Se questa è Europa

Crisi umanitaria tra Bielorussia e Polonia. Oggi si riunisce l'Onu. Appello di scrittori: per noi la Ue è solidarietà. Draghi modifica la manovra e critica il "non governo". La Cina riapre la Cop26

Com’è possibile usare degli altri esseri umani, come se fossero oggetti? Da parte bielorussa: organizzarne i viaggi, spingerli contro il filo spinato, invitarli a forzare il muro? Da parte polacca: schierare carri armati, allestire chilometri di protezione, spendere in soldati e armamenti pur di non farli entrare nel proprio Paese? Da entrambe le sponde del maledetto confine fra Polonia e Bielorussia il dittatore di Minsk Lukashenko e il sovranista di Varsavia Morawiecki hanno uno stesso atteggiamento: si permettono di non considerare davvero uomini quegli afghani, siriani, iracheni e africani che rischiano la vita. Li immaginano sotto uomini, untermensch, come i prigionieri dei Lager considerati dai nazisti “non ariani”.  Carne da macello, come i soldati della Prima guerra mondiale, ostinatamente mandati a morire fra le trincee. Numeri anonimi di cui non conoscere nome e cognome, volto, storie personali, come capita con le vittime dei vari terrorismi. Nella serie tv più in voga del momento, Squid game, i concorrenti del gioco sono esseri umani riconoscibili solo con numeri di matricola loro assegnati. Infatti sono “cose” anche lì, muoiono con facilità e nell’indifferenza. Schiacciati dall’ingranaggio. Nel cuore dell’Europa si sta ripetendo questa antica nefandezza. Possibile che nessuno fermi il meccanismo infernale? Bielorussa è una grande scrittrice, Svetlana Alekseievič, premio Nobel per la letteratura (imperdibili i suoi Preghiera per Chernobyl e Ragazzi di zinco). Lei ha firmato un appello insieme ad altri in cui ricorda: “Per noi la Ue è una comunità morale basata sulle regole della solidarietà interpersonale…”. Viene da dire: anche per noi. Ma l’Europa della Merkel e della Polonia sta dimostrando di essere un’altra cosa.   

In Italia si parla ancora di pandemia, perché ieri il Ministro della Salute Speranza ha ufficializzato in Parlamento che la terza dose sarà proposta a tutti. Gli ultimi studi israeliani non lasciano dubbi sulla sua efficacia per i prossimi anni. Intanto dopo l’Austria, anche la Germania ricorre a nuovi drastici divieti per ristoranti e cinema. Sale la tensione in vista delle proteste No Green pass e No Vax del fine settimana.

Sul fronte politico, Draghi ha deciso di modificare la legge di bilancio senza passare da una nuova riunione del Consiglio dei Ministri. Ieri, ricordando la Malfa, ha ammonito sui rischi del “non governo”, prodotto dai veti incrociati dei partiti. Il messaggio è molto chiaro. Quanto al merito delle modifiche alla legge di Bilancio, c’è la volontà di colpire i furbetti del reddito ma anche quelli dei bonus casa. Un colpo al cerchio (5 Stelle) e uno alla botte (leghista). Nella corsa al Quirinale, va notato il ragionamento di Polito sul Corriere: i leader dei partiti vorrebbero tenere Draghi “prigioniero” al governo, ma sono poi in grado di non dividersi su chi eleggere dopo Mattarella, senza sfasciare la maggioranza stessa?

Colpo di scena a Glasgow. I cinesi hanno proposto in extremis impegni entro il 2030 che fanno pensare ad un accordo positivo finale per la Cop26. La proposta è stata subito ripresa dagli Usa. Intanto i giovani guidati da Greta Thunberg chiedono ai Grandi della terra di considerare l’emergenza climatica come la pandemia da Covid19. E di combatterla con gli stessi strumenti di emergenza ma anche di solidarietà globale

Il destino ha voluto che proprio ieri fossero passati 31 anni esatti dalla visita di Giovanni Paolo II a Scampia, avvenuta il 10 novembre 1990. Da stamattina è on line il quinto episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo, intitolata Le Vite degli altri e che racconta vicende di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri, ed è proprio dedicato a quel quartiere, a quella gente. Il titolo di questo quinto episodio è infatti “Resistere a Scampia”. Protagonista è il 41enne Ciro Corona, che allora aveva 11 anni e che ricorda bene quella visita. In particolare una frase del Papa che ha citato ieri su Facebook: “Non bisogna arrendersi al male! Mai! Il bene, se voluto con forza, forse fa meno rumore, ma è più efficace e può compiere prodigi”. E prodigi ne ha fatti davvero Ciro, prof di filosofia che si dedica ai ragazzi di strada. Ha creato un’associazione e una cooperativa che (r)esistono alla Camorra nella zona diventata famosa nel mondo come Gomorra, la cittadella della malavita. Ciro Corona lavora ogni giorno per costruire un futuro con i giovani del quartiere. Una storia bellissima di amore al proprio territorio e alla propria gente. E di sfida all’illegalità e al degrado.  Cercate questa cover…

… e troverete Le Vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo e ascoltate il quinto episodio:

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

È ancora solo Il Manifesto a scegliere come argomento principale di prima pagina la crisi umanitaria nel cuore dell’Europa: Murati. La maggioranza degli altri giornali va ancora sul Covid dopo le comunicazioni ufficiali del Ministro Speranza in Parlamento. Il Corriere della Sera: Sì alla terza dose dai 40 anni. Avvenire è ecumenico: Terze dosi a tutti. Il Quotidiano Nazionale spiega: Contagi su, terza dose anche agli over 40. Il Mattino accusa: I contagi corrono con i no vax. Terza dose anche agli over 40. Il Messaggero è meno polemico: Terza dose anche ai quarantenni. La Repubblica sempre sulla stessa falsariga: Terze dosi per tutti. La Verità invece va controcorrente: Il mondo scopre l’epidemia dei vaccinati. Poi ci sono i titoli fra economia e politica. La Stampa valorizza una sua intervista al banchiere Messina, di Intesa San Paolo: “Draghi premier serve all’Italia”. Libero prefigura le opinioni degli italiani sul successore di Mattarella: «O Draghi, o Berlusconi». Il sondaggio che spiazza. Il Sole 24 Ore spiega sulla legge di Bilancio: Manovra, ecco la mappa delle novità. Bonus casa, stop se c’è rischio frodi. Per Il Giornale è una: Manovra incompiuta. Mentre il Domani sostiene: I partiti si inchinano ai balneari e Draghi aspetta in riva alla spiaggia. Il Fatto si schiera con le proteste dei No Green pass: Tira brutta aria: più bavagli meno piazze.

CRONACA DELLA VERGOGNA AI CONFINI DELL’EUROPA

Per tutta la giornata di ieri, sul lato bielorusso, si sono viste persone spinte e malmenate da uomini incappucciati che le spronavano a bucare il reticolato. Oggi poi, nel giorno in cui Varsavia celebra l’Indipendenza, si prevede la presenza di gruppi naziskin dalla parte polacca. Tre gruppi di profughi dalla Bielorussia hanno ieri sfondato il confine, entrando in Polonia: 50 sono stati arrestati. Si riunisce il Consiglio di sicurezza Onu. Nello Scavo per Avvenire.

«Cinque assalti di cui due andati a segno, ma conclusi con l'arresto di oltre 50 migranti in Polonia. Dove oltre ai riservisti dispiegati sul confine sono stati avvistati anche esponenti neonazisti. Una miscela esplosiva, innescata dal dittattore bielorusso Lukashenko, che può contare su antichi livori e nuove paure. Secondo un comunicato della polizia di Varsavia, «tre grandi gruppi», le cui dimensioni variavano dalle «diverse decine a duecento» persone, hanno tentato di entrare nel territorio polacco in tre punti della provincia di Podlachia: Krynki, Biaowiea e Dubicze Cerkiewne. La portavoce dell'organismo di sicurezza della regione, Katarzyna Zdanowicz, ha affermato che «tutti questi tentativi sono stati sventati e tutte queste persone sono state reindirizzate in Bielorussia». In mattinata due gruppi erano riusciti a sfondare il recinto della frontiera, ma 50 persone sono state arrestate subito dopo. Per tutta la giornata di ieri si sono visti i profughi venire spinti e spesso malmenati da uomini incappucciati sul lato bielorusso, fino a quando non sono riusciti a bucare il reticolato. Varsavia ha rifiutato l'offerta di Bruxelles che aveva messo a disposizione rinforzi da Frontex, l'agenzia europea per la protezione dei confini esterni, e da Easo, l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo. Frontex ha la sua sede centrale europea proprio a Varsavia e se fosse intervenuta insieme agli operatori di Easo, avrebbe automaticamente ripristinato la procedura per la richiesta d'asilo da parte dei profughi. Ma il governo polacco non intende fornire alcuna speranza ai migranti. Sul posto l'esercito polacco ha mobilitato anche i riservisti per un totale di almeno ventimila uomini delle varie forze armate. I proclami e gli isterismi ascoltati in queste ore non tengono conto dei numeri reali. Una crisi di cui oggi si occuperà il Consiglio di sicurezza dell'Onu. Matteo Villa, ricercatore dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha elaborato i dati di Frontex: da gennaio a settembre 2021 sono arrivati nell'Unione Europea quasi 49mila migranti attraverso il Mediterraneo centrale, 39mila dalla rotta balcanica e poco più di 6mila attraverso la Bielorussia. Se anche fossero attendibili le stime di Varsavia, secondo cui in Bielorussia vi sarebbero fino a 12mila migranti pronti ad attraversare il confine, si tratterebbe nel complesso del 5% del totale dei migranti arrivati sulle altre rotte quest' anno: 129mila. Lo scontro tra Bielorussia e Ue, attraverso la Polonia, vede Minsk accusare le forze polacche di aver picchiato alcuni migranti, in particolare quattro persone di etnia curda, che tentavano di entrare nell'Ue. Il parziale abbattimento della recinzione metallica sta spingendo centinaia di persone a intensificare gli assalti alla barriera anche in altri punti, mettendo a dura prova l'esercito di Varsavia. Mentre il fronte si sta allargando alla Lituania, dove almeno 200 stranieri sono arrivati ieri dalla Bielorussia ed altri vengono spostati dal regime di Lukhashenko per mettere sotto pressione anche Vilnius, Paese inviso a Minsk perché considerato la base estera dei dissidenti bielorussi. A soffiare sul fuoco stanno arrivando altre formazioni. La gran parte dei profughi transitati dalla Polonia sono giunti in Germania che quest' anno ha accolto oltre 6mila persone provenienti dalla "rotta orientale". La tensione di questi giorni fa apparire l'afflusso da Minsk come un'invasione ingestibile. Toni che vengono cavalcati dai gruppi neofascisti che da settimane preparano interventi in Polonia. Oggi, nel giorno in cui Varsavia celebra l'Indipendenza, numerosi naziskin tenteranno di ottenere visibilità. Diversi sono segnalati proprio a ridosso delle città di confine. Già il 24 ottobre la polizia tedesca aveva bloccato appena in tempo un gruppo di estrema destra che stava raggiungendo il confine polacco. Sono stati identificati più di 50 militanti armati di spray al peperoncino, baionetta, un machete e manganelli con cui intendevano perlustrare la frontiera. Il gruppo è sospettato di legami con formazioni neonaziste in tutta Europa e in particolare al movimento politico di ispirazione nazista "Third way". Una "terza via" che preoccupa molti osservatori, preoccupati di come alla strumentalizzazione di Lukashenko possa seguire quella dei gruppi anti-immigrazione».

Cinico il comportamento di Lukashenko, ma la domanda del mondo riguarda l’Europa: se non è solidale ed umana, che cosa è? Tommaso di Francesco per Il Manifesto:

«Scaricare a bella posta migliaia di esseri umani su una frontiera incerta e senza prospettive di salvezza, quello che sta facendo l'autocrate bielorusso Lukashenko, è meschino e vergognoso, peggio se motivato spregiudicatamente come ritorsione alle sanzioni Ue dopo il dirottamento dell'aereo Vilnius-Atene con a bordo un oppositore di Minsk. È un gioco sporco sulla pelle di esseri umani ora alle prese con il muro militare polacco fatto di stato d'assedio nella regione, spari, tank, elicotteri, forze speciali e arresti di massa. Lì di freddo sono morti già sei migranti. Ma questo non esclude interrogativi di fondo sulla crisi in corso al confine polacco diventato all'improvviso il fronte di una nuova «guerra ibrida» che vede schierato quasi tutto il mondo per una rinnovata guerra fredda in pieno Vecchio continente. Soprattutto se si considera che, al di là delle strumentalizzazioni di Lukashenko, il dramma dei profughi in fuga da guerre e miseria che ci hanno visti come protagonisti occidentali, non è propaganda: è reale. E soprattutto se si ha a cuore, non tanto la dimensione geopolitica della crisi, quanto la vita di migliaia di persone ora chiuse alla frontiera bielorussa, spinti a forza da una parte e respinti con violenza dall'altra, con in mezzo una barriera di filo spinato protetto da dodicimila militari inviati da Varsavia con forze antiterrorismo. Tre domande cogenti urgono: se c'è in atto un ricatto sui profughi, c'è forse una ricattabilità specifica su questo dell'Unione europea? Siamo sicuri che gli unici agenti protagonisti della crisi strumentale in corso siano l'autocrate di Minsk e il leader russo Putin considerato suo protettore - ma in realtà è visto da Mosca con grande diffidenza per la sua pericolosa inaffidabilità e non anche due attori già in scena, la Polonia e, nascosta, la Germania? E che fine devono fare ora quei 5mila profughi (ma le fonti del governo polacco parlano di più di diecimila)? Alla prima domanda non è difficile, purtroppo, rispondere: la questione dei profughi è la voragine nera dell'Unione europea che si considera a torto leader dei diritti umani, che i migranti in fuga afghani, siriani, iracheni e africani ora li abbandona spesso al lor destino e che come fortezza economica li respinge indietro. La chiamano esternalizzazione, verso Paesi come Libia, Turchia, Marocco, che fanno i gendarmi per noi e che per questo ruolo, costruendo un universo concentrazionario di carceri e campi di concentramento, ricattano l'Ue nella gestione dei flussi; eppure il ricatto è tranquillamente accettato in un scambio ineguale di esseri umani e finanziamenti, nel pieno disprezzo dei diritti umani. E della memoria, visto che la gran parte dei Paesi europei ha partecipato alle ingerenze umanitarie e alla esportazione della democrazia in armi che hanno destabilizzato Libia, Siria, Afghanistan - la Germania ha avuto per un massacro di civili provocato da un suo bombardamento aereo addirittura una crisi di governo nel 2009. Che dire poi dei Paesi dell'Est, tutti entrati nella Nato e al seguito delle guerre Usa, che ora rifiutano ogni redistribuzione del carico di migranti in arrivo in Europa e che chiedono all'Ue di finanziare l'estensione di un muro di fili spinati lungo tutte le loro frontiere - e la maggior parte di loro non confina con la Bielorussia? Ora che nuovi muri sono comparsi su tutta la cosiddetta rotta balcanica e oltre, dall'Ungheria, alla Slovenia, alla Croazia, alla Grecia e alla Bulgaria che invia truppe al confine turco? Quanto alla domanda sugli attori in scena, come non notare che la Polonia, solo fino a 48 ore prima sotto accusa della Commissione europea per violazione dello Stato di diritto, sia diventata all'improvviso il baluardo geostrategico dell'Europa stessa? Ora la sua richiesta di un muro finanziato dalla Ue appare più «credibile», mentre Varsavia respinge la presenza di testimoni sul luogo compresi i giornalisti e le Ong internazionali e vieta l'ingresso di Frontex. Solo pochi giorni fa Angela Merkel ha invitato Bruxelles ad essere più flessibili verso Varsavia in virtù delle sue «sofferenze storiche», aprendo così la strada - ha scritto Sergio Romano sul Corriere della Sera - ad una rivisitazione diseguale dei doveri di rispetto dei Trattati europei. Allora come non vedere che c'è anche la Germania come attore non proprio invisibile, con Merkel che lascia la scena dichiarandosi pentita della scelta di aprire ai profughi siriani? Subito interpretata in questi giorni dal ministro ad interim degli interni Horst Seehofer: se l'inquadratura delle tv, dalla frontiera polacco-bielorussa si allargasse sulla confine polacco-tedesco, vedremmo nel Brandeburgo centinaia di migranti chiusi in un corridoio di terrore, dove un esercito di poliziotti e qui e là di milizie neonaziste, è a caccia dei profughi che sono riusciti a passare. A proposito, ma la coalizione di governo in fieri della Germania post-elettorale su questo non ha nulla da dire? Ora che ogni autorità tedesca si dichiara favorevole al finanziamento Ue per la muraglia di filo spinato che un gruppo di Paesi, con la Polonia capofila, hanno richiesto? Non è solo questione di sovranismi che condizionano le scelte dei governi: l'Unione fin qui realizzata appare come un sovranismo gigante, in incerto equilibrio tra due nazioni, Germania e Francia, tutt' altro che sovranazionali, che disattende i suoi stessi Trattati sulla libera circolazione. A meno che, naturalmente, non si tratti di merci. Intanto sulla crisi arrivano l'allerta della Nato, responsabile di quasi tutte le guerre dalle quali macerie i profughi sono in fuga, e perfino la voce grossa degli Stati uniti che di muri contro i migranti e delle prigioni perfino per bambini profughi davvero se ne intendono. Ma allora che fine devono fare le migliaia di profughi imbottigliati al confine polacco-bielorusso? C'è un appello delle quattro scrittrici Nobel per la letteratura, l'austriaca Elfrie Jelineke, la russa Svetlana Aleksievic, la tedesca Herta Muller e la polacca Holga Tokarczuk, che appellandosi al responsabile degli affari esteri Ue Charles Michel dicono chiaro: «Per noi l'Ue è soprattutto una comunità morale basata sulle regole della solidarietà interpersonale... Comprendiamo che non è facile far fronte all'assalto della disperazione ai confini dell'Europa. Tuttavia, ciò che stiamo permettendo alla frontiera polacca non si adatta ai nostro valori fondamentali», e chiedono quindi il rispetto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati: vuol dire accoglimento, rispetto delle persone, salvaguardia del diritto d'asilo. Sarebbe la vera ingerenza umanitaria. Altrimenti nella zona grigia di questa crisi si consumerà un lento ma inesorabile declino di quella che ancora chiamiamo Unione europea».

Papa Francesco ha ricordato una frase di san Giovanni Paolo II sulla Polonia, un Paese che ha bisogno di “uomini dal cuore grande”. Luca Geronico per Avvenire.

«Per ricordare la festa dell'indipendenza della Polonia, che cade oggi, durante l'udienza di ieri papa Francesco ha citato San Giovanni Paolo II. Nel 1999 il suo predecessore diceva: «Oggi il mondo e la Polonia hanno bisogno di uomini dal cuore grande, che servono con umiltà e amore, che benedicono e non maledicono, che conquistano la terra con la benedizione». Parole che sono risuonate come un riferimento alla crisi per i migranti. Molto netta la presa di posizione di monsignor Giancarlo Perego, presidente della Commissione per le Migrazioni della Conferenza episcopale italiana che bolla come «irrazionale» la posizione del premier polacco secondo il quale sarebbero in gioco «sicurezza e stabilità dell'intera Ue». «Bisogna guardare in faccia la realtà - afferma l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio presidente pure della Fondazione Migrantes - stanno arrivando donne, uomini, bambini che hanno subito violenze, che sono in fuga da guerre, gente in pericolo di morte». Di fronte a questa situazione «si deve fare una accoglienza senza se e senza ma e questa accoglienza deve poi portare a ripensare Dublino 3, cioè alla riorganizzazione di un diritto di asilo europeo». Affermare poi che «la stabilità europea è in gioco perché due-tremila persone arrivano da realtà di guerra e di pericolo reale è una riflessione del tutto irrazionale». Il responsabile Cei delle migrazioni cita l'esempio di Merkel che accolse i profughi siriani in solitudine: «Ora si tratta di superare le riserve che creano un muro culturale in Europa» per sviluppare «una politica estera di un'Europa molto più attenta a queste cause delle migrazioni». Intanto la Chiesa polacca è già mobilitata per l'accoglienza dei profughi e ha indetto una raccolta straordinaria in tutte le parrocchie per domenica 21 novembre. «La maggior parte dei migranti è vittima di un'azione politica spietata e dell'avidità della mafia del contrabbando », ha affermato l'arcivescovo Stanislaw Gadecki, presidente della Conferenza episcopale polacca. Per questo «le persone che soffrono a causa di questo male hanno bisogno della nostra cura solidale» ha aggiunto l'arcivescovo di Poznan che ha espresso gratitudine a tutti coloro che forniscono tale aiuto. Il presidente dei vescovi polacchi ha pure espresso suo «apprezzamento » a esercito e polizia «per la loro attenta difesa dei confini polacchi». Infine anche i vescovi bielorussi denunciano la «tragedia umanitaria» che si sta consumando ai confini del loro Paese e invitano a pregare «per le persone che appartengono al gruppo più vulnerabile dell'umanità: migranti e rifugiati».

34 NUOVI ARTICOLI NELLA MANOVRA

Bonus, reddito, fisco e pensioni: la manovra cresce di 34 articoli. Anche se andrà direttamente in discussione alle Camere. Ecco tutte le novità nell’articolo di Gianni Trovati e Marco Mobili sul Sole 24 Ore.

«Dopo 13 giorni di intenso lavorio dall'approvazione formale del disegno di legge di bilancio in consiglio dei ministri, la nuova bozza della manovra lievita di almeno 34 articoli. L'impianto, come sottolineato a più riprese nelle ultime ore da Palazzo Chigi è rimasto fermo nei suoi capisaldi. Ma per l'ingresso in Senato del testo finale bisognerà attendere ancora, perché l'invio è previsto domani con l'apertura della sessione di bilancio. Dall'evoluzione della bozza emergono però novità importanti. Cresce di 10 miliardi all'anno il fondo di rotazione per il Recovery Plan, che sale quindi a 50,3 miliardi per il 2022, mentre nel 2023 l'aumento è di 9 miliardi e porta lo stanziamento a 53,6 miliardi. Non si tratta di risorse aggiuntive rispetto al totale del Pnrr, perché il fondo è appunto rotativo con i soldi comunitari, ma di una contrazione nei tempi di spesa previsti che aumenta quindi l'assegnazione nei prossimi due anni. Tutti italiani sono invece gli 1,6 miliardi in tre anni destinati al contratto di espansione, che con la manovra si apre a tutte le aziende con più di 50 dipendenti per favorire il turn over con lo scivolo pensionistico fino a 5 anni. Altri 700 milioni finanzieranno le integrazioni salariali in deroga nei settori ancora in difficoltà per la crisi pandemica. Ricco l'elenco di aggiunte sugli investimenti. Due nuovi fondi pluriennali guardano poi alla manutenzione straordinaria delle strade (3,35 miliardi dal 2022 al 2036) e alla "mobilità sostenibile" (2 miliardi fino al 2034), mentre per le metropolitane di Milano, Torino, Genova, Roma e Napoli i miliardi saranno 3,1 fino al 2036. Altri due miliardi fra 2022 e 2036 serviranno per la manutenzione delle scuole. Le novità guardano però anche alla spesa corrente: per liberare in particolare quella delle Regioni oltre a quella degli enti locali, arriva la possibilità di rinegoziare i prestiti ottenuti dal 2013 per il pagamento dei debiti commerciali che oggi pagano interessi superiori al 3%: a guidare il nuovo tasso saranno i BTp di durata simile, mentre per Comuni e Province servirà una convenzione con Cdp da firmare entro 30 giorni dall'approvazione della legge. Nel capitolo enti locali entra anche una coppia di precisazioni sugli aumenti delle indennità: che potranno essere pieni già dal 2022, senza aspettare la progressione dei fondi statali (45% l'anno prossimo, 68% nel 2023 e 100% dal 2024) e ora trascinano esplicitamente all'insù anche i compensi di vicesindaci, assessori e presidenti di consiglio. A Roma capitale andranno 15 milioni anche per finanziare la candidatura a Expo 2030. Qualche correttivo interessa anche il capitolo fiscale. Il fondo taglia tasse stanzia 8 miliardi per il 2022 e altri 8 per l'anno successivo da utilizzare per ridurre il cuneo fiscale, o in alternativa riscrivere le aliquote e le detrazioni Irpef oppure ritoccare il bonus dei 100 euro e l'ulteriore detrazione da lavoro dipendente. In ultima istanza la scelta potrebbe ricadere su una riduzione dell'aliquota Irap. Nel nuovo articolo 2 viene precisato che il fondo taglia tasse della legge di bilancio dello scorso anno, che ha una dote di 2 miliardi per il 2022 e 1 miliardo per il 2023, viene incrementato nei due anni rispettivamente di 6 e di 7 miliardi. Una riscrittura nella forma, ma che vale anche nella sostanza, ha riguardato anche il capitolo riscossione. Viene precisato che l'addio ai costi del servizio di riscossione delle cartelle pagato dai contribuenti morosi viene ora spalmato su tutta la collettività con un peso fissato in 990 milioni l'anno a decorrere dal 1° gennaio 2022. Nel processo di trasformazione e unificazione di Agenzia entrate Riscossione e Agenzia delle Entrate, la nuova norma parla esplicitamente di indirizzo e controllo di quest' ultima nei confronti dell'agente pubblico della riscossione. Qualcosa di più del monitoraggio indicato nella prima bozza della manovra. Il capitolo più discusso nelle riunioni tecniche è stato certamente quello del Superbonus, dove alla fine le scelte iniziali sono state modificate soltanto sulla cedibilità dei crediti e degli sconti in fattura degli incentivi edilizi diversi dal 110%. Come anticipato venerdì scorso su queste pagine sia la cedibilità dei crediti sia gli sconti in fattura per ecobonus, facciate, ristrutturazioni e sismabonus è stata prorogata al 2024. Allo stesso tempo, però il Governo nel Consiglio dei ministri di ieri ha approvato un decreto legge che potenzia i controlli del Fisco nell'accertamento e nel contrasto al riciclaggio. Nessuna modifica, invece, al limite Isee di 25mila per il 110% nelle unità unifamiliari fino al 31 dicembre 2022, che dovrebbe essere però rivisto in Parlamento. Ampiamente anticipata e recepita nell'ultima bozza anche la scelta del Governo di tornare a quota 58 anni per Opzione donna. Mentre più articolati sono stati gli interventi sul reddito di cittadinanza dove si segnala la mancata proroga del contratto per i navigator. Tra le novità dell'ultimo testo sugli aiuti alle imprese entra a sorpresa una misura che torna a restringere le modalità di accesso dei finanziamenti agevolati della Nuova Sabatini: l'erogazione in un'unica soluzione sarà di nuovo possibile solo per finanziamenti fino a 200mila euro. Per le imprese del Sud c'è poi la misura che sblocca il credito d'imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno per il 2022. La misura è già prevista dalla legislazione vigente ma per consentirne la fruizione da parte delle imprese è stata necessaria una correzione facendo riferimento alla nuova Carta degli aiuti a finalità regionale 2022-2027. A far crescere il numero di articoli della legge di bilancio interviene poi una serie di misure sulla disabilità. Il fondo per la non autosufficienza viene trasferito al Mef e cresce di 50 milioni all'anno fra 2023 e 2026, altri 50 milioni all'anno in più sul 2022 e 2023 vanno al fondo per l'inclusione dei disabili e interventi specifici vengono previsti per l'assistenza a scuola e per favorire il turismo delle persone diversamente abili».

Draghi ritocca la manovra senza passare dal  Consiglio dei Ministri e si attira le critiche di Giorgetti. Ma nel pomeriggio, ricordando Ugo La Malfa (“Riforme per governare”) chiede un argine ai veti dei partiti. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Un colpo alla Lega, uno al Movimento: Mario Draghi si muove sulla legge di stabilità mostrando di aver compreso la delicatezza della fase politica, già condizionata dall'imminente sfida per il Colle. Schiva le insidie. Cita Ugo La Malfa per avvisare i partiti: «Serve il coraggio delle riforme». Accontenta un po' tutti, scontenta un po' tutti. E così, dopo aver escluso il Carroccio dal vertice tecnico sulla manovra di martedì - convocato per venire incontro ai grillini e al Pd - ha preteso ieri di approvare un decreto contro le frodi sul super bonus che ha gelato i 5S. Ma c'è di più. Il capo dell'esecutivo porta a casa dopo tavoli tecnici tra ministeri la "nuova" manovra. "Nuova" perché ritoccata ampiamente rispetto al testo licenziato durante la riunione di governo dello scorso 28 ottobre. In 14 giorni, gli articoli salgono da 185 a 219. E senza un nuovo passaggio in Consiglio dei ministri. Una scelta che non tiene conto di alcune richieste della maggioranza. Tanto che un draghiano come Giancarlo Giorgetti avrebbe espresso informalmente dubbi sulla scelta, per una ragione di «metodo». È un'ulteriore conferma della delicatezza del momento. Draghi non accetta di lasciarsi risucchiare nel pantano. Vuole evitare, soprattutto, di concedere alle forze di maggioranza il pretesto per distinguo simbolici che bloccano l'azione di governo. E che, di certo, la rallentano. La reazione è, come detto, quella di dosare gli affondi, alternando i bersagli. Si è visto ieri, sul nodo del superbonus. Fin dalla cabina di regia del mattino, il presidente del Consiglio insiste sulla necessità di mettere un argine immediato alle frodi. Nel vertice tecnico - e poi in cdm - il Movimento propone di evitare eccessivi controlli per non appesantire la misura: «Potremmo intervenire con un emendamento alla manovra». Il premier dice no e spiega che bisogna muoversi rapidamente. «Occorre evitare che i bonus edilizi perdano credibilità come accadde negli anni '70 per gli aiuti allo sviluppo». La linea dura era stata sfoderata anche 24 ore prima, però verso la Lega. Draghi va incontro al Pd su "opzione donna" e asseconda i 5S sul reddito. Riceve i capidelegazione dei due partiti. La Lega viene esclusa. All'ultimo Palazzo Chigi chiama Brunetta, in rappresentanza del centrodestra. Troppo poco, per Salvini. Che infatti mugugna: «Non faccio io gli inviti di Palazzo Chigi, ma la Lega è il perno del governo e certe dimenticanze stupiscono». Per ritorsione contro i 5S, insiste contro la loro misura bandiera: «Chiederò a Draghi se dopo la cabina di regia sui furbetti del superbonus possiamo farne una sul reddito». E infine rilancia: «Taglio delle tasse e flat tax». Slogan, buoni però a preparare un futuro sganciamento. Draghi, d'altra parte, ha chiaro l'approccio del Carroccio salviniano. Anche se il problema è più ampio: tutto ruota attorno alla battaglia per il Quirinale, che aumenta le tensioni. Il presidente del Consiglio, allora, prende a pretesto l'inaugurazione di un portale che raccoglie gli scritti di Ugo La Malfa per lanciare un segnale. Denuncia il rischio del «non-governo», a cui va contrapposto «il coraggio delle riforme economiche e sociali». L'orizzonte migliore, aggiunge, è «un'azione paziente ma decisa, che eviti gli sterili drammi degli scontri ideologici». Per chiarire il concetto, chiede al sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli di illustrare durante il cdm la relazione sull'attuazione del programma di governo: i provvedimenti smaltiti dall'esecutivo - rivendica sono 549 al 31 ottobre. Come a dire: non è il momento di fermarsi».

SPERANZA: TERZE DOSI PER TUTTI

Il ministro Speranza spiega alla Camera che la strada maestra indicata dagli esperti è quella del richiamo dopo sei mesi dall’ultima dose. A dicembre possono cominciare i 40enni. Valentina Santarpia per il Corriere.

«L'annuncio era nell'aria da giorni, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha atteso di essere di fronte al Parlamento per farlo: «Dal primo dicembre nel nostro Paese saranno chiamati per la terza dose anche chi ha tra i 40 e i 60 anni», ha detto ieri al question time alla Camera, confermando quindi «un ulteriore passo in avanti nella campagna vaccinale». La decisione arriva da una valutazione precisa: «Riteniamo che la terza dose sia un tassello importante per la nostra strategia contro il Covid», ha spiegato Speranza. «Siamo all'83,7% di persone che hanno completato il ciclo vaccinale - ha proseguito -. Il richiamo a oggi è stato offerto a 2,4 milioni. Abbiamo iniziato da immunocompromessi, fragili, sanitari, over 60 e quelli che hanno avuto J&J che possono avere booster dopo sei mesi». E adesso toccherà anche ai 40-60enni: il richiamo andrà effettuato a sei mesi dalla conclusione del ciclo vaccinale primario con due dosi e si utilizzerà un vaccino a m Rna. Ma di quanti soggetti parliamo? La platea dei 40-60enni è di 18 milioni e 437.505 persone, ma in realtà la seconda dose-dose unica è stata somministrata a poco più di 15 milioni e 200 mila cittadini, e saranno proprio questi ad essere interessati dal «booster». Nella fascia tra i 40 e i 49 anni infatti si è vaccinato l'80%, meno che tra i 50-59enni (84,6%) e meno della media nazionale. Dubbioso sulla decisione Matteo Bassetti, primario del reparto di malattie infettive dell'ospedale di Genova: «Fuga in avanti, è troppo presto». Ma a spingere verso l'accelerazione sono anche i dati dei contagi che crescono, in Italia più lentamente che in alcuni Paesi europei, ma comunque crescono. Sono 7.891 i nuovi casi di Covid-19 registrati in Italia nelle ultime 24 ore, in aumento rispetto ai 6.032 del giorno prima, e il tasso di positività raddoppia quasi: è all'1,6%, rispetto allo 0,9% di martedì, anche se bisogna tenere conto che i tamponi sono stati 487.618, 158.589 in meno rispetto al giorno prima. Ieri ci sono state sessanta vittime. Rispetto all'«ampliamento drammatico della pandemia» della Germania, denunciato ieri dal portavoce della cancelliera Angela Merkel, l'Italia sta arginando i contagi: e infatti dopo i 40mila positivi registrati ieri, Berlino cita proprio il nostro Paese come esempio virtuoso. «La quota dei vaccinati in Germania non è sufficiente a contrastare l'impeto del contagio del Covid - spiega il portavoce Steffen Seibert -. Se avessimo un 10-15% di vaccinati in più avremmo un'incidenza del virus inferiore» e i dati di Spagna, Portogallo e Italia «lo dimostrano». Quello che sta accadendo appena oltre il nostro confine dà un'idea chiara dei rischi che si corrono: «Si sta innalzando una quarta ondata, in maniera spaventosamente rapida», dice un portavoce del ministero della Sanità tedesco, aggiungendo che se l'attuale dinamica non sarà spezzata «rischiamo di assistere entro due settimane a un raddoppio dei nuovi contagi». Tant' è vero che gli esperti tedeschi dell'Accademia nazionale leopoldina suggeriscono di estendere l'obbligo di vaccino a sanitari e docenti. Ma il confronto è reciproco. Intravedendo il rischio di un peggioramento del quadro, il governo Draghi spinge su più fronti: Speranza ha proposto, nel corso della cabina di regia a Palazzo Chigi, di estendere l'obbligo vaccinale per i sanitari anche per la terza dose. Per ora è stata avviata soltanto la discussione, ma non sarebbero state mosse obiezioni alla proposta. E l'Ordine dei medici già approva: «Va fatta, tutti gli operatori sono pronti». Un'altra ipotesi su cui si sta lavorando è la modifica del green pass per i guariti, che attualmente dura 6 mesi invece dei 12 dei vaccinati. «Le evidenze disponibili suggeriscono che il rischio di reinfezione può essere considerato basso se la successiva esposizione a varianti simili di Sars-CoV-2 si verifica entro 3-6 mesi dalla diagnosi iniziale», spiega il ministro. Ma la cautela in questa fase è d'obbligo».

La Germania chiude ristoranti, mostre e cinema ai non vaccinati. La cronaca del Quotidiano Nazionale.

«Quasi 40 mila contagi in 24 ore, la ripresa del Covid in Germania fa sempre più paura, con il Paese che ora si trova in piena emergenza. Stando agli esperti, la linea morbida delle scorse settimane deve essere radicalmente corretta. Prova ne è la capitale Berlino, dove - a partire da lunedì - non sarà più possibile andare al ristorante, al cinema o a vedere una mostra senza essere vaccinati o guariti. È questo il nuovo regolamento introdotto dal Senato per rimediare alla forte crescita dei contagi nella capitale, dove la quota di incidenza settimanale ogni 100mila abitanti ha sfondato i 227. Per entrare al cinema o al ristorante, ma anche nei centri sportivi come negli impianti termali, non sarà più consentito mostrare soltanto il risultato di un test Covid. Berlino si uniforma quindi alla Sassonia dove dall'8 novembre è entrata in funzione per i luoghi pubblici la regola dell'ingresso consentito solo a vaccinati e guariti. «Il Paese si trova in una vera emergenza», ha avvertito il virologo dello Charité di Berlino, Christian Drosten, che ha aggiunto una stima inquietante: «Se non si agisce subito potremmo arrivare ad avere altri 100 mila morti. E la previsione è cauta». Figura di riferimento del governo di Angela Merkel, Drosten ha definito «inevitabile» una nuova riduzione dei contatti e ha tirato in ballo la necessità di «tornare a misure che speravamo di esserci lasciati alle spalle, diciamolo tranquillamente: misure da lockdown». Un bel problema per i politici tedeschi che, a livello bipartisan, stanno da settimane ripetendo di «escludere» nuove chiusure.». 

LETTA: “CAMPO LARGO, RENZI INCLUSO”

Grandi manovre nei partiti. Enrico Letta presenta a Repubblica i sei “saggi indipendenti” al lavoro sul partito e sul nuovo centrosinistra nelle Agorà del Pd. Giovanna Vitale:

«Benedice come «una buona notizia» l'ingresso del M5S nel gruppo dei Socialisti & Democratici, che oggi incontrerà a Bruxelles per «cominciare a discuterne». Dice che il governo non può più indugiare, alcuni nodi deve scioglierli subito: il decreto anti-delocalizzazioni va approvato «in tempi rapidissimi» e così la riforma delle pensioni, il cui tavolo «va aperto immediatamente, non si può aspettare un anno». Spiega che sul fisco non bisogna «parcellizzare gli interventi», ma concentrasi «sulla riduzione delle tasse sul lavoro». Garantisce che «il Pd ha sviluppato gli anticopri contro le correnti». E assicura di non aver ammainato la bandiera sulla legge di cittadinanza, anzi: sarà uno dei primi provvedimenti che varerà se dovesse vincere le elezioni. In partenza per Bruxelles, Enrico Letta partecipa al Forum di Repubblica sulle Agorà democratiche insieme agli "osservatori indipendenti" - Gianrico Carofiglio, Carlo Cottarelli, Monica Frassoni, Anna Maria Furlan, Andrea Riccardi ed Elly Schlein - chiamati dal segretario dem a rappresentare le diverse idee e orientamenti politico-culturali che si intende coinvolgere nella costruzione del famoso "campo largo" del centrosinistra. «Loro sarebbero perfetti per un governo riformista, progressista ed europeista dopo quello di Draghi», li elogia il segretario. Le Agorà È la prima volta che i sei discutono insieme, pubblicamente, del cantiere aperto da Letta. Di cui tutti condividono l'impostazione: ovvero il processo di elaborazione del programma dal basso, come in «una piramide rovesciata», spiega Furlan. «Un modo per rispondere all'astensionismo che ha colpito la nostra democrazia », precisa il leader dem. «Un modo per restituire protagonismo ai cittadini, che decidono su quali temi riunirsi, non sono organizzati dall'alto». E per dar vita a quel «campo largo per battere le destre ». Grazie alle idee fiorite nelle Agorà. «Qui stiamo immaginando le primarie del programma, alla cui stesura parteciperanno i cittadini», insiste Letta. «Siamo già oltre 10mila iscritti». (…) Matteo Renzi starà dentro o fuori il campo largo a cui lavora il Pd? «Oggi entriamo in una fase di costruzione di qualcosa di nuovo e dunque vedremo come ci si avvicinerà a questo progetto, chi vorrà essere protagonista e chi no», replica Letta. «In partenza la porta non è chiusa per nessuno», dice. Sottoscrivendo le parole di Gianrico Carofiglio: «Non sta a noi dare patenti di ingresso in un'alleanza da definire. Le cose andranno in maniera molto naturale », commenta il magistrato-scrittore. «C'è chi dice che Renzi stia guardando verso destra, ma io penso che quella sua o di chi sta con lui sia una dimensione fortemente tattica ». Quirinale e legge elettorale «Come considera la candidatura di Berlusconi al Colle?», chiede un lettore. E un altro domanda: i famosi 101 che azzopparono Prodi, espressione del correntismo sfrenato che da sempre affligge il Pd, si rifaranno vivi? Su questo Letta è chiarissimo: «Non mi piace il gioco politico-mediatico per cui ogni giorno si lancia un candidato, poi un altro, poi un altro ancora, e per tre giorni si gira attorno a questo, come i criceti nella ruota. Di qui in avanti ce ne saranno altri. Io l'ho detto e lo ripeto: di Quirinale se ne parla dopo gennaio. Ora ci sono tante altre questioni aperte, a partire dalla pandemia». Detto ciò, «il Pd in questo passaggio sarà più compatto di quanto si pensi, ha sviluppato gli anticorpi contro le correnti», giura il segretario. Che non si sbilancia neppure sulla revisione della legge elettorale: «Se ne discuterà più avanti, il sistema ora è bloccato in vista del Quirinale, tutti sono su quella partita lì». Il campo largo e la sinistra: «Noi vogliamo costruire campo largo che non è fatto di ex», scandisce Letta. Perciò ha deciso di tornare in Italia «con un progetto ben chiaro in testa: costruire una proposta progressista, democratica vincente e nuova, in linea con quello che sta accadendo in Europa». E anche perché «ci eravamo assuefatti all'idea che Salvini e Meloni avrebbero vinto le elezioni». E invece «le amministrative hanno dimostrato che le destre si possono battere».

GRILLO, L’ARTE DEL SILENZIO

La strategia del silenzio è quella dell’Elevato. Beppe Grillo non scende a Roma, mentre Conte vorrebbe il suo appoggio. Marco Imarisio per il Corriere:

«Esistono silenzi che dicono più di mille discorsi. Quello di Beppe Grillo sulle vicende del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte è il modo più comodo di stare seduto sulla riva del fiume, in attesa. L'ex presidente del Consiglio parla più che può. Parla ai suoi parlamentari, in televisione, nelle piazze. E ogni volta deve rispondere alla domanda sui rapporti con il padre e ancora padrone del partito di cui lui è diventato capo unico e indiscusso, almeno sulla carta. Senza poter esimersi dal rispondere che tutto va bene, che c'è un uomo solo al comando con il consenso tacito dell'uomo che per anni ha comandato da solo, al massimo in condivisione con Gianroberto Casaleggio, con la storia a ricordarci che non furono rose e fiori. A Roma lo sanno tutti che è una mezza verità, e già stiamo larghi. Se le cose tra i due filassero lisce come suggeriscono le veline e qualche opportunità fotografica che viene annunciata imminente per carità di patria contiana, allora l'Elevato di Genova si sarebbe già materializzato nella Capitale. La visita, invocata a gran voce da quelli che lui chiama «i suoi ragazzi» e Conte invece gruppo parlamentare, definizione più appropriata ma indicativa di una distanza sentimentale difficile da colmare rispetto a chi c'era prima di lui, doveva avvenire il mese scorso. Grillo era già con il piede sull'uscio della sua villa di Nervi, quando venne fermato dalla richiesta dei deputati più vicini a Conte. Non era il momento giusto per tornare sulla scena, l'epifania avrebbe oscurato il difficile lavoro di affermazione personale dell'altro. Adesso, è l'esatto contrario. Sono le truppe più vicine al nuovo corso a chiedere un cenno, meglio ancora una apparizione in carne e ossa da parte di Grillo, anche a costo di rendergli visita a domicilio, in stile Maometto che va alla montagna. C'è bisogno di puntellare una nuova leadership che si vorrebbe assoluta. Ma che in realtà fatica a trovare il giusto di canale comunicativo per fare breccia nei cuori dei peones pentastellati . E così, Beppe Grillo è riuscito a sublimare il suo eterno ritorno semplicemente stando zitto. Lui non c'è, ma è come se ci fosse, al momento vincitore di un braccio di ferro silenzioso senza fare alcun sforzo. Agli altri il vano sforzo di interpretare gli oracoli del suo blog, che siano tematiche marziane il post che si chiede «Perché spendiamo tanti soldi per andare nello Spazio?» o più terrene come l'ultimo intervento sulle fake news «che infestano innegabilmente l'orizzonte contemporaneo». E qui per altro bisogna mordersi la lingua, soprattutto quando l'ex comico scrive che la lotta contro la disinformazione è diventata ormai una priorità assoluta. Nella sua testa, non può esistere una guida politica in leasing, su questo non ha certo cambiato idea. Come una specie di Jep Gambardella del M5S, non gli interessa partecipare ad alcuna festa, ma vuole conservare il potere di rovinarle, fosse anche solo con il suo silenzio. Non c'è nuovo Statuto che possa limitare questa facoltà, derivante da una comprensione profonda delle viscere della sua creatura. Che sia arbitro super partes dei Cinque Stelle o convitato di pietra sempre felice di esserlo, al cofondatore dei Cinque Stelle non dispiace affatto questo ruolo da grande vecchio titolare di un filo diretto con Mario Draghi, quando invece il suo successore comunica con l'uomo che lo ha sostituito a Palazzo Chigi quasi esclusivamente a mezzo stampa. Conte non può stare con lui ma neanche senza di lui. Qualunque cosa succeda, sarà sempre obbligato a ricucire un rapporto personale mai decollato. E allora perché sforzarsi, meglio limitarsi a tacere, osservando lo spettacolo d'arte varia di un leader che ha preteso da lui i pieni poteri e ora non riesce a eleggere il proprio capogruppo nel Senato che doveva essere il suo feudo. Non è un mistero che Grillo sia molto attento alle sorti del ricorso intentato a Napoli da un gruppo di attivisti della prima ora contro la legittimità della consultazione che lo scorso 6 agosto ha eletto l'ex premier capo assoluto del Movimento. Se dovesse essere accolto, il nuovo corso verrebbe azzerato. In quel caso, Grillo tornerebbe per forza di cose a essere parlante. E i sostenitori del nuovo corso potrebbero finire con il rimpiangere i bei tempi andati del suo silenzio».

FEDEZ PENSA AD UN PARTITO?

La circostanza è clamorosa: i più importanti “influencer” italiani, la coppia Fedez-Ferragni, starebbe pensando di scendere in politica. Concetto Vecchio per Repubblica.

«Non bastava il rompicapo sul Quirinale. Ci mancava solo Fedez che scende in politica. Il rapper ha acquistato il dominio fedezelezioni2023 facendo così scoppiare la sarabanda delle illazioni. Bum! È marketing per il nuovo disco in uscita il 26 novembre, Disumano , che si può già preordinare? O uno sberleffo situazionista? Oppure davvero ci pensa. Forse tutte queste ragioni messe insieme, solo per vedere l'effetto che fa. Uno che dispone di 13milioni di follower su Instagram va preso sul serio, e a Vittorio Sgarbi che lo liquida come capo del «Partito delle stronzate», andrebbe umilmente ricordato la supponenza che accolse i primi vagiti politici di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Il tempo dirà se Fedez sarà Trump o Kanye West, il rapper che sognava la Casa Bianca, si è chieso su Twitter il fondatore di You Trend Lorenzo Pregliasco. Che poi è la differenza che intercorre tra una promessa mantenuta e il bluff. O la sola, come dicono a Roma. Fedez da tempo interviene in politica. Duella con Salvini e con Renzi. Si spende per i diritti della comunità Lgbt. Ha fatto campagna per la legge Zan. Ha monopolizzato la scena all'ultimo Concertone, accusando la Rai di censura, dopo aver messo in rete la telefonata di una presunta intromissione nel copione. Lui e la moglie Chiara Ferragni hanno firmato per il referendum sull'eutanasia. Al suo pubblico piace per la radicalità. Non ha un partito, né sponsorizza quelli esistenti, e nemmeno un'ideologia precisa cui fare riferimento. Fedez è Fedez. Fa campagne valoriali, singole battaglie, a scelta sua. On demand. Quella che Pregliasco chiama la Politica-Netflix. Resta da capire a cosa ambisce con quel sito. Proprio ieri su Instagram ha condiviso la sigla della serie The Ferragnez , in streaming su Prime Video dal 9 dicembre. Puro cinismo commerciale, quindi? Fedez non lo spiega. Ma i suoi fan si aspettano proprio questo da lui: la scelta di campo, il gesto esemplare, la petizione. In molti, da Pippo Civati a Iva Zanicchi, hanno apprezzato la mossa. Tra i follower c'è chi dice: «Meglio lui di un fascista». In estate aveva assicurato di non voler scendere in campo. Quando è stata affossata la legge Zan, ha scritto: «Un saluto a Matteo Renzi, oggi in Arabia Saudita». Renzi gli ha dato del qualunquista. Il senatore leghista Andrea Ostellari, relatore della legge Zan, ha fatto l'errore da matita blu che fece Piero Fassino con Beppe Grillo: «Si faccia eleggere e poi ne discutiamo». Ieri Ettore Rosato (Italia viva) ha detto: «Vuole promuovere il disco». Che sarà probabilmente vero, ma è un pezzo di verità. Fedez ha già un suo ruolo nel teatro della politica italiana. «Io e Chiara siamo cittadini ed entriamo nel dibattito pubblico parlando di cose che riguardano noi e voi. Berlusconi fa l'imprenditore e politica, Montezemolo fa l'imprenditore e dice la sua, Briatore fa l'imprenditore e dice la sua e invece Fedez e Chiara Ferragni vanno regolamentati». Quando scoppiò il caso Morisi usò Instagram per irridere Matteo Salvini: «Questa è la storia di un eroe contemporaneo, un uomo che ha sacrificato la sua intera vita alla piaga sociale delle droghe, un uomo che andava in giro a citofonare a casa delle gente "scusi lei spaccia?", o che commentava la sentenza Cucchi "la droga fa male". Oggi scopre di avere avuto al suo fianco un drogato, ma che magicamente diventa un amico da aiutare a rialzarsi». Salvini, sportivo, gli ha dato il benvenuto: «Mi piacerebbe un confronto sull'Italia che verrà, ma finora mi ha sempre detto di no».

DRAGHI AL GOVERNO? “PUZZA DI BRUCIATO”

Tutti i leader sembrano volere Mario Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023. Ieri la Versione titolava “Draghi prigioniero dei partiti”. Ma Antonio Polito sul Corriere “sente puzza di bruciato”.  

«Naturalmente, lo fanno tutti «per il bene del Paese». E però, dietro questo mantra che unifica spezzoni sempre più disparati del nostro mondo politico, da Giuseppe Conte a Silvio Berlusconi a buona parte del Pd, e che stima così tanto Mario Draghi da volerlo tenere dov' è fino al 2023, anzi al 2030, anzi forse per sempre, è difficile non sentire puzza di bruciato. Soprattutto perché il coro e i suoi corifei hanno cominciato a cantare a metà ottobre, troppi mesi prima della scadenza di Sergio Mattarella. Naturalmente, ognuno ha una buona ragione, di parte o personale, per puntare su un altro inquilino per il Colle. C'è chi ci spera per sé, chi si dispera per la paura di elezioni anticipate, e chi vorrebbe piantare un nuovo ulivo nei giardini del Quirinale. È più che legittimo. Come in conclave, il Parlamento a camere riunite sarà sovrano, anche se è lecito dubitare che si lascerà ispirare dallo Spirito Santo. Ma il sospetto è che, più dell'ipotesi di Draghi al Quirinale, i partiti comincino a temere proprio Draghi e la sua leadership. Come del resto è visibile in quella specie di piccola guerra corsara che attacca ora la soluzione per l'Alitalia, ora la sistemazione dei superbonus, ora la legge di bilancio, ora il prolungamento dello stato d'emergenza, ora le liberalizzazioni e le concessioni balneari. Il coro dice: Draghi resti al governo. Ma poi non dice che trattamento riserverà al governo Draghi dopo, nell'anno elettorale, quando partirà la caccia al voto e l'assalto alla diligenza. Per sedurre i parlamentari, il coro promette la prosecuzione della legislatura. Ed effettivamente un'interruzione anticipata potrebbe avere effetti negativi su calendario e tempistica degli investimenti europei. Ma quelli che oggi cantano le lodi della stabilità dovrebbero di conseguenza impegnarsi a non spaccare la maggioranza nella gara del Quirinale. Spetta a loro fare in modo che, Draghi o non Draghi, il presidente venga eletto da uno schieramento ampio almeno quanto quello che oggi sostiene il governo. Perché se così non sarà, se il nuovo capo dello Stato uscirà invece da una lunga e cruenta battaglia parlamentare, qualcuno può veramente credere che il giorno dopo i partiti si rimettano a lavorare tutti insieme, pancia a terra, come se niente fosse? L'elezione di Mattarella mandò in frantumi il patto del Nazareno. Ma allora almeno c'era un regista politico a Palazzo Chigi, il capo della maggioranza. Stavolta un regista non c'è, ma in compenso il Parlamento è ben più spappolato, imprevedibile, senza un centro di gravità permanente. D'altra parte, il coro dovrebbe lasciarsi guidare dalla Costituzione, nella quale può trovare una precisa «job description» del lavoro di presidente, che non è una mera carica onorifica. E cioè l'elenco delle cose che ci si aspetta da chi viene chiamato al servizio della Repubblica. Il primo «skill» richiesto è quello di «rappresentare l'unità nazionale» (così comincia l'articolo 87). Il che vuol dire una cosa ben precisa: il presidente non deve dividere il Paese. Deve anzi esserne il collante, e per poterci riuscire è richiesto che sia il più possibile super partes, presidente di tutti, perché da tutti riconosciuto come rappresentante della nazione. Questo è vero al punto tale che quasi sempre la scelta si è indirizzata verso personalità di primo piano sì, ma più istituzionali che politiche, come Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro. Nella seconda Repubblica poi, quando il gioco politico si è fatto bipolare, la scelta è caduta su figure addirittura senza partito, oppure ormai lontane dal proprio partito, da Carlo Azeglio Ciampi a Napolitano e Mattarella. Proprio per garantire l'imparzialità di un «potere neutro», capace di moderare il sistema e temperare le tensioni tra gli altri poteri, la Costituzione suggerisce di cercare una maggioranza dei due terzi nelle prime tre votazioni, e comunque prescrive una maggioranza qualificata anche nelle successive: il prescelto avrà infatti il comando delle forze armate, la presidenza del Csm, il potere di sciogliere le Camere, di dare l'incarico per formare il governo e di nominare i ministri. Tutti compiti che si svolgono tanto meglio quanto più largo è il fronte parlamentare che ha eletto il presidente, dandogli la forza, oseremmo dire la grazia di stato, per compiere il suo lavoro con saggezza e prudenza. Verrà dunque presto il momento in cui il coro che vuole tenere Draghi a Palazzo Chigi avrà anche l'onere di dire come intende portare al Quirinale un presidente che abbia il consenso necessario per svolgere al meglio il lavoro richiesto dalla Costituzione. Naturalmente di personalità adatte ce ne sono diverse, per nostra fortuna; non molte, ma ci sono. E però prima e più che il nome, ciò che conta oggi è impegnarsi sul metodo. Soprattutto da parte di chi dichiara di muoversi «per il bene del Paese».

COP26, CINA E USA RIAPRONO I GIOCHI

L’annuncio a sorpresa dell’inviato di Xi a Glasgow riaccende le speranze per una conclusione concreta della Cop26. La Cina si impegna a prendere misure concrete entro questo decennio. Sara Gandolfi per il Corriere.

«E alla fine parlarono i cinesi. A sorpresa, ieri pomeriggio, quando ormai la giornata alla Cop sembrava chiusa con un quasi nulla di fatto, il capo dei negoziatori di Xi Jinping è uscito dall'ombra è ha annunciato una «Dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti per il rafforzamento dell'azione climatica», che include impegni per la riduzione delle emissioni di metano, la protezione delle foreste e l'uscita graduale dal carbone. Quasi un accordo storico, visti i venti da guerra fredda che soffiano sul Pacifico fra le due super potenze, a riprova che le trattative sul clima non seguono gli stessi percorsi della geostrategia globale. Xie Zhenhua ha spiegato ai giornalisti che «entrambe le parti riconoscono che vi è un gap fra gli sforzi attuali e gli obiettivi dell'Accordo di Parigi» e per questo l'iniziativa bilaterale prevede regole «concrete e pragmatiche». Nel testo messo online in serata, i due Paesi si impegnano a collaborare alla Cop26 per «un risultato ambizioso, equilibrato e inclusivo in materia di mitigazione (minore emissioni), adattamento e sostegno finanziario» e più in generale ad «adottare misure rafforzate per aumentare le ambizioni» entro il 2030. La Cina afferma che «farà del suo meglio per accelerare» i suoi piani per ridurre il consumo di carbone nella seconda metà di questo decennio. E per la prima volta si allinea agli Usa per ridurre le emissioni di metano e accetta di condividere la tecnologia. Ribadendo il principio delle «responsabilità comuni ma differenziate», tanto caro a Pechino, l'inviato di Xi ha ricordato che quest' anno i due Paesi hanno avuto «circa 40 meeting virtuali per raggiungere questo accordo». Quindi ha sottolineato che il mercato globale della CO2 sarà «molto utile» nel taglio delle emissioni, ma questo implica una questione negoziale che «non è stata ancora risolta». L'inviato degli Usa per il clima John Kerry, che in un'intervista al Corriere durante la pre-Cop di Milano aveva auspicato un simile accordo, gli ha fatto eco subito dopo affermando che Cina e Stati Uniti, essendo «i due più grandi emettitori di CO2, devono indicare la via». Non ha negato «le differenze», ma ha sottolineato che la dichiarazione «è un passo in avanti su cui costruire». Nell'incontro con i giornalisti, immediatamente successivo a quello di Xie (i due negoziatori non si sono neppure incrociati in sala stampa), Kerry ha ribadito che l'obiettivo resta quello di contenere il riscaldamento globale entro il tetto di 1,5° in più rispetto all'era pre-industriale e che Biden e Xi «vogliono lavorare insieme» su questo. L'intesa è arrivata al termine di una giornata carica di tensione. Dopo la pubblicazione all'alba di ieri della prima bozza ufficiale della Dichiarazione di Glasgow, i negoziati alla Cop26 hanno avuto un'accelerazione improvvisa. Il premier britannico Boris Johnson è tornato (in treno) nella città scozzese e ha strigliato gli altri leader - «non ci sono scuse per non agire» - invitandoli ad alzare il telefono e ad intervenire sui rispettivi team. La bozza della dichiarazione finale lascia aperte molte questioni negoziali e appare piuttosto squilibrata. Il testo è molto dettagliato sul tema della mitigazione: chiede ai Paesi di tornare con piani a breve e lungo termine più ambiziosi nei prossimi due anni ed invita ad accelerare l'uscita graduale dal carbone e dai sussidi ai combustibili fossili. Ma è abbozzato sugli aiuti ai Paesi che già subiscono gli effetti della crisi climatica. Il colpo di scena sino-americano ha ricevuto subito il plauso di Johnson, del segretario dell'Onu Antonio Guterres e anche del vice-presidente dell'Ue Frans Timmermans. Ha sparigliato le carte, e conquistato le prime pagine dei giornali, ma non è detto che riuscirà a colmare la distanza crescente fra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, anche perché questi sanno che la Cina ormai fa parte del primo gruppo».

XI NELLA STORIA, COME MAO E DENG

Intanto a Pechino si è arrivati alla conclusione del Plenum del Partito comunista cinese. Luca Miele per Avvenire.

«Bisognerà aspettare domani perché qualcosa trapeli dal blindatissimo sesto Plenum del 19esimo Comitato centrale del Partito comunista cinese, in corso da lunedì a Pechino. Una cosa, però, è certa: l'ambizione che giuda il presidente cinese Xi Jinping è quella di tracciare la storia del gigante asiatico per il prossimo (quinquennale) ciclo politico. E non solo. La «risoluzione », che verrà illustrata durante i lavori ai quasi 400 funzionari del Comitato centrale, colloca il presidente Xi al fianco di Mao Zedong e un gradino più su di Deng Xiaoping. Solo Mao Zedong e Deng Xiaoping hanno, infatti, pubblicato una cosiddetta "risoluzione storica". Solo Mao Zedong e Deng Xiaoping hanno usato le loro dottrine sulla storia cinese per dominare il Partito comunista fino alla loro morte. Come scrive il sito Asia Times, l'orizzonte dell'azione di Xi potrebbe spingersi ben oltre il prossimo mandato, quando cioè l'obiettivo della «prosperità comune» potrebbe diventare - almeno nelle sue intenzioni - reale. Qual è dunque il "disegno" del presidente cinese? Per gli analisti dell'Ispi «Xi vuole riscrivere la storia del partito per identificare un percorso di continuità che vede Mao come l'unificatore della Cina, Deng colui che l'ha resa ricca e lui il leader che l'ha resa forte e la guiderà a diventare prima potenza globale entro il 2049». Resta aperto il "fronte" Taiwan che per la Cina si gioca su un campo ben più ampio: il confronto con gli Usa. Xi ha perso carta e penna e ha inviato un messaggio al National Committee on U.S.-China Relations, no profit con sede a New York, in vista dell'incontro "virtuale" con il presidente Usa Joe Biden, che dovrebbe tenersi la prossima settimana. Xi ha usato toni ambigui, evocando lo spettro della Guerra Fredda. «Le relazioni Cina-Usa sono in una congiuntura storica critica. Entrambi i Paesi guadagneranno dalla cooperazione. La cooperazione è l'unica scelta giusta». Alla base del rapporto deve esserci, però, «rispetto reciproco». Tocca al portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin fare il "lavoro sporco". La frecciata è stata scoccata all'indomani dello sbarco a Taiwan di una delegazione di membri del Congresso Usa. Pechino ha chiesto ai politici Usa di interrompere la «collusione» con i «secessionisti » di Taiwan. «Simili tattiche, alla fine, si ritorceranno contro», ha avvertito».

LE TRUPPE ANTI TALEBANI ERANO INVENTATE

Ancora una settimana prima, il presidente Usa Biden era convinto che l’esercito regolare afghano stesse dando battaglia per resistere ai Talebani e proteggere così un ordinato ritiro occidentale. Invece i Talebani arrivarono a Kabul il 15 agosto, senza sparare un colpo. Ora si scopre che l’esercito era in parte inventato. Michela A.G. Iaccarino per Il Fatto:

«300 mila soldati inventati. Migliaia di truppe non esistevano davvero: lo rivela l'ex ministro delle Finanze che ha denunciato la frode dei generali afghani. Perché l'esercito afghano - per il cui addestramento sono stati spesi oltre 83 miliardi di dollari -, non è riuscito a frenare l'avanzata talebana la scorsa estate? Perché era in parte composto da spettri. Lo ha svelato ieri all'emittente britannica Bbc l'ex ministro delle Finanze, Khalid Payenda, fuggito da Kabul appena gli islamisti hanno preso il controllo della Capitale: la maggior parte delle 300 mila truppe a libro paga della Difesa statunitense non esisteva. Della frode Payenda ha accusato gli alti vertici dell'esercito afghano, che hanno pompato - aumentando di almeno sei volte -, le cifre del reale numero di divise sotto il loro controllo. Quando venivano contattati dal governo centrale, ha continuato l'ex ministro, i generali inflazionavano i numeri degli uomini in servizio per ottenere più salari, fondi, attrezzatura. E di quei soldati fantasma erano i generali a intascare i salari. Anche i disertori non venivano dichiarati come tali e nemmeno i morti: "I generali trattenevano le loro carte di credito per continuare a riscuotere lo stipendio", ha detto Payenda. Questi alti ufficiali, nonostante abbiamo frodato gli alleati occidentali, non si sono rifiutati poi di accettare soldi anche dagli islamisti per arrendersi senza combattere. Arriva un'eco dal passato a rafforzare le parole dell'ex capo del dicastero dell'Economia: si tratta di un report della Sigar (Ispettore generale ricostruzione dell'Afghanistan). Già nel 2016 l'agenzia esprimeva "profonde preoccupazioni per la corruzione diffusa nel Paese: né gli Stati Uniti, né i loro alleati afghani sanno con certezza quanti soldati e poliziotti davvero esistono nel Paese, quanti rimangono effettivamente in servizio, quali siano le loro reali capacità"».

Leggi qui tutti gli articoli di giovedì 11 novembre:

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