Resistenza, non resa

25 aprile all'insegna del Piano di ricostruzione. Europa e partiti danno il via libera. Domani si riapre, sperando nel buon senso. Conte scende in campo, i 5S vanno guidati. Biden sul genocidio armeno

Domenica doppiamente festiva, con la ricorrenza della Liberazione. Messaggio di Mattarella e riflessioni su un’Italia che deve trovare la strada unitaria per ricostruire, dopo la pandemia. A proposito del virus, da domani, 26 aprile, l’Italia torna quasi tutta in zona gialla e scatta una serie di nuove regole per l’apertura dei locali e dei movimenti. Gli ultimi dati dell’epidemia non sono malaccio, così come quelli sulla vaccinazione. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 378 mila 223 somministrazioni. Se si riesce a mantenere la media dell’ultima settimana, si dovrebbe arrivare ad un 1 per cento della popolazione protetta ogni 36 ore. Si discute ancora sul coprifuoco alle 22, mentre il comportamento serale nelle città, in questo fine settimana, non promette nulla di buono. La Ministra Gelmini dice al Messaggero che si può restare seduti nei locali fino alle 22. Due opinioni interessanti sul rischio calcolato: parlano il fisico Battiston e lo scrittore Paolo Giordano.  

L’attenzione principale dei giornali stamattina è sul Recovery Plan. Il Consiglio dei Ministri ieri è finito a tarda sera, dopo una giornata di serrati confronti con Bruxelles, conclusi da una telefonata di Draghi alla von der Leyen. L’assalto dei partiti alla diligenza dei 221 miliardi, per ora, si è limitato ad ottenere la conferma del Superbonus, la cui proroga al 2023 sarà inserita nella legge di bilancio. Bonus e superbonus sono lontani dalla sensibilità di Draghi, ma, si sa, l’uomo è pragmatico. Comunque il vero iter parlamentare deve ancora cominciare. L’Europa tiene molto alle Riforme, mentre i partiti sono più concentrati sulla torta degli investimenti da spartire. Brutto da dire ma è così.

Per il resto la politica italiana ci racconta un Giuseppe Conte che torna a farsi sentire. Non solo su Superbonus e Recovery ma soprattutto sul destino del Movimento dei 5 Stelle. In ballo c’è il futuro di una democrazia via rete e del rapporto con gli iscritti, i cui elenchi sono ancora nei file di Rousseau. Dopo la bufera giudiziaria, per i 5S si affaccia la prospettiva di un futuro con un Grillo ridimensionato o senza Grillo. Letta attende con ansia il chiarimento che Conte produrrà. Ne ha bisogno per definire l’alleanza sulle prossime amministrative. Letta che intanto però ignora il dibattito a sinistra sulla Legge Zan, come ricorda Marina Terragni.

Dall’estero, due notizie importanti: Biden è il primo Presidente Usa che parla esplicitamente di “genocidio armeno”. Il principale collaboratore di Navalnyj, l’oppositore di Putin, annuncia la fine dello sciopero della fame del dissidente russo incarcerato. Stasera è la notte degli Oscar, vedremo se la Pausini e Garrone avranno qualche premio. È mancata la cantante Milva, la ricorda Veltroni.

Segnalo su Focus, canale 35 del digitale terrestre, oggi alle 13.25 il bel documentario di Marco Gandolfo sul comandante Bisagno, grande capo partigiano, uno dei primissimi ad andare in montagna, morto pochi giorni dopo la Liberazione. Buon 25 Aprile. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Si celebra la Liberazione ma soprattutto si dà conto di un Consiglio dei Ministri che, fuori tempo massimo, fa partire l’iter del Recovery Plan. Dopo una giornata di discussioni con Bruxelles. Il Corriere della Sera spiega così: Prova di forza con l’Europa. Il Fatto conferma: Ora l’Italia ritarda: strigliata da Ursula. Il Giornale la vede in modo speculare, ma la sostanza è la stessa: Draghi stoppa i veti europei. Il Quotidiano Nazionale mette nel titolo i famosi paletti: Recovery, Draghi sblocca i paletti Ue. Mentre Il Sole 24 Ore mette insieme i due fronti: Bruxelles e le critiche dei partiti. Recovery: frenata Ue, interviene Draghi. Superbonus, proroga in manovra. Repubblica sostiene che il nostro Presidente del Consiglio ha offerto la sua personale garanzia: Recovery, i dubbi della Ue. Ma Draghi: garantisco io. Libero si aggira su argomenti vicini ma va sempre un po’ a soggetto: Draghi ammette: l’Euro ci ha puniti. Unico titolo principale oggi sulle riaperture di domani, quello del Messaggero che ha intervistato la ministra Gelmini: «Nei locali fino alle 22, si può». Sulla giustizia lunga e interessante intervista de La Stampa a Marta Cartabia: «Patto sulla giustizia per salvare l’Italia». Mentre La Verità prosegue nella polemica sul dopo Palamara: Giustizia in saldo, toghe in vendita. Sul 25 aprile stessa scelta nel titolo di prima pagina di Avvenire: 25 aprile: è ancora tempo di resistere. E del Manifesto: Liberi tutti. E non si riferisce ai divieti anti Covid.

25 APRILE, RICOSTRUZIONE E RESISTENZA

La ricorrenza di 76 anni dalla Liberazione dell’Italia dal nazi fascismo è segnata dal clima di resistenza e insieme di rinascita di questi mesi, in quella che si spera sia l’ultima fase della pandemia. Il messaggio del Capo dello Stato Mattarella nella cronaca di Marzio Breda.

«Ora più che mai è necessario rimanere uniti in uno sforzo congiunto che ci permetta di rendere sempre più forti e riaffermare i valori e gli ideali che sono alla base del nostro vivere civile, quel filo conduttore che, dal Risorgimento alla Resistenza, ha portato alla rinascita dell'Italia». Sergio Mattarella non ama piegare le riflessioni sulla pandemia alle metafore di guerra, perché il rischio è che suonino enfatiche e fuorvianti. Certo, il bilancio di lutti e disastri economici provocati dal Covid sono quelli di un conflitto. Lo sa bene anche lui. Ma il virus è «un nemico comune», che colpisce tutti senza distinzioni e in ogni angolo del pianeta. (…) L'anno scorso, al culmine del lockdown, il capo dello Stato si ritrovò solo in una piazza Venezia deserta a salire la scalinata che porta all'altare della Patria. Un'immagine iconica di questa interminabile e dura stagione. Stavolta, invece, pur nei limiti imposti dal distanziamento, lo accompagneranno i vertici delle istituzioni (dal premier Draghi ai presidenti delle Camere). Un primo segno di normalizzazione, per un 25 Aprile nel quale ricorda «il sacrificio di migliaia di connazionali che hanno lottato nelle fila della Resistenza e combattuto nelle truppe del Corpo italiano di liberazione, di quanti furono deportati, internati, sterminati nei campi di concentramento e delle donne e degli uomini di ogni ceto ed estrazione che non hanno fatto mancare il loro sostegno, pagando spesso duramente la loro scelta». Questo il preambolo della nota diffusa ieri dal Quirinale. Nota che diventa poi un appello, in bilico tra passato e presente. «Rinascita, unità, coesione, riconciliazione nella nuova Costituzione repubblicana furono i sentimenti che guidarono la ricostruzione nel Dopoguerra e che ci guidano ora verso il superamento della crisi determinata dalla pandemia che, oltre a colpirci con la perdita di tanti affetti, mette a dura prova la vita economica e sociale del Paese».

Marco Tarquinio nell’editoriale di Avvenire sottolinea che la lotta per la Liberazione alla fine fu a favore di tutti, anche di quelli che non ci credevano.

«Bisogna custodire e rinnovare il senso della Resistenza e della Liberazione. E tanto più ora, in un tempo in cui, a causa di una pandemia tutt'altro che finita, la minaccia al bene di tutti non è solo e gravemente sanitaria ed economica. In questione c'è ancora e sempre la nostra vera libertà e la nostra intera umanità, e anche questa è cosa che riguarda tutti, pur se la solidarietà a qualcuno sembra superflua e addirittura dannosa. In questione c'è la resistenza a una visione per cui se sei giudicato 'irrilevante' diventi invisibile o visibile solo attraverso caricature di comodo. In questione, in definitiva, c'è il concreto valore della vita e della morte. I partigiani di ieri presero partito per la vita, contro un’ideologia di morte che faceva della distruzione dell'altro l'idea-guida di un vagheggiato impero millenario. I resistenti di oggi devono farlo opponendosi a chi torna a prendere partito per la morte davanti all'agonia degli 'irrilevanti'. C'è da resistere a nuovi torti senza nessuna ragione. Di chi non vede i 'clandestini' quando annegano. Di chi non si preoccupa dei vecchi e dei fragili che a centinaia ogni giorno anche in Italia continuano a soffocare a causa del Covid (perché il Covid e la lotta al Covid sarebbero un 'complotto'). Di chi considera la scuola in sicurezza dei nostri ragazzi e ragazze un lusso che non possiamo permetterci perché le cose 'serie' e prioritarie sono ben altre. E, di nuovo, la Resistenza va fatta per tutti, anche per quelli che non ci credono». 

Doppia paginata di Massimo Giannini su La Stampa, che intervista la ministra Marta Cartabia sulla riforma della giustizia e l’attualità della nostra Costituzione.

«Oggi ci serve un grande patto, ed io da costituzionalista non posso non partire dal patto fondativo che fece nascere la nostra Repubblica. Anche allora c’erano tre forze politiche dominanti che andavano in direzioni diverse, le lotte interne imperversavano. Eppure la Costituzione si fece, anche se nel ’47 una delle forze che stavano contribuendo a scriverla fu estromessa dal governo. Si andò avanti, tutti insieme, com’è capitato in altri momenti bui della Repubblica: la lotta al terrorismo, la stagione delle stragi di mafia e il contesto che portò al governo Ciampi del ’93. (…) È questo, dunque, il famoso “metodo Cartabia”? «Questa leggenda del metodo Cartabia mi fa un po’ sorridere. Qui non c'è nessuna royalty e nessun brevetto. Tutto nasce dall’esperienza dei miei nove anni alla Corte Costituzionale: in definitiva, cos’altro è una Costituzione, se non la ricerca di un equilibrio continuo tra esigenze contrapposte? Bilanciamento, ragionevolezza e proporzionalità: sono tre parole fondamentalmente interscambiabili nella giurisprudenza costituzionale. E si traducono in una famosa frase scritta dalla Corte nel 2013: ciascun principio, se affermato in modo assoluto, diventa tiranno. L’altro aiuto fondamentale viene dai dati di realtà: perseguire una idea, pur buona, senza fare i conti con un sano realismo, innesca battaglie di principio destinate a degenerare in dissidi non componibili. Se proprio vogliamo definire il metodo che cerco di seguire potremmo evocare Sant’Agostino: “nelle mani i codici, negli occhi i fatti”. Principi costituzionali e dati di fatto sono le coordinate da non perdere mai di vista».

VIA AL RECOVERY DA URSULA E DAL CDM

Ieri è stata un’altra giornata di passione per Draghi, finita a tarda sera: il Governo ha dato un primo via libera al Recovery Plan, a coprifuoco già iniziato. La cronaca di Enrico Marro sul Corriere.

«Parto travagliato per il Recovery plan. Il Consiglio dei ministri, inizialmente convocato per le 10 di mattina, si è riunito dopo le 10 di sera, per dare il primo via libera al Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza che serve a ottenere da Bruxelles i 191,5 miliardi di euro, cui si aggiunge un Fondo complementare da 30 miliardi di risorse nazionali in deficit. In realtà il Consiglio doveva riunirsi già venerdì, ma poi le tensioni sulla proroga del Superbonus del 110% e sulla governance avevano spinto il premier, Mario Draghi, al rinvio. Che però, anziché facilitare l'accordo, ha favorito il gioco al rilancio dei partiti mentre si complicava anche la partita con Bruxelles, che chiedeva maggiori garanzie sulle riforme, con la fissazione di un cronoprogramma verificabile, finché una telefonata tra Draghi e Ursula von der Leyen ha sbloccato la situazione. Nel nuovo Pnrr, sottolinea il premier, sulle riforme ci sono ben 40 pagine su 334 mentre nel vecchio Piano di Conte solo una. La giornata è cominciata con la richiesta di aggiungere un anno alla vigenza del Superbonus, arrivando al 31 dicembre 2023, rilanciata per i 5 Stelle da Giuseppe Conte. E la proroga veniva cavalcata anche da Forza Italia e dal Pd. Intanto Leu alzava la posta sui capitoli inclusione sociale e parità di genere mentre il Pd insisteva perché già nel Pnrr si annunciasse una clausola a favore dell'occupazione giovanile e femminile da adottare poi con un decreto. Infine la Lega puntava i piedi e otteneva che dalla bozza si togliesse che il governo non intende prorogare Quota 100 oltre il 31 dicembre 2021».

Per Gianni Trovati e Carmine Fotina del Sole 24 Ore quello affrontato da Draghi è un “doppio fronte”.

«In realtà le ultime 48 ore del Pnrr prima del Consiglio dei Ministri si sono scaldate su un doppio fronte. Quello domestico si è concentrato soprattutto sul super-bonus (oltre che sulle pensioni), e ha visto via via coalizzarsi i partiti della maggioranza nella richiesta della proroga al 2023. Proroga che non entra nel Recovery, dove avrebbe dovuto recuperare oltre 10 miliardi da altri progetti e superare le obiezioni comunitarie, ma che è stata messa nel programma della prossima legge di bilancio. Questo è l'impegno chiesto dai partiti e sottoscritto dal governo, anche nell'ottica di una valutazione d'impatto della misura che potrebbe portare ad aggiustamenti di stime e meccanismi. Il confronto con la Commissione ha guardato invece all'impianto delle riforme, a partire da quelle di fisco e concorrenza. Sul punto, il governo rivendica di aver tracciato proprio nelle riforme il segno di discontinuità più profonda con gli schemi del governo Conte-2, dedicando oltre 40 pagine a un tema quasi assente nelle prime versioni del Piano. Ma non è ovviamente solo un problema di pagine. A essere sottolineata è l'architettura degli interventi, articolata sui quattro assi delle riforme «orizzontali» (Pa e giustizia) chiamate a migliorare l'ambiente economico del Paese, le riforme «abilitanti» per l'attuazione del Piano (semplificazioni e concorrenza), quelle «settoriali» (per esempio sulle autorizzazioni dei progetti sulle fonti rinnovabili) e quelle «di accompagnamento» (fisco e ammortizzatori sociali). Il dossier fiscale a quanto si apprende è quello che ha scaldato di più la linea Roma-Bruxelles, per la richiesta Ue di avere impegni più precisi in termini di calendario e governance della riforma. Tra i punti in discussione c'è il ruolo della commissione di esperti indicata dallo stesso premier Draghi nel suo debutto alle Camere, da coordinare però con il tratto di strada già coperto dal Parlamento con l'indagine conoscitiva delle due commissioni Finanze. Nella sua audizione sul Def il ministro dell'Economia Franco ha chiarito che il governo intende utilizzare il lavoro del Parlamento; e a Via XX Settembre si è studiata un'ipotesi che vede la nuova commissione entrare in campo dopo la definizione della legge delega, per seguire la costruzione dei decreti attuativi. Il tutto in un calendario che potrebbe contrarsi un po' rispetto alle prime ipotesi».

Il retroscena delle telefonate con Bruxelles nella cronaca sul Corriere della Sera di Marco Galluzzo.

«Ad un certo punto del pomeriggio Mario Draghi alza il telefono per la seconda volta in due giorni, richiama la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non alza la voce, ma manda un messaggio che chiude una trattativa estenuante, ruvida, segnata dalla diffidenza degli uffici tecnici di Bruxelles: «Non credo che dobbiamo fornire ulteriori spiegazioni, basta così. Ci vuole rispetto per l'Italia». A Palazzo Chigi, alle nove di sera, dicono che l'accordo politico con la Commissione è chiuso, ma che il confronto con Bruxelles sull'ultima versione del Recovery plan è stato segnato da una serie di richieste sulle riforme che accompagneranno il Piano «piene di cavilli» e «di sfiducia nelle capacità del Paese» di implementarle. (…) Ci sono stati anche momenti di scontro vero con Bruxelles: hanno chiesto più dettagli sul contrasto al lavoro nero, sui tempi e i contenuti della riforma della giustizia, sulle semplificazioni delle procedure, su concorrenza e liberalizzazioni. Su quest' ultimo punto è dovuto intervenire ancora una volta il presidente del Consiglio, con un messaggio diplomatico e al contempo molto fermo: «Non si può chiedere tutto e subito ad un Paese con un'economia in ginocchio». La riforma della concorrenza si farà, insieme alle altre, nel Pnrr sono indicati tempi e contenuti di almeno 15 fra decreti leggi e leggi delega di riforma del Paese nei prossimi mesi ed anni, con tanto di cronoprogramma. Dopo 48 ore filate di videoconferenze e telefonate fra il governo italiano e gli uffici della Commissione, la trattativa si conclude con l'accettazione delle garanzie che Draghi offre in prima persona. (…) Fonti della Commissione coinvolte nella trattativa finale in qualche modo smentiscono la sfiducia nei confronti del nostro Paese, giustificano la grande richiesta di chiarimenti rivolta al governo italiano in questo modo: «In una settimana abbiamo dovuto fare con l'Italia quello che con altri Paesi europei abbiamo fatto in un mese, ma abbiamo applicato le stesse regole». Sarà anche vero, visto che «il ministro dell'Economia, Daniele Franco, è stato praticamente sequestrato dagli uffici di Bruxelles negli ultimi dieci giorni», come dice un suo collega di governo prima che il Consiglio dei ministri cominci. Ma è anche vero che uno dei membri del governo ieri mattina è stato letteralmente tirato giù dal letto, quasi all'alba, per inserire appena dieci righe di rassicurazioni all'Unione europea su uno dei tanti gap strutturali del Paese».

IL RISCHIO È CALCOLATO BENE?

Nella maggior parte delle regioni domani, in zona gialla, si riaprono diverse attività. La preoccupazione è che le nuove regole vengano interpretate come un “liberi tutti”. Rinaldo Frignani nella cronaca sul Corriere della Sera.

«Già da domani controlli rinforzati. Concentrati «sulle possibili situazioni di sovraffollamento, privilegiando le aree interessate dalla presenza di locali ed esercizi aperti al pubblico e da più intensi flussi di mobilità», perché è evidente che «il superamento di alcune precedenti restrizioni dovrà essere attentamente monitorato», per mantenere il rispetto delle regole ed evitare l'aggravamento del quadro epidemiologico. Così il capo di gabinetto del Viminale Bruno Frattasi nella circolare ai prefetti e al Dipartimento di pubblica sicurezza nel giorno dei maxi-assembramenti nel centro della Capitale e in altre grandi città. A Roma chiusi per folla via del Corso, Pincio e Tridente, così come le piazze di Trastevere, punto di ritrovo della movida. Episodi di tensione con poliziotti e vigili urbani: un arresto, tre denunce e 7 locali chiusi. Celerini in azione vicino a piazza Navona dopo un lancio di transenne contro la Municipale. E la sindaca Virginia Raggi twitta: «Comportamenti inaccettabili e di una gravità inaudita». Situazione analoga a Milano, con assalto (con bagno proibito) ai Navigli, assembramenti anche a Torino e a Napoli».

Il fisico Battiston, uno degli scienziati più seri fra quelli che si sono occupati dei numeri del virus, una settimana dopo la decisione sulle riaperture dice a Repubblica: il rischio era calcolato bene.

 «Roberto Battiston, fisico dell’Università di Trento, studia da mesi l’andamento della pandemia nel nostro Paese. Ed era stato molto severo nel giudicare l’allentamento delle misure di distanziamento nell’estate del 2020 e poi a dicembre. Cosa è successo professor Battiston? È lei che ha cambiato idea o ci sono elementi di novità in Italia? Partiamo dai numeri: a seconda di come lo si calcoli, oggi Rt si aggira intorno a 0,80-0,85, comunque è al di sotto di 0,9. E stanno diminuendo gli infetti attivi. Tutto questo mentre circa il 70% della popolazione scolastica è stata rimessa in moto: sono in presenza i nidi, gli asili, le elementari, la prima media, e c’è solo il 50% di Dad per tutti gli altri gradi. Su una popolazione scolastica totale di circa nove milioni di persone, più di sette sono in presenza”. Come mai allora non vediamo ripartire i contagi? “Perché c’è un grande elemento di differenza rispetto a dicembre, per esempio: i vaccini. Proprio ieri è stata superata la soglia simbolica del 20% degli italiani cui sono state somministrate una o due dosi. E sappiamo che anche la prima inoculazione dà una buona protezione dal contagio. Ma non è solo questo”. Cos’altro sta fermando la diffusione del coronavirus?I guariti. Si può stimare, cautelativamente, che il 10% degli italiani abbia contratto il Covid e ne sia uscito durante la seconda ondata. Sommati al 20% di vaccinati (anche con una sola dose) arriviamo al 30% della popolazione che è ormai protetta dal contagio. E questo fa scendere, proporzionalmente, Rt”. (…) Questa volta, nel riaprire, il governo ha parlato di “rischio ragionato”. I numeri gli stanno dando ragione. Si sperava che i vaccini ci avrebbero dato un piccolo margine di manovra da investire nella riapertura della scuola che è giustamente considerata una priorità: e così è stato ed il sistema sembra tenere bene”. Ma allora ha ragione chi vorrebbe eliminare il coprifuoco e riaprire i ristoranti? “Il pressing di alcuni settori economici è comprensibile, vista la durissima prova a cui sono stati sottoposti dalla pandemia. Ma bisogna agire usando la logica e studiando i numeri. Se in questo momento riaprissimo tutto in un sol colpo rifaremmo l’errore di dicembre e a metà maggio ci potremmo ritrovare con contagi altissimi. Il 30% di popolazione protetta non è ancora sufficiente per un completo ritorno alla normalità”. (…) Alla luce delle sue analisi, cosa ci aspetta nei prossimi mesi?  “L’uscita dall’emergenza, se sapremo approfittare del vantaggio sul coronavirus che ci offre la vaccinazione di massa. Al momento, ogni giorno e mezzo c’è un ulteriore 1% della popolazione che viene protetto. E a fine maggio, tra vaccinati e guariti, potremmo avere il 50% degli italiani non suscettibili all’infezione. Per Israele, quello è stato il momento in cui è iniziato il ritorno alla normalità. Sarà così anche per noi. Visti i sacrifici fatti finora, sarebbe una follia non resistere ancora un mese: maggio sarà cruciale per consolidare la situazione e prepararci a un’estate in cui l’Italia potrebbe tornare ad attrarre turisti”». 

Paolo Giordano, autore de La solitudine dei numeri primi, segue le vicende della pandemia dall’inizio con un passo in più: quello dello scrittore che ne sa di scienza. Qualità rare in Italia, soprattutto nella loro combinazione. Oggi sul Corriere prova a ragionare sul rischio che si è preso il Governo. Titolo: Numeri, regole e trappole della mente.

«È meglio essere sinceri su questo: dal punto di vista epidemiologico gli allentamenti non sono giustificati, non siamo affatto pronti. Ma c'è molto altro da guardare evidentemente. Dire giusto/sbagliato richiede ormai troppe valutazioni simultanee di carattere troppo diverso. Chi ha ragionato per il Paese pare esserne cosciente, ma ne siamo abbastanza coscienti noi? Siamo coscienti del fatto che da domani, pur nel sollievo comprensibile, le circostanze diventeranno ogni giorno più pericolose e che il livello personale di allerta va da qui in avanti innalzato, contrariamente a quanto il contesto ci suggerisce? E abbiamo ancora in mente che questa è una malattia subdola anche per molti adulti non anziani, una malattia che comporta disagi a prescindere e può avere strascichi, complicazioni neurologiche, effetti a lungo termine che ancora non conosciamo? Il fatto è che, a livello individuale, sul rischio non si «ragiona» quasi mai, per lo più il rischio lo si «percepisce». E nella percezione entrano in gioco una quantità di fattori irrazionali, bias cognitivi e analogie implicite e fuorvianti. Perfino una giornata di bel tempo ci suggerisce maggiore sicurezza laddove non c'è. Fra le analogie la più pericolosa è senz' altro il senso di déjà-vu rispetto al maggio scorso, quando ci siamo riaffacciati al mondo dopo settimane. È stato l'inizio di una lunga parentesi tranquilla, durata fino all'autunno. Ora è facile che la nostra mente ci sussurri che sta per ripetersi. Ma il 18 maggio 2020 uscivamo di casa con un migliaio di nuovi positivi al giorno, non tredicimila; con meno di un centinaio di migliaia di positivi in totale, non mezzo milione. La circolazione virale era stata massicciamente abbattuta ovunque. Ora no. Eravamo molto suggestionati dal contagio, ora no. Con i numeri attuali, la situazione potrebbe deteriorarsi velocemente ancora una volta. Quello che ci porta indenni all'estate è purtroppo un passaggio stretto. Perciò si dice «adesso dipende anche dai cittadini», e si dice che questo «non è un liberi tutti»: raccomandazioni che sono diventate la versione pandemica del «non vi accalcate» quando c'è una massa di persone che preme per varcare un cancello. Cosa succede quasi sempre in quei casi? Le persone si accalcano. A meno che il percorso di distillazione del loro passaggio non sia stato preparato adeguatamente».

La Ministra Mariastella Gelmini, intervistata dal Messaggero, di fatto sdogana il coprifuoco alle 23. Sostenendo: se andate a cena al ristorante potete stare seduti fino alle 22.

«Domani molte regioni riaprono ma ancora in molti contestano l'ultimo decreto del governo. Era il massimo che si poteva fare? «Si poteva fare di più, ma qualcuno voleva fare molto di meno. Le riaperture sono una vittoria per gli italiani. Quasi tutta Italia è in zona gialla, i nostri ragazzi tornano a scuola, ripartono tante attività economiche. C'è stata qualche polemica sul coprifuoco e sulla difficoltà per i ristoratori ad erogare i propri servizi la sera. Ma voglio chiarire un punto: chi va a cena fuori può stare tranquillamente seduto al tavolo fino alle 22 e poi, una volta uscito dal locale, far ritorno a casa senza alcun rischio di ricevere sanzioni». Lei ha detto che tra quindici giorni si farà una verifica delle misure. C'è quindi da attendersi un nuovo decreto? «I dati dei contagi stanno migliorando costantemente e la campagna vaccinale è entrata ormai nel vivo: ormai siamo quasi a 400mila inoculazioni al giorno. Se continua il trend positivo a metà maggio si cambia il coprifuoco, e il nostro obiettivo è quello di abolirlo, e si riaprono nuove attività». Chi potrà giovarsene? «Dal primo giugno vogliamo i ristoranti al chiuso aperti anche a cena, vogliamo che riparta il settore del wedding e va risolto l'incidente sui centri commerciali che devono poter aprire anche durante i week end». Il rapporto con le amministrazioni regionali è diventato più complicato. Qualcuno parla di un uso politico che viene fatto della Conferenza delle Regioni. Condivide? «Non condivido questa lettura. Il rapporto del governo con le Regioni è positivo e proficuo, lo era con Bonaccini, lo è con Fedriga, neo presidente dei governatori. Ci si confronta, a volte in modo anche ruvido, ma poi si trova sempre la quadra e si va avanti. Anche sulla scuola, dopo momenti di tensione, siamo andati incontro alle esigenze dei territori».

Anche oggi c’è una lettera di Matteo Salvini sui quotidiani. Il leader della Lega questa volta scrive a Vittorio Feltri su Libero:  

«Siamo entrati nell'esecutivo per portare la voce del centrodestra, che è maggioranza nel Paese, e con l'ambizione di non ritrovarci le macerie quando finalmente potremo governare grazie al voto degli italiani. Con il governo Draghi non abbiamo più Arcuri, il piano vaccinale ha subìto una accelerazione, sono cambiati i vertici della Protezione civile, sono stati eliminati i Dpcm e i limiti dei codici Ateco, i rimborsi arrivano direttamente sul conto corrente, è nato un fondo da 100 milioni per la disabilità, si è fatto un primo passo verso la pace fiscale. Miglioramenti anche sulle riaperture, anche se resta l'assurdo coprifuoco (lo definisce così anche una moltitudine di amministratori locali, di tutti i colori politici) mentre bar, ristoranti, piscine, palestre e centri commerciali hanno ancora restrizioni troppo rigide e assurde. Il coprifuoco, poi, è un'altra scelta puramente ideologica (il Cts non l'ha suggerita) e in Europa c'è già chi la sta rinnegando. Per questo, la Lega non ha votato il Decreto ma siamo sicuri che a breve piegheremo le resistenze di chi aggredisce l'iniziativa privata e le partite Iva anziché considerarle un architrave del Paese. Su una cosa hai ragione, direttore: quando ho scelto di aderire al governo non ho pensato al partito. Vero. Sto pensando al bene dell'Italia. Per questo sosteniamo lealmente Draghi e combattiamo battaglie di buonsenso, per evitare di essere travolti dai provvedimenti di Speranza, Pd e Cinquestelle. Noi, caro direttore, abbiamo scelto di non disertare».

PARLA CONTE: INIZIA IL NUOVO CORSO DEI 5 STELLE

Grandi manovre nei 5 Stelle dopo la rottura di Casaleggio. Il retroscena di Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Giuseppe Conte si prende il Movimento e parla da leader. L'ex premier per la prima volta nei due mesi da che è in campo per la rifondazione dei Cinque Stelle rompe gli indugi ed entra nell'agone politico. Addirittura con due post. Il primo per difendere il superbonus, il secondo per chiarire i rapporti con Rousseau. E non è un caso che da avvocato l'ex premier parli proprio il giorno dopo lo strappo dell'associazione che regola la piattaforma. Chi gli è vicino considera la strada per iniziare il nuovo corso «in discesa». Conte stesso per la prima volta fissa una deadline per inaugurare il nuovo Movimento («all'inizio di maggio nel corso di un grande evento online, aperto e partecipato» per poi «procedere subito dopo alle votazioni dei nuovi documenti fondativi e dei nuovi organi»). Ma a tenere banco sono i rapporti con Davide Casaleggio. «Personalmente auspicavo che si potesse trovare il modo di continuare ad andare avanti insieme, con la volontà comune di collaborare, ma nel segno della massima trasparenza e con una più chiara e netta distinzione di ruoli», scrive Conte. Che poi punge: «Questo era il vero tema in gioco, e nessuno può far finta di ridurlo a una mera partita contabile». L'ex premier batte cassa e chiede «il trasferimento dei dati degli iscritti da Rousseau al Movimento 5 Stelle, che è l'unico ed esclusivo titolare del trattamento di questi dati». «Ovviamente il Movimento, da parte sua, si farà carico di eventuali debiti contratti da Rousseau per conto del Movimento», assicura l'ex premier. «Confido che tutto si svolga in pochi giorni», scrive. Ma le frasi di Conte aprono a nuovi interrogativi e a un possibile braccio di ferro (legale). Rousseau consegnerà l'elenco degli iscritti solo al rappresentante legale: Crimi - e tantomeno Conte, in questo momento - non sono riconosciuti come tali. E Conte per diventarlo deve passare, a detta dell'associazione, da un voto sulla piattaforma.Iscritti, votazioni e debiti sono legati tutti a doppio filo. «Quanto ha intenzione di dare? E soprattutto perché non lo ha fatto prima?», si chiedono alcuni pentastellati. C'è chi sottolinea che senza il saldo totale dei 450mila euro richiesti nulla si muoverà. Ecco perché una soluzione «in pochi giorni» viene considerata anche dentro al M5S «un'impresa ardua». Conte annuncia anche di aver ultimato il nuovo statuto, che prevederà alcuni organi da votare. L'ex premier allude alla segreteria centrale (in cui siederanno anche i quattro ministri M5S) e quelle regionali. Oltre a queste ci sarà - in uno schema che ricalca altri partiti - da dare il via libera all'assemblea dei territori e a quella nazionale. Ma la vera novità riguarda Beppe Grillo. Dopo il video in difesa del figlio, è prevalsa l'idea di limitare i poteri del garante. Il ruolo verrà ridimensionato: Grillo non avrà più possibilità di veto secondo le indiscrezioni. Una scelta che potrebbe portare a un'ulteriore clamorosa svolta. In ambienti genovesi circola la voce che il garante (anche sulla scorta di motivazioni personali) potrebbe lasciare. Voci per ora che rendono ancora più nebulosa questa transizione».

Tutti aspettano, anche fuori dai 5 Stelle, la presa di potere sul Movimento da parte di Giuseppe Conte. Soprattutto Enrico Letta, che ha bisogno come il pane di un’alleanza complessiva e stabile in vista delle elezioni amministrative. Giovanna Casadio su Repubblica:

«Considero fisiologico il fatto che ci siano degli ostacoli sulle amministrative, giacché a Roma e Torino le sindache uscenti sono dei 5Stelle». Enrico Letta, il segretario del Pd, colpisce di fioretto. Risponde a Luigi Di Maio, il ministro grillino, il quale ha ammesso in un colloquio con Repubblica i suoi timori per l'alleanza giallo-rossa, che non decolla in vista del voto nelle città. Le amministrative d'autunno sono un test cruciale. Riguardano le città metropolitane. Centrosinistra e grillini finora non riescono a trovare l'accordo, rischiando di regalare la vittoria a Salvini e alla destra. A Torino, a Bologna, a Napoli e a Roma il cantiere dell'alleanza Pd-5Stelle è in alto mare. A Milano c'è Beppe Sala, che si ripresenta: l'accordo con i grillini - ha detto - non è indispensabile. Ma neppure escluso. Sulle amministrative il segretario Letta evita il muro contro muro: non è certo con le prove di forza che si costruiscono le alleanze, per le quali - fanno sapere dal Nazareno - «ci vuole tempo, e Letta ne ha convenuto con Giuseppe Conte quando si sono incontrati». Però al Pd non piace che i 5Stelle gettino ora la palla nella metà campo dem. Il vice segretario Peppe Provenzano esprime lo stato d'animo del partito: «L'avviso di Di Maio è diretto a Conte, non al Pd. Sono loro a dover decidere, a loro manca la guida». Stesso concetto che dal Nazareno ribadiscono: «Noi Dem rispettiamo la gestazione della leadership di Conte, in cui confidiamo, così i 5Stelle abbiano la pazienza di rispettare i percorsi avviati in tutte le realtà coinvolte. Una alleanza per durare deve essere solida». 

DDL ZAN: IL PD DI LETTA IGNORA LE DONNE DI SINISTRA

Marina Terragni è una femminista storica. Dopo gli interventi sull’Avvenire di Paola Concia, Cristina Comencini, la senatrice del Pd Valente, denuncia la mancanza di dibattito sul merito della legge Zan. Lo fa in un’intervista con Antonello Piroso su La Verità. Enrico Letta finora non è intervenuto sulla forte contrarietà espressa dalle femministe italiane su alcuni aspetti della legge.  

«Alessandro Zan? Fugge dal confronto come un leprotto. Il Pd? Non pervenuto. Né prima con Zingaretti, né ora con Letta, che pure si è intestato l'epica battaglia per la parità di genere tra i capigruppo. Le donne dem? Allineate e coperte dietro i capibastone, con la sola, meritoria eccezione di Valeria Valente, oggetto di shitstorm e manganellate digitali sui social insieme a Paola Concia, che si è permessa di aver sollevato dubbi sull'opportunità di includere la misoginia tra i crimini perseguibili dalla legge, approvata alla Camera e ora all'esame della commissione Giustizia al Senato». È una calma incandescente quella di Marina Terragni, giornalista, scrittrice, femminista da decenni in prima linea nella difesa dei diritti delle donne. Che punta il dito sul meccanismo dell'inversione dell'onere della prova politicamente corretta: «Costringere chi si azzarda a criticare un testo pensato male e redatto peggio a discolparsi dall'accusa di essere omofoba e transofoba». È così, Terragni? Lei, Concia, Valente, Paola Tavella (una vita giornalistica tra Il Manifesto e Noi Donne), e tutte le altre come voi, vi opponete alle magnifiche sorti e progressive dell'identità di genere in quanto reazionarie e oscurantiste? «Ma figuriamoci. Io mi sono fatta sposare da Paolo Hutter, ha presente?». Come no: consigliere comunale a Milano a metà degli anni Ottanta, avanguardista del coming out gay. «Aggiunga che io a 20 anni, quando Zan andava alle medie, lottavo passo dopo passo insieme al Mit, il Movimento italiano transessuali di Pina Bonanno (c'ero praticamente solo io e un paio di radicali, come Franco Corleone, con cui nel 1982 facemmo approvare la legge 164 sulla transessualità), condividendo ogni momento della lotta di liberazione di quello che oggi si chiama movimento Lgbt. E quindi dovremmo essere noi a esibire credenziali di legittimità per poter discutere del monstrum che volete partorire? Ma tirate fuori le vostre, piuttosto». «Noi» chi? «Noi, la gran parte del femminismo italiano - Udi, Se non ora quando, RadFem, Arcilesbica e altri gruppi - che chiede sia cambiato il testo sull'omotransfobia, e in particolare che si rinunci a quell'obbrobrio dell'autocertificazione di genere, il cosiddetto self-id. Per cui si prescinde dall'apparato genitale, l'identità è quella percepita e dichiarata. E guardi che è un cambiamento così epocale, quello che si intende perseguire, che il movimento di resistenza è globale». Nel senso di planetario? «Io sono la rappresentante italiana del network internazionale Whrc, Women's human rights campaign, a sostegno dei diritti delle donne, 334 gruppi in 131 Paesi, da anni in lotta contro la sostituzione della certezza del sesso con l'impalpabile gender identity. Il governo inglese, visti i sondaggi di The Times (94% contro questa "identità di genere") ha chiuso la partita dell'autopercezione, adesso ci deve essere la pronuncia di un giudice, mentre in Spagna anche il Psoe fa muro contro la Ley Trans voluta da Podemos. La Spagna, così simile all'Italia, se non fosse per due dettagli». Che lì il dibattito è pubblico e non oscurato dai media, che hanno sposato le ragioni dei sostenitori di Zan, forti anche dell'appoggio di qualche «svippato» in cerca di autopromozione a buon mercato? «Questo è uno. L'altro è che il Psoe sostiene le ragioni del femminismo mentre qui il Pd l'abbiamo sordo e quindi contro, nel silenzio.Zan, poi, colpito da improvvisa notorietà, parla con tutti - dallo smaltato Fedez (sorvolando sulla singolare coincidenza temporale tra pronunciamenti social e business affini) alle editorialiste di Playboy, addirittura con il leghista Pillon - ma non con noi. Facciamo così paura? Eppure argomenti ne avremmo. O forse è proprio per questo che facciamo così paura?»

BIDEN ROMPE UN TABÙ E AMMETTE IL “GENOCIDIO ARMENO”

Alla fine è davvero successo. Dice il Corriere: “La parola terribile, «genocidio», compare nella prima e nell'ultima riga di una dichiarazione ufficiale di Joe Biden, pubblicata ieri, 24 aprile, sul sito della Casa Bianca. È un passaggio storico, evitato per almeno quarant' anni dai presidenti americani: «Il popolo degli Stati Uniti onora la memoria di tutti quelli armeni che perirono nel genocidio iniziato 106 anni fa». Antonia Arslan, grande scrittrice di origine armena (indimenticabile il suo La Masseria delle Allodole, da cui lo splendido film dei fratelli Taviani) ne scrive sia sull’Avvenire sia sul Corriere della Sera. Ecco l’incipit del suo articolo sul Corriere:

«Armenia: un Paese lontano, nelle nebbie mediorientali, situato in una regione vaga e indefinita. Quando cominciai a occuparmi seriamente del Paese d'origine di nonno Yerwànt e della tragedia del genocidio, mi capitarono curiose confusioni di nomi, di luoghi e di tempi, fino a trovarmi, una volta, invitata a parlare di un... «poeta rumeno», che poi era Daniel Varujan, armeno, assassinato nell'agosto 1915. Sembra incredibile, ma dei massacri armeni durante la Grande guerra, delle stragi di cui tanto si era scritto e parlato fino al Trattato di Losanna del 1923, nei settant' anni successivi si era perso il ricordo, e perfino il nome. Non a caso Hitler, programmando la soluzione finale ebraica, dichiarò candidamente: «Chi si ricorda oggi dei massacri degli armeni?». Ma oggi, il nome appropriato da usare è quello di genocidio, applicando il termine che inventò il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin solo nel 1944, ragionando sul tragico destino, prima degli armeni e poi - vent' anni dopo - degli ebrei».

“COLPITE GLI OLIGARCHI DI PUTIN”

Repubblica ha intervistato un collaboratore di Navalnyj, che coordina l’opposizione da Vilnius, in Lituania. 

«Leonid Volkov, 41 anni è "chief of staff" diAleksej Navalnyj, nonché il coordinatore nazionale della rete capillare di oltre quaranta uffici, da San Pietroburgo a Vladivostok, che fa riferimento al leader dell'opposizione democratica russa. Da due anni dirige le operazioni politiche e coordina le campagne di Navalnyj dal suo ufficio di Vilnius in Lituania. (…) Quali sono le condizioni di salute di Navalnyj? "Ha iniziato lo sciopero della fame quando sono emersi problemi neurologici gravi di origine ignota (forti dolori alla schiena e assenza di sensibilità alle gambe). Dopo 25 giorni, gli abbiamo chiesto di interrompere. Ora chiediamo che venga visitato da medici di fiducia e che si ponga fine alla sua ingiustificata detenzione". Crede che ci siano ancora rischi per la sua vita? Potrebbe morire in prigione?
"Purtroppo, si. È stato incarcerato da coloro che hanno cercato di ucciderlo solo 8 mesi fa. La sua vita è in pericolo. Come è successo lo scorso agosto, l'avvelenamento con il Novichok era un tentativo di far apparire la morte un attacco cardiaco accidentale, ora lo si vorrebbe far morire per la mancanza di cure e per le orribili condizioni di detenzione". (…) Dopo la recente riforma costituzionale, crede che Putin voglia governare a vita? "Si, quello è il suo progetto. Da quando ha commesso dei crimini di guerra come l'annessione della Crimea, la guerra in Donbass, l'abbattimento dell'aereo MH17 della Malaysia Airlines ha scelto una via di non ritorno: non può certo immaginare per lui un sereno pensionamento in Toscana a coltivare pomodori...". (…) La Russia è sotto sanzioni internazionali. Crede che siano efficaci? L'Occidente dovrebbe fare di più? "Vi chiediamo di "seguire i soldi" di Putin in Europa. Servono sanzioni mirate in grado di colpire gli oligarchi della cerchia di Putin che hanno invaso di denaro l'Europa, con fondi frutto di corruzione, truffe e arricchimento illegale. Nell'interesse dell'Europa va esteso il modello della sanzioni mirate con il modello delle leggi Magnitsky". Qual è la sua visione sul futuro della Russia? È possibile un cambio di governo, una Russia democratica? "Noi immaginiamo una Russia pienamente ancorata ed integrata in Europa: letteratura, storia e cultura descrivono una comune appartenenza. Noi ci sentiamo europei. E questo per noi significa soprattutto Stato di diritto, istituzioni democratiche, elezioni libere e competitive, stampa libera, magistratura indipendente. Siamo molto ottimisti sul futuro che ci attende"».

ADDIO MILVA

È morta ieri nella sua casa milanese, a 81 anni, Maria Ilva Biolcati, in arte Milva. Walter Veltroni la ricorda così sul Corriere:    

«Milva appartiene a una generazione di donne dello spettacolo italiano che ha lasciato il segno. Nel cinema e nella musica. E nel teatro e nella letteratura. Alcune di loro, come Alda Merini, Milva le incrocerà nella sua carriera. Donne italiane, capaci di rompere il soffitto di cristallo del dominio maschile quando era ancora più difficile. Donne che lo hanno fatto agendo sul loro talento, la loro intelligenza, la loro sensibilità e cultura. Milva era capace di essere molto popolare - «Il mare nel cassetto» o «Canzone» a Sanremo - molto impegnata, come nelle sue esecuzioni delle canzoni brechtiane, molto coraggiosa come fece nel cantare, in tempi in cui non era colonna sonora di serie come «La casa di carta», un brano come «Bella ciao» a «Senza rete» o a «Canzonissima». Era austera, aveva una voce spettacolare, sembrava che la sua autorevolezza la rendesse distante, meno alla mano di altre sue colleghe. Aveva un carisma, sul palco, che le derivava dalla forza di un modo di cantare in cui pesava più la forza del contenuto che quella delle emozioni. Antifascista convinta, donna di sinistra, capace di dare voce a «Addio Lugano bella» e alla musica di Morricone, Piazzolla, Theodorakis o a quella di Edith Piaf, Milva aveva un suo magnetismo, una sua cifra personale che la collocava, anche musicalmente, a cavallo di epoche diverse. Ma se qualcuno volesse cercare una voce capace di interpretare le diverse musiche del dopoguerra non potrebbe ignorare la potente, elegante vocalità di Milva. Nel suo lavoro si legge il secolo breve e il suo travaglio sofferente. Colta ma non aristocratica, popolare ma non banalmente commerciale».