Quarta ondata dall'Est

Covid, Bulgaria e Romania i Paesi più colpiti al mondo. L'Austria ha nuovi obblighi e la Germania rischia. Limiti per le proteste dei No Vax. Obama a Glasgow. Conte e Mr. B vogliono Draghi al governo

I numeri sono molto chiari: la classifica dei Paesi al mondo con più decessi nell’ultima settimana vede al primo posto la Bulgaria, seguita da Romania, e poi Lettonia, Armenia, Ucraina. Volete un paragone con il nostro numero di morti? Circa 30 volte tanto. E del resto in Bulgaria la vaccinazione si è per ora fermata al 22 per cento della popolazione a rischio (over 80), fascia d’età dove da noi è sopra il 90 per cento. I decessi in Gran Bretagna e in Israele (dove studi dimostrano che la terza dose ha un successo notevole), restano molto bassi in proporzione ai contagi. E sono Paesi dove la vaccinazione è simile alla nostra. Insomma la quarta ondata va definita per quello che è: un’accelerazione della pandemia dall’Est che preoccupa Austria (vaccinazione sotto la media Ue) e Germania e che non ci deve far trovare impreparati, soprattutto per la terza dose. Ma non deve neanche creare allarmi.

Le diffuse proteste della maggioranza silenziosa hanno spinto il Ministero degli Interni ad una stretta sulle regole delle manifestazioni contro il Green pass. Basta cortei, senza itinerario concordato, con continue incursioni nelle vie dello shopping. La libertà di manifestare è garantita ma dentro precisi limiti. Cazzullo ne scrive sul Corriere, mentre Libero (che ha dato spazio alle lamentele di commercianti e cittadini milanesi) riporta anche l’appoggio di Salvini, per una volta e su questo terreno, alla Lamorgese. Vedremo sabato prossimo che cosa succederà.

L’ex presidente Usa Barack Obama ha parlato del clima a Glasgow e la qualità del suo intervento (senza apparire nostalgici) risalta e non solo per l’efficacia retorica. Chiaro sulle responsabilità anche americane per la mancata attuazione degli accordi di Parigi e sulle responsabilità di Cina e Russia, Obama ha dato un quadro preciso dei rischi che la Terra corre. Sarà anche un bla bla bla (ai giovani non è piaciuto) ma sicuramente è di un altro livello. Vedremo nei prossimi giorni il finale di questa Cop26. Greenpeace ha avuto accesso alla bozza delle conclusioni finali e la sorpresa è molto negativa, tanto più che, di solito, le prime bozze sono sempre più ambiziose del testo finale, spiega il Manifesto stamane. Per Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International, «per mantenere in vita l'obiettivo di 1,5 gradi, devono assolutamente essere aggiunte al testo queste parole: uscire dai combustibili fossili». Avverrà?

La politica italiana è presa da due discussioni: la prima, più concreta, riguarda la nuova legge di Bilancio. La manovra torna a ora a Palazzo Chigi e non si esclude un nuovo vertice di maggioranza nelle prossime ore per metabolizzare le variazioni parlamentari subite. Verrà messo un tetto Isee per il 110% reintrodotto per le villette? Si troverà un altro punto di caduta sulla vicenda pensioni, come propone alla Stampa il ministro Orlando? Seconda discussione: la corsa al Quirinale. Su questo argomento registriamo una convergenza significativa fra Berlusconi e Conte: entrambi chiedono che Draghi resti a palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, il 2023. Il leader dei 5 Stelle ha cambiato idea e converge con il Pd e con Forza Italia. Draghi è “prigioniero”? Come titola il Giornale. Pare proprio di sì.

Dall’estero. Al confine tra Bielorussia e Polonia si sta consumando una vergogna che non è degna dell’Europa: con i profughi schiacciati fra il cinismo di Lukashenko e il filo spinato dei polacchi. I migranti sono in condizioni drammatiche ma aiutarli è un reato. Da Pechino arrivano gli echi di un Plenum del Partito comunista cinese che investe il Presidente Xi di nuove responsabilità. Per raggiungere l’obiettivo si riscrive la storia cinese, quella «sintetica del Partito» non è brevissima, dura 531 pagine. Tutto per dimostrare che Xi Jinping è il nuovo imperatore, come Mao e Deng. La Chiesa francese venderà i suoi beni immobiliari per risarcire le vittime della pedofilia degli ultimi 70 anni.

Potete ancora ascoltare un vero esempio di economia circolare e solidale, una storia davvero positiva. La racconto nel quarto episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo, intitolata Le Vite degli altri e che racconta vicende di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Il titolo di questo quarto episodio è “Un Quid della moda”. Protagonista è la trentenne veronese Anna Fiscale che ha realizzato un’impresa sociale di successo, che ha il marchio “Progetto Quid”, riutilizzando materiale avanzato da grande aziende della moda, come Calzedonia. Dando anche lavoro a persone abitualmente tagliate fuori dal sistema produttivo, compresi disabili e detenuti. Si può creare qualcosa di diverso e responsabile, scommettendo su ciò che la società consumistica lascerebbe ai margini. La storia di Anna lo dimostra. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo:

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Non c’è un solo tema per i giornali di oggi. Il Corriere della Sera sceglie le nuove direttive della Lamorgese sulle proteste in piazza: Stretta sui cortei no pass. Libero, che da giorni proprio su questo raccoglie messaggi dei commercianti irritati, aggiunge che il leader della Lega è d’accordo con la stretta: Salvini: basta cortei selvaggi. Avvenire analizza la quarta ondata che arriva dai Paesi dell’Est Europa con basso tasso di vaccinazione: Effetto no-vax. Il Domani avverte: Il mercato dei green pass spacciati via Telegram è soltanto una truffa. La Verità ancora sulle misure anti Covid: Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi. Il Mattino denuncia la lentezza dei richiami: Il flop della terza dose. Economia (domestica) al centro per il Quotidiano Nazionale: L’inflazione si mangia i regali di Natale. Il Messaggero sullo stesso tema: Effetto inflazione sulla spesa. Più cari pane, latte e carne. La Repubblica sottolinea invece la difficoltà delle aziende: Caro energia, imprese in ginocchio. Il Sole 24 Ore ricorda che la legge di Bilancio va ancora definita: Pensioni, bonus e reddito di cittadinanza: la manovra corretta torna a Palazzo Chigi. Mentre La Stampa propone un’intervista al ministro Orlando: “Subito un patto sulle pensioni”. Il Fatto insiste contro Renzi, riprendendo una frase detta dal leader di Italia Viva a Matrix qualche tempo fa: “I politici pubblichino i loro conti correnti”. Il Giornale annuncia (ma è anche il desiderio del Cav): Draghi prigioniero del governo. Il Manifesto è l’unico quotidiano che dedica il titolo principale alla vergogna dei profughi (in gran parte afghani) provenienti dalla Bielorussia e che la Polonia respinge: Confine umano.

CONTAGI E MORTI NEI PAESI DELL’EST EUROPA

La Bulgaria e la Romania sono le Nazioni più colpite dall'accelerazione del virus nella quarta ondata. La situazione tracciata da Luca Geronico per Avvenire

«La "quarta ondata" del coronavirus nell'Est Europa fa presagire un durissimo inverno. Una dimostrazione di come campagne vaccinali al rallentatore e misure di distanziamento piuttosto blande creino ancora siamo per la pandemia un terreno fertile. La Bulgaria, con 4.320 nuovi casi domenica, secondo ourworldindata è il Paese europeo più in difficoltà: solo il 16% della popolazione è vaccinato con due dosi e giorni fa il ministro della Salute Stoycho Katsarov ha annunciato la sospensione di tutti i ricoveri e di tutte le operazioni non urgenti. I morti totali dal 3 gennaio 2020 sono stati oltre 25mila con un totale di 632.762 casi confermati secondo l'Organizzazione mondiale della sanità. Alla Bulgaria spetta così il triste primato in Europa di 359 morti ogni 100mila abitanti. Con una media di 600 casi al giorno la Bosnia Erzegovina è il Paese dei Balcani più a rischio per la «quarta ondata». Le vittime ogni centomila abitanti sono 357, poco meno della Bulgaria, mentre ha completato il ciclo vaccinale con due dosi solo il 21% dei cittadini. Dopo un inverno pandemico molto pesante la somministrazione delle dosi di vaccino, arrivate in ritardo, è stata gestita autonomamente da ciascuno dei 12 centri amministrativi. Ma dopo uno sprint iniziale le vaccinazioni sono proseguite lentamente. Solo a Sarajevo si sfiora il 50% della popolazione vaccinata, ma le autorità non riescono a convincere il resto degli abitanti. Sempre nei Balcani solo un poco migliore è la situazione in Croazia con 4mila nuovi casi al giorno e un 45% di vaccinati. A partire da ieri è stato ampliato l'obbligo di Green pass, ed è stata introdotta la limitazione degli orari di apertura di bar e ristoranti e il divieto di assembramenti. In Ungheria nelle ultime due settimane il tasso di contagio è aumentato del 246,4% mentre i casi giornalieri hanno superato le 4mila unità. Con il 60% di vaccinati è il Paese dell'Est con più dosi somministrate, ma evidentemente non è una soglia di sicurezza. Per evitare che le imprese subiscano nuovi stop alla produzione, come durante i primi lockdown, il governo di Budapest ha autorizzato le aziende a rendere obbligatorio il vaccino per i propri dipendenti. Tra i primi ad usare la norma, la casa farmaceutica magiara Richter Gedeon che ha reso l'immunizzazione obbligatoria per i suoi 12mila lavoratori. Chi si rifiuterà resterà a casa senza stipendio. In Romania, con una media di 4.200 nuovi contagi al giorno e oltre 200 vittime al giorno per il coronavirus, il Sistema sanitario nazionale è al collasso, con le terapie intensive sature e decine di malati gravi trasferiti in ospedali all'estero, in prevalenza Ungheria, Polonia e Germania. Nonostante il Paese abbia da poco superato la soglia dei 50mila morti per Covid, i vaccinati sono solo 28%. Da ieri in Austria - dove l'incidenza settimanale è di quasi 600 casi ogni 100mila abitanti - sono entrate in vigore le misure restrittive per chi non ha il Green pass. Solo le persone vaccinate contro il Covid-19 e chi è guarito dopo aver contratto l'infezione potranno mangiare nei ristoranti, andare dal parrucchiere, partecipare a eventi sportivi e usare gli impianti di risalita. Le nuove disposizioni valgono anche per gli alberghi. Inoltre le autorità locali potranno introdurre misure più stringenti se necessario, fino a lockdown a livello locale. Le norme entrano in vigore con una fase di transizione di quattro settimane, durante le quali sarà sufficiente la documentazione di un primo vaccino e l'esito negativo di un test Pcr per Covid-19. In Danimarca, invece, di fronte alla rapida risalita del casi, il governo ha deciso di ripristinare il Green pass, che, dopo essere stato introdotto in primavera, era stato sospeso a settembre quando erano state revocate tutte le misure anti-Covid».

A Vienna e in tutta l’Austria (64 per cento di vaccinati) da ieri è scattata la "regola delle 2G": sono ammessi nei locali solo gli immunizzati o i guariti. Tonia Mastrobuoni per Repubblica.

«Con i suoi baffoni da Nietzsche e lo sguardo malinconico, Peter Altenberg accoglie ogni giorno miriadi di clienti al Cafè Central. La statua dello scrittore austriaco simboleggia da sempre l'intramontabile cultura dei caffè viennesi. Altenberg aveva scelto il Central persino come suo indirizzo di casa, riceveva la posta lì. E negli anni Dieci, quando era frequentato da Leo Trotskij e dai leggendari socialisti che fondarono poi la "Vienna Rossa", un deputato austriaco commentò, beffardo, «e chi dovrebbe fare la rivoluzione in Russia? Forse Trotskij, quello che siede tutti i giorni al Central». In tempi meno rivoluzionari ma molto mossi, nel primo giorno del 2G obbligatorio (ammessi nei locali pubblici solo vaccinati, "Geimpft", e guariti da sei mesi, "Genesen") e dei no vax in piazza in mezza Europa, i tavolini sotto i soffitti a croce finemente decorati sono stracolmi. «La gente non si è voluta privare del piacere di un 'melange' neanche oggi», sorride Nezir a fine giornata. Il cameriere è soddisfatto, il bilancio è positivo: niente proteste. E il collega che controlla il certificato vaccinale all'ingresso è meticoloso: «è filato tutto liscio», borbotta. I numeri, almeno nella capitale, sono incoraggianti. Alla vigilia della nuova legge che impone il controllo del vaccino ovunque, le punture nel fine settimana sono raddoppiate: 11mila viennesi si sono precipitati a immunizzarsi. Anche al Plachutta, uno dei templi della gastronomia viennese, il controllo è rigoroso. E qui che si misura quello che i giornali austriaci, alla luce del boom di vaccinazioni, hanno chiamato il "panico da schnitzel". Di fronte all'Opera di Vienna, i camerieri si muovono lesti tra i tavoli sui cui troneggia la cotoletta che il maresciallo Radetzky importò dalla Milano asburgica e che i sudditi dell'impero ribattezzarono all'istante "viennese". Il locale è pieno. E lo schnitzel, per ora, salvo. «Il problema - azzarda un cameriere che preferisce rimanere anonimo - restano i controlli. Adesso sono severi, ma soprattutto qui al centro, già un po' meno in periferia. Sarà sempre così?». Almeno, è ciò che ha promesso il direttore generale per la sicurezza pubblica, Franz Ruf: «I poliziotti fanno 10mila controlli a settimana», ha dichiarato. E le sanzioni sono pesanti: «Stiamo parlando di falsificazione di un documento pubblico». Non solo. «Le multe partono da 500 euro, sono un bel deterrente», ricorda Mehmet Elmasulu. Lo incontriamo fuori dal gigantesco "Austria Center", il centro vaccinazioni situato al di là del Danubio, mentre sta per attaccare il suo turno da tassista. Ha 53 anni, quattro figli e tre nipoti in arrivo: «Siamo tutti vaccinati e sono molto contento che il governo abbia avuto il coraggio di imporre il 2G. Altrimenti qui rischiamo la dittatura dei non vaccinati, nuovi lockdown per colpa loro». Anche Wolfgang Otner è vaccinato. «Ho visto lunghe file qui. Il 2G è ok, ma io sarei contrario all'obbligo vaccinale. Non è giustificato con il 2% di morti». L'Austria, però, è in piena quarta ondata: l'incidenza per ogni centomila abitanti negli ultimi sette giorni ha sfondato quota 600. E in alcuni hot spot come Braunau am Inn, il paesino dove nacque Adolf Hitler, il dato è addirittura doppio: 1.200 infetti per ogni centomila austriaci. Gli ospedali si stanno riempiendo di pazienti in condizioni gravi. E chi finisce in terapia intensiva, quasi mai è vaccinato. La quota degli immunizzati è al di sotto della media europea: il 64% contro il 67% dell'Ue. Adesso il governo Schallenberg guarda con terrore alla stagione sciistica. Il trauma di Ischgl è profondo, e non solo in Austria. Nel primo inverno del coronavirus la "Ibiza sulle nevi", la località sciistica nelle Alpi occidentali famosa per i suoi aperitivi e le sue colossali feste sulle nevi, si riempì di infetti che poi sparsero il virus in mezza Europa. L'imperativo è spezzare la quarta ondata e scongiurare gli "avvisi ai viaggiatori" dei Paesi da cui proviene il massiccio turismo sulle Alpi, l'obbligo di quarantena al ritorno che paralizzerebbe gli impianti. «Il nostro obiettivo principale - ha fatto sapere il ministero del Turismo - è fare in modo che la stagione invernale si faccia».

STRETTA SUI CORTEI NO PASS

Non potranno più esserci cortei che attraversano i centri storici e le strade dello shopping, i manifestanti dovranno stare lontano dagli obiettivi sensibili e potranno organizzare soltanto sit-in. Queste le istruzioni del Ministero degli Interni a prefetti e questori. Aldo Cazzullo nell’articolo di fondo del Corriere della Sera spiega perché i limiti alle proteste sono diventati necessari.

«Di questo sabato no vax e/o no pass la stragrande maggioranza dei milanesi non ne può più. Il precedente storico non è il sabato fascista - tra i no vax c'è di tutto, anche l'estrema sinistra -; è il sabato dei Gilet Gialli, che per mesi, un pomeriggio alla settimana, si impadronirono del centro di Parigi, sottraendolo a commercianti e cittadini. Alla lunga, però, il rito esasperante e spesso violento dei Gilet Gialli tolse loro il vasto consenso iniziale di cui godevano. I no vax non hanno neppure quello. Milano è la città più vaccinata d'Italia. Quasi tutti i milanesi si sono sottoposti all'iniezione. Molti non vedevano l'ora. Molti non ne erano affatto entusiasti, ma hanno vinto la preoccupazione e la paura per poter lavorare e anche per il bene comune: hanno capito che in una pandemia ognuno è responsabile per la salvezza dell'altro, e questa responsabilità è tanto più grande quanto più l'altro - parente, persona cara, collega - è vicino. Il centro di Milano è relativamente piccolo, tutto viuzze e piazzette. Non è il luogo migliore per un corteo, oltretutto ad alto rischio: l'esempio della provincia di Trieste, con oltre un migliaio di casi in pochi giorni (solo nel capoluogo 311 positivi nelle ultime 24 ore), conferma che l'assembramento di manifestanti non vaccinati senza mascherina fa impennare i contagi. Basta fare due passi a Milano il sabato pomeriggio per rendersi conto dell'esasperazione di poliziotti, carabinieri, vigili urbani, chiamati a fronteggiare una folla non enorme che però non rispetta gli accordi, e spesso improvvisa percorsi diversi da quelli concordati. Allo stesso modo sono esasperati commercianti, ristoratori, tassisti, baristi: lavoratori che chiedono solo di ripartire dopo diciotto mesi difficilissimi, e che meritano rispetto. L'esasperazione è il sentimento dominante anche tra i cittadini milanesi, che dopo aver fatto molti sacrifici e rinunce vorrebbero riprendere qualcuna delle buone vecchie abitudini. La pandemia ha accelerato processi che erano già in corso: la sostituzione della vita reale con quella virtuale, il boom del commercio elettronico. Ma recuperare un minimo di relazioni sociali, e ritrovare il gusto di fare acquisti sotto casa o in centro, non è un vezzo novecentesco; è calore, è vita. Ed è, legittimamente, consumo e ricchezza prodotta. Vogliamo mantenere almeno una parte della nostra spesa nella nostra comunità? O vogliamo convogliarla tutta nelle multinazionali dell'e-commerce, quindi destinarla talora ai paradisi fiscali? La Costituzione condiziona il diritto di riunione al dovere di informare le autorità, che possono vietare le riunioni in luogo pubblico in caso di pericolo per la sicurezza e l'incolumità. Sicurezza e incolumità che il sabato no vax rischia di mettere in gioco. Però vietare le manifestazioni su un tema così sentito finirebbe per esacerbare ulteriormente gli animi dei manifestanti. Un divieto finirebbe per non essere rispettato, creando tensioni e violenze ulteriori. Ma non si può neppure tollerare che i cortei impediscano la vita della metropoli, Milano, più colpita dalla pandemia, che ora è anche la prima a ripartire. Appare più opportuna e più praticabile la soluzione su cui si stanno orientando i prefetti: individuare luoghi, che non possono essere il centro storico, in cui chi lo desidera può esprimere il proprio dissenso da un provvedimento, il green pass, in cui la grande maggioranza degli italiani - e dei milanesi in particolare - vede uno strumento di controllo del virus e un fattore di ripresa economica. Ascoltiamo anche le voci contrarie; ma non consentiamo loro di imporsi su chi intende ricominciare a vivere e a lavorare».

IL CARISMA DI OBAMA A GLASGOW

Se paragonato agli altri interventi di leader politici, il discorso di Barack Obama a Glasgow sembra avere un altro spessore. Nonostante le critiche dei giovani. Monica Perosino per La Stampa.

«La passione, il carisma, il senso di urgenza, la necessità di una giustizia globale. Sono bastati pochi minuti per riempire l'immensa sala dello Scottish Event Centre di parole con un peso specifico diverso da quello cui siamo abituati. Ieri, a Glasgow, in un raro e intenso discorso, l'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha tentato di scrollare l'inerzia dei Grandi: «Non siamo neanche lontanamente dove dovremmo essere», ha esordito a freddo. Nonostante i progressi di Parigi «la maggior parte dei Paesi non è riuscita a soddisfare i piani stabiliti sei anni fa». Dobbiamo fare di più «perché il tempo sta scadendo». Sono bastate le prime poche parole e la sua potentissima arte oratoria a inchiodare alle sedie delegati e negoziatori, trascinati in scroscianti applausi, sollievo e trasporto. Per qualche attimo Obama è tornato a essere l'uomo più importante del pianeta e la paura si è trasformata in speranza, proprio come aveva auspicato Sir David Attemborough dallo stesso palco una settimana fa. L'ex presidente è un fiume in piena: attacca Trump e le sue politiche negazioniste sull'ambiente, bacchetta le grandi assenti Russia e Cina, riesce a ironizzare sul catering. Lui, che guidava gli Stati Uniti quando nel 2015 furono raggiunti gli accordi di Parigi, lo definisce un successo, ma «tutti noi abbiamo un ruolo da giocare, tutti dobbiamo fare sacrifici, ma chi di noi vive in Paesi grandi e ricchi, chi contribuisce a far precipitare il problema, ha un onere aggiuntivo, che è quello di garantire che collaboriamo e aiutiamo coloro che sono meno responsabili e meno in grado ma più vulnerabili a questa crisi imminente». Poi attacca: «È stato particolarmente scoraggiante vedere i leader di due dei Paesi più inquinanti al mondo, Cina e Russia, rifiutare di presentarsi» al summit di Glasgow e questo sembra essere sintomo di «mancanza di urgenza», «come un desiderio di mantenere lo status quo, è una vergogna». Ma gran parte dell'attenzione di Obama è rivolta ai giovani che lottano per il clima: «Due anni fa Greta Thunberg ha ispirato migliaia di giovani», e oggi «il mondo è pieno di tante Greta». Da «bambino isolano» cresciuto alle Hawaii, Obama ha detto che «le nostre isole sono il campanello d'allarme» della crisi climatica e ha elogiato il ruolo degli Stati insulari. «Il pianeta - ha poi insistito l'ex presidente Usa - è stato ferito dalle nostre azioni; e quelle ferite non saranno guarite oggi, domani, né dopodomani. Possono essere guarite solo per gradi» a patto che «tutti ci mettiamo al lavoro». E conquista un altro scroscio di applausi. Ma il mondo del Clima ieri è parso più diviso che mai: quello sotto l'«armadilo» del Centro congressi, nella platea di Obama, e quello fuori, proprio tra i ragazzi cui l'ex presidente si rivolgeva. Greta Thunberg è tornata in Svezia per non perdere scuola, e un'altra attivista, l'ugandese Vanessa Nakate, si è rivolta direttamente a Obama criticandolo via Twitter: «Quando avevo 13 anni aveva promesso 100 miliardi di dollari per il clima. Gli Usa hanno infranto quella promessa, che costerà vite in Africa. Il Paese più ricco della Terra non contribuisce abbastanza ai finanziamenti salva-vita. Lei vuole incontrare i giovani della Cop26. Noi vogliamo azione». Insomma, nelle piazze di Glasgow la brillante retorica di Obama sembra non aver incantato nessuno».

BERLUSCONI VUOLE DRAGHI PREMIER

Il punto sul centro destra è affidato direttamente a Silvio Berlusconi che raduna i suoi in Brianza. Giuseppe Alberto Falci per il Corriere:

«Io non commento. Sicuramente se ognuno lancia il suo candidato a prescindere dalla coalizione, non è un gioco di squadra». Matteo Salvini è irritato dalla vicenda di Como, dove Fratelli d'Italia ha già lanciato un proprio candidato, l'ex assessore provinciale Stefano Molinari. E proprio mentre Silvio Berlusconi rilancia la compattezza del centrodestra senza subalternità ai sovranisti da parte di Forza Italia, si accende però la discussione sulle amministrative dell'anno prossimo. Anche se da Fratelli d'Italia Ignazio La Russa alza le spalle: «Nessuna maretta, ancora non abbiamo cominciato». Salvini parla dopo una lunga riunione con i dirigenti leghisti a Milano. E rilancia netto la sua proposta di domenica, le primarie: «Piuttosto che litigare per mesi su tizio e su caio, laddove c'è un accordo come a Monza, Lodi e Genova, bene». In caso contrario, «laddove non c'è una sintesi e c'è più di una proposta, si chiede ai cittadini e poi chi vince è il candidato». Da Fratelli d'Italia, a rispondergli è ancora La Russa: «Le primarie le abbiamo nello statuto del partito. Poi ci sono casi di opportunità: a volte servono, altre volte non sono utili. Comunque, sono contento che questo tema inizi a fare breccia in tutto il centrodestra...». Silvio Berlusconi, in una riunione con i coordinatori regionali azzurri osserva che alle ultime amministrative, «in un risultato complessivo che per il centrodestra non è stato positivo, gli unici a vincere sono stati i candidati con un profilo come il nostro». Con un grazie a Roberto Occhiuto (Calabria) e a Roberto Dipiazza (Trieste). Poi, il leader azzurro passa al quadro nazionale: «Nessuno di noi immagina né di subire l'egemonia dei nostri alleati - che del resto non ce lo hanno mai chiesto - né, al contrario, di costruire alleanze diverse o alternative, fuori dal centrodestra». Una rassicurazione agli alleati, sempre dubbiosi sulla volontà del Cavaliere di costruire in prospettiva maggioranze diverse: «Siamo i primi sostenitori del governo Draghi, che proprio noi abbiamo voluto e che deve continuare a governare fino al 2023, ma sappiamo che l'unità nazionale è una soluzione temporanea e che alle elezioni si tornerà alla contrapposizione tradizionale fra centrodestra e centrosinistra. Ma speriamo che Draghi possa svolgere una funzione importante anche dopo». Le elezioni, insomma, arriveranno a scadenza naturale della legislatura. Tra parentesi, Berlusconi ha anche strigliato i suoi dirigenti: «Andate troppo poco in tv». E rilanciato il partito di territorio parlando di futuri «portabandiera azzurri» nei Comuni, oltre che l'università liberale a Villa Gernetto. E il Quirinale? Ai suoi, Berlusconi avrebbe detto qualcosa del genere: «Sento che si fa il mio nome, una candidatura che mi onora ma che non ho chiesto e che non sollecito in alcun modo» e che sarebbe comunque «una dimostrazione della nostra centralità». Mentre Salvini spiega: «Molto dipenderà da quello che deciderà Mario Draghi. Aspettiamo che ci dica quale tipo di ambizioni ha e decideremo». Giusto ieri, da FdI Francesco Lollobrigida spiegava che per il Colle «qualsiasi sarà la scelta unitaria del centrodestra, FdI la rispetterà appena verrà definita». Ma dopo quell'elezione, osserva il capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, la strada maestra del partito è «quella del voto, senza subordinate».

La linea berlusconiana sulla prossima elezione del Capo dello Stato è spiegata da Augusto Minzolini nel fondo del Giornale di oggi:

«Diciamolo subito, l'ambizione per il Quirinale di Mario Draghi di cui si vocifera in tutti i corridoi del Palazzo, oltre ad essere legittima ha una sua logica e, soprattutto, un suo prestigio. Solo che più trascorrono le settimane e più si scontra con l'elemento temporale: l'opera dell'ex-Governatore della Bce a Palazzo Chigi non è finita e rischia, qualora fosse chiamato ad altro incarico, di tramutarsi in un'«incompiuta», come l'ottava sinfonia di Franz Schubert. Soprattutto, non si vede all'orizzonte chi potrebbe essere in grado di terminare il lavoro. Non è un atteggiamento che punta a raffreddare l'entusiasmo che circonda un suo possibile approdo al Quirinale, ma è una lettura dei dati della realtà, un'analisi di ciò che l'attuale Governo ha fatto e di ciò che c'è ancora da fare. Tralasciando i provvedimenti del governo che, magari proprio per non scontentare nessuno in vista dell'elezione del nuovo Capo dello Stato, rinviano la soluzione dei nodi gordiani al futuro (riforma del catasto, fisco, reddito di cittadinanza, pensioni, legge sulla concorrenza, la riforma degli ammortizzatori sociali), ci sono 22 target strategici del Pnrr e una sessantina di decreti attuativi da completare che per un Paese nelle nostre condizioni non sono roba da poco. Di più: il governo Draghi ha risposto in modo esemplare alla pandemia, rispetto all'operato dell'esecutivo Conte sembra di essere su un altro pianeta. Solo che i dati parlano chiaro: non siamo ancora arrivati all'ultimo atto della tragedia. C'è il rischio di una quarta ondata e nel Paese ci sono delle minoranze di No-Vax che veicolano ancora il virus e creano tensioni sociali. Non per nulla si parla di un prolungamento dello Stato d'emergenza oltre il 31 dicembre e sarebbe contraddittorio che un Premier da una parte chieda di allungare i tempi in cui il governo possa disporre di poteri speciali e, dall'altra, decida di andare a fare un altro mestiere. Sarebbe un atteggiamento paradossale per non dire assurdo. E poi se si vuole squarciare il velo dell'ipocrisia nel festival del non detto, è evidente - come ho già scritto che un approdo di Draghi al Quirinale aprirebbe la strada alle elezioni anticipate. Una maggioranza sempre più litigiosa, visto che manca solo un anno alla fine della legislatura, può anche accettare una difficile coabitazione sotto l'ombrello di un personaggio autorevole, popolare e di prestigio; è difficile, invece, che si lasci imporre la disciplina da «premier» tutti da inventare, si tratti del ministro più anziano, come l'ottimo Brunetta, o del ministro dell'Economia, Franco. Senza contare che in quest' ultimo caso avremmo Capo dello Stato e Presidente del Consiglio entrambi con le stimmate di Bankitalia. Un binomio ai vertici istituzionali del Paese, che simboleggerebbe l'obnubilazione della politica. In sintesi: con Draghi al Quirinale avremmo un'«incompiuta» a Palazzo Chigi e il rischio del voto anticipato. Un cambio pericoloso mentre si mette in campo il Pnrr e la pandemia, per bocca degli stessi ministri, non è ancora alle spalle. Comprendo il desiderio Presidenziale del Premier, ma per il Quirinale ci può essere sempre un domani».

CONTE VUOLE DRAGHI PREMIER

Conte spiega la nuova strategia, elaborata con il Pd e dice da Lilli Gruber: "Draghi resti premier". Mentre finora aveva parlato di Supermario al Quirinale. Conchita Sannino.

«Incontrerà i suoi 233 parlamentari pentastellati con un messaggio preciso. «Non ho nessuna intenzione di minare il cammino di questo governo, sarebbe folle». Giuseppe Conte rivede deputati e senatori M5S, stasera, per l'attesa assemblea congiunta alla quale non è escluso che spunti anche Beppe Grillo. È l'incontro che arriva dopo la nomina dei cinque vice del presidente del Movimento, dopo le tensioni poi risolte in Senato intorno all'elezione della capogruppo Domenica Castellone, quattro giorni fa, e alla vigilia dell'analogo e mica semplice passaggio che, entro dicembre, dovrà incoronare alla Camera il capogruppo del nuovo corso. Ma, sopra ai vari temi delle sfide di governo, manovra di bilancio su tutti, e dei nodi interni sul Movimento da strutturare, l'argomento che preme di più è inevitabilmente l'unico che non può essere all'ordine del giorno: il Quirinale. «Che Draghi rimanga a Palazzo Chigi per me è la strada prioritaria. Il governo deve completare il suo lavoro. Anche perché, diciamolo chiaramente: la sua non è una figura fungibile», ha già anticipato ieri sera a Otto e mezzo, su La 7, l'ex presidente del Consiglio. Aggiungendo: «Con Draghi ci sentiamo spesso, abbiamo un rapporto schietto, lui è attento alle nostre istanze come si é visto per la legge di Bilancio. Che ha rinnovato i Bonus, ha rifinanziato e migliorato il Reddito di cittadinanza, esteso il super bonus». Conte ha cambiato idea, rispetto alla posizione di pochi giorni fa, quando non escludeva l'ipotesi dell'attuale premier come futuro Capo dello Stato? No, spiega il presidente M5S ai suoi: non ho fatto passi indietro, avevo riconosciuto che esiste quella possibilità, ma ho sempre sottolineato che il governo deve proseguire per due motivi fondamentali. E cioé: mettere in protezione i cittadini e attuare efficacemente il Pnrr, temi che interrogano gli italiani molto prima del Quirinale. È tuttavia su quella salita, verso il Colle più alto, che si dovrà sperimentare l'altro tassello nella costruzione dell'alleanza 5S-Pd. Non è escluso un coordinamento più stretto tra i vertici dei due partiti per evitare dispersioni e trappole da totonomi. Una struttura agile che veda in connessione costante, questa è l'dea di fondo, non solo i leader, ma gruppi e delegati nell'esecutivo. Prove di consolidamento giallorosso. Proprio mentre ieri va in scena invece un altro strappo, tra loro, sul tema giustizia. Le parole del deputato grillino Vittorio Ferraresi (non basta un'assoluzione, esistono le valutazioni politiche) riaprono la ferita su Uggetti, l'ex sindaco di Lodi assolto, per il quale arrivò già il mea culpa di Di Maio. E scatenano i colleghi Pd. «Un intervento che fa orrore: pensarci bene. Ma bene bene», twitta subito il dem Filippo Sensi. Un altro filo della matassa che toccherà stasera a Conte ricomporre. «La nostra assemblea? Ma pensate solo al Quirinale - dribbla un parlamentare di lungo corso grillino-Noi ci confronteremo subito su temi interni. I vice ora ci sono, c'è un'organizzazione da far decollare: aspettiamo i comitati, i coordinatori regionali, provinciali». La paura dei big 5S, (come tutti tra Montecitorio e Palazzo Madama: Lega compresa) si chiama infatti elezioni anticipate e rilancia la necessità di rafforzarsi sul territorio. Proprio mentre a Montecitorio, entro poche settimane, occorrerà tutta la moral suasion dell'ex premier per arrivare alla definizione del nuovo vertice del gruppo 5S: Davide Crippa scade prima, ma non è detto che non voglia riprovarci ancora lui contro l'ex sottosegretario Angelo Tofalo e soprattutto contro un nome di peso come quello dell'ex ministro Bonafede». 

5 STELLE COI SOCIALISTI IN EUROPA?

Svolta giallorosa in Europa. Oggi Letta va a Bruxelles per favorire l’ingresso dei 5 Stelle nel gruppo dei Socialisti & Democratici. Luca De Carolis e Wanda Marra per Il Fatto.

«Per restare leader dei 5Stelle l'avvocato deve uscire incolume dalla partita per il Quirinale. E ne dovrà discutere anche con Beppe Grillo, previsto a Roma domani. Ma Giuseppe Conte deve stare molto attento anche a un altro fronte, quello in Europa. Perché il prima possibile va chiusa un'operazione decisiva per traghettare il M5S a sinistra, cioè l'entrata dei 5Stelle nel gruppo dei Socialisti e democratici, di cui fa parte il Pd. Sarebbe il passaggio formale tra gli europeisti, mentre ora il M5S è nel Gruppo Misto, dopo che nella legislatura precedente sedeva nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta insieme, tra gli altri, agli inglesi dell'Ukip. E che non si possa attendere a Conte lo ha fatto capire pochi giorni fa sul Mattino anche Luigi Di Maio, che di questi tempi ci tiene a far avvertire il proprio peso: "In Italia stiamo lavorando a una coalizione progressista e nel Parlamento europeo, dobbiamo guardare a quell'area aderendo all'Alleanza dei Socialisti e dei Democratici". Dal suo staff sostengono: "Il ministro ha risposto solo a una domanda". Ma in diversi dal M5S assicurano che Di Maio abbia parlato per spingere l'ex premier ad accelerare sul dossier europeo. Così ieri sera Conte a Otto e mezzo ha ribadito che la linea la detta lui: "Sui Socialisti in Europa sono d'accordo con Di Maio, che ha dato atto di un percorso. Darò io l'annuncio quando si concretizzerà questo passaggio e quando matureranno tutte le condizioni". Quel che è certo è che giovedì Enrico Letta sarà a Bruxelles per incontrare gli eurodeputati dem, seduti in S & D. Tra gli argomenti all'ordine del giorno, proprio l'eventuale adesione dei 5Stelle al gruppo socialista. Un incontro che in realtà era in programma da giorni, perché il dossier è sul tavolo del segretario. Ieri Repubblica scriveva di un freno del Movimento alla trattativa a Bruxelles, perché aspetterebbe garanzie sulla conferma di Fabio Massimo Castaldo a vicepresidente del Parlamento Ue. Fonti del M5S a Bruxelles negano: "Certe ricostruzioni giornalistiche sono fuorvianti: l'eventuale confronto con S&D non è ancora formalmente cominciato". Tradotto, il negoziato deve ancora partire, "e non potremmo mai parlare di ruoli in questa fase", affermano le stesse fonti. Letta va a Bruxelles proprio per capire se ci sono le condizioni per questo ingresso. Dal Nazareno sottolineano che i processi politici non si improvvisano e che ci sono una serie di valori che vanno verificati, dalla posizione euroatlantica ai modelli di welfare. Per entrare la richiesta va fatta al gruppo, ma la mediazione della delegazione italiana è centrale. E la discussione tra gli europarlamentari dem non è ancora cominciata».

DEMOCRAZIA DIGITALE? BASTA IGNORARE I SOCIAL

Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica si occupa del caso di una candidata veneta col velo che è stata insultata sui social.

«Una giovane signora italo-algerina, Assia Belhadj, essendosi candidata alle elezioni venete ha postato su Facebook una sua foto con il velo, ed è stata coperta di insulti razzisti. La Procura di Belluno ha archiviato la sua denuncia sostenendo che Facebook, che sta negli Usa, obbedisce alle leggi di quel Paese, molto sensibili alla libertà di espressione, e dunque non collabora e non fornisce i nominativi dei potenziali colpevoli (mi scuso per la brusca sintesi di una vicenda più complessa). Se ne deduce che se un cretino di Belluno copre di insulti una candidata di Belluno (o un cretino di Marsiglia, o di Nairobi, insulta una persona di Marsiglia o di Nairobi) non è perseguibile perché gli americani non vogliono: così, almeno, sembrano sostenere gli inquirenti di Belluno. Ci sarebbe molto da dire sull'assurdità di una rete teoricamente mondiale che però applica, ovunque nel mondo, quanto previsto dalla mentalità americana. Ma forse non è nemmeno questo il punto. Forse il punto è che quella materia gassosa che è l'opinione social va energicamente ridimensionata. Non è facile, ma bisogna infischiarsene. Chi ti insulta crede di definirti, ma definisce se stesso: nel caso degli insulti a una donna con il velo in quanto donna con il velo, definisce la propria tragica ignoranza. Nel 99 per cento dei casi non solo è sbagliato querelare: è sbagliato reagire. Chi intende colpire crederà di avere colpito, e la persona brava, e libera, e di buon pensiero, sarà in ostaggio della canea linciatrice. Quando abbaiano i cani, mentre passi davanti ai cancelli, non stai a litigare con loro: passi e vai».

ALLARME PREZZI. PER IMPRESE E FAMIGLIE

Dopo due settimane di tregua i prezzi di gas e petrolio sono tornati a correre e potrebbero trascinare in alto l'inflazione. Repubblica lancia l’ allarme soprattutto delle aziende: per il caro-bollette la ripresa è a rischio. Luca Pagni. 

«La tregua sui mercati dell'energia è già finita. I prezzi delle materie prime che determinano i costi della bolletta hanno ripreso a correre. Dopo i ribassi delle ultime due settimane, ieri le quotazioni del petrolio e, soprattutto, del gas naturale sono tornate a salire. Non una buona notizia in vista dell'arrivo della stagione invernale; ma ancora di più hanno allarmato il mondo delle imprese per le conseguenze sui bilanci da un lato e per la ricaduta sui consumi dall'altro, a partire dalla ripresa dell'inflazione. Nonostante dalla Bce siano arrivate rassicurazioni sul fatto che si tratti di una «fiammata temporanea », destinata a esaurirsi a partire dal secondo semestre del 2022, già i prossimi mesi potrebbero rivelarsi fatali per la sopravvivenza di piccole e medie imprese e per la redditività delle grandi, alle prese con i costi che per la componente energia sono quadruplicati in media da inizio anno. E le previsioni non sono per nulla favorevoli: secondo le indicazioni degli esperti la corsa dei prezzi dovrebbe proseguire almeno fino a primavera, anche se più rallentata nel primo trimestre del prossimo anno, per poi iniziare la discesa nel secondo. Questo significa che il conto finale della tempesta che si sta abbattendo sull'energia sarà superiore ai 40 miliardi di maggiori costi, denunciati solo il mese scorso dal presidente dell'Autorità dell'Energia Stefano Besseghini. Ma la nottata ha ancora da passare. Ieri sul mercato europeo, il petrolio ha superato gli 83 dollari al barile, tornando a un livello che non era stato più raggiunto negli ultimi sette anni, dopo la decisione dell'Opec+ (lo storico cartello dei produttori allargato alla Russia) che giovedì scorso ha confermato di "riaprire" i rubinetti del greggio ma solo in modo graduale per sostenere il prezzo. Ancora più consistente il rialzo del gas: sul punto di scambio in Olanda (il principale in Europa), il prezzo è salito fino a 11 punti percentuali. In questo caso, la causa è da ricercarsi nella politica di Gazprom: il colosso controllato dal Cremlino non ha ancora mantenuto le promesse fatte nelle ultime settimane da Vladimir Putin alla Ue (il suo maggior mercato) per un maggior invio di gas verso i suoi depositi in Germania e Austria, per riempire i depositi in vista dell'inverno e calmierare le quotazioni. Ed è proprio la stagione fredda a preoccupare il mondo delle imprese. «I timori sono più che concreti - avverte Giuseppe Ricci, presidente di Confindustria Energia - anche se le conseguenze più gravi potrebbe manifestarsi con il nuovo anno. Tutto dipende da quanto saranno rigide le temperature invernali. Anche se dovessero scendere più delle media a dicembre, le scorte di gas nei depositi italiani che sono le più elevate in tutta la Ue dovrebbero proteggerci da aumenti maggiori di quelli previsti. Ma la situazione conclude il suo ragionamento potrebbe peggiorare se il termometro non ci darà una mano a gennaio e febbraio. Ci sono settori ad alto consumo di energia che non potrebbero reggere altri 3-4 mesi di prezzi ai masssimi». Finora ci sono stati piccoli segnali, ma significativi. In Emilia, il gruppo Yara - azienda di Ferrara controllata da una multinazionale di fertilizzanti con sede in Norvegia - ha fermato la produzione, mentre in Lombardia il gruppo siderurgico Feralpi ha deciso di rallentarla per un paio di ore al giorno nel caso di prezzi elevati sulla Borsa elettrica. In attesa degli eventi, c'è chi ha cominciato a fare due conti. Non proprio positivi: l'allarme è di Confcommercio e riguarda una possibile fiammata dei prezzi al consumo. L'energia è la voce più consistente nella ripresa dell'inflazione salita al 2,9% (tra l'altro uno dei dati più bassi d'Europa). Secondo l'Ufficio studi dell'associazione, nell'ipotesi di un aumento al 3% si perderebbero circa 2,7 miliardi di consumi che potrebbero arrivare a 5,3 miliardi se l'inflazione arrivasse a un +4%. Per il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli la riduzione dei consumi potrebbe «rallentare la crescita del Paese» e l'unico antidoto sta «nell'usare presto e bene le risorse del Pnrr e iniziare a ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie».

Sono a rischio i regali di Natale? Se lo chiede Claudia Marin per il Quotidiano nazionale.   

«I regali e gli acquisti di Natale rischiano di essere vanificati dall'impennata dei prezzi, ma anche dalle difficoltà di approvvigionamento delle merci, per la scarsità di materie prime necessarie per produrli. E così, dopo le associazioni di consumatori, è la Confcommercio a lanciare il nuovo allarme: la fiammata inflattiva di dicembre può determinare una drastica riduzione dei consumi fino a 5,3 miliardi di euro, con ripercussioni sul fatturato delle imprese commerciali durante le festività e anche, come avvisa preoccupato il Presidente della confederazione, Carlo Sangalli, sulla crescita del prossimo anno. E, d'altra parte, gli stessi mercati si muovono con apprensione rispetto alla corsa dei prezzi, sebbene la Banca centrale europea torni a rassicurare, ipotizzando una galoppata «temporanea», lontana dall'iper-inflazione degli anni Settanta e Ottanta. Certo è che da mesi i prezzi hanno ripreso a muoversi velocemente e il tasso è arrivato a ottobre a toccare il +2,9%. Ora si teme che anche negli ultimi mesi dell'anno la fiammata prosegua. Nell'ipotesi di un aumento medio dei prezzi del 3% si perderebbero circa 2,7 miliardi di euro di consumi che potrebbero arrivare fino a 5,3 miliardi nell'ipotesi - non tanto irrealistica - di un'inflazione al 4%, secondo la stima l'Ufficio studi Confcommercio. In entrambi i casi, spiega l'associazione, quasi i tre quarti della perdita deriverebbero da un'immediata riduzione del potere d'acquisto del reddito disponibile, il resto dall'erosione della ricchezza finanziaria detenuta in forma liquida. Su questa riduzione dei consumi pesa, per di più, anche l'aumento delle spese obbligate per il rincaro dei prezzi dell'energia che si è già trasferito sulle bollette di luce e gas. Il risultato è che il prossimo Natale, nello specifico, potrebbe rivelarsi un Natale «in bianco» sul fronte di prezzi e tariffe, e potrebbe costare agli italiani, a parità di consumi rispetto al periodo pre-pandemia (2019), quasi 1,4 miliardi di euro in più: a puntualizzarlo è uno studio del Codacons, per il quale gli aumenti dei prezzi nel settore dell'energia, dei carburanti e delle materie prime potrebbero ripercuotersi sulle spese delle famiglie legate alle prossime festività in quattro principali macro-aree (alimentari, regali, ristorazione e viaggi). Secondo i consumatori, solo per il tradizionale cenone e pranzo di Natale le famiglie si ritroverebbero a spendere circa 100 milioni di euro in più rispetto al 2019 (+4%) con una spesa di 922 milioni per pesci carni e salumi (+2,5%), 436 per vino e bevande (+1,5%), 493 per ortaggi, frutta fresca e secca (+2,7%); 330 per pandori, panettoni e dolci lievitati (+10); 220 per pasta e pane (+10%). La spesa per regali di Natale (e addobbi) potrebbe subire incrementi medi del 5% per l'effetto combinato dei maggiori costi di trasporto e della crisi delle materie prime che ha determinato sensibili rincari per la componentistica (si pensi a elettronica e hi-tech). E potrebbe aggirarsi intorno ai 7,9 miliardi di euro rispetto ai 7,5 miliardi del 2019».

LA LEGGE DI BILANCIO TORNA A PALAZZO CHIGI

Bonus, pensioni, reddito: la manovra di bilancio torna a Palazzo Chigi. Per il 110 % è confermata la proroga di cessione del credito e sconto in fattura per tutti gli incentivi edilizi, ma è scontro sui limiti Isee per le villette. Il punto di Gianni Trovati e Marco Mobili per Il Sole 24 Ore. 

«Bonus edilizi, pensioni, reddito di cittadinanza e sanità al centro del lungo lavoro di messa a punto della legge di bilancio. Tanto che la riscrittura ex novo di alcune norme e l'inserimento di altre disposizioni porterà a un ulteriore passaggio a Palazzo Chigi e potrebbe spingere il Governo a un nuovo esame in Consiglio dei ministri nelle prossime ore prima dell'approdo del Ddl al Senato. Intanto però fra i partiti la tensione dell'attesa sale: da Palazzo Madama Alberto Bagnai, responsabile economico della Lega, mette i piedi nel piatto di una delle questioni più complicate di queste ore, e chiede di abolire il «tetto assurdo» all'Isee introdotto per limitare la proroga del Superbonus a villette e abitazioni unifamigliari in genere. Dalla Camera invece Luigi Marattin (Iv), presidente della commissione Finanze, sottolinea la «distorsione ormai strutturale» rappresentata dal ritardo con cui le manovre arrivano in Parlamento. Mentre Martina Nardi (Pd), presidente della commisione Attività produttive di non cambiare in corsa le regole del 110%. Alcune norme, per esempio sul bonus affitti per i giovani e sullo sviluppo degli asili nido, hanno già trovato un testo nuovo. Ma altre, a partire appunto dai bonus edilizi, sono ancora in discussione, e non si esclude un nuovo vertice di maggioranza nelle prossime ore. Già decisa appare la proroga di sconto in fattura e cessione dei crediti, anticipata sul Sole 24 Ore di venerdì scorso, ma sul Superbonus per le villette e sulle verifiche anti-frode i lavori sono in corso. Lo stesso accade per la nuova griglia di controlli sul reddito di cittadinanza, altro tema che alimenta le tensioni nella maggioranza. Un filo rosso collega le discussioni su incentivi fiscali all'edilizia e reddito di cittadinanza che impediscono al testo della legge di bilancio di trovare una formulazione definitiva ormai a 10 giorni dall'approvazione formale in consiglio dei ministri. In entrambi i casi, infatti, il problema è quello di contenere il rischio abusi reso evidente dalle cronache degli ultimi giorni. Sugli incentivi per la casa, come anticipato dal Sole 24 Ore di venerdì scorso, il pressing alimentato soprattutto dal Movimento 5 Stelle ha portato alla replica per il 2022-24 della possibilità di ottenere lo sconto direttamente in fattura oppure di cedere il credito maturato. I numeri delle operazioni già effettuate, pubblicati domenica su questo giornale, mostrano però che i due meccanismi sul complesso dei bonus in edilizia ha raggiunto quota 19,3 miliardi di euro, dimensione difficile da gestire anche in termini di saldi di finanza pubblica. E nel calderone, ha denunciato in prima persona il direttore dell'agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, sono entrati anche crediti inesistenti, che una stima prudenziale indica in almeno 800 milioni di euro. La proroga di sconto in fattura e cessione del credito dovrebbe quindi essere anticipata da un decreto legge per introdurre un meccanismo di controlli preventivi anti-frode. «Bisogna rafforzare i controlli - conferma la sottosegretaria all'Economia Maria Cecilia Guerra - perché quelli appena partiti hanno già rilevato abusi e, talvolta, lo sconfinamento nel riciclaggio di denaro sporco». Sempre di controlli si discute poi per il reddito di cittadinanza, con un pacchetto di norme nuove di zecca che imporrebbero un nuovo esame collegiale in Cdm al testo finale. Il punto, in particolare, è come certificare il rifiuto di una proposta lavorativa che nel nuovo meccanismo abbasserebbe il reddito, e che fin qui non conosce un meccanismo puntuale di verifica, da soggetto certificatore all'ente preposto a registrare l'eventuale rifiuto. Intanto cominciano a emergere le prime modifiche già portate alle norme esaminate nel consiglio dei ministri di dieci giorni fa. Cambiano le regole per la detrazione fiscale pensata per aiutare i giovani fino a 31 anni che vanno ad abitare da soli in affitto. Il tetto per lo sconto fiscale resta al 20% del canone, ma si introduce un tetto minimo che in ogni caso riconoscerà 991,6 euro anche quando il quinto dell'affitto sia più basso. Si abbassa, però rispetto alla bozza di fine ottobre, da 2.400 a 2mila euro il limite annuo alla detrazione. Si irrobustiscono poi a partire dal 2026 i fondi aggiuntivi previsti per lo sviluppo degli asili nido dei Comuni. La progressione annuale del finanziamento cresce fino a raggiungere gli 1,1 miliardi di euro annui dal 2027 (per i prossimi anni restano invece i 100 milioni previsti sul 2022, 150 sul 2023 e 200 sul 2024). Questi fondi servono a raggiungere il «livello essenziale della prestazione», che a regime dal 2027 è fissato in un tasso di copertura del 33% (in pratica, un posto nell'asilo nido per ogni tre bambini, anche tramite il privato) da raggiungere tramite obiettivi di servizio crescenti anno per anno. Nel complesso lavorio di messa a punto rientrano anche altri due interventi fino ad ora non previsti come l'esenzione dall'imposta di bollo per i certificati digitali e il rifinanziamento del Fondo contro la violenza di genere».

IL RICATTO DEI PROFUGHI NEL CUORE D’EUROPA

Si sta consumando una tragedia nel cuore dell’Europa: ci sono almeno 2mila profughi che stanno cercando di entrare in Polonia dalla Bielorussia. Il racconto di Nello Scavo per Avvenire:

«Da domenica il regime di Minsk ha alzato il livello dello scontro con l'Ue, ammassando circa 2mila persone sul confine polacco. Le immagini della folla di profughi esausti e senza cibo da giorni, spinti lungo la barriera metallica confermano come gli esseri umani vengano adoperati come «arma non convenzionale». Già da domenica circolavano video in cui si possono osservare alcune famiglie sul lato bielorusso a cui era impedito oltrepassare la rete sulla fascia di confine, mentre alcuni migranti venivano spintonati dai militari di Minsk affinché continuassero a dare l'assalto alla frontiera. La zona maggiormente interessata è quella lungo la frontiera con la Polonia. Ma poco più a Nord anche la Lituania si appresta a stabilire nuovi divieti sul confine mentre viene ipotizzata l'introduzione dello stato d'emergenza. Ma è a ridosso della Polonia che lo scontro si fa più aspro. Nelle ultime settimane ci sono stati almeno 8 morti profughi, il cui decesso è documentato da foto e filmati. Tutti deceduti di stenti e freddo: Varsavia denuncia che il gruppo di centinaia di migranti «è sotto lo stretto controllo di bielorussi armati ». «Sono loro a decidere la direzione che il gruppo prende», spiega Stanislaw Zaryn, portavoce dei servizi di intelligence polacchi. «Siamo pronti per qualsiasi scenario», ha aggiunto il ministro degli Interni, Mariusz Kaminski. Si tratta in gran parte di profughi curdo iracheni, provenienti dalle regioni nelle quali il conflitto con la Turchia non è mai cessato, e con loro anche siriani e afghani. Sono arrivati in Bielorussia con voli diretti dall'Iraq facilitati dal regime di Lukhashenko, allo scopo di usare i migranti come rappresaglia per le sanzioni subite da Bruxelles. È essenziale «gestire bene la situazione », e farlo «in modo umano» assicurando che alle persone «venga data assistenza», ha detto il portavoce della Commissione Europea per le migrazioni, Adalbert Jahnz, secondo cui si tratta dell'ennesimo «disperato tentativo di Aleksandr Lukashenko » di premere sull'Unione Europea. «La Commissione esaminerà con l'Onu e le sue agenzie specializzate come prevenire l'insorgere di una crisi umanitaria e garantire che i migranti possano essere rimpatriati in sicurezza nel loro paese di origine, con il sostegno delle autorità nazionali», ha detto la presidente Ursula von der Leyen. Ipotesi, questa, che potrebbe funzionare solo se le persone potessero entrare nell'Ue, dove però chiederebbero asilo. Nonostante i toni della politica, improntati a giustificare i respingimenti e a ostacolare gli aiuti umanitari, centinaia di persone in Polonia continuano a sfidare i divieti. Uno di loro ha raccontato all'agenzia Dire come il suo villaggio si sia organizzato: «Vivo a circa tre chilometri dal confine. Con un piccolo gruppo di persone soccorriamo ogni giorno dei migranti, a volte anche di notte. In vita mia non mi era mai capitato di vedere così tanta gente soffrire in questo modo». Il ragazzo, di nome Michal, ha spiegato che i profughi, «tra cui anche donne, anziani e tanti bambini», sono «completamente impreparati a quello che trovano: sono senza acqua né cibo, spesso hanno abiti e scarpe inadatte al freddo e alle lunghe marce attraverso i fitti boschi tra Polonia e Bielorussia, dove si devono attraversare a piedi tante paludi e corsi d'acqua. La notte scorsa abbiamo raggiunto un gruppo di 25 persone, in molte erano scalze». Portare cibo, vestiti caldi e stivali è quindi una priorità: «Non ho più tempo per me e la mia famiglia, e per acquistare questi beni spendiamo il nostro denaro. Ci sentiamo abbandonati dallo Stato, e assistiamo impotenti a un'ingiustizia enorme». Perciò devono fare tutto da soli, per evitare che le persone vengano di nuovo cacciate nel buio della foresta bielorussa, e anche per non venire denunciati. Per la legge polacca non è vietato dare cibo ai migranti, ma lo è aiutarli a spostarsi: non è consentito accompagnarli, trasportarli in auto, accoglierli in casa e persino dare loro una mappa o un telefono. La cosa che più angoscia è che «quando li raggiungiamo, ci implorano di non chiamare le autorità: temono di essere trovati e respinti ancora». Eppure i residenti preferirebbero «poter chiamare la polizia o le ambulanze. Spesso troviamo la gente ammalata o talmente stremata da doverla aiutare a camminare. E i bambini stanno molto male».

XI JIPING RISCRIVE LA STORIA

Al Plenum del Partito comunista cinese, il presidente Xi fonda la nuova fase del suo potere “imperiale”, riscrivendo la storia. Guido Santevecchi per il Corriere:

«La Cina è ossessionata dalla Storia, fin dai tempi delle dinastie imperiali. Ora il Partito-Stato ha deciso di riscrivere la sua Storia: è questo il mandato affidato al Plenum del Comitato centrale comunista, circa 370 dirigenti che ieri sono entrati in conclave a Pechino per varare una «Risoluzione sui grandi risultati e l'esperienza del comunismo cinese nei suoi primi cento anni». Il documento è già pronto, sarà votato giovedì 11 e conterrà una quantità di frasi e allusioni che daranno mesi di lavoro ai «pechinologi». Ma l'obiettivo è già chiarissimo: ispirato da questa revisione storica, nel novembre 2022 il XX Congresso del Partito rieleggerà il segretario generale Xi Jinping, per un altro lustro. È la terza volta che il Pcc mette mano al suo passato per determinare il futuro. Nel 1945, Mao Zedong fece regolare «certe questioni nella Storia del nostro Partito», chiudendo a proprio favore le rivalità anche ideologiche con i compagni della Lunga Marcia verso il potere. Nel 1981, Deng Xiaoping ispirò una seconda «Risoluzione sulla Storia del Partito», che segnalò «alcuni problemi» come «il caos della Rivoluzione Culturale», affermando che Mao «aveva avuto ragione nel 70% dei casi e torto nel 30%»: così il nuovo leader mise a tacere i maoisti puri e duri e aprì la Cina all'economia di mercato . Ora è il turno di Xi Jinping, che è segretario generale dal novembre del 2012 e vuole restare al timone per altri cinque anni almeno. Il documento sulla Storia serve a dimostrare che il lavoro da compiere è ancora così gravoso da imporre una continuità di comando supremo. Non ci sono più «questioni» e conti da saldare con il passato, come ai tempi di Mao e Deng. Non c'è da aspettarsi che per esempio Xi riapra il capitolo sull'«incidente di Piazza Tienanmen». E poi, ha già fatto passare leggi penali che mandano in carcere per «nichilismo storico» chi mette in dubbio la linea ufficiale del Partito o l'eroismo dei suoi martiri. Questa terza Risoluzione sui cent' anni di imprese comuniste sarà un atto di autoaffermazione di Xi, l'apertura della nuova era che lui è destinato a guidare. Per preparare il terreno, l'ufficio propaganda ha appena pubblicato una «Storia sintetica del Partito»: non è brevissima, 531 pagine, un quarto delle quali dedicate ai primi nove anni di Xi. E alla vigilia del Plenum, l'agenzia Xinhua ha lanciato in Rete un profilo del segretario generale, nonché presidente della Repubblica, presidente della Commissione centrale militare e leader di un'altra dozzina di Gruppi guida. Sono 600 righe sotto il titolo «Xi Jinping, l'uomo che guida il Partito comunista cinese verso un nuovo viaggio». I biografi dell'agenzia sottolineano che Xi «ha ereditato un passato di successi gloriosi ma ha il coraggio di innovare, per rafforzare il Partito» e siccome è «un uomo d'azione oltre che di pensieri profondi», ce la farà. Per «rivitalizzare la nazione» è stata lanciata una campagna anticorruzione che solo «quest' anno ha punito o messo sotto inchiesta 20 alti funzionari, compresi due viceministri della sicurezza statale», scrive la Xinhua , ricordando che dal 2013 la Commissione di disciplina, la polizia e la magistratura hanno falciato «oltre 400 tra ministri, viceministri e dirigenti di livello superiore». La biografia prosegue esaltando «Xi uomo che marcia al fianco del popolo per coronare il sogno cinese», statista che nel 2019 ha preso parte a oltre 500 eventi di rilievo «e però trova il tempo per nuotare e tenersi in forma: e così ha la resistenza fisica per proseguire il lavoro». Nella sua missione, il segretario generale «visita spesso fattorie, villaggi di pescatori, case di contadini, osterie, supermarket, fabbriche, laboratori, ospedali, scuole, ispeziona anche porcili e gabinetti per vedere con i propri occhi come vive la gente». Il riassunto-fiume di pensieri e opere del leader indica già il prossimo obiettivo: un «socialismo moderno» entro il 2035 e finalmente la costruzione di «un Paese socialista grande, prospero, rinnovato, armonioso e bello» entro il 2049, primo centenario della Repubblica popolare. È un impegno arduo: «Non sarà una passeggiata nel parco», ha detto Xi, che oggi ha 68 anni e nel 2049 ne avrebbe 96 (ma chissà, i leader cinesi sono molto longevi). C'è la pandemia che minaccia ancora la Cina, nonostante la rigida politica «Zero Covid» che impone lockdown appena si individua un focolaio e ha chiuso il Paese da quasi due anni; c'è il nuovo modello economico che promette «prosperità comune» per tutti i cinesi e nuovo ordine in un «capitalismo cresciuto caoticamente», ma intanto ha causato un rallentamento nella corsa del Pil e bruciato centinaia di miliardi in Borsa; c'è lo scontro da nuova guerra fredda con gli Stati Uniti; il giuramento di riprendere Taiwan. I continui arresti di dirigenti, dietro la motivazione della lotta alla corruzione, fanno immaginare anche trame interne: due ex capi della sicurezza nazionale arrestati il mese scorso sono accusati di aver cercato di «costituire centri di potere e cricche». «Mi batterò per il comunismo per il resto della mia vita»: con questa frase tratta dal giuramento di fedeltà al Partito che Xi ama ricordare ai dirigenti, ai quadri e ai 95 milioni di tesserati, si chiude il lungo elogio della Xinhua. Nel caso di Xi è anche un programma di leadership a vita».

LA CHIESA FRANCESE E LE VITTIME DEGLI ABUSI

I Vescovi francesi riuniti a Lourdes hanno preso una serie di decisioni per risarcire le vittime degli abusi commessi da ecclesiastici negli ultimi 70 anni. La Chiesa è disposta anche a vendere beni immobili per reperire i fondi necessari. Daniele Zappalà per Avvenire.

«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Ieri, a Lourdes, questa frase evangelica è stata simbolicamente scelta come epigrafe dell'atto conclusivo di un'assemblea plenaria d'autunno dei vescovi francesi che sarà ricordata come un raro momento di verità all'insegna d'una svolta a lungo invocata, anche da tanti fedeli. Una svolta sulla dolorosissima questione degli abusi commessi negli ultimi 70 anni, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta ma anche in seguito, nei convitti per adolescenti e in altri luoghi d'oltralpe sotto la responsabilità dell'autorità ecclesiastica. Come promesso ancor più dopo la consegna un mese fa del rapporto conclusivo della Ciase (Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa), i vescovi hanno compiuto un lavoro di discernimento per approvare misure concrete, ma al contempo adesso, umilmente, «chiedono al Papa, dal quale deriva la loro missione, d'inviare una équipe di visitatori per valutare questa missione in materia di protezione dei minori e per dare, se necessario, il seguito necessario dopo la loro visita». Una richiesta d'aiuto, dunque, per avanzare «accettando lo sguardo degli altri». Al termine dell'assemblea, i vescovi hanno affidato a Marie Derain de Vaucresson, un'autorevole giurista in campo minorile, la presidenza dell'Istanza nazionale indipendente di riconoscimento e di riparazione (Inirr): un neonato organismo dotato dei «mezzi finanziari necessari» per procedere a un'analisi, caso per caso, delle misure economiche a favore delle vittime identificate. Il finanziamento del fondo avverrà anche attraverso la cessione di beni immobiliari e mobiliari» della Conferenza episcopale francese (Cef ) e di singole diocesi. Se necessario, «un prestito potrà essere sottoscritto per anticipare i bisogni». Seguendo un approccio esplicitamente sinodale, la Conferenza costituirà «dei gruppi di lavoro composti da laici, diaconi, preti, persone consacrate, vescovi» ai quali verranno associate delle persone vittime di abusi. Dei gruppi a cui spetterà il delicato compito di avanzare, secondo un calendario preciso per tappe, su 9 questioni chiave desunte dalle raccomandazioni finali della Ciase: condivisione delle buone pratiche; confessioni e accompagnamento spirituale; accompagnamento dei preti coinvolti; discernimento vocazionale e formazione dei futuri preti; accompagnamento del ministero dei vescovi; accompagnamento del ministero dei preti; integrazione di fedeli laici nei lavori della Conferenza episcopale; analisi delle cause delle violenze sessuali all'interno della Chiesa; strumenti di vigilanza e di controllo delle associazioni di fedeli con vita comune e di ogni gruppo associato a un particolare carisma. Fra le misure specifiche prese a Lourdes e divulgate ieri, figura pure la «verifica sistematica degli antecedenti giudiziari di ogni agente pastorale» che si troverà a contatto con dei minori. I vescovi, inoltre, «chiedono la partecipazione di almeno una donna nel consiglio di ogni Seminario e casa di formazione, con diritto di voto». Sarà pure istituito «un tribunale penale canonico nazionale » che entrerà in funzione nell'aprile 2022. Per la Conferenza episcopale, dunque, all'ondata di choc suscitata dal rapporto della Ciase, chiesto dagli stessi vescovi, deve seguire al più presto una svolta profonda per evitare che la piaga della pedofilia possa nuovamente superare, in mezzo a coltri d'omissioni o d'indifferenza, le soglie anche d'un solo organismo legato alla Chiesa».

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