Quasi un Vaffa di Grillo a Conte

Il fondatore arriva a Roma e pone le condizioni all'ex premier per la guida dei 5Stelle. Accetterà? Il rischio di un Vaffa collettivo. Parolin spiega la Nota su Zan. la Ue contro Orbán e sui migranti

Beppe Grillo è piombato a Roma e la sua incursione nella capitale ha provocato un terremoto nei 5 Stelle e probabilmente nella politica italiana. L’Elevato ha fatto capire chiaramente che Giuseppe Conte dovrà gestire insieme a lui il Movimento, non potendo pretendere il controllo assoluto. A leggere Travaglio e il Fatto, ma anche La Stampa, non sembra che l’ex premier possa accettare le condizioni di Grillo. È una circostanza senza precedenti, che potrebbe incidere sul destino di tutta la politica e anche del Governo. Ha ragione Padellaro quando scrive oggi che Draghi dovrà guardarsi le spalle da un 5 Stelle diventato Vietnam, senza più la guida di Conte. Scissioni e divisioni degli attuali gruppi di Camera e Senato potrebbero creare conseguenze imprevedibili. Su ogni legge, compresi i tanti voti sul Pnrr.

Ma non è solo la fibrillazione della più grande formazione politica presente in Parlamento a minacciare l’estate italiana. Sul fronte della pandemia, è ormai certo che le varianti condizioneranno il relativo ritorno alla normalità in tutta Europa. Ieri vertice a Roma per capire che cosa faranno le nostre autorità. Intanto la campagna vaccinale prosegue. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 594 mila 846 vaccinazioni. È importante semmai capire se si riuscirà adesso a ridurre i tempi di attesa fra prima e seconda dose, visto che è in quel periodo che si insinua la nuova variante del virus, come dimostra l’esperienza (negativa in questo caso) della Gran Bretagna.

Ieri e oggi Consiglio europeo. All’ordine del giorno c’era finalmente (dopo anni e grazie all’Italia) la questione dei migranti ma il tema è passato in secondo piano per via di una lettera dei Capi di Stato e di Governo indirizzata a Orbán sui diritti degli omosessuali. Nel mirino della Ue una legge che limiterebbe i diritti dei gay in Ungheria e che è considerata contro i principi dell’Unione. Sui migranti comunque Draghi ha ottenuto un primo risultato. Si è parlato anche dei rapporti con la Russia di Putin. Oggi le conclusioni del vertice a Bruxelles.

Non faremo come l’Ungheria. L’Italia avrà una legge contro l’omotransfobia. Il più è capire che cosa conterrà davvero il testo che verrà licenziato dal Parlamento. Ieri il Segretario di Stato vaticano Parolin ha chiarito con Andrea Tornielli per Vatican News la genesi e l’intenzione del passo diplomatico della Santa Sede. Ora la decisione sulla lettera della legge sta al Parlamento, la discussione è fra i partiti. Anche se poi peserà, vista la materia e il voto segreto, anche la coscienza dei singoli senatori. La linea del Pd di Enrico Letta è la stessa della Cirinnà. Non si discute neanche una virgola sul merito: la legge va approvata così com’è, nonostante le tante critiche. Letta tira “fascisticamente” diritto, del resto Alessandra Mussolini appoggia anche lei senza riserve l’oltranzismo sul Ddl Zan. Come ha ricordato Draghi, il Parlamento è sovrano, dunque vedremo.

Belpietro su La Verità si chiede se il centro destra non faccia apposta a lasciare Beppe Sala sulla poltrona di sindaco a Milano. Visto che i sondaggi sono lusinghieri e i leader litigano sui possibili candidati. Vittorio Feltri su Libero spezza una lancia in favore di Cesare Battisti, che ha iniziato uno sciopero della fame in carcere. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

La clamorosa discesa a Roma di Beppe Grillo mobilita le aperture dei quotidiani, contendendo lo spazio alla polemica internazionale sui diritti dei gay in Ungheria. Il Fatto è il più drastico: Grillo sfascia tutto, Conte pronto all’addio. Libero sceglie l’immagine del pestaggio: Grillo bastona Conte. Il Quotidiano nazionale quella dello stop: Grillo ferma Conte: «Il M5S sono io». Per Il Giornale è invece: Il golpe di Grillo. Per Il Domani, l’ex premier potrebbe anche accettare le dure condizioni del fondatore: Grillo detta a Conte le condizioni per continuare a comandare. Il Corriere della Sera punta sul Consiglio europeo in corso a  Bruxelles: Diritti, l’Europa contro Orbán. Così come la Repubblica: Ue, la battaglia sui diritti. Ed
il Manifesto con tanto di copertina arcobaleno e giochi di parole: Diritti al punto. La Stampa resta sul fronte italiano della discussione sulla omostransfobia: Scuola e libertà di parola: cambia la Zan. Mentre Avvenire sottolinea l’intervento del Segretario di Stato vaticano Parolin: Una laica «revisione». Ancora sulla pandemia Il Messaggero: La corsa della variante Delta. In modo diverso anche La Verità: Inchiesta sulle false presenze di Zingaretti in regione Lazio e Il Mattino che riporta un clamoroso rapporto di Bankitalia: Mascherine, il maxi-riciclaggio. Il Sole 24 Ore si occupa delle tasse e dell’occupazione: Fisco e lavoro, decreto da 3 miliardi.

GRILLO STRAPPA CON CONTE

Beppe Grillo è piombato a Roma ed ha subito fatto capire che non era così scontato il dialogo con Giuseppe Conte su statuto e nuovo Movimento. La cronaca di Matteo Pucciarelli per Repubblica:

«Sempre a metà tra comizio e spettacolo teatrale, ieri Beppe Grillo alla Camera ha salutato i "suoi" deputati con sotto il braccio i 32 fogli della bozza di Statuto a cui ha lavorato Giuseppe Conte, uscendo di scena come di soppiato, furtivamente, tra le risate e gli applausi. Nei due suoi discorsi ai gruppi parlamentari il comico genovese è andato di bastone e carota, anzi più bastone che carota, verso il leader in pectore. Dicendo sì che è «persona straordinaria», un «integerrimo», «voglio rafforzarlo», ma poi aggiungendo che «deve studiare», «deve capire che posso aiutarlo», «non conosce la nostra storia», «non può fare tutto da solo» perché «sono il garante, mica un coglione». Già: l'"Elevato" vuole restare tale, non accetta di non avere l'ultima parola - come il nuovo Statuto tratteggiato dall'ex presidente del Consiglio prevedeva - e così a Conte offre lo show che sa di avvertimento: i parlamentari (ne mancavano parecchi all'appello, va detto) che ancora lo amano, i media che lo inseguono, il peso delle sue sortite che rimane enorme. Una prova di forza, come minimo; un’ «umiliazione » per Conte, per dirla con un parlamentare presente. Il fondatore del M5S ha ricordato che «anche con Gianroberto Casaleggio c'erano diverse vedute, io un po' più di sinistra, lui un po' più di destra». Ma la diarchia funzionava e una specie di diarchia, quindi, deve restare. Si racconta che a Grillo non sia andata giù l'indiscrezione - considerata eterodiretta - di un Conte pronto a fare una cosa propria se non fossero rimaste intatte le proprie condizioni organizzative per rilanciare i 5 Stelle. Quindi ecco la risposta: «È lui ad aver bisogno del Movimento, non il contrario». Perché l'ex premier «non è un visionario» e da sempre il M5S ha bisogno di qualcuno che voli un po' più alto: cioè, neanche tra le righe, Grillo stesso. Ancora: «Il nostro Movimento è fatto di partecipazione democratica, di consigli in rete, gli ho dato il vecchio Statuto e lo ha trasformato in qualcosa di completamente diverso, non una evoluzione ma una roba da avvocati. Ci sono rimasto così, avevo bisogno di tempo. Io sono il garante, sono il custode». Cioè colui che ha creato il M5S, ha girato per anni le piazze e calcato le scene, convinto di detenere ancora il senso stesso di ciò che dovrebbe rappresentare il Movimento. «Il punto è che non accetta di vedere consegnato tutto questo al primo che passa», commenta una deputata. Altre note salienti delle due intemerate del garante: le lodi sperticate al vecchio capo politico Luigi Di Maio («forse il miglior ministro degli Esteri di sempre»); la richiesta di poter ancora intervenire sulle scelte comunicative del M5S («Rocco Casalino è bravo, ma non esiste che io non abbia voce in capitolo, deve consultare anche me»); l'apertura su un superamento parziale del tetto ai due mandati («come sapete sono contrario, ma decideranno gli iscritti»); l'insoddisfazione per il lavoro del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, il cui nome pure era stato "vidimato" proprio da Grillo («se andiamo avanti così è un bagno di sangue»); infine la presentazione del nuovo simbolo, che non è altro che il vecchio con però la dicitura 2050 al posto dell'indirizzo web del Blog delle Stelle, antica creatura di Davide Casaleggio. Ce n'è abbastanza per sconquassare un partito già ampiamente malridotto e a questo punto la palla torna nella metà campo di Conte: sarà disposto a "farsi compensare" da Grillo? E tra i non detti, fra ciò che rimane da concordare, quel quarto di Statuto e relative postille non ancora definite, ad esempio: il Movimento 2.0 continuerà a fornire la completa tutela legale - per quel che riguarda le sue uscite politiche, ovvio - al fondatore? Comunque, «non si prescinde dalla nostra storia», in questo Grillo è stato netto. Una storia cominciata 14 anni fa e della quale Conte non ha fatto parte, se non lateralmente e solo negli ultimi tre anni, non essendo stato mai neanche iscritto ai 5 Stelle».

Ilario Lombardo su La Stampa racconta le reazioni di Conte alle frasi di Grillo, quasi rispondendo alla domanda che si fa Pucciarelli su Repubblica. Ed è una risposta dura.

 «E io non farò di certo il prestanome». Quando pronuncia questa frase Giuseppe Conte è sul punto di far collassare l'intero progetto a cui ha lavorato negli ultimi tre mesi. Gli hanno appena girato le agenzie che riportano in presa diretta le frasi pronunciate da Beppe Grillo di fronte all'assemblea dei deputati, dove teorizza la diarchia, dove sminuisce l'apporto dell'ex premier alla storia del M5S. Per tutto il giorno si parlano a distanza, usano parlamentari, ministri, collaboratori. Solo la sera viene fatta trapelare una telefonata diretta tra i due. Tutti nel M5S pregano che serva a ricucire. Ma non è così: ancora alle undici nessuno era in grado di confermare se oggi ci sarà meno il tanto atteso faccia a faccia. Le frasi lasciate filtrare nel pomeriggio dissimulano poco o nulla delle frizioni e suonano colme di ingratitudine alle orecchie di Conte. Soprattutto perché in una il comico sembra respingere l'avvocato come un corpo estraneo, che si aggrappa al M5S per sopravvivere politicamente. «Il Movimento siamo noi - sostiene Grillo - Conte non andava in piazza». Il comico non può non sapere che qualunque cosa dice un attimo dopo sarà nota a tutti. Ma non sembra esserne troppo preoccupato, anche se nel confronto successivo, con i senatori, si sforza di smorzare i toni. Nel frattempo, sono intervenuti i mediatori, per scongiurare la rottura finale: la senatrice Paola Taverna, l'ex braccio destro di Grillo e di Davide Casaleggio Pietro Dettori, il portavoce di Conte Rocco Casalino, l'ex capo politico Luigi Di Maio, il reggente Vito Crimi. Chiedono a Grillo di smussare le pretese e tentano qualche compromesso mentre sull'altro fronte Conte, offeso, sembra già proiettato a sfoderare il piano B di un partito tutto suo, alternativo al M5S. (…) Per l'ex premier la diarchia è impensabile. Né dal punto di vista della gestione della linea politica, né sulla comunicazione, altro argomento sul quale le posizioni sembrano inconciliabili. «Non era quello che ci eravamo detti» si sfoga l'avvocato. «È necessario che si capisca chi fa cosa». Altrimenti, secondo Conte, si riproporrebbe quel caos al quale proprio Grillo gli aveva chiesto di mettere un punto. È un modello che appartiene al passato, che oggi non funzionerebbe. «Non con me» chiude Conte. Perché si manifesterebbe immediatamente un opposto atteggiamento politico: da una parte il guitto anarchico, dall'altra il lavoro quotidiano di articolazione della strategia. L'infelice incidente della visita all'ambasciata cinese, in pieno G7, per Conte è indicativo. L'avvocato si è sfilato all'ultimo e ha lasciato che Grillo andasse da solo. Tra i diversi punti della discordia, infatti, non c'è soltanto la voglia del comico di stabilire le regole della comunicazione, chi debba andare in tv, e come usare i post e il blog dove vengono date le rotte delle scelte politiche. Ma c'è anche la richiesta del comico di essere incaricato del ruolo di rappresentare il M5S a livello internazionale. Una sorta di ambasciatore che nella sua imprevedibilità porterebbe scompiglio nelle cancellerie di tutto il mondo. E che Conte non sarebbe in grado di controllare». 

Se esiste ancora la possibilità di un accordo fra Conte e Grillo, l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto di questa mattina sembra tanto un macigno sulla strada del dialogo.

«Ci eravamo quasi riavuti dallo choc per la rivoluzionaria affermazione di Draghi “Lo Stato è laico”e già pregustavamo le successive, tipo “La pioggia è bagnata”, “Il ghiaccio è freddo”, “Per vedere la tv bisogna accenderla”, “All ’Equatore fa decisamente più caldo che al Polo Nord ”, “Meglio una donna giovane e bella che una vecchia racchia”, quando siamo stati folgorati da un’altra frase che definire sorprendente è riduttivo: “Lo statuto di Conte è diverso dal nostro”. L’ha detta ieri Grillo nel suo monologo ai parlamentari 5Stelle, sottolineando non a caso che “io sono un visionario e Conte no”. Solo un visionario, infatti, poteva notare che affidando a Conte il compito di guidare e rifondare i 5Stelle, lo statuto dei 5Stelle sarebbe stato diverso da quelli dei 5Stelle guidati da Grillo e da Di Maio. Se fosse stato ancor più visionario, Grillo l’avrebbe previsto già il 28 febbraio, quando convocò Conte e gli altri big per chiedere al primo di fare il capo politico e di riscrivere lo statuto. Ma evidentemente in quei giorni aveva già esaurito le visioni con Draghi e Cingolani, scambiandoli per grillini della prima ora e mandando il M5S al macello nel governo più restauratore mai visto (a proposito di chi “sa cosa sono i 5Stelle” e di chi se l’è scordato). Ma il sospetto è che in quel caso, più che di visioni, si trattasse di allucinazioni. E che la sindrome persista, almeno a leggere altre perle di saggezza del visionario. Tipo che “è Conte ad avere bisogno di me”. In che senso un affermato avvocato civilista e docente universitario divenuto in tre anni il politico italiano più popolare, il premier che ha affrontato la pandemia e ottenuto il Recovery Fund, quello che ha risolto i casini altrui con Casaleggio, avrebbe bisogno di Grillo, è un concetto che sfugge ai più. Ma qui, più che di visioni, è questione di vocabolario. Cosa intendeva esattamente Grillo quando chiese a Conte di fare il capo politico, visto che ora pretende di decidere al suo posto la linea politica, la segreteria e la comunicazione? Ha presente la differenza tra capo politico e prestanome, portaborse, badante? L’affermazione “non sono un coglione”, detta dall’interessato, vale quel che vale. Ma qualunque capo politico accettasse di farsi dettare la linea politica, la segreteria e la comunicazione da un altro non sarebbe un capo politico: sarebbe un coglione. Come se ne esce? In due soli modi. 1) Gli eletti e gli iscritti ai 5Stelle votano sulla nuova piattaforma (“uno vale uno”) per decidere chi fa il capo e chi fa il coglione. 2)Conte si grillizza per un giorno, manda tutti affanculo e se ne torna a fare l’avvocato e il professore, dopo quattro mesi di volontariato senza stipendio, riconsegnando i 5Stelle a Grillo: è lui che li ha fondati, è giusto che sia lui ad affondarli».

LA VARIANTE DEL VIRUS MINACCIA L’ESTATE

L’estate della politica sarà dunque turbolenta, alla fine anche per Draghi. E non si può dire che sarà tranquilla l’estate della pandemia. A minacciare infatti, in tutta Europa, il ritorno alla normalità ci sono le varianti del virus. Presto il 90 per cento dei casi di Covid saranno dovuti alle varianti. La cronaca di Margherita De Bac sul Corriere:

«Cresce in Italia il livello di attenzione sulla variante Delta, l'ultima versione del virus Sars-CoV-2, che ha costretto il Regno Unito a rivedere le politiche aperturiste. Ieri si è tenuta una riunione «informale» alla Salute tra il ministro Speranza, i sottosegretari Sileri e Costa e il coordinatore del Comitato tecnico scientifico Franco Locatelli. Ed è incessante lo scambio di informazioni tra i tecnici europei per concordare una linea d'attacco efficace contro la nuova minaccia. «Vedere le varianti non significa acquisire la capacità di poterle bloccare perché il virus trova velocemente i suoi spazi e quando si interviene per fermarlo è tardi. L'unico strumento per contenere le sue nuove espressioni sono le restrizioni sulla mobilità delle persone e le vaccinazioni», avverte Maria Capobianchi, responsabile di Microbiologia dello Spallanzani, che dirige uno dei laboratori inclusi nella rete per il sequenziamento dei campioni del Sars-CoV-2 coordinata dall'Istituto superiore di sanità. I dati del sistema confluiscono all'Iss e vengono poi sintetizzati in un rapporto flash che serve a fotografare cosa sta succedendo in un momento preciso (vengono analizzati i campioni di un giorno della settimana) e quanto un ceppo virale si è infiltrato. Il problema, non solo da noi, è che tra i prelievi dei tamponi, la consegna ai centri e la risposta passano sette giorni lavorativi. E in questo lasso di tempo un virus contagioso come quello che è causa di Covid conquista «spazi». Chi sequenzia di più non può dirsi al riparo dalle varianti. Il Regno Unito ha l'organizzazione più efficiente in quanto a «lettura» del genoma del Sars-CoV-2. Eppure non è riuscito a fermare la Delta, la cui espansione ha costretto il governo a ritardare le riaperture e accelerare la somministrazione delle seconde dosi cambiando la strategia iniziale che prevedeva l'allungamento dell'intervallo tra prima e seconda. I positivi ieri sono stati circa 16.700, il numero più alto dal 6 febbraio. Contenuto l'incremento dei ricoveri, stabili i morti». 

Daniele Banfi (non è mio parente) giornalista scientifico della Fondazione Veronesi chiarisce bene la questione varianti, dividendola in punti.

«1) I virus mutano e lo fanno ancor più velocemente se li si lascia correre. Accade così che si generino delle varianti, virus con proprietà differenti rispetto al virus originale. La variante alfa (quella inglese, per intenderci) ha una contagiosità del 60% superiore al virus originale. Il motivo per cui in Europa, da Natale in poi, abbiamo avuto quella tremenda ondata invernale.

2) La variante Delta (sì, quella indiana) secondo i primi approssimativi calcoli è più contagiosa del 50% rispetto a quella inglese. Dunque siamo di fronte ad un virus estremamente contagioso. Questo significa che entro qualche settimana la variante più forte sarà quella più diffusa

3) Con una contagiosità così elevata, in Inghilterra i nuovi casi stanno cominciando ad aumentare. Ma questi nuovi casi riguardano prevalentemente la popolazione più giovane, ovvero quella non ancora vaccinata.

4) Essendo i giovani meno soggetti a sviluppare conseguenze gravi da Covid-19, ricoveri e decessi non stanno aumentando come ci si aspetterebbe in base al numero di nuovi casi notificati. La pressione sul sistema sanitario, dunque, non c'è. Ed è quello che in questo momento bisogna evitare.

5) I vaccini funzionano alla grande, anche contro la variante delta. Il Public Health England ha valutato una riduzione di solo 8 punti percentuali nell’efficacia della vaccinazione nell’evitare la malattia sintomatica. Di soli 3 punti percentuali nell’evitare forme severe della malattia. L'importante però è effettuare il ciclo completo di vaccinazione. Una sola dose è efficace solo al 30%.

6) Le varianti, tutte, rappresentano sì un qualcosa da monitorare per capire il “nemico” che si ha di fronte. In particolare sarà importante capire quale forma di Sars-Cov-2 si ha di fronte nei casi in cui la persona si reinfetta o sviluppa la malattia nonostante la vaccinazione. Ma al momento, per quanto riguarda la perdita di efficacia della vaccinazione, nessuna variante si è dimostrata capace di eludere il sistema immunitario».

Sull’origine del virus, il Quotidiano nazionale riporta un nuovo colpo di scena. Secondo uno studio Usa sono state “rimosse tracce” della sequenza del virus su richiesta di un ricercatore cinese.  

«L'indagine sulle origini del Covid-19 riserva un nuovo colpo di scena: un ricercatore americano, il virologo Jesse Bloom, del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, ha ritrovato sequenze del virus risalenti all'inizio della pandemia e rimosse dall'archivio ad hoc del National Institute of Health (Nih) americano su richiesta di un ricercatore cinese. Bloom, come si legge su Biorxiv (che raccoglie gli articoli non ancora vagliati dalla comunità scientifica) e anche sul sito della rivista Science, ha recuperato dopo lunghe ricerche online i file cancellati da Google Cloud e ricostruito le sequenze parziali di 13 campioni di virus raccolti da pazienti ricoverati o sospettati di contagio tra gennaio e febbraio 2020 a Wuhan, la città da cui si ritiene sia partita l'epidemia. Una scoperta che probabilmente non cambierà il quadro scientifico sulle prime settimane della diffusione del virus, ma che secondo molti ricercatori evidenzia la carenza di trasparenza da parte di Pechino e il fatto che agli scienziati potrebbero mancare vari pezzi del puzzle per trarre conclusioni più accurate. Il ritrovamento rafforza inoltra la richiesta di una nuova indagine indipendente sulle origini del Covid, come ha chiesto anche il G20 sollevando le ire del Dragone. Il Nih, uno dei più grandi centri di ricerca del mondo, ha confermato di aver cancellato le sequenze dopo aver ricevuto nel giugno 2020 la richiesta di un ricercatore cinese che le aveva inviate tre mesi prima, spiegando che «gli scienziati detengono i diritti sui loro dati e possono chiederne il ritiro». Il ricercatore sosteneva che le sequenze erano state aggiornate e sarebbero state postate su un altro, non meglio precisato, database. Era quindi sua intenzione rimuovere la versione vecchia per evitare confusione, secondo la versione dell'istituto americano. Alcune delle informazioni cancellate, ha spiegato Bloom, sono ancora disponibili in uno studio pubblicato su una rivista specializzata, ma gli scienziati in genere cercano le sequenze genetiche nei centri dati più importanti, come quello dell'Nih».

Massimo Gramellini dedica la sua rubrica in prima pagina del Corriere della Sera all’incredibile vicenda dello “sciamano italiano” che si era messo in luce durante la protesta di piazza Montecitorio ai tempi del lockdown:

«Gentile pizzaiolo Hermes Ferrari, quando si presentò davanti a Montecitorio vestito da sciamano per protestare contro il coprifuoco, venendo additato dalla critica come un trumpiano minore, tra i tavolini di questo Caffè mi permisi di difenderla. Dissi che bisognava ascoltarla e sforzarsi di capire le sue ragioni, senza lasciarsi condizionare dalle apparenze. Così ieri, appena ho saputo che girava un filmato di cui lei era protagonista, sia pure in abiti borghesi, mi sono precipitato a vederlo: per ascoltare e capire. Nel video, ripreso all'interno di un centro commerciale, l'ho ascoltata provocare con modi da bullo una mite guardia giurata che le aveva solo chiesto di mettersi la mascherina e ho capito che doveva essere parecchio accaldato. Poi l'ho ascoltata dare alla guardia del «pelatone di merda» perché lo sfrontato aveva osato rivolgere la parola a sua moglie e lì ho capito che lei appartiene alla corrente degli sciamani maschilisti. Infine, l'ho ascoltata chiedere: «Testa di cazzo a chi?» e subito dopo l'ho vista usare quella medesima testa per spaccare il naso di un passante. Gentile (beh, insomma) Hermes Ferrari, come vede l'ho ascoltata con attenzione: lei vive in perenne stato di allerta nervoso perché è seriamente convinto che banchieri, agenti segreti e altri loschi figuri si riunirono a Wuhan al preciso scopo di mettere in circolo un virus che facesse fallire la sua pizzeria. Adesso ho capito. Però forse mi sentivo meglio quando non la capivo».

CONSIGLIO UE: UNGHERIA, MIGRANTI E RUSSIA

Riunione ieri e oggi del Consiglio Europeo, dominata da un’iniziativa comune dei capi di Stato e di governo contro l’Ungheria. In una lettera, firmata da tutti i leader dalla Merkel a Draghi, pur non citando esplicitamente la legge, si sostiene: "L'odio, l'intolleranza e la discriminazione non hanno posto nella nostra Unione. Ecco perché, oggi e ogni giorno, sosteniamo la diversità e l'uguaglianza Lgbt in modo che le nostre generazioni future possano crescere in un'Europa di uguaglianza e rispetto". Oltre alla polemica con Orbán, si è parlato di migranti (su richiesta italiana) e di rapporti con Putin. La cronaca di Marco Galluzzo per il Corriere:

«La presidenza del Consiglio europeo presenta le conclusioni sui migranti, viene coinvolto solo Mario Draghi, gli viene chiesto se per lui il testo va bene così, la risposta è concisa quanto il tempo che ci vuole per passare ad un altro argomento: «Se non ci sono emendamenti per l'Italia il testo va bene». Testo approvato. In un Consiglio europeo in cui irrompono le relazioni con la Russia e il caso Ungheria, il dossier sui migranti su cui tanto ha puntato il nostro governo ha una trattazione quasi protocollare, rapidissima. Ma la sostanza è un cambio di paradigma non indifferente, un taglio pragmatico alla questione che vale oltre dieci miliardi di euro, un punto segnato da Roma grazie a un'unanimità che non era scontata solo qualche settimana fa. Draghi guadagna un confine politico, la sua visione del dossier, che ribalta il dibattito degli ultimi anni: dopo 36 mesi di «buco» si fa tornare il tema in cima all'agenda dell'Unione, non ci si occupa di ricollocamenti, rimpatri o gestione degli sbarchi, ma si va a monte del problema, il rubinetto dove c'è la perdita, i Paesi da cui provengono i flussi migratori illegali. Su questo approccio, su un maggiore impegno di tutti e 27 gli Stati nel Nord Africa, sono tutti d'accordo. E questa volta l'impegno è dell'Unione, è una responsabilità collettiva. L'argomento successivo è infuocato. Contro la legge varata da Orbán si schierano 17 Paesi della Ue. Il dibattito in Consiglio vede in prima fila Olanda e Lussemburgo contro Budapest. Volano parole grosse, Mark Rutte addirittura chiede all'ungherese il motivo per cui non sceglie di uscire dalla Ue visto che non ne rispetta i diritti. Draghi assiste senza parlare, almeno nel momento dello scontro. Poi, quando i toni scendono, sceglie di intervenire, nonostante abbia alleati di maggioranza come Salvini e Meloni schierati saldamente con Orbán. Il premier pronuncia poche parole ma chiare. Ricorda ad Orbán che l'articolo 2 del Trattato della Ue è stato scritto per un motivo preciso, perché l'Europa «ha una storia antica di oppressione dei diritti umani e per questo esiste l'articolo 2 del Trattato, e guarda che lo avete sottoscritto anche voi, è lo stesso che nomina la Commissione guardiana del Trattato stesso; spetta alla Commissione stabilire se voi l'avete violato o meno». Insomma un'inquadratura storica, politica e insieme giuridica che non passa inosservata. La discussione sull'Ungheria, per il momento, finisce qui. Comincia il dibattito sulla Russia, su un risposta coordinata della Ue alla postura geopolitica di Mosca. Anche qui Draghi interviene, per esprimere preoccupazione per gli sviluppi del caso Navalny, per ribadire che con Putin «occorre insieme franchezza e fermezza su temi come violazioni dei diritti, limitazioni delle libertà e interferenza nel funzionamento delle istituzioni democratiche». Nelle cartelle che a notte fonda porta con sé all'hotel Amigò resta in risalto il risultato ottenuto sui migranti. È passata la linea italiana di cercare di ridurre a monte la pressione sui confini della Ue: «Al fine di prevenire la perdita di vite e ridurre la pressione sui confini europei - si legge nelle conclusioni del Consiglio - saranno intensificati i partenariati e la cooperazione reciprocamente vantaggiosi con i Paesi di origine e di transito, come parte integrante dell'azione esterna dell'Ue. L'approccio sarà pragmatico, flessibile e su misura, farà un uso coordinato, come Team Europe, di tutti gli strumenti e gli incentivi disponibili e si svolgerà in stretta collaborazione con l'Unhcr e l'Oim». La Commissione viene invitata a presentare in autunno «piani d'azione per i paesi prioritari di origine e transito, indicando obiettivi chiari, ulteriori misure di sostegno e tempistiche concrete, e a fare il miglior uso possibile di almeno il 10% della dotazione finanziaria» del fondo europeo per il Vicinato. Poco più di 10 miliardi di euro».

Della vicenda migranti si occupa anche Carlo Lania per Il Manifesto:

 «È bastata una manciata di minuti, dieci per la precisione, ai leader europei per approvare le parti riguardanti l'immigrazione del documento che oggi chiuderà a Bruxelles il Consiglio europeo. Tutti si sono detti d'accordo nell'intervenire nei Paesi di origine e di transito per cercare di arginare i flussi di quanti cercano di arrivare in Europa e per questo è stato data mandato alla Commissione europea di mettere a punto un piano di interventi finanziari da presentare entro il prossimo mese di novembre. È il via libera a quella che a Bruxelles chiamano la dimensione esterna dell'immigrazione. Erano tre anni, dal mese di giugno del 2018, che un vertice dei capi di Stato e di governo non discuteva di immigrazione. Eppure, nonostante le pressioni fatte nelle scorse settimane da Mario Draghi, ieri l'argomento è stato affrontato e liquidato in tutta fretta, velocità facilitata dal fatto che gli argomenti più spinosi, ma anche più importanti per i Paesi come l'Italia che affacciano sul Mediterraneo come il ricollocamento dei migranti tra gli Stati membri, non sono stati neanche sfiorati, tanto da non figurare neppure nel documento finale. Bruxelles punta dunque a intensificare i partenariati e le cooperazioni: «L'approccio sarà pragmatico, flessibile e su misura», è scritto nel documento preparato dal presidente Charles Michel, e per questo i 27 invitano la Commissione «a fare il miglior uso possibile» di almeno il 10% del fondo Ndici, lo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale. Si tratta di 8 miliardi di euro da distribuire tra i Paesi maggiormente coinvolti dal passaggio dei flussi. Infine il Consiglio ha «condannato e respinto ogni tentativo di Paesi terzi di strumentalizzare i migrati a fini politici». Si tratta di un riferimento rivolto soprattutto alla Turchia, ma è chiaro che Bruxelles punta a riallacciare un dialogo con Ankara dopo le tensioni dei mesi scorsi per arrivare a una riedizione dell'accordo siglato nel 2016 (cifre ufficiali ancora non se ne fanno ma ci sarebbero 3,5 miliardi di euro già pronti). Senza perdere molto tempo, perché l'annunciato ritiro delle truppe Nato e Usa dall'Afghanistan, e la conseguente riconquista del Paese da parte dei talebani, rischia di intensificare nuove partenze che, senza la collaborazione della Turchia, finirebbero col riversarsi sulla rotta balcanica fino a raggiungere il cuore dell'Europa. E finanziamenti per 2,2 miliardi di euro sarebbero già stati stanziati per Giordania e Libano, due tra i Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati siriani. Diverso il discorso per la Libia. La possibilità di arrivare con Tripoli a un accordo simile a quello raggiunto con la Turchia è resa difficile, se non impossibile, dalla poca affidabilità dell'attuale governo e dalla presenza nel Paese di soldati e mercenari stranieri. La speranza è che le elezioni previste a dicembre possano cambiare la situazione favorendo una maggiore stabilizzazione del Paese nordafricano magari, come auspicato da Draghi, sotto l'egida delle Nazioni unite. Nel frattempo è probabile che si continuerà con i finanziamenti dell'Italia alla cosiddetta Guardia costiera libica». 

Reportage del Domani dall’isola greca di Lesbo, una delle frontiere del flusso dei migranti nel Mediterraneo:

«Avrei preferito morire nel mio Paese, sotto le bombe, invece che morire tutti i giorni, pezzo dopo pezzo, in questo campo di gente ammassata», dicono le donne chiuse nel campo umanitario, allestito nell'isola greca di Lesbo. Il loro racconto è stato raccolto da Galateia Gergou, psicologa della organizzazione non governativa Intersos. L'aeroporto di Mitilene ha una sola pista di volo, affaccia sul mare, e nelle ore serali, quando il sole si abbassa, si intravedono le luci lungo le coste della Turchia. La distanza che lo separa dal campo di Kara Tepe è di circa due ore di cammino e di 26 minuti se si viaggia in auto. Una tempistica modesta e facilmente percorribile, a meno che tu non sia una delle seimila persone che a Kara Tepe ci vive da mesi, stipata in un campo colmo di tende, dalle dimensioni variabili e con il sole a picco dall'alba al tramonto. L'isola di Lesbo è questo: la costante convivenza e la voluta distanza tra il viavai di turisti alla scoperta delle isole dell'Egeo e una folla di migranti che lì vivono senza potersene mai andare. Quell'aeroporto, loro, non lo hanno mai visto. Un'isola può essere molte cose, un'ambita destinazione blu o una prigione d'acqua, che da fisica diviene mentale. I campi umanitari sono diventati centri di attesa forzata che sconfina nella detenzione, dove migliaia di richiedenti asilo sono intrappolati, in attesa - anche per anni – di ricevere una risposta, con effetti devastanti sulla loro salute mentale. In totale sono circa 8.596 le persone attualmente bloccate sull'isola di Lesbo, il principale hot spot presente nell'Egeo. In gran parte si tratta di afghani (76 per cento) seguiti da gruppi molto più ristretti di altri paesi, tra cui la Somalia (8 per cento), Siria (7 per cento) e la Repubblica democratica del Congo (7 per cento). Le donne rappresentano il 23 per cento della popolazione e i bambini il 39 per cento, tra questi piùdi 7 su 10 hanno meno di 12 anni. Una percentuale elevata. Circa il 5 per cento di loro sono minori soli, non accompagnati o separati, provenienti principalmente dall'Afghanistan. Il nuovo campo per richiedenti asilo e rifugiati ha preso il nome di Mavrovouni ed è la soluzione, verosimilmente istantanea, messa in piedi dalle autorità greche a seguito dell'incendio che nella notte tra l'8 e il 9 settembre del 2020 ha devastato il più noto e temuto campo di Moria. Negli ultimi anni Moria è stata la rappresentazione del fallimento delle politiche migratorie europee. In uno spazio che poteva ospitare un massimo di tremila persone, ne erano stipate circa 13mila. Sono passati 5 anni dalla firma dell'accordo tra l'Unione europea e Turchia per fermare i flussi di richiedenti asilo e da quel 18 marzo 2016 sono state messe nero su bianco le politiche di contenimento in base alle quali tutti i migranti la cui domanda di asilo viene respinta, vengono rimandati automaticamente nel paese guidato da Recep Tayyip Erdogan. Le condizioni di vita del campo sono così degradanti e umilianti con ricadute evidenti sulla salute mentale delle persone».

DDL ZAN. LA PAROLA A PAROLIN

Dopo l’intervento di Draghi alle Camere, interviene il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin e lo fa con un’intervista ad Andrea Tornielli per Vatican News. Ecco come riporta il contenuto Gianni Cardinale sull’ Avvenire.

«La Nota verbale vaticana sul ddl Zan consegnata giovedì scorso all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede non è una richiesta di fermare la legge contro l'omotransfobia né una indebita pressione sul lavoro del Parlamento italiano, ma vuole essere la segnalazione - attraverso gli usuali canali diplomatici - di alcune preoccupazioni riguardanti l'interpretazione di alcuni passaggi del disegno di legge. Lo puntualizza il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin in una intervista ai media vaticani realizzata da Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione. Lo stesso porporato poi, a margine del Festival dell'Ecologia integrale in corso a Montefiascone, ha risposto così a chi gli chiedeva se il Papa fosse al corrente del passo diplomatico: «Il principio è che di tutto quello che si fa si informano sempre i superiori». Quindi ha osservato, ancora riguardo alla Nota: «Non ci sono stati altri interventi in questo senso ma mi pare importante, perché è un Patto in cui le due parti si impegnano a mettere in esecuzione quello che è stato preso come impegno comune. Quindi ci sembrava anche una cosa abbastanza normale potere dire che su questo tema c'è un accordo, quindi possiamo anche esprimere una nostra preoccupazione». Del resto, nell'intervista ai media vaticani, Parolin conferma di aver «approvato» la Nota Verbale essendo ben conscio che «potevano esserci reazioni». «Si trattava, però, rimarca - di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica» e «non certo per essere pubblicato». «Innanzitutto - argomenta il cardinale Segretario di Stato - vorrei precisare che non è stato in alcun modo chiesto di bloccare la legge. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo». «La nostra preoccupazione - aggiunge - riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è». Senza però «dare al giudice i parametri necessari per distinguere». Infatti «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago». E «in assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo». Per Parolin l'intervento è stato 'preventivo' per fare presenti «i problemi prima che sia troppo tardi». Ma «non è stata un'ingerenza». Il porporato concorda «pienamente con il Presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano». Al tempo stesso ha apprezzato «il richiamo» fatto dal premier «al rispetto dei principi costituzionali e agli impegni internazionali». E «in questo ambito vige un principio fondamentale, quello per cui pacta sunt servanda». Parolin spiega che «il tema concordatario non era stato considerato in modo esplicito nel dibattito sulla legge». E la Nota verbale «ha voluto richiamare l'attenzione su questo punto, che non può essere dimenticato». Senza contare che «il tema della libertà di opinione non riguarda soltanto i cattolici, ma tutte le persone, toccando quello che il Concilio Vaticano II definisce come il 'sacrario' della coscienza». Infine Parolin fa cenno alle due dichiarazioni della Cei sul tema e al fatto che Avvenire «ha seguito con molta attenzione il dibattito». E ricorda che la Cei, «con la quale c'è piena continuità di vedute e di azione, non ha chiesto di bloccare la legge, ma ha suggerito delle modifiche». Così «anche la Nota verbale, si conclude con la richiesta di una diversa 'modulazione' del testo». Perché «discutere è sempre lecito».

Già, ma la politica come risponde? Letta sposa la linea Cirinnà, nessun confronto, né dialogo. Sul Ddl Zan il segretario del Pd vuole andare diritto alla conta in Aula: il testo non si tocca. Valerio Valentini per Il Foglio:  

 «Ai suoi parlamentari che gli chiedevano lumi, Matteo Renzi l'ha messa giù in modo allusivo: "Non vorrei che il gioco del Nazareno fosse diventato proprio quello di affossarlo, il ddl Zan". Malignità, forse. Che però colgono un cambio di strategia che nella mente di Enrico Letta è reale: "Perché questa è una legge di civiltà e non una bandiera. Per cui - dice - no, non si cambia. Al dunque, ognuno si assumerà le sue responsabilità". L'obiettivo, insomma, è far vedere che l'azzardo della conta in Aula Letta non lo teme: e se l'incognita del voto segreto porterà ad azzoppare il ddl Zan, il segretario del Pd sa già come reagirà. Dicendo, cioè, che si è dimostrato una volta di più che Italia viva sta con la destra. Per questo giorni fa, di fronte ai primi mugugni di un manipolo dei suoi senatori, Letta ha chiesto la chiamata alle armi, con tanto di parallelismo storico. "Perché mi ricordo bene quando, da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, mi ritrovai a condurre, su mandato di Romano Prodi, la trattativa coi gruppi parlamentari per l'approvazione dei Dico. E l'affossa - mento di quel provvedimento - ha spiegato l'ex premier - ha segnato l'inizio della fine dell'unione, perché le forze democratiche e progressiste non si dimostrarono all'altezza del cambiamento dei tempi". Per cui non si molla di un centimetro: "Il ddl Zan va approvato così com' è". Solo che, così com' è, rischia davvero di non passare. Non alla prova del voto del 6 luglio: quando in commissione Giustizia si deciderà se mandare il testo all'esame dell'aula. Il problema scatterà subito dopo: quando l'assemblea di Palazzo Madama sarà chiamata a esprimersi su almeno una ventina di emendamenti - ma potrebbero lievitare - su cui pende l'imponderabilità del voto segreto. E qui sta l'anomalia: perché la strategia di Letta, quella di andare allo scontro finale, è la stessa del manovratore principe della Lega, quel Roberto Calderoli che ha infatti già dato mandato ai suoi di non opporsi alla calendarizzazione del disegno di legge. "Li attendiamo in Aula", se la ride sornione. Sa, evidentemente, che nel fronte della vecchia maggioranza del Bisconte, i potenziali franchi tiratori sono parecchi. "Almeno otto tra i nostri diciassette", è il bollettino che fa chi ha parlato col capogruppo di Iv Davide Faraone. Ma non stanno solo lì, quelli tentati dallo strappo. Perché in effetti anche nel Pd si parla di almeno sei o sette dubbiosi. E certo, i sospetti del Nazareno gravitano tutti intorno ad Andrea Marcucci, perennemente accusato d'intendenza col nemico di Rignano. Anche se lui, almeno per ora, scuote la testa: "Io chiedo solo di non forzare le tappe, e di cercare un accordo politico che non consegni a Salvini la possibilità di calciare un rigore a porta vuota". Ché questo sarebbe l'equivalente del voto segreto per il leader della Lega. E forse Marcucci non la dice tutta, la sua verità. Ma è pur vero che, al di là del tatticismo più cinico, vero o presunto, di chi punta a fare uno sgarbo a Letta, ci sono poi preoccupazioni sincere. Di esponenti cattolici dei dem, come Mino Taricco e Assuntela Messina, che le loro perplessità sul ddl Zan le hanno espresse pubblicamente coi loro colleghi. E perfino di femministe come Valeria Valente, che però mette le mani avanti: "Non nego che avrei preferito un sovrappiù di confronto e di mediazione, ma se ora siamo a questo punto, tra l'avere un ddl che non mi convince fino in fondo e il vederlo affossare, preferisco la prima ipotesi". La verità è che in effetti Letta al momento non ha altra strada che quella della prova di forza. Un po' perché un ripensamento ora, fatto a seguito della reprimenda Vaticana, apparirebbe come un cedimento. E un po' perché sa che, dopo l'intervento della Santa Sede, Salvini non avrà alcun interesse, adesso, a trattare su possibili correzioni, ma s' intesterà semmai la posizione dell'ala della Chiesa che si riconosce nelle posizioni più conservatrici di Camillo Ruini. A meno che, per una strana eterogenesi dei fini, l'eccessivo clamore prodotto dalla nota verbale emanata da Oltretevere non produca, come sperano molti nel Pd, uno scantonamento da parte dello stesso Francesco. E ieri, le dichiarazioni del segretario di stato Parolin, per il quale la nota non andava pubblicizzata, hanno rafforzato questa convinzione dalle parti del Nazareno. "Ma per noi il ddl Zan non cambia", insiste Letta. Che spera magari nel sostegno dei cespugli degli ex grillini del Misto e in quello di chi, come Matteo Richetti ed Emma Bonino, potrebbe forse compensare le defezioni interne. Sempre che poi il M5s tenga. Quando ieri alcuni senatori del Pd hanno provato a intercettare il capogruppo grillino Ettore Licheri, per avere da lui un riscontro, lui ha allargato le braccia: "Abbiamo problemi maggiori, ora". La riunione con Beppe Grillo stava per incominciare».

Carlo Galli su Repubblica rimprovera ai cattolici di non avere acceso un dibattito sul merito della legge, lasciando al Vaticano lo spazio di obiezioni “tecniche” al Ddl Zan in approvazione.

«Il cardinale Parolin e Mario Draghi concordano dunque sul fatto che "l'Italia è uno Stato laico". C'è da esserne soddisfatti, perché si evita un conflitto di cui non si sente il bisogno - sono più che sufficienti i problemi che il Paese ha già davanti a sé - . Si rende chiaro, così, che da parte del vertice politico italiano non c'è una ostentazione di laicismo o di anticlericalismo - non sono più i tempi, da più di un secolo - , e non c'è neppure una sottovalutazione dell'interlocutore, un atteggiamento di sprezzante sufficienza. C'è semmai un'affermazione esistenziale, relativa al modo di esistere di uno Stato che trae da sé, e non da altri, le proprie ragioni e i propri orientamenti - che è capace di decidere da sé che cosa è costituzionale e che cosa non lo è - . Di uno Stato che è aperto, dialogante, inclusivo, che non si pone come superbo vertice delle cose umane; ma che al tempo stesso non si presta - proprio non può - a essere il braccio secolare, lo strumento di poteri che non siano passati attraverso le procedure e le elaborazioni del processo politico democratico. Che, come il Vaticano, siano esterni alle sue istituzioni, anche se il cattolicesimo è ben interno alla sua storia e alla sua società. (…) La Chiesa - lo ha confermato ieri il cardinale Parolin - ha preferito una strategia tutta politica, centrata su obiezioni quasi tecniche al disegno di legge in questione (che non chiarirebbe bene che cosa è reato e che cosa non lo è), palesemente invocandone una revisione in itinere (che sarà sicuramente materia di un non facile confronto politico) pur profondendosi in riconoscimenti della laicità dello Stato. Questo ricorso al livello diplomatico è quindi con ogni evidenza, pur intessuto di rispetto e di buona volontà, un mezzo di pressione indiretto, sostitutivo di un aperto confronto culturale; e rivela pertanto, oltre che la consueta abilità, una certa difficoltà, un'attitudine difensiva, da parte del cattolicesimo istituzionale».

Veniamo al fronte interno ecclesiastico. Il Giornale oggi intervista monsignor Paglia, che ieri dalle colonne de La Stampa aveva criticato proprio la mossa della Segreteria di Stato. Oggi quasi smentisce quanto detto contro l’opportunità della Nota.  

«L'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita ed ex presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, interviene in modo critico sul ddl Zan. (…) Eccellenza, lei ha detto che è stato uno sbaglio la nota del Vaticano. Può spiegare meglio? «Preciso che una giornalista ha estrapolato da un mio articolato intervento una falsa intervista che non ho mai concesso. Ho, ad ogni modo, espresso dei dubbi, come tanti. Sono un vecchio prete romano. Ho pensato, forse sbagliando, che tra le due sponde del Tevere sia sempre esistita una creatività nell'immaginare vie di colloquio e di composizione delle divergenze dalle quali i media dovessero e potessero rimanere fuori. Oggi, purtroppo, la riservatezza non sembra più un valore. Lo sbaglio, a mio avviso, è stato rendere pubblica una Nota che doveva rimanere segreta. Questa era l'intenzione originaria della Santa Sede, qualcuno deve aver pensato diversamente. La pubblicità ha rischiato di far alzare muri ancora più alti. Sono stato frainteso anche io: la Nota ha avuto il prezioso effetto di far luce sulle gravi problematiche di un Decreto che, così come è, è inaccettabile. Non solo dalla Chiesa, direi dalla maggior parte degli italiani».». 

Paolo Rodari e Giovanna Vitale di Repubblica sono alla caccia di chi ha voluto lo “scoop” del Corriere, la pubblicazione della Nota verbale che appunto “doveva rimanere segreta”.

«Quando il Segretario di Stato vaticano, ricostruendo la genesi della Nota verbale sul ddl Zan, dice a chiare lettere che sì, nell'approvarla «avevo pensato che potessero esserci reazioni ». E però - eccolo il punto chiave - «si trattava di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni, non certo per essere pubblicato». Doveva cioè restare riservato. Parole utili a fugare il sospetto che sia stato l'entourage del Papa a voler far emergere il dissidio con Palazzo Chigi per bloccare una legge poco gradita. E tuttavia destinate a suscitare più di un interrogativo, su cui entrambe le sponde del Tevere si stanno in queste ore arrovellando: di chi è la manina che ha fatto uscire un atto coperto da segreto, dalla portata dirompente? Qualcuno ha voluto strumentalizzare l'iniziativa vaticana? E perché? Risposte certe non ce ne sono, ma nei palazzi romani fonti attendibili propongono una trama simile a una spy story. Racconta di continui contatti tra gli ambienti più conservatori della Curia - quelli che hanno pressato la Segreteria di Stato affinché formalizzasse il suo dissenso - e una precisa parte politica, che da tempo coltiva il medesimo obiettivo: affossare il testo contro l'omotransfobia. Prima fra tutte la Lega, che da mesi lo tiene in ostaggio in commissione Giustizia, grazie all'ostruzionismo del salviniano presidente Andrea Ostellari. L'altra figura che, si sussurra, avrebbe favorito la diffusione sarebbe Maria Elisabetta Alberti Casellati. La presidente del Senato avrebbe contribuito alla fuga di notizie in modo che il caso esplodesse col maggior fragore possibile. Intanto in Vaticano l'iniziativa del Segretario di Stato fa tirare un sospiro a molti. «Parolin parla con cognizione di causa», dice un alto prelato, spiegando che tra il cardinale e Francesco nelle ultime ore una consultazione c'è stata. La marcia indietro su Vatican News - sì alla difesa dei princìpi ma senza invasioni di campo - è stata decisa con l'avallo del Papa, il quale sapeva della Nota anche se, c'è chi dice Oltretevere, con ogni probabilità senza essere al corrente fino in fondo delle conseguenze. Di fatto, con le sue parole che riconoscono la legittimità della difesa di Draghi della laicità dello Stato, Parolin svuota di senso lo strumento della Nota e ritorna ad abbracciare la strada di una diplomazia fatta di rapporti coltivati sul campo».

IL CENTRODESTRA “STA FACENDO DI TUTTO PER PERDERE”

Il centro destra a Milano non ha ancora trovato un candidato sindaco da contrapporre a Beppe Sala. Secondo Maurizio Belpietro “sta facendo di tutto per perdere”.  Ecco uno stralcio del suo editoriale per La Verità.

«Sia come sia, al momento possiamo solo dire che Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia sono avanti di parecchi punti e a oggi spopolerebbero. E però, pur avendo potenzialmente la maggioranza degli italiani dalla propria parte, il centrodestra sta facendo di tutto per perdere. Non le elezioni politiche, che ancora non sono state fissate e per le quali - a meno di un'improbabile caduta del governo e di un anticipato scioglimento della legislatura - bisognerà attendere, ma quelle amministrative. Che non sono nel 2023, ma fra pochi mesi e alle quali Salvini, Meloni e Berlusconi si avviano nel migliore dei casi separati da idee diverse e nel peggiore senza neppure un candidato. Il caso più eclatante è quello di Milano, dove da mesi si sfoglia una margherita che ormai è rimasta senza petali. Prima c'era Gabriele Albertini, ex sindaco con un passato molto stimato, che però dopo settimane di chiacchiericcio e ipotesi alla fine ha ringraziato e si è sfilato. Qualcuno ha rispolverato il nome di Letizia Moratti, vice presidente della Regione Lombardia e anch' ella con un'esperienza da primo cittadino della capitale finanziaria d'Italia. Pure lei però ha gentilmente declinato l'offerta. Quindi, sono stati passati in rassegna i nomi di stimati professori della Bocconi, quello dell'ex ministro dei Lavori pubblici, Maurizio Lupi, alcuni manager della comunicazione. La roulette a un certo punto sembrava essersi fermata sulla figura di Oscar di Montigny, dirigente del gruppo Mediolanum e genero di Ennio Doris, ma dopo giorni di attesa, anche lui ha preferito il passo indietro, con la motivazione che le divisioni interne alla coalizione non lo facevano sentire molto gradito. Ora Salvini ha annunciato che entro la settimana scioglierà il mistero della candidatura a sindaco, ma la stessa cosa l'aveva detta settimane prima e purtroppo il giallo è rimasto senza soluzione. Così, al momento, in campo c'è solo Beppe Sala, che pur non essendo di sinistra, da cinque anni si è accomodato con la sinistra sulla poltrona di sindaco, assecondando tutti i voleri dei compagni, da quelli sulle piste ciclabili a zig zag, all'accoglienza indiscriminata dei migranti, per finire ai restringimenti delle carreggiate, che dovevano servire a ridurre il traffico stradale, ma fanno aumentare solo l'inquinamento, perché le auto con i motori accesi s' incolonnano. Tralascio per carità la politica che ha incentivato l'uso dei monopattini elettrici, che hanno creato più problemi (chirurgici, perché la gente si rompe la testa) di quelli che hanno risolto. Mi limito però ad annotare che se il centrodestra non ha un candidato spendibile, alla fine il rischio di un Sala riciclato si fa concreto, con quel che ne consegue: più immigrati per tutti, più gas di scarico e più monopattisti (ma io li chiamerei monodisfattisti) rotti. Pensate che il caso Milano sia un unicum? No, purtroppo la stessa scena si ripete a Bologna e a Napoli, dove nonostante la scellerata gestione di Luigi De Magistris, rischia ancora di vincere la sinistra, perché il candidato Catello Maresca (magistrato in servizio alla Dda campana) non si mette d'accordo con i partiti e sulla presenza nella scheda elettorale del loro simbolo. A Roma si è rischiata un'analoga impasse e alla fine il rebus è stato risolto con un candidato caro a Giorgia Meloni (Enrico Michetti) e un aspirante vicesindaco in quota Salvini-Berlusconi (Simonetta Matone). Una scelta al fotofinish, che però altrove rischia di arrivare fuori tempo massimo. Al punto che, alla fine, viene spontanea una domanda: ma il centrodestra vuole vincere o fa solo finta di provarci?». 

FELTRI PER BATTISTI, IN SCIOPERO DELLA FAME

Su Libero Vittorio Feltri interviene a favore di Cesare Battisti, che ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di vita in carcere, cui è sottoposto.

«Tutti dovremmo aver letto la Costituzione, peccato che poi ne dimentichiamo i contenuti. Tanto è vero che lo sciopero della fame di Cesare Battisti, detenuto dopo la tribolata estradizione dal Brasile, è stato commentato con espressioni acide dai media italiani. Il noto brigatista protesta contro il trattamento disumano che gli viene riservato in carcere. Ha ragione lui di lamentarsi in quanto costretto a campare come un topo in gabbia, quando la nostra Carta prevede per i galeotti la privazione della libertà, non la privazione della loro dignità di esseri simili a noi, nonostante abbiano commesso dei reati gravi. Personalmente non posso nutrire nei confronti di Battisti sentimenti di stima e simpatia, tuttavia ciò non mi impedisce di pretendere che anche un pluriomicida debba godere di una esistenza non umiliante. Viceversa egli è obbligato a trascorrere le giornate in condizioni pietose. Non chiediamo per lui dei premi o dei favori, però le nostre leggi affermano che un recluso debba essere rieducato, non bistrattato e torturato. L'autorità vigilante non ha margini di discrezionalità nell'infliggere punizioni più o meno severe a coloro che sono in cella, ma deve attenersi ai criteri dettati appunto dalla citata Costituzione, tanto decantata da qualsiasi partito politico. Ogni comportamento tenuto in galera che sia lesivo di coloro che vi sono ristretti va sanzionato senza esitazioni. Battisti quando in Italia ha commesso reati gravissimi, ha ucciso tre persone, meritava di essere blindato. Per anni è riuscito ad evadere e non ha scontato la giusta pena prevista dal Codice Penale, per cui ora che è blindato in prigione ritengo sia la fine congrua che doveva aspettarsi. Ma un conto è soggiornare dietro le sbarre e un altro è patire privazioni che contrastano col dettato costituzionale. Se i cittadini sono tutti uguali, pure i carcerati sono tutti uguali e non vanno discriminati in base alla loro connotazione politica. Lo stesso discorso vale per i mafiosi condannati al cosiddetto 41 bis che infligge vari patimenti anche fisici: imploro la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, di provvedere ad eliminare certe gratuite crudeltà, che contrastano con le caratteristiche di un Paese civile». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana    https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi il commento alle 5 della sera: la Versione del Venerdì.