Profondo Rosso
Le petroliere in fiamme nel Mar Rosso e gli attacchi ad Hormuz riportano il petrolio ai massimi. Giù le Borse. Galli e il dilemma di Meloni. Minori imputabili? In Emilia-Romagna suicidio assistito
La guerra continua. Donald J. Trump alterna bombardamenti e minacce all’Iran ma le petroliere in fiamme nel Mar Rosso, con il coinvolgimento degli Houthi, nell’altra strozzatura del flusso dei commerci del petrolio, quello di Bab El Mandeb, hanno portato ad un netto ribasso delle Borse mondiali. E ad un parallelo innalzamento delle quotazioni del petrolio. Il prezzo del Brent è tornato a superare i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Trump ha affermato che riterrà l’Iran responsabile di qualsiasi futuro attacco dei ribelli dello Yemen e che Teheran dovrà risarcire per i danni ad ogni singola petroliera e che saranno confiscati i beni iraniani all’estero. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha replicato su X: «L’appropriazione indebita dei beni di un’altra nazione per far fronte a future rivendicazioni non correlate costituisce un precedente esplosivo». Secondo il New York Times Teheran avrebbe respinto un accordo di cessate il fuoco proposto dagli Stati Uniti e presentato all’Iran dal primo ministro iracheno, uno dei principali mediatori. L’esperto di energia Davide Tabarelli dice oggi a Repubblica: «Persino gli amministratori delegati delle grandi società petrolifere sono disorientati da quello che sta accadendo. Siamo cresciuti con schemi interpretativi della realtà che non funzionano più: non avremmo mai pensato che Hormuz potesse chiudere».
Nello Scavo su Avvenire intervista l’ex premier israeliano Ehud Olmert. Che scommette sulla vittoria elettorale del generale Eisenkot e sulla sconfitta di Benjamin Netanyahu alle prossime elezioni. Dice: «Il Likud non ha futuro». Ma avverte anche: «Prima del 27 ottobre (data delle elezioni ndr) temo strappi e colpi di coda». Alberto Negri commenta sul Manifesto: «Ogni giorno qualcuno chiede quando finirà questa guerra di Hormuz, che si è allargata allo Stretto gemello di Bab el Mandeb dove gli Houthi yemeniti stanno attaccando le petroliere saudite: “Mai, è ovvio”, una risposta che nessuno vorrebbe sentire. Non lo vorremmo sentire noi come pacifisti, opinione pubblica e consumatori di petrolio, ma anche coloro che questa guerra l’hanno iniziata il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele, che sulla scorta delle menzogne di Netanyahu avevano promesso di abbattere il regime della Repubblica islamica inventandosi l’ex presidente iraniano Ahmadinejad come “quinta colonna” di un fantasioso colpo di stato. Ahmadinejad lo abbiamo visto con aria dimessa e contrita dietro al feretro di Ali Khamenei. Sul New York Times Steven Erlanger fa notare che dai tempi del Vietnam i presidenti Usa sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo - o quello dopo ancora - non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa».
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