Reddito e Quota 100

I nodi della manovra, in approvazione giovedì, sono ancora le riforme del Conte I. Draghi deve decidere, assedio di Lega e 5 Stelle. Anche gli Usa tifano per il governo fino al 2023. Green pass in GB?

Settimana decisiva, prima del week end in cui Roma sarà bloccata per il G20. Draghi e Franco vogliono far approvare la nuova legge di Bilancio entro giovedì dal Consiglio dei Ministri. Ma i partiti tirano manovra e cifre dalla loro parte. I 5 Stelle non vogliono mollare su Reddito e bonus, mentre la Lega è in grande agitazione per difendere quota 100. Non a caso, sono le riforme bandiera del primo governo Conte. Intanto proprio lui, l’ex premier, parla stamane col Corriere della Sera, più che altro per battere un colpo da leader del Movimento, dopo il passaggio delle nuove vice presidenze.

Dieci giorni dopo l’introduzione del Green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro sembra stabilizzata la scelta di circa due milioni di persone di preferire il tampone, ogni 48 ore se sono presenti, al vaccino. Intanto sono stati denunciati estremisti rossi e neri, ex Br e neo Nazi, presenti al corteo milanese di sabato. Mentre in Gran Bretagna il premier Johnson sta pensando di introdurre ora il Green pass, vista la disastrosa situazione del contagio.

Grandi manovre sul Quirinale, anche in seguito all’uscita bomba di Brunetta di venerdì scorso. Dopo Berlusconi, anche Enrico Letta insiste sull’idea che Draghi debba restare a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura. Mentre Giorgetti, di ritorno dagli Usa, fa sapere che persino gli americani confidano in Super Mario saldo al governo più che sul Colle. Il Domani vede a questo punto possibile la candidatura Casini. Resta valida la considerazione che toccherà all’attuale premier dire la sua e che a quel punto i partiti dovranno adeguarsi.

Dall’estero, arrivano voci di donne afghane da un bel documentario di tre grandi inviate storiche della tv, Fedeli, Gnocchi e Migotto, che sarà presentato domani a Milano all’Anteo. Voci che i talebani vorrebbero zittire. A proposito di Kabul, vi segnalo stasera alle 21.15, in rete, un incontro con Farhad Bitani organizzato dall’Associazione Newman, davvero da non perdere. Bellissima foto simbolo di un padre e figlio siriani che si sorridono. Il padre è mutilato, il figlio non ha braccia né gambe.

Sui giornali del lunedì diversi dossier interessanti, che trovate nei pdf. Sul Corriere il Data room di Milena Gabanelli è sull’emissione della CO2 da parte delle imprese, Amazon in testa. Rapporto, con tanti numeri, del Sole 24 Ore sulla criminalità: fra i reati del dopo lockdown crescono soprattutto violenze in strada e spaccio della droga. Infine è tutto da studiare un saggio sul Foglio dell’americana/polacca Anne Applebaum: il tema è la Gogna neo puritana della democrazia digitale. Nei social la “lettera scarlatta” è un’abitudine diffusa.

Potete ancora ascoltare il secondo episodio di una mia serie Podcast originale realizzata da Chora Media per Vita.it. con Fondazione Cariplo. Il titolo è: Le Vite degli altri e racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. È disponibile il ritratto e l’intervista con Dino Impagliazzo, conosciuto a Roma come Nonno Chef. La sua storia è bellissima ed è arricchita da un’intervista col figlio Marco, perché purtroppo lo scorso luglio Dino, a quasi 90 anni, ci ha lasciato. Mettete le cuffiette o inserite il Bluetooth della macchina! Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo:

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ancora sulla legge di Bilancio, che va in CdM entro giovedì, il Corriere della Sera: Manovra, stretta sul Reddito. Per Repubblica: Pensioni, la riforma di Draghi la Lega tratta, i sindacati no. Per Il Mattino c’è una spaccatura nella maggioranza: Pensioni e taglio delle tasse, doppio scontro nel governo. Il Messaggero ipotizza che il Governo possa anche rimandare alcune riforme: Tasse, tagli a rischio rinvio. Altri titoli sono sul Monte dei Paschi di Siena. Il Giornale accusa: Pd sbancato. La Stampa spera ancora: Mps, tre giorni per il salvataggio. Libero sottolinea la finanza ad orologeria: Letta è stato votato, Mps può collassare. Della pandemia si occupa il Fatto che anticipa i contenuti di Report stasera: “Az pericoloso per i giovani”. Ma per l’alt ci volle il morto. E il Quotidiano Nazionale che spiega: Terza dose subito per fermare i contagi. Il Domani è sulla corsa al Colle: C’è il rischio che Casini vada davvero al Quirinale. Il Sole 24 Ore riporta una statistica sulla criminalità: Boom di reati web: sono 800 al giorno. Alert sulle violenze. Mentre La Verità ripropone le indagini penali sui vertici militari: Tutti i segreti dell’inchiesta sul capo delle Forze Armate.

L’ASSEDIO DEI PARTITI ALLA LEGGE DI BILANCIO

Manovra, via all'assalto finale dei partiti in vista dell’approvazione della Legge di Bilancio. Entro giovedì previsto il via libera del Consiglio dei ministri. I nodi restano Reddito e Quota 100. La sintesi di Andrea Ducci sul Corriere.

«L'assedio è partito. Le prossime ore saranno cruciali per verificare in quale misura all'interno della maggioranza le forze politiche saranno in grado di spuntare dal premier, Mario Draghi, e dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, qualcosa in più sul fronte della legge di Bilancio. Entro giovedì il Consiglio dei ministri dovrà tassativamente approvare il testo della manovra da 23,4 miliardi, perché poi l'esecutivo sarà impegnato nel vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi G20, previsto a Roma nel fine settimana, per questo il pressing nelle prossime ore è destinato a intensificarsi. Il fronte più caldo è quello delle pensioni e del destino di Quota 100, la misura che consente di lasciare il lavoro una volta raggiunti i 62 anni di età e i 38 di contributi, voluta dalla Lega nel 2018. La misura ha durata triennale e il premier ha già detto che non intende rinnovarla, semmai è pronto a discutere su come superarla con gradualità. Una soluzione che non piace alla Lega, con Matteo Salvini e Claudio Durigon che stanno giocando il tutto per tutto in modo da ottenere di più rispetto all'ipotesi di introdurre Quota 102 (64 anni di età e 38 di contributi) nel 2022 e Quota 104 (66+38) nel 2023. Nel Documento programmatico di bilancio (Dpb) inviato a Bruxelles le risorse per spese aggiuntive sulle pensioni sono 600 milioni. Una dotazione che consente margini di manovra esigui, tanto più la freddezza del Pd che per voce di Enrico Letta osserva:«Quota 100 è stato un errore, l'80% di chi ne ha usufruito sono uomini, discrimina le donne. Si va verso l'innalzamento come ha detto Draghi». Un ulteriore versante dove il Premier si troverà incalzato è quello dei bonus per le ristrutturazioni e la riqualificazione energetica degli edifici. La discussione si è aperta perché il Superbonus 110% in proroga fino al 2025 vale solo per i condomini, mentre per le case unifamiliari scadrà il 30 giugno 2022. Ci sono poi i capitoli legati al taglio delle tasse per un valore di 8 miliardi e la riconferma del Reddito di cittadinanza (con il M5S contro revisioni che ne riducano gli effetti).».

PARLA CONTE: “LE NOSTRE NON SONO BANDIERINE”

Con Monica Guerzoni il Corriere intervista Giuseppe Conte. Dice il leader dei 5 Stelle: «Restiamo leali a Draghi, ma pretendiamo il rispetto degli impegni».

«Presidente Conte, rimpiange di non aver fondato un suo partito? «Non rimpiango nulla, anzi. Gli attacchi della stampa e di alcuni avversari politici sono una conferma che siamo sulla strada giusta. Il processo di rilancio del M5S è solo all'inizio e già facciamo tanta paura. Occorrerà tempo per raccogliere il risultato della semina». Lei sta perdendo consenso nei sondaggi, ma è sempre il leader più apprezzato dopo Draghi. Resterà leale al governo? «Nella maggioranza c'è una fase di tensione tra forze eterogenee, ma c'è anche un malessere diffuso in buona parte del Paese. Spetta al governo e alle forze responsabili dialogare con i cittadini che rifuggono la violenza, ma vivono con angoscia e preoccupazione questa ripartenza». Alla luce delle proteste il green pass è stato un errore? «No. Solo che con i cittadini bisogna dialogare e spiegare che essendo il primo Paese occidentale ad aver attivato il lockdown abbiamo dovuto introdurre il green pass sui luoghi di lavoro per uscire prima dalla pandemia. Abbiamo un debito pubblico molto alto, dobbiamo ripartire in modo vigoroso». Darà battaglia per difendere le misure simbolo del Conte I, Quota 100 e reddito? «Ho sentito Draghi, il reddito verrà rifinanziato e modificato in base alle nostre proposte. Noi siamo leali al governo, ma non abbiamo firmato assegni in bianco. Non staremo "zitti e buoni" se si tratta di difendere i nostri valori. Partiti e movimenti sono l'anima della democrazia, non un fastidioso rumore di fondo». È insofferente al metodo Draghi? «Pretendiamo il rispetto degli impegni». Punterà i piedi per il ritorno del cashback, che Draghi aveva sospeso con l'impegno di riprenderlo a gennaio? «Il cashback può essere rivisto, ma è importante per la digitalizzazione dei pagamenti e il contrasto all'evasione. Le nostre non sono bandierine, prova ne sia la proroga del superbonus che vale 12 miliardi di Pil all'anno. Quanto a Quota 100, non ha retto l'analisi costi/benefici sulle casse pubbliche, per cui la soluzione migliore è puntare a meccanismi di pensionamento anticipato graduati sulla diversa gravosità del lavoro». Con il dem Bettini ha concordato la linea sulla durata della legislatura? Draghi al Colle e voto anticipato? «Il totonomi rischia di diventare una distrazione per l'azione del governo. Il M5S continua a lavorare per contrastare il caro bollette, proteggere famiglie e imprese in difficoltà, garantire una efficace attuazione del Pnrr. A tempo debito daremo il nostro contributo per eleggere una personalità di alto valore morale, che garantisca al meglio l'unità nazionale». È un no a Draghi? «E un no a chi tira Draghi per la giacca. Lo spingono al Quirinale, lo vincolano a rimanere sino a fine legislatura, lo proiettano oltre il 2023. Tutto e il contrario di tutto». Non è chiaro se il M5S sia disposto a votarlo, vista la paura del voto anticipato. «Il M5S non pensa alle proprie convenienze ed è per questo che non vogliamo contribuire a distrarre il governo: c'è da fare la riforma del fisco, delle pensioni, degli ammortizzatori sociali, del salario minimo...». Vede il rischio che Draghi finisca impallinato dai franchi tiratori, anche del M5S? «Il percorso parlamentare andrà preparato con cura». Nel M5S voterebbero Berlusconi pur di non andare alle urne? «A Berlusconi faccio gli auguri per la recente assoluzione a Siena, ma non è lui il candidato del M5S al Quirinale». È pronto a far parte di un fronte repubblicano che argini la destra sovranista di Salvini e Meloni, magari per sostenere Draghi premier fino al 2023 e oltre? «Questo è un governo di unità nazionale, pensare adesso di proiettarne l'azione oltre il 2023 è un azzardo. A tempo debito avremo le elezioni e mi auguro portino un solido governo politico costruito sulla maggioranza indicata dagli italiani, come avviene in tutte le democrazie occidentali». Nelle città il Pd avrebbe vinto anche senza i vostri voti. L'alleanza resta strategica, o teme di finire fagocitato? «A Napoli siamo stati promotori del patto che ha portato alla vittoria di Manfredi. Il M5S ha una storia di innovazione della politica e una prospettiva di trasformazione della società non compatibili con funzioni ancillari. Il dialogo con il Pd deve muovere dal riconoscimento della reciproca dignità e autonomia». Renzi e Calenda lavorano a un'alleanza che escluda il M5S. «Vedo tanta agitazione al centro, ma i sondaggi non premiano questo attivismo. L'Italia non può rischiare di essere nuovamente ostaggio di chi vive la politica come dimensione personalistica in base a slanci narcisistici. La stabilità di governo è un valore determinante. Dalle parti di Renzi e Calenda soffia un forte vento di instabilità». Sì o no a una legge proporzionale? «Siamo aperti al confronto, non vedo male un proporzionale con soglia al 5% e sfiducia costruttiva. Garantirebbe autonomia alle forze politiche e stabilità ai governi». Dopo la nomina dei 5 vicepresidenti c'è chi paventa una scissione di qualche decina di parlamentari del M5S. Come pensa di evitarla? «Qualche dispiacere a fronte della nuova squadra è comprensibile, ma ci sarà molto spazio nei nuovi organismi per chi vuole impegnarsi a cambiare il Paese in meglio, senza egoismi, lamentele e personalismi». È vero che Grillo vuole sostituirla con Di Maio? «Grillo e Di Maio li sento entrambi. Chi ci vuole disuniti resterà a bocca asciutta. Sarebbe suicida per tutti, dopo il grande lavoro preparatorio, distruggere un nuovo corso che è appena iniziato e ha bisogno di tempo». E se Raggi prova a scalare il M5S? Se Di Battista fonda un nuovo movimento? «La comunità del M5S è piena di valori e persone che si rimboccano le maniche. Raggi è nel Comitato di garanzia. Di Battista è una persona che stimo e non escludo che in futuro si possa ancora fare della strada insieme». Ha rinunciato a correre per il seggio di Gualtieri? «Non abbiamo fatto valutazioni su questo seggio».

PER DUE MILIONI MEGLIO IL TAMPONE

A dieci giorni dall’introduzione dell’obbligo del Green pass sui luoghi di lavoro, le cifre sono stabilizzate: ci sono circa due milioni di lavoratori che preferiscono sottoporsi ad un tampone ogni 48 ore, invece del vaccino. Dove nasce la posizione dei No Vax? Ci riflette Gabriele Cané per il Quotidiano Nazionale.

«Esaurito l'effetto Green pass sulle vaccinazioni, forse si chiude anche la fase che l'ha accompagnata: quella del dialogo. Peccato. Se volessimo sostituirci ai sociologi e agli psicologi, come tanti «signor nessuno» fanno con gli scienziati, potremmo avventurarci in analisi e arzigogoli. Da cronisti, stiamo ai fatti. Che parlano con estrema chiarezza: il fronte Sì vax, della ragionevolezza spontanea o indotta, probabilmente ha già arato quasi tutto il terreno possibile. Tanto, tantissimo, più dell'85 per cento della popolazione. In senso epidemiologico (come direbbe un «esperto»), può pure bastare.  Comunque sia, dobbiamo farcela andar bene, perché l'altro 15, a quanto pare, non ci sta e non ci starà mai. Fisiologico, probabilmente, ma anche preoccupante. Perché il fronte del no, che si trincera dietro la carta verde per negare il vaccino, ha connotati ben precisi che escono dalle piazze, dai social, individuabili senza bisogno di lauree vere o di master da Google. Innanzitutto la categoria in fondo meno pericolosa, vecchi arnesi o giovani esaltati, gente del «mestiere»: gli estremisti politici. I rossi dell'anarchia, del reducismo brigatista, i neri neo fascisti se non addirittura i grigi neo nazisti. Tutta gente nota, arcinota, super schedata, una minoranza che sta finendo nella maglie della legge dopo la bengodi romana, e che fino ad ora solo i portuali di Trieste hanno fatto in modo di isolare annullando la manifestazione di tre giorni fa. Poi c'è la massa anonima che da quattordici sabati invade il centro di Milano e manifesta un po' ovunque, che non isola nessuno, sorda a ogni voce diversa da quella dei «no»; i resistenti della libertà, i nuovi partigiani della salute contro l'occupazione dei media asserviti, della scienza teleguidata, dei governi corrotti. Meno restano, più si radicalizzano, presunte vittime di un assedio di regime. Sono in tanti, ma ognuno è granitico nella sue certezze, nei suoi riferimenti, solo con il suo smartphone diventato unico compagno di viaggio nei mesi del lockdown, con i nuovi amici dei social, con le «altre» verità. Sono estremisti del pensiero: incrollabili. Infine c'è il fronte della paura da vaccino. Legittima. Se non l'hanno superata adesso, però, non la supereranno mai. Forse. E il dialogo? Difficile. Nella metro a Roma, una dottoressa ci ha provato, voleva convincere, ha discusso: l'hanno presa a testate».

Fra i diecimila al corteo No Green Pass di sabato a Milano c’erano estremisti rossi e neri. Identificati l'ex Br Ferrari ed alcuni esponenti di gruppi neonazisti. Denunciate 83 persone. Luca De Vito per Repubblica.

«C'erano anche i militanti neonazisti di Do.Ra, la "Comunità dei dodici Raggi" di Varese, alla manifestazione No Green Pass che sabato sera ha bloccato le vie del centro a Milano. Sebbene non alla testa del corteo, ma mischiati nella folla tra famiglie e anziani, erano ben visibili e riconoscibili. Al punto che quando hanno cominciato con i cori e manifestazioni «di chiaro stampo fascista», come scrive in una nota la Questura, sono stati bloccati dalle forze dell'ordine. A nove di loro è arrivata la denuncia per apologia di fascismo (legge Scelba), manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblico ufficio e violenza privata. Per tutti e nove il questore ha inoltre emesso il foglio di via obbligatorio dal comune di Milano, della durata di un anno. Tra i denunciati - otto di Varese e uno di Bergamo - anche Alessandro Limido, 42 anni, uno dei fondatori del gruppo di estrema destra che per la prima volta ha preso parte a una delle manifestazioni dei No Pass a Milano. Il bilancio del 14esimo sabato di proteste, cominciate alle 17.30 con la partenza del corteo da piazza Fontana, ha visto in totale un arresto per resistenza a pubblico ufficiale e altre 74 denunce. Tra queste anche quella nei confronti dell'ex brigatista rosso Paolo Maurizio Ferrari, 76enne, uscito dal carcere nel 2004 dopo trent' anni di detenzione. Sabato era alla testa del corteo sotto lo striscione di apertura. «La presenza di una dozzina di militanti neonazisti di Do.ra e di un ex Br mai dissociatosi dalla lotta armata, costituiscono un vergognoso oltraggio alla memoria delle vittime innocenti della strage neofascista del 12 dicembre 1969 - ha detto Roberto Cenati, presidente Anpi provinciale di Milano - E vergognoso è stato lo striscione retto dall'ex brigatista rosso sul quale compariva la scritta "Ora e sempre Resistenza". La Resistenza italiana non ha nulla a che fare con le proteste di chi si oppone ai vaccini e al green pass». Tra i presenti alla manifestazione anche un altro rappresentante dell'estrema destra milanese, Roberto Jonghi Lavarini, il "barone nero", indagato dalla procura nell'ambito dell'inchiesta per finanziamenti illeciti e riciclaggio nata da un servizio di Fanpage.it sulla campagna elettorale di Fratelli d'Italia. Gli oltre diecimila No Pass in corteo sabato - dopo ore di cammino senza direzioni annunciate per le vie del centro - avevano provato a dirigersi in corso di Porta Vittoria, dove si trova la Camera del lavoro, cioè la sede della Cgil milanese, e il tribunale ma sono stati bloccati da un imponente sbarramento delle forze dell'ordine che aveva schierato anche i mezzi con gli idranti (che non sono stati utilizzati). Il lungo corteo ha quindi provato ad aggirare i blocchi muovendosi in strade laterali, senza però mai riuscire a sfondare i cordoni della polizia».

LA GRAN BRETAGNA PENSA AL GREEN PASS

Contagi in crescita e vaccini a rilento in Gran Bretagna. Ora il premier Johnson valuta di introdurre il Green pass. Paola De Carolis sul Corriere.

«Con i casi in crescita e l'inverno alle porte la Gran Bretagna si prepara ad adottare il cosiddetto piano B, ovvero un ritorno ad alcune restrizioni, al lavoro da casa dove è possibile e alle maschere al chiuso. Stando a indiscrezioni di stampa è possibile anche che il governo Johnson, nonostante in passato ne abbia negato la necessità, introduca una versione del green pass che prevederebbe il controllo dello stato vaccinale in luoghi pubblici, locali di ristorazione, posti di lavoro, cinema e teatri. Se lo scorso luglio la vita in Gran Bretagna era tornata più o meno alle modalità pre-pandemia, l'impennata dei contagi ha riportato lo spettro di nuove misure di contenimento, un cambio di rotta già auspicato dalla Nhs Confederation, l'organizzazione che rappresenta i sistemi sanitari di Inghilterra, Galles e Nord Irlanda, diversi esperti e studiosi del virus nonché l'opposizione laburista. In un'intervista televisiva, il cancelliere dello scacchiere Rishi Sunak ha ieri negato che un annuncio sia imminente. «Stiamo monitorando la situazione - ha detto alla Bbc - ma al momento i dati non indicano che sia necessario optare immediatamente per il piano B, anche se naturalmente terremo tutto sott' occhio e le procedure da implementare sono pronte». Per Sunak, «la prima linea di difesa» è la campagna vaccinale, come ha ricordato anche Boris Johnson nella giornata di sabato. «Il vaccino è ciò che ci permetterà di attraversare l'inverno», ha detto il premier. «Abbiamo fatto progressi fenomenali ma l'opera non è compiuta e sappiamo che dopo sei mesi la protezione cala. Per favore fate il richiamo quando vi viene offerto». La terza dose è già disponibile per i cittadini con più di 50 anni, per i vulnerabili e per il personale medico. Secondo l'Observer , però, il governo avrebbe già contattato i comuni per sondare l'immediata introduzione di misure ristrettive e scongiurare una «triplice emergenza» con Covid, influenza e altri virus respiratori. Da parecchi giorni ormai i casi quotidiani sono tra i 40 e i 50 mila e i decessi più di 100 (135 sabato). Oltre alla mancanza di distanziamento e mascherine, diversi fattori hanno contribuito ad aggravare la situazione. La campagna vaccinale ha coinvolto «solo» il 67.7% della popolazione (in Italia il 74,8%). Gli adolescenti tra i 16 e i 17 anni per ora hanno potuto fare una dose sola, mentre per i ragazzi tra i 12 e i 15 anni la campagna è appena iniziata (per loro è prevista una sola dose Pfizer)».

“LE MASCHERINE CINESI NOCIVE IN ANALISI PRIVATE”

Il Fatto torna sullo scandalo che ha portato all’indagine su Domenico Arcuri per l’acquisto di 800 mila mascherine cinesi. Sono davvero nocive quelle sequestrate? Il giornale di Travaglio sostiene che ebbero l’ok dall’Istituto superiore di Sanità e che sono state bocciate solo da analisi fatte da privati.

«La notizia del sequestro delle mascherine ha spinto alcuni organi di stampa ad azzardare che la loro immissione nel circuito abbia favorito il contagio negli ospedali. Ma come è funzionato il sistema delle certificazioni? Per capirlo bisogna tornare al marzo del 2020, quando la struttura commissariale compra le mascherine da tre aziende cinesi, ora accusate di frode nelle pubbliche forniture. I dispositivi finiscono sul mercato dopo l'ok di Inail e Iss per conto del Cts, che in quel momento fa dei controlli documentali sulla base delle carte presentate dalle aziende cinesi. Passano i mesi e a inizio 2021, con le inchieste per truffa in pubbliche forniture avviate dai pm giuliani e poi da quelli romani, partono gli accertamenti della Guardia di Finanza. Il Nucleo Valutario di Roma si affida all'Agenzia delle Dogane, mentre la Gdf di Gorizia alla società Fonderia Mestieri srl. Le Dogane hanno definito "non conformi" 11 lotti di mascherine sui 40 analizzati, di cui 6 sui 16 trattati con "metodo più restrittivo", senza aggiungere altre considerazioni. Fonderia Mestieri, invece, ha bocciato tutti i 12 lotti analizzati, definendo i dpi in 4 occasioni di "pericolosi". La Fonderia Mestieri è una società di Torino conosciuta ai telespettatori di Rete4 per i servizi di Fuori dal Coro. Il programma, diretto da Mario Giordano, a febbraio si era rivolto proprio ai laboratori della società privata, la stessa consultata poi dalla Finanza, su delega dei pubblici ministeri di Gorizia, vista - spiegano fonti delle Fiamme Gialle - la gratuità dell'operazione e l'idoneità dei macchinari. Il titolare di Fonderia Mestieri, Marco Zangirolami - che è stato anche ospite di Rete 4 - è colui che in passato ha dichiarato che le mascherine Kn95 prodotte in Cina "non funzionano sui volti europei" perché "si adattano alla morfologia del volto orientale". I laboratori di Fonderia Mestieri non compaiono negli elenchi di Accredia, l'Ente unico nazionale di accreditamento. Hanno però la "qualifica" di Eurofins Product Testing Italy srl, un'altra società - questa sì accreditata da Accredia - che si definisce "leader mondiale nel testing di mascherine di protezione Covid". L'iscrizione non è obbligatoria, come spiega Accredia al Fatto: "Qualsiasi laboratorio può effettuare prove sui Dpi", purché questo sia "indipendente e competente", ma "qualora si rivolgesse a un laboratorio accreditato da Accredia avrebbe già ottemperato a questi requisiti" in quanto "solo Accredia può rilasciare accreditamenti per il territorio italiano". Secondo l'Agenzia Dogane, invece, "una verifica effettuata da un laboratorio non accreditato è una verifica che non ha valore". Abbiamo sentito anche Eurofin: "Ci rivolgiamo a Fonderia, come ad altre società esterne, quando dobbiamo far testare mascherine Ffp2 e Ffp3", conferma il managing director di Eurofins, Paolo Trisoglio. La direttrice di Fonderie Mestieri è Cristina D'Amato: "Eurofins ci tiene monitorati costantemente. - spiega - Stiamo lavorando per accreditarci ad Accredia, ma c'è tanta documentazione da presentare, dunque se facciamo quello dobbiamo lasciare stare i problemi dell'Italia".».

ROTTURA UFFICIALE TRA MPS E UNICREDIT

Un comunicato ufficiale ieri ha messo fine alla trattativa Mps-Unicredit, volta a salvare la banca senese. Attesa per oggi la reazione dei mercati. La cronaca di Gianluca Paolucci La Stampa.

«Nonostante l'impegno profuso da entrambe le parti, UniCredit e il Ministero dell'Economia e delle Finanze comunicano l'interruzione dei negoziati relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di Banca Monte dei Paschi di Siena». Poche righe hanno messo ufficialmente fine, ieri pomeriggio, alla trattativa per l'uscita dello Stato da Mps. Una trattativa inseguita per mesi tra ostacoli e contrattempi. I primi contatti partiti nell'estate del 2020, poi interrotti dall'uscita di Jean Pierre Mustier , annunciata in autunno e concretizzatasi in febbraio, la ricerca del nuovo amministratore delegato, l'insediamento di Andrea Orcel solo in aprile. Infine, a fine luglio, l'avvio formale del negoziato in esclusiva tra Mef e Unicredit e la due diligence di piazza Gae Aulenti sugli asset senesi. Tre mesi dopo - con la significativa interruzione in attesa dell'esito delle elezioni amministrative -, la distanza tra le parti si è dimostrata incolmabile. E inevitabilmente lo stop ai negoziati, quanto mai inatteso fino a qualche giorno fa, ha riacceso la bagarre politica con la Lega che si chiede quale soluzione proponga ora il segretario del Pd Enrico Letta, neo deputato eletto proprio a Siena. Mentre i presidenti delle commissioni Finanze di Camera e Senato, Luigi Marattin e Luciano D'Alfonso invitano al ministro dell'Economia, Daniele Franco a riferire in Parlamento. La replica del segretario del Pd arriva a stretto giro ed è piuttosto secca: «L'impressione è che Unicredit pensava di partecipare a una svendita, sostanzialmente - ha detto Letta intervistato da Fabio Fazio -. Invece il ministro del Tesoro è stato corretto. Aveva preso l'impegno di valorizzare il patrimonio di esperienza positiva e del legame col territorio, e poi sostenendo il marchio della più antica banca del mondo, non si poteva arrivare a una svendita. Serve ora più tempo con l'Europa per avere altre opzioni sul tavolo e che queste opzioni abbiano la possibilità di mettere in atto gli impegni: salvaguardia dell'occupazione, della banca e del marchio. Altre opzioni? Da adesso in poi ci saranno». Il Monte torna così sotto i riflettori e non perché sia stata trovata una soluzione per salvarlo definitivamente. La politica guarda adesso Bce e Commissione Ue. «Non sarebbe uno scandalo se Draghi, grazie alla sua autorevolezza, chiedesse all'Europa una proroga», suggerisce il sindaco Luigi De Mossi. Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani è addirittura ottimista: «Il Monte dei Paschi di Siena ce la può fare, senza dover essere incorporato in altra banca. Oggi ci giunge la notizia positiva della interruzione della trattativa Unicredit-Mef. Condivido la scelta del Governo su Mps: in questo momento sta vivendo una fase positiva dal punto di vista dei conti, sia la semestrale che ha portato a più di 200 milioni di utili sia gli indicatori che abbiamo ci dicono che il tempo non è rinvio ma possibilità di vedere consolidati dati positivi che la banca nell'andamento ordinario sta raggiungendo e quindi di scegliere un momento in cui questo consolidarsi dei risultati utili può portare accanto all'autonomia la prospettiva di sviluppo». Per Alberto Bagnai, responsabile economia della Lega, quello di ieri è «l'epilogo evitabile di una trattativa impostata male, cioè considerando un unico contraente, e condotta peggio, cioè piegandosi all'illimitato vantaggio negoziale conferito alla controparte». L'attenzione si sposta oggi sulla ripresa delle contrattazioni in Borsa: la reazione di azioni e titoli subordinati darà la misura del rischio percepito dal mercato».

Nicola Porro sul Giornale si pone alcune domande sulle responsabilità politiche che riguardano la banca senese.

«Alla fine il nuovo amministratore delegato di Unicredit ha alzato l'asticella ad un livello tale che il Tesoro ha dovuto rompere le trattative per la cessione del Monte dei Paschi di Siena. Andrea Orcel è un manager che viene del mercato, e della politica evidentemente se ne infischia. Arrivato all'Unicredit gli hanno spiegato che la banca doveva salvare il Monte. Ha guardato le carte e, con un ristretto numero di fedelissimi, ha fatto quella che in gergo si chiama due diligence: insomma, si è fatto i conti al centesimo. Ebbene, per prendersi la banca senese ha preteso quasi dieci miliardi di euro. È inutile in questa sede specificare esattamente per cosa, basti sapere che dentro ci sono gli esuberi del personale in eccesso, l'irrobustimento del capitale di Siena perché non affondasse Milano e la pulizia totale dei crediti dubbi. Una dote che il governo non si poteva permettere di pagare. Solo di aumenti di capitale andati in porto e lanciati negli ultimi due lustri, il Monte ha bruciato 13 miliardi (su quasi trenta totali). Senza tener conto di obbligazioni, prestiti e garanzie pubbliche. Quando una banca affonda, non si scherza. Il Monte non è un fallimento del mercato, ma neppure solo dello Stato. È il fallimento di un gruppo di potere, legato prima al Partito comunista e poi al Partito democratico toscano. Non esiste una storia di fallimento pubblico così targato e così poco denunciato. Il ministro che ha realizzato l'ultimo prestito per la banca è stato eletto nel collegio di Siena per la sinistra e poi ha lasciato il Parlamento per diventare presidente di Unicredit e avrebbe dovuto ripulire i pasticci. Ma che, come abbiamo visto, ha preteso di farlo solo a condizione che la dote coprisse tutti i buchi. Ora il premier deve usare la sua credibilità europea per una battaglia di retroguardia: comprare più tempo per privatizzare la banca. Avrebbe dovuto farlo entro quest' anno ma così non sarà. Politicamente è un pasticcio: come spiegare in Consiglio dei ministri che non si finanziano misure assistenzialiste che piacciono ad esempio alla Lega, come Quota 100, e si bruciano altre risorse per pulire la scena del delitto finanziario? In ultimo Orcel non si è piegato alla politica. Ma, in un Paese di relazioni, rischia di pagarne un prezzo per le prossime mosse di aggregazione che volesse fare su banche ora in vendita. Il Partito democratico potrà continuare a fischiettare, come se la vicenda non lo riguardasse, come se il Monte fosse una banca come le altre. È un paradosso».

QUIRINALE, CENTRO DESTRA E NON SOLO

L’onda lunga dell’intervista di Renato Brunetta, super draghista e anti sovranista, agita ancora il mare delle discussioni politiche, non solo nel centro destra. Nel retroscena di Tommaso Ciriaco per Repubblica si sostiene che Gianni Letta tesse la tela per sfilare Forza Italia dai sovranisti.

«C'è sempre un piano B, dalle parti di Arcore. C'è anche stavolta, celato dietro la proverbiale discrezione di Gianni Letta. È lui, l'amico e consigliere di una vita, il ponte con cui Silvio Berlusconi tiene ancorata Forza Italia a Mario Draghi. Mantiene un rapporto diretto e costante con il presidente del Consiglio, innanzitutto. Ed è sempre lui a confrontarsi con cadenza settimanale con i tre ministri di Forza Italia, a orientarne le mosse, a sostenerne la linea. Berlusconi, che pure vanta un rapporto antico con il presidente del Consiglio, lascia fare. È la via più dritta, e lontana dai riflettori, per cementare il rapporto con il governo senza traumi. Per spezzare senza troppi clamori l'assedio sovranista che perseguono i due alleati euroscettici. Una premessa è d'obbligo. Fino al 18 gennaio Silvio Berlusconi ha soltanto un piano A: diventare, a dispetto di tutto e tutti, presidente della Repubblica. Succedere a Sergio Mattarella è la sua ossessione, il suo sogno e il suo tormento. Da qualche mese, spende ogni grammo di tempo ed energia a inseguire questo sogno impossibile. «Penso che Silvio Berlusconi - ha detto ieri parlando di sé in terza persona - può essere ancora utile al Paese e ai cittadini italiani, vista la stima che ancora mi circonda in Europa. Vedremo cosa potrò fare, non mi tirerò indietro». Per questo ha acconsentito a organizzare un vertice con i ministri della Lega e di FI, assieme a Salvini. Per non far evaporare il sogno, ha bisogno di tenere in piedi l'alleanza - «il bipolarismo è un valore da preservare» - e difendere il campo di centrodestra da sbandate centriste che per adesso non sono utili alla causa. Nessuno dei suoi fedelissimi - non fa eccezione l'appartenenza al fronte filoleghista o a quello governista - osa opporgli un "no" convinto. Sollevare dubbi. Non ci riescono a dire il vero neanche gli avversari, anche solo per cortesia. C'è un aneddoto che gira in questi giorni, non confermato da fonti ufficiali. Nel suo giro di contatti da campagna elettorale quirinalizia, il Cavaliere pare abbia raggiunto addirittura Giuseppe Conte. Il quale, un po' imbarazzato, avrebbe ascoltato il leader sponsorizzare la sua storia e proporre un gesto di pacificazione (cioè la sua elezione al Quirinale). Neanche il capo del Movimento avrebbe avuto animo di pronunciare un netto «no, non si può fare». Limitandosi a svicolare con garbate frasi generiche e di circostanza. Il piano A, però, non inganni. Durerà fino al 18 gennaio, come detto, al massimo fino all'eventuale quarto scrutinio. Poi si aprirà un'altra partita. C'è chi teme un fallo di reazione di Berlusconi, dettato dalla sconfitta nella corsa al Colle. Ma il leader azzurro gioca, come detto, su più tavoli. E lo fa anche stavolta: con la mano destra organizza un vertice con la Lega, con la sinistra garantisce la navigazione serena del governo Draghi. Al quale ieri ha riconosciuto il merito di guidare un esecutivo autorevole, che sta portando il Paese fuori dalla crisi e che, quindi, sarebbe un delitto interrompere. C'è in questo passaggio l'embrione del piano B. Perché è proprio attraverso la garanzia offerta da Gianni Letta che Berlusconi si prepara a ogni possibile scenario alternativo, con l'ambizione di condizionare i nuovi equilibri e difendere i suoi interessi. I contatti tra lo storico braccio destro del leader azzurro e l'attuale premier sono costanti, quasi quotidiani. Un rapporto antico, ma che è diventato solidissimo nel periodo in cui Letta era a Palazzo Chigi come sottosegretario e Draghi guidava prima Bankitalia, poi la Bce. Per giocare questa partita, Berlusconi ha a disposizione i governisti di FI. Sono pronti a sostenere l'attuale presidente del Consiglio, se dovesse farsi largo il suo nome per il Colle. Ma i voti azzurri possono risultare fondamentali anche per decidere un altro Capo dello Stato e blindare l'esecutivo dell'ex banchiere centrale, tenendo a bada l'eventuale spinta elettorale dei sovranisti, destinata a intensificarsi a causa della concorrenza fratricida tra Meloni e Salvini. È in previsione di queste sfide che Mara Carfagna, Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini promettono «battaglia dentro FI per far cambiare rotta al partito e dentro il centrodestra per avere una coalizione a guida moderata». E si preparano a portare al tavolo con Berlusconi e Salvini una posizione netta: «Fedeli al Paese e a Draghi». Interpreta a perfezione il sentimento di Letta. Una volta conclusa la partita del Quirinale, potrebbe coincidere anche con gli obiettivi del Cavaliere».

Sulla Verità Fabio Dragoni intervista Giovanni Orsina che sostiene: a Salvini e Meloni converrebbe Draghi al Quirinale, per conquistare Palazzo Chigi dopo future elezioni.

«Il centrodestra rimane compatto fino all'elezione del nuovo presidente della Repubblica e poi ognuno per sé. Almeno Forza Italia. Come i genitori separati in casa che convivono per il bene dei figli. L'immagine le piace o non c'entra nulla? «Fino all'elezione del capo dello Stato sì. Lo tengono unito le speranze quirinalizie di Berlusconi. Nel momento in cui quelle speranze, al 97%, si riveleranno infondate, vedremo se Berlusconi è rimasto con Salvini e Meloni soltanto in virtù di quelle speranze, o se lo ha fatto perché è restato bipolarista e crede ancora nell'alleanza creata ventisette anni fa». Ma il centrodestra ha veramente la possibilità di eleggersi un presidente della Repubblica? «Se mantiene l'unità può avere un ruolo di primo piano. Quanto meno non facendosi imporre soluzioni sgradite. Il caos, del resto, non è mica solo a destra: il M5s è a brandelli, mentre il Pd ha una consolidata tradizione nell'affossare candidati apparentemente vincenti. Basta ricordare i centouno che non votarono Prodi. Ma molto dipende dal comportamento di Forza Italia, qualora la soluzione Berlusconi non fosse percorribile». Immagino che il centrodestra abbia più di una carta da giocare, qualora Berlusconi non ce la facesse. Lei che idea si è fatto? Ha un identikit per un'eventuale alternativa? Essendo un politologo e non un politico, può prendersi tutte le libertà di analisi che vuole. «Resto convinto che al centrodestra converrebbe mandare Draghi al Quirinale. Anche e soprattutto a Salvini e Meloni. Se vogliono avere una minima chance di andare a Palazzo Chigi domani, direttamente o per interposta persona, il presidente giusto per loro oggi è Mario Draghi». Quel Mario Draghi che sta prendendo letteralmente a schiaffi Salvini un giorno sì e l'altro pure con green pass, catasto, reddito di cittadinanza, quota 100 e euro? Questa me la deve proprio spiegare. «Ma è proprio questo il motivo. Un governo sovranista in Italia entrerebbe molto duramente in conflitto con l'Europa. È molto probabile che il conflitto sarebbe talmente duro da finire per impedire che quel governo nasca o sopravviva a lungo. È un fatto, piaccia o non piaccia. Draghi al Quirinale potrebbe (al condizionale) fare in modo che il conflitto non esploda. Il governo sovranista sarebbe sotto tutela, è evidente. Così come, del resto, lo è stato il Conte I».

MESSAGGIO DAGLI USA: “DRAGHI RESTI AL GOVERNO”

Retroscena dal viaggio americano del ministro leghista Giancarlo Giorgetti: gli Usa vorrebbero che Draghi restasse a Palazzo Chigi. Proprio come sostengono in queste ore Enrico Letta e Silvio Berlusconi. L’articolo della Stampa è di Paolo Mastrolilli.

«Se c'è un messaggio forte e chiaro che gli Usa hanno consegnato a Giancarlo Giorgetti, è il desiderio che Mario Draghi resti al suo posto per guidare la ripresa dopo il Covid, nella speranza che apra un nuovo corso di lungo termine per il Paese. Il ministro dello Sviluppo Economico lo ha percepito tanto durante gli incontri istituzionali con l'amministrazione Biden, quanto in quelli privati col mondo dei think tank e del business. Ora si tratta di capire se questi segnali spingeranno la Lega a rivedere la sua strategia, visto che proprio Giorgetti aveva detto a La Stampa di volere Draghi al Quirinale, per poi andare alle elezioni anticipate e puntare su Palazzo Chigi. Parlando sabato sera al gala della Niaf, il ministro ha ricordato il coraggio di sua zia Carlotta, partita per l'America in cerca di fortuna. Poi, concludendo la missione che nei giorni scorsi lo ha portato a Boston e Washington, ha aggiunto: «Lascio gli Usa con un'impressione positiva, perché nei confronti dell'Italia c'è una grande attenzione, curiosità e aspettative, anche per il ruolo che possiamo giocare in ambito europeo, da parte degli ambienti politici, economici e finanziari». Non sono solo parole. Gina Raimondo, "l'italiana" chiamata da Biden a guidare il dipartimento del Commercio, così come i consiglieri economici della Casa Bianca, hanno fatto chiaramente capire a Giorgetti che sono pronti a darci una mano. Perché credono nel momento positivo del nostro paese e sperano che diventi una sponda stabile e affidabile in Europa, dove invece Germania, Francia e Gran Bretagna sono distratte dalla fine dell'era Merkel, le elezioni presidenziali e la Brexit. Stesso discorso durante l'incontro di sabato con i think tank, a cui hanno partecipato AEI, Aspen, Sipa, German Marshall Fund. L'ex presidentessa di questo istituto, Karen Donfried, è appena diventata assistente segretaria di Stato per l'Europa, e non è sbagliato leggerci un'attenzione per il sostegno che Roma può offrire a Washington nel Vecchio Continente. Anche perché al gala della National Italian American Foundation c'era pure la titolare del portafoglio europeo al Pentagono, da cui dipendono dossier come le commesse militari e la nomina del prossimo segretario generale della Nato. Qui si parla non solo della possibilità che Intel apra una fabbrica a Torino, stabilimento Mirafiori, o Moderna produca da noi i suoi vaccini e farmaci. La Beretta è arrivata in finale per fornire il nuovo fucile automatico all'esercito americano, un business che potrebbe valere fino a 5 miliardi di dollari, e le opportunità si allargheranno a molti altri settori, a partire dall'energia, se il Congresso approverà i due pacchetti infrastrutture da circa 3 trilioni di dollari in totale, che per Biden sono la chiave del successo della sua presidenza. La condizione però è che l'Italia sia affidabile, e ciò passa per la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi. Giorgetti pensa che il premier voglia andare al Quirinale, ma il sistema non glielo permetterà, in Italia come negli Usa. Il problema è consolidare questa fiducia nel Paese, in modo che non sia legata solo ad una persona. Il ministro perciò ha dato garanzie sulla campagna vaccinale, il green pass e l'ancoraggio atlantista, perché sa che la base della Lega resta nei ceti produttivi del Nord, molto interessati a fare business, e meno alle suggestioni populiste anti vax, o quelle filorusse e filocinesi. Ha toccato con mano le grandi opportunità potenziali esistenti, ma proprio perciò ritiene che sia imperativo rivedere i meccanismi per favorire gli investimenti stranieri, per non avere solo piccole imprese che poi vengono acquistate. Nel breve termine ciò significa snellire la burocrazia, rendere più elastico il mondo del lavoro, garantire certezza e rapidità del diritto, mentre nel lungo termine serviranno formazione e istruzione, perché la creatività del nostro capitale umano è una delle risorse fondamentali del paese. In Italia i soldi da investire non ci sono, quindi Giorgetti intende continuare le missioni all'estero per attirarli. Che esistano o no due Leghe, la sua formazione economica, l'approccio pragmatico e responsabile, la competenza sui dossier lo rendono più affine agli americani e gli consentono di passare l'esame da leader meglio di Salvini, che durante la sua visita non aveva impressionato. Sulle pensioni ha già detto che «bisogna togliere quota 100 in modo graduale, senza penalizzare chi ha cominciato a lavorare da giovane con mansioni usuranti». Il G20 di Roma con Biden sarà un successo se verrà confermata la global minimun tax, ma il problema poi sono le ratifiche e l'applicazione, proprio a partire dagli Usa. I 100 miliardi per lo sviluppo verde nei paesi poveri aiutano, ma non sono una svolta. Alla fine c'è spazio anche per una battuta sul ruolo dello Stato, che rischia di diventare un incidente della storia. A meno che chi lo gestisce non riesca a farlo funzionare nell'interesse concreto dei cittadini».

DONNE AFGHANE: “I TALEBANI CI VOGLIONO INVISIBILI”

La fotografa Roya Heydari e l'ex sindaca Zarifa Ghafari sono tra le protagoniste di Noi donne afghane, documentario di Didi Gnocchi, Sabina Fedeli e Anna Migotto (3D Produzioni) che sarà presentato domani al cinema Anteo di Milano. Emanuela Audisio per Repubblica.

«Quello che erano, quello che sono, che vogliono ancora essere. Per tutti le donne afghane sono una categoria, una foto di gruppo: quelle che fuggono e sfuggono. Impaurite, stremate, costrette. Non hanno un volto, un curriculum, una voce individuale. Ci voleva un documentario così, Noi donne afghane , per restituire identità, forza, coraggio, a chi si prende la responsabilità di riparare (un po') il mondo. O almeno di provarci. E così le donne afghane diventano persone con un nome, una professione, una storia, un agire. Sono fotografe, registe, attiviste, imprenditrici, insegnanti. Dicono tutte la stessa cosa, ma ognuna con la propria firma: «Non voglio stare in gabbia, né che qualcuno decida il mio modo di vestire o per le mie libertà». Zarifa Ghafari, 27 anni, è stata la più giovane sindaca mai eletta, nel municipio di Maidan Shahr dove nel 2018 era l'unica donna fra 138 candidati. Hanno provato a ucciderla sei volte, è sempre sfuggita agli attentati, ma suo padre colonnello ha pagato per lei. «Gli hanno sparato da dietro, tre colpi alla nuca. Dopo aver provato a lanciare granate contro la mia auto. I talebani non mi permettevano di raggiungere il mio ufficio, non volevano riconoscere il mio ruolo, anzi volevano che ci rinunciassi, alla fine dopo nove mesi ho vinto io. Ma hanno ucciso papà e non potevo rischiare anche la vita di mia madre, così ho lasciato il Paese per un senso di responsabilità verso la mia famiglia». Sahraa Karimi è una regista, prima donna direttore dell'Afghan Film Organization e unica donna a concorrere per il posto. Ha diretto documentari e un film, Hava, Maryam, Ayesha , presentato a Venezia nel 2019. Sahraa, nata in Afghanistan, cresciuta in Iran, ha studiato all'Accademia del cinema di Bratislava e nel 2012 è ritornata nel suo Paese dove ha vissuto fino alla riconquista dei talebani. «Le afghane, specialmente la giovane generazione, stavano facendo molto bene, ma ora i talebani ci rendono invisibili. La nostra professione per loro non è accettabile. Il nostro nome era nella lista nera, nella killing list . Quando sono partita è stato per mio fratello e le sue figlie. È stata la decisione più difficile della mia vita. Non mi piacevano molte cose a Kabul, ma amavo stare lì, ho pianto quando l'aereo stava decollando e la mia città diventava così piccola, perché non sapevo se sarei ritornata. Vi prego, non date riconoscimento ai talebani, loro lo cercano per continuare a comportarsi in modo miserevole». Il documentario, in anteprima domani al cinema Anteo di Milano, è prodotto da 3D Produzioni in collaborazione con la rete solidale "Le donne per le donne" e l'associazione "Chiamale Storie". Didi Gnocchi ha scritto il soggetto, sceneggiatura e regia sono di Sabina Fedeli e Anna Migotto. Ma le protagoniste sono loro, le afghane. Roya Heydari, 28 anni, fotografa, cresciuta in esilio in Iran, era tornata per raccontare quello che dell'Afghanistan non si racconta mai, la sua bellezza. L'arte come possibilità di cambiamento. Ora è rifugiata in Francia. «In molti distretti, lontani da Kabul, ci sono donne con molti figli, ho lavorato con loro, portando le mie macchine fotografiche e coinvolgendole nei miei progetti. I talebani non sono cambiati e mai cambieranno. Parigi è bella, il Louvre è magnifico, ma io mi sento estranea». Mahbouba Seraj, 73 anni, direttrice dell'Afghan Women Network, nominata da Time tra le persone più influenti del 2001, ha lasciato l'America nel 2003 per tornare in patria. «L'ho fatto per alcune immagini che avevo visto in tv: una donna giustiziata con un proiettile alla nuca, la statua di Buddha fatta a pezzi a Bamiyan. Le ragazze non vanno a scuola, l'economia è al collasso, è un disastro umanitario» Pashtana Zalmai Khan Durrani, 23 anni, attivista e insegnante premiata dal Malala Fund, lotta per dare un'istruzione nelle zone rurali. Nata nella provincia di Kandahar, ha vissuto la sua infanzia da rifugiata in Pakistan, ma è tornata nel suo Paese e ha sviluppato una piattaforma online che aiuta bambine e adolescenti ad avere un'istruzione. «Molte scuole vengono bruciate, non esistono materiali didattici né insegnanti. Così nel 2018 ho co-fondato "Learn" nella nostra casa con un tavolo, un tablet e l'aiuto dei miei. Abbiamo più di 7mila iscritti. Non posso chiedere a un padre di mandare le figlie a scuola se è stata data alle fiamme. Ma posso fornire un'alternativa più sicura: sua figlia può restare a casa e ricevere un'istruzione». Pashtana oggi vive nascosta per sfuggire ai talebani. Molti visi rigate da lacrime, ma anche molto fare per avere un'alternativa, appunto. Aiutarsi a disegnarsi una vita e non lasciare che te la cancellino».

LA FOTO SIMBOLO DELLA SIRIA COLPITA

Un padre mutilato dalla guerra civile, un figlio nato senza braccia e gambe. I due siriani si sorridono e la foto, scattata in Turchia, fa il giro del mondo. I raid con le armi chimiche sono una possibile origine della malformazione del bambino, che ora potrebbe essere aiutato dalla solidarietà internazionale. Giordano Stabile per La Stampa.

«Il papà alza verso il cielo il figlioletto, orgoglioso, e riceve il più fantastico dei sorrisi, faccia a faccia. Un gesto, una relazione, universali. Ma questa volta siamo nel Sud della Turchia, vicino al confine con la Siria e la scena racconta una storia molto più tragica. Che potrebbe ancora avere un lieto fine. Il papà si chiama Munzir al-Nazzal. È in piedi, ma appoggia il moncone della gamba destra a una stampella. È rimasto mutilato nella guerra civile, quando i raid del regime di Bashar al-Assad spianavano i quartieri ribelli ad Aleppo come a Damasco e colpivano sempre più vicino casa sua a Idlib. Ma la guerra ha colpito anche il piccolo Mustafa, anche se in maniera indiretta. La madre Zeinab era malata, e non poteva assumere farmaci in maniera corretta durante la gravidanza. I bombardamenti, anche con armi chimiche, hanno forse fatto il resto. Mustafa è nato senza braccia e senza gambe. Padre e madre sono fuggiti dalla Siria tre anni fa. Loro come altri sei milioni di siriani. Si sono rifugiati in Turchia. E hanno cominciato a lottare per il piccolo Mustafa. Ha bisogno di protesi speciali, cure costose, che i suoi genitori non possono permettersi. Hanno "bussato a tutte le porte" ma nessuna si è aperta, finora. Qualcosa potrebbe cambiare, molto presto, si spera. Il fotografo turco Mehmet Aslan ha scoperto la loro storia. In uno scatto ha fermato Munzir e Mustafa in quel bellissimo momento. La felicità di un padre e di un figlio, nonostante tutto. E quello scatto è diventato la foto dell'anno al Siena International Photo Awards. Ha fatto il giro del mondo, è finito sulle pagine del "Washington Post". Il dramma di Munzir e Mustafa è diventato un caso mondiale. Era quello che voleva Aslan. Papà Munzir è stato raggiunto da altri reporter. Ha raccontato come abbia girato «ogni ospedale, ogni villaggio», senza ottenere nulla: «Adesso quella foto è arrivata al mondo, abbiamo cercato per anni di farci sentire per aiutare mio figlio con i trattamenti, faremo di tutto per dargli una vita migliore». Una foto per risvegliare la coscienza del mondo. Come nel caso del piccolo Aylan, steso su una spiaggia, senza vita, con la sua maglietta rossa. Nel caso di Mustafa, però, si può ancora intervenire, come sottolinea Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia: «Il dramma nel dramma sono i bambini con gravi disabilità, che rappresentano la parte più debole nei conflitti. Ma in quell'immagine c'è anche un inno alla vita, un sorriso che spunta nonostante il dolore». Le organizzazioni internazionali, come l'Unicef, fanno tutto il possibile per aiutare la popolazione siriana, stremata sia fuori che dentro al Paese. Ma si devono scontrare con zone ancora contese, occupate dalla Turchia, o in mano a ribelli, anche jihadisti. Mentre il governo di Damasco è arrivato a escogitare un raggiro per intascarsi parte degli aiuti, almeno 60 milioni di dollari dal 2019. Il centro studi di Washington Csis, Centre for Strategic and International Studies, ha scoperto che Assad «ha prelevato 50 centesimi per ogni dollaro di aiuti» sfruttando il doppio cambio, ufficiale e in nero, fra la lira siriana e il biglietto verde. Il tutto mentre proprio attorno a Idlib soffiano nuovi venti di guerra, il regime ha ripreso i raid, e la Turchia di Erdogan vuole intervenire contro i guerriglieri curdi, più a Nord. Ma il sogno di Munzir e Mustafa è soltanto quello di tornare a casa. Con le proprie gambe, anche se artificiali».

COLOMBIA, ARRESTATO L’EREDE DI ESCOBAR

In Colombia preso «Otoniel», il nuovo Re dei narcos erede di Escobar, grazie a 500 agenti e al supporto degli Usa. Guido Olimpio per il Corriere della Sera.

«Dairo Usuga, alias Otoniel. Un uomo per tutte le stagioni, un criminale passato dall'estrema sinistra alla destra e poi diventato il grande boss del Clan del Golfo colombiano. La sua parabola è finita come quella di altri: la salita, la cima, infine la caduta. Il trafficante è stato catturato in un rifugio nella giungla, a Necoclì, vicino al confine con il Panama. È una storia particolare, segnata da una propensione alla violenza ma anche dalla capacità di restare in vita. Usuga, oggi cinquantenne, inizia a maneggiare le armi giovanissimo nei ranghi di una fazione marxista, Epl, quindi, con una piroetta si sposta nei ranghi di un gruppo paramilitare, altra piaga dello stato sudamericano. L'altalena ideologica - parola eccessiva - lo proietta nel mondo dei narcos. Del resto i movimenti radicali locali, non importa il colore, hanno trovato conveniente e redditizio mescolarsi al traffico della cocaina. Abbondante come non mai, il nuovo Eldorado, una miniera inesauribile che rifornisce di «polvere» Europa, Asia e Stati Uniti con aerei, semi-sommergibili, navi. Otoniel aveva ai suoi ordini circa 1.200 uomini, ben inquadrati, con strutture logistiche importanti e contatti chiave sul mercato. Molto forti i rapporti con le organizzazioni messicane e le altre mafie. Tutto consolidato, nella tradizione di vecchie alleanze e patti, con il ricorso alle estorsioni, ai sicari, alle minacce. La sua formazione è diventata l'avversario principale delle autorità locali e degli Stati Uniti. Bogotà ha offerto una taglia di circa 800 mila dollari, Washington ne ha messi ben 5 milioni, a sottolineare il peso del leader. E poi ha fornito aiuto investigativo per dargli la caccia. Missione per nulla facile. Dairo Usuga - spiegano - si comportava da latitante accorto. Per comunicare niente telefoni, niente che potesse trasmettere un segnale. Quindi si affidava al classico metodo dei corrieri. Complicato, lento, però abbastanza sicuro. Pensate quanto è campato Osama con lo stesso modus operandi. I colombiani hanno risposto con nuovi sforzi, hanno ottenuto il supporto anglo-americano ed hanno sferrato l'Operazione Osiris. Imponente. Cinquecento uomini, una ventina di velivoli, team scelti e informatori per trovare le tracce di un fuggitivo abituato a cambiare covo quasi ogni notte. Grande mobilità, segretezza e un sistema di sicurezza - dicono a Bogotà - formato da 7-8 cerchi. Misure adeguate imposte da un personaggio consapevole dei rischi. Ha conosciuto la lotta armata, suo fratello Juan de Dios - detto Giovanni - è stato ucciso e lui ne ha preso il posto alla testa della gang mentre la sorella Nini è stata presa in primavera. Mancava solo lui e, alla fine, gli hanno messo le manette ai polsi. Il presidente Ivan Duque ha definito l'arresto paragonabile a quello di Pablo Escobar. Un evento storico. Ma proprio il passato dice molto sul futuro: morto un re se ne fa un altro. Comanda la legge della domanda per la coca, la regina è la merce».

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