Referendum su Calenda

Sentenza choc per l'ex sindaco di Riace. Sospetti di ricatti o trappole per il caso Morisi. Ma la vera partita delle amministrative è su Carlo Calenda, super partes di sinistra. Oggi Greta in corteo

La sentenza sull’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano agita i partiti alla vigilia di un voto amministrativo, svogliato e insieme velenoso. I commentatori si dividono: fra i garantisti che pensano Lucano sia vittima di un accanimento giudiziario, come Luigi Manconi, e i colpevolisti, come Marco Travaglio, che gli imputano una gestione spregiudicata e illegale dei fondi pubblici. La politica era già alle prese con un altro caso giudiziario da qualche giorno: l’indagine su Luca Morisi, il guru social della Lega e collaboratore di Salvini. Anche qui c’entrano gli stranieri, perché il festino a luci rosse di agosto è stato con due giovani escort romeni. Dopo l’intervista di uno dei due, però, sorgono molti dubbi, anche sui giornali. Repubblica parla di “ricatto” nei confronti di Morisi, La Verità di “trappola”.

Il dato certo del voto a Roma è che Carlo Calenda rappresenta una sfida notevole ai partiti, divisi in schieramenti tradizionali, dietro a candidati molto mosci e poco conosciuti. Ogni insulto da sinistra o da destra nei confronti dell’outsider, nota stamattina il Foglio, ne accresce le possibilità al primo turno. Se poi dovesse essere accettata la candidatura di Roma per l’Expo 2030 (il Giubileo è il 2025), la capitale dovrebbe avere un Sindaco in grado di governare con competenza.

Competenza che Berlusconi non vede neanche in Salvini e Meloni (“non scherziamo”), e lo dice proprio alla vigilia del voto. Intanto il Corriere scrive che Mattarella cerca casa a Roma, si è fatto un selfie con l’inquilina di un appartamento che ha visitato e che si libera a dicembre. Sembra deciso a lasciare il palazzo sul Colle che fu dei Papi.

Dall’estero è impressionante il racconto di Cremonesi dal mercato di Kabul: gli afghani vendono le normali suppellettili delle loro case per racimolare qualche soldo e sopravvivere. L’ex presidente francese Sarkozy è stato condannato per finanziamento illegale. Il Segretario di Stato Usa Blinken cerca di rassicurare l’Europa in vista del G20 straordinario.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La dura condanna per l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano anima anche i giornali. Il Corriere della Sera sottolinea il riflesso politico: Una sentenza agita i partiti. Avvenire si schiera: Mano pesante. Così come il Domani: In Italia accogliere migranti è più grave che essere mafiosi. Per il Manifesto: Ingiustizia è fatta. Il Giornale invece crede alla sentenza: Buonismo criminale. Scelgono le elezioni e soprattutto gli umori del centro destra Il Fatto: Salvini è radioattivo, non lo vuole nessuno, Libero che vede una manina nel caso Morisi: Così hanno incastrato Salvini, La Repubblica: La destra in crisi di nervi e La Stampa che si auto cita: Berlusconi scuote il centro destra. Il Messaggero è lanciato verso i seggi elettorali: Roma, ultima sfida in piazza. Di economia si occupano il Quotidiano Nazionale: I prezzi salgono, gli stipendi calano. E anche il Mattino: Dramma morti sul lavoro, l’impennata è solo al Sud. Il Sole 24 Ore dà buone notizie sulla riforma delle tasse: Fisco, taglio al cuneo già in manovra. Indovinate La Verità con chi se la prende stamattina? Col certificato verde: Il Pass ferma un camion su tre: a rischio cibo, benzina, aziende. La solita apocalisse.

CONDANNA A 13 ANNI PER L’EX SINDACO DI RIACE

Sentenza dura e inaspettata per l’ex sindaco di Riace Domenico, detto Mimmo, Lucano. 13 anni di carcere. La cronaca su Repubblica è di Alessia Candito.

«Confuso, frastornato, incredulo. Ma senza alcuna voglia di nascondersi. A poche ore dalla sentenza con cui il tribunale di Locri lo ha condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere, Mimmo Lucano è seduto al tavolino di un bar della sua Riace, circondato da attivisti, qualche candidato della lista messa in piedi per sostenere Luigi de Magistris alle regionali, amici. «È paradossale - dice - per le accuse che mi sono costate i domiciliari e il divieto di stare a Riace sono stato assolto, mi hanno condannato per tutto il resto". E il conto presentato dal tribunale di Locri è salato, tanto per Lucano, come per 22 dei suoi 26 coimputati. Anche la sua compagna dell'epoca, Lemlem Teshfaun, è stata punita con 4 anni e 10 mesi di carcere. Cuore e simbolo del modello Riace, l'ex sindaco è stato invece ritenuto il capo di un sistema criminale che ha lucrato sull'accoglienza attraverso una serie di truffe. Disordine amministrativo lo avevano definito Tar e Consiglio di Stato, che avevano bacchettato il Viminale per non aver consentito al Comune di apporre dei correttivi. Per il Tribunale di Locri invece si tratta di truffe e significano anche una confisca da oltre 750mila euro. La raccolta differenziata fatta con gli asinelli - che a Lucano era costata i domiciliari, ma la Cassazione aveva in seguito definito perfettamente regolare - per i giudici è abuso d'ufficio, come le carte d'identità concesse gratuitamente ai rifugiati. Non ha mai e in nessun modo - afferma la sentenza - favorito l'immigrazione clandestina. Eppure la pena decisa dai giudici supera di molto i 7 anni e 11 mesi chiesti dal procuratore capo Luigi D'Alessio e dal pm Michele Permunian. «Umanamente mi dispiace per Lucano, noi ci eravamo tenuti sui minimi di legge possibili», dice D'Alessio. «Una sentenza ingiusta e ingiustificata. A chi merita medaglie, che ha anche avuto da tutto il mondo, invece viene dato il carcere. In appello non sarà così», promette l'avvocato Giuliano Pisapia, che con il collega Andrea Daqua aveva chiesto l'assoluzione piena di Lucano perché «capace di onorare la Costituzione», mentre lo Stato «si è dimostrato incapace di farlo», e si è limitato a gestire i profughi come emergenza. Riace ha aperto le porte «e oggi lo pago » dice sconfortato Lucano, mentre fra le forze politiche è bagarre. Spara a zero la Lega, con il suo leader Matteo Salvini che da ministro dell'Interno aveva definito Mimmo Lucano «uno zero» e adesso lo ribattezza «paladino dei radical chic e amico dei clandestini». Su Facebook poi se la prende con la stampa, "rea" di aver informato dei guai del suo spin doctor Luca Morisi. «Giornalisti e politici di sinistra indignati ne abbiamo? No, sono tutti impegnati a fare i guardoni in casa altrui». Si toglie un vecchio sassolino dalla scarpa anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, crociato della battaglia contro la messa in onda della ficton Rai sul modello Riace, girata e rimasta nei cassetti. «Si dovrebbero cacciare dalla Rai tutti quelli che l'hanno realizzata», dice. Il governatore della Calabria facente funzioni, il leghista Nino Spirlì, auspica che Lucano si ritiri dalla contesa elettorale anche perché «la Calabria non ne patirà l'assenza dalla gestione della cosa pubblica». Causa legge Severino, in realtà, neanche potrebbe succedere. Se eletto, dice la norma, verrebbe subito sospeso. Ma alla candidatura non può tecnicamente, né deve politicamente - gli spiegano - rinunciare. Anzi, cercano di convincerlo padre Alex Zanotelli e i suoi della lista "Un'altra Calabria è possibile", a centinaia su Facebook, deve chiedere alle urne un responso sul modello Riace. Il "suo" candidato governatore Luigi de Magistris è con lui: «È un uomo giusto, un simbolo di umanità e di fratellanza universale. Non si è mai girato dall'altra parte di fronte alla richiesta di vita di esseri umani diversi. È l'antitesi del crimine», afferma e si dice certo di una sua assoluzione. Tranchant il segretario del Pd, Enrico Letta: «Esterrefatti dalla pesantezza della pena, è una sentenza che mina la fiducia nella magistratura ». E con l'ex sindaco di Riace si schierano Sinistra Italiana, Leu, Rifondazione comunista, l'ex governatore Mario Oliverio, Emergency e varie sigle dell'associazionismo. «Questa sentenza è una delle pagine più nere della storia della Repubblica» scrive Luca Casarini, di Mediterranea. Molti di loro oggi saranno in piazza nell'ex paese dell'accoglienza e in altre parti d'Italia, perché, affermano, «Riace non si arresta».

Il Corriere della Sera si dedica alle reazioni politiche. Carlo Macrì.

«Nella sua requisitoria il pm Michele Permunian aveva sostenuto che la coppia Lucano-Tesfahun con i soldi pubblici si era recata più volte a Londra, Parigi e anche in Etiopia. L'utilizzo dei fondi dello Sprar, per i richiedenti asilo e rifugiati, era stato inoltre consentito per pagare manifestazioni estive e concerti, per centinaia di migliaia di euro. Per i reati commessi dall'ex sindaco e accertati nel corso dell'operazione «Xenia», nel 2018, la pubblica accusa aveva chiesto per Lucano la condanna a sette anni e 11 mesi. Il tribunale ne ha aggiunti altri cinque, portando la pena a 13 anni e due mesi. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. «Credo che qui si dia un messaggio terribile, pesantissimo, che farà crescere la sfiducia nei confronti della magistratura» ha affermato il leader del Pd Enrico Letta. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha sostenuto che «le sentenze vanno rispettate, ma ritengo che Lucano abbia cercato di gestire l'immigrazione basandosi sulla convivenza pacifica». «Altro che dare la caccia agli omosessuali nella Lega, la sinistra in Calabria candida condannati a 13 anni di carcere!» ha detto il leader del Carroccio Matteo Salvini. Per padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, «è stata stracciata la democrazia, si è fatta fessa la giustizia: questa è una sentenza che grida vendetta al cospetto di Dio».

Anche nei commenti, si notano fortissime divisioni e divergenze di opinione. Difende l’ex sindaco Luigi Manconi sulla Stampa.

«Promotore di un'associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Questa è la pesantissima accusa a seguito della quale Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, ha subito una ancora più pesante condanna: tredici anni e due mesi di reclusione. Va ricordato, in primo luogo, che l'integrità morale di Lucano non è stata assolutamente sfregiata dall'esito del dibattimento. Non gli è stato addebitato, infatti, alcun interesse economico personale. Dunque, da quella sua attività Lucano non ha ricavato alcun guadagno illecito. E per quanto riguarda il «vantaggio politico» che sarebbe stato perseguito, secondo l'accusa, resta agli atti il duplice rifiuto opposto all'offerta di candidatura in occasione delle elezioni politiche del 2018 e quelle europee del 2019. Diventa, così, difficile sottrarsi all'idea di uno spropositato accanimento giudiziario, tanto più se si tiene conto che la pena richiesta dall'accusa era di circa la metà di quella, poi, inflitta dal tribunale. Siamo in presenza, quindi, di un verdetto abnorme e per tentare di comprendere come sia potuto accadere, è necessario risalire all'origine della vicenda. Indicata come modello di accoglienza e integrazione a livello europeo, Riace è stata capace, di governare un fenomeno per sua natura tendenzialmente ingovernabile, sempre oscillante tra inclusione e irregolarità, costantemente precario eppure vitalissimo. Una saggia amministrazione di quella comunità (così come di altre del meridione italiano) ha dimostrato la possibilità di un'accoglienza che valorizzi e le risorse della collettività locale e quelle dei nuovi arrivati, portando al ripopolamento e alla rinascita di borghi e territori altrimenti destinati al declino, garantendo la convivenza pacifica tra gruppi e culture differenti. Tutto ciò, va da sé, non può avvenire senza limiti e senza errori: è, appunto, una sorta di esperimento sociale che, quando riesce, assume la forza esemplare di un modello, al di là delle dimensioni, magari ridotte, dell'esperimento stesso. Secondo la BBC, quel sindaco avrebbe «fermato l'esodo dalle sue terre, creato nuovi posti di lavoro, trovato soluzioni per l'accoglienza dei migranti». Suscitando un «circolo virtuoso» fra i nuovi arrivati e la cultura locale, così «da rilanciare la lavorazione dimenticata del rame e del legno». Tutto ciò in luoghi e ambienti estremamente complessi, segnati dalla lacerazione del tessuto sociale, dalla fragilità di tutte le istituzioni pubbliche e dalla presenza di organizzazioni criminali. In questo contesto l'amministrazione di Riace ha saputo «dare un posto al disordine», offrendo opportunità di integrazione e socializzazione, avviando nuovi servizi pubblici (raccolta differenziata dei rifiuti), rivitalizzando comunità gravemente depresse, assicurando «ordine pubblico». In presenza di questo, una giustizia, incapace di comprendere la vita reale, i suoi affanni e le sue contraddizioni, di ascoltare il corpo sociale, i suoi sussulti ma anche i suoi sollievi, ha voluto «mettere le brache al mondo», animata da un sistema di pregiudizi e sospetti che hanno trasformato iniziative civiche e atti politici in altrettante fattispecie penali. E ha ridotto un sodalizio culturale ad associazione a delinquere. Vale la pena ricordare che quello associativo, secondo i giuristi liberali, è un classico «reato di sospetto», (inteso come di mero pericolo astratto). E c'è da temere altro. Pur se sappiamo bene che nel diritto la forma è sostanza, penso che neanche la più acribiosa osservanza del più arido formalismo giuridico avrebbe dovuto vedere nell'attività di Lucano un'intenzione criminale tale da giustificare la mancata concessione delle attenuanti «per motivi di particolare valore morale o sociale». Tale circostanza fa temere il peggio: che dietro questa sentenza possa esservi una certa concezione ideologica destinata a sanzionare la politica dell'accoglienza come interpretata da Lucano e dai suoi sodali. E a penalizzare quel diritto al soccorso che costituisce il fondamento stesso dell'intero sistema dei diritti universali della persona. Spiace davvero dirlo ma questa sentenza sembra l'esito di quello che Cesare Beccaria definiva «un processo offensivo»: dove il giudice diviene nemico del reo».

Marco Travaglio sul Fatto quotidiano non condivide l’impostazione garantista di Manconi. Nel suo fondo, titolato Amaro Lucano, si spiace solo che abbia avuto una pensa superiore a quella inflitta a Formigoni e Verdini.

«Se giudichiamo la sentenza Lucano col senso comune, magari paragonandola alle pene molto inferiori inflitte a grandi corrotti come Formigoni, frodatori come B., bancarottieri come Verdini, complici della mafia come Dell'Utri, per non parlare della Trattativa, possiamo tranquillamente dire che 13 anni e 2 mesi (sia pure in primo grado) sono un'enormità. Se però leggiamo il dispositivo della sentenza del Tribunale di Locri, comprendiamo che quei 13 anni e 2 mesi sono il cumulo delle pene per i singoli reati - quasi tutti molto gravi - per cui è stato condannato l'ex sindaco di Riace. Sgombriamo subito il campo dalle falsità. 1) Lucano non è stato condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina: per la violazione della legge Turco-Napolitano è stato assolto, come per aver fatto carte false per far entrare illegalmente clandestini in Italia o munirli di documenti farlocchi. La sua battaglia contro le leggi sull'immigrazione - ammesso e non concesso che sia ammissibile da parte di un sindaco - non c'entra nulla. E nemmeno il "modello Riace", cioè il meritorio ripopolamento di un comune depresso con l'integrazione dei migranti. 2) Difficile immaginare che i tre giudici del Tribunale nutrissero intenti persecutorii, come già si era detto dei pm (ora quasi rimpianti perché hanno chiesto la metà della pena poi inflitta dal Tribunale). Al netto di quelli contestati ai suoi 26 coimputati, Lucano rispondeva di 16 capi di imputazione. È stato assolto per 5, condannato per 10 (in parte alleggeriti di diversi fatti, per cui è stato pure assolto) e prescritto per uno. 3) La condanna riguarda non gli aiuti ai migranti, ma una serie impressionante di pasticci finanziari con denaro pubblico. Il primo è l'associazione a delinquere per commettere "un numero indeterminato di delitti contro la Pa, la fede pubblica e il patrimonio" e "soddisfare gli indebiti e illeciti interessi patrimoniali delle associazioni e cooperative" create e controllate da Lucano e dai suoi amici come "enti gestori dei progetti Sprar, Cas e Msna" (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati, Centri accoglienza straordinaria, Minori stranieri non accompagnati), con "indebite rendicontazioni delle presenze degli immigrati", "derrate alimentari falsamente indicate come destinate agli immigrati ma sistematicamente utilizzate per fini privati", "costi fittizi per spese carburante", "numerose false fatturazioni", nessun "controllo delle spese" né "documentazione dei costi sostenuti dalle associazioni", "prelievi di denaro contante e assegni bancari dai conti correnti senza alcuna giustificazione", "indebita destinazione di fondi ottenuti per fini diversi" dall'accoglienza. L'altro - che forse spiega la discrepanza tra pena richiesta e pena inflitta - è la truffa aggravata allo Stato, cioè alla Prefettura e al Viminale (prima era "solo" abuso d'ufficio) per far versare 2,3 milioni indebiti o ingiustificati alle varie associazioni. Poi c'è un'altra truffa allo Stato da 281mila euro per una miriade di "costi fittizi o non giustificati", "false fatture", false annotazioni sui registri Inail di ore lavorate, "fittizi acquisti di bombole, materiale di cancelleria, mobili e schede carburante false". Ne consegue l'accusa di falso ideologico in atto pubblico per ben 56 determine "propedeutiche al rimborso dei costi di gestione dei progetti Cas e Sprar" in cui Lucano "attestava falsamente di aver effettuato controlli sui rendiconti di spese" fantasiosi. Un altro reato che porta alle stelle la pena è il peculato, per essersi "appropriato in modo sistematico" di "ingenti fondi ottenuti dallo Stato per l'accoglienza dei rifugiati", "non meno di 2,4 milioni, distraendoli alle predette finalità" per l'"acquisto, arredo e ristrutturazione di tre case e un frantoio non rendicontati", più "prelievi in contanti per 531.752 euro", in parte usati "per il viaggio in Argentina di Lucano", in parte per "i concerti estivi organizzati dal Comune di Riace". Concerti che poi il sindaco "attestava falsamente" non essersi svolti "al fine di non pagare i diritti Siae": altro falso. L'ultimo reato grave è l'abuso per aver "affidato il servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti nel comune di Riace alle cooperative sociali Ecoriace e l'Aquilone, prive dei necessari requisiti richiesti" dalla legge, "dell'iscrizione all'Albo regionale delle cooperative sociali" e "di autorizzazioni alla gestione ambientale", senza l'ombra di una gara (la turbativa d'asta è prescritta). Infine Lucano rilasciò a Tesfahun Lemlem, sua compagna etiope, un certificato falso: "lo stato civile di nubile anziché di coniugata, a lui noto". Fin qui il giudizio penale di primo grado, che potrà essere rivisto in appello. Sul piano politico e morale, a parte qualche spesa privata con soldi pubblici, non si può dire che Lucano sia un corrotto o che agisse per interessi propri, anche se quel sistema di soldi allegri a pioggia drogava certamente i suoi consensi. È possibile che agisse con le migliori intenzioni. Ma questo incommensurabile pasticcione era pur sempre un sindaco, cioè un pubblico ufficiale tenuto a rispettare e a far rispettare le regole. L'impressione è che la nobile missione del "modello Riace" gli abbia dato alla testa, convincendolo di essere al di sopra, anzi al di fuori della legge. Che si può sempre contestare e persino, per obiezione di coscienza, violare. Ma senza la fascia tricolore a tracolla. E affrontando poi le conseguenze delle proprie azioni».

CASO MORISI, IL SOSPETTO DELLA TRAPPOLA

È un’inchiesta penale che sta condizionando gli ultimi giorni della campagna elettorale per le amministrative, non è ancora una sentenza. Ma il caso di Luca Morisi, il guru della Lega indagato per detenzione e spaccio di stupefacenti, si va complicando. Le dichiarazioni dell’escort romeno, che ieri anche la Versione ha pubblicato, non convincono molto. Soprattutto fanno pensare ad una trappola o ad un ricatto. La cronaca su Repubblica a firma di Foschini e Tonacci.

«C'è una storia che deve essere ancora raccontata a proposito di quel 14 agosto, quando la carriera politica di Luca Morisi è precipitata nel cascinale di Belfiore, mezz' ora fuori da Verona. È la storia di un litigio per soldi tra l'ex guru dei social di Matteo Salvini e i due escort romeni che aveva invitato a casa. Forse l'esito di un ricatto cominciato male e terminato peggio. E che apre a una serie di interrogativi tuttora senza risposta: perché Morisi si è fidato di due giovani conosciuti, a quanto se ne sa, poche ore prima su un sito di incontri a pagamento? Chi gli ha venduto la cocaina? Di chi era, veramente, la bottiglietta da 125 ml contenente - a detta di P.R, uno dei due escort - Ghb, la cosiddetta "droga dello stupro"? L'accordo L'appuntamento del 14 - per come l'hanno ricostruito sinora la Procura di Verona e la Compagnia dei carabinieri di San Bonifacio - inizia in chat tra Morisi e uno dei due romeni. Non P.R., il 20enne che ieri ha raccontato la sua versione dei fatti a Repubblica , ma il suo amico, coetaneo e connazionale: si fa chiamare Alexander. Come lui, ha diversi profili con foto assai esplicite su siti di escort gay. Morisi lo contatta e concorda con lui la trasferta da Milano - dove i due ragazzi vivono - a Belfiore. Pattuiscono il prezzo per una giornata insieme. «Quattromila euro», riferisce P.R., da versare in due tranche: 2.500 con un primo bonifico, che viene effettuato, gli altri 1.500 alla fine dell'incontro. Il saldo non ci sarà mai. «Morisi ci aveva detto che voleva usare anche della droga e queste cose si pagano. Una parte dei soldi ce l'ha data, ma poi ha fatto casino: il primo bonifico è arrivato, poi non so come ha bloccato la sua carta di credito e quella del mio amico, secondo me ci voleva fregare», racconta P.R.. Ed è proprio il denaro il vento che fa degenerare la situazione dopo le 12 ore e passa trascorse insieme. I due sostengono di non aver avuto quanto dovuto. Si mettono a litigare. Non sono lucidi, in quel momento, nessuno lo è. Sono strafatti di cocaina e probabilmente anche di Ghb. All'improvviso P.R. prende il telefono e chiama i carabinieri. «Ci hanno fatto un furto, ci hanno fatto un furto», bofonchia alla cornetta. Pochi minuti dopo una seconda telefonata al 112, in cui ribadisce il furto e aggiunge di sentirsi male. Quando la pattuglia arriva sul viale alberato che collega il cascinale di Belfiore con la Provinciale (una strada sempre deserta, ancor di più alla vigilia di Ferragosto), i carabinieri trovano i due romeni e Morisi che urlano. Il gruppo è agitato. P.R. si infila nell'auto con cui è giunto da Milano e ne esce con una «bottiglietta di vetro da succo di frutta - si legge negli atti dell'indagine - quasi piena, da 125 millilitri contenente del liquido trasparente » che il ragazzo consegna sostenendo essere Ghb. «Me l'ha data Morisi, casa sua è qui vicino, venite che ho le prove». Morisi nega, è in evidente imbarazzo. I militari verificano che i tre si conoscono davvero e si fanno condurre a casa dello spin doctor di Matteo Salvini. Qui procedono alla perquisizione e trovano tracce di cocaina. Con P.R. che indica loro anche uno dei posti in cui Morisi la nascondeva: un libro con una copertina verde, dove c'è una bustina con 0,31 grammi di polvere bianca. Morisi è furioso. Sostiene che la boccetta non sia la sua, si rifiuta di firmare il verbale di perquisizione. I carabinieri denunciano sia Morisi sia P.R. . E la Procura apre un fascicolo, in attesa dell'esito delle analisi sul liquido. Attraverso il suo legale, Fabio Pinelli, Morisi ha già ribadito che la droga dello stupro non era sua e si è detto pronto a essere interrogato. Di chi era? «Di Morisi», dice P.R. «Certo non la mia», risponde Alexander, il terzo uomo. Risponde alla videochiamata di Repubblica mentre è sdraiato sul letto. «Questa è una storia che non vi riguarda», sbuffa, prima di riattaccare. «Sono affari nostri: già state rovinando la vita del mio amico, non dovete rovinare anche la mia. Io non ne voglio sapere nulla, non ho fatto niente, non abbiamo fatto niente». In realtà i nomi di Alexander e P.R. in certi ambienti dicono qualcosa. Sia a Roma, dove hanno vissuto per molto tempo, sia a Milano. Sono due escort conosciuti, che spesso si muovono in coppia. E sono conosciuti anche per una particolarità: «A un certo punto delle serate chiedono più soldi di quelli pattuiti, e se ti rifiuti ti minacciano di chiamare la polizia, o comunque di rovinarti pubblicamente». È quello che potrebbe essere accaduto anche nell'appartamento di Morisi - due piani, nella mansarda un'enorme vasca idromassaggio al centro della stanza - anche se P.R. smentisce decisamente. «Sono stato malissimo, ho pensato di morire », continua a dire. «Ho le prove, i certificati medici, le chat, gli screenshot che documentano tutto quello che ho detto: da quella giornata sono un'altra persona». Agli atti dell'inchiesta, effettivamente c'è il referto medico di una visita al pronto soccorso, più diversi documenti nella disponibilità del suo legale, Veronica dal Bosco».

Sui sospetti e le congetture, dopo le dichiarazioni dei romeni coinvolti, interviene Maurizio Belpietro sulla Verità. Secondo il direttore potrebbe essere stata preparata una trappola per Morisi.

«Luca Morisi è - anzi era - un collaboratore di Matteo Salvini, che pur senza sedere in Parlamento e neppure a Palazzo Chigi alimentava la macchina dell'informazione della Lega. Fino all'altro ieri era considerato un genio e da ieri è ritenuto sempre un genio ma del male. A Belfiore, paesotto veronese adagiato sulla sponda dell'Adige che in origine pare si chiamasse Porcile, pare facesse festini a base di droga, escort e pure immigrati. Il peggio del peggio per uno che milita in un partito tutto patria e famiglia. E così visto il caso, gli indignati speciali, quelli che la privacy va bene ma solo se nei guai ci finisce uno dei nostri, se invece è quella di Morisi si può passare ai raggi X, ci hanno inzuppato il biscotto. Mentre prima ficcare il naso fra le lenzuola, e anche svelare che un attore era morto per overdose (ricordate il caso Libero De Rienzo?), era ritenuto sconveniente e vomitevole, adesso è diventato interessante e profittevole, soprattutto se c'è aria di elezioni e di mezzo c'è l'avversario politico. Il fatto in sé è stato definito banale dal procuratore della Repubblica, ma si capisce che gli aspetti a luci rosse - con il gigolò fatto arrivare apposta dalla Romania - ingolosiscono, al punto che perfino coloro che fino a ieri si strappavano le vesti se si ironizzava sui gay o se ne scandagliava la vita privata adesso vanno in sollucchero per i dettagli sulla camera da letto di Morisi. Ciò detto, e segnalata l'ipocrisia di chi vuole mettere il bavaglio ma solo ai fatti che non gli piacciono (Alessandro Zan, firmatario del disegno di legge sull'omotransfobia, poco c'è mancato che facesse nomi e cognomi dei parlamentari gay di centrodestra, alla faccia del divieto di parlare di tendenze sessuali), ci sono alcune domande che da ieri ci frullano in testa e riguardano i contorni poco chiari della faccenda. In principio si era detto che i carabinieri avevano fermato una macchina e perquisita la vettura vi avevano trovato della droga e da qui erano arrivati a suonare il campanello di casa Morisi. Ora però si scopre che a chiamare le forze dell'ordine è stato uno dei giovanotti che partecipava al festino, il quale avendo fatto indigestione di stupefacenti non si è rivolto all'ospedale ma alla caserma. Se c'è una cosa che chi si prostituisce evita di fare, a maggior ragione se è in un Paese straniero, è una telefonata agli agenti e tantomeno agitare le acque, perché gli amorazzi clandestini richiedono discrezione. Come mai allora il gigolò romeno al posto dell'ambulanza fa intervenire una gazzella dell'Arma? «Mi sono sentito male perché mi hanno fatto prendere della droga», ha spiegato il giovanotto concedendo interviste a destra e a manca quasi fosse in attesa di essere ingaggiato da un talent show. Può essere, ma possibile che dopo la chiamata al 112 Morisi sia rimasto impassibile ad aspettare, attendendo con comodo che la pattuglia intervenisse e poi perquisisse l'appartamento trovandovi due grammi di cocaina? Aggiungo di più. Su Dagospia, sito solitamente ben informato, un frequentatore delle notti milanesi e conoscitore dell'ambiente gaio ieri scriveva che i ragazzi di vita romeni sono soliti portarsi a presso il carburante per rendere la serata più vivace. Cioè gli appuntamenti sarebbero comprensivi di sostanze e per questo arriverebbero a costare anche 4.000 euro. Ora, noi di questo genere di incontri al buio non siamo esperti e dunque non sapremmo dire come funzionino, ma di certo il racconto della presunta vittima di Morisi ci pare zoppicare un po', al punto che perfino i cronisti più elettrizzati dall'intreccio di droga, sesso e politica cominciano a farsi domande e a manifestare qualche dubbio. Al di là delle questioni che riguardano l'inventore della Bestia leghista, le sue frequentazioni, i suoi amori a pagamento e quelle che lui ha definito «fragilità esistenziali», con cui lui prima di tutto e poi il suo partito dovranno fare i conti, resta una domanda: ma non è che l'allegra serata di Belfiore in realtà fosse un'allegra e bella trappola?».

CAMPAGNA ELETTORALE, TENSIONE NEL CENTRO DESTRA

Neanche ieri c’è stata la “photo opportunity” col candidato di centro destra a Milano, Luca Bernardo, in cui fossero insieme Salvini e Meloni. La seconda è arrivata in ritardo e il primo non l’ha aspettata. Per Repubblica il centrodestra è in crisi di nervi. Lo scrivono Emanuele Lauria e Matteo Pucciarelli.

«Per il centrodestra è stata una campagna elettorale cominciata male e che si sta chiudendo così, piena di tossine e coi nervi a fior di pelle. Pesa la competizione interna tra partiti, la difficile coabitazione tra forze di governo e di opposizione e la scelta di candidati che non si sono rivelati all'altezza. Basta vedere cosa è accaduto a Milano: alla presentazione pubblica di Luca Bernardo, a metà luglio, Giorgia Meloni non si presentò in plateale polemica contro la Lega e Forza Italia che avevano lasciato fuori Fratelli d'Italia dalle nomine Rai; alla chiusura di campagna elettorale, ieri, di nuovo Meloni e Matteo Salvini non si sono incrociati e quindi niente photo opportunity con tutti i leader nazionali per l'avversario di Beppe Sala. Stavolta è successo per colpa degli imprevisti, un aereo in ritardo per lei e un treno invece in perfetto orario per lui. Ma la stizza pubblica del leader della Lega («eh vabbè però ho già spostato due appuntamenti...») poco prima di lasciare la sala conferenze dell'hotel è stata evidente a tutti, con Ignazio La Russa nelle vesti di portatore di pace tra i due ma senza risultato. «Nulla, Matteo se n'è andato, non ha ascoltato nessuno, nemmeno il candidato sindaco, che ti devo dire...», il suo sfogo al telefono con la collega di partito Daniela Santanché. «È una vergogna», l'ulteriore commento tra due parlamentari di Fdi. «Qui organizziamo tutto noi e poi arrivano loro e fanno i fenomeni », la replica di un leghista lombardo alto in grado. Poi certo, dal palco tutti lì a ribadire l'unità della coalizione, «i veri avversari sono a sinistra e non qui» per dirla con Salvini, «cercano sempre di metterci contro» per dirla con Meloni. Ma il clima è tutt' altro che idilliaco e al di là di chi vincerà le elezioni a Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna, a destra tutti andranno a vedere chi ha preso più voti tra Lega e Fdi. Perché la sfida per la leadership della coalizione passa proprio, e anche, da questo risultato. Oggi l'ultima tappa sarà la reunion fra Salvini e Meloni a Spinaceto, periferia romana, a uso e consumo dei giornalisti. Ma la strada che ha portato il centrodestra al voto di domenica e lunedì è costellata di autentici autogol. Per prima cosa si è arrivati alle candidature con settimane di rinvii, tavoli saltati e accuse reciproche su chi fosse di volta in volta a tirare il bidone. Per restare su Milano, Bernardo che viene travolto dalle polemiche per il possesso di una pistola portata pure in ospedale e poi si lamenta con i partiti di non aver versato quanto pattuito per la campagna elettorale, audio poi reso pubblico proprio da Repubblica . Nella Capitale, Enrico Michetti che si perde nelle dissertazioni sull'antica Roma ed evita i confronti con tutti gli altri candidati. A Napoli, la Lega che non riesce a presentare la propria lista per questioni burocratiche e resta fuori dalla sfida. Nel mezzo: la Lega che fa campagna acquisti in Lombardia scippando personale politico a Forza Italia come reazione all'addio dell'eurodeputata no vax Francesca Donato e fa saltare il progetto di federazione; il potente ministro leghista per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti che alla Stampa boccia senza appello proprio Michetti e loda invece la candidatura di Carlo Calenda; Silvio Berlusconi che sullo stesso giornale due giorni fa liquida come inverosimile l'ipotesi di Salvini o Meloni premier (e poi smentisce). E ancora: l'atteggiamento ondivago di Salvini su vaccini e Green Pass che indispettisce l'ala governista del partito, i suoi attacchi senza effetto alla ministra degli Interni Luciana Lamorgese e buon ultimo il caso Luca Morisi, che rischia di minare la credibilità del segretario. La strategia di Salvini, in queste ultime ore di rincorsa elettorale, è quella un tempo cara a Berlusconi: proclamarsi bersaglio di un attacco concentrico per capitalizzare la solidarietà degli elettori. «Se pensano di intimorirmi hanno sbagliato», le sue parole ieri rispetto alla faccenda che riguarda l'ex capo della comunicazione social, facendo intendere un complotto nei suoi confronti. E Giorgia Meloni ieri sera ha dichiarato: «Sono fatti del 14 agosto e si vota fra una settimana, è normale questo tempismo?». Quello di Salvini è un modo per compattare le truppe, evocare un oscuro nemico per rafforzarsi. Non è detto che l'operazione stavolta riesca. Nonostante per i sondaggi il centrodestra sia ampia maggioranza nel Paese, tre degli uomini guida della coalizione scelgono la Calabria per chiudere la campagna: Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. L'unico luogo dove la vittoria non sembra in discussione, grazie (anche) alle divisioni della sinistra».

A SINISTRA L’INCOGNITA È CARLO CALENDA

A Spinaceto, quartiere periferico della Capitale, oggi saranno insieme Meloni e Salvini. Ma proprio a Roma si gioca una partita importante che riguarda soprattutto il Pd: quella su Carlo Calenda. Lo dicono i sondaggi dell’ultima ora (la cui diffusione è proibita) e lo testimoniano gli attacchi al candidato sindaco indipendente. Salvatore Merlo sulla prima pagina del Foglio.

«Fascista, leghista, amico di Salvini, traditore. Più lo aggrediscono, più lui si ingrossa. Quanto più cercano di mascariarlo, tanto più invece la sensazione è che sia la loro maschera a colare giù: sotto il cerone dell'aggressività ecco forse il volto della paura. E infatti Carlo Calenda, da qualche giorno, queste dichiarazioni ringhianti dei dirigenti del Pd che gli urlano "a fascio!" le colleziona come fossero francobolli, le espone pubblicamente sulla sua bacheca di Instagram, se ne bea su Twitter come fossero medaglie, i suoi Nastri d'argento, i suoi Leoni d'oro, i suoi Oscar elettorali che valgono più di mille sondaggi. La prova, anzi la conferma, chissà, d'essere un pericolo, il candidato riformista che a Roma può andare al ballottaggio spintonando fuori il Pd e Roberto Gualtieri. E allora Francesco Boccia lo ribattezza "leader dei salotti e ladro di seggi". E lui lo pubblica. Andrea Orlando lo denuncia "candidato della destra e della Lega". E lui si frega le mani. Valeria Fedeli conferma che "vuole portare Roma a Salvini". E lui la aggiunge alla collezione. Bettini infine assicura che il suo "è l'ultimo rantolo". E lui lo ringrazia. Più lo attaccano più diventa forte, come Hulk con i raggi gamma. Più gli sparano, più lui se ne nutre. Quasi Braccio di Ferro con gli spinaci. Un altro po' di Cirinnà, per favore. Ancora una porzione di Orlando. Datemi un sorso di Boccia. Un'altra sparata di Bettini: fate fuoco, che mi piace. Così, mentre quelli sono impegnati nelle mitragliate, mentre mettono in chiaro che il nemico non è certo l'improbabile Enrico Michetti, mentre in pratica lo pubblicizzano gratuitamente anche agli occhi di quegli elettori di centrodestra che magari non lo conoscevano nemmeno ("ah, se Calenda sta sulle scatole alla Cirinnà quasi quasi lo voto") ecco che si compie un altro miracolo alla rovescia - abracadabra - ed ecco infatti sparire dalle loro stesse parole il candidato che pure i dirigenti del Pd dovrebbero sostenere ricordandone quantomeno i meriti: Gualtieri. Scalmanati come sono, neppure capiscono di annullare il loro uomo. Gualtieri chi? Boh. Posato, tralasciato, ignorato, conta solo Calenda, e non lui che pure fu il ministro che ottenne il Pnrr e che ben gestì l'economia in un momento difficile per l'italia. Finisce nel sottoscala, il bravo Gualtieri. Immeritatamente trasformato dai suoi stessi compagni in un funzionario senza nome, "il nostro", confuso e indistinguibile, il puzzle tipicamente italiano del generico, dell'imprecisabile, un profilo che non ha identità, quasi senza naso e senza bocca, una parentesi graffa come il ritratto stilizzato con cui Hitchcock presentava i suoi film alla televisione. Non una persona, ma una casella. Ovviamente occupata dal Pd. Insomma nemmeno Calenda nei suoi sogni più dolci avrebbe mai immaginato che lui un giorno, leader di un partito fin qui mai misuratosi alle elezioni, sarebbe stato elevato a nemico epocale dal più grande partito della sinistra italiana, dal partito del socialismo europeo, dal partito che da tre anni regge i destini di tutti i governi. Lo trattano come i no global trattavano le multinazionali, come gli indiani metropolitani trattavano l'amerika, come i comunisti trattavano Craxi quando persino nelle vignette diventava prepotente e muscolo flettente, in sostanza: Mussolini. E ovviamente più fanno così, più lo rendono leader, e rivelano il pericolo che rappresenta per la loro stessa sopravvivenza».

IL CAV SCARICA MELONI E SALVINI?

Ugo Magri sulla Stampa torna sulla “voce dal sen fuggita” di Silvio Berlusconi, che ha detto al direttore Giannini, di non vedere affatto Meloni o Salvini a Palazzo Chigi. Ma anche sulle dichiarazioni di Giorgetti, che ha lanciato Draghi al Quirinale.

«Due scaltri “comunisti” vanno insinuando in giro che questa destra ideologica, estremista, sovreccitata non è pronta a governare; se arrivasse al potere con gli attuali leader rischieremmo un frontale con la realtà; per cui meglio tenerci stretti Mario Draghi, possibilmente «forever». Il primo subdolo “denigratore” si chiama, sorpresa, Giancarlo Giorgetti: ministro dello Sviluppo economico e figura autorevole della Lega, quella che non rinnega le proprie ascendenze bossiane e mantiene ferma la rotta a Nord. Ha dichiarato domenica a La Stampa che vedrebbe bene Draghi sul Colle; però non a tagliare nastri né a ricevere scolaresche bensì come Charles de Gaulle, dunque da presidente che regna e governa nello stesso tempo. Una polizza assicurativa per l’Italia. Un “tutor” per Matteo Salvini o per Giorgia Meloni che, lascia intuire il ragionamento, non hanno la stessa esperienza, il medesimo “standing” internazionale, e se dovessero vincere andrebbero aiutati. L’altro subdolo avversario della destra si chiama nientemeno Silvio Berlusconi; anche lui su La Stampa ha manifestato dubbi che, a chi lo frequenta, sono quasi venuti a noia per quante volte l’ex premier li esprime privatamente. Il Cav va ben oltre Giorgetti: trema all’idea che Meloni o Salvini possano sedersi al volante dell’Italia, «non scherziamo» si mette idealmente le mani nei capelli. Ironia della sorte, proprio Berlusconi ai suoi tempi era stato bollato come «unfit» a governare, cioè inadatto, incapace (celebre una copertina del britannico The Economist nel 2001, per non parlare delle umilianti risatine tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy dieci anni più tardi); giusta o sbagliata che fosse quell’etichetta di impresentabile, adesso è lui, leader tra i più longevi nella storia repubblicana, a giudicare «unfit» la classe dirigente del centrodestra attuale augurando lunga vita al governo Draghi. Entra dunque in scena un tema politico con cui Salvini e Meloni forse speravano di non doversi mai confrontare perché scomodo e ingombrante. Riguarda non la legittimità di un loro eventuale trionfo alle urne (è sempre il popolo che decide, libero e sovrano). Tocca semmai il loro grado di competenza. La cultura politica che si portano dietro. La capacità o meno di guidare un Paese; di sapersi assumere certe responsabilità; di rapportarsi con l’Europa che conta; di padroneggiare i conti pubblici; di rassicurare i mercati, domare lo spread, sventare gli agguati speculativi e vincere i pregiudizi che questa destra orgogliosamente alimenta sul proprio conto. Mesi di feroce competizione hanno portato Giorgia e Matteo a contendersi schegge di società sempre più esigue, porzioni di elettorato sempre più marginali. Campagne di dileggio contro la ministra Luciana Lamorgese, nel nome di un’emergenza migranti che non è in cima alle priorità della gente; per intestarsi il gradimento no vax, al massimo il 20 per cento, hanno perso di vista l’80 che il Green Pass lo vuole eccome. C’è una mucca, direbbe Bersani, nel corridoio del centrodestra. Impossibile da ignorare soprattutto quando una fetta del centrodestra, quella meno ideologica e più pragmatica, sceglie il campione ideale nella persona di Draghi, simbolo di una certa idea moderata dell’Italia e dell’Europa. Per Giorgetti, SuperMario è «un vero fuoriclasse», l’unico di cui disponiamo; Berlusconi si fa vanto di averne indicato il nome per la presidenza della Bce. Diciamola tutta: tempo fa non avrebbero osato. Sarebbero rimasti allineati e coperti in attesa della vittoria elettorale, prima giudicata inevitabile ma forse adesso non più. Se questo disagio sta venendo a galla, tra l’altro proprio alla vigilia del voto nei Comuni, ciò significa che la deriva sovranista e populista non promette nulla di buono al Paese; al centro-destra nemmeno».

SCUOLA, IPOTESI QUARANTENA BREVE

Una volta primo ottobre significava primo giorno di scuola. Ora le scuole sono aperte da tre settimane almeno, e già si pensa ad una quarantena breve per i vaccinati. Il punto sul Corriere di Adriana Logroscino.

«Il calo costante dei casi - ieri 3.804 nuovi contagiati e 51 morti in Italia - e l'alto numero di vaccinati (78,6% degli over 12) fanno tirare un sospiro di sollievo generale e rianimano le pressioni di chi chiede un allentamento delle misure restrittive. Due le macroquestioni sul tavolo del governo: da un lato la piena capienza di teatri, cinema, impianti e stadi (tema che il ministro Speranza assicura sarà affrontato dal Consiglio dei ministri la prossima settimana), dall'altro una quarantena più breve in caso di contagi a scuola. Sul punto, ridurre cioè dagli attuali sette giorni a cinque o anche a meno, la quarantena dei compagni di classe di uno studente risultato positivo, è in corso un confronto tra Regioni, ministeri di Salute e Istruzione, Istituto superiore di sanità e Cts. La proposta di rimodulare la misura precauzionale ha il sostanziale parere favorevole dei tecnici. Alcune Regioni premono perché alla quarantena si rinunci del tutto, in caso che a esservi sottoposti fossero studenti vaccinati. Ma la decisione non è stata ancora presa e una nuova riunione è fissata per oggi. A confidare in un provvedimento che non risulta ancora in agenda, poi, sono i gestori delle discoteche. Le prese di posizione, favorevoli alla riapertura, della ministra Gelmini e del sottosegretario alla Salute, Sileri, rinvigoriscono la richiesta della categoria che venga fissata subito una data certa in cui si potrà tornare a ballare. Dice Sileri: «Con l'introduzione del Green pass il freno a mano sulle discoteche può essere tolto. Aspetterei i dati dei primi di ottobre». Incassa e sprona Maurizio Pasca, presidente del Silb-Fipe. «L'evoluzione della campagna vaccinale e il Green pass consentono di compiere quel passo in avanti che aspettiamo da venti mesi».

RIFORMA DEL FISCO, SI USA IL TESORETTO

La prossima settimana, ad elezioni avvenute, si dovrebbe procedere alla riforma del Fisco. Sul Sole 24 Ore ne parlano Rogari e Trovati.

«La riforma fiscale prova a prenotare quasi la metà dei 22 miliardi offerti alla legge di bilancio dall'effetto-crescita. In lista premono poi gli interventi per estendere gli ammortizzatori sociali e il welfare dopo la fase emergenziale, i nuovi fondi per il rafforzamento del sistema sanitario e gli incentivi agli investimenti privati. Fissata nella Nota di aggiornamento al Def approvata mercoledì la cornice della manovra, ora il governo deve passare ai numeri. Finora il lavorio, intenso, si è sviluppato solo sul piano tecnico: perché il confronto politico fra le agende, molto diverse, dei partiti che compongono la maggioranza entrerà nel vivo solo la prossima settimana, una volta archiviato il primo turno delle amministrative in oltre 1.300 Comuni. Su tutto l'impianto pesa una grossa incognita: legata alle pensioni, che con il 31 dicembre vedono tramontare Quota 100 prospettando uno scalone che ha bisogno di fondi per essere smussato. Il criterio con cui saranno selezionate le priorità è stato chiarito in modo esplicito dal premier Mario Draghi: sì alle misure che alimentino una crescita «equa, sostenibile e duratura», no agli interventi che non rispondono a questo requisito. La chiave pro-crescita, nelle intenzioni espresse da Governo e Parlamento, sarà il centro della riforma fiscale. Che la prossima settimana partirà ufficialmente con il passaggio in consiglio dei ministri della legge delega. Ma che, sul piano dell'attuazione, potrebbe essere anticipata in modo sostanzioso dalla manovra. Proprio grazie agli spazi prodotti dall'effetto-Pil al 6%. Un aiuto che rende meno urgente la caccia ai fondi attraverso il riordino delle tax expenditures, compito che infatti sarà affidato alla delega come spiega il Rapporto sul tema allegato alla Nadef. La Nadef indica chiaramente la priorità assegnata dal governo al taglio al cuneo fiscale quando parla di «prima fase della riforma dell'Irpef» (pagina 54). Fin qui la casella della riforma aveva a disposizione per il prossimo anno solo 2,3 miliardi, quelli del fondo creato dalla manovra 2020 e non ipotecati dalla messa a regime dell'assegno unico. Una cifra, questa, del tutto insufficiente per intervenire in maniera sensibile sull'Irpef, e in particolare sul carico riservato ai redditi medi dal salto di aliquota del 38%. Proprio per questo le prime attenzioni del governo si erano concentrate sull'ipotesi di cancellare il contributo Cuaf (Cassa unica assegni famigliari), che costa due miliardi ed è a carico dei datori. Il margine aperto dall'effetto-Pil potrebbe però aggiungere le risorse necessarie per partire subito con l'Irpef e stimate finora in almeno 7-9 miliardi. In un gioco in cui potrebbero rientrare anche i 4,357 miliardi del fondo, per ora «potenziale», alimentato dai risultati della lotta all'evasione. L'ossigeno della crescita è vitale anche per mettere mano davvero alla riforma degli ammortizzatori sociali, fin qui discussa solo tra ministero del Lavoro e sindacati ma senza certezze sulle risorse. A questo capitolo, che comprenderebbe fra gli altri interventi anche il rifinanziamento della Naspi, potrebbero finire secondo i primi calcoli almeno 5 miliardi, a cui si aggiungerebbero i fondi liberati dal cashback (fino a 3 miliardi se il meccanismo fosse accantonato definitivamente). L'uscita dalla crisi, che nello scenario della Nadef non contempla nuove restrizioni all'economia, richiede però un rafforzamento dei fondi alla sanità, anche per l'acquisto delle ulteriori tornate di vaccini. Mentre il pubblico impiego si attende dalla legge di bilancio il finanziamento alla riforma degli ordinamenti professionali, promesso dal Patto di Palazzo Chigi e al centro delle trattative con i sindacati, oltre ai fondi di partenza per i contratti 2022-24».

EXPO A ROMA 2030. PARLA RUTELLI

Intervista al Messaggero dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli, che dice la sua sulla candidatura della Capitale all’Expo 2030. Mario Ajello.

«Francesco Rutelli, che cosa significherebbe per Roma aggiudicarsi l'Expo 2030? «Sicuramente un'opportunità formidabile. Dipende ovviamente da quale sarà il programma definito e approvato, dalle risorse in campo e dal grado di convergenza nazionale e non solo interno alla Capitale». Roma attirerebbe 45 miliardi di euro. Una cifra consistente, no? «Aspetterei a quantificare. C'è bisogno di verifiche finanziarie molto serie. Il punto per me è il seguente: come immaginiamo Roma tra 10 anni. Il 2030 in realtà è una data vicina. Anche perché ha una tappa intermedia: il Giubileo del 2025. Sarebbe assurdo prevedere investimenti per il 2025 e per il 2030 scoordinati tra di loro e al di fuori di una programmazione urbanistica, infrastrutturale, dei servizi, della digitalizzazione, indipendente dalla vita quotidiana dei romani». L'Expo dovrà essere il punto cruciale del nuovo sindaco? «Sì, proprio così. Sarà inevitabilmente lui o lei che nei prossimi 5 anni dovrà mettere prima su carta e poi a terra che cosa sarà la Roma 2030, Giubileo e auspicata Expo inclusi». Serve una cabina di regia per i grandi eventi? «Intanto siamo in ritardo sull'Anno Santo che si aprirà la notte di Natale del 2024. Quanto alla cabina di regia, è una scelta necessaria e il tutto ha bisogno di un impegno continuativo del governo centrale. Occorre cioè che anche dopo si lavori in continuità con la scelta del governo Draghi di candidare Roma all'Expo. Occorre la certezza di un impegno condiviso da tutto lo schieramento politico-parlamentare». Che tipo di Expo lei crede opportuna per Roma? «I grandi eventi possono essere trasformativi di una città oppure portare interventi di riorganizzazione e di miglioramento diffuso. Nella prima categoria rientrano ad esempio i due eventi spagnoli, Olimpiadi a Barcellona 90 e Expo a Siviglia 92, che hanno reinventato la città moderna in quel Paese dopo il buio del franchismo. L'altro modello è quello del Giubileo del 2000 per cui, mentre si costruivano grandi opere con fondi ordinari, come l'Auditorium, abbiamo attivato e canalizzato per Roma oltre alle risorse per l'Anno Santo (oggi sarebbero 800 milioni di euro, non tanti) quelle di tutte le altre amministrazioni: Anas, Ferrovie, Autostrade, Soprintendenze e via dicendo. Gli interventi cittadini furono quasi tutti per la mobilità, la manutenzione urbana, i servizi diffusi». Quale dei due modelli per Roma 2030? «Mentre il Giubileo 2025 richiederà di nuovo il modello di riorganizzazione e di manutenzione, l'Expo avrà bisogno di architetture, infrastrutture, e tecnologie sostenibili».

ITALIANI GENEROSI, MA CONCENTRATI SULLA SANITÀ

Avvenire dà notizia del rapporto dell'Istituto Italiano della Donazione sulle nuove abitudini degli italiani. La pandemia ha fatto leggermente aumentare i donatori, i fondi però si concentrano verso Protezione civile e settore sanitario. E tutto il sociale finisce in sofferenza. Francesco Riccardi

«Non è mancata la generosità degli italiani lo scorso anno. Ma la pandemia ha accresciuto solo leggermente la percentuale di cittadini che hanno effettuato donazioni a un'associazione. Con l'emergenza sanitaria che ha fatalmente monopolizzato le destinazioni dei doni verso la Protezione civile e le strutture sanitarie, mettendo in difficoltà la raccolta fondi di buona parte delle organizzazioni non profit. E ciò proprio nel momento in cui alle associazioni era richiesto un maggiore impegno per rispondere alle esigenze della nostra comunità. Suscitando così nuovi interrogativi sul ruolo dell'intervento pubblico e di quello sociale che rischia di restarne schiacciato. È questo, sinteticamente, il quadro che emerge dal rapporto annuale 'Noi doniamo', che verrà presentato questa mattina al Cnel dall'Istituto Italiano della Donazione (IID) in occasione del Giorno del Dono fissato al 4 ottobre. Il rapporto indaga le tre principali tipologie di dono: la donazione di capacità e tempo, cioè le attività di volontariato, la donazione economica e quella biologica, come il sangue e gli organi. L'IID per stilare il rapporto usa diverse fonti: dall'indagine sulle raccolte fondi condotta con la rete dei Centri di servizio per il volontariato alle ricerche di BVA Doxa su un campione di 2mila persone, oltre alle statistiche dell'Istat e all'Italy giving report di Vita non profit magazine. Aprendo così uno squarcio approfondito sui comportamenti solidali degli italiani e sulle possibilità del mondo associativo di finanziare le proprie attività a beneficio della comunità. Il primo dato che colpisce riguarda il grande insieme dei cosiddetti 'donatori informali', coloro che offrono denaro direttamente senza passare da un'associazione - come avviene per l'elemosina in strada o le offerte raccolte durante le Messe - che sono crollati dal 41% del 2019 al 33% dello scorso anno. Come è facilmente intuibile hanno pesato i mesi di lockdown, nei quali non era possibile neppure la partecipazione alle funzioni religiose, tuttavia se si considera che nell'anno precedente alla pandemia si era già registrato un calo di 5 punti si ha l'idea di una tendenza negativa che purtroppo va consolidandosi. Si registra invece la crescita dei cittadini che effettuano donazioni alle associazioni. Si tratta di una netta minoranza, ma nel 2020 questa 'fettina' di popolazione è aumentata dal 13,4 al 14,5% degli italiani, per un importo medio di 80 euro. Bene dunque, se non fosse che, come anticipavamo, le donazioni sono state indirizzate in misura decisamente prevalente ver- so le strutture sanitarie e di Protezione civile. Come è accaduto in occasione di terremoti o altri eventi eccezionali, infatti, la pandemia ha catalizzato l'attenzione dei donatori, lasciando piuttosto a secco gli altri settori d'impegno sociale. L'indagine dell'Istituto Italiano della Donazione registra così un calo inedito rispetto alle precedenti edizioni: la raccolta fondi diminuisce per il 54,5% delle organizzazioni non profit, è invariata per il 20,5% e in aumento per il 25%. In netto calo anche la raccolta da aziende (diminuita per il 36,4% e invariata per il 58%) e quella da privati cittadini (diminuita per il 45,5% e invariata per il 37,5%), mentre dalle Fondazioni erogative è aumentata per il 26,1% delle onp e diminuita solo per il 14,8%. Anche le prime proiezioni sull'anno in corso confermano il trend negativo: il 43% delle organizzazioni stima di chiudere il 2021 con una diminuzione delle entrate moderata o consistente. Non è andata meglio sugli altri due fronti. Quello del volontariato che, a causa dei lockdown e delle norme di distanziamento fisico, hanno potuto dedicare minor tempo ed energie alle diverse cause. (…) Valerio Melandri, esperto di economia del Terzo settore, mette in guardia infine anche da un altro rischio, quello derivante dall'aumento delle raccolte promosse da singoli personaggi, non più solo semplici testimonial di associazioni. Al di là delle cause specifiche, infatti, «così facendo si finisce per promuovere una disintermediazione del sociale che alla lunga significa perdita di competenze, di impegno e di libertà nelle scelte delle cause su cui impegnare la società ». Il rischio, condensa il concetto Melandri, è quello di arrivare all'«oligarchia degli influencer».

DRAGHI INCONTRA GRETA E I GIOVANI PER IL CLIMA

Il presidente del Consiglio è andato a Milano per l’incontro Youth4Climate. La cronaca di Tommaso Ciriaco su Repubblica.

«Cancello numero dodici dell'ex fiera di Milano. Un ragazzino con uno strano cappello verde da elfo afferra l'ultima ciocca bionda di Greta: la treccia dell'ambientalista più famosa del mondo è pronta. Gli amici la circondano, la proteggono. Lei è sfinita. Ha appena incontrato Mario Draghi, che le ha promesso che farà di tutto per imporre ai G20 il limite di un grado e mezzo di surriscaldamento globale. Seduta a terra, Vanessa Nakate osserva l'attivista svedese. C'era anche lei, che viene dall'Uganda, a colloquio con il premier. «Come è andata? Emh». Muove le mani a pendolo, «Così, così». La sintesi migliore è di Martina Comparelli, la terza della delegazione. «Il presidente del Consiglio diceva anche cose giuste, ma ha detto quello che diciamo noi! Bisogna agire, altrimenti a cosa serve? L'Italia cosa intende fare, adesso, domani, non tra un mese? L'emergenza Covid è stata affrontata in dieci giorni. Sei l'uomo del whatever it takes , applicalo anche al clima». Sembra il mondo alla rovescia, questa "Youth4Climate" che precede la Cop26 di Glasgow di novembre. Il linguaggio dell'ex presidente della Bce, i suoi progetti e le sue paure ricalcano quelli dei giovani che scioperano contro i gas serra. Ponti un tempo impensabili, convergenze radicali. Come quando Draghi e Boris Johnson ammettono dal palco che finora i grandi - per anagrafe, non soltanto nel senso dei colossi del G20 - hanno sbagliato molto, troppo. «Avete tutto il diritto di essere arrabbiati con i governanti - scandisce il premier britannico - Il futuro vi viene rubato davanti agli occhi. Pagate il prezzo di azioni senza scrupoli da parte di quelli venuti prima: foreste in fiamme, temporali tremendi, raccolti bruciati». Premesse e promesse dell'apocalisse climatico che verrà, che si può scongiurare solo «agendo adesso». È il mondo alla rovescia, appunto, ma che per cambiare pretende qualche compromesso e il sudore della mediazione. E dunque Draghi premette che sarà fatto «di più». Ma aggiunge che a volte bisogna avere la pazienza di sopportare le parole vuote dei potenti che tanto irritano Greta. «È vero, a volte questo "bla bla bla" è solo un modo per nascondere la nostra incapacità di compiere azioni. Ma quando si fanno trasformazioni così grandi, è necessario convincere le persone». Pensa alla fatica della transizione ecologica, al rischio di penalizzare l'Occidente "verde" rispetto all'Oriente che inquina. «La mia sensazione è però che i leader siano tutti convinti della necessità di agire presto». Il presidente del Consiglio lavora per salvare la Cop26 di Glasgow di novembre. In privato, ricorda alle attiviste che la fase è nuova, «c'è Biden e non più Trump». Tocca il nodo cinese, quello del costo del gas. Si impegna solennemente a raccogliere e spendere bene i 100 miliardi del fondo che i G20 destineranno nel quinquennio ai Paesi in via di sviluppo per produrre energia pulita. «Sì, ma quando abbandoniamo del tutto il carbone? E il gas, presidente?». «Il prima possibile - promette - L'Italia, poi, deve sapere che vento e sole sono la nostra forza». Il Recovery plan serve anche a questo, alle rinnovabili. «Potete starne certi: vi stiamo ascoltando». Anche Sergio Mattarella e il ministro Stefano Cingolani seguono il dibattito. La "generazione verde" consegna la piattaforma di proposte in vista del summit scozzese. Vogliono più coraggio e meno ipocrisia. «Avete ragione a chiedere un cambiamento - concede Draghi - Non stiamo mantenendo la promessa di limitare a un grado e mezzo il surriscaldamento». Eppure, a Greta confida che a Glasgow tenterà fino all'ultimo di portare tutti, anche i cinesi, anche gli indiani a impegnarsi per questo traguardo. Non tutto va liscio. Un gruppetto di manifestanti interrompe Draghi cantando " El pueblo unido jamas serà vencido ". Altri, fuori, provano a bloccare il traffico. Con le attiviste guidate da Greta, invece, è possibile che siano nuovi incontri. «È andata benissimo», giura alla fine il premier. «Aspettiamo i risultati del vertice in Scozia», rispondono caute le ambientaliste. Un mese per cambiare davvero».

GLI AFGHANI SVENDONO TUTTO

Dall’estero è ancora l’Afghanistan in primo piano. Impressionante reportage di Lorenzo Cremonesi da Kabul: al mercato si vende tutto pur di sopravvivere.

«Televisori, servizi di piatti, bicchieri, posate, arredi di ogni genere, vestiti, montagne di tappeti, stufe elettriche, ventilatori, condizionatori, biciclette, motorini, persino culle: gli afghani svendono le loro cose per cercare di sopravvivere. Occorre venire ai mercati cittadini per cogliere la gravità del collasso economico. Quello di Jadei Maiwan, nel centro della capitale, ha invaso le strade, i venditori sono più dei compratori. «L'offerta supera la domanda. Inevitabilmente, i prezzi sono in caduta libera. Chi ha contante può fare affari d'oro. Puoi comprare qualsiasi cosa a meno del venti per cento del suo prezzo in tempi normali», dice Zoaker Brahimi, un commerciante 28enne che sta acquistando da una famiglia del vicinato le poltrone e tavolini della sala del valore stimato di 40.000 afghani per circa 5.000. «Abbiamo bisogno di contanti per mangiare. Non ci sono alternative, se non svendere», spiegano loro. L'area è ingombra di set da salotto. I divani migliori sono stati coperti con fogli di plastica. Ma ci sono anche letti in legno pregiato, credenze, armadi. «Da due mesi sono senza salario. Mi sono sposato da poco, per fortuna non ho figli. Però devo mantenere anche i nostri anziani genitori. Vendo ciò che posso, nella speranza magari di emigrare appena se ne presenta l'opportunità», racconta Nader Khan, un trentenne neolaureato in medicina. Butta a terra un tappeto arrotolato: valore 16.000 afghani, ma non ne ricava più di 2.000. Nulla, se si pensa che per pranzare in modo decente nei ristoranti del centro occorrono almeno 1.000 afghani a testa. Nel mercatino di Wazir Akhbabar Khan, uno dei quartieri più benestanti, si ragiona in dollari, la merce è più preziosa. Ci sono mobili di lusso, vestiti pregiati: però la musica non cambia. «Avevano valutato il mio televisore nuovo per 350 dollari, ne ho presi 60. Speravo di ricavarne almeno 280 per il frigorifero americano, ho dovuto accontentarmi di 80», dice il 32enne Sultan Ahmad. Suo zio ha lavorato per le basi militari americane, è in possesso del visto di entrata negli Usa. Sultan vorrebbe partire con lui. Sono tutti aspetti dello stesso problema. Vende chi è rimasto senza lavoro, ha il conto in banca bloccato e cerca contanti. E in parallelo vendono tutti coloro che sperano di partire. A un mese e mezzo dalla vittoria militare talebana, l'Afghanistan vive una delle crisi più gravi della sua storia. L'economia è paralizzata. Le banche non danno oltre 200 dollari alla settimana ai propri correntisti. Quasi nessuno paga i salari. Gli oltre 9 miliardi di dollari delle riserve dello Stato sono congelati nelle banche americane, che impongono l'embargo. Le Nazioni Unite parlano di dramma incipiente. I talebani domandano non vengano chiusi i canali umanitari, chiedono all'Onu di essere ascoltati mentre l'aiuto economico è l'unica carta che la comunità internazionale può utilizzare per costringere alla moderazione il nuovo esecutivo di Kabul. Intanto il World Food Program segnala che ci sono già 14 milioni di persone (quasi la metà della popolazione) in «crisi alimentare», e 2 milioni in pericolo di vita. I profughi interni sono circa 600.000. «Voi media occidentali vi preoccupate delle donne, ma dovete sapere che qui per il cittadino medio il dramma maggiore è la sopravvivenza quotidiana», spiega un reporter locale della Reuters . Però negli ultimi anni molte lavoratrici erano diventate l'unico sostegno di famiglia e adesso l'ordine per loro di restare a casa incrementa il problema dell'indigenza. «Ogni transazione internazionale è paralizzata dal 15 agosto. Anche gli istituti di credito più sani sono a rischio fallimento. Noi e i nostri 700.000 correntisti non sappiamo che fare. I talebani non danno alcuna indicazione», si dispera Ahmad Shah Siddiqi della Afghanistan International Bank. L'intera classe afghana medio-alta rischia di essere spazzata via. I negozianti della Hares Plaza, la palazzina della «computer technology», non vedono un cliente da metà agosto. molti vorrebbero emigrare subito. «Viviamo nell'incertezza totale», dice il trent' enne Aharon Raufi, proprietario del Kabul Shop, che da cinque anni vende vestiti di taglio occidentale importati dalla Turchia. «Per i talebani io sono un nemico. Non mi uccideranno. Semplicemente non mi faranno più vendere la merce che ho nei magazzini. E dunque andrò in bancarotta».

GERMANIA, I VERDI FIDUCIOSI NELLA SVOLTA

Il nuovo governo tedesco. Paolo Valentino per il Corriere della Sera ha intervistato il portavoce dei Verdi che si dice fiducioso della collaborazione con Spd e liberali.

«Quattro anni fa le differenze tra noi e i liberali portarono alla rottura. Questa volta vogliamo evitarlo, cercando di capire preventivamente dove possiamo costruire dei ponti e individuare punti di compromesso. Ecco perché abbiamo lanciato questi colloqui, prima di un vero e proprio negoziato di governo. Nella passata legislatura, c'è stata molta diffidenza tra noi Verdi e la Fdp. Ora bisogna costruire nuova fiducia». Omid Nouripour è il successore di Joschka Fischer. Nel senso che nel 2006, quando l'ex ministro degli Esteri verde si ritirò dalla politica, subentrò al suo posto al Bundestag. Ma in un certo senso lo ha anche superato, perché domenica scorsa Nouripour è stato il primo verde a vincere un mandato diretto a Francoforte, dove Fischer era stato sempre eletto con il secondo voto, quello di lista proporzionale. Nato a Teheran 46 anni fa da genitori entrambi ingegneri aeronautici perseguitati dal regime, arrivato in Germania nel 1988, naturalizzato tedesco, musulmano, sposato con un figlio, Nouripour è il portavoce di politica estera dei Grünen. Ma nel tempo libero si esibisce come rapper col nome d'arte MC Omid. I programmi elettorali di Verdi e Fdp sono molto lontani, soprattutto in tema di tasse, agenda climatica e politica sociale. Come farete? «È vero. Ma il compromesso è l'essenza di una politica democratica. Senza, c'è solo paralisi o caos. Né noi, né la Fdp possiamo arroccarci su posizioni massimaliste. Troveremo soluzioni accettabili per entrambi». Ma cos' è irrinunciabile per voi? «La difesa del clima. Dobbiamo assolutamente centrare gli obiettivi posti dagli accordi di Parigi, il che significa rendere il prima possibile la Germania un Paese climaticamente neutrale, completare la svolta energetica per contribuire a fare di questo pianeta un luogo sostenibile per noi e per tutti». Annalena Baerbock ha detto che i Verdi preferiscono la coalizione semaforo, con Spd e Fdp sotto la guida di Scholz. Ma la Fdp tiene aperta anche l'ipotesi di un governo «Giamaica» con voi e la Cdu di Laschet. «Non c'è dubbio che noi siamo più vicini alla Spd e che i liberali lo sono più alla Cdu-Csu. Ma la Spd è il primo partito, Laschet è il grande sconfitto e l'Unione è lacerata e confusa sulla direzione da prendere. Una coalizione Giamaica non avrebbe alcuna credibilità». La vostra posizione favorevole a una maggiore integrazione e solidarietà finanziaria in Europa non sarà un ostacolo nel negoziato con i liberali? «Io posso dire questo: la coesione dell'Europa dev' essere la più alta priorità della politica tedesca. Ciò significa che occorre rinunciare a ogni egoismo nazionale, a differenza per esempio di quanto è accaduto sul Nord Stream 2 o sull'accordo commerciale con la Cina. L'Europa dev' essere inclusiva. Berlino deve cooperare strettamente con i grandi Paesi, la Francia in primis naturalmente, ma anche l'Italia, la Spagna, la Polonia. E dobbiamo imparare le lezioni della crisi dell'euro. Lo abbiamo fatto con la pandemia, ma non basta. Occorre più integrazione, in direzione di una vera e propria unione fiscale». E sul freno al bilancio, che voi volete abolire mentre liberali e Spd no, quanta flessibilità avete? «Tutti sanno e dicono che bisogna modernizzare il Paese e tornare a investire perché siamo in ritardo nelle infrastrutture, nella digitalizzazione, nei trasporti pubblici. Come si fa finanziare tutto questo con il freno di bilancio o con la riduzione delle tasse, che vogliono i liberali?» Avete avuto un grande risultato, ma la delusione è stata altrettanto grande. In primavera speravate addirittura in una cancelliera verde. Cos' è successo? «Volevamo di più, anche se il risultato è storico. Abbiamo commesso gravi errori nella gestione della campagna. Annalena era la giusta candidata e c'è stata una buona armonia con Habeck. Non è colpa loro. Analizzeremo questi errori». Forse non siete riusciti a togliervi di dosso l'immagine di partito dei divieti e dei limiti? «In parte è vero, per questo parlo di errori di gestione e comunicazione. Il nostro programma è molto più di limiti e divieti». E gli errori di Annalena Baerbock? «Anche Laschet ha fatto errori. Ora si tratta di capire come elaborarli e cercare di evitarli in futuro». È vero che in una coalizione di governo, il vicecancelliere sarà Robert Habeck e non Annalena Baerbock? «Non è un tema. Loro due come co-presidenti faranno una proposta e poi sarà tutto il partito a decidere». Come verranno ricordati i sedici anni della cancelliera Angela Merkel? «Una straordinaria capacità di gestire le crisi, ma una totale assenza di iniziative ambiziose. Angela Merkel ha protetto i tedeschi dal presente, ma purtroppo anche dal futuro».

L’EX PRESIDENTE SARKOZY CONDANNATO

Finanziamento illecito. L’ex presidente francese Sarkozy è stato ritenuto colpevole ed ora dovrà portare il braccialetto elettronico. La cronaca di Anais Ginori per Repubblica.

«Come potete pensare che mi occupi pure del costo delle bandiere dei comizi?». A giugno Nicolas Sarkozy si era battuto con la sua proverbiale energia davanti ai magistrati, sostenendo di aver ignorato la contabilità della sua campagna elettorale del 2012. Per tentare di essere rieletto all'Eliseo, l'allora campione della destra aveva organizzato grandi show all'americana, più di quarantaquattro comizi in pochi mesi, rispetto alla decina del rivale François Hollande, spendendo alla fine quasi il doppio del tetto legale consentito, anche grazie alla società Bygmalion al centro di un sistema di doppie fatture. «Dal momento in cui mi era stato detto che le cose erano in ordine - aveva risposto Sarkozy riferendosi ai suoi collaboratori non avevo motivo di preoccuparmi ». I giudici non gli hanno creduto e hanno condannato l'ex capo di Stato a un anno di detenzione per finanziamento illegale. «Sarkozy conosceva l'esistenza del tetto legale. Non era la sua prima campagna», è scritto nella sentenza. I giudici fanno poi riferimento ad alcuni documenti agli atti del processo secondo i quali il presidente-candidato era stato avvertito dal suo entourage, tra cui vari imputati pure giudicati colpevoli di frode e finanziamento illegale. Per Sarkozy la sentenza prevede una pena addirittura più alta di quella chiesta dal procuratore generale che portava l'accusa. L'unica concessione del tribunale è stata evitare l'umiliazione del carcere: è prevista infatti la possibilità di scontare la detenzione a casa con il braccialetto elettronico. La decisione di Sarkozy di fare appello dovrebbe sospendere per ora l'esecuzione della pena ma lo choc è forte nella destra francese, dove l'ex Presidente è ancora popolare, esercita nell'ombra una forte influenza. I vari candidati all'investitura dei Républicains hanno tutti mandato messaggi di solidarietà all'ex Presidente. «Lui sa che può contare su di me" ha commentato Xavier Bertrand, attualmente il favorito per rappresentare la destra. A marzo Sarkozy, 66 anni, era già stato condannato a tre anni di carcere, di cui due con la condizionale, per corruzione e traffico di influenza, primo presidente della Quinta Repubblica accusato di un reato così grave. Anche in quel caso - il tentativo di corruzione di un magistrato - l'ex Presidente ha fatto ricorso mentre è ancora aperta l'inchiesta sul presunto finanziamento che avrebbe ricevuto dal regime libico tra il 2005 e il 2006. Nei vari procedimenti Sarkozy, spesso accompagnato in aula dalla moglie Carla Bruni, ha continuato a dichiararsi innocente, presentandosi come vittima dell'accanimento di pm "politicizzati". Di certo non ha fatto nulla per essere amato dai magistrati, Quando era all'Eliseo li aveva chiamati «petit pois», pisellini, aggiungendo con sprezzo: «E hanno lo stesso gusto insipido».

BLINKEN SUL PROSSIMO G20 DI ROMA

La Stampa con Paolo Mastrolilli, inviato a Pittsburgh, ha intervistato Tony Blinken, ministro degli Esteri americano.

«Le tensioni fra Europa e Usa sono superate, e il G20 di Roma sarà l'occasione per affrontare insieme i problemi comuni con la Cina. Lo dice il segretario di Stato Blinken, rispondendo alle domande di due media americani e due europei, tra cui La Stampa, invitati a seguirlo a Pittsburgh per la prima riunione del Trade and Technology Council con i vicepresidenti della Commissione Ue Dombrovskis e Vestager. Le delusioni europee seguite al ritiro dall'Afghanistan e al caso dei sottomarini sono superate? «Negli ultimi due giorni abbiamo visto Usa e Ue lavorare strettamente insieme come non mai, affrontando sfide che hanno un effetto diretto sulle vite dei nostri cittadini. Lo abbiamo fatto con uno spirito non solo di cooperazione, ma mirato ad ottenere risultati concreti. Perciò ora abbiamo questo processo del Ttc, dove lavoriamo a livello di ministri, ma anche con dieci gruppi di lavoro che dialogano ogni settimana per fare progressi. Il punto fondamentale è questo: quando Usa e Ue uniscono le forze, su temi come commercio e tecnologia, abbiamo una straordinaria capacità di dare forma a quanto avverrà nel futuro, le regole, le norme, gli standard che decideranno come avverranno i commerci e come saranno usate le tecnologie. Quando hai quasi la metà del Pil mondiale che lavora a questo scopo, sulla base dei valori democratici condivisi, è una cosa molto potente. La dichiarazione che abbiamo pubblicato contiene diverse iniziative concrete, dall'intelligenza artificiale ai semiconduttori, il controllo delle esportazioni e degli investimenti, le pratiche distorte delle economie non di mercato. Ci incontreremo nuovamente il prossimo anno, ma i nostri team lavoreranno costantemente per arrivare a posizioni condivise, ed usare il nostro peso collettivo allo scopo di dare forma al futuro». Il G20 di Roma sarà l'occasione per chiarire le divergenze con la Cina? «Dal punto di vista degli Stati Uniti e dell'Europa, certamente siamo d'accordo su una serie di pratiche che la Cina usa nei commerci, che sono di natura strutturale, inclusi i sussidi alle aziende statali, i trasferimenti obbligatori di tecnologia, i furti della proprietà intellettuale, e varie altre distorsioni che non consentono di avere un terreno di gioco equo. Perciò certamente intendiamo affrontare Pechino su questi temi, e lo stesso vogliono fare i nostri partner europei. Quando lo facciamo insieme, penso che ci siano molte più possibilità di vederla cambiare alcune di queste pratiche. C'è un'importante agenda bilaterale fatta di commerci e investimenti con la Cina, che è importante per tutti noi e vogliamo sostenerla. Ma ciò va fatto in maniera equa, senza penalizzare i nostri lavoratori e le nostre compagnie».

SALGADO: NON LASCIAMO MORIRE L’AMAZZONIA

Avvenire rilancia un’ intervista appello del famoso fotografo Salgado: non lasciamo morire la foresta dell’Amazzonia, sempre minacciata. Dice e aggiunge: il Papa è l'uomo più moderno del Pianeta, smuove le coscienze.

«Sebastião Salgado racconta l'Amazzonia e le sue genti in bianco e nero. Come sempre e più di sempre. Perché il suo ultimo, colossale lavoro - da oggi in mostra al Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Maxxi) di Roma, unica tappa italiana - è un gesto estremo d'amore. «Ci ho messo oltre dieci anni per realizzarlo. Le primissime foto sono addirittura del 1998. Ho deciso di dedicarmici - quando ancora l'Amazzonia non era di 'moda', anzi nessuno se ne preoccupava - perché era necessario. Era ed è necessario mostrare questo ecosistema essenziale. E la dignità dei popoli che lo abitano», spiega il fotografo brasiliano, nella capitale per l'inaugurazione dell'esposizione prodotta dal Maxxi in collaborazione con Contrasto e curata da Lélia Wanick, compagna di vita e di lavoro dell'artista. Aperta nella settimana del summit preparatorio alla Conferenza Onu sul clima, Am' zonia è un viaggio radicale nel 'cuore del mondo', come i nativi chiamano la regione. Non per curiosare, ma per contemplarla dal di dentro, entrandovi in sintonia. «Chi lo farà seriamente, con sincera apertura, non sarà più la stessa persona. Posso garantirlo». Perché dovrebbe accadere? Quando conosciamo l'Amazzonia ci sentiamo intimamente uniti ad essa. E allora smette di essere una regione lontana, un problema altrui. È parte di noi, di tutti noi. Per questo non possiamo lasciarla morire. È davvero così in pericolo? Lo è, soprattutto la parte brasiliana a causa di un governo preoccupato solo di garantirsi il sostegno dei proprietari terrieri e dei cacciatori di risorse. L'Amazzonia ha, dunque, necessità dell'aiuto di ciascuno di noi. Attraverso Avvenire - di cui conosco l'ispirazione cristiana - vorrei rivolgere un appello ai credenti e ai cattolici in particolare. Io non lo sono ma so che al cuore del Vangelo c'è l'impegno in favore dell'umanità. Per questo chiedo ai cristiani di mobilitarsi per l'Amazzonia, seguendo l'esempio di papa Francesco. È una regione cruciale per la sopravvivenza del pianeta e di tutti i suoi abitanti. Spero che questa mostra aiuti gli italiani a comprenderlo in profondità. Perché l'Amazzonia ci riguarda come umanità e, dunque, anche come Italia? Perché dipendiamo da lei. L'Amazzonia concentra la maggiore biodiversità del pianeta. Ed è l'unico luogo al mondo le cui piogge non sono regolate dall'evaporazione dell'oceano. Ogni albero, bensì, funge da aeratore e, come tale, risucchia l'acqua dalla terra, fino a 60 metri di profondità per poi rilasciarne nell'aria anche mille litri al giorno. Da questo nascono i cosiddetti 'fiumi volanti', la cui portata è maggiore perfino del Rio delle Amazzoni. Il sistema è fondamentale per l'andamento globale delle precipitazioni. Fra un mese i Grandi si riuniranno a Glasgow per decidere che cosa fare per contenere l'emergenza climatica. Che cosa chiederebbe loro? Il summit Onu di Glasgow è fatto da persone provenienti dalla città. Chiederei ai leader mondiali di dare spazio e voce al tavolo delle decisioni al mondo rurale. Non parlo dei latifondisti ma dei piccoli contadini. Sono loro a prendersi cura materialmente del pianeta. Perché non aiutarli non solo a preservare l'ambiente ma a 'ricostituire' la biodiversità perduta? Il sistema industriale può accedere ai cosiddetti 'crediti di carbonio'. Proporrei di prevedere degli incentivi affinché gli agricoltori possano rinunciare a coltivare una parte delle loro terre e a piantarvi alberi. La chiave per risolvere la crisi climatica è eliminare l'imperialismo del mondo urbano su quello rurale e integrare questi due universi. E al presidente del suo Brasile, Jair Bolsonaro, che cosa chiederebbe? Di dimettersi. Sta facendo un disastro dopo l'altro. È completamente incapace di governare. Ha citato prima papa Francesco. Crede che il suo impegno per l'ecologia integrale e l'Amazzonia siano importanti? Non importanti, fondamentali. La sua voce di leader morale smuove le coscienze. Considero il Pontefice uno degli uomini più moderni del pianeta. Sono i giovani a comprendere la gravità dell'emergenza ecologica e a mobilitarsi. Pochi adulti si sono schierati al loro fianco. Papa Francesco è l'eccezione. Prima economista poi famoso fotografo, lei ha conosciuto in profondità le pieghe del Novecento. Che cosa hanno insegnato i popoli indigeni al 'maestro' Salgado? Che anche io sono natura. Noi esseri umani siamo una specie fra molte altre. La grande sfida a cui siamo chiamati è vivere in equilibrio. Perché siamo collegati».

DRAGHI AL BINARIO 21

Mario Draghi ha voluto visitare il binario 21 alla stazione Centrale di Milano, memoria nazionale della Shoah. La cronaca di Repubblica.

«È stata una visita quasi privata, «solo noi due, grazie», ha detto la senatrice Segre agli uomini delle scorte, la sua e quella del presidente del Consiglio Mario Draghi, da lei invitato a visitare il Memoriale della Shoah. E così i due si sono incamminati sotto le vecchie volte di cemento armato, e lungo il binario che da Milano portava dritti ai campi di sterminio nazisti. Pochi i sopravvissuti, la signora Segre è una dei pochissimi che ancora possono dire cosa è stata la deportazione, anche se per lei quel dolore non è più raccontabile in pubblico. A pochi passi, il presidente e la vicepresidente della Fondazione del Memoriale, Roberto Jarach e Milena Santerini, e più in là un piccolo gruppo ammesso alla visita, il sindaco Sala, il presidente onorario de Bortoli, la vice presidente della Regione Moratti. Segre, «molto contenta che il presidente Draghi abbia colto il mio invito ». Lui, «emozionato», e non poteva andare diversamente, il luogo è inospitale e brutale, qui i camion carichi di famiglie ebree, politici, sindacalisti, partigiani - ignari o increduli o già disperati - entravano in retromarcia, scaricavano e se ne andavano in fretta, là una rampa di acciaio porta al binario dove è parcheggiato un convoglio di vagoni. Draghi ci è entrato, la senatrice no, non ci è mai più voluta e potuta salire, e ha puntato dritta al grande Muro dei Nomi, dove brillano nella penombra i nomi di chi venne deportato da questa Stazione Centrale. C'è anche il suo, partita la mattina del 30 gennaio 1944, a 13 anni, con il padre Alberto, che ad Auschwitz è morto. Quella bambina ebrea è dunque tornata sola a Milano, è diventata «una donna libera e donna di pace », e sono le sue stesse parole, riprese da Draghi che ha voluto ringraziarla «a nome del governo e di tutti gli italiani per il suo impegno in difesa della verità e dell'umanità ». E qui i vagoni già carichi - carri bestiame, potevano contenere 8 cavalli, e in quello spazio ci stipavano fino a 82 persone - venivano innalzati fino al livello della stazione, al binario 21, e partivano. Nessuno vedeva, nessuno sapeva, come spesso ha ripetuto Liliana Segre «l'indifferenza porta alla violenza, perchè l'indifferenza è già violenza», Draghi ha ricordato queste parole davanti agli studenti del liceo Grassi di Saronno, che giusto ieri mattina erano in visita al Memoriale assieme alle sorelle Bucci, Andra e Tatiana, anche loro deportate ad Auschwitz all'età di 4 e 6 anni. Ma quando è arrivata Liliana Segre, le Bucci erano già ripartite. «Ricordare non è un atto passivo», ha detto Draghi. «È un impegno per il presente. Dobbiamo agire sulle radici profonde del razzismo e dell'antisemitismo e contrastare le loro manifestazioni violente, arginare ogni forma di negazionismo. Sono una minaccia al nostro vivere civile, alla nostra libertà ». Ha ricordato le leggi razziali, «che dovremmo chiamare "leggi razziste"», e «la sospensione e soppressione dei diritti politici e civili. L'uso politico dell'odio, che ha eroso le basi della nostra democrazia», e l'ultimo concetto è così attuale, oggi. Il Memoriale è un posto che ricorda una grande violenza, ma non è che sia finita lì, come sappiamo. Draghi ce l'ha ben presente: «Questo luogo è la rappresentazione tangibile della memoria della Shoah in Italia. Dei mali dell'occupazione nazista e del collaborazionismo fascista. Ci mette davanti alle nostre responsabilità storiche, in modo netto e inequivocabile». Poi c'è il presente, i gruppi neonazisti, i fascisti mascherati ma sempre fascisti, che coltivano e nutrono il razzismo. «Le leggi razziste», diceva ieri Roberto Jarach, «sono mascherate da principi scientifici di riconoscimento di differenza della razza, ma in realtà non c'è nessun motivo perché una differenza di razza possa portare a discutere il diritto a partecipare alla vita civile. Questo nasce solo da un sentimento di odio». Bisogna quindi custodire la memoria, Draghi l'ha detto ben chiaro, le «storie di eroismo disinteressato» dei Giusti, che rischiarono la vita pur di salvare altre vite, e «dobbiamo custodire il patrimonio della cultura ebraica. Il suo contributo fondamentale alla storia italiana ed europea». Dopodiché, le vetrate del Memoriale della Shoah sono semidistrutte. Qualche tempo fa ignoti hanno preso a sassate l'ingresso, di notte non c'è sorveglianza, il luogo è deserto, a parte le incursioni degli spacciatori, la custodia della memoria va così».

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