Salvate il soldato Biden

Operazione di salvataggio da Kabul per migliaia di civili. Il Presidente Usa si gioca tutto sul recupero degli occidentali dall'Afghanistan. Polemiche ancora sul Green pass. Socci prevede un Conclave

Il presidente Usa Biden prova ad affrontare in termini diversi la questione dell’Afghanistan, puntando l’attenzione sull’operazione di salvataggio degli occidentali da Kabul. Sono ancora diverse migliaia e la Casa Bianca ha coinvolto 8 compagnie aree private. È evidente che se dovesse esserci ancora qualche grave intoppo, il destino di Joe Biden sarebbe definitivamente segnato come nuovo Jimmy Carter. Domani è prevista una riunione del G7, mentre comincia a diventare concreta l’emergenza profughi, la “catastrofe umanitaria” annunciata dagli operatori dell’Onu e delle Ong. Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio intervenendo ieri al Meeting di Rimini ha parlato della necessità di “corridoi umanitari” e di uno sforzo “multilaterale”. Repubblica dà grande risalto ad un’intervista di Bernard-Henri Levy col giovane comandante del Panshir Massud, che annuncia insieme voglia di resistere e volontà di dialogo. Quirico su La Stampa crede poco ai ribelli e teme il propagarsi dell’esempio talebano nell’Islam. Scettico anche l’economista Fitoussi che dice al Fatto: la guerra non era giusta, era un modo per finanziare gli apparati.

Sul fronte della pandemia ci sono da registrare buoni numeri: davvero poco prima di Ferragosto c’era stato il picco dei contagi della quarta ondata (chi legge la Versione ne aveva avuto notizia tempestiva) perché la settimana che si è chiusa ieri fa registrare un calo significativo e stabile. Cattive notizie invece dal numero delle vaccinazioni. Ieri sono state fatte solo 111 mila 334 somministrazioni in 24 ore. Agosto si chiuderà con un dato paragonabile a quelli dell’inizio della campagna, deludente.

Molto dura la polemica sul Green pass nei luoghi di lavoro. Oggi Dario Di Vico sul Corriere commenta una foto simbolo di alcuni lavoratori Ikea non vacccinati che mangiano per terra. Il Ministro dell’Istruzione Bianchi ha invece ribadito che saranno sospesi i prof senza Green pass, fra otto giorni la scuola riapre i battenti. Sul decreto anti delocalizzazioni, parla al Corriere della Sera Alessandra Todde, vice ministra allo Sviluppo economico, dei 5 Stelle, che cerca di rassicurare Bonomi della Confindustria. Ma la domanda resta: un’azienda straniera come il colosso informatico Intel verrà a fare i microchip a Torino? O sarà “spaventata” da questo tipo di leggi?

Sul fronte vaticano, Libero spara in prima pagina un titolone su vicine e possibili dimissioni di Papa Francesco. L’articolo è di Antonio Socci. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Riportare a casa gli occidentali che sono ancora in Afghanistan è diventato il nuovo obiettivo degli americani. Il Corriere della Sera annuncia: Kabul, operazione salvataggio. Il Quotidiano Nazionale sottolinea la sfida per il presidente Usa: Fuga da Kabul, mossa estrema di Biden. Repubblica valorizza un’intervista di Henry Levy a Massud: “La mia sfida ai talebani”. Mentre La Stampa mette tra virgolette la denuncia delle Nazioni Unite: “Afghanistan, disastro umanitario”. Per il Giornale: Stati Uniti immobili. Si muove il mondo. Gli altri quotidiani fanno scelte diverse in apertura. Parlando della pandemia, come il Mattino: Abbracci senza mascherine negli stadi il flop dei divieti. E Il Messaggero: Sicilia e Calabria primi stop. I tecnici: obbligo di vaccino. Il Sole 24 Ore mette in fila tutti i  bonus del periodo: Caccia ai 10 aiuti tra tv, affitti, terme e fondo perduto. Il Domani concentra la sua attenzione sulla nuova mania metropolitana: Il grande bluff del monopattino. Il Fatto dà conto di un’intervista a don Luigi Ciotti: “Draghi cacci via Durigon per far pulizia nel governo”. La Verità insiste sulle primarie poco trasparenti: Il PD tira il broglio e nasconde la mano. Libero dà spazio ad un articolo di Socci sulle possibili dimissioni di Papa Francesco: Tam Tam in Vaticano. Tira aria di Conclave.

VIA DA KABUL, DA DOMANI IL G7

L’emergenza è diventata la “rescue operation”: portare a casa gli occidentali dall’Afghanistan. La cronaca di Lorenzo Cremonesi:

«L'inferno di fronte all'aeroporto di Kabul non fa che peggiorare. A una settimana dalla presa talebana della capitale, con l'inizio della fase più drammatica dell'esodo, gli ufficiali Nato confermavano che «almeno una ventina di persone hanno perso la vita». La maggioranza sarebbe stata schiacciata dalla folla e sopraffatta dal caldo. Periscono i più deboli: bambini, anziani, donne incinte. Secondo la locale Tolo Tv , le ultime ore hanno visto un preoccupante aggravamento della situazione: una dozzina di morti soltanto da sabato sera. Gli ospedali offrono cifre più gravi di quelle della Nato e ci sarebbero decine e decine di feriti ancora in pericolo di vita. «Il collo di bottiglia che si è creato sulla strada che conduce al terminal è dovuto alle decine di migliaia di persone che arrivano dalle province più remote, senza alcuna autorizzazione per il fatto che non hanno mai lavorato in alcun modo con la coalizione internazionale, ma che pure cercano di saltare sugli aerei approfittando del caos», spiegava ieri mattina Tolo , che ha diversi inviati sul posto. Secondo le intelligence occidentali, ci sarebbe una specifica minaccia da parte dell'Isis, che pianificherebbe lanci di razzi verso l'ingresso dell'aeroporto da un camioncino Ford. Pare che da venerdì la folla assiepata nella zona dall'aeroporto sia sempre più alimentata dai nuovi arrivati dalle province: Bamiyan, Helmand, Kunar, Baghlan. Non più soltanto profughi che scappano dai talebani e si sentono braccati per il fatto di aver lavorato per i contingenti occidentali, bensì migranti puri e semplici, che cercano di approfittare del caos e dell'opportunità offerta dal ponte aereo internazionale per lasciare il Paese. Ai loro occhi, le difficoltà di fronte alle porte dell'aeroporto sono comunque meno gravi, meno costose e molto più brevi, che le incognite della migrazione illegale destinate a durare mesi infiniti di sofferenze e incertezze. Un concetto espresso anche dal rappresentante Nato a Kabul, l'ambasciatore Stefano Pontecorvo: «Una folla di circa 15.000 persone blocca gli accessi di coloro che hanno ottenuto il diritto di viaggiare». Prendendo atto delle enormi difficoltà sul terreno, complicate dal rischio attentati, gli americani stanno mutando strategia per velocizzare l'evacuazione in sicurezza. Lo stesso presidente Biden ha annunciato che mobiliterà 18 aerei commerciali da affiancare a quelli militari. Ma, soprattutto, si manderanno elicotteri e forse convogli blindati per recuperare i cittadini americani, assieme a quelli della coalizione alleata, che al momento sono invitati a raggiungere specifici punti di raccolta nella zona della capitale. «Non venite all'aeroporto, restate al riparo. Attendete le nostre indicazioni», ribadiscono i diplomatici Usa concentrati nella sala di regia del terminal. Non sarebbe del resto una novità. Con la crescita del rischio attentati jihadisti sul terreno, da almeno quattro o cinque anni gli elicotteri americani funzionavano come navette per portare connazionali e alleati al terminal. Nel frattempo, i talebani cercano di velocizzare la formazione del loro governo. L'economia del Paese è in ginocchio. Ministeri e uffici pubblici non funzionano. I confini di terra sono chiusi, o comunque richiedono procedure complicate per attraversarli. Le banche sono serrate, i salari non vengono pagati. La carenza di contanti sta diventando acuta. Il valore della moneta locale è in caduta libera. Due mesi fa un dollaro veniva cambiato per una sessantina di «afghani», ieri sera era lievitato sopra quota novanta. Ciò aiuta a spiegare la fretta della politica. L'ondata di contestazioni e proteste che ha scosso il Paese tra giovedì e venerdì preoccupa: hanno la necessità di dimostrare alla popolazione che oltre ad essere bravi guerriglieri sono anche in grado di gestire gli affari dello Stato. La fuga delle forze migliori della società a questo punto rappresenta per loro un grave danno. Scappano medici, ingegneri, tecnici, studenti, docenti, uomini d'affari. Si spiegano così i continui appelli pubblici per tornare alle proprie case. È stata anche creata una commissione volta a tranquillizzare i giornalisti. Ieri i leader storici del movimento sono tornati a incontrare gli esponenti locali legati alla coalizione internazionale del calibro dell'ex presidente Hamid Karzai e l'ex numero due del governo appena rovesciato, Abdullah Abdullah. Il loro progetto di «governo inclusivo» resta però tutto da verificare. Le aperture nei confronti delle forze dell'estremismo sunnita, come il clan Haqqani e il feroce signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, paiono smentire le loro promesse di moderazione. Un segnale di distensione è giunto dalla valle del Panshir, dove il giovane Ahmad Massoud ha invocato il dialogo. I talebani sembrano replicare inviando truppe ben armate». 

L’intellettuale francese Bernard-Henri Levy ha intervistato Ahmad Massud, figlio del comandante Ahmad Shah Massud, il leone del Panshir. La stessa zona in cui Massud è asserragliato con i suoi uomini.

«Circola notizia, in Europa e negli Stati Uniti, che anche lei si stia preparando ad abbandonare la lotta. «È solo propaganda. E, a quanto pare, lì da voi ci sono dei disfattisti che confondono i loro desideri con la realtà. Non è affatto così, e la prego di renderlo noto. Non se ne parla di abbandonare la lotta; anzi, la nostra resistenza, qui nel Panshir, è appena iniziata». Haqqani, il leader dei talebani, ha dichiarato poco fa, via Twitter, che lei stava "battendo in ritirata". Non è vero, quindi. «Le ripeto che è pura disinformazione». Me lo dica chiaro e tondo: nessuna resa? «Nessuna resa, confermo. Preferirei morire, piuttosto che arrendermi. Sono figlio di Ahmad Shah Massud: "resa" è una parola che non esiste, nel mio dizionario». Nonostante gli americani se ne siano andati? Nonostante gli alleati abbiano tradito e lo Stato sia crollato? «Quando lei venne a farmi visita, un anno fa, nel mio territorio del Panshir, le dissi che per me mio padre era più di un padre, era stato un mentore. Mio padre non accetterebbe che mi arrendessi». L'Europa, in proposito, ha dei dubbi. Si dice che lei non è nato per condurre una guerra e che non riuscirà a diventare un guerriero. «Mio padre mi ha insegnato una cosa: che la forza di un popolo è fatta, ben oltre la disparità dei mezzi fisici, dallo spirito di resistenza. È questo che conta. Bisogna credere con ogni forza nella missione che ci viene assegnata, e questa missione, per me, è irrevocabile, qualunque sia il prezzo da pagare. Mio padre, dentro di sé, questa forza l'aveva, non l'ho mai messo in dubbio. Farò tutto il necessario per dimostrarmi degno del suo esempio, della sua fermezza e del suo coraggio pacato». Mi scusi se insisto, caro Ahmad, amico mio. Purtroppo la linea è davvero pessima e voglio essere sicuro di aver capito bene. Le voci che dicono che siete in dialogo con i talebani sono quindi false? «Parlare, è una cosa. Parlare si può. In qualsiasi guerra si parla. E mio padre ha sempre parlato con i nemici. Sempre. Persino nei momenti di guerra più aspri. Arrendersi però è un'altra cosa. E le ripeto che non se ne parla, non ci arrenderemo, né io né i miei uomini. Non se ne parla proprio». Ma allora, perché parlare? «Perché io sono un uomo di pace e voglio il bene del mio popolo. Pensi se i talebani si mettessero a rispettare i diritti delle donne, delle minoranze; e la democrazia, le basi di una società aperta e tutto il resto. Perché rinunciare a dire loro che tali principi avrebbero effetti positivi su tutti gli afghani, talebani compresi? Tuttavia ripeto, e torno a ripetere, che non accetterò mai una pace imposta, il cui unico merito sia l'apporto di stabilità. La libertà e i diritti umani sono beni di un valore incalcolabile, non si possono barattare con la stabilità di una prigione».

Domenico Quirico su La Stampa prova ad immaginare che cosa accadrà nell’immediato futuro. Il suo è uno scenario amaro (ce n’è anche per Levy e Massud) che mette in luce le ipocrisie occidentali.

«Proviamo a immaginarlo: l'Emirato dell'Afghanistan. Facciamo in fretta. Non c'è più nulla in sospeso. Non si preconizza. Si fa. Tra qualche settimana sarà ben installato, una ingombrante realtà geografica e politica. Ora con le immagini dell'aeroporto, e i fuggiaschi che si accalcano con i volti solcati dalla paura come campi arati, la tragedia afgana sembra più vicina. ha dei contorni più familiari, più precisi. Esiste. Eppure. Il dopo è già in gestazione, inesorabile. Come in un finale d'opera i nocchieri della catastrofe occidentale son ancora tutti alla ribalta con le loro facce ben conosciute, i loro annunci sono piccoli incidenti retorici, residui da rigattiere. Si insiste sulla emergenza umanitaria, per non dover rispondere dell'altro. Si promette di portar via tutti i "nostri afghani", ammettendo così in modo esplicito che gli altri, che sono 34 milioni, non ci riguardano, li abbiamo già consegnati senza troppi sudori del rimorso alla cura dei fanatici. Si lanciano campagne per adottare l'afghano da salvare e ognuno, secondo una inguaribile visione corporativa del mondo, si avviticchia al suo. I giornalisti salvano i giornalisti, i medici il personale sanitario, le femministe le donne, gli scrittori, scrittori di cui non hanno mai letto un libro. Senza porsi la domanda se svuotare l'Afghanistan di tutti coloro che sono un'alternativa umana politica e culturale al pensiero fondamentalista non sia un bel regalo fatto ai taleban: che forse per questo, e per qualche altro redditizio baratto, lasciano fare. Nell'Emirato le nuove generazioni cresceranno così senza pensare che ci sia qualcosa di diverso dal pensiero unico: la migliore garanzia di dominio millenario. Dopo venti anni di bugie decrepite ne abbiamo già pronto un nuovo armamentario per gli afghani stralunati che sbarcano nei nostri aeroporti. Chissà se questi sventurati venendo da un Paese in cui la tragedia è vana, il trionfo rovina, il quotidiano è angoscia del domani trovano in questa vita nostra alla giornata, una esperta e sorridente saggezza. Il senso della Storia ridotto al giorno, all'ora, al momento che passa. Con la dimenticanza già pronta in tasca. Sull'aeroporto del nuovo Emirato, tornato tranquillo, sventolerà tra poco la bandiera ammonitrice dei taleban. Pattuglie di zelanti controllori della virtù civica e teologica pattuglieranno le strade per tener lontana l'esibizione del vizio. L'aeroporto non sarà sonnolento, anzi: atterreranno fitte delegazioni cinesi alla ricerca di buoni contratti per estrarre minerali rarissimi (chissà perché spuntano sempre dal sottosuolo di lande derelitte dopo guerre e rivoluzioni?) e per sdebitarsi con strade e infrastrutture. Alla shura talebana vanno benissimo, i discreti apostoli del capitalismo confuciano: vivon chiusi in miniere e cantieri, non danno scandalo con abitudini empie, finito il lavoro spariscono senza lasciar tracce ideologiche. Adorano anche loro l'Ordine. Solo con lieve ritardo spunteranno, un po' timidi all'inizio, anche pionieri del buon affare dall'Occidente e da altri orienti. La televisione trasmetterà no stop delle prediche delle star delle madrase e notiziari sull'inesorabile espandersi del vero pensiero islamico nelle terre dei tiepidi e degli infedeli. La Resistenza del nord è scomparsa in poche settimane: i leoni del Panshir erano stanchi, chiacchieroni senza seguito. Massoud junor, tipo azzimato e inconcludente, vivrà ormai a Parigi, nel sesto chiccoso arrondissement, dove in coppia con il filosofo delle star, BHL, terrà ben remunerate conferenze sulla disperante tragedia afghana, e scriverà toccanti editoriali per «Le Monde». Per qualche mese sarà in piedi uno scenografico governo di coalizione con alcuni personaggi del vecchio regime, pentiti o convertiti alla giusta fede. Vecchio trucco dei totalitarismi, la fase ecumenica, gentile. E poi bisognava regalarlo ai governi musulmani amici e agli occidentali che dovevano salvar la faccia. Molto utilizzato, all'inizio, l'ex presidente Karzai soprattutto per necessità scenografiche, cerimonie, incontri ufficiali. I taleban hanno notato che spesso a noi occidentali basta un inglese fluente e un vestito costoso per innescare fiducia. Dopo qualche mese saranno evocati alcuni dossier che i taleban avevano "scoperto'' nei giorni della conquista di Kabul: bustarelle milionarie, peccatucci con gli abominevoli invasori americani. La terza via afghana all'islamismo democratico sparirà fisicamente con discrezione. Nessuno si farà molte domande: in fondo per gli afghani erano personaggi che non meritavano tutta questa pena. Le ambasciate si ripopoleranno: per prime quella del Pakistan, ovviamente, antico socio dei taleban, poi il Qatar milionario e la Turchia. L'hanno subito detto che con la nuova Kabul si deve parlare. Ciascuno di loro con la speranza, molto fragile, di poterli manovrare, i barbuti dell'Hindu Kush. Seguiranno il loro esempio via via altri Paesi musulmani, anche quelli che hanno maggiori ragioni di aver paura degli alleati estremisti dei taleban, i sognatori della purificazione dell'islam falso e bugiardo. Essere accettati a Kabul, nuova Mosca del Verbo estremista, patria per i senza patria estremisti, è la garanzia perché quei pericolosi giannizzeri del jihad universale vengano dirottati su altri bersagli. Saggia precauzione: il trionfo a Kabul, con gli americani umiliati e fuggiaschi, solleverà entusiasmi in tutta il pianeta musulmano. Delegazioni di aspiranti imitatori verranno a visitare il paese dell'islam realizzato, a imparare come si fa a cacciare l'Occidente. Una seduzione taleban, che farà seguito a quella per Bin Laden e per il califfato di Mosul. Quello che è accaduto non è un imprevedibile accidente anacronistico, guidato da uomini preistorici, uomini di un altro tempo che per caso si trovano a dirigere un grande Paese in una zona nevralgica del mondo. Semmai un altro tassello della rivoluzione totalitaria islamica che come quelle francese e russa ha enormi ripercussioni, non solo interne fra le genti che la vivono, ma fra tutte le genti con cui ha un discorso in comune. Il nazionalismo jihadista degli afghani, più astuto e prudente della furia universalistica dei siriani, non preannuncia però furie territoriali e annessionistiche. Userà il micidiale contagio dell'esempio».

Fabio Tonacci fa il punto per Repubblica sull’accoglienza dei profughi nel nostro Paese.

«La Ellis Island italiana si prepara ad accogliere cinquemila afghani. Il ponte aereo da Kabul organizzato dal ministero della Difesa proseguirà per tutto agosto e alla fine saranno evacuate più delle 2.500 persone segnalate dalla Farnesina tra collaboratori e famigliari di chi ha lavorato con il contingente italiano a Herat. È assai probabile che sarà prelevato anche chi attualmente non figura nella lista italiana. Il numero esatto, però, non è definito. Intanto il terminal 5 dell'aeroporto di Fiumicino. dove i profughi sono sottoposti a visita medica, tampone anti-Covid, foto segnalamento per il rilascio del visto, si attrezza con docce, brandine, più agenti della Polizia di frontiera e della Polaria e più sportelli per il rilascio dei visti umanitari. Ad oggi i cittadini afghani trasportati dall'inizio dell'operazione Aquila sono 2.497. Di questi 1.701 solo negli ultimi sette giorni, dopo la presa del potere da parte dei talebani: 454 sono donne e 546 bambini. Nello scalo di Kabul, controllato dagli americani, ci sono altri 800 afghani pronti per essere imbarcati sui C130J dell'Aeronautica. Nella giornata odierna a Fiumicino sono previsti tre voli in arrivo (alle 4, alle 7 e alle 14) con 600 passeggeri. Nel Terminal 5 ormai ribattezzato la Ellis Island italiana, come l'isolotto della baia di New York dove tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo approdarono 12 milioni di migranti, si lavora h24. Nove docce, tre per gli uomini e sei per le donne, sono state installate dalla Croce Rossa. Una ventina di brandine pieghevoli sono state sistemate nella zona dei check-in. La Polizia ha raddoppiato (da 5 a 10) le postazioni per il rilascio dei documenti, e la Scientifica aumenterà a 7 i banchi per il foto segnalamento. «In media ci mettiamo 15-20 minuti per rilasciare un visto - dice Antonella Mari, dirigente della polizia di Frontiera di Fiumicino - con il potenziamento del personale in servizio riusciremo a dimezzare il tempo di permanenza al Terminal». Dopo il visto, le famiglie afghane vengono trasferite nelle strutture di accoglienza delle prefetture e dei comuni. I 130 arrivati ieri sono stati portati in Liguria. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è intervenuto al Meeting di Rimini: «È necessario e urgente mettere a punto insieme all'Unione Europea una risposta comune, in raccordo con i partner della regione», ha detto, ribadendo che i flussi di profughi aumenteranno. Sul rischio terrorismo sottolinea che nell'azione di contrasto «andranno coinvolti anche Cina e Russia». In ultima battuta, Di Maio ha voluto in qualche modo rispondere alle critiche di Beppe Grillo. «Dobbiamo rafforzare la nostra alleanza occidentale, non metterla in discussione. Altrimenti ci indeboliamo tutti». 

ESPORTARE LA DEMOCRAZIA?

L’economista Jean Paul Fitoussi viene intervistato dal Fatto sulle responsabilità dell’Occidente. Fu una guerra giusta? Era davvero possibile esportare la democrazia in questo modo?

«Esportare la democrazia conviene? "Immagino si riferisca al fatturato della guerra". Immagina bene professor Fitoussi. «La guerra alimenta una domanda aggiuntiva ma ci sono modi assai migliori di alimentare il fatturato. Non c'è poi una guerra che sia finita bene e non c'è luogo in cui la democrazia sia stata esportata con le armi. Siamo dovuti partire da ogni Paese occupato con i blindati e il costo politico della fuga risulta enormemente maggiore di quello messo in preventivo. Iraq, Siria, Libia ancora sono bracieri ardenti e nulla ci hanno purtroppo insegnato. L'Afghanistan è l'ultima tappa di questa indisturbata e suicida crociera militare che finisce in un bagno di sangue e in una catastrofe geopolitica». Si dice che l'Afghanistan sia la nuova Arabia del litio. Con immensi giacimenti inesplorati mentre la Cina sarebbe già intenta a valorizzare le riserve di rame e l'India quelle di ferro. «Intanto ci siamo consegnati ai talebani armi e bagagli. La lezione di questa disfatta ci dice che se c'è da alimentare un'industria nazionale beh, scegliere di scatenare una guerra è di sicuro il modo peggiore. Gli Usa, ora protagonisti di questa fuga caotica e piuttosto disonorevole, con la pandemia hanno invece dato una lezione all'Europa su come contrastare la recessione e abbattere la disoccupazione. Non hanno risparmiato dollari». Cinquemila miliardi è la dote messa a disposizione. «Quantità imparagonabile di fronte ai 750 miliardi di euro (di cui 360 miliardi di prestiti) che l'Europa ha propagandato come il grandioso piano di ripresa. Grandioso? C'è qualcosa che non capisco. L'Europa è una, nessuna e centomila. Gli Usa non tollerano una disoccupazione alta, noi invece sì. E infatti gli Usa hanno un'economia già ritornata ai livelli pre Covid, da noi si stima che solo alla fine del prossimo anno potremo dire lo stesso. E molte delle spese, ritornando al tema dell'Afghanistan e dell'economia prodotta da una guerra, saranno invece destinate a riqualificare le infrastrutture civili, a irrobustire il sistema sanitario. Come vediamo, il fatturato dell'industria è lievitato enormemente a conferma che la guerra, oltre a ogni valutazione di ordine etico, resta la strada meno conveniente per alimentare i bilanci». Perché l'Europa arranca? «Perché è un insieme di Paesi federati senza una vera federazione. I governi nazionali messi sotto tutela dalla burocrazia di Bruxelles che deve valutare la qualità dei soldi spesi da ciascuno di essi, accettano supinamente questo tutoraggio. Una tutela che alimenta altra burocrazia e finisce per ostruire il cammino invece di renderlo più veloce e segna, tra le altre tante distinzioni, la differenza con la speditezza dell'economia americana». Dopo Merkel chi guiderà le danze a Bruxelles? «Due persone possono assumere la leadership europea: Draghi e Macron. In questa fase c'è però bisogno di una politica schiettamente di sinistra e Draghi, che pure ha un curriculum superiore al francese, da questo punto di vista non compie scelte identificabili. Perciò per Macron (che ha altissime probabilità di essere rieletto) la strada è in discesa». 

CONTAGI COVID, PRIMA SETTIMANA IN CALO

Il fronte della pandemia conferma un dato positivo: dopo Ferragosto, e il numero è settimanale quindi più stabilizzato, i contagi scendono. Mariolina Iossa sul Corriere della Sera:

«La media giornaliera degli ultimi 7 giorni è di circa 6.200 nuovi positivi e se ci sarà una nuova ondata in autunno è presumibile che sia piccola e, grazie alla campagna vaccinale, non ci saranno impennate di ricoveri in terapia intensiva e nei reparti ordinari, anche se ci si attende che i posti letto occupati aumentino. L'aumento non sarà sostenuto e al momento sembra che potrà mantenersi al di sotto delle soglie di allerta fissate dal ministero della Salute per i tassi di occupazione dei reparti, che sono al 30% per le rianimazioni e al 40% per le aree mediche ordinarie. Questo perché secondo gli ultimi dati dell'Istituto superiore di Sanità, la maggior parte dei casi di nuovi contagi e di ricoveri negli ultimi 30 giorni sono di persone non vaccinate. Siccome i vaccinati sono il 67% della popolazione e nelle persone completamente vaccinate si osserva una forte riduzione del rischio di diagnosi (83%), di ospedalizzazione (95%), di ricoveri in terapia intensiva e di decessi (97%) rispetto a quelle non vaccinate, possiamo presumibilmente mantenere un moderato ottimismo sullo scenario che ci troveremo davanti ad ottobre. Sempre secondo i dati elaborati dall'Agenas, il tasso di occupazione delle terapie intensive è salito al 5% rispetto al 4% di una settimana fa, mentre quello dei reparti ordinari è salito al 7% rispetto al 6% di una settimana fa. Soltanto la Sicilia rischia tra una settimana il cambio di colore. Ieri il bollettino quotidiano ha registrato 5.923 nuovi casi e 23 decessi, ma i tamponi sono stati molti di meno, 175.539, 79.679 in meno rispetto al giorno prima. Il tasso di positività sale quindi al 3,3% dopo la discesa al 2,9% di sabato. Sono 34 i posti letto in più occupati in area medica per un totale di 3.767 persone ricoverate e 6 in più ma con 33 nuovi ingressi in rianimazione per un totale di 472 pazienti totali. Sempre alti i nuovi casi giornalieri in Sicilia, ieri altri 1.350 che, e come detto l'isola è vicina al giallo mentre sperano di evitarlo Sardegna e Calabria. Secondo gli ultimi dati su base regionale dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, si registra un ulteriore aumento del tasso di occupazione dei posti letto per Covid nei reparti in area medica in Sicilia, che si attesta al 19%, mentre resta al 9% il dato sulle intensive (le soglie limite sono 15 e 10%). Restano invariate le percentuali per la Sardegna (rispettivamente 12% e 10%) mentre calano di un punto (al 14%) i ricoveri in area medica in Calabria (resta al 7% per le intensive). In Italia, sempre secondo i dati Agenas, la media nazionale sulla percentuale di occupazione dei posti letto per Covid in area non critica rispetto ai posti disponibili è al 7% mentre si attesta al 5% per le intensive».

DELOCALIZZAZIONI E GREEN PASS

La ripresa d’autunno è già segnata dalla durissima polemica sul Green pass. Ma c’è un altro tema che ha sollevato il presidente di Confindustria Carlo Bonomi al Meeting di Rimini: il decreto anti delocalizzazioni. Per il Corriere Giuseppe Alberto Falci ha intervistato la Viceministra Todde.

«Ricordo che stiamo parlando di una bozza non della versione definitiva» risponde al Corriere Alessandra Todde, viceministra allo Sviluppo economico, del M5S, all'indomani dell'attacco frontale del presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Se l'aspettava un affondo del genere sul decreto anti-delocalizzazioni che sta scrivendo assieme al ministro del Lavoro Andrea Orlando? «Guardi, mi aspetto solo si apra un confronto produttivo. Nessuno crede che le imprese rimangano in Italia per merito delle norme: l'unico modo è un contesto stabile e competitivo e un sistema di attrazione degli investimenti che funzioni». Quindi? «Nessuna polemica, ma nemmeno la volontà di eludere un problema che in Italia esiste. L'intento del decreto è quello di delineare un percorso di responsabilità sociale per aziende che non sono in crisi e decidono di chiudere attività produttive dopo aver ricevuto aiuti pubblici. Dobbiamo combattere la logica usa e getta». Lei ha letto l'intervento di Bonomi come una dura critica al provvedimento o come un'offensiva politica? «Sono una persona concreta, sono cresciuta con La chiave a Stella di Primo Levi e vengo da 30 anni di vita di impresa e di azienda in cui non ho utilizzato 1 euro di denaro pubblico. Mi è stata insegnata l'etica del lavoro e non credo di sostenere una discussione marziana. Credo non sia stata capita a fondo la logica della norma trattandosi di una bozza». Però Bonomi parla di un testo punitivo. È così? «Non ha alcun intento punitivo. Non potrebbe essere altrimenti considerando il mio percorso professionale. Le aziende rimangono in un Paese a medio lungo termine se il patto territoriale è equilibrato, se sono competitive e se ricevono dal territorio i servizi e le agevolazioni utili come personale qualificato, basso costo dell'energia o una filiera che funziona». I tentativi precedenti di disincentivare la delocalizzazione sono stati spesso inefficaci. Avete fatto un conto del saldo costi-benefici? «Noi dobbiamo ragionare sulla competitività e su ciò che è strategico per il nostro Paese e su quali investimenti possono creare valore. Ma non è nemmeno corretto scambiare la politica industriale con la giustificazione di atteggiamenti predatori e non etici da parte delle imprese, come i licenziamenti last minute via WhatsApp». Non rischia di renderci sempre meno attrattivi per le multinazionali? Bonomi ha raccontato che il suo omologo spagnolo lo ha ringraziato: se passa il provvedimento aumenteranno le aziende che andranno a investire in Spagna anziché in Italia. «Ci sono multinazionali che decidono di investire in Italia. Unilever non chiude lo stabilimento di Pozzilli in Molise ma lo trasforma in un polo strategico per il riciclo e riutilizzo della plastica. In Spagna lo statuto dei lavoratori dice che, se vengono licenziati più di 50 lavoratori, l'imprenditore deve presentare un piano di ricollocamento che assista lavoratori licenziati per almeno 6 mesi e che le aziende non in concordato debbano contribuire ai fondi di prepensionamento per i lavoratori sopra i 55 anni. Quindi ci sono regole in tutti i Paesi europei, è giusto che ci siano anche in Italia». Uno dei limiti dei precedenti tentativi è che prevedeva sanzioni solo per chi si trasferiva nei Paesi extra Ue. Voi cosa pensate di fare? «Il limite è imposto dalle norme comunitarie da cui non possiamo derogare. È importante capire che per reindustrializzare o ricollocare serve tempo che va speso insieme tra azienda e istituzioni in un percorso ordinato». Ma è vero che vi state ispirando alla legge francese Florange? «In realtà il testo è stato condiviso con esperti di impresa e giuslavoristi nell'ottica di trovare un percorso sensato che non penalizzasse le aziende serie che sono la maggioranza». Nel testo si parla di un'ipotesi di black list per chi delocalizza. Di cosa si tratta? «Far presente alle istituzioni chi ha preso soldi pubblici senza seguire le regole». Sul Green pass nelle aziende, sempre Bonomi e i sindacati vi incalzano a dire cosa bisogna fare. «La concertazione tra aziende, sindacati e governo è il luogo giusto dove trovare una soluzione. La sicurezza è necessaria ma in modo che funzioni. Tutti gli strumenti e tutte le vie di contrasto al Covid, nel rispetto della comunità scientifica, mi trovano favorevole». Un'ultima cosa sugli ammortizzatori sociali: non le sembra una contraddizione continuare a dare la Cig Covid all'ex Ilva mentre il mercato dell'acciaio è in netta ripresa? «L'ex Ilva ha bisogno di tempo e di supporto per compiere la sua trasformazione. L'ingresso dello Stato nel capitale segna la strategicità dell'azienda».

Green pass. Il Corriere pubblica una foto di alcuni lavoratori dell’Ikea di Piacenza, non vaccinati, che mangiano per terra con i vassoi della mensa. La commenta Dario Di Vico.

«Questa foto documenta la pausa mensa dei lavoratori non vaccinati del magazzino di Ikea di Piacenza. E va detto subito che è un'istantanea che suona un'offesa per un Paese come l'Italia che ha robuste tradizione di responsabilità d'impresa e, ancor più, solide tradizioni sindacali. È giusto e doveroso chiedere che Cgil, Cisl e Uil rompano gli indugi, la smettano di tradire la grande lezione dei Lama, dei Carniti e dei Benvenuto e scrivano con la Confindustria un nuovo protocollo per regolare l'utilizzo del green pass anche in mensa (e favorire l'estensione della campagna vaccinale). Ma nell'attesa - che auspichiamo sia la più veloce possibile per non compromettere la ripresa economica e non generare ulteriore turbativa - devono essere garantite condizioni di dignità a tutti i lavoratori. Siano essi dipendenti diretti o di cooperative fornitrici, vaccinati o ancora no. L'Ikea è un'azienda insediata in Italia ormai da tempo immemore, ha goduto sempre un notevole successo di mercato e ha anche favorito l'aggregazione delle Pmi del legno del Friuli-Venezia Giulia. In più dal polo logistico di Piacenza della multinazionale svedese è nato un vero distretto, il più importante d'Italia. Per tutti questi motivi gli svedesi non possono dimenticare e svilire la loro cultura d'impresa e di fatto obbligare i lavoratori a mangiare per terra come fossero degli animali. Sì, degli animali. Oggi stesso va organizzata la tensostruttura necessaria per consentire ai lavoratori non vaccinati di consumare il loro pasto in santa pace e magari di maturare l'adesione alla campagna vaccinale favorita da una corretta informazione. In caso contrario i manager dell'Ikea, che hanno fatto un pezzo di storia del marketing, sono i primi a sapere che a rischiare di pagarne i prezzi sarebbe innanzitutto la reputazione del gruppo. In cento seminari avranno ripetuto che oggi «il potere è del consumatore». Beh, è proprio così».

SARANNO SOSPESI I PROF SENZA GREEN PASS

Otto giorni e nelle scuole si ricomincia con i Collegi dei docenti e gli esami di riparazione. A che punto siamo con le regole anti Covid? Risponde il Quotidiano Nazionale.

«Sul fronte scolastico per quanto riguarda il personale, insegnanti e operatori «abbiamo un set di regole chiare, che abbiamo ovviamente dato seguendo le indicazioni del Cts; indicazioni che dicono in maniera molto evidente che tutti coloro che hanno un Green pass sono dentro la scuola, saranno presenti all'inizio della scuola a settembre, invece coloro che non hanno un Green pass, come dice la norma attuale, ovviamente saranno sospesi». Lo ha detto, a margine di un convegno al Meeting di Cl, il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi. E ha proseguito: «Sono qui per confermarvi che tutto il governo sta lavorando per un ritorno in presenza. Noi siamo convintissimi di questo, abbiamo lavorato su questo già da primavera, abbiamo portato in presenza tutti i bambini e i ragazzi, abbiamo fatto tutti gli esami di maturità e abbiamo tenuto aperto le scuole anche in estate. In questo momento stiamo investendo una quantità di risorse, oltre due miliardi, come mai si è visto». In vista del prossimo anno scolastico, sul fronte dei trasporti «stiamo lavorando moltissimo con il ministro Giovannini, con le Regioni e gli enti locali che hanno molto intensificato l'offerta. Noi abbiamo investito più di 800 milioni per aumentare nell'ora di punta del 20% l'offerta. Su questo non dico che sono tranquillo ma sono sicuro di come tutti gli enti locali e le province stiano lavorando per garantire il massimo di garanzia». Ad ogni modo, ha argomentato, c'è il tema del trasporto di più lunga durata, soprattutto per i ragazzi più grandi. Lì è stato mantenuta un'attenzione molto particolare. Stiamo organizzando in tutte le scuole il Mobility Manager, per aver chiari i percorsi che fanno i ragazzi per raggiungere la scuola che - ha concluso Bianchi - sicuramente è il posto più sicuro».

PD-5 STELLE E LA LINEA DEL FATTO

Sul Corriere della Sera torna a parlare l’esponente del PD Goffredo Bettini, intervistato da Maria Teresa Meli. Bettini si dice ancora a favore dell’alleanza con Giuseppe Conte.

«Goffredo Bettini, le Amministrative saranno un test per la segreteria Letta? «Il voto di ottobre è importante per la politica nazionale, ma soprattutto per i cittadini dei luoghi in cui si vota. Detto questo, la prova vera per Letta saranno le prossime elezioni politiche. Per quanto mi riguarda, con la mia autonomia e le mie idee, fino a quella data lo sosterrò e aiuterò senza alcuna riserva. E poi vedrà: il risultato delle Amministrative rafforzerà il segretario». Quello di Roma è uno dei voti più attesi. «Sono lontano da molti anni dalla gestione amministrativa e politica di Roma. Tranne la breve parentesi di Marino che ho contribuito a candidare, dal 2008 mi sono occupato di altro. Ho scritto libri. Organizzato festival del cinema all'estero. Svolto centinaia di incontri in tutta Italia. Negli ultimi cinque anni ho vissuto ininterrottamente a Bruxelles, andando in albergo le poche volte che tornavo nella capitale. Ma ora, sento il dovere di appoggiare con tutto il cuore Gualtieri. Roma è giunta ad un punto morto e va risollevata». E per lei potrà farlo Gualtieri? «Gualtieri ha le idee chiare. Nel suo programma si fa carico della fatica quotidiana dei cittadini romani per vivere e lavorare. È un tema trasversale che impone una prospettiva nuova del governo di Roma. Servizi, mentalità, organizzazione burocratica e modo di produrre. Gualtieri ha riassunto il senso di questo lavoro con uno slogan efficace: "Roma dei 15 minuti". Può riuscire nell'impresa: è democratico, umano, socialmente sensibile, competente e autorevole ma mai sbruffone. Per un sindaco le qualità personali contano molto. E conta saper mettere in moto tante forze diverse in una visione comune. Occorre un'orchestra armoniosa e non gli "assoli" di tenori che steccano. Nella coalizione ci sono diverse liste. Il Pd, quella socialista, dei cattolici democratici, dei verdi e le due civiche, una di sinistra e una rivolta in particolare alle migliori forze produttive e professionali. Due formidabili operazioni di allargamento. Infine, per cambiare Roma è indispensabile avere un buon rapporto con la Regione Lazio, diretta splendidamente da Zingaretti, con il governo nazionale e con l'Europa. Gualtieri può alzare il telefono e parlare alla pari con tutti i leader europei. Ho visto direttamente in quella sede la stima di cui gode». Il M5S andrà da solo quasi dovunque. Bettini, la sua strategia dell'alleanza è stata smentita dai fatti. «Non c'è da smentire nulla. Il rapporto politico vincolante e stretto tra il Pd e i 5 Stelle era indispensabile per rendere più salda ed efficace l'azione comune del governo Conte II. Lo rivendico pienamente. E l'ho perseguito fino all'ultimo nell'interesse nazionale. Ora lo scenario è totalmente cambiato. In prospettiva continuo a non vedere altra possibilità che l'alleanza tra il Pd e Conte, per competere con la destra. Ma è giusto che ognuno nel frattempo definisca meglio il proprio profilo e valuti i tempi del processo unitario a partire dai territori. Attorno a Manfredi a Napoli e a Lepore a Bologna andremo fin dal primo turno insieme con i 5 Stelle. A Milano credo vi sarà una utile convergenza al secondo turno. A Roma non è stato possibile andare insieme. Diamo un giudizio molto severo sull'operato di Virginia Raggi».

Il Giornale sottolinea l’alleanza politico-editoriale fra il giornale di Marco Travaglio e i 5 Stelle a guida Conte, con un articolo di Domenico Di Sanzo.

«Alla nascita, nel 2009, il Fatto Quotidiano era un giornale tutto polemico e politico, però orfano di un partito. Tanto da avere contribuito a spianare la strada all'antipolitica dei grillini. Quindi, appena il M5s è entrato nella scatoletta di tonno del Parlamento, è stato per un periodo una sorta di organo del Movimento. Solo che nessuno pensava che il quotidiano ora diretto Marco Travaglio alla fine diventasse esso stesso un partito. Altro che Cinque Stelle, ora c'è il Pdf, quello che tanti pentastellati chiamano «il Partito del Fatto». Sì ci sono stati Antonio Di Pietro e il Popolo viola. Quindi il Vaffa, Beppe Grillo, Gianroberto e Davide Casaleggio, il grillismo a guida Luigi Di Maio dell'exploit alle Politiche del 2018. Il Fatto, durante queste fasi della politica, ha sempre interpretato il ruolo di suggeritore dell'area di riferimento. Ma quand'è che il giornale ha cominciato a vivere, politicamente, di vita propria? È su questo che si arrovellano nel M5s. Ben prima che una componente del Cda di Seif (Società editrice del Fatto) diventasse la candidata dei 5 Stelle per la poltrona di sindaco di Milano. La scelta da parte di Giuseppe Conte del nome di Layla Pavone per il capoluogo lombardo è solo l'ultimo segno tangibile dell'influenza di Travaglio e soci. Fonti stellate di primo livello descrivono così al Giornale la situazione: «Non pensate che sia Conte a dettare la linea al Fatto, è il contrario». E ancora: «È il giornale contiano, non del M5s». Chi tenta di mettere ordine nella storia del «Partito del Fatto» colloca l'inizio della simbiosi agli esordi del governo giallorosso. Meglio: alla fine del governo gialloverde. A quella giornata in cui Conte sboccia d'improvviso e mette in scena a Palazzo Madama una ramanzina ai danni di un incredulo Matteo Salvini. In redazione trovano un leader. Il direttore il 10 settembre 2019 a Otto e Mezzo spiega che l'alleanza con il Pd «si doveva fare un anno e mezzo fa», delinea la nascita di «un nuovo bipolarismo tra Conte e Salvini».

CENTRO DESTRA, NASCE IL PARTITONE?

Dopo gli incontri in Costa Smeralda, Berlusconi-Meloni e poi Berlusconi-Salvini, a che punto è la federazione di centro destra? Marco Conti sul Messaggero.

«Anche se gli incontri agostani di Silvio Berlusconi nella sua villa in Costa Smeralda non fanno rumore come un tempo, la visita di Matteo Salvini, e l'idea di costruire una federazione tra i due partiti, sta agitando ciò che resta di Forza Italia e del centrodestra. «Il percorso politico sempre più condiviso tra Berlusconi e Salvini», come lo definisce al Tg3 il forzista Andrea Mandelli, viene infatti considerato da molti una sorta di annessione di FI alla Lega in funzione anti-Meloni. Anche se per ora i due leader procedono con i piedi di piombo per non creare fibrillazioni nei rispettivi partiti e nella maggioranza, la rotta sembra decisa e la spiega più chiaramente Gianfranco Rotondi che negli ultimi vent' anni ha partecipato a tutte le operazioni centriste volute dal Cavaliere. «Si sta sbaraccando tutto ciò che si è costruito in questi anni e lo si sta facendo lentamente. D'altra parte - aggiunge l'ex ministro - quando devi fare una strage non devi far capire alle vittime le intenzioni». Il riferimento è ai posti in lista che difficilmente riusciranno a garantire, a tutti gli uscenti di FI e della Lega, il ritorno in un Parlamento che avrà un terzo dei posti in meno. «Non so se per fare una federazione sia il momento giusto o se sia la strada giusta», sostiene il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti in una pausa del Meeting di Cl. Il timore dei moderati di essere annessi da un partito che annovera i ministri Giorgetti e Garavaglia ma anche Siri, Borghi e Bagnai, spaventa l'ala moderata del centrodestra composta anche da quel gruppuscolo di sigle che sinora sono rimaste fuori dalla consultazione del Cavaliere e che faticano a restare dove ci sono sovranisti e no-vax. Nella due giorni sarda Salvini e Berlusconi hanno deciso che, prima delle ripresa autunnale, metteranno intorno ad uno stesso tavoli ministri e capigruppo dei due partiti per «un coordinamento» e «una proposta forte di governo», come la definisce il coordinatore nazionale di FI Antonio Tajani secondo il quale l'iniziativa non prevede gruppi unici e tanto meno porsi in contrapposizione a FdI. Eppure la strada, avviata dal Cavaliere poche settimane dopo la nascita del governo Draghi, sembra segnata anche se la necessità di non turbare l'azione dell'esecutivo e l'intenzione di arrivare alla partita del Quirinale con minor defezioni possibili, ne rallentano la corsa. Resta però da vedere se la fusione reggerà anche la prova della modifica della legge elettorale. Le spinte per una correzione della legge in senso proporzionale restano forti e anche se l'argomento è ora uscito dall'agenda dei partiti, il taglio dei parlamentari rende necessario un intervento. In attesa che nasca il partitone frutto della fusione tra FI e Lega, Giorgia Meloni si gode i sondaggi che nelle amministrative di ottobre potrebbero tradursi in voti veri e sancire in più comuni il sorpasso sulla Lega». 

ARIA DI CONCLAVE?

Antonio Socci su Libero amplifica alcune indiscrezioni sulle possibili e imminenti dimissioni di Papa Francesco. Ci sarebbero motivi di salute e il sopraggiungere del compimento degli 85 anni (a dicembre), la stessa età che aveva Benedetto XVI, quando si dimise.

«Nel corso degli anni papa Bergoglio aveva parlato più volte nelle interviste di una sua possibile rinuncia, ma sempre come un'ipotesi del futuro lontano. Oggi pare sia diventata un'ipotesi attuale. Il primo a parlare di «aria di conclave» è stato un vaticanista di lungo corso come Sandro Magister che il 13 luglio titolava così un suo articolo sul suo seguitissimo Blog: «Conclave invista, tutti a prendere le distanze da Francesco». Non si occupava della salute del papa, pur scrivendo poco dopo l'operazione, ma esaminava due "libri gemelli" appena usciti: La Chiesa brucia e Il gregge smarrito. «Entrambi» notava Magister «diagnosticano un cattivo stato di salute della Chiesa, con un netto peggioramento proprio durante l'attuale pontificato». Solo che «i loro autori» aggiungeva il vaticanista «non sono affatto degli oppositori di papa Francesco. Il primo libro è firmato da Andrea Riccardi, storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant' Egidio, molto ascoltato dal papa che lo riceve spesso in udienza privata e gli ha affidato - tra l'altro - la regia dello scenografico summit interreligioso presieduto dallo stesso Francesco lo scorso 20 ottobre sulla piazza del Campidoglio. Mentre il secondo libro è firmato da una neonata associazione dal nome "Essere qui" il cui numero uno è Giuseppe De Rita, 89 anni, fondatore del Censis e decano dei sociologi italiani», nonché intellettuale cattolico di area progressista del periodo montiniano. Già nelle settimane precedenti dal mondo catto progressista erano arrivate forti critiche a papa Bergoglio, a causa dicerte sue decisioni recenti. Dando la sensazione della fine di una stagione. Tuttavia Magister, nel suo articolo, sottolineava il riposizionamento in corso non solo da parte degli intellettuali bergogliani (a cui si potrebbero aggiungere i media), ma anche da parte dei cardinali considerati più vicini a Francesco: «È scoccata l'ora di prendere le distanze dal papa regnante, se si punta a succedergli». In effetti potrebbe incidere, nella decisione di rinunciare, anche la situazione generale della Chiesa che è drammatica: basti ricordare i conflitti con l'episcopato tedesco e con quello americano (le due Chiese che portano più donazioni al Vaticano), le statistiche desolanti sulla pratica religiosa e sulle vocazioni di questi anni, la confusione che dilaga fra i fedeli per una gerarchia che sembra troppo diversa rispetto al magistero chiaro e autorevole dei papi precedenti, poi gli scandali, il vicolo cieco delle riforme della Curia, il processo in corso in Vaticano, le controversie dottrinali... Tuttavia - per un papa che è sempre stato estremamente attivo come Bergoglio - il problema della salute incide pesantemente. Una settimana dopo l'intervento chirurgico, sul quotidiano argentino La Nacion, vicino al papa, è uscito un lungo articolo dedicato alle «domande difficili sollevate dall'età avanzata di Francesco». Il sottotitolo spiegava che, dopo l'intervento chirurgico, si cominciava a parlare di possibili dimissioni. Secondo il giornale argentino «gli osservatori vaticani» ritengono «all'unanimità che Francesco non è vicino alle dimissioni», ma - osserviamo - questo accadeva anche alla vigilia della rinuncia di Benedetto XVI».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.