori con un calo di 8,5 punti sulla tornata del 2016) alle 23 di ieri la lancetta dell'affluenza si è fermata al 30,9% contro il 36,8% di due settimane fa. Il calo è del 5,9%, anche qui all'incirca un elettore del primo turno su 6 è rimasto a casa. Dietro queste cifre si celano due notizie. La prima: se oggi il trend non cambierà, si potrebbe registrare un'affluenza definitiva del 40/41% dei romani. Forse meno. Un record negativo che polverizzerebbe il dato finora più basso di votanti raggiunto al ballottaggio del 2013 con il 45,1%. Comunque l'affluenza scarsa al secondo turno generalmente indica che si sono mobilitati solo gli elettori della parte che sente vicina la vittoria. E qui arriva la seconda notizia: la cifra dei votanti romani delle 23 ha confermato un dato emerso fin dalla rilevazione delle 12, ovvero che i sei Municipi capitolini dove si è votato di più sono quelli dove Roberto Gualtieri, il candidato del centrosinistra, era risultato in testa due domeniche fa. Il peggiore resta il VI Municipio, dove Enrico Michetti, candidato del centro-destra, aveva fatto il pieno di voti. Giova ricordare che il VI Municipio è forse quello che meglio rappresenta le periferie romane. Secondo gli addetti ai lavori, leggendo in filigrana i dati dell'affluenza romana è possibile ipotizzare che nella giornata di ieri sia maturato un vantaggio di Gualtieri, ma ovviamente il voto di stamane può cambiare tutto. Inoltre, sembra ormai evidente che in questa tornata elettorale gli elettori dei quartieri periferici sono tornati in massa nel non voto al contrario di quelli che vivono in aree intermedie e centrali. Rispetto alle comunali del 2016 si assiste, semplificando processi molto complessi, a una sorta di rivincita dei ceti medi su quelli più popolari. Se Roma al ballottaggio sembra aver accentuato tendenze già emerse al primo turno, a Torino invece l'affluenza è scesa in maniera più ordinata un po' ovunque in città e dunque la scarsa partecipazione delle periferie al voto non sembra poter alterare le quantità di consenso formatesi al primo turno per i candidati dei due schieramenti. I dati dell'affluenza ribadiscono che sul piano strettamente politico sarà interessante osservare soprattutto due città: Trieste e Varese. In entrambe l'affluenza è scesa di pochissimo rispetto al primo turno, segno che gli elettori di entrambi gli schieramenti si sono mobilitati. Sia Trieste che Varese sono strategiche per il centro-destra. Che nella città giuliana parte nettamente in testa anche se la mobilitazione no vax degli ultimi giorni e il blocco/nonblocco del porto potrebbe aver determinato qualche cambiamento. A Varese, invece, al primo turno è risultato leggermente in testa il sindaco uscente del centro-sinistra. Scalzarlo potrebbe essere un successo importante per la Lega in una tornata elettorale avara di soddisfazioni. Altre sfide interessanti sul piano politico sono quelle di Latina e di Isernia dove però alle 23 il calo dell'affluenza era in linea con quello nazionale. A Latina il candidato del centro-destra, Vincenzo Zaccheo, ha sfiorato l'elezione al primo turno mentre il suo sfidante, il sindaco uscente Damiano Coletta, al ballottaggio può contare anche sull'appoggio dei 5Stelle che al primo turno si sono presentati da soli. A Isernia la sfida è fra il centro-destra e un candidato in origine civico appoggiato da centro-sinistra e pentastellati».

VACCINI. DOSSIER DELLA GABANELLI SU DATI ISS

Il Corriere della Sera dedica l’apertura di oggi alla “svolta dei vaccini”.  Racconta chi sono gli immunizzati e perché finiscono in ospedale. Data Room di Milena Gabanelli e Simona Ravizza.

«C'è una domanda che si pongono in tanti, vaccinati e non: chi sono quelli che nonostante abbiano ricevuto la doppia dose finiscono in ospedale? Tra i 9,5 milioni di italiani che oggi non hanno ancora aderito alla campagna vaccinale questo interrogativo ha sicuramente un peso, e non ritengono convincente quello che tutte le autorità sanitarie del mondo stanno ripetendo da mesi sulla enorme riduzione del rischio di infezione da virus Sars-Cov-2. Dal bollettino dell'Istituto superiore di Sanità del primo ottobre: «Nelle persone completamente vaccinate la copertura dal contagio è del 77% rispetto a quelle non vaccinate, del 93% per l'ospedalizzazione, 95% per i ricoveri in Terapia intensiva e per i decessi». L'obiezione comune - sentita in banca, dal parrucchiere, in posta, fuori da scuola, fra i manifestanti - è che ci si può ammalare lo stesso, e allora perché farsi iniettare delle sostanze che chissà quali effetti potranno avere subito o in futuro? La scienza insegna che tutti i vaccini, per i loro meccanismi di azione, possono dare effetti collaterali solo a breve termine (99% dei casi). Ma nessuno, è vero, è sicuro ed efficace al 100%. Dunque, per capire perché conviene vaccinarsi è utile esaminare, in modo più concreto di quanto fatto finora, i dati ottenuti in esclusiva su chi si ammala anche da vaccinato. Prendiamo sempre l'ultimo bollettino dell'Istituto superiore di Sanità pubblicato il primo ottobre e che fotografa gli ultimi 30 giorni, ovvero il mese di settembre. Su 120.244 contagiati totali, 70.900 non sono vaccinati, e 40.060 completamente vaccinati. I ricoverati per Covid non vaccinati sono 6.160, e 2.408 con due dosi. In Terapia intensiva ci sono 717 non vaccinati, e 174 vaccinati. Dunque, i numeri parlano da soli, ma non abbastanza perché va considerata la platea da cui provengono: i 2.408 arrivano dall'ampio bacino dei 37,4 milioni di vaccinati con ciclo completo (a settembre), i 717 dagli 11,7 milioni che non hanno ricevuto nemmeno una dose. Ma man mano che la platea di riferimento cambia, è evidente che questi dati si modificheranno. Oggi di fatto due su tre che si contagiano e vengono ricoverati sono non vaccinati (e 3 su 4 di quelli in Terapia intensiva), ma più crescono coloro che fanno il vaccino, più sono destinati ad alzarsi tutti i valori che li riguardano, fino ad arrivare a un possibile ribaltamento della situazione. Già adesso in ospedale, a livello nazionale, abbiamo 1.175 over 80 ricoverati per Covid vaccinati, contro i 673 non vaccinati. Il motivo è che gli ottantenni immunizzati sono 4,2 milioni (92%), mentre solo 274.400 (6%) non lo sono. Allora come si fa ad avere una statistica oggettiva? Non bisogna considerare i numeri assoluti, ma quel che succede su 100 mila abitanti e per fascia di età. I dati che riportiamo sono prodotti dall'Iss. (…)  In sintesi: fino a 59 anni il rischio di essere ricoverato è venti volte più alto per un non vaccinato, quindici volte in più per un 60-79 enne, e di nove volte in più per un over 80. Sempre l'elaborazione dati dell'Istituto superiore di Sanità mostra che l'età mediana di chi è vaccinato con due dosi finisce in ospedale prevalentemente in età più avanzata, 79 anni, che scende a 52 anni per i non vaccinati. In Terapia intensiva per i non vaccinati è 61 anni, contro i 74 dei vaccinati. L'età mediana si differenzia dalla media perché rappresenta il valore intermedio fra gli estremi. Resta la domanda: chi è vaccinato perché finisce in ospedale? L'Istituto superiore di Sanità non ha statistiche affinate sulle malattie pregresse dei ricoverati per Covid perché dipendono dalle Regioni. Il Veneto ha analizzato le cartelle cliniche dei suoi 2.348 pazienti ospedalizzati per Covid tra il 1° maggio e il 31 agosto 2021, e con questi dati è possibile andare più a fondo proprio sul loro precedente stato di salute. Guardiamo, per esempio, la fascia 60-79 anni. Con zero patologie fra i non vaccinati vediamo 163 ospedalizzati e 82 in Terapia intensiva; fra i vaccinati sono 12 e 2 in Terapia intensiva. Con una patologia i non vaccinati sono 201, 141 in Rianimazione; fra i vaccinati 22, e 3 in Terapia intensiva. Con 2-3 patologie 189, 120 in Terapia intensiva, fra i vaccinati sono 31, e 11 in Terapia intensiva. Sappiamo, però, che i dati assoluti possono trarre in inganno. A maggio, per esempio, i non vaccinati sessantenni erano più dei vaccinati della stessa fascia di età: è comprensibile, dunque, che i ricoverati tra i non vaccinati siano di più indipendentemente dall'efficacia del vaccino. Per questo è indispensabile avere una platea di riferimento dove inquadrarli, e nei quattro mesi presi in considerazione questa platea cambia enormemente di settimana in settimana. Allo stesso tempo sappiamo che quando la stragrande maggioranza sarà vaccinata, in ospedale ci andranno perlopiù i vaccinati, lo stiamo già vedendo a livello nazionale per gli ultraottantenni. Però fatto 100 i ricoverati vaccinati, e 100 quelli non vaccinati, i dati del Veneto danno indicazioni importanti e chiare. Fra i 40 e i 79 anni ha già di suo una patologia rilevante il 30-32% dei vaccinati finiti in ospedale per avere contratto il virus, e il 46% di patologie ne ha due o tre. Parliamo di diabete, malattie cardiovascolari, renali, respiratorie, oncologiche. Al contrario i non vaccinati hanno più rischi di finire in ospedale anche da sani: per esempio tra i 40-59 anni il 61% non ha nessuna patologia pregressa. Cresce anche la durata media del ricovero: 25 giorni per i 60-79 enni non vaccinati, contro i 15 per i vaccinati. Un'altra analisi preliminare dell'Ats di Milano mette a confronto 2.220.667 vaccinati che hanno avuto 3.136 ricoveri (0,1%), contro 472.215 non vaccinati che hanno avuto 5.818 ricoveri (1,2%). I due gruppi sono stati osservati dal primo gennaio al 30 settembre del 2021. I dati di ricovero dei vaccinati mostrano chiaramente come il rischio di ospedalizzazione aumenta proporzionalmente in relazione a determinate patologie, da quella più bassa come l'ipertensione, poi via via salendo c'è il diabete, cardiopatie, broncopneumopatie, trapiantati e immunocompromessi. Il vaccino, in ogni caso riduce il rischio di finire in ospedale sia per i sani (93%), sia per chi soffre di patologie croniche. Ma per le categorie dei trapiantati e degli immunocompromessi può esserci una percentuale di protezione lievemente inferiore (87%). Infine, per quel che riguarda i decessi delle persone vaccinate, su un campione di 171 cartelle cliniche su 1.440 esaminate dall'Iss (al 5 ottobre), emerge che l'età media dei vaccinati con ciclo completo morti di Covid, è di 86 anni e con 5 patologie pregresse, contro gli 80 anni e tre patologie dei non vaccinati, o che hanno ricevuto una sola dose».

LE PROTESTE DI TRIESTE, PUZZER LASCIA

Scontro fra i portuali di Trieste no green pass. Il leader Puzzer si dimette: «Avanti o mi staccano la testa». Fausto Biloslavo sul Giornale.

«Se la polizia carica ci sediamo tutti a terra e facciamo resistenza passiva» spiega un militante del coordinamento che ha dato vita ai cortei di protesta no pass a Trieste. Una trentina di duri e puri dell'ala di estrema sinistra sono riuniti in circolo sotto il cavalcavia davanti al valico 4 del porto. E spunta pure una pasionaria che si presenta come «agente di polizia penitenziaria no pass». La notte precedente è successo di tutto: prima i portuali hanno annunciato con un comunicato che tornavano al lavoro, poi pressati dalle proteste dello zoccolo duro e di chi non ha nulla a che fare con lo scalo, compreso il candidato sindaco no vax, Ugo Rossi, che ha preso oltre il 4% dei voti a Trieste, hanno fatto marcia indietro ribadendo che «il presidio continua fino al 20 ottobre e non si molla». Poche ore dopo, Stefano Puzzer, detto «Ciccio», anima della protesta che ha messo in difficoltà lo scalo giuliano, si è dimesso da portavoce del Coordinamento dei lavoratori portuali «per continuare la lotta». Al gruppo dell'ala sinistra dei no pass ha ribadito che «non sono Dio. Mi dimetto per non coinvolgere i portuali che non sono d'accordo. Trieste continua ad accogliere gli italiani contrari al green pass». In realtà è in atto un braccio di ferro fra gli irriducibili che vogliono continuare la protesta e gli stessi portuali che hanno capito di essersi infilati in una strada senza ritorno. La parte finale del comunicato che mollava la presa lo avrebbe scritto Alessandro, che tutto chiamano Sandi, Volk, 62 anni, il più anziano fra i portuali. Si autodefinisce «comunista che si trova meglio con i fascisti». La retromarcia è stata imposta da una minoranza, non più di 15 persone, con forti pressioni dall'ala esterna di estrema sinistra e dalla pressione della piazza no pass che non lavora in porto. A tal punto che lo stesso Puzzer avrebbe detto ai suoi colleghi: «Altrimenti questi mi staccavano la testa». Il risultato del caos interno si vedeva già la notte di sabato: solo un pugno di portuali presidiava le sbarre dell'ingresso del porto rispetto al primo giorno quando erano quasi in duecento. Il resto dei no pass era gente attirata dalla protesta. «Ad una certa ora sembrava un rave party» sentenzia uno dei primi manifestanti no pass al fianco dei portuali. In alcuni momenti sembra di assistere ad un'operetta fra bambini che ballano in mezzo ai manifestanti giunti da Rovereto, Firenze, Roma ed una signora con un cartello «Trieste chiama e Trento risponde». Il «popolo» no pass, che sta diminuendo, ma ieri c'erano comunque 3-4 mila persone, è confuso e disorientato dai colpi di scena. Il gruppo antagonista, deciso a «resistere», ha cercato di scavalcare i portuali rimasti, non più di una trentina per prendere il controllo. Nel pomeriggio di ieri si è rischiato lo scontro fisico ed è ricominciata la caccia ai giornalisti. Gli antagonisti hanno annunciato che «proseguiremo ad oltranza». Puzzer e una quarantina di portuali hanno rischiato di venire travolti per «tradimento». Poi il capo popolo ha rilanciato la linea dura fino al 20 ottobre. E annunciato che «saranno giornate calde. Siamo qui per stare uniti, non per dividerci». In serata sono arrivati rinforzi e la polizia è stata chiara: da oggi non verrà più tollerata la presenza di contestatori no pass davanti al valico 4. Maurizio, autotrasportatore di Monfalcone, non vuole andarsene: «Abbiamo iniziato questa battaglia pacificamente e la porteremo a conclusione». L'obiettivo di fare ritirare l'obbligo del green pass sul posto di lavoro è velleitario e gli stessi sindacati confederati di Trieste hanno chiesto che «si liberi il porto». Le pettorine gialle dei portuali veri sono sempre meno. Di notte i no pass bivaccati davanti al valico sono in pochi, anche se ogni tanto echeggia ancora il grido di battaglia «la gente come noi non molla mai».

Gabriele Cané sul Quotidiano Nazionale valuta che i No Green pass di Trieste sarebbero “la minoranza di una minoranza”.

«Alla fine è stata fatta chiarezza: al porto di Trieste si sciopera, ma non troppo. Parliamo del varco 4, focolaio della «rivolta», perché negli altri non si è mai scioperato. Volendo sintetizzare dopo l'annuncio di pace, e la nuova proclamazione di guerra, si può dire che i portuali che sarebbero l'avanguardia e la roccaforte del movimento No Green pass, sono in realtà la minoranza di una minoranza. Molto meno di quel 15 per cento di italiani che ancora non si è vaccinato, e delle centinaia di migliaia che stanno prendendo d'assalto le farmacie per fare almeno il tampone.  Che non è uno scudo anti virus, ma la foto di come stai quel giorno. Del resto, la «furia operaia» di Trieste animata in realtà, e con tutto il rispetto, da quattro gatti dei quattro gatti, non è l'unico esempio di come sono le piazze che si oppongono alla carta verde: la somma di gruppi, gruppetti e gruppuscoli, oltre a un vasto popolo dei social, gli arci convinti dagli studi su Google che questo lasciapassare sia un attentato alla libertà personale, più della patente o della cellula che segnala ogni movimento del telefonino, e dunque nostro. Insomma, esorcizzato il fascismo con la manifestazione di Roma, bisognerà darsi da fare per isolare a norma di legge altri estremisti che alimentano le proteste: gli anarchici e i gruppuscoli di ultra sinistra sfasciatutto, facilmente reperibili nei loro covi; gli autisti dell'est, a cui non basta vedere il boom di contagi nel Regno Unito senza regole, o la strage a casa loro, nella Romania no vax, per porgere il braccio al vaccino; o gli invasati della religione che mostrano la croce ai poliziotti, perché Dio li guida e Satana sta con le restrizioni del governo. Soprattutto bisognerà ricominciare a ragionare partendo dal cardine di una democrazia: che a decidere è la maggioranza; che delle minoranze va tenuto conto, ma senza ribaltare le gerarchie. Se poi a fare la voce grossa sono addirittura minoranze delle minoranze, guai ad alzare noi stessi il volume accreditandoli di un peso che non hanno. E guai a non intervenire in caso di violazione di legge come è accaduto tardivamente a Roma. Se lo sciopero dei portuali di Trieste è stato giudicato illegittimo dalla commissione di garanzia, ad esempio, quella illegalità non va consentita. Stop. Facendo chiarezza. Anche con la forza, certo. Della legalità».

NO GREEN PASS:DA CACCIARI A VIGANÒ

Repubblica racconta oggi l’anima di estrema sinistra della protesta contro il Green pass: dai sindacati di base fino ai centri sociali. Matteo Pucciarelli.

« Per dirla con le parole di Luciano Muhlbauer, una vita nei movimenti a partire dalla Pantera, questa storia del Green Pass «produce spaccature trasversali e una polarizzazione inutile, anche nel nostro mondo». Cioè a sinistra, in quella più radicale: dai sindacati di base fino ai centri sociali. La discussione attorno al lasciapassare accende gli animi e finisce per dividere una realtà già per propria natura assai incline alla frantumazione. Degli ormai micro-partiti d'area l'unico che ha preso una posizione netta è il Pc di Marco Rizzo. Unico esponente fieramente stalinista della galassia "neocom", molto ammirato e blandito a destra («l'ultimo vero comunista rimasto», è il tributo che spesso gli arriva da esponenti politici di estrazione opposta), il Pc è sceso in piazza più volte con le proprie bandiere per protestare contro il certificato. Di fronte alle scene dell'assalto alla Cgil, Rizzo ha evocato una non ben chiara strategia della tensione. Come Giorgia Meloni. Comunque, e questo lo premettono tutti a sinistra, «non è una battaglia contro il vaccino, ma - è la posizione del Pc - contro un mezzo anti-scientifico, inutile, ricattatorio, divisivo e degradante come il Green Pass nei luoghi di lavoro ». La faccenda è ingarbugliata, di certo vedere le piazze riempirsi attorno a un tema che implicitamente è anche anti-governativo desta curiosità e speranze di rovesciamento dell'esistente, come si suol dire. Vuoi mai che sia possibile sfruttare o cavalcare l'onda? Nelle settimane scorse ad esempio il collettivo di scrittori Wu Ming ha veicolato un "kit di pronto soccorso antifascista contro il nuovo lasciapassare". Dopo qualche giorno sul proprio blog Giap, in due puntate, hanno rilanciato una lunga riflessione sui perché e sui per come dell'avversione. Arrivando a sostenere che «nel loro modo sballato, quelli che il mainstream e la sinistra perbene chiamano no vax sono tra i pochi a tentare una critica alla scienza medica sul versante della produzione, dei rapporti di proprietà. Nel loro confusionismo, alcuni di loro sono istintivamente più "marxisti" di certi eredi del marxismo smarritisi nello scientismo». Tradotto: confusi, complottisti, furiosi, eppure dentro il cuore di ogni no vax c'è un anelito di lotta da capire e magari indirizzare. Stesso discorso sulle proteste dei portuali. Riprendendo le parole del ricercatore triestino Andrea Olivieri, autore della casa editrice comunista e libertaria Alegre: «La rabbia che frettolosamente è stata etichettata di volta in volta come "negazionista" sta subendo una curvatura, e anziché incanalarsi solo in direzione di un'indistinta protesta antisistema, contro i vaccini e un generico potere globale, sta affrontando la questione squisitamente materialista e del tutto marxista dei rapporti di produzione e del conflitto tra capitale e lavoro». Sarà. Dopodiché in generale tra gli "anti" vanno molto le riflessioni dei filosofi Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, coautori della nota "A proposito del decreto sul Green Pass", definito «pratica discriminatoria»; ma pure le intemerate di Ugo Mattei, già teorico dei beni comuni. La presa di posizione dello storico Alessandro Barbero che ha firmato un appello assieme a 300 colleghi professori contro il lasciapassare per frequentare l'università, è diventata un'arma per convincere molti ad abbracciare la battaglia. Poi ci sono pezzi di Cobas, Usb, Cub: a vario titolo il sindacato più di conflitto si pone in contrapposizione con lo strumento, anche in polemica con il "moderatismo" di Cgil, Cisl e Uil. Giorni fa a Milano ci sono stati fischi, urla e insulti fuori dalla Camera del Lavoro: da una parte il servizio d'ordine della Cgil, dall'altro le bandiere rosse dei sindacati di base, in strada per lo sciopero generale indetto da questi ultimi. Divisioni di vecchia data che con l'imposizione del certificato si sono riproposte. Infine, e in fondo sarebbe pure comprensibile data l'estrazione culturale, c'è la galassia anarchica, insofferente a qualsiasi forma di controllo. Il Terra di nessuno a Genova, il Rosa Nera di Milano, il Telos di Saronno. Manca però un coordinamento: in piazza ci si va anche solo per capire cosa sta succedendo, per fiutare l'aria, sperando nella rivolta, purchessìa».

Fabrizio d’Esposito sul Fatto sottolinea l’adesione al No Green pass delle frange cattoliche ultra tradizionaliste.

«Dai ringraziamenti pubblici di Donald Trump via Twitter alla vigilia delle Presidenziali Usa 2020 alla videobenedizione impartita agli squadristi di Forza Nuova. Ci riferiamo a Monsignor Macchietta alias Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, ispiratore del Vatileaks 1 e cospirazionista anti-bergogliano che propaganda le sciempiaggini di QAnon e del Great Reset. Monsignor Macchietta è ormai un habitué di questa rubrica e non possiamo non citare il suo intervento nella piazza del tragico sabato fascista dell'assalto alla Cgil, il 9 ottobre scorso a Roma. Un intervento per niente raccontato e su cui vale la pena ritornare per l'irrisolta questione del colore politico di quella piazza. Non tutti fascisti, certo. Ma come ha obiettato Marco Revelli quella piazza si può definire "innocente" se ha applaudito con convizione Giuliano Castellino, uno dei capetti di Forza Nuova oggi in carcere? E se ha applaudito, aggiungiamo noi, il grottesco videomessaggio di monsignor Viganò? Per la serie: "Passo dopo passo, ci hanno fatto credere che un'influenza stagionale come qualsiasi altro Coronavirus potesse uccidere migliaia di persone, senza però dirci che ai medici di base e nei reparti ospedalieri era stato vietato di somministrare cure, aspettando che la malattia si aggravasse". Per il prelato la pandemia è una sorta di labirinto luciferino funzionale al Nuovo Ordine Mondiale, una lotta del Bene cristiano (secondo la concezione cristiana di Viganò, meglio specificare) contro il Male delle mascherine, dei vaccini e adesso del green pass. Ancora dal videomessaggio: "Dobbiamo uscire da questo labirinto, cari amici. Ma non possiamo uscirne limitandoci a protestare contro il green pass, che è solo il più recente strumento di repressione, e certamente non l'ultimo. La pandemia è uno strumento di ingegneria sociale provocato ad arte con lo scopo di portarci proprio al green pass, al controllo totale, alla limitazione delle libertà naturali e costituzionali in nome di un Great Reset che nessuno di noi vuole, che nessuno ci ha mai chiesto di votare, che concentra il potere e le ricchezze nelle mani di un'élite". Nei giorni post-squadrismo a puntellare il delirio di Monsignor Macchietta è comparso Giuseppe Di Bella, figlio di Luigi e continuatore del controverso metodo del padre contro il cancro. Sostiene Di Bella junior che "la tirannia che viviamo era stata profetizzata Giovanni Paolo II ". Addirittura. Ossia "il nuovo totalitarismo globale" peggiore di tutte le dittature del passato. Anche il medico individua un mandante diabolico e fa insinuazioni che toccano il Colle più alto della Repubblica. Di Bella jr ha infatti organizzato venerdì scorso una "recita comune del Rosario contro il Nuovo Ordine Mondiale" anche in "riparazione della crescente esibizione di simbologie sataniche a Roma, come la 'Porta dell'inferno' esposta nelle Scuderie del Quirinale proprio a partire dal 15 ottobre. Giorno in cui si calpesta il diritto al lavoro con il green pass". Venerdì 15, infatti, alle Scuderie del Quirinale è stata inaugurata la Mostra "Inferno" di Jean Clair. Per i cospirazionisti tutto fa brodo (di coltura)».

BILANCIO E REDDITO DI CITTADINANZA

Oggi il governo invia a Bruxelles lo schema di legge di Bilancio, da oltre un punto di Pil. Parte il confronto con i partiti: il premier non vuole rotture ed è pronto a mediare. Per Repubblica il punto di Roberto Mania.

«Una manovra all'insegna della protezione sociale e della crescita del Pil. Sono i due corni della prima legge di Bilancio del governo Draghi. Oggi sarà spedito alla Commissione di Bruxelles il Documento programmatico di bilancio, con la griglia delle misure che finiranno nella Finanziaria. Entro mercoledì dovrebbe essere varata la manovra vera e propria ma tutto fa pensare che ci sarà uno slittamento, d'altra parte la scadenza del 20 ottobre non è perentoria. Le risorse in campo saranno di poco superiori ad un punto di Pil, fino a circa 25 miliardi. L'obiettivo è spingere la crescita dell'economia. La politica economica espansiva non verrà dunque abbandonata. E lo sarà finché il Pil e l'occupazione - è questa la strategia di Draghi e del ministro dell'Economia, Daniele Franco - non saranno tornati ai livelli precedenti la pandemia e avranno recuperato anche la mancata crescita rispetto al 2019. Peraltro proprio il forte rimbalzo dell'economia italiana (il 2021 chiuderà con un tasso di crescita di almeno il 6 per cento) ha consentito di ridurre, seppur di poco, anche la percentuale del debito rispetto al Pil. Il premier Draghi ha scelto una linea "soft", negozierà con tutti i partiti che lo sostengono. Ciascuno ha le sue "bandierine" e con nessuno intende andare allo scontro. Tuttavia gli interventi non dovranno essere in contrasto con l'obiettivo di dare una spinta alla crescita. L'impulso agli investimenti pubblici, con l'effetto moltiplicatore che poi generano, arriva dai 221,5 miliardi di euro del pacchetto Next Generation Eu, dei quali 191,5 miliardi provenienti dal Pnrr e 30 miliardi dal Fondo nazionale complementare. La crescita finora registrata non risente se non in maniera marginale dello stimolo di questi fondi. Da qui l'ottimismo del governo che prevede per i prossimi anni - è scritto nella Nota di aggiornamento al Def - «una fase di vera e propria espansione economica, che porterà la crescita del Pil e dell'occupazione nettamente al di sopra dei ritmi registrati nell'ultimo decennio». La stessa riforma del sistema fiscale (per ora una legge delega piuttosto generica) è finalizzata alla crescita del Pil. È la prima volta che succede. E il primo pacchetto di misure, inserito nella legge di Bilancio, dovrebbe riguardare la riduzione del cuneo fiscale e contributivo che appesantisce il costo del lavoro delle aziende e alleggerisce il netto delle buste paga dei lavoratori. Al taglio del cuneo potrebbero essere riservati fino a 8-9 miliardi per liberare risorse per gli investimenti aziendali e favorire la ripresa dei consumi interni. Sul primo passo sulla riforma fiscale è possibile una convergenza, visto che i partiti hanno incassato l'impegno a non alzare le tasse. Diverso lo scenario sulle altre partite. La bandiera della Lega di Salvini si chiama Quota 100. Il meccanismo, introdotto dall'alleanza populista giallo-verde del primo governo Conte, consente di andare in pensione una volta raggiunta la quota sommando età anagrafica e anni di contribuzione a partire da 62 anni di età e 38 di contributi. Alla fine dell'anno scade. La Lega ne chiede la conferma, i sindacati, con il Pd, propongono soluzioni flessibili a cominciare da 62 anni. Questo per evitare lo scalone che altrimenti si verificherebbe dal primo gennaio del 2022, dal momento che l'età pensionabile è quella fissata con la legge Fornero a 67 anni di età. Draghi sa che il tema va affrontato, ma non confermando Quota 100, anche perché la misura ha fallito nel presunto obiettivo di favorire il ricambio generazionale. E un fallimento è stato pure quello del reddito di cittadinanza (bandiera dei 5Stelle) come strumento di politiche attive per il lavoro. Questione che Draghi vuole rivedere (non è un caso che abbia rimosso dall'Anpal il presidente Mimmo Parisi voluto dai Cinquestelle) nell'ambito, però, della riforma degli ammortizzatori sociali, sui quali scommette il Pd con il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Draghi, dunque, non intende scardinare il reddito (ne condivide le finalità per la lotta alla povertà) ma ha chiesto di registrarlo meglio su altri capitoli: dal sostegno alle famiglie numerose all'accesso per i cittadini provenienti da Paesi esteri. Si piegheranno i 5Stelle?».

Alla domanda che pone Mania alla fine del suo articolo risponde proprio Il Fatto, che sottolinea la presa di posizione in materia del ministro 5 Stelle Patuanelli.

«Mettere in discussione il reddito di cittadinanza è "fuori dal tempo", assicura il ministro dell'Agricoltura 5 Stelle Stefano Patuanelli. Il fatto che però domenica mattina un big del Movimento sia costretto alla trincea testimonia la pessima aria che si respira attorno a una delle misure simbolo del M5S , sotto il costante attacco dell'opposizione - dove passa per "metadone di Stato" col copyright di Giorgia Meloni - e pure di pezzi del governissimo. Ieri, per non perdere l'abitudine, Lega, Forza Italia e Coraggio Italia hanno di nuovo chiesto al presidente del Consiglio Mario Draghi di superare il sussidio, di cui sono allo studio alcune revisioni legate soprattutto alle politiche attive per il lavoro e alla revisione dei criteri di accesso. Ad esporsi per conto dei berlusconiani è Maurizio Gasparri, minaccioso all'idea di nuovi finanziamenti per il reddito: "È bene essere chiari subito. Nessuno immagini di aggiungere altri 800 milioni nel 2022 allo sperpero del reddito di cittadinanza. Draghi avvisato mezzo salvato. Non si possono più dare soldi a un sacco di gente in cambio di nulla. Sarebbe un'autentica follia. Il reddito di cittadinanza così com' è va abolito". E per quanto antico sia l'odio forzista nei confronti del sussidio voluto dai 5 Stelle, raramente si era visto un esponente di primo piano del partito mettere in discussione la propria fedeltà alla linea del governo, al momento non certo orientato allo smembramento del reddito. Dalla Lega ecco invece il senatore Maurizio Campari, che si lancia in un ardito parallelo tra i lavoratori sottoposti a obbligo di Green Pass - altra misura parecchio contestata dai "duri e puri" del Carroccio - e i precettori dell'assegno: "La misura del reddito di cittadinanza non aiuta la ripresa, anzi, la mette in pericolo. E tra le tante assurdità, si palesa una vera e propria discrepanza sociale: i lavoratori sono obbligati a Green Pass mentre i precettori del reddito che rifiutano il lavoro non sono soggetti ad alcun obbligo". La sintesi dei totiani di Coraggio Italia è affidata alla deputata Daniela Ruffino: "Il reddito di cittadinanza ha dimostrato in questi anni di aver fallito clamorosamente tutti i suoi obiettivi. I 200 milioni (il finanziamento appena inserito nel decreto fisco-lavoro, ndr) per il reddito di cittadinanza non potevano essere spesi per il sostegno alle aziende?". La risposta ai dubbi totiani arriva, in via indiretta, proprio dal ministro del Movimento 5 Stelle Patuanelli, intervenuto a margine del Vinitaly: "Il ruolo che ha avuto il reddito di cittadinanza in questa fase storica del Paese è evidente. Abbiamo rifinanziato la misura per il 2021 proprio perché sempre più persone hanno bisogno, a causa anche della pandemia, di un sostegno". Motivo per cui "mettere in discussione questo strumento è fuori dal tempo, inspiegabile e immotivato". Anche se a farlo sono i Migliori».

Il Corriere della Sera, con il fondo di Federico Fubini, sostiene che questa fase dell’economia sia un’“occasione d’oro” da non lasciarsi sfuggire.

«L'enormità dell'occasione che si presenta all'Italia si coglie da una serie di primati impensabili, fino a poco tempo fa, che stiamo inanellando con perfetta nonchalance. Il più clamoroso probabilmente riguarda il debito pubblico, uno dei fattori che più ci distingue da qualunque altro Paese al mondo eccetto la Grecia e il Giappone. Il debito è più basso di come temesse lo stesso governo sei mesi fa, in proporzione al prodotto lordo (Pil), ma è ai livelli fra i più elevati della storia repubblicana e a uno dei più alti mai visti nell'Italia unita. Eppure sta succedendo qualcosa di incredibile (e positivo). Il costo in interessi di questo immenso debito, rispetto alle dimensioni dell'economia, sta tornando ad essere il più basso che un governo italiano abbia mai sopportato dal 1974: quasi mezzo secolo fa, quando il debito pubblico era di oltre il 100% del Pil inferiore a quello di oggi. Se i calcoli del governo sono esatti - e molto probabilmente lo sono - l'anno prossimo lo Stato pagherà in interessi una somma pari ad appena il 2,9% del prodotto, ma un quarto di essa rientrerà in modo quasi automatico sotto forma di dividendi al Tesoro da parte della Banca d'Italia (che ormai è il principale creditore dello Stato, avendo comprato quei titoli per conto della Banca centrale europea). Insomma, per un po' di tempo possiamo viaggiare leggeri come se non avessimo più sulle spalle il fardello di mezzo secolo di baby pensioni, corruzione, evasione, regalie e spesa clientelare. Possiamo farlo perché siamo nell'euro e la Bce ha adottato in pandemia una politica di enorme sostegno che solo una grande moneta di riserva globale può permettersi. Possiamo farlo perché abbiamo un governo credibile, al quale gli investitori prestano volentieri denaro accettando rendimenti medi che sono la metà dell'inflazione. Detto brutalmente: stiamo vivendo un'occasione d'oro. Irripetibile. Non ci saranno più anni come questo (e forse il prossimo, ma meno) in cui le regole di finanza pubblica europea sono sparite, il peso del debito in buona parte anche, le agenzie di rating ci ignorano beatamente, i vertici del governo conoscono i problemi del Paese e gli ingranaggi dello Stato per affrontarli e - per inciso - abbiamo duecento miliardi da spendere dei quali un terzo sono un regalo dell'Europa. Ma la stiamo cogliendo questa occasione? O rischiamo di sprecarla ad occhi chiusi? La domanda va rivolta in questo caso non tanto al governo, che ha messo sul tavolo la sua agenda dall'inizio, ma al Paese nel suo complesso. (…) Non capiterà un'altra volta (speriamo) che il Paese rimbalzi statisticamente dopo un crollo economico del 8,9% dell'anno prima. Non ricapiterà forse quasi mai che possa godere di questa enorme spinta della banca centrale e delle politiche di bilancio in deficit che stiamo vivendo. Eppure anestetizzata una parte del Paese lo sembra quando minoranze di categorie nei porti o alla guida dei Tir minacciano di bloccare milioni di altri lavoratori solo perché il governo cerca di mettere al sicuro la collettività (e la ripresa economica) tramite il green pass. Anestetizzata una parte del Paese lo sembra anche quando ogni piccola riforma del governo che è nei piani del Recovery, che sappiamo necessaria, incontra nei partiti e nei singoli gruppi d'interesse un attrito estenuante. Come se il proprio particolare fosse la sola cosa che esiste e che conta, per ciascuno. Se lo è, perché abbiamo chiamato le migliori figure istituzionali di cui l'Italia dispone per tirarci dalle secche? (…) La prova di maturità della stragrande maggioranza degli italiani in questi giorni dimostra che una svolta in meglio è possibile. Perché il momento d'oro è questo, o forse mai più».

FATTE LE ELEZIONI, RIPARTE IL GIOCO DEL QUIRINALE

Oltre alla politica economica, che terrà il Palazzo impegnato nei prossimi giorni, c’è un'altra partita che ricomincia dopo il voto: quella della successione a Mattarella. Raffaele Marmo ne scrive per il Quotidiano Nazionale:

«Chiuse le urne e archiviati i risultati di questo turno elettorale che lascia sul terreno vincitori e vinti in maniera netta, si apre il vero «grande gioco», quello del Quirinale. Una partita che da qui a febbraio terrà occupati e preoccupati leader e retroguardie come nessun altro risiko politico avvincente e decisivo: dall'esito del lungo match dipenderà l'assetto del potere italiano del decennio, e non solo di quello istituzionale. Ma se la posta in gioco è delicata e radicale insieme, il primo nome in ballo come prossimo presidente della Repubblica ha (avrebbe), sulla carta, la forza per imporsi da subito, determinando la chiusura del cerchio in modo rapido: ci riferiamo, come è implicito, a Mario Draghi. Il punto dirimente, però, è che se, Oltralpe, editorialisti, giornali (da Le Point al Figaro, a Le Monde) e analisti di primo piano lo vedono, con ammirazione, proiettato a diventare il De Gaulle italiano, i nostri politologi e osservatori più avveduti si mostrano, invece, scettici e perplessi rispetto a una parabola che porti l'ex numero uno della Bce a trasformarsi nel demiurgo di una nuova Repubblica, sul modello della Quinta francese, plasmata dal Generale nel '58. E, anzi, al dunque, intravedono tali e tanti ostacoli, rischi, freni, da ritenere implicitamente o esplicitamente preferibile che il premier resti a garantire da Palazzo Chigi la regia e la tenuta di questa fase di grave debolezza dei partiti, con l'obiettivo che il suo mandato possa andare anche oltre le elezioni del 2023. E così se il principe dei commentatori Alain Duhamel in un'intervista al nostro giornale spiega che «De Gaulle rimise in piedi la Francia: possiamo dire che Mario Draghi sta facendo la stessa cosa con l'Italia», Alessandro Campi, Professore di Scienza politica a Perugia, puntuale osservatore dell'Italia politica, avvisa: «Quella di Draghi-De Gaulle è una suggestione e basta. Perché abbia un senso dovremmo immaginare l'attuale Presidente del Consiglio che, una volta eletto al Quirinale, si metta a capo di un processo costituente che implichi la revisione in chiave semi-presidenziale della nostra Costituzione. Mi sembra un po' astratta come ipotesi. A meno di un nuovo regime di fatto, che sarebbe, però, uno sbrego istituzionale come lo chiamava Gianfranco Miglio. La mia impressione è che stiamo caricando Draghi di troppe aspettative». Meglio che rimane dove è, dunque? «Per una serie di veti incrociati - avverte Campi - e di preferenze per una figura terza al Quirinale non andrà Draghi e non vi resterà Mattarella. Penso che Draghi al Colle faccia paura a molti». Va oltre, ma sulla stessa linea, Sergio Fabbrini, decano di Scienze politiche, direttore della Luiss School of Government, già docente a Berkeley: «Non mi pare, parlando in astratto, che Draghi abbia le caratteristiche che possano farlo assimilare a un personaggio come De Gaulle. Rispetto al bivio Quirinale o Palazzo Chigi, entrambe le soluzioni avrebbero una loro ragionevolezza. Draghi al Quirinale vorrebbe dire ancoraggio europeo per sette anni dell'Italia, ma il capo dello Stato non ha funzioni operative. Mentre Draghi presidente del Consiglio è indispensabile per portare avanti il Pnrr, anche se nel 2023 potrebbe trovarsi fuori da tutto». Solleva un altro nodo primario Giovanni Orsina, politologo dei più acuti, professore alla Luiss: «Draghi ha in comune con De Gaulle più punti: è presidente del Consiglio per un fallimento delle forze politiche tradizionali in un'emergenza, ha una base di potere personale, che prescinde dai partiti e se andasse al Quirinale potrebbe mettere le basi per una torsione semi-presidenzialista del sistema, non necessariamente passando per una riforma costituzionale, anche solo utilizzando i poteri a fisarmonica del presidente. Il nodo, però, è che De Gaulle aveva un carisma popolare, Draghi trae la sua forza da una carriera tecnocratica, dai rapporti internazionali. Il problema di come ricucire e di come tornare in una dimensione di fisiologia democratica si porrebbe». Chiude con una nota senz' appello Claudio Velardi, spin doctor di lungo corso: «Draghi sarebbe anche meglio di De Gaulle, ma al Quirinale non avrebbe i poteri per fare De Gaulle. Mentre oggi è indispensabile che lui porti avanti riforme e Pnrr e queste cose si fanno da Palazzo Chigi. Non ci sono, per di più, le condizioni politiche perché Draghi vada al Quirinale: fanno tutti finta di volerlo. Semmai, conterebbe enormemente di più che rimasse alla guida di un governo Ursula anche dopo il 2023. Occupiamoci di questo».

Giuliano Ferrara sul Foglio però non crede che Draghi possa continuare a guidare il Governo fino al 2023.

«Questa cosa di Draghi che governa fino al 2023 e oltre non convince. Già l'elezione di un nuovo presidente della Repubblica che non sia Draghi, con la prosecuzione del governo in carica fino a fine legislatura, ha il sapore di un'avventura difficile, probabilmente impossibile. Appena insediato al Quirinale il nuovo inquilino, chiunque egli sia, la pressione per nuove elezioni immediate si farebbe estrema e penetrerebbe nei piani alti della maggioranza attuale. Di fronte agli imperativi del piano di rinascita, e con una notevole forzatura, sarebbe possibile organizzare una linea di resistenza allo scioglimento delle Camere, ma si inizierebbe comunque la campagna elettorale e le conseguenze ricadrebbero per intero sul governo Draghi in carica. Si perderebbe l'effetto dell'esecutivo di emergenza, decisionista per la missione affidatagli e per un concorso di circostanze che la nuova situazione rimetterebbe in discussione integralmente. Quanto al futuro appena più lontano, proiettare Draghi oltre le elezioni politiche, che a quel punto diverrebbero la materia del contendere, scatenando ovviamente gli appetiti e i desideri antagonisti di gruppi, partiti, persone oggi decisivi per l'equilibrio della soluzione lanciata da Mattarella con l'ex governatore della Bce, sarebbe una fantasia patologica».

Alessandro Giuli su Libero sostiene che il vero candidato di Mattarella è Draghi.

«Mentre il capo dello Stato in carica va cercando casa a Roma come un privato cittadino e lascia che il suo consigliere giuridico Daniele Cabras si diriga verso il Consiglio di Stato, Draghi sta imprimendo un'accelerazione formidabile al piano di vaccinazione (di qui la sua fermezza non negoziabile sul Green Pass) in vista di un ritorno alla normalità post virale confortato dai riscontri epidemiologici e che passa necessariamente per una legge di stabilità che incardini in modo pressoché irreversibile i requisiti economici e finanziari sui quali si basa il Pnrr. In altre parole, siamo al cospetto di un disegno complessivo secondo il quale la Repubblica deve uscire senza scosse dallo stato d'eccezione per recuperare i fondamentali di una dialettica parlamentare che preluderà allo scioglimento delle Camere previsto per il 2023. Restano naturalmente sul campo diverse incognite. A cominciare dalle geometrie variabili dei partiti e dei gruppi d'interesse che pongono sullo scacchiere quirinalizio pezzi grossi come Marta Cartabia, Romano Prodi o Giuliano Amato, oltre al sempreverde Silvio Berlusconi e ad altre (poche) riserve repubblicane di centrodestra. Ad arricchire il paesaggio c'è anche l'autoproclamato partito di Draghi che, come dimostra la recente sortita di Carlo Calenda, vorrebbe costruire per lui una sorta di premiership illimitata. Staremo a vedere. Di là dal totonomi, nel percorso istituzionale tracciato dal Colle s' indovina un tratto distintivo obbligato riassumibile in due parole: pacificazione nazionale. Vuoi perché non è mai desiderabile al Quirinale una figura di rottura prodotta da una cordata "di parte", vuoi perché i recenti fatti di cronaca politica hanno innescato una pericolosa deriva in una campagna elettorale per le amministrative dominata da un anacronistico revival di tensioni ideologiche e conflitti che richiamano il peggior Novecento. Ai più acuti osservatori non è sfuggito come Mattarella, di fronte alle violenze squadriste contro la sede della Cgil, abbia manifestato la massima condanna senza indulgere ad alcuna lettura che potesse avallare una qualche forma di debolezza da parte dello Stato: fermo restando il «forte turbamento», il presidente della Repubblica ha escluso ogni «preoccupazione» aggiungendo che «si è trattato di fenomeni limitati che hanno suscitato una fortissima reazione dell'opinione pubblica». Come a dire che sia la cosa pubblica sia il corpo civico della nazione sono ben saldi nel respingere l'aggressione e assieme a essa ogni sopravvalutazione allarmistica della recrudescenza neofascista. Una autentica lezione di stile, e al tempo stesso un buon incoraggiamento per il ceto partitico e parlamentare dal quale verrà fuori il nome del prossimo inquilino quirinalizio. Da ultimo. Nel novero dei più ascoltati consiglieri di Mattarella figura Giovanni Grasso (addetto a Stampa e Comunicazione), autore di un romanzo storico appena uscito per Rizzoli (Icaro, il volo su Roma) e dedicato a Lauro De Bosis, poeta e letterato antifascista, valido grecista e traduttore del Ramo d'oro di James. G. Frazer, animato da un vitalismo eroico (dannunziano, si direbbe) che lo portò alla morte in un volo fatale da lui compiuto in nome della libertà. Pochi ricordano che l'associazione clandestina fondata da De Bosis per opporsi al mussolinismo si chiamava "Alleanza nazionale per la libertà" e che la famiglia De Bosis ebbe rapporti di famigliarità con il principe Leone Caetani, insigne islamista espatriato a causa del regime, teorico di una religione civile nazionale nella quale l'intero arco parlamentare italiano non dovrebbe faticare a riconoscersi. Anche questo, se pur sia presto per stilare bilanci, è un prezioso lascito del settennato in scadenza».

IL  MISSILE IPERSONICO DI PECHINO

La notizia più importante che arriva dall’estero è stata rivelata dal "Financial Times". La Cina avrebbe lanciato lo scorso agosto un nuovo missile nucleare ipersonico. Gianluca Modolo per Repubblica.

«Un missile ipersonico con capacità nucleare lanciato in gran segreto. Un giro della Terra, viaggiando nell’orbita bassa del pianeta che, seppure abbia mancato di una trentina di chilometri il suo obiettivo finale, dall’altra parte del mondo, a Washington, ha fatto drizzare più di qualche capello. Dimostrando che Pechino è molto più avanti in questo campo di quanto i funzionari americani immaginassero. Il lancio del missile a planata ipersonica, rivelato ieri dal Financial Times, sarebbe avvenuto ad agosto a bordo del razzo Lunga Marcia. E mai segnalato. Pechino ha l’abitudine di numerare tutti i decolli: il 19 luglio era stato registrato il 77° lancio, il 24 agosto il 79°. Nessuna traccia della missione numero 78. “Non abbiamo idea di come abbiano fatto a compiere un test del genere”, racconta una delle fonti, anonime, al quotidiano britannico. La nuova corsa alle armi ipersoniche tra Cina, Stati Uniti e Russia, inclusi proprio gli Hgv (veicoli plananti lanciati da razzi, che viaggiano a cinque volte la velocità del suono e sono manovrabili, quindi più difficili da tracciare) sembra far registrare dunque un nuovo balzo in avanti di Pechino. E i missili, armati con una testata nucleare, notano gli esperti, darebbero alla Cina la capacità di neutralizzare i sistemi di difesa statunitensi. “Abbiamo chiarito le nostre preoccupazioni sulle capacità militari che la Cina continua a perseguire, capacità che fanno aumentare le tensioni nella regione e non solo. Questo è uno dei motivi per cui riteniamo che la Cina sia la nostra sfida numero uno” ha commentato il portavoce del Pentagono, John Kirby, senza tuttavia entrare nel merito del test cinese sulla nuova arma. Arma che, sostengono le fonti del giornale londinese, potrebbe in teoria sorvolare il Polo Sud: una sfida non da poco per l’esercito americano visto che i suoi sistemi di difesa missilistica si concentrano invece nella rotta polare al Nord. La rivelazione arriva mentre l’Amministrazione Biden è alle prese con la Nuclear Posture Review - il processo per determinare il ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza della nazione - che al Congresso vede opporsi coloro che sostengono un controllo sugli armamenti a coloro invece che credono che gli Usa - proprio a causa della Cina - debbano fare di più per modernizzare il proprio arsenale nucleare. La risposta cinese, al momento, è affidata al portavoce dell’ambasciata a Washington: “Non abbiamo una strategia globale e piani di operazioni militari come hanno invece gli Stati Uniti. Non siamo affatto interessati a partecipare ad una corsa agli armamenti con gli altri Paesi. Al contrario, negli ultimi anni gli Usa hanno inventato scuse come la "minaccia cinese" per giustificare l'espansione degli armamenti e lo sviluppo di armi ipersoniche”. “Tuttavia - scriveva invece ieri in un editoriale il Global Times, la voce della propaganda comunista - l’espansione militare della Cina si concentrerà sullo Stretto di Taiwan e sul Mar Cinese Meridionale”. Un programma missilistico, quello cinese, avvolto dalla segretezza. Quest’estate le immagini satellitari analizzate dagli esperti statunitensi avevano rivelato la presenza di centinaia di nuovi silos per missili balistici intercontinentali nel Gansu e nel Xinjiang. Secondo l’istituto svedese Sipri, tuttavia, la Cina avrebbe a disposizione 320 testate nucleari, ben poche rispetto alle 5.800 degli Usa e alle 6.300 della Russia. Quello che invece non è un segreto è il sogno di potenza militare di Xi. “Dobbiamo accelerare la modernizzazione delle forze armate”, disse il 1° luglio in occasione del centenario del Partito. Una modernizzazione che ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni (193 miliardi di dollari il budget del 2020, +6,6% rispetto all’anno precedente) e i cui obiettivi il presidente - nonché numero uno della Commissione militare - esplicitò già nella relazione all’ultimo Congresso del Pcc nel 2017: costruire un esercito moderno entro il 2027 e trasformarlo, entro il 2050, in una “forza armata di prima classe a livello mondiale”».

IN FRANCIA ZEMMOUR CONTRO MACRON

Non è ancora candidato ufficialmente, ma è il vero favorito nella corsa all'Eliseo, alla pari con la Le Pen. È il giornalista “trumpiano” Éric Zemmour . Se ne occupa Anais Ginori per Repubblica.

«Il ciclone Zemmour prosegue la sua corsa, almeno nei numeri. Non è solo il nuovo libro-manifesto di Éric Zemmour a scalare le classifiche. Il popolare commentatore sta conquistando consensi in un'ipotetica corsa all'Eliseo su cui pochi ormai hanno dubbi sull'onda di sondaggi che lo fanno volare come raramente si è visto nella politica francese. In meno di un mese, Zemmour ha conquistato quasi dieci punti, passando da 7 a 17 per cento nelle preferenze per il primo turno alle presidenziali, secondo l'ultimo sondaggio Ifop per Le Figaro. Il giornalista sessantenne - che non è ancora candidato - è virtualmente già davanti al favorito della destra, Xavier Bertrand, e alla pari con Marine Le Pen. A duecento giorni dal voto, Emmanuel Macron continua a essere in cima alle rilevazioni, ma nessuno è più in grado di prevedere chi altro passerà al ballottaggio delle presidenziali. «Questa incertezza è senza precedenti», commenta Frédéric Dabi dell'Ifop. Qualcuno pensa che Zemmour sia una "bolla mediatica" che presto si sgonfierà. Il politologo Dabi è prudente. «La dinamica è chiaramente dalla sua parte, sta diventando il punto di riferimento per la destra e l'estrema destra». Potrebbe essere un Trump alla francese, ammantato di una patina più intellettuale. «Sono l'unico a poter mettere insieme la borghesia patriota e le classi popolari», rivendica il giornalista pluricondannato per incitamento all'odio razziale a causa delle sue dichiarazioni su Islam e musulmani. Ha già trovato chi lo finanzia (l'imprenditore di estrema destra Charles Gave) e può contare sull'appoggio dell'impero mediatico di Vincent Bolloré nel quale è stato uno dei commentatori più in vista. Durante le affollate presentazioni del suo pamphlet ( La France n'a pas dit son dernier mot), i fan scandiscono immancabilmente "Zemmour Président". Nel suo entourage tutto è pronto per la discesa in campo. «Davanti all'entusiasmo che sta suscitando abbiamo una responsabilità», spiega Olivier Ubéda, nuovo responsabile comunicazione, in passato collaboratore di Nicolas Sarkozy. «Zemmour è nella tradizione di una destra conservatrice, bonapartista, quello che un tempo era l'Rpr», sostiene Ubéda, citando il nome del partito neogollista creato nel 1976 da Chirac, al quale Zemmour ha dedicato un libro. Il fenomeno politico del momento deve molto alla sua spin doctor Sarah Knafo, 28 anni, ambiziosa énarque che ha già collaborato con Henri Guaino, uno dei più fidati consiglieri di Sarkozy, e con un sito di letteratura fondato da Jacques Attali, oltre a far parte della Corte dei Conti guidata da Pierre Moscovici che le ha chiesto di mettersi in aspettativa quando ha scoperto la sua militanza. Knafo è stata fotografata da Paris Match in amorosi atteggiamenti con Zemmour. Il polemista, sposato con quattro figli, ha protestato per la paparazzata. Il portavoce sostiene che «i francesi se ne fregano della vita privata, non siamo negli Stati Uniti». E comunque, aggiunge, «è una love story».

MISSIONARI RAPITI AD HAITI

Sono stati bloccati 17 missionari americani ad Haiti, nel gruppo anche 3 bambini che tornavano da un orfanotrofio. La cronaca di Michele Farina sul Corriere.

«Li hanno bloccati per strada mentre tornavano da un orfanotrofio fuori Port-au-Prince. Tornavano alla loro base a Titanyen, che in creolo vuole dire «un pezzetto di niente». Haiti vanta il più alto tasso di rapimenti al mondo, le bande armate che controllano metà della capitale nel 2021 hanno già sequestrato ufficialmente 600 persone, scolari e suore, giovani ambulanti e anziani con il sacchetto della spesa. Ma 14 missionari (alcuni anziani) più tre bambini non li aveva ancora rapiti nessuno. Sedici cittadini Usa e un canadese, religiosi e familiari appartenenti a Christian Aid Ministries, un gruppo di cristiani anabattisti (tra cui Amish e Mennoniti) con base in Ohio che nel Paese più disastrato delle Americhe danno aiuto a 9 mila scolari. Molti erano alla prima visita, alcuni si stavano dirigendo all'aeroporto per tornare negli Usa. L'ambasciata americana sapeva della loro presenza, e forse qualcuno ha sottovalutato le mire della gang «400 Mawozo» («400 inesperti») che controlla l'area intorno a Ganthier, gli stessi che ad aprile avevano portato via cinque preti cattolici e due suore. Non si può dire che non siano ferocemente ecumenici: questa volta hanno fermato i religiosi anabattisti sulla Route 8 con un finto posto di blocco, sabato mattina (notizia diffusa ieri), all'indomani della decisione del Consiglio di Sicurezza di rinnovare la missione politica dell'Onu per altri 9 mesi. Le bande se ne fregano dell'Onu e della polizia, in un Paese che forse mai in anni recenti si era trovato così alle corde. La crisi politica, un presidente impopolare assassinato a luglio (nessuna novità sui responsabili) con spezzoni di classe dirigente che si rimpallano le accuse, un altro terremoto che ha fatto oltre duemila morti ad agosto, l'ondata di rapimenti, la terza ondata di Covid con la carenza costante di ossigeno (altro che vaccini). I messaggi di padre Rick Frechette, che guida i progetti della Fondazione Francesca Rava a Haiti, sono sempre più allarmanti. «La popolazione è sotto l'assedio dei banditi», ha raccontato ieri dopo l'ennesimo sequestro, che a Haiti non ha sorpreso nessuno. A Martissant, una zona della capitale, padre Rick racconta che le gang negli ultimi 7 giorni avrebbero rapito 200 persone fermando i mezzi pubblici: «I sopravvissuti riferiscono di persone uccise a colpi d'arma da fuoco o impiccate, di uomini e donne stuprate dai sequestratori». Gli ultimi 17 ostaggi sono americani. Ciò significa la possibilità per i criminali di riscatti più corposi, ma anche di interventi più decisi da parte del dormiente gigante Usa. Finora Washington ha sempre escluso l'invio di truppe o comunque un impegno significativo sul fronte sicurezza. E' vero che Haiti ha appena guadagnato le prime pagine dei giornali e l'attenzione del presidente Biden, anche per l'odissea dei rifugiati presi a frustate e bloccati sotto un ponte al confine con il Messico. E' vero che pochi giorni fa una delegazione di alti funzionari Usa guidata dalla Sottosegretaria di Stato Uzra Zeya è andata a Port-au-Prince con la promessa di più risorse per la polizia (compresi 15 milioni di dollari finalizzati alla lotta contro le gang). Ma per la diplomazia mondiale 12 milioni di haitiani vivono comunque in un «pezzetto di niente» come se tutto il Paese fosse Titanyen, colline brulle dove padre Rick porta a degna sepoltura i morti abbandonati. E dove sabato tornavano i 14 missionari più tre bambini (uno di anni 2). Non tornavano da una banca, ma da un orfanotrofio in costruzione».

La Stampa intervista l’italiana Fiammetta Cappellini dell’Avsi, che vive nell’isola.

«Mentre siamo al telefono sulla strada che conduce all'aeroporto sparano da oltre due ore. La via che porta alla zona sud-ovest, verso il quartiere di Martissant, è bloccata dall'alba per scontri tra gang. Per noi questa è la normalità». A parlare è Fiammetta Cappellini, responsabile Avsi ad Haiti, da 15 anni impegnata in progetti di sviluppo a Port-au-Prince. Come si sopravvive in uno dei Paesi più poveri del mondo? «Attraverso una buona rete di contatti. Ogni mattina prima di muoverci facciamo mille verifiche. Ong, collaboratori locali, sistema di sicurezza dell'Onu, siamo tutti connessi su WhatsApp. Poi ci sono imponenti misure restrittive, come il coprifuoco a partire dalle 20 e il divieto assoluto di attraversare le zone rosse». La situazione sta peggiorando? «Lavoriamo qui da tanti anni. La sicurezza è sempre stata un problema, ma da luglio 2018 (quando sono esplose le proteste anti-governative, ndr) la situazione si aggrava ogni giorno di più». Vi sentite in pericolo? «Fortunatamente fino a oggi c'è sempre stato rispetto per il nostro lavoro, lo staff è reclutato all'interno della comunità locale e noi come Avsi siamo sempre stati neutrali di fronte ai vari gruppi armati. Per il momento diciamo che ci lasciano in pace». Di cosa vi occupate? «Il nostro impegno è rivolto soprattutto alla difesa dei diritti umani e alla sicurezza alimentare. Ma da oltre tre anni le attività d'urgenza prevalgono su quelle di sviluppo. Assistiamo gli sfollati del terremoto, le vittime di violenza, i bambini orfani, che sono tantissimi». Ha un appello da fare alla comunità internazionale? «Certo. Haiti sta sprofondando nel baratro, non abbandonatela».

AMESS UCCISO PERCHÉ CATTOLICO?

L’inquietante interrogativo emerge dalle indagini sull’uccisione del deputato conservatore inglese David Amess. La cronaca di Luigi Ippolito sul Corriere.

«Non si è trattato di un gesto folle scattato all'ultimo momento: l'assassinio di David Amess, il deputato conservatore ucciso venerdì a coltellate in una chiesa dell'Essex, è stato pianificato con almeno una settimana di anticipo. Infatti l'attentatore, il 25enne britannico di origine somala Ali Harbi Ali, si era prenotato per tempo per partecipare all'incontro con gli elettori organizzato dal politico nella sua circoscrizione di Leigh-on-Sea. E Ali ha preso un treno da Londra, dove abitava, per raggiungere il suo obiettivo. L'omicida, si è scoperto, è il figlio di un ex consigliere per la comunicazione del primo ministro della Somalia: «Sono traumatizzato - ha detto il padre al Sunday Times - ma tutto ciò non ha nulla a che fare col mio lavoro per il governo somalo». Ali viveva a Londra col padre nel quartiere benestante di Kentish Town, in una strada alberata fatta di case vittoriane che valgono anche due milioni e mezzo di euro: a poca distanza abita il leader laburista Keir Starmer, che è anche il deputato locale, e tra gli altri vicini c'è l'ex direttore del Guardian Alan Rusbridger e prima ci viveva pure la defunta ministra laburista Tessa Jowell, moglie dell'ex avvocato di Berlusconi. Insomma, l'epicentro londinese della sinistra intellettual-chic. Prima di trasferirsi lì da adolescente con la famiglia, Ali era cresciuto a Croydon, un sobborgo a sud di Londra, dove aveva frequentato la locale scuola anglicana. Pare anche avesse lavorato per il servizio sanitario. Gli investigatori ritengono che il killer sia un «lupo solitario» che si è radicalizzato da solo, probabilmente durante i lunghi mesi del lockdown, e che non abbia agito in complicità con altri. La polizia britannica è convinta che durante la pandemia molti soggetti vulnerabili, confinati nelle mura di casa, siano diventati facile preda della propaganda online. Tuttavia Ali, in passato, era già stato indirizzato al programma governativo volontario di prevenzione dell'estremismo noto come «Prevent»: l'anno scorso sono state 6 mila le persone raccomandate per «Prevent», di solito dopo che hanno postato commenti incendiari sul web. Ali non era comunque nel radar dei servizi segreti, che monitora attivamente oltre 3 mila persone in Gran Bretagna che si teme possano preparare attentati. Ma il suo gesto è stato qualificato ufficialmente come atto terroristico e la polizia ha scoperto «una potenziale motivazione legata all'estremismo islamico»: e c'è chi sospetta che Amess possa essere stato scelto come bersaglio per la sua proclamata fede cattolica. Ora gli investigatori passeranno al setaccio telefoni e computer del giovane Ali, oltre che esaminare eventuali viaggi all'estero. Anche se negli ultimi anni l'Isis ha ispirato (e rivendicato) attacchi ai quattro angoli del mondo, i servizi di intelligence ritengono che al momento le «filiali» di Al Qaeda in Africa - tra cui la Somalia - siano la maggiore fonte di reclutamento per aspiranti terroristi sul suolo britannico».

SOCCI CRITICA IL SINODO DI FRANCESCO

Antonio Socci dalle colonne di Libero interviene in modo molto critico sul Sinodo della Chiesa, aperto una settimana fa da Papa Francesco. Qui un passaggio dell’articolo che trovate integrale fra i pdf.  

« Al di là del merito delle singole rivendicazioni, questa Chiesa che - da otto anni - fa il mestiere della Cgil e dell'Onu, non ha convertito nessun "lontano", nessun "compagno", mentre - in compenso - ha perso per strada i vicini e tanti figli, dimenticando di fare il mestiere suo: annunciare - appunto - il Verbo di Dio, Gesù Cristo unico salvatore del mondo e la vita eterna. Serve a poco - e appare illusoria - anche l'enfasi con cui è stato varato questo Sinodo da monsignor Piero Coda - segretario generale della Commissione teologica internazionale - secondo cui è "l'avvenimento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II". Ha aggiunto: "per la prima volta in duemila anni di storia della Chiesa, un Sinodo è chiamato a coinvolgere tutto il Popolo di Dio". In realtà è la solita auto-occupazione del mondo clericale il cui scopo reale (insieme ai sinodi italiano e tedesco) sembra essere il superamento definitivo dei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI per entrare nel deserto di una Chiesa senza più identità, né futuro. Tutto questo mentre in Vaticano si susseguono le nomine che fanno pensare al Conclave vicino e si parla di un nuovo concistoro con la nomina di altri cardinali per "blindare" il voto su un prossimo papa progressista. Dunque i Sinodi sono inutili? Di per sé no. Monsignor Massimo Camisasca, in un bell'articolo su "Avvenire", ha spiegato che nella tradizione della Chiesa "sinodo" vuol dire "camminare assieme" e quindi accogliersi reciprocamente, nelle tante diversità, e soprattutto accogliere il Salvatore convertendosi e annunciandolo al mondo. Ma concretamente i Sinodi sono oggi diventati altra cosa e soprattutto diverso è l'orizzonte e lo scopo di quelli in corso: la pretesa di "fare" una diversa chiesa. Su questa tentazione pronunciò parole definitive, anni fa, Joseph Ratzinger: «Siccome la Chiesa non è così come appare nei sogni, si cerca disperatamente di renderla come la si desidererebbe... Come nel campo dell'azione politica si vorrebbe finalmente costruire il mondo migliore, così si pensa, si dovrebbe finalmente metter su anche la Chiesa migliore». Solo che «tutto ciò che una maggioranza decide può venire abrogato da un'altra maggioranza. Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana. Essa è ridotta al livello di ciò che è plausibile, di quanto è frutto della propria azione e delle proprie intuizioni ed opinioni. L'opinione sostituisce la fede». Ratzinger concludeva: «noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto lui. La Chiesa non comincia con il "fare" nostro, ma con il "fare" e il "parlare" di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti». Può sembrare che Ratzinger consigli la passività, ma è il contrario. E c'è una prova storica. Negli anni del post-concilio e dopo il '68, la Chiesa visse una crisi analoga a quella di oggi. Lo smarrimento fu enorme, migliaia di preti abbandonarono l'abito, il mondo cattolico era allo sbando dietro alle ideologie più in voga. In Italia i vescovi pensarono di affrontare la crisi con il convegno ecclesiale di "Evagelizzazione e promozione umana", ma lo smarrimento aumentò e Paolo VI visse gli ultimi mesi sentendosi in una situazione apocalittica. Confidò a Jean Guitton: «C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?"... Rileggo talvolta il vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine?». Sembrava la fine almeno della Chiesa. Poi d'improvviso una sera di ottobre arrivò il ciclone Wojtyla e tutto cambiò, anche con l'esplosione dei movimenti, "la primavera della Chiesa". Come diceva Ratzinger, sono sempre stati i santi a rinnovare la Chiesa, mai i riformatori. Grazie all'azione misteriosa dell'unico che conosce la via per uscire dal sepolcro».

Leggi qui tutti gli articoli di lunedì 18 ottobre:

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