SE TELEFONANDO...

Colloquio telefonico Draghi-Macron sui destini di AstraZeneca. Ma la Merkel tace. L'Ema si pronuncia giovedì. Intanto il piano B premia Pfizer-Biontech. Letta e Conte già nei guai.

Telefonata fra Roma e Parigi. Parlano Draghi e Macron, mentre la Merkel, laureata in chimica, è ancora silenziosa, resta dietro le quinte. In Germania c’è una campagna elettorale in corso. Il caso AstraZeneca è diventato un caso politico europeo di prima grandezza. È stato l’atteggiamento tedesco a far scattare la sospensione cautelativa del farmaco, come ha confermato il nostro ministro della Salute Speranza al Corriere. Ieri al telefono i due capi di Italia e Francia hanno concordato nel colloquio diretto che se l’ente europeo, l’Ema, giovedì darà risposte solide ai quesiti scientifici, si ripartirà con la campagna. La stessa Ema ieri, in una conferenza stampa informale, ha ribadito che la valutazione scientifica di rischi e benefici spinge a ritenere razionalmente fondata la scelta del vaccino. Intanto almeno fino a venerdì i grandi hub delle vaccinazioni di massa a Roma e a Milano restano chiusi, la campagna vaccinale in Italia va a scartamento ridotto. In Lombardia sono ancora in coda 360mila anziani over 80. Arcuri, a suo tempo, aveva puntato tantissimo su AstraZeneca, a differenza di quanto deciso dagli altri Paesi europei. Nel frattempo le inchieste sui decessi italiani, pur non essendo ancora conclusi tutti gli esami clinici, indicano che non c’è prova del legame fra le morti e il vaccino AstraZeneca ricevuto prima del decesso. A proposito di inchieste penali, il ministro Speranza ha assicurato che stanno pensando ad una legge per dare uno “scudo penale” ai sanitari che iniettano il vaccino. Ma la domanda è: se ci fossero ancora sospetti sui casi di decessi, alcuni per trombosi, verificati nei Paesi europei, e se la Germania mantenesse il punto sul principio di precauzione, che cosa accadrà? Facile ipotizzare che si stia pensando ad un piano B, cioè ad un piano europeo di vaccinazioni in cui si faccia a meno del vaccino di Oxford. In qualche modo la von der Leyen annunciando una nuova grande fornitura di Pfizer lo ha confermato. In Italia AstraZeneca, anche nei piani di Figliuolo, aveva finora un peso notevole: il 25 per cento. Mancherebbe dunque un vaccino su 4. La quota va rimpiazzata, e anche in fretta, visto che è una corsa contro il tempo. Sarà il vaccino Pfizer, prodotto da una ditta nordamericana fusa con una start up tedesca, quello targato Biden-Merkel, a rimpiazzare AstraZeneca targato Boris Johnson, e prima finanziato da Trump? Vedremo. Geo politica, interessi delle case farmaceutiche e fiducia dei cittadini si intrecciano. Intanto il Governo ha deciso di cambiare la struttura del CTS, il Comitato che ha regolato le nostre vite da un anno a questa parte. Esce Miozzo che si occuperà solo di scuola. Portavoce sarà Brusaferro, capo Locatelli.

Letta e Conte sono alle prese con le difficili leadership di PD e 5Stelle: per entrambi c’è lo scoglio Roma. L’ex ministro Gualtieri si è candidato a sindaco all’insaputa del nuovo segretario. Mentre la Raggi fra i grillini incalza Conte, troppo “silenzioso” su tutta la faccenda, che coinvolge anche Zingaretti. Dall’estero arrivano terribili notizie dal Mozambico. Mentre anche qui salutiamo la nuova veste del Sole 24 Ore, “dimagrito” nella forma ma con più commenti. Ma vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Nessuno titola sulla telefonata Draghi-Macron. Ci pensano occhielli, foto e impaginazioni a trasmettere il concetto, chi ci va più vicino è il Corriere della Sera che mette fra virgolette l’intenzione espressa dei due leader: «Pronti a ripartire con i vaccini». Molti parlano dell’Europa. Il Quotidiano nazionale annuncia: AstraZeneca sotto esame, Ue ottimista. La Verità è invece polemica: GLI SCIENZIATI? FOGLIE DI FICO. COMANDA LA MERKEL. E CI ROVINA. Per Repubblica gli europei sono in campo ma già pensano al piano B: Vaccini, ora l’Europa chiede aiuto a Pfizer. Mentre La Stampa è fiduciosamente patriottica: Crisi AstraZeneca, il piano Draghi. Titoli riflessivi sono quelli di Avvenire: Covid vero rischio. Del Giornale di Sallusti: Il Covid fa 500 morti. Il vaccino nessuno. Alludendo alle indagini sulle morti sospette, così come fa Il Messaggero: «Decessi non legati al vaccino». Il Mattino è ancora più esplicito: «I morti non legati ai vaccini». Il Domani mette insieme i decessi di ieri per Covid e il dissiparsi dei sospetti sul vaccino: 502 morti in un giorno. Li ha uccisi il Covid-19. Non il vaccino AstraZeneca. Libero lancia un appello sempre pensando alle limitazioni da zona rossa: Liberate almeno i vaccinati. Il Fatto va completamente a soggetto e parla ancora, nostalgia canaglia, del vecchio Commissario: Regioni, spese folli sgonfiate da Arcuri. Il Sole 24 Ore, nella sua nuova veste, lamenta che non sono ripartiti i grandi cantieri: Grandi opere, il blocco degli appalti. Dal 2017 aperto un cantiere su tre. Mentre oggi Il Manifesto si dedica al nuovo ministro per la Transizione ecologica Cingolani, con qualche critica: L’uomo delle stelle.

STOP EUROPEO AD ASTRAZENECA

Proviamo a riassumere così le cose: Macron e Draghi concordano la linea al telefono. E si dicono: riprendiamo con AstraZeneca se gli scienziati ci danno il via libera. Ma lo stop era stato della Germania. Il Corriere della Sera, con il Ministro della Salute Roberto Speranza, fa il punto. Il Ministro si dice ottimista, anche la Germania si convincerà.  

«Ministro, ma in che tempi ripartiranno le vaccinazioni? «La decisione dei principali Paesi europei è esclusivamente precauzionale e riguarda solo AstraZeneca. Il governo ha preso l'iniziativa a seguito della valutazione dell'agenzia tedesca di sorveglianza del farmaco. Ora si attende per giovedì il giudizio sui nuovi dati emersi in Germania e in altri Paesi. Siamo fiduciosi che possano emergere tutti gli elementi di rassicurazione che ci consentano nel più breve tempo di ripristinare la campagna vaccinale». C'è stato un eccesso di cautela? «Ho massima fiducia nelle agenzie regolatorie europea e italiana, ma quando emerge qualcosa di nuovo in un Paese come la Germania, guida della Ue per forza e prestigio, è giusto avere tutti gli atteggiamenti di cautela e prudenza. Ci aspettiamo che l'Ema analizzi con massimo rigore i dati e ci metta nelle condizioni di poter dare unitariamente un messaggio di sicurezza, che ci consenta di ripartire». Chi è stato già vaccinato può stare tranquillo? «Chi ha fatto AstraZeneca non ha ragione d'essere preoccupato, per gli scienziati non ci sono elementi di sostanziale preoccupazione». Se l'Ema dirà che si può andare avanti, nel fine settimana si ripartirà con il siero dell'azienda anglo-svedese? «Attendiamo con fiducia il giudizio definitivo dell'Ema giovedì e ci auguriamo che sia positivo. L'auspicio è che si possa ripartire insieme con i principali Paesi europei».

Su Repubblica Alberto d’Argenio da Bruxelles e Tonia Mastrobuoni da Berlino indicano anche che cosa potrebbe succedere, dopo il parere scientifico di Ema su AstraZeneca. Una ripresa della somministrazione del vaccino di Oxford, ma con limitazioni. Una “formulazione bizantina”, che si potrebbe accompagnare ad un nuovo investimento europeo in favore di Pfizer-Biontech, benedetto dal nuovo presidente Usa Biden.  

«Oggi prosegue lo scambio di informazioni, domani la riunione finale. Al momento non risultano legami con AstraZeneca nei 30 casi di trombosi (7 mortali) in Europa su 5 milioni di inoculazioni. Così a Bruxelles si pronostica un via libera al vaccino anglo-svedese, ma ci sono dubbi su come sarà. Potrebbe essere pieno, tale da chiudere la partita e rassicurare gli europei. Oppure potrebbe essere accompagnato dall'annuncio di ulteriori approfondimenti (visto che i dati continuano ad arrivare) o da precauzioni per alcune categorie. Una formulazione positiva ma bizantina, difficile da far digerire alla popolazione. Intanto ai dubbi sulle campagne vaccinali tra ritardi nelle consegne e casi sospetti (entrambi di AstraZeneca), Bruxelles risponde confermando che nel secondo trimestre punta a ricevere 300 milioni di dosi da distribuire ai partner Ue: 200 milioni arriveranno da Pfizer, che anticiperà entro giugno la fornitura di 10 milioni di fiale aggiuntive. Ma l'Europa confida anche nel soccorso di Joe Biden. Il presidente Usa ieri ha detto di essere in trattative sulla distribuzione delle dosi extra dei vaccini contro il Covid-19. «Stiamo già parlando con diversi Paesi - ha detto Biden ai giornalisti - saprete tutto molto presto»

Papa Francesco è stato forse l’unico leader mondiale a dirlo direttamente: con la pandemia sui vaccini si sta giocando una partita, anche tra Paesi, sicuramente tra grandi aziende farmaceutiche, simile ad una guerra mondiale. Oggi Federico Fubini sul Corriere della Sera cerca di dare un contesto allo stop europeo ad AstraZeneca. Parte da alcuni fatti: il primo a lanciare l’idea che il vaccino di Oxford era potenzialmente dannoso per gli anziani è stato Emmanuel Macron. Il secondo: Trump finanziò AstraZeneca. Il terzo: gli enti autorizzativi americani nell’era Biden non hanno mai autorizzato AstraZeneca negli Usa.

«Esistono «poche informazioni» sul vaccino del gruppo britannico AstraZeneca, dice il presidente francese. E aggiunge: «Pensiamo che per le persone di più di 65 anni sia quasi inefficace». Era una dichiarazione pericolosa, perché rischiava di indurre un gran numero di persone a rinunciare alle somministrazioni. È plausibile che Macron stesso avesse ricevuto informazioni fuorvianti, tanto che in seguito si è corretto. AstraZeneca era ampiamente sperimentato sugli anziani. (…) Sul piano politico, tutto si svolge mentre l'Unione europea e Londra stanno facendo i conti con l'impatto della Brexit; tutto accade quando l'America di Joe Biden avvia un riavvicinamento all'Europa continentale, dopo gli anni del sostegno di Donald Trump alla secessione euroscettica di Boris Johnson. Trump era arrivato persino a finanziare il progetto sui vaccini di AstraZeneca, voluto dal premier britannico, con 1,2 miliardi di dollari. Sul piano del business poi il contesto presenta sviluppi anche più concreti: Covid-19 sta diventando forse il più grande affare di sempre per l'industria del farmaco. Solo nel 2021 si venderanno nel mondo almeno dieci miliardi di dosi di vaccini, che porteranno ai gruppi di Big Pharma tra 120 e 150 miliardi di dollari di ricavi in più. (…) il vaccino di AstraZeneca, sviluppato all'Università di Oxford e alla Irbm di Pomezia, è un prodotto tradizionale in vendita a 2,80 euro a dose; quello dell'americana Pfizer, sviluppato con la tedesca BioNTech, è una tecnologia avanzata e ha un prezzo medio di circa 16 euro (19,5 dollari). La casa prima è impegnata a fornire nel 2021 tre miliardi di fiale, la seconda sta cercando di crescere oltre il limite di 1,2 miliardi previsto per ora. Chiunque vinca, la sfida per il mercato europeo fra i due gruppi è la cornice entro la quale le autorità di Parigi, di Roma e della Germania continuano a seminare dubbi sul vaccino inglese. Quel 29 gennaio Macron parlava nelle ore in cui l'agenzia europea del farmaco (Ema) approvava in pieno il vaccino di Oxford e Pomezia per tutti gli adulti. Il presidente francese parlava - anche - a due giorni dall'annuncio dell'americana Pfizer di una licenza concessa alla francese Sanofi per produrre di cento milioni di dosi. Lo stesso governo di Parigi aveva dato sostegno all'accordo con Pfizer e probabilmente anche parte dei 160 milioni di euro stanziati per i vaccini in Francia. Macron non sarebbe rimasto solo a diffondere sospetti su AstraZeneca. Il 30 gennaio il ministro della Salute tedesco Jens Spahn parla di «limiti di età» per il vaccino britannico, finanziato dal governo di Londra con circa 200 milioni di euro. In quella fase, Berlino lo approva solo per chi ha meno di 65 anni. Poco dopo l'agenzia italiana del farmaco avrebbe persino fissato il limite a 55 anni (per poi ricredersi e accettare la raccomandazione dell'Ema). (…) Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione Ue, ha telefonato a AstraZeneca solo in agosto. Di certo la Germania deve gestire un oggettivo conflitto d'interessi: ha finanziato con quasi 400 milioni di euro di denaro pubblico la tedesca BioNTech, alleata di Pfizer. L'Italia stessa sta cercando di conquistare una licenza di Pfizer per produrre vaccini -- al più presto, alla fine dell'anno - probabilmente presso la Thermo Fischer Scientific di Ferentino (Frosinone). E anche l'atteggiamento della Casa Bianca è cambiato. Con decisioni prese negli ultimi mesi di Trump, negli Stati Uniti sono stati prodotti 60 milioni di dosi di AstraZeneca. Ora però restano ferme da mesi in attesa di autorizzazione dei regolatori americani; di solito nelle emergenze il processo è rapido anche per i prodotti di case estere, invece al gruppo inglese è stato chiesto di ricostruire da zero un campione di 20 mila persone in Sudafrica, in Brasile e negli Stati Uniti. AstraZeneca può aspettare. E con loro milioni di italiani e di europei, rimasti ancora senza vaccino».

L’EUROPA (O LA MERKEL) DECIDE PER TUTTI?

Antonio Polito sul Corriere della Sera ragiona sulle decisioni politiche europee, sulla capacità di ispirare fiducia nei cittadini su un terreno molto delicato.

«È purtroppo evidente che questo sistema non sta funzionando bene nell'ambito europeo. Lo dimostra il fatto che la scelta di sospendere il vaccino AstraZeneca sia stata fatta dai governi, riportata dentro i confini nazionali; che i consessi tecnocratici, come la Commissione o l'Ente regolatore, cui in tempi normali si delega l'iniziativa e il controllo, siano stati smentiti e scavalcati dalle decisioni di Berlino e Parigi, cui inevitabilmente si sono uniformati gli altri Paesi. Ciò solleva dubbi anche sull'imparzialità delle decisioni, che potrebbero essere condizionate sia dal clima politico (in Germania siamo in piena stagione elettorale), sia da interessi commerciali (concorrenti di AstraZeneca sono in Germania in Francia). Allo stesso tempo sono mancate le condizioni per un dibattito informato, perché la trasparenza, la rapidità nel fornire i dati, anche quelli sulle reazioni avverse, la prontezza nello spiegare all'opinione pubblica con onestà che cosa sta accadendo, non si sono davvero dimostrate sufficienti a creare un clima di fiducia tra cittadini e autorità. Senza il quale, è bene dirlo, si danneggia proprio la campagna vaccinale. Ogni volta che lo Stato, come è nel caso dei trattamenti sanitari, non ha a disposizione il potere coercitivo, non può raggiungere i propri fini se non con gli strumenti della credibilità, della comunicazione e della persuasione». 

Avvenire affida il commento editoriale in prima pagina a Walter Ricciardi, uno degli scienziati italiani più in vista ma anche più discussi. Ricciardi ragiona sui problemi dell’Europa.

«Perché l'Europa sta facendo così male? Ci sono due ragioni principali. La prima è l'eccesso di burocrazia. Mentre gli Stati Uniti e altri Paesi si affrettavano a firmare accordi con i produttori di vaccini, la Commissione europea, nonostante lo stimolo esercitato dai ministri della Salute di Italia, Francia, Germania e Paesi Bassi che avevano fondato un' 'Alleanza per i vaccini' proprio per velocizzare il processo, ha cercato di assicurarsi che tutti i 27 Paesi membri concordassero su come affrontare i negoziati, con il risultato di una più lenta approvazione normativa dei vaccini e ritardi negli accordi per l'acquisto di dosi, costringendosi a 'fare la fila' dietro altri Paesi più veloci. L'Europa ha poi posto una grande enfasi sulla negoziazione di un prezzo basso per le dosi di vaccino e il prezzo scontato è diventato un altro motivo per cui essa ha dovuto aspettare in coda dietro ad altri Paesi. Anche in termini puramente economici, il compromesso sarà probabilmente negativo: ogni euro risparmiato per dose di vaccino potrebbe alla fine aggiungere fino a 1 miliardo di perdite, un errore gravissimo in un blocco commerciale con una produzione economica annua di trilioni di euro. Un singolo blocco aggiuntivo, come quello attivato dall'Italia questa settimana, spazza via qualsiasi risparmio fatto sull'acquisto dei vaccini. La seconda ragione del ritardo europeo è lo scetticismo sui vaccini di una quota rilevante, in alcuni Paesi addirittura maggioritaria, della popolazione. L'Europa è l'epicentro mondiale della cosiddetta 'esitazione vaccinale'. Il fenomeno è anteriore al Covid (ricordo la necessità di ripristinare l'obbligo vaccinale per proteggere i bambini in Italia, Francia e Germania), ma ora le sue conseguenze stanno diventando drammaticamente evidenti».

Maurizio Belpietro, nell’editoriale de La Verità, ricorda che la Germania, diffidente verso AstraZeneca, si è assicurata, fuori dagli obblighi europei, 30 milioni di vaccini Pfizer, che contribuisce peraltro a produrre, attraverso Biontech.

«Un collega che vive a Berlino mi spiega: è una questione eminentemente politica. In Germania sono nati i No vax e qui da sempre c'è diffidenza nei confronti dei vaccini. In un momento come quello attuale, con la Cdu in difficoltà e i verdi in ascesa, Angela Merkel dunque va con i piedi di piombo. Il senso è chiaro: per lei e per un partito in cerca di consensi, la cosa migliore era fermare il farmaco Astrazeneca. Anche perché, come ho spiegato ieri, i tedeschi possono sempre contare su 30 milioni di dosi di Pfizer-Biontech, che hanno comprato fuori dagli accordi europei. Insomma, per loro lo stop era la soluzione più facile, ma per noi? Noi non abbiamo le scorte di altri vaccini, perché grazie all'Europa e a Speranza abbiamo puntato soprattutto su Astrazeneca. Dunque, adesso che diciamo agli italiani dopo avergli detto che un po' di morti sono da mettere nel conto? Che i professori scherzavano e non era vero niente e si muore di trombosi anche senza vaccino? Riflessione semplice semplice: ma i danni li fanno i giornalisti o i presunti esperti, politici compresi?».

MIOZZO SULLA SCUOLA, CTS PIÙ SNELLO

Intanto il nostro Governo ha deciso un cambiamento nel CTS, il Comitato Tecnico Scientifico. Massimiliano Scafi sul Giornale spiega che cosa è successo.

«Via Agostino Miozzo, passato all'Istruzione, il nuovo coordinatore è Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, affiancato da Silvio Brusaferro che sarà portavoce unico, per evitare protagonismi ed esternazioni a-gogo. Segretario Sergio Fiorentino. Gli altri componenti: Giuseppe Ippolito, Cinzia Caporale, Giorgio Palù, Giovanni Rezza, Fabio Ciciliano, Sergio Abrignani, Alessia Melegaro, Alberto Gerli, Donato Greco. Il nuovo comitato, dimezzato a dodici membri, avrà un'impronta più legata all'eccellenza medica, con due rappresentati che vengono dallo Spallanzani. Ci saranno, si legge in una nota della Protezione civile, anche due bocconiane «esperte del campo statistico e matematico utili a definire il quadro della situazione epidemiologica». E, per ridurre le polemiche, pure un rappresentante della conferenza Stato-Regioni».

ROMA, PRIMA TRAPPOLA PER LETTA

La politica ci racconta le difficoltà dei due nuovi leader che hanno preso la guida di Pd e di 5Stelle. Sulla strada di Enrico Letta è subito scattata la prima trappola. Riguarda Roma e le prossime elezioni per il Sindaco. È una partita complicata, anche perché come vedremo, via Raggi e Zingaretti, riguarda anche il rapporto con i 5Stelle e i loro equilibri interni.

«Quando ha visto la notizia Enrico Letta non voleva credere ai suoi occhi: «Non ho avuto nemmeno il tempo di aprire il dossier Roma, come è possibile?». Già, la candidatura di Roberto Gualtieri veniva data dalle agenzie di stampa e dai siti come cosa fatta, peccato che il segretario del Pd non fosse stato avvertito. E se è per quello nemmeno Nicola Zingaretti, che pure aveva costruito con tenacia la candidatura dell'ex ministro dell'Economia, ne sapeva niente. Nell'ultimo colloquio con Gualtieri il presidente della Regione Lazio aveva ancora una volta escluso la propria volontà di candidarsi. «Perché se tu scendi in campo ovviamente io faccio un passo indietro», gli aveva detto Gualtieri. E Zingaretti di rimando: «Io non intendo candidarmi, ma se lo vuoi fare tu devi passare prima per le primarie, è l'unica strada». Qualche giorno dopo quel colloquio Gualtieri decideva di andare avanti. E domenica, a Monteverde, il quartiere romano dove vive, raccontava ad amici e conoscenti di aver finalmente rotto gli indugi: «Sarò io il candidato sindaco del Pd». A quel punto il ras del partito romano, il deputato Claudio Mancini, che tra i dem capitolini è una potenza e che è grande amico di Goffredo Bettini, cercava di forzare gli eventi. Morale della favola, ieri la candidatura di Gualtieri sembrava cosa fatta. La decisione del partito romano di andare spedito su Gualtieri prendeva in contropiede il segretario appena eletto. Che bisogno c'era di procedere così veloci, senza consultarsi con il Nazareno? Una spiegazione c'è. L'idea dei dem romani e dello stesso Gualtieri era di far trovare Letta di fronte al fatto compiuto, nel timore che il leader avesse in animo di riaprire la partita romana. (…) Qualcuno, subito dopo l'Assemblea nazionale di domenica scorsa, aveva detto al neo segretario del Pd che il suo era ormai «un partito in preda all'anarchia» e gli aveva fatto gli auguri per la difficile impresa che lo attendeva. Lì per lì la frase sarà sembrata a Letta un'esagerazione. Ma ieri il leader dem ha avuto la prova provata di quanto sia difficile governare un partito come il Pd.».

Non l’ha presa benissimo Carlo Calenda, leader di Azione, che finora ha speso tante energie per dedicarsi alla Capitale, in vista delle elezioni. Viene intervistato da Repubblica.

«Io vado avanti, ci vediamo alle elezioni». Altro che passo indietro. Nel giorno in cui il Pd romano lancia la candidatura di Roberto Gualtieri per tentare di riconquistare il Campidoglio dopo un quinquennio targato Virginia Raggi, Carlo Calenda non si sfila dalla corsa e propone ai dem l'unica mediazione possibile: «Lavoriamo insieme, costruiamo una candidatura unitaria», dice il leader di Azione ed ex ministro proprio ai tempi di Letta premier. Tradotto, significa? «Programma e squadra li decidiamo insieme». Dalle parti del Nazareno lo potrebbero prendere come un ultimatum. «Sono loro che dopo mesi di tavoli di coalizione stanno strappando, penso sia più sensato non buttare il lavoro fatto in questi mesi. Per me conta la qualità della squadra. Sono disposto anche a un ticket». Con Gualtieri? «Non mi permetterei di proporglielo, non credo voglia fare il vicesindaco». Con lei in campo fuori dalla coalizione, però, il centrosinistra rischia di non arrivare nemmeno al ballottaggio, lo sa? «Il rischio c'è, la Raggi avrebbe più chance di arrivare al secondo turno: ipotesi che io considero al pari delle cavallette in una città completamente allo sbando».

ANCHE PER CONTE IL NODO ROMA

Il nodo di Roma, con Virginia Raggi che si ricandida e il suo dissidio con la Lombardi a proposito dell’ alleanza in Regione con Zingaretti, finisce per essere un nodo molto serio anche per Giuseppe Conte. Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera riassume le difficoltà che si trova di fronte l’ex premier alle prese con la leaderhsip grillina.  

«Dovete dargli tempo, Conte sbroglierà tutto». Nel Movimento tiene banco la «rifondazione» del partito, ma nelle ultime ore crescono ansie e polemiche. L'ex premier sta lavorando «senza sosta» al nuovo progetto, ma è costretto ad affrontare alcuni fardelli. Il primo è la struttura del M5S che sarà. Tra lunedì e martedì Conte ha incontrato Vito Crimi, che guida anche in questa fase il Movimento. Al vertice hanno preso parte anche gli avvocati vicini ai 5 Stelle. Il tavolo - secondo quanto trapela dalle indiscrezioni - sarebbe servito per mettere a fuoco alcuni nodi della nuova struttura pentastellata, in primis il rapporto con l'Associazione Rousseau. Il divorzio dalla piattaforma di Davide Casaleggio sembra più vicino o meglio - come dicono alcuni - «più vicino ai desideri dei parlamentari». L'ex premier con Crimi sta lavorando a una soluzione. Il punto certo è che si dovrà passare su Rousseau per iniziare il nuovo corso e che Beppe Grillo - sebbene sempre furioso con Casaleggio - continua a sostenere con i pentastellati che «il debito verrà saldato». Ma a proposito di soldi, si prospettano anche qui nuove insidie per l'ex premier. Ormai è prossimo a essere varato il nuovo sistema di rendicontazione interna. Ogni parlamentare dovrà restituire 3.000 euro ogni mese, la quota comprende 1.000 euro per il finanziamento del Movimento (e da qui verrebbero prelevati i fondi necessari per chiudere un accordo per quella che sarà la piattaforma di riferimento) e 2.000 euro di taglio agli stipendi, per finanziare i progetti 5 Stelle legati alle «restituzioni». La cifra, a due anni dalla fine della legislatura e con buona parte della truppa quasi certa di non essere presente nel prossimo Parlamento, viene giudicata da diversi esponenti «eccessiva».  (…) Ieri Virginia Raggi ha attaccato la giunta regionale di centrosinistra (dove da pochi giorni sono entrate anche le M5S Roberta Lombardi e Valentina Corrado) sulla questione discariche dopo gli arresti domiciliari di alcuni dirigenti. «A breve si vota. Chi si candida a Roma abbia il coraggio di disconoscere l'operato di Zingaretti», ha detto la sindaca. A lei si è unito Alessandro Di Battista. Raggi - che è molto amata dalla base M5S - ha provato a mettere alle strette i vertici del Movimento, a partire da Conte (che il 12 marzo ha twittato per incoraggiare l'ingresso dei 5 Stelle in Regione). Proprio il silenzio dell'ex premier sia sulla possibile candidatura dell'ex ministro Gualtieri per il Campidoglio sia per il caso discariche - spiegano in ambienti vicini alla sindaca - avrebbe provocato «fastidio» a Raggi. Frizioni - che dicono nel Movimento - sarebbe meglio non alimentare in un periodo così incerto e complesso. «Conte e Raggi sono due cardini che devono trovare un equilibrio nel nuovo disegno», dice un pentastellato».

ORRORE IN MOZAMBICO

Paginone intero de La Stampa su una vicenda terribile: i massacri dei miliziani musulmani dell’Isis in Mozambico. La onlus Save the Children ha raccolto la testimonianza delle madri di bambini decapitati:

«Bambini decapitati a colpi di machete sotto gli occhi della madre. È difficile immaginare una violenza più spietata di quella denunciata da Save The Children a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, una delle province più paradisiache di tutta l'Africa Australe, di fronte alle isole Comore, ma anche una delle più povere e complesse, l'unica a maggioranza musulmana in un Paese in prevalenza cristiano. Qui uomini con turbanti bianchi, barbe folte e Ak-47 irrompono nei villaggi di notte, incendiano, uccidono, terrorizzano. «Quella sera il nostro villaggio è stato attaccato e le case sono state bruciate - racconta a Save The Children una madre di 28 anni -. Quando tutto è iniziato, ero a casa con i miei quattro figli. Abbiamo cercato di scappare nel bosco, ma hanno preso il mio ragazzo più grande e lo hanno decapitato. Non abbiamo potuto fare nulla perché saremmo stati uccisi anche noi. Aveva appena 12 anni».

IL NUOVO SOLE 24 ORE

Da ieri Il Sole 24 Ore ha un nuovo formato, più snello e pratico. Sul modello dei vari Financial Times e Wall Street Journal, il direttore punta su commenti e analisi. Fabio Tamburini ha scritto presentando le innovazioni: 

«Abbiamo deciso di sfidare la terza ondata della pandemia portando così un granello di sabbia al castello dello sviluppo che, come non ci stanchiamo di ripetere, è l'unico, vero antidoto alla crisi economica innescata dall'emergenza sanitaria. Affrontiamo questa nuova avventura con entusiasmo, con lo spirito di una start up, che significa il rilancio definitivo dopo avere cancellato in tempi record anni difficili per il giornale e per l'intero gruppo. Il cambiamento significa anche un rinnovato impegno per farvi leggere, possibilmente in esclusiva, le notizie più interessanti. Nello stesso tempo però raddoppiamo lo spazio riservato a commenti e analisi».