Primum nascere

Successo degli Stati generali della natalità a Roma. Con il Papa e Draghi. Niente invasione di terra a Gaza nella guerra sporca. L'Italia riapre ai turisti. La politica usa spioni e toghe

Il Papa, il Presidente del Consiglio, altri Ministri, la sindaca e il presidente della Regione. Molti gli invitati eccellenti agli Stati generali della Natalità, organizzati ieri a Roma e che hanno avuto il merito di focalizzare l’interesse sul tema delle culle vuote in Italia. È una questione quella della crescita demografica che non dovrebbe stare a cuore solo agli statistici o agli economisti. Ne va del nostro destino. Qui riportiamo estratti dagli interventi di papa Francesco e di Draghi.

Uscita dalla pandemia. La buona notizia di ieri è che il ministro della Salute Speranza ha dato il via libera all’ingresso dei turisti stranieri europei. È un passaggio importante per il nostro turismo. Lunedì avremo i dettagli della nuova Italia in giallo, col coprifuoco spostato alle 23. Intanto le Regioni fanno un po’ a gara ad annunciare l’apertura delle vaccinazioni alle varie fasce d’età. Ma attenzione perché non si riesce a mantenere il ritmo. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state iniettate solamente 415 mila 922 e il week end è appena iniziato. Interessante l’appello di 18 scienziati su Science che chiedono un’indagine indipendente su Wuhan e sull’origine del coronavirus. Roba seria, non speculazioni complottiste.  

La quasi guerra in Medio Oriente. L’attacco di terra che sembrava dato per certo nei giornali di ieri mattina, perché era stato annunciato dalle autorità israeliane, poi non c’è stato. Era un bluff. L’Esercito è rimasto schierato ai confini della striscia di Gaza mentre è stato portato un attacco aereo su obiettivi mirati: i tunnel sotterranei che usa Hamas. Bell’articolo di Lucio Caracciolo su La Stampa. Inquietante quello che sta avvenendo in Germania con le manifestazioni in piazza contro ebrei e sinagoghe, con Erdogan sempre più scatenato esportatore dell’antisemitismo.   

La politica è in grande agitazione. Letta e il centro destra sono alle prese con i nodi delle amministrative. Brunetta vuole Draghi al Quirinale (intervista al Foglio), come del resto Salvini (intervista al Corriere), ma per Repubblica l’intenzione del leader della Lega è quella di andar subito al voto e di non far fare a questo Governo le riforme strutturali. La guerra fra servizi e magistrati (di cui gli italiani hanno una pessima reputazione secondo Pagnoncelli) sembra sempre di più la prosecuzione della politica con altri mezzi. È la guerra di Conte contro Draghi, dice il Giornale. Oggi alla fine della Versione dedichiamo qualche articolo in più su questi temi. Non sono facili, dunque avvertenza, leggeteli solo se siete interessati. Altrimenti poi ve la prendete con la Versione, che oggi è lunga. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

Grande successo di Gigi De Palo e del suo Forum delle famiglie che mette insieme Draghi e il Papa a parlare di nascite. Per Avvenire è questo il titolo della giornata: Generare il futuro. Ed è d’accordo Il Sole 24 Ore che entra nel dettaglio del sostengo economico alle famiglie: Assegno unico per tutti dal 2022. Italia Oggi, altro quotidiano economico, allarga ancora la platea: Aiuti a fondo perduto per tutti. Per il Corriere della Sera la notizia vera è che: L’Italia apre le porte ai turisti. Il Mattino fa la stessa scelta: Turisti, stop quarantena per chi arriva dai Paesi Ue. Il Messaggero è sempre critico sulla campagna di Figliuolo: Vaccini, il Paese diviso in due. Il Quotidiano Nazionale chiede lumi: Richiami e pass, il rebus vacanze. Il Secolo XIX usa lo stesso termine enigmistico, ma alletta i turisti ad andare e restare in Riviera: Il rebus del vaccino in vacanza. Toti: «Lo avrà chi resta a lungo». La Stampa: La sporca guerra e il Manifesto Campi minati vanno sul conflitto in Medio Oriente. La Repubblica punta tutto sulla politica: Salvini avverte Draghi “Non puoi fare le riforme”. Sui temi giudiziari La Verità: La Consulta affoga nel ridicolo e Libero: Salvini assolto a Catania va a processo a Palermo. Il Fatto rivela con un fotomontaggio: Incontri segreti pure tra Mancini e Salvini. Per Il Giornale: Fra Draghi e Conte volano gli stracci.

SI RIAPRE AI TURISTI STRANIERI. IL TURISMO SPERA

Dunque lunedì avremo il dettaglio delle nuove regole per le riaperture. Si va verso il coprifuoco alle 23. Ieri intanto il ministro Speranza ha firmato il decreto che apre le porte ai turisti europei. Patricia Tagliaferri, dalle colonne del Giornale, sul turismo che ci spera:

«Con il decreto aperture che sta facendo tornare alla normalità il Paese, l'eliminazione della quarantena e l'adozione del green pass, la voglia di vacanza degli italiani comincia a farsi sentire. Finalmente è arrivato il momento di gettarsi alle spalle un inverno complicato e pensare all'estate, fiduciosi nella campagna di vaccinazione che avanza: ormai un italiano su tre ha ricevuto la prima dose. Il settore turistico si sta rimettendo in moto: quasi 9 milioni gli italiani sono pronti a partire e hanno già prenotato una vacanza, per lo più privilegiando le nostre mete, come la Puglia e la Sardegna, anche se un 20 per cento andrà all'estero, puntando su Grecia e Spagna, che hanno già allentato le restrizioni. Viaggi che saranno concentrati, almeno il 60 per cento, tra la seconda metà di luglio e agosto. Secondo il sondaggio effettuato tra il 5 e il 7 maggio da SWG e Confturismo-Confcommercio, rispetto ai tempi pre-Covid mancano ancora all'appello 16 milioni di persone, tra chi ancora deve decidere e chi sa già che dovrà rinunciare alle vacanze. Ora che il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato l'ordinanza che elimina la quarantena di 5 giorni per chi arriva dai Paesi dell'Unione europea e dell'area Schengen, oltre che da Gran Bretagna e Israele, ci si aspetta anche un ritorno del turismo straniero. Per entrare in Italia basterà un tampone negativo effettuato 48 ore prima della partenza o dimostrare di essere vaccinati o guariti dal Covid. Ma il governo sta lavorando per riaprire a tutti i Paesi stranieri che hanno raggiunto un livello alto di vaccinazione, puntando entro la metà di giugno ad eliminare la quarantena anche per i turisti provenienti da Giappone e Usa, che con i cinesi sono quelli che spendono di più. Secondo un'analisi della Coldiretti la ripartenza del turismo estivo degli stranieri provenienti da Ue, Gran Bretagna, Usa, Canada e Giappone vale 13 miliardi». 

VACCINI E VIRUS: L’ “ANNUNCITE” DELLE REGIONI

Il Messaggero la chiama “annuncite”. È la nuova sindrome che ha contagiato le Regioni: fanno a gara a promettere iniezioni di vaccini a diverse fasce d’età. Con la conseguenza che l’Italia appare sempre più divisa. Mauro Evangelisti: 

«Sulle classi di età da vaccinare l'Italia si sta spaccando. Ogni Regione segue strategie differenti e si passa da un annuncio all'altro: sembra quasi un gioco al rialzo per mostrare chi immunizza i più giovani. Tutto comincia con la circolare del commissario Figliuolo: dal 17 maggio le Regioni possono partire con i quarantenni. Evviva, vuole dire che gli anziani sono già stati protetti e che abbiamo dosi a sufficienza per quelli nati negli anni Settanta-Ottanta? Calma. Figliuolo riporta tutti con i piedi per terra: «Ho aperto alle prenotazioni per i quarantenni, ma non vuol dire che da lunedì inizieremo a vaccinarli, dovrei avere una fornitura nascosta. Le dosi per coprire quella fascia d'età non arriveranno prima di fine maggio-inizio giugno». E Figliuolo aggiunge: «Il focus nazionale rimane sugli over 80, ne mancano ancora molti all'appello». A complicare lo scenario emerge che nel piano delle vaccinazioni nelle aziende (a giugno) si punterà, secondo un documento Inail, su lavoratori dei supermercati, del trasporti, della logistica e del turismo. Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, promette: «Noi vaccineremo anche i turisti» (ma in quella regione il 31 per cento dei settantenni è a zero dosi). Più in generale, mentre promettiamo una dose ai quarantenni in Italia non ne ha ricevuta neppure una il 25 per cento dei settantenni e il 47 per cento dei sessantenni. E perfino tra gli ottantenni, per il quale la media nazionale è di almeno una dose all'89 per cento, in Calabria e Sicilia uno su quattro non ha ricevuto neppure una iniezione. Intanto, gli annunci delle Regioni sono scattati. Campania: oggi sarà aperta la piattaforma per le adesioni della fascia di età 45-49, per quella 40-44 basta aspettare martedì. La Lombardia non resta a guardare e si porta avanti con l'annuncite: «Il 2 giugno apriremo la vaccinazione alla fascia 16-29 anni». Il Lazio era stata la prima Regione a superare le colonne d'Ercole della classe 1960 arrivando ai cinquantenni, ha già aperto le prenotazioni alle classi 1968 e 1969 e lunedì arriverà ai nati nel decennio successivo».

Appello su Science di 18 importanti scienziati per un’inchiesta indipendente che faccia luce sull’origine del Covid 19 a Wuhan. La versione ufficiale della Cina, fatta proprio dall’Oms, è che il salto zoonotico del virus dal pipistrello all’uomo sia avvenuto nel mercato della città, in modo causale. La coincidenza curiosa è che nella stessa città c’è uno dei pochissimi Laboratori livello 4 del mondo che si occupa di virus. Laboratorio originato da una collaborazione della Cina con la Francia. Stefano Montefiori dal sito del Corriere:

«L’idea che il Covid-19 sia sfuggito al laboratorio di Wuhan in Cina deve essere considerata con serietà e attenzione, al di là delle teorie di complotto. Lo sostengono 18 importanti scienziati che hanno scritto una lettera sulla rivista Science, chiedendo una nuova inchiesta e l’apertura dei dossier cinesi ad analisi indipendenti: «Dobbiamo prendere sul serio le ipotesi relative alla propagazione naturale e in laboratorio, fino a che non si disponga di dati sufficienti». Il biologo David Relman dell’università di Stanford e il virologo Jesse Bloom dell’Università di Washington ritengono che la questione delle origini dell’epidemia non sia stata chiusa dalla ricerca condotta dall’Organizzazione mondiale della sanità in collaborazione con la Cina, in base alla quale un coronavirus del pipistrello avrebbe contaminato l’uomo attraverso un animale intermedio. Secondo gli autori della lettera manca ancora una spiegazione esauriente sul modo in cui il virus sia passato dal pipistrello all’uomo. «L’obiettivo di questa lettera è fornire un sostegno scientifico alle persone che hanno il potere di lanciare un’inchiesta internazionale – dice la biologia molecolare Alina Chan del Mit, coautrice dell’articolo -. Potranno evocarla per dire che scienziati di alto livello, in una serie di campi pertinenti, pensano che sia necessaria un’inchiesta rigorosa sull’ipotesi dell’incidente di laboratorio». Nello stesso giorno dell’intervento su ScienceLe Monde segnala che sono stati diffusi su Twitter tre lavori universitari (una tesi di dottorato e due lavori a livello di master) condotti nel 2014, 2017 e 2019 all’Istituto di virologia di Wuhan, che rimettono in discussione le informazioni finora rilasciate dalle autorità sulle conoscenze e gli studi del coronavirus nel laboratorio cinese. La rivelazione più importante, secondo Le Monde, riguarda lo studio del virus RaTG13 e il suo eventuale rapporto con il Covid-19. Il RaTG13 è stato prelevato nel 2013 in una miniera abbandonata a Mojiang, nella provincia dello Yunan, dove vivevano pipistrelli che nella primavera 2012 avevano contaminato sei operai. Tre di loro erano morti dopo una malattia polmonare dai sintomi simili a quella provocata dal Covid-19. I lavori universitari diffusi su Twitter da un conto anonimo sembrano suggerire che le autorità e gli scienziati cinesi abbiano studiato questi coronavirus più di quanto hanno comunicato dopo lo scoppio dell’epidemia».

NIENTE GUERRA DI TERRA, COLPITI I TUNNEL DI HAMAS

Era un bluff, un depistaggio la notizia di un’imminente invasione di terra dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. L’operazione militare ha colpito il reticolato di tunnel sotterranei di Hamas. Lucio Caracciolo su La Stampa (titolo Guerra sporca) parla di “guerra di manutenzione” mentre sottolinea che la vera partita è sempre quella della possibile convivenza fra israeliani e arabi. Arabi che, prima delle ostilità, erano in procinto di entrare per la prima volta, con una loro rappresentanza, nel governo del dopo Netanyahu, ora congelato.

«A Gerusalemme, nelle altre città miste – da Lod a Haifa, da Giaffa ad Akko – e perfino negli insediamenti beduini del Negev dilaga la violenza. Nel mirino, gli ebrei e i loro luoghi di culto. Colte con la guardia bassa, le forze di polizia e di sicurezza israeliane non riescono ancora a sedare la ribellione, scattata dopo gli incidenti di Gerusalemme Est e rinvigorita dall’ennesimo conflitto per Gaza. E ciò a pochi mesi dagli accordi di Abramo e nel pieno dei negoziati – ora sospesi, si rischia di arrivare al quinto voto consecutivo per la Knesset – per un governo post-Netanyahu con decisiva quota araba nella nuova maggioranza. Ciò che aggrava la crisi in corso, marcandone il carattere strutturale, non episodico. Insomma, quale posto hanno nello Stato nazionale del popolo ebraico gli arabi e altre minoranze più o meno affini (drusi, circassi, beduini)? Non è questione solo e nemmeno tanto socio-economica, ma soprattutto di status. Quindi di autocoscienza arabo-israeliana. E di percezione reciproca con la maggioranza di ceppo ebraico, nelle sue varie e diverse componenti. Quando gli arabi di Israele si pongono la domanda “chi siamo?” la risposta non è immediata, certo non univoca. In termini numerici, i cittadini arabi di Israele sono corposa minoranza, vicina ai due milioni di anime. Il censimento ufficiale del 2019 ne contava 1.890.000, pari al 20,95% della popolazione. A Gerusalemme, capitale dello Stato d’Israele, sono i due quinti degli abitanti, quasi tutti concentrati nella porzione orientale della città. Moltissimi i giovani. Assai meno integrati di quanto fino a ieri apparisse. Il fattore strategico della crisi in corso non riguarda affatto Gaza. Il lancio di missili da parte di Hamas e la volutamente sproporzionata reazione israeliana ricorrono con tragica cadenza più o meno decennale. Ma si tratta di “guerre di manutenzione”, in cui si dà sfogo alla tensione permanente fra la Striscia e Israele. Almeno fin quando Gerusalemme non dovesse decidere di invadere Gaza. Operazione dai costi umani, geopolitici e di propaganda talmente alti da sconsigliarla. Il centro della questione è invece l’identità degli israeliani. Sembra di riascoltare il monito di David Ben-Gurion, che già nel 1919 stabiliva: “Non c’è soluzione! Fra arabi ed ebrei c’è un abisso e niente può riempirlo”. Qui sta il punto. Dopo la repressione e la punizione dei colpevoli, siano arabi o ebrei, le autorità di Gerusalemme dovranno stabilire quello che negli ultimi anni hanno pensato di potersi risparmiare: decidere che fare con gli arabi interni – o, come molti tra questi amano definirsi, i palestinesi in Israele. Perché nessuno Stato può permettersi la frantumazione del fronte domestico. Figuriamoci Israele, che da sempre vive con il fucile al piede. Un anno fa Netanyahu pianificava l’annessione di buona parte della Cisgiordania, abitata da oltre due milioni di arabi palestinesi. All’ordine del giorno, una volta superata la crisi, sarà come “riannettersi” gli arabi in rivolta. O come convivere con una componente domestica che, in caso di guerra, difficilmente potrebbe essere considerata affidabile dagli ebrei d’Israele. Infine, ma non ultimo. Ciò che accade a Gerusalemme e dintorni ci riguarda da vicino. Quel che accade nelle città israeliane potrebbe ripercuotersi nelle metropoli europee, nostrane incluse. Qualche segno c’è già. Altri, temiamo, verranno»

Tonia Mastrobuoni su Repubblica intervista il sottosegretario all’Interno del governo tedesco Felix Klein, sulle violenze antisemite in Germania. Manifestazioni di odio influenzate anche dal leader turco Erdogan.

«Da giorni, centinaia di persone stanno scendendo in piazza in Germania per manifestare contro Israele. Ma lo fanno urlando "ebrei di merda", tirando pietre contro sinagoghe, bruciando bandiere israeliane. Per Felix Klein, sottosegretario all'Interno e responsabile per la lotta contro l'antisemitismo, non si tratta di legittime proteste contro Netanyahu, ma di manifestazioni di odio contro gli ebrei organizzate da "ambienti islamisti e arabi". Alimentati anche, nel Paese in cui vive la più grande comunità turca al mondo, dalla presa di posizione di Erdogan contro Tel Aviv. (…) Klein, cosa pensa delle manifestazioni contro Israele di questi giorni? «Questo odio sfrenato è spaventoso. E in alcuni casi sono stati commessi anche dei reati. È una situazione che ricorda quella del 2014, quando esplose una tensione simile tra Israele e la Striscia di Gaza. Allora ci furono manifestazioni e rivolte con slogan anti-israeliani. Ma anche inviti a gasare gli ebrei. Che una cosa del genere venisse urlata nelle strade tedesche dopo il 1945, è qualcosa che nessuno avrebbe ritenuto possibile. Anche allora sono state bruciate bandiere israeliane. Per questo ho chiesto, appena insediato come Responsabile alla lotta contro l'antisemitismo, che dare fuoco alle bandiere fosse considerato un reato penale. Dall'anno scorso quella norma è legge e la polizia può intervenire, nel caso». (…) La dichiarazione di Erdogan contro Israele (dobbiamo dargli "una lezione") può aver influenzato le piazze? «Nella mia opinione sì, penso che Erdogan le abbia influenzate. In alcune delle manifestazioni sono spuntate anche bandiere turche. Credo che la presa di posizione di Erdogan sia caduta su un terreno molto problematico. E l'influenza di Erdogan su alcune parti della comunità turca in Germania è ben nota. Ed è naturale che ciò abbia delle conseguenze». Pensa che la situazione possa peggiorare? «Se la situazione a Gaza si aggrava, gli attacchi in Germania potrebbero aumentare. L'esperienza del 2014 lo dimostra. D'altra parte, la polizia e la magistratura sono in grado di affrontare meglio questi incidenti. E hanno rafforzato le misure di sicurezza intorno alle istituzioni ebraiche». Dov'è il confine tra le proteste legittime contro il governo israeliano e l'antisemitismo? «L'equiparazione degli ebrei in Germania e Israele è già, di per sé, un esempio di antisemitismo. Incolpare gli ebrei e le loro istituzioni, come le sinagoghe o le scuole, per ciò che il governo israeliano sta facendo, è di per sé antisemita. Come se i cittadini tedeschi potessero influenzare in alcun modo il governo Netanyahu». 

La rivista internazionale Oasis dedica la sua newsletter settimanale alla guerra israelo-palestinese, con un resoconto di Claudio Fontana sulla stampa araba, israeliana e internazionale di grande interesse. Scrive fra l’altro Fontana: 

«Considerando le difficoltà sul piano politico interno, le quattro elezioni in due anni e la difficoltà a rimanere al governo, Netanyahu può sfruttare quanto sta accadendo per garantirsi uno scudo contro le accuse di corruzione sempre più pressanti. Al premier israeliano fa buon gioco potersi presentare come un valido leader in tempi di guerra, scrive l’Economist. Eppure, come ha ricordato Vali Nasr, sono stati piuttosto degli “errori” israeliani a causare i fatti di questa settimana, e non un deliberato innalzamento della tensione, perché «tutta la strategia degli Accordi di Abramo era basata sul ragionamento secondo cui la questione palestinese non era più rilevante». (…) Si capisce allora perché quanto sta avvenendo avrà delle ripercussioni anche sulla politica estera di Joe Biden, come scrive il New York Times. Tra le priorità dell’agenda internazionale della Casa Bianca non si trova certo il raggiungimento di un accordo israelo-palestinese, messo in secondo (o terzo e quarto) piano dalla necessità di spostare il focus della politica estera americana verso la Cina. Inoltre sia Netanyahu che i palestinesi hanno assunto posizioni oltranziste che riducono grandemente la possibilità di raggiungere un accordo. Ma con il rischio crescente di una guerra totale aumentano anche le pressioni interne al partito democratico americano affinché Washington svolga un ruolo più attivo, sia ristabilendo un consolato a Gerusalemme Est per rafforzare i contatti con i palestinesi, sia aumentando la pressione contro la politica degli insediamenti israeliana, che rende virtualmente impossibile il raggiungimento di un accordo». 

OBIETTIVO: TORNARE A NASCERE

Grande successo dell’iniziativa del Forum delle famiglie che ha organizzato i primi Stati generali della Natalità a Roma. Per sensibilizzare tutti sul tema delle culle vuote nel nostro Paese. Gianni Cardinale su Avvenire racconta l’intervento del Papa:

«Grazie a ciascuno di voi e a quanti credono nella vita umana e nell'avvenire. A volte vi sembrerà di gridare nel deserto, di lottare contro i mulini a vento. Ma andate avanti, non arrendetevi, perché è bello sognare il bene e costruire il futuro. E senza natalità non c'è futuro». È un ringraziamento accorato quello con cui Papa Francesco ha concluso il suo intervento in apertura dei lavori degli Stati generali della natalità, promossi dal Forum delle Associazioni familiari e presieduti da Gigi De Paolo nell'Auditorium della Conciliazione. Un «grazie» accompagnato dal plauso per la legge italiana sull'assegno unico per ogni figlio. Nella speranza che «segni l'avvio di riforme sociali che mettano al centro i figli e le famiglie». Perché «se le famiglie non sono al centro del presente, non ci sarà futuro; ma se le famiglie ripartono, tutto riparte». Francesco ha ribadito che il «tema urgente della natalità» è «basilare per invertire la tendenza e rimettere in moto l'Italia». Lo ha fatto citando anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha definito la questione della natalità come «il punto di riferimento più critico di questa stagione». Per il Pontefice «perché il futuro sia buono » occorre «prendersi cura delle famiglie, in particolare di quelle giovani, assalite da preoccupazioni che rischiano di paralizzarne i progetti di vita». E pensando in particolare «alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia. Com' è possibile che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? Non la donna, ma la società deve vergognarsi». Nel suo discorso Francesco ha offerto «tre pensieri che spero utili in vista di un'auspicata primavera, che ci risollevi dall'inverno demografico». Primo pensiero, il dono. «La vita è il primo dono che ciascuno ha ricevuto», e «un figlio è il dono più grande». Oggi però «abbiamo dimenticato il primato del dono», soprattutto nelle società «più agiate, più consumiste». (…) Secondo pensiero, la sostenibilità. Sostenibilità «economica, tecnologica e ambientale», ma anche «generazionale», perché «non saremo in grado di alimentare la produzione e di custodire l'ambiente se non saremo attenti alle famiglie e ai figli». Sostenibilità che «fa rima con responsabilità», necessaria «per far fiorire la società». È perciò «fondamentale la scuola», che «non può essere una fabbrica di nozioni da riversare sugli individui», ma «dev'essere il tempo privilegiato per l'incontro e la crescita umana». Papa Francesco ha sottolineato che nell'educazione «l'esempio fa molto». (…) La terza parola proposta dal Papa è la «solidarietà», generazionale e anche «strutturale». Di qui l'invito a perseguire «politiche familiari di ampio respiro, lungimiranti». Con l'urgenza di offrire ai giovani «garanzie di un impiego sufficientemente stabile, sicurezze per la casa, attrattive per non lasciare il Paese». Con l'invito al mondo dell'economia «a non sfruttare mai le persone con condizioni e orari insostenibili», a «a distribuire parte dei ricavi ai lavoratori, nell'ottica di contribuire a uno sviluppo impagabile, quello delle famiglie!». Ma la solidarietà «va declinata anche nell'ambito del prezioso servizio dell'informazione». In questo campo, osserva il Papa, «il criterio per formare informando non è l'audience, non è la polemica». Serve invece «un'informazione formato-famiglia», dove si parli degli altri «con rispetto e delicatezza» e che al tempo stesso porti alla luce «gli interessi e le trame che danneggiano il bene comune».

Anche Mario Draghi ha partecipato agli Stati, con un discorso ripreso integralmente da La Stampa. Ecco il passaggio sugli impegni del Governo:

«Un'Italia senza figli è un'Italia che non ha posto per il futuro è un Italia che lentamente finisce di esistere. Quindi per il Governo questo è un impegno prioritario. Il Governo si sta impegnando come sapete su molti fronti per aiutare le coppie e le giovani donne. Al sostegno economico diretto delle famiglie con figli è dedicato l'assegno unico universale - il Presidente De Paolo lo sa bene. Dal luglio di quest' anno la misura entrerà in vigore per i lavoratori autonomi e i disoccupati, che oggi non hanno accesso agli assegni familiari. Nel 2022, la estenderemo a tutti gli altri lavoratori, che però anche nell'immediato vedranno un aumento degli assegni esistenti. Le risorse complessivamente a bilancio ammontano ad oltre 21 miliardi di euro, di cui almeno sei aggiuntivi rispetto agli attuali strumenti di sostegno per le famiglie e, come ho detto al Presidente De Palo, si può star tranquilli anche per gli anni a venire che l'assegno unico ci sarà. È una di quelle trasformazioni epocali su cui non è che ci si ripensi l'anno dopo. Nel mio discorso in Parlamento ho elencato le misure a favore di giovani, donne e famiglie, presenti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Queste includono la realizzazione di asili nido, scuole per l'infanzia, l'estensione del tempo pieno e il potenziamento delle infrastrutture scolastiche. Un investimento importante nelle politiche attive del lavoro, nelle competenze scientifiche e nell'apprendistato. Nel complesso, queste misure ammontano a venti miliardi circa. Sono cifre mai stanziate prima. Il PNRR prevede inoltre una clausola generale per incentivare le imprese a assumere più donne e giovani, quale condizione per partecipare agli investimenti previsti nel Piano. Infine, nel decreto che chiamiamo «Imprese, lavoro, professioni», che presenteremo la prossima settimana, lo Stato garantisce ai giovani gran parte del finanziamento necessario per l'acquisto della prima casa e ne abbatte gli oneri fiscali. Ho detto all'inizio che siamo diventati più sinceri nelle nostre consapevolezze. Ma, mentre usciamo da questa fase di importante riflessione, è importante che ci siano decisioni. Dobbiamo aiutare i giovani a recuperare fiducia e determinazione. A tornare a credere nel loro futuro, investendo in loro il nostro presente».

Il Corriere della Sera, per una volta, dedica l’articolo di fondo, a firma di Federico Fubini proprio al tema della natalità, titolo: Pochi figli, un disagio in numeri.

«Nel 1946 un'Italia in macerie contava il maggior numero di nascite d'Europa, quasi 200 mila più della Francia, 300 mila più della Germania Ovest e molte più della Gran Bretagna. Anche trent' anni dopo gli italiani continuavano a fare più figli degli europei negli altri grandi Paesi. Poi l'ingranaggio si rompe. La dinamica si inverte. A metà degli anni '80 un'Italia matura, pacificata dopo gli anni di piombo, libera dall'iperinflazione, è già passata dal primo all'ultimo posto per numero di nascite fra i grandi d'Europa. Eravamo in grande vantaggio, ci siamo trovati in enorme svantaggio. Durante il dopoguerra siamo passati da oltre un milione ad appena 400 mila nascite all'anno, mentre la Francia ne ha regolarmente mantenute fra 700 e 800 mila pur attraversando la quarta e la quinta Repubblica, crisi, recessioni e tempeste. Si vedono qui i segni di una classe dirigente, se c'è. Perché quando c'è capisce una dinamica e la governa; non la lascia a se stessa. Le élite francesi hanno dato una direzione alla demografia del loro Paese, sapendo che è l'infrastruttura di base di una comunità. Hanno curato la spina dorsale della nazione. Le élite italiane, ammesso che fossero tali, non ci hanno dedicato un solo pensiero. Il risultato è che dopo la guerra gli italiani erano tre milioni più dei francesi e ora sono 8 di meno. I bebè erano un quarto di più, ora poco più della metà. Alla luce di questa strana storia, suonano diverse anche le parole di Draghi ieri agli Stati generali della natalità. Il premier ha parlato di politiche per la famiglia e il sottinteso è che per funzionare devono avere una persistenza tremenda, pluridecennale. Così Draghi sta dicendo che l'Italia ha bisogno di una vera classe dirigente, aperta, capace di ricambio, ma stabile nel dare una direzione nelle cose che contano. È una sfida che va oltre la vita del suo governo. Ma se avrà contribuito a metterla a fuoco, allora ne sarà valsa la pena».

AMMINISTRATIVE, MALDIPANCIA PD E ANCORA ZAN

Al di là dei temi concreti su pandemia e nascite, l’agenda politica mette al primo posto le prossime elezioni amministrative. Nel centro destra oggi è l’ennesima ora fatale per i due candidati in pectore: Albertini a Milano e Bertolaso a Roma. Giuseppe Alberto Falci sul Corriere:

«Oggi sarà il giorno di Gabriele Albertini. A mezzogiorno l'ex sindaco di Milano comunicherà se sarà lui lo sfidante di Beppe Sala. Per tutto il giorno Albertini resta in silenzio. «Rinvio i commenti a domani (oggi per chi legge, ndr)» ripete fino a sera. Dunque come finirà? «Al momento è più sì che no. Si tratta di una partita incerta: 55% sarà il nostro candidato, 45% declinerà l'invito» preconizza un esponente di punta della Lega. Segno che la notte sarà lunga e che la quadratura del cerchio non è semplice. Milano e Roma sono partite strategiche per gli equilibri della coalizione e, se si vuole, per i rapporti di forza all'interno del governo Draghi. Ecco perché il centrodestra vuole accelerare e ha già fatto sapere che mercoledì alle due del pomeriggio riunirà i vertici dei partiti per definire lo scacchiere delle candidature. Dentro o fuori. Al momento tutto risulta appeso ad Albertini e anche all'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, che nei piani di Salvini, Meloni e Berlusconi sarebbe il miglior profilo per guidare Roma, dopo il mandato definito «disastroso» di Virginia Raggi. Dice il segretario della Lega a SkyTg24 dopo l'assoluzione dal caso Gregoretti: «Oggi sono uscito da un sequestro e non vorrei passare per sequestratore di candidati: Bertolaso e Albertini sono ottimi ma non posso costringerli. Io sono contento che il centrodestra sia unito. Ora dipende da loro: ho portato a entrambi, in dote, l'unità del centrodestra. Se saranno loro i candidati sono contento, altrimenti sceglieremo altri all'altezza».».

Maria Teresa Meli analizza la strategia del Pd e il suo dibattito interno, dalle colonne del Corriere della Sera. I maldipancia vengono soprattutto per il rapporto coi 5 Stelle:

«Da ora in poi i dem incalzeranno il governo e gli alleati e cercheranno di dettare l'agenda: «Chiediamo a Draghi di dare una nuova missione alla maggioranza, che non può limitarsi a stare insieme per inviare il Pnrr a Bruxelles e per i vaccini. Ci fidiamo di lui. Deve essere molto chiaro e netto e chiedere ai partiti che lo sostengono di essere tutti sul pezzo». È un modo, quello di Letta, per tentare anche di arginare Salvini, perché, come dice dal palco della direzione Peppe Provenzano, «non possiamo più tollerare l'atteggiamento della Lega». Ma nella riunione del parlamentino dem è l'alleanza con il M5S a tener banco. Le critiche non mancano. Il senatore Alessandro Alfieri osserva: «Abbiamo caricato Conte anche di eccessiva responsabilità e lui è andato in difficoltà nei passaggi decisivi». Alessia Morani incalza: «Si è parlato troppo e male di questa alleanza, che ha dimostrato tutti i suoi limiti». Andrea Romano sottolinea:«Con il M5S l'alleanza è necessaria ma non può essere strategica». Anna Ascani afferma: «Conte mira al nostro elettorato, questo ci pone in competizione con quel partito. Non possiamo farci dettare le scelte». E Francesco Verducci insiste: «A noi farebbe male avere uno schema ideologico dell'alleanza a tutti i costi con il M5s». Letta ribatte così: «Il tema dell'identità è il cuore della questione. Se abbiamo un'identità debole qualunque alleanza ci fagociterà. La questione del M5S è intimamente collegata a questo». Ed è proprio un'identità quella che Letta vuole dare ai dem».

Maurizio Caverzan su la Verità intervista Aurelio Mancuso sul Ddl Zan. Mancuso è un militante dei diritti omosessuali, è stato presidente dell’Arcigay, ora primo firmatario di un appello per modificare alcuni aspetti della legge sull’omotransfobia.  

«Dirigente del Pd, valdostano, formato nelle comunità di base, militante dei diritti delle persone omosessuali, presidente dell'Arcigay dal 2007 al 2010 e ora di Equality Italia, Aurelio Mancuso è l'estensore dell'appello per la modifica del disegno di legge Zan sull'omotransfobia firmato da oltre 450 personalità dell'area del Partito democratico e di Italia viva, dalla regista Cristina Comencini all'ex presidente dell'Istituto Gramsci Beppe Vacca, dalla filosofa Francesca Izzo all'ex sindacalista Giorgio Benvenuto. Perché il vostro appello è rivolto al presidente della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari? «Chiediamo di essere auditi almeno al Senato, visto che alla Camera non è avvenuto». Risposte? «So che la nostra richiesta verrà presa in esame». C'è un comitato promotore? «Il soggetto propulsore è una chat su whatsapp di persone di centrosinistra nata sul tema della maternità surrogata. Il lavoro su questo tema è sfociato nell'appello per la modifica del ddl Zan». Perché la definite «una legge pasticciata»? «Perché era nata per estendere le aggravanti previste dalla legge Reale-Mancino alle persone gay, lesbiche e trans». Invece? «Invece dall'iter della Camera si è via via trasformata in una legge che interviene sul sesso, sulle persone disabili e l'identità di genere. Si è appesantita a causa delle spinte nel Pd e nei 5 stelle». Il punto che più disapprovate è il ricorso all'identità di genere? «I punti di dissenso sono due: il modo di intendere il sesso e l'uso dell'espressione "identità di genere". Sul primo punto è incredibile che le donne siano trattate come una minoranza. Qualche giorno fa in una videoconferenza sul Corriere.it Alessandro Zan ha detto che la legge può combattere anche la misandria». L'ha evocata per stabilire una sorta di par condicio delle discriminazioni? «Ma così ha equiparato la misoginia, che è un crimine, con la misandria, che ha rarissimi riscontri nella realtà». Per i sostenitori del ddl il sesso va messo in relazione ai diritti, cioè a un'ideologia? «È una componente della condizione umana sottoposta all'autodeterminazione da mettere in relazione alla sfera dei diritti. Noi firmatari dell'appello siamo convinti che questa visione, di derivazione anglosassone, non possa trasformarsi in una legge dello Stato». Veniamo al secondo punto, l'identità di genere. «Fino a qualche anno fa questa espressione riguardava i transessuali, persone che intraprendevano dolorosi percorsi di transizione, normati anche dalla legge italiana. Oggi sulla spinta dei movimenti Lgbt si sta affermando il concetto di genere percepito». Semplificando, in base a come mi sento in un determinato momento decido se entrare in un bagno o in uno spogliatoio maschile o femminile? «Ognuno è libero di sentirsi come gli pare, ma l'autopercezione non può diventare legge. Un conto è cambiare le norme sulla transizione che sono del 1982, un altro è dare dignità legislativa alla fluidità a seconda di come ci si alza al mattino».

TOGHE, SERVIZI E VELENI

Alessandro Mantovani sul Fatto anticipa una rivelazione di Report, in onda dopodomani: anche Salvini avrebbe incontrato il dirigente dei servizi Marco Mancini, nome in codice “Tortellino”.

«Tra le frequentazioni politiche di Marco Mancini, sempre meno saldo nel suo incarico di caporeparto al Dis, dopo il polverone sollevato dall'incontro con Matteo Renzi, c'era anche Matteo Salvini. E adesso si spiega meglio l'immediata, convinta difesa che il leader della Lega ha offerto all'altro Matteo, messo sulla graticola da Report per il curioso rendez-vous sotto Natale con il dirigente dei Servizi: "Incontrare uomini dei Servizi segreti è assolutamente normale - aveva detto Salvini - anch' io ho incontrato, e continuerò a farlo, decine di uomini dei Servizi". Anche Mancini, sì, dicono nella Lega. Anche a dicembre, lo stesso mese del colloquio Renzi-Mancini all'autogrill di Fiano Romano, mentre iniziava la crisi del governo Conte-2 e il capo di Italia Viva attaccava l'allora presidente del Consiglio anche per la sua decisione di mantenere la delega ai Servizi, senza affidarla a un sottosegretario. In quei giorni si discuteva anche della nomina dei vicedirettori dei Servizi: Mancini aspirava a un incarico che non avrà; probabilmente cercava - e magari ottenne - l'appoggio di Renzi. Ma si capisce fino a un certo punto l'urgenza di un incontro il 23 dicembre, antivigilia di Natale, in quella particolare location autostradale, durato 40 minuti secondo la professoressa che ha assistito. Lo stesso Salvini ha confermato a Report, in un'intervista che andrà in onda lunedì, di aver incontrato Mancini "più volte, da ministro" e sulle prime dice di averlo visto "in ufficio, al ministero, non all'autogrill". Quando però Walter Molino di Report gli dice di avere "una fonte che dice che invece lei lo avrebbe incontrato proprio in un autogrill", Salvini sembra meno sicuro: "Non mi sembra di averlo incontrato in autogrill". Poi, a domanda secca: "A mia memoria non l'ho incontrato in autogrill". Insomma, potrebbe esserselo dimenticato». 

Le rivelazioni di Report (e del Fatto), la sostituzione di Vecchione, dopo la sua audizione al Copasir, le ammissioni di Salvini sugli incontri avuti con Mancini. Già filmato all’autogrill con Renzi. Sarebbero tutti aspetti di una guerra di dossier (sullo sfondo ma non estranei i veleni del CSM) scaturita, secondo il retroscena di Francesco Verderami, dalla resa dei conti dopo il passaggio da Conte a Draghi. E dalla prossima elezione del nuovo Capo dello Stato nel gennaio 2022.   

«Si prospettano mesi d'inferno». A preoccupare Giorgetti non sono il virus o le riforme: dopo il cambio nei Servizi, il ministro leghista teme piuttosto una guerra di dossier. C'è una particolare coincidenza di vedute tra le valutazioni confidate ieri dal dirigente del Carroccio e quelle fatte nei giorni scorsi ai piani alti del Pd, dove si conviene che «di qui in avanti potremmo vederne delle belle». In realtà il film era già iniziato, con il filmato dell'incontro in un autogrill tra l'ex premier Renzi e il dirigente del Dis Mancini. E pure il sequel era scontato, se è vero che ieri Salvini - confermando alcune indiscrezioni - ha ammesso di aver visto «più volte quando ero al Viminale» l'uomo dei servizi, che è conosciuto nell'ambiente con il nome in codice di «Tortellino». Il punto è capire se le rivelazioni si fermeranno qui, o se questi trailer siano l'anticipazione di un colossal, come immagina (non solo) Giorgetti, dopo la clamorosa rimozione di Vecchione dal vertice del Dis. La sensazione diffusa nel Palazzo è che il cambio della guardia possa provocare per reazione la riproposizione di un vecchio copione italiano. Fonti del Copasir lo danno per acquisito: «Ricomincerà con i dossier quello che era già successo nell'ultimo anno e mezzo. Allora c'era una forte contesa su Palazzo Chigi, oggi la contesa si affaccia sulla corsa per il Quirinale». Ecco fin dove si spingono i timori. E si capisce quindi il motivo per cui Draghi - come racconta un autorevole ministro - «dopo il "caso Renzi" ha deciso di anticipare una scelta che aveva già preso, ma che nelle sue intenzioni sarebbe stata traguardata più avanti». Per quanto il sottosegretario alla Difesa Mulè definisca «normale l'applicazione dello spoil system da parte di un nuovo premier su una struttura delicata come la sicurezza nazionale», meno usuale è stata la reazione di chi ha preceduto Draghi a Palazzo Chigi. Tra i leader politici Conte è stato l'unico che ha provato a difendere Vecchione, senza ricevere sostegno nemmeno dal collega di partito Di Maio. Anzi ieri il ministro degli Esteri ha pubblicamente elogiato la nomina a capo del Dis dell'ambasciatrice Belloni, «che certamente farà un ottimo lavoro». (…) Ed è in questo contesto - con l'approssimarsi della corsa al Colle e nel bel mezzo della crisi della magistratura - che prosegue la disputa tutta politica sulla fine del precedente governo, con messaggi in codice che ora si cominciano a decrittare. Al tormentone sul «complotto» sono stati aggiunti nuovi capitoli. E dopo l'ultimo botta e risposta tra Conte e Renzi, è tornato a intervenire Bettini: «Come faceva Renzi a sapere che a Conte sarebbe succeduto Draghi? Draghi - ha detto l'altro giorno all'agenzia Italpress il dirigente del Pd - è stato un'iniziativa di Mattarella e non mi pare che Renzi già nelle settimane precedenti... Ma lasciamo perdere». A un passo dal sancta sanctorum Bettini si è fermato. È noto il suo legame con l'ex premier, e chissà se è proprio a lui che Conte ha confidato la «solidarietà» ricevuta nei giorni dell'addio «dai miei colleghi europei, che consideravano incomprensibile la crisi. Dopo che è successo, ho ricevuto molti attestati di stima. Anche dalla Merkel»...».

Tommaso Ciriaco su Repubblica mette insieme le diverse notizie, chiedendo chiarimenti e ottenendo altri particolari soprattutto da Renzi e da Conte. Ecco il quadro che stamattina traccia:

«Va chiarito il primo dilemma: chi ha sollecitato il faccia a faccia tra l'esponente del Dis e l'ex premier? Secondo le fonti consultate, sarebbe stato Mancini a chiedere a Renzi di incontrarsi. L'esponente dei Servizi ha in rubrica il numero del leader di Iv e avrebbe chiamato per reclamare il colloquio. Il capocentro avrebbe chiesto e ottenuto l'incontro - che sarebbe durato tra i dieci e i venti minuti - con due obiettivi, emersi nel corso del confronto: chiedere informazioni rispetto all'imminente crisi di governo, che a fine dicembre è già pronta ad esplodere, e perorare la propria eventuale ascesa a vicedirettore del Dis. Sul primo punto, Renzi avrebbe risposto ribadendo le criticità del rapporto con Giuseppe Conte, lasciando pochi margini alla ricomposizione. Un altro quesito determinante si può riassumere così: chi e perché ha girato il video? È noto che il leader di Italia Viva non ritenga credibile la versione di una registrazione casuale poi consegnata a Report. Più volte i renziani hanno lasciato intendere di considerare irrealistico che sia stata davvero una professoressa capitata lì per caso a registrare l'incontro. A supporto di questa considerazione le fonti consultate rilevano un dettaglio: il fatto che sarebbero udibili alcune parole del video rende improbabile una captazione non pianificata. E quindi, ancora: chi può aver realmente girato il video? Le versioni accreditate da chi è nel cuore di questa storia sono due. La prima è che sia stato lo stesso Mancini a far registrare l'incontro. La seconda è che la registrazione sia stata effettuata da apparati dell'intelligence e all'insaputa del capocentro. In entrambi i casi, ne discende che Renzi sarebbe finito in mezzo a una resa dei conti dell'intelligence. Ma c'è un altro dettaglio da approfondire: chi ha sollecitato l'interessamento di Mancini alla questione della possibile crisi di governo? Secondo fonti di Italia Viva, è plausibile ipotizzare che l'abbia fatto chi era interessato alla stabilità dell'esecutivo. E, dunque, ragionevolmente e in ultima istanza, anche Palazzo Chigi. Questo snodo va affrontato tenendo in considerazione anche un'altra indiscrezione che circola in queste ore, alimentata da fonti di primo piano: Conte avrebbe sostenuto in privato che a perorare la causa di Mancini sarebbero stati il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e la big renziana Maria Elena Boschi. Quest' ultima si sarebbe interessata nella seconda metà di gennaio, prima della caduta dell'esecutivo giallorosso. Interpellato su queste circostanze, Conte si limita a dire: «No comment». Boschi, invece, smentisce in modo «più che categorico», facendo sapere di non aver mai conosciuto Mancini o perorato la sua causa. Una nettezza che lascia supporre che il «no comment» dell'ex premier si riferisca a Gratteri (che tra l'altro gode da anni di rapporti solidi con Renzi, e che conoscerebbe da tempo anche Mancini). Il procuratore di Catanzaro, contattato, fa sapere di non avere nulla da dire, se non smentire categoricamente di aver fissato l'appuntamento in autostrada tra il fondatore di Iv e l'esponente del Dis. Cosa, tra l'altro, che non ha sostenuto nessuno, perché il punto sollevato da Repubblica è piuttosto quello di aver più in generale sollecitato un incontro con Mancini».

Nando Pagnoncelli sul Corriere offre uno spaccato della “doxa” degli italiani sui magistrati. Che cosa pensa la gente dei giudici? La loro credibilità si è molto ridotta soprattutto per questi motivi: tempi troppo lunghi della giustizia, troppa politicizzazione, corruzione delle toghe e sentenze discutibili.

«Quanto alla fiducia nella magistratura, oggi quasi un italiano su due (49%) dichiara di non averne, contro il 39% che si esprime positivamente e il 12% che sospende il giudizio. Decisamente meno fiduciosi sono gli elettori del centrodestra: la sfiducia viene espressa dal 71% degli elettori di FdI, dal 64% dei leghisti (un tempo più positivi, ma oggi più critici presumibilmente per le vicende che vedono coinvolto Salvini) e dal 53% degli elettori di FI. Da notare che anche tra i pentastellati, che sono spesso ritenuti giustizialisti, il 43% dichiara di non avere fiducia nella magistratura. L'aspetto che più colpisce è il vero e proprio crollo di credito registrato in 11 anni, passando dal 68% di fiducia nel maggio 2010 al 39% odierno. Senza nulla togliere alle vicende Amara e Palamara, il motivo principale è però da attribuire al clima politico degli anni passati, contraddistinti dai rapporti conflittuali di Berlusconi con la magistratura e da una radicale contrapposizione nel Paese tra berlusconiani e antiberlusconiani che induceva questi ultimi a parteggiare per i giudici spesso indipendentemente dal merito delle questioni. Il tramonto politico di Berlusconi ha indotto molti cittadini a valutare con sguardo diverso il sistema giudiziario e l'operato dei magistrati. Non a caso oggi la maggioranza attribuisce il calo di fiducia ai tempi lunghi della giustizia (24%), alla presenza di magistrati politicizzati (18%) o corrotti (17%), oppure a sentenze discutibili (16%), mentre solo il 10% ritiene che ci sia una campagna denigratoria nei confronti dei magistrati».