Quante dosi, Figliuolo?

Il generale fa il punto sul record dei vaccini, anche oggi più di mezzo milione. Primo maggio senza lavoro. Caos toghe, che divide la Procura di Milano e il CSM. Putin si vendica sull'Europa

Al di là della ritualità, è un Primo Maggio dove il lavoro manca. Altra vittima della pandemia. In Italia e nel mondo. L’idea di nuovi, ingenti, investimenti pubblici, il nuovo New Deal di Biden, il Recovery europeo, sono progetti concreti e iniziati, ma i cui effetti si dovrebbero cominciare a vedere solo tra un po’. Con tante incognite: la transizione ecologica, la digitalizzazione, le riforme strutturali porteranno davvero più posti di lavoro? Ci sarà sicuramente un rimbalzo economico in uscita dalla pandemia, ma sapremo sfruttarlo a vantaggio dei più deboli?  

Importante intanto è uscire dal virus e la campagna vaccinale comincia a dare buoni risultati. Ecco l’ultimo aggiornamento. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 530 mila 452 somministrazioni. Nella sola Lombardia un altro record nelle ultime 24 ore: 117 mila 571. Le 500 mila vaccinazioni al 30 aprile sono allo stesso tempo, a seconda di come le si veda, la metà di quelle fatte in Germania lo stesso giorno (ma i tedeschi hanno 24 milioni di abitanti più di noi) oppure l’obiettivo fissato dal Governo solo per maggio, raggiunto con 24 ore di anticipo. Ma sempre 500 mila restano. In dieci giorni sono 5 milioni. In trenta 15 milioni. Il che significa immuni a fine luglio. Se si tiene questo ritmo. Figliuolo fa il punto della campagna con Repubblica.    

La politica italiana è ancora agitata dalle polemiche sul coprifuoco e sulle riaperture, oggi alla prova del primo vero week end festivo. Enrico Letta, dalle colonne de La Stampa, invita gli italiani a non seguire Salvini e ad essere prudenti nei comportamenti. Anche se si sposta il coprifuoco alle 23 non deve essere un “liberi tutti”. Ma da ieri la vera questione che scuote i Palazzi della politica riguarda i veleni del Csm. C’è una fortissima polemica fra toghe, che rischia di sconvolgere tutti gli equilibri. Proviamo, anche oggi, a raccontarne gli inquietanti e complicati contorni. Durissima la presa di posizione di Giovanni Salvi, Procuratore generale della Cassazione.   

Clamorosa la mossa di Putin che vieta l’ingresso in Russia al presidente del Parlamento europeo, l’italiano David Sassoli e ad altri sette esponenti europei. Mossa che si aggiunge al pesante inasprimento della repressione sul movimento di opposizione guidato da Navalny, ingiustamente detenuto. Come se Mosca non nascondesse più, non attenuasse più i caratteri autoritari del suo regime. Concludiamo la Versione di oggi con una bella testimonianza di Lucio Brunelli sugli anni di piombo. Destini incrociati che potrebbero portare a verità e riconciliazione. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Per una volta la sintesi è del Mattino di Napoli che mette insieme due delle notizie principali di oggi, scelte dai vari Direttori per l’apertura dei giornali: Primo Maggio, festa a metà poco lavoro ma tanti vaccini. Repubblica intervista il generale Figliuolo che promette: “I vaccini anche in vacanza”. Quotidiano Nazionale avrebbe voluto veder dati migliori, visto che fra prima dose e guariti sono ormai fuori pericolo il 30 per cento degli italiani: I contagi sono in calo ma non troppo. Il Corriere della Sera si mostra preoccupato: Timori per la variante indiana. Il Secolo XIX è nel clima del fine settimana festivo come classica prova generale dell’estate: Primo esame di normalità. E la Liguria riapre le spiagge. La Stampa enfatizza le parole di Enrico Letta, sul virus ma soprattutto contro la Lega: «Con Salvini tornerebbe il lockdown». Poi ci sono i giornali che tornano sui veleni fra magistrati. Per Il Giornale, sta crollando un sistema: GIUSTIZIOPOLI. Il Fatto allude ad una nota ufficiale molto dura di Giovanni Salvi, Procuratore generale di Cassazione: Volano le toghe. Si Salvi chi può. La Verità altrettanto apocalittica: La bomba che rischia di far saltare i giudici. Sulla festività dei lavoratori, c’è Avvenire: È il lavoro che cura l’Italia e il mondo. Non manca il Manifesto che riecheggia il film con Marlon Brando: Il fronte del posto. Il Messaggero annuncia: «Licenziamenti dopo la Cig». Il Sole 24 Ore guarda ancora invece al Pnrr: Recovery, Giovannini: «Parte lunedì con 10 miliardi pronti da spendere». Libero propone un titolo che poteva essere quello di due giorni fa: C’è ancora chi difende i terroristi rossi.

PRIMO MAGGIO, IL LAVORO VITTIMA DELLA PANDEMIA

Una festa dei lavoratori all’insegna dei dati preoccupanti sull’occupazione e sull’aumento della povertà. Pier Giorgio Ardeni sul Manifesto:

 «La povertà si è fatta più diffusa, il nostro reddito è crollato - ci siamo distinti anche in questo, con un tonfo più profondo - ma è il lavoro che più mostra quanto violento sia stato il colpo. E su cui massima dovrebbe essere l'attenzione. Secondo gli ultimi dati Istat, in un anno di pandemia (febbraio 2020 - febbraio 2021), gli occupati totali sono diminuiti del 4.1% (941mila unità, per due quinti donne), i disoccupati sono aumentati dello 0.9% (sono ora più di 2 milioni e mezzo) e gli inattivi (quello che non lavorano né lo cercano) del 5.4% (717mila). Il numero di occupati totali è tornato ai livelli del novembre 2014 e il problema è che il calo era già cominciato a metà del '19. Il tasso di disoccupazione, oggi saldamente sopra il 10%, è tornato ai valori di maggio 2019, quando però era in discesa da cinque anni, prima di tornare a salire sul finir dell'anno. (…) Sono numeri che parlano, che ci danno la fotografia di un'Italia che già prima della sindemia aveva il fiato corto. (…) La precarietà è un vasto mondo, non solo per chi lavora per le «piattaforme», ma anche per chi è occupato in azienda o deve lavorare per altri fingendo di lavorare in proprio (le partite Iva). In Italia vi sono 26milioni di nuclei familiari, di cui un terzo è composto da «single». Se escludiamo quelli in cui vi è almeno un pensionato (che porta un reddito a casa), ne rimangono due terzi (17,4 milioni). Ebbene, di questi sono 3,58 milioni quelli composti da persone senza lavoro (disoccupati o inattivi). Gli altri (13,8 milioni) vivono del reddito di uno o più dei loro membri, che però hanno un'occupazione precaria o a termine (più di un milione) o part-time (949mila). Ci sono 200mila coppie senza figli che non hanno lavoro, 500mila coppie con figli senza lavoro e 450 mila famiglie mono-genitoriali senza lavoro (e in 400mila di queste il genitore è donna). Il guaio, però, è che tutto questo non è dovuto alla pandemia perché era già così nel 2019. La sindemia ha solo accentuato i caratteri fragili della nostra occupazione, che solo per tre quarti - e parliamo di milioni di uomini e donne ha una qualche stabilità. Il «Recovery plan» sarà anche necessario ed è un bene che si parli delle prossime generazioni, ma è da questi numeri che si deve partire. Perché un'economia ingessata, che già si trascinava, ha bisogno ben più di un «recupero» che potrà venire solo da un sostegno pubblico che la smetta di tenere buona una classe imprenditoriale che molto chiede e poco dà, liberando le energie buone che potranno trovare spazio solo in un ambiente davvero competitivo, non quell'insenilito sistema bloccato che non conosce più mobilità. Aggiustando l'ascensore sociale guasto da una generazione, perché questa torni ad essere una repubblica fondata sul lavoro».

PARLA FIGLIUOLO: IL RECORD? POSSIAMO ANCORA AUMENTARE

Il Commissario del Governo, il generale Francesco Paolo Figliuolo, fa il punto con la redazione di Repubblica a proposito della campagna vaccinale.   

«Non posso dire che domani riusciremo a fare un milione di vaccini, ma intanto sono sicuro che la macchina possa salire molto più su dei 500 mila. Non dobbiamo fare scorte, ma veleggiare tra l'88 e il 92% di dosi utilizzate rispetto alle consegne. In Italia c'è tutto, grazie a Speranza abbiamo accordi con i medici di famiglia. Hanno aderito 30 mila, con 10 fiale al giorno siamo a 300 mila. Poi ci sono 10 mila farmacie. E 60 mila dosi le possono fare i dentisti». Può servire anche la vaccinazione nelle aziende. Quando consegnerete le dosi ai privati? «Abbiamo censito 730 punti vaccinali aziendali. Il sistema è aperto e potrebbe crescere a dismisura. Speriamo di aprire alle aziende il prima possibile, appena messi in sicurezza gli over 65. A parità di buona salute, nessuno si scandalizza se una persona di 38 anni che lavora alle presse o nel turismo arriva prima di una di 54 perché la sua azienda è stata più veloce. Lo proporrò al presidente del Consiglio. Speriamo di arrivare a fine maggio all'obiettivo». Finiti i sessantenni, cosa farete per chi ha tra i 18 e i 59 anni? Andrete per fasce d'età? «A brevissimo apriremo le prenotazioni fino a 55 anni per chi ha comorbidità legate ai codici di esenzione: malattie neurologiche, del cuore, ipertensione, trapiantati. Nel frattempo mettiamo in sicurezza gli over 65. Poi, con l'arrivo massiccio delle dosi, vogliamo dare i vaccini ai centri aziendali e aumentare la capacità di somministrazione». Pensate anche alle farmacie "walk-in" in cui si vaccina chiunque voglia? «Sì. Coperti gli over 65, la mia idea, ancora non condivisa con chi prenderà la decisione finale, è di dire a tutti quelli che hanno più di 30 anni: andate e vaccinatevi. Poi ovviamente continueremo a immunizzare anche l'ultimo dei fragili. Ma quando gli scienziati ci diranno che l'incidenza della malattia non è rilevante per le diverse fasce d'età, vorrei che si dicesse: chi ha più di 30 anni si presenta e si vaccina. Poi decideremo le modalità con le Regioni, anche per evitare le resse che abbiamo visto». Questa estate potrebbe però esserci un altro problema. Molti giovani dovranno vaccinarsi, ma saranno in vacanza. E magari non vorranno legarsi a una data del richiamo nel luogo di residenza. State pensando a una soluzione? «Sì, è un'idea che sta maturando. Pensiamo di utilizzare strutture presso centri montani o estivi, che potrebbero dare un appeal a quel tipo di utenti. Tutti siamo stati giovani, e sappiamo che i giovani a volte si sentono onnipotenti e pensano: "Tanto non lo prendo". Ma così possono colpire congiunti più anziani. Saremo proattivi, vedremo come strutturare questo piano, ma lo faremo». (…)  Per la prima volta in un'emergenza di carattere nazionale vengono date le chiavi a un alto ufficiale delle forze armate. Ha avvertito un po' di diffidenza da parte delle strutture civili? «Ho ascoltato giudizi dati da autorevoli commentatori e pensato: io non mi sentirei mai di criticare una persona per il vestito, lo sport che fa, il sesso, la razza, le sue attitudini. C'è stato un chiaro cambio dovuto alla mentalità e alla cultura pragmatica del primo ministro. Io non l'avevo mai conosciuto, ha visto il mio curriculum, ha sentito qualcuno e mi ha chiamato. Venendo dal profondo sud, come alpino dovevo dimostrare di essere più bravo. Sono abituato ad andare in giro in salita con il freno a mano tirato, e lo zaino pesante. Hanno cercato un ciuccio di fatica». In uniforme. «Ci sono state polemiche sull'uniforme. Io rimango un alto comandante dell'esercito, poi posso andare anche in scarpe da tennis e pantaloncini, ma l'uomo è quello. Per convenzione uno si veste in un certo modo. Ma quando qualcuno mi chiede di fare una riunione, cosa devo portare? Il cervello». Le Regioni hanno mostrato molti problemi. Incapacità tecnica, mancata volontà di chiedere supporto, o cosa? «Alcuni territori sono più semplici di altri. Penso ai problemi della Calabria, con la sanità commissariata e due miliardi di debiti. Abbiamo tolto qualche sassolino dall'ingranaggio. Creato hub che non avevano, e non per incapacità ma per incapienza finanziaria. Anche il Molise e l'Abruzzo hanno chiesto ausilio. E lo stesso la Lombardia, per il sistema informatico: pensate che ieri hanno fatto 115 mila dosi sul totale di 500 mila. Un record, va detto». (…) Quante persone non vorranno vaccinarsi? Come si intercettano? «Pensiamo ad AstraZeneca, bisogna lavorare sulla comunicazione, far capire che un evento collaterale avverso ha dei valori infinitesimi, molto più bassi di quelli della pillola anticoncezionale. Poi ci sono i no-vax, che nel Nord-Est del Paese raggiungono anche il 18%. Nelle altre Regioni siamo intorno al 10-12%.Il fenomeno è statisticamente rilevante se si sale sopra al 5%, dunque c'è. Quella differenza si può assorbire, ma temo la stagione più calda: pensare che il rischio sia scampato potrebbe farci passare dal "me-vax" al no-vax. Bisogna fare attenzione all'effetto "tana libera tutti"». E cosa fare con il personale sanitario che malgrado l'obbligo non si vaccina? «Percentualmente è un numero molto residuale. La norma è chiara e prevede fino alla risoluzione del rapporto di lavoro. Va fatta informazione e formazione. È inammissibile far rischiare i pazienti. Poi, fatto tutto, ci sono i direttori delle Asl, ognuno si prenda le sue responsabilità. Governare tutti con la pacca sulla spalla è bellissimo, ma bisogna raggiungere i risultati. La legge c'è, bisogna fare quello che si deve». Per la scienza continueremo a vaccinarci per anni. E dunque, la straordinarietà della sua struttura è destinata a diventare ordinaria? «È probabile che si dovranno fare dei cicli di vaccinazione. Le Big Pharma si stanno attrezzando per la cosiddetta terza dose, anche per le varianti. Questa struttura ha un compito, fare la vaccinazione degli italiani il prima possibile. Non deciderò io, ma per come la vedo lo straordinario dovrà diventare normale. Di tutto questo non ho mai parlato con il governo, ma penso che dovremo strutturarci per pandemie che saranno poi endemiche. Riguardo al mio futuro, ho fissato l'obiettivo di vaccinare gli italiani. Puntiamo a farlo entro settembre. Poi il presidente del Consiglio deciderà. Io rimango a disposizione dell'Italia, con tutta la mia struttura». La Germania resta chiusa con un milione di vaccini al giorno. Noi con la metà riapriamo. E c'è anche chi in maggioranza raccoglie firme per abolire il coprifuoco. Come vive tutto questo? «La primavera da noi è più calda e arriva prima, rispetto alla latitudine della Merkel. Sulla base di queste evidenze il governo ha deciso di dare un po' di respiro. Se facessimo gli scienziati puri, apriremmo nel 2026. Se uno fa solo il mestiere del politico e guarda la pancia di alcune categorie, dice: apriamo tutto e non se ne parli più. Il governo ha preso una decisione bilanciata. Poi tutte le scelte sono e saranno sottoposte a rolling review. Siamo andati avanti con scienza, buonsenso, esperienza, un po' a tentativi. Anche queste riaperture sono una prova». Il coprifuoco serve ancora? «Il Cts risponde di norma a queste domande e poi il governo si assume la responsabilità. È chiaro che più vacciniamo, più entriamo nella bella stagione, più i cittadini seguono le regole, meglio va. Scende l'Rt. Se così sarà, ritengo che l'esecutivo andrà verso misure meno restrittive».

I timori per la variante indiana. Per ora si registrano solo due casi in Italia, ma l’attenzione è alta. La cronaca di Leonard Berberi e Alessandro Trocino sul Corriere .    

«Il caso della variante indiana è monitorato attentamente dalle autorità, con forti timori ma anche qualche punto fermo: finora di casi individuati in Italia ce ne sono solo due; il focolaio che si è acceso tra gli indiani in una frazione di Sabaudia ha evidenziato, finora, solo varianti inglesi. E non ci sono dati ufficiali che facciano ritenere più pericolosa questa variante. Eppure i timori restano forti, perché l'India è travolta da un'ondata gigantesca di contagi e perché non c'è ancora chiarezza sugli effetti. L'India intanto fa segnare un nuovo record quotidiano, con 386.452 contagi da coronavirus e quasi 3.500 morti in 24 ore. Due persone residenti nel Veneziano, da poco rientrate dal Bangladesh, si sono viste diagnosticare la variante indiana, anche se quella del ceppo 2, meno pericolosa. E a Trieste si segnala un nuovo caso, un marinaio di nazionalità indiana che si è già negativizzato. Allo Spallanzani di Roma servirà qualche giorno per stabilire se qualcuno dei 23 positivi sull'aereo di mercoledì è stato contagiato con la variante indiana. Il nuovo ceppo è stato escluso per gli 80 positivi trovati su 550 tamponi nella comunità indiana in provincia di Latina. Un boom di infezioni che ha fatto scattare la zona rossa a Bella Farnia, in una frazione di Sabaudia. «L'indagine epidemiologica continua - spiega l'assessore regionale Alessio D'Amato - se l'incidenza dei casi dovesse aumentare si estenderà la zona rossa». La sindaca di Sabaudia Giada Gervasi ha fatto chiudere le scuole e rinviare l'apertura delle spiagge all'8 maggio. Attenzione anche nella comunità di 800 indiani fra Maccarese e Fregene. In via cautelare il ministro della Salute Roberto Speranza ha emanato un'ordinanza che inasprisce i controlli da India, Bangladesh e Sri Lanka. Possono arrivare in Italia solo cittadini italiani residenti in Italia. Un modo per contingentare gli arrivi. Una volta sbarcati, tutti devono sottoporsi a tampone e quarantena in Covid hotel o strutture militari».

PANDEMIA, IL ROSARIO DI MAGGIO

Comincerà stasera guidata da Papa Francesco e ci sarà ogni giorno di maggio, alle 18, la recita del Rosario per invocare la fine della pandemia. Coinvolgerà trenta santuari nel mondo: da Czestochowa a Lourdes, da Medjugorie a Guadalupe, da Loreto a Fatima.   

«A metterli tutti in fila si fa il giro del mondo. Per invocare la fine della pandemia il Papa punta sulla preghiera semplice, quella cha dà voce alla devozione popolare, trovando casa nei santuari, "cliniche dell'anima" e insieme riposo per gli spiriti affaticati, cuore materno per chi si sente smarrito. Trenta quelli coinvolti nella maratona di preghiera che inizia oggi e si concluderà il 31 maggio. Uno al giorno, con la sola eccezione del Vaticano, coinvolto due volte, e per ciascuno una categoria speciale di persone su cui chiedere la protezione divina. Il filo rosso è il Rosario che come un tappeto profumato di voci si rivolge al Padre chiedendogli di stare accanto ai suoi figli, di liberarli dall'angoscia di questo tempo sospeso, di consentire la ripresa delle attività sociali e lavorative. Nessuna formula magica naturalmente, nessun cedimento alla logica della macchinetta, semmai la consapevolezza che con la preghiera si possono ottenere cose che l'uomo da solo non saprebbe realizzare. Conta il cuore di chi si rivolge al cielo, conta la forza dello stare insieme, conta la perseveranza nel domandare. «Chiedete e vi sarà dato, cercate e otterrete, bussate e vi sarà aperto» recita il Vangelo. E ancora: «Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». Di qui il senso della maratona che parte stasera dalla Basilica di San Pietro con la preghiera del Papa «per l'umanità ferita» e insieme dal santuario inglese di Nostra Signora di Walsingham che affiderà al Signore in particolare i defunti. Ma a prescindere dal punto di partenza tutti i continenti saranno quotidianamente coinvolti. La preghiera verrà infatti trasmessa ogni giorno alle 18, ora di Roma, attraverso i canali ufficiali della Santa Sede».

LETTA SULLE RIAPERTURE, DRAGHI PENSA ALLE RIFORME

Enrico Letta critica ancora Salvini sulle riaperture. Il suo concetto è: se diamo l’idea del “liberi tutti”, rischiamo di dover richiudere a maggio. L’intervista con La Stampa è una chiacchierata col direttore Giannini, scritta con Carlo Bertini.

«Deve essere chiaro che abbiamo un obiettivo: uscire dalla pandemia grazie alla vaccinazione dei fragili, il che ci può consentire un'estate anche di ripresa economica. Se i prossimi giorni saranno gestiti irresponsabilmente saremmo costretti a richiudere a fine maggio. La politica non deve dare il massaggio del liberi tutti». Ma è passato. Anche perché Draghi ha dato retta a Salvini, o no? «No, Draghi ha tenuto il punto. Se la tempistica viene rispettata la road map funziona, se no no. Il meccanismo sanzionatorio ha allentato la presa e dipende dalle persone. Dico agli italiani: siate responsabili, se seguite Salvini ci giochiamo l'estate». Vede un cambio di passo apprezzabile dal governo Conte a Draghi? «Il Pd è stato convinto sostenitore del Conte due, che ha fatto cose importanti e lo è altrettanto del governo Draghi. Nel momento in cui l'Italia deve definire i prossimi decenni, siamo di fronte a un'occasione unica di ricostruzione nazionale e una maggioranza larga è utile. Sarebbe stato complicato fare questo andando a contare sempre i numeri in parlamento. Secondo, Draghi per la sua storia garantisce, solo con il suo nome, un atteggiamento più benevolo dei mercati e di Paesi come la Germania che ora si fidano di più. Bisogna giocarsi fino in fondo la carta Draghi e questo governo deve durare tutta la legislatura». Sul Recovery ci sono state polemiche per le minori risorse per il sociale a fronte di più investimenti. «Questo è il Piano dell'Italia verde del futuro. Vorrei che il Pd diventasse il partito della sostenibilità e che il colore verde entrasse nel modo in cui ci guardano. Vivere per sei anni con dei ragazzi mi ha fatto capire che per loro la priorità è solo questa. Per me è cruciale dunque dare più peso elettorale a quella generazione. L'Italia riduca a 18 anni l'età per votare al Senato. Un ragazzo ha un approccio diverso. E questo piano mi fa pensare che l'Italia verde non è un sogno assurdo. Grazie all'Europa. Ancora una volta diciamolo a chi mette in dubbio quella bandiera». Le misure per donne e giovani sono sufficienti? «Rispetto a quello del governo Conte, questo Pnrr ha una maggiore curvatura sulla sostenibilità e sul digitale e ha una clausola premiale per il lavoro giovanile e femminile in tutte le voci del piano. Questa clausola ha un effetto moltiplicatore fortissimo, ma con due fondi aggiuntivi il complesso del piano è lievitato fino a 250 miliardi. Se li spenderemo tutti o quasi, avremo cambiato l'Italia».

Francesco Verderami scrive un retroscena per il Corriere. Trovato il ritmo giusto per i vaccini e mandato in tempo a Bruxelles il Recovery Plan, le prossime mosse di Draghi riguardano tre riforme: semplificazioni, concorrenza e giustizia. Ci si potrà dividere sul merito. Ma non c’è un piano B, se salta questo Governo.

«Il decreto semplificazioni, che verrà varato entro metà maggio, sarà - così viene definito da un autorevole ministro - la «prova del nove in Parlamento», perché rappresenterà «la prima pietra del progetto di modernizzazione del Paese, la base di revisione per la Pubblica amministrazione, le autorizzazioni ambientali, le infrastrutture, la digitalizzazione...». E appresso arriverà il provvedimento sulla concorrenza, che l'Europa ha indicato come priorità e che inciderà sulle categorie, quindi sui serbatoi elettorali delle forze politiche. «Un tema delicato», ammette chi rappresenta un partito nell'esecutivo. Draghi è consapevole del rischio che si produca nel Paese l'«effetto Nimby», perché in Italia tutti sono propensi ad appoggiare le riforme, a patto che non si facciano nel loro giardino. Ma i miliardi del Pnrr, nella logica del dare e avere, saranno lo strumento che potrà agevolarlo nel portare a termine la svolta, con un cambio di paradigma necessario a rilanciare l'economia e afferrare la crescita. Peraltro non esiste un «piano B» e i primi a saperlo sono i partiti che dovranno abbandonare i giochi quotidiani di posizionamento per assumersi la loro responsabilità in Parlamento. Lì dove arriverà ai primi dell'estate il disegno di legge delega con il quale si dovrà riformare la giustizia, l'altra innovazione chiesta dall'Europa. «Bisognerà ridurre in modo drastico il tempo dei processi», ha spiegato in Consiglio dei ministri il Guardasigilli Cartabia. E fin qui tutti d'accordo. Il punto è come si tradurrà l'enunciazione di principio in testo, quali reazioni susciterà in un mondo che ha fatto della conservazione la propria religione, e quale sarà l'atteggiamento delle forze di governo. L'ex presidente della Consulta, che ha messo al lavoro sei commissioni al dicastero della Giustizia, ha spiegato il suo metodo di lavoro prima di lanciare un appello alla consapevolezza e alla corresponsabilità strategica, che presuppone - ha sottolineato - un preciso impegno politico. Le riforme non saranno una passeggiata, ma siccome non ci sono alternative, sarà (forse) questa la strada per riformare finalmente il Paese degli irriformabili».

Fra le tante riflessioni sull’economia, all’indomani del Recovery Plan spedito in Europa, da segnalare sul Sole 24 Ore di ieri, un’interessante intervista del direttore Fabio Tamburini a Giulio Tremonti. In cui l’ex Ministro propone di destinare un piccolo investimento al volontariato.

«Comunque vada a finire verranno fatti grandi investimenti. Chi ne trarrà vantaggio? Come si sposterà l'asse del potere? «Indipendentemente dalla localizzazione materiale dei nuovi investimenti (soprattutto al Sud e solo in parte al Centro-Nord), e a prescindere dalla naturale centralità del Governo, inevitabilmente l'asse del potere economico si sposterà e si concentrerà su Roma, dove hanno sede le grandi imprese pubbliche che saranno le principali o prioritarie destinatarie dei nuovi finanziamenti. Questo significa che su Roma graviteranno industria, finanza, servizi professionali. Le conseguenze, conoscendo il Paese, sono immaginabili. Realisticamente, sui territori, ci saranno solo e per derivazione gli appalti». Sono previste riforme chiave, da tempo all'ordine del giorno. Si faranno davvero? «Nel Piano le riforme strategiche sono elencate ma, oggettivamente, risultano poco dettagliate, o descritte de minimis. Alcune, per esempio la riforma fiscale, sembrano enigmi avvolti nel mistero. Diciamo che così è possibile, anzi è probabile che l'esercizio politico prevalente tra i partiti sia quello di mandare la palla in tribuna, con l'effetto di sospendere o ritardare i flussi finanziari attesi da Bruxelles. A prescindere dal non positivo effetto di immagine, questo è negativo. Negativo perché il moltiplicatore del Pil funziona certo facendo spesa pubblica, ma soprattutto funziona se, con le riforme, è davvero liberata la forza dell'economia. Non solo. Il rischio, non trascurabile, e temo molto probabile è che, per applicare il Piano, il numero delle norme di nuova produzione abbia uno sviluppo chilometrico, facendo così nascere un nuovo mostro: una nuova specie d'infrastruttura pubblica». C'è sfasatura tra investimenti e riforme previste? «L'asimmetria tra la data di avvio del Piano, il 2021, e la data di arrivo del Piano, il 2026, è evidente. Ne deriva, di riflesso, anche una non trascurabile asimmetria politica: al più tardi nel 2023, ci saranno infatti le elezioni politiche, che certamente esprimeranno una maggioranza di governo diversa da quella che ha appena votato il Piano. Il problema è che la nuova maggioranza tenderà ad introdurre varianti non trascurabili. Con quali effetti, anche nei rapporti con l'Unione europea e i mercati finanziari, sarà tutto da verificare». Il Piano è ponderoso. Se la sente di aggiungere almeno un intervento? «Mi sento di fare una proposta, che non costa più di 500 milioni: portare dal 5 al 10 x 1000 la deduzione per il volontariato, perché il volontariato, pare non considerato nella versione attuale del Piano, è già ora, e sarà ancora di più in futuro, davvero essenziale per la nostra coesione sociale».

I VELENI AL CSM: ACCUSE INCROCIATE FRA MAGISTRATI

Difficile capirci qualcosa ma certo i contrasti emersi dentro il Csm e, par di capire, dentro la stessa Procura di Milano sono un fatto grave. Al di là del merito delle accuse, formulate dall’avvocato Amara, sull’esistenza, tutta da verificare, di una loggia massonica segreta, “Ungheria”, dove sarebbero stati coinvolti vertici istituzionali. Sulla loggia indaga Perugia, con il Procuratore capo Raffaele Cantone, e ci sono già sei indagati. Sul dossieraggio indaga Roma mentre la nota di ieri, durissima, è stata quella di Giovanni Salvi, PG della Cassazione. La cronaca di Repubblica, a firma Foschini e Sannino.

«Tolleranza zero, è la linea di Palazzo dei Marescialli. Ed è l'unica reazione possibile, evidentemente sposata anche dal Quirinale, dopo lo scandalo del "corvo", delle lettere anonime e delle clamorose violazioni, su atti coperti da segreto, consumate all'interno del Consiglio superiore della Magistratura. Carte diffuse al di fuori di qualunque procedura, e che riguardano le dichiarazioni rese dall'avvocato Piero Amara, già indagato per vari episodi di corruzione e per il depistaggio Eni, sulla presunta partecipazione di magistrati e alti vertici istituzionali ad una loggia segreta, Ungheria. La cui esistenza, beninteso, è tutta da verificare. Su questo la procura di Perugia di Raffaele Cantone ha già aperto un'inchiesta che conterebbe sei indagati: l'obiettivo è verificare se si tratti una calunnia, come sembra. O no. Intanto da Roma si annunciano iniziative disciplinari, in due note ufficiali firmate ieri dal vicepresidente del Csm David Ermini e dal Pg Giovanni Salvi. Nel mirino c'è il pm milanese Paolo Storari. Ma anche l'ex consigliere Piercamillo Davigo. Mentre un'indagine a parte dei pm romani colpisce la funzionaria del Csm, già sospesa, Marcella Contrafatto: accusata di aver "diffuso" lettere anonime e parte di quei verbali ai giornalisti. Con quale obiettivo? Per conto di chi? (…) Ecco la severa e dettagliatissima nota del Pg , Salvi. «Nella tarda primavera dell'anno passato, il consigliere Piercamillo Davigo scrive Salvi - mi disse che vi erano contrasti nella Procura di Milano circa un fascicolo molto delicato, che riguardava anche altre procure e che a dire di un sostituto (Storari, ndr) - rimaneva fermo; nessun riferimento fu fatto a copie di atti. Informai immediatamente il Procuratore di Milano. In un colloquio avvenuto nei giorni successivi nel mio ufficio, il 16 giugno, il dottor Greco mi informò per grandi linee della situazione e delle iniziative assunte. Si convenne sulla opportunità di coordinamento con le procure di Roma e Perugia (...) e risultò proficuo. Né io né il mio ufficio abbiamo mai avuto conoscenza della disponibilità da parte del consigliere Davigo o di altri di copie di verbali di interrogatorio resi da Amara a Milano. Di ciò ho appreso solo a seguito delle indagini delle procure interessate (...). Si tratta di una grave violazione dei doveri del magistrato, ancor più grave se la diffusione anonima dei verbali fosse da ascriversi alla medesima provenienza». E avverte Salvi: «Non appena pervenuti gli atti necessari, la Procura generale valuterà le iniziative disciplinari conseguenti alla violazione del segreto». La versione di Storari e Davigo: «Nessuna violazione. Il segreto non è opponibile ai consiglieri», tira dritto anche ieri Davigo, rispondendo a Repubblica. «Avevo informato chi di dovere», ripete, prima che Salvi lo smentisca sulla completezza di quel suo racconto. E Storari da Milano fa sapere alle persone più vicine: «Non ci sto a passare per uno che viola il segreto. Mi ero rivolto a un consigliere del Csm, volevo solo tutelarmi». Lo stesso Davigo è pronto a difendere il collega milanese. La procura di Roma procede con il suo lavoro nell’inchiesta sul corvo. Ha in piedi due fascicoli: uno per calunnia e un altro per rivelazione del segreto istruttorio. Iscritta nel registro degli indagati c'è la funzionaria del Csm Marcella Contrafatto, mentre si sta valutando la posizione del pm Storari: potrebbe essere presto ascoltato. La Procura è certa che a far recapitare i plichi con i verbali di Amara, evidentemente sottratti al consigliere Davigo, prima alla redazione del Fatto e poi a quella di Repubblica, sia la cancelliera Marcella Contrafatto. Ed è sempre lei ad averli consegnati al consigliere Nino di Matteo: da qui la denuncia di calunnia. Nella lettera di accompagnamento al plico c'erano accuse al procuratore di Milano Greco. E Di Matteo, in quanto membro del Csm, è da considerarsi un pubblico ufficiale».

Il Fatto pubblica un’intervista di Marco Lillo a Sebastiano Ardita, consigliere del CSM. Ardita, entrato in conflitto con il suo collega di corrente Piercamillo Davigo (ma di questo “vuole parlare nelle sedi competenti”), sarebbe stato citato nelle dichiarazioni di Amara. Circolate come documenti non ufficiali diffusi dall’impiegata del Csm collaboratrice dello stesso Davigo, ora indagata per calunnia.  

«Per i pm la mano che veicolava il verbale contro di lei potrebbe essere stata quella della ex segretaria del suo collega di corrente al Csm, Piercamillo Davigo. Lei conosceva immagino la Dottoressa Contrafatto. La vede più come un corvo o un semplice postino? «Sono sconcertato. La dottoressa Contrafatto è una persona semplice, non la ho mai ritenuta capace di strategie o cattiverie. La conosco da tempo ed è sempre gentile con tutti, non riesco proprio a vederla nel ruolo ideativo di corvo. Quindi il mio sconcerto è ancora maggiore». La ex segretaria di Davigo sarebbe solo la persona che li ha spediti. I verbali di interrogatorio segreti di Amara sono usciti dalla procura di Milano. Al consigliere Davigo sarebbero stati consegnati da chi interrogava Amara, il pm Paolo Storari. Si può fare? «È chiaro che non si può fare. Non si possono estrarre copiacce non firmate di atti segreti e farli circolare. Le istituzioni operano in modo formale, con atti ufficiali e nel rigoroso rispetto del segreto. E la legge prevede i mezzi di risoluzione di ogni possibile conflitto fra colleghi di un ufficio. Non è certo quello di rivelare atti segreti privatamente, fuori da ogni ritualità, a chi non ha titolo per riceverli». Davigo però potrebbe avere informato (genericamente, senza consegna dei verbali e tramite il vicepresidente del Csm David Ermini) il capo dello Stato. «Ritengo impossibile che il capo dello Stato o i suoi Uffici abbiano accettato di ricevere quelle copie informali acquisite in quel modo». Invece sull'arrivo dei verbali non firmati da un pm al consigliere del Csm c'è stata un'anomalia? «Potremmo parlare più che di una anomalia, di una catena di anomalie, culminata con dei reati già contestati». Lei ha avvertito un cambio di atteggiamento di Davigo o di altri al Csm verso di lei? «Ci sono state divergenze con Davigo riguardo all'attività consiliare, fino a giungere alla interruzione di ogni rapporto. Ma non ne voglio parlare qui. Lo farò in caso nelle sedi competenti senza temere niente e nessuno».

Alessandro Sallusti ha scritto con Luca Palamara, ex membro del Csm radiato dall’ordine giudiziario, un libro-confessione diventato best seller e intitolato Il Sistema, che descrive vicende e retroscena dalla magistratura italiana. Stamattina sul Giornale la sua tesi è che “il sistema crolla”.

«Quello che è successo negli ultimi mesi ha dell'incredibile: verbali segreti con pesanti accuse all'ex presidente del Consiglio Conte, ad importanti magistrati e uomini di Stato prima insabbiati, poi consegnati, non si capisce a che titolo, nelle mani di Piercamillo Davigo che invece di fare pubblica denuncia ne parla con il presidente Mattarella e tutto viene messo a tacere; giornalisti del Fatto Quotidiano e di Repubblica che ricevono informazioni a tal riguardo e che invece di indagare, verificare ed eventualmente scrivere (che sarebbe il loro mestiere) questa volta decidono di rivolgersi alla Procura della Repubblica e per mesi fanno finta di niente; una procura, quella di Perugia, che ipotizza l'esistenza di una loggia segreta di magistrati, politici e professionisti sul tipo della P2, la «loggia Ungheria». (…) Se questa volta il giochino è stato scoperto è solo perché il «sistema», scardinato dalla valanga Palamara, non ha più la stessa tenuta di prima. Ormai è un tutti contro tutti, e anche il puro Davigo (il suo tentativo di coinvolgere Mattarella per salvarsi è ridicolo) non può sfuggire alla regola che «se fai il puro, arriverà qualcuno più puro di te e ti epurerà». Qui non basta una commissione parlamentare d'inchiesta, servirebbe una retata (niente carcere, per carità, ma tutti a casa sì). O almeno un commissario che prenda in mano il Csm degli inganni e dei furbetti. Sì, perché il Csm è come una azienda decotta e fallita, come lo sono state la Parmalat, l'Ilva, l'Alitalia. Nella migliore delle ipotesi, volendo usare la celebre frase di Davigo, parliamo di “colpevoli che la faranno franca”».

Maurizio Belpietro su La Verità scava nella personalità dell’avvocato siciliano Piero Amara e si chiede: un pentito o un depistatore?

«Un altro ordigno sta per esplodere e per travolgere i vertici della magistratura. Perché, ancora una volta, si dimostra che l'obbligatorietà dell'azione penale è una presa in giro. Se Amara con le sue accuse dice il vero, il verbale non può finire in fondo al cassetto, magari per essere tirato fuori a tempo debito, quando serve. Se dice il falso, al contrario, va indagato e arrestato e il suo patrimonio sequestrato. Invece, in tutto questo tempo, nonostante il collaboratore di giustizia sia stato smentito dalle sentenze, non è accaduto nulla di ciò e qualcuno dovrà spiegare perché. Amara è un mentitore seriale oppure no? Se lo è c'è da chiedersi perché sia ancora a piede libero, pronto a infangare altre persone. Ma se non lo è, se non è un bugiardo conclamato, serve interrogarsi sul perché le sue accuse non abbiano ancora avuto seguito. A chi conviene un pentito a orologeria? Per inciso, Davigo si dice che abbia portato il dossier segreto al Quirinale, oppure che lo abbia consegnato ai vertici del Csm. Nell'uno o nell'altro caso, anche questo passaggio riservato di carte scottanti ha un che di poco chiaro. Perché il Colle (che smentisce)? Perché il Consiglio superiore della magistratura (senza che vi fosse una denuncia contro un giudice)? No, comunque la si guardi, con l'aggiunta poi della partecipazione di Amara a una misteriosa struttura segreta, denominata Ungheria, cioè a una sorta di loggia massonica, la faccenda si rivela losca, anzi loschissima. Una sola cosa ci è chiara ed è che il Consiglio superiore della magistratura, travolto dal caso Palamara, avrebbe dovuto essere mandato a casa, per nominarne uno che non avesse legami con le correnti e gli intrighi del passato. Invece, si è preferito far finta di niente, far dimettere qualche magistrato, nella speranza di mettere a tacere le troppe relazioni pericolose fiorite all'interno dei tribunali. Il risultato è un nuovo scandalo, che rischia di compromettere ancora di più l'autorevolezza della magistratura e di minare alla base il principio di terzietà di chi è chiamato a indagare e giudicare. C'è stato un tempo in cui i pm indagarono sulla classe politica. Ora chi indagherà su quella in toga? Pensate davvero che lo possano fare altre toghe?».

PUTIN SEMPRE PIÙ AUTOCRATE, COLPISCE SASSOLI

Mosca vieta l’ingresso al presidente del Parlamento europeo David Sassoli, insieme ad altri sette esponenti europei. Un atto ostile grave (Sassoli non aveva chiesto di recarsi in Russia), considerato da tutti una ritorsione alle richieste europee di rispetto dei diritti umani nel caso Navalny. Per Francesco Venturini sul Corriere della Sera, Putin “si è sparato sui piedi”, segno di debolezza.

«Deciso ad arrivare da «uomo forte» al probabile vertice con Joe Biden nella prossima estate, Vladimir Putin si è sparato sui piedi lanciando un forte segnale di debolezza. Il disprezzo del Cremlino nei confronti dell'Unione Europea è noto da tempo, e ne ha pagato il prezzo l'Alto Rappresentante Josep Borrel quando in visita a Mosca si è fatto platealmente maltrattare dal collega Lavrov. Ma che senso politico ha per la Russia, nel grande ping-pong di sanzioni e di espulsioni che attraversa il Vecchio Continente, decidere di colpire il presidente del Parlamento Europeo, una delle grandi istituzioni della Ue? Oppure una vice-presidente della Commissione di Bruxelles? Questa somiglia più a una dichiarazione di guerra diplomatica che alla scontata risposta per le sanzioni che l'Europa aveva da poco imposto a Mosca per protestare contro i maltrattamenti subiti in carcere dall'oppositore Aleksej Navalny. E quando fai ricorso al cannone per rispondere a un lancio di frecce, la sentenza non può che essere quella della debolezza che si vuole mascherare. Tanto più se nella stessa giornata di ieri vengono smantellati gli uffici regionali di Navalny, e viene arrestato dal Fsb di San Pietroburgo l'avvocato della fondazione anti-corruzione che Navalny aveva creato. E ancora, dovremmo pensare che il Cremlino ignori la nazionalità italiana di David Sassoli, anche se il suo alto incarico è europeo? Oppure Putin voleva dare il colpo più forte proprio a noi, artefici del «dialogo critico» con Mosca assieme alla Germania? Improbabile, l'impressione è piuttosto che la doccia scozzese voluta da Biden nei confronti di Putin e seguita dall'Europa anche più del previsto (si può trattare quando ci sono interessi comuni come la limitazione degli armamenti nucleari, ma sulle interferenze elettorali e le violazioni dei diritti umani l'Occidente rinato dopo Trump colpirà) abbia creato sotto le torri del Cremlino un disorientamento non comune che il capo della Casa Bianca, forse, potrà presto verificare di persona. La risposta da dare a Putin, in aggiunta alla forte solidarietà che David Sassoli e gli altri «sanzionati» hanno ricevuto ieri, deveessere serena ma ferma: l'Europa e i suoi Stati membri non cambieranno linea, non rinunceranno a parlare e ad agire ogni volta che zar Putin varcherà la sua stessa linea rossa». 

Per Anna Zafesova su La Stampa, quella di Putin è una dichiarazione di guerra: si è nemici. In poche settimane la Russia è sprofondata nella “dittatura senza più paraventi”.

«Le sanzioni ad personam al presidente del Parlamento europeo David Sassoli, insieme ad altri esponenti delle strutture dell'Unione Europea o dei suoi membri, suonano come una dichiarazione di rottura. Una sorta di ammissione che il dialogo non esiste più, né va cercato. Che le posizioni sono inconciliabili. Che non ci sia più nulla da aspettarsi. Che si è nemici. Difficile fraintendere il significato simbolico di queste sanzioni ai vertici. Indipendentemente dal suo impatto reale, la decisione di dichiarare il presidente del Parlamento europeo persona non grata in Russia è un messaggio a tutta l'Unione. Al costo di risultare controproducente: è almeno dal 2014, dall'annessione della Crimea che il Cremlino cerca di spaccare l'Ue, per dialogare più comodamente con i singoli Stati spesso meno critici. Le sanzioni a Sassoli - e prima l'umiliazione dell'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue Josep Borrell, accolto a Mosca dall'espulsione dei diplomatici europei - hanno semmai ricompattato schieramenti politici spesso divisi. E se l'obiettivo della diplomazia russa è rivendicare la simmetria delle rappresaglie, nel classico rituale della guerra fredda, sanzionare Sassoli può aumentare l'orgoglio nazionalista russo, ma difficilmente accresce le simpatie per il Cremlino in Europa. È vero che la Russia non si era mai spinta a tanto, nemmeno nella prima guerra fredda, quando i canali di dialogo restavano comunque aperti, soprattutto ai vertici. Ma è vero anche che non si è mai visto un Paese sprofondare con tale rapidità, letteralmente nel giro di poche settimane, dall'autoritarismo verso una dittatura senza più paraventi. La messa al bando per «estremismo», al pari dell'Isis e dei neonazisti, dell'intera rete regionale del movimento di Navalny, condanne ad anni di prigione per tweet e post, fermi di avvocati degli oppositori e proclamazione di media indipendenti "agenti stranieri": sono soltanto le notizie dell'ultima settimana, che segnano tutte limiti finora mai superati dal regime. Che di fronte alla sfida di una protesta massiccia sceglie la repressione, e di fronte al dilemma tra smorzare la repressione per mantenere le relazioni con l'Occidente, o isolarsi pur di continuare a reprimere, sceglie senza esitazioni la seconda». 

SLIDING DOORS ANNI SETTANTA

Lucio Brunelli è stato direttore del TG di TV2000 e, prima di allora, per una vita vaticanista al TG2, e ancora prima firma di punta del Sabato e di 30 Giorni. Oggi scrive sull’Osservatore Romano e ha un suo blog, https://www.luciobrunelli.com/ . Nelle ultime ore ha pubblicato un intervento scritto per la presentazione del libro Un’azalea in via Fani di Angelo Picariello, collega di Avvenire. Ecco alcuni passi:

«Peppe Barbato, militante di autonomia operaia, resta ferito alla testa da un lacrimogeno durante uno scontro con la polizia il 12 maggio 1977, gli stessi disordini in cui perdette la vita Giorgiana Masi. Peppe deve essere medicato, ma non può andare in ospedale. Si rivolge ad un vecchio amico che nel frattempo ha conosciuto Cl. Giampiero Bianchi lo porta nel pensionato di studenti fuori sede delle Cappellette, qui riceve una prima assistenza dalla neo dottoressa Vincenza Spallone (oggi diabetologa di fama internazionale), i punti di sutura glieli metterà invece un medico più adulto, sempre del movimento, nella sua abitazione nel quartiere Prati. Lo ricordo bene quel giorno, perché c’ero anche io, mentre quel medico gli applicava i punti. Da quella circostanza (un lacrimogeno) e da quegli incontri casuali, la vita di Peppe cambia. Gli feci da padrino quando l’anno seguente ricevette la cresima. Slidingdoors. Fu così anche per me. Che a vent’anni pensavo di aver rotto per sempre i ponti con la fede e con la Chiesa. Ero attratto dall’ anarco-cristiano Saverio, con lui vendevo in facoltà il giornale degli anarchici, Umanità nova. Pensavo che cambiando il sistema di produzione gli uomini sarebbero diventati migliori, le ingiustizie sarebbero finite e i valori borghesi sarebbero finiti al macero. Ricordo un grande corteo studentesco a Roma, 12 dicembre 1971, anniversario della strage di piazza fontana (appena due anni prima). “Calabresi ancora pochi mesi” si urlava. E pochi mesi dopo fu veramente ucciso. Non so che strada avrei preso, forse non credo che avrei mai premuto un grilletto, ma avevo gridato anche io, con migliaia di altri studenti, quello slogan assurdo, agghiacciante. Non so che strada avrei preso se non avessi deciso di iscrivermi a un seminario sul marxismo tenuto da un giovane e sconosciuto assistente, Rocco Buttiglione, e se in quell’aula, non avessi incontrato i primi studenti di una strana comunità che all’inizio pensavo, non so perché, fosse una specie di comune comunista e invece erano cattolici, facevano persino la comunione, era il primo nucleo romano di Cl, nome che a quel tempo non mi diceva nulla. E se poi non avessi incontrato don Giacomo, io 20 anni, lui 26. Non so che strada avrei preso se non avessi riscoperto la fede cristiana, e una fede che non mi chiedeva di rinnegare la mia domanda di giustizia, il sogno ingenuo di una umanità nuova. Storie intrecciate. Vite diverse grazie a incontri fortuiti. E circostanze impreviste. (…) Anche per questo guardando agli amici che hanno preso altre strade, sbagliate, macchiate di sangue, che hanno fatto tanto male agli altri, alla società e a loro stessi, il giudizio è chiaro e netto. Ma lo sguardo è pronto a scorgere anche solo un piccolo spiraglio di dolore, di verità e di riconciliazione».

Domani i quotidiani non sono in edicola, per la festività del Primo Maggio. La Versione tornerà dunque nelle vostre caselle di posta lunedì 3 maggio. Buona festa dei lavoratori a tutti.