Sì profit per Pfizer

L'Europa della Merkel paga i vaccini alla Pfizer Biontech e liquida AstraZeneca. Altro che sospensione, fioccano profitti miliardari. Riaperture in vista. Boom degli sbarchi. Conte vince con la Raggi

Settimana che si preannuncia vivace. Per Repubblica sono i giorni decisivi per la riforma della giustizia che la ministra Cartabia deve varare. Ma sul tavolo del Governo ci sono soprattutto due questioni: le regole delle nuove riaperture, coprifuoco e non solo, e l’emergenza sbarchi a Lampedusa, che sono ricominciati in modo impetuoso. Sul fronte vaccini segnaliamo il paradosso di un’Europa sempre più stretta a doppio filo con la Pfizer Biontech, cui destina miliardi di investimenti, chiudendo ogni rapporto con AstraZeneca. La Merkel dell’altro giorno che snobba il summit sui problemi sociali, per stare a Berlino a colloquio con i manager della Biontech a questo punto è simbolica. Altro che sospensione dei brevetti, l’Europa diventa la paladina dei profitti delle case farmaceutiche (ma di proprietà tedesca). Quanto alle somministrazioni italiane, buone notizie per le ultime 24 ore. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono stati iniettati 564 mila 279 vaccini. Ok Figliuolo, la quota è giusta.

La politica ci ha riservato il primo grande successo di Giuseppe Conte come leader dei 5 Stelle, dopo la fine della sua esperienza a Palazzo Chigi. Nella vicenda delle amministrative a Roma ha infatti sconfitto Enrico Letta. Letta voleva candidare Zingaretti per ottenere la vittoria in Campidoglio ed era molto tiepido su Gualtieri, che aveva in un primo tempo stoppato. Di fronte alla forzatura dei 5 Stelle ha dovuto cedere. Il candidato del Pd sarà Gualtieri. Incredibili i destini incrociati di questi esponenti politici. Zingaretti a suo tempo si è di fatto sacrificato per Conte premier, fino al punto di doversi dimettere da segretario. Mentre Conte come leader dei pentastellati ha impedito a Zingaretti di candidarsi a Roma. Come finirà? Stando ai sondaggi, con la Raggi sindaco, visto che il Pd sarà costretta a votarla, in caso di ballottaggio. A meno che il centro destra non tiri fuori un grande candidato o candidata, ma non sembra per nulla realistico.

Fronte veleni fra toghe, sul Giornale Palamara difende il pm Storari e per ora non si pronuncia su Davigo. Uscita tutta da interpretare. Renzi battibecca con Report sul video con Mancini. Mentre la bella intervista di Mattarella su Repubblica di ieri ha alimentato il dibattito sulla verità necessaria e la fine degli anni di piombo. Oggi parla Veltroni, mentre Il Fatto segnala il libro di Picariello. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Si riapre, non si riapre. Abbiamo appena vissuto un week end molto affollato. Per il Corriere della Sera avanti tutta: Riaperture, ora si anticipa. Il Messaggero spera: «Italia tutta bianca da giugno». Libero ci fa la lezione guardando questa volta a Madrid: Spagna, abolito il coprifuoco mentre noi discutiamo ancora. Poi c’è il tema vaccini. Il Quotidiano nazionale mette in primo piano l’annuncio della Ue: L’Europa taglia fuori AstraZeneca. Il Mattino, diffuso in una delle regioni più refrattarie al vaccino anglo svedese: La Ue: basta AstraZeneca. In Campania nuove regole. La Repubblica dedica l’apertura alle prove che aspettano la ministra Cartabia: Giustizia, via alla riforma. Mentre La Stampa focalizza l’interesse sugli sbarchi ricominciati col bel tempo: Migranti, ecco il piano Draghi. Due temi di bandiera per Il Fatto che lancia la serata televisiva: Renzi e lo spione all’autogrill: le prove delle bugie su Report. E per La Verità: I pro Zan escono allo scoperto. Il ddl serve per l’utero in affitto. Il Domani si occupa delle spese pubbliche per la salute: Perché non guariremo: a chi vanno i fondi sanitari. Mentre Il Sole 24 Ore ricorda che l’Agenzia delle entrate mette on line i modelli pre-compilati per pagare le tasse annuali: Da oggi 730 al via. Ecco redditi e spese dell’anno Covid: test in cinque mosse.

RIAPERTURE, VIGILIA DI NUOVE REGOLE

Questa è la settimana in cui il Governo deve fissare le nuove regole per le riaperture, dopo quelle cominciate il 26 aprile. I dati epidemiologici, sebbene segnati dai ritardi di comunicazione dovuti alla festività domenicale, fanno ben sperare. Tre numeri su tutti: calano ricoveri, posti occupati in terapia intensiva e decessi. La sintesi del Corriere:  

«Coprifuoco, quarantena, consumazioni al bancone del bar: è soprattutto su queste regole che il governo discuterà nella cabina di regia prevista per domani o mercoledì, in vista delle modifiche al decreto in vigore dal 26 aprile. «Voglio riaprire in sicurezza», ha ribadito il premier Mario Draghi rinnovando l'invito ai turisti stranieri a prenotare le vacanze in Italia. La data chiave è quella del 14 maggio: se il monitoraggio di venerdì confermerà la discesa costante della curva epidemiologica, il calendario sarà rivisto e già dal giorno successivo cadrà l'obbligo di isolamento per chi rientra dall'estero. E dal 17 maggio potrebbe slittare di due ore il coprifuoco, da mezzanotte alle 5.».

L’EUROPA ESCLUDE ASTRAZENECA

Sui vaccini, l’alleanza fra l’Unione europea e la tedesco-americana Pfizer Biontech sembra sempre più esclusiva. Anziché aumentare gli acquisti di altri e diversi vaccini, l’Europa ora esclude del tutto l’anglo svedese AstraZeneca, la cui somministrazione ha già messo in sicurezza l’intera Gran Bretagna.   

«Ultima fermata per AstraZeneca, o quasi. La Commissione europea non ha ancora rinnovato il contratto di fornitura delle dosi che è in scadenza a giugno, anche se non esclude del tutto la possibilità di farlo più in là; intanto, punta tutto sul rapporto consolidato con Pfizer/BioNTech e assicura che l'obiettivo di avere il 70 per cento degli europei immunizzati entro metà luglio è realistico. A rivelarlo, ospite della radio France Inter, è stato ieri Thierry Breton, commissario europeo all'Industria e al Mercato interno, responsabile della task force per l'aumento della produzione vaccinale nell'Ue. Una nuova doccia fredda nei rapporti tra Bruxelles e AstraZeneca dopo che due settimane fa, al termine di un lungo tira-e-molla, la Commissione aveva portato l'azienda anglo-svedese davanti al tribunale di Bruxelles per le violazioni contrattuali dovute alle mancate consegne delle dosi pattuite (30 milioni anziché 100 nel primo trimestre e 70 anziché 180 nel secondo, che si conclude a giugno). La prima udienza è prevista il 26 maggio. Ma la porta non è del tutto chiusa e nuovi acquisti potranno comunque arrivare in un secondo momento: «Vedremo ciò che succederà. Quello di AstraZeneca è un vaccino molto buono, che può essere utilizzato in condizioni logistiche più semplici di altri prodotti». Le parole di Breton sono un'ulteriore conferma del fatto che per lo sprint nella campagna vaccinale l'Ue intende però affidarsi sempre più a Pfizer/BioNTech, «un partner affidabile, che rispetta gli impegni e tiene conto delle nostre esigenze», secondo la presidente dell'esecutivo Ue Ursula von der Leyen. Nel fine settimana la Commissione ha infatti concluso un nuovo contratto di acquisto con la casa farmaceutica per 1,8 miliardi di dosi da consegnare tra 2022 e 2023».

Parla il ricercatore italiano dell’Oms che aveva coordinato un documento sulla reazione italiana al virus, che fu ritirato. Si chiama Francesco Zambon. Il medico veneto pubblica adesso un libro per Feltrinelli Il pesce piccolo, in cui accusa la stessa Oms, e anche il governo italiano, di una gravissima sudditanza politica nei confronti della Cina.  

«Quanto è davvero indipendente l'Organizzazione? È la domanda che pone nel suo libro, Il pesce piccolo, in uscita il 13 maggio con Feltrinelli, a un anno dal ritiro del rapporto. Parliamo di Italia. Quando ha capito cosa stava per accadere? «Il 21 febbraio. L'Oms faceva documenti ogni giorno e fino a quel momento erano stati segnalati solo nove casi. Improvvisamente sono diventati 76: Vo', Codogno, i focolai erano troppo distanti uno dall'altro. La situazione era incontenibile, eravamo già spacciati». Era inevitabile o è stato commesso qualche errore? «Le date sono una traccia importante. Il 21 gennaio l'Oms aveva comunicato che esisteva un virus che si trasmetteva da uomo a uomo. L'Italia aveva un piano nazionale pandemico, seppur datato al 2006 e mai aggiornato. Ma c'era. Ecco, io penso che da gennaio al 21 febbraio si potessero fare tante cose che non sono state fatte. Piuttosto che donare le mascherine, era necessario stoccarle, verificare il magazzino italiano, formare il personale sanitario. L'Italia non si sarebbe salvata dalla pandemia, ma avremmo potuto ridurre di molto i danni. Ma non è stato soltanto un problema italiano. Il fronte più importante è quello internazionale». Perché? «Il 31 dicembre Taiwan ha captato autonomamente, perché non gli era stato notificato dalla Cina, che c'era un'infezione di un virus nuovo. Taiwan non è uno Stato membro Oms. Lo stesso giorno ha allertato l'Oms di una possibile trasmissione tra uomo e uomo. L'Oms lo ha detto ufficialmente solo il 21 gennaio, sono passati venti giorni. Questo perché l'Oms non ascolta, per ragioni politiche, Taiwan. E Taiwan è uno degli Stati che ha avuto una reazione migliore al virus: ad oggi 12 morti». Lei aveva segnalato entrambi i ritardi - quello italiano e quello dell'Oms - nel report. «Erano poche righe a pagina 2 di un lavoro collettivo. Ogni parola era verificata. Ma nessuno ha messo in dubbio le qualità scientifiche del lavoro, il problema è stato politico: come emerge dagli atti della procura di Bergamo, dalle chat, dalle mail, il report è stato ritirato per pressioni cinesi, principalmente. E poi perché si è ritenuto fosse troppo critico con l'approccio italiano. Quello dell'Oms sia stato un errore imperdonabile. E anche un campanello di allarme importantissimo. La domanda che cerco di porre è semplice: l'Oms fa politica o si occupa di salute? Io so che la Cina è allergica alle discussioni, ma noi abbiamo il dovere di capire in maniera autonoma cosa è accaduto, perché di fronte alla prossima pandemia dovremo dare risposte migliori. Il nostro dovere è proteggere tutti i cittadini del mondo. Ecco, credo che il Covid ci abbia offerto l'opportunità di affrontare questi nodi cruciali. Che non riguardano l'Oms, ma la nostra vita, il nostro futuro. Riguardano noi».

A ROMA VINCONO CONTE E RAGGI, PERDE LETTA

In politica il colpo di scena avvenuto ieri è quello sulle amministrative a Roma. Ieri Giuseppe Conte ha rilanciato la candidatura di Virginia Raggi, sindaco uscente. I 5 Stelle vanno su di lei e non vogliono che il Pd presenti Zingaretti. E infatti, nel giro di poco tempo, l’ex ministro Gualtieri formalizza la sua candidatura.  Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera:

«Pd e Cinque Stelle divisi nella corsa al Campidoglio. Il M5S sceglie Virginia Raggi, mentre tra i dem l'ex ministro Roberto Gualtieri annuncia la sua candidatura alle primarie. La giornata è di quelle frenetiche. Prima Giuseppe Conte annuncia il suo appoggio alla sindaca: «Il Movimento 5 Stelle su Roma ha un ottimo candidato: si chiama Virginia Raggi», scrive in una nota l'ex premier. E guarda all'asse con i dem: «Non so chi verrà indicato dal Pd come candidato ufficiale e rispetteremo le loro scelte. Ci auguriamo però che la loro decisione non metta in discussione il lavoro comune che da qualche mese è stato proficuamente avviato a livello di governo regionale, che merita di essere portato a termine fino alla fine della legislatura». L'avvocato spiega: «La campagna elettorale che attende Roma sarà una sorta di primaria nel nostro campo». Raggi incassa e ringrazia: «Avanti uniti. Grazie del sostegno a Giuseppe Conte». Arriva poi il commento delle assessore M5S del Lazio - Roberta Lombardi e Valentina Corrado - a ingarbugliare la trama, definendo «innegabile il forte imbarazzo che una eventuale candidatura di Nicola Zingaretti per le Comunali di Roma porterebbe nella neonata alleanza regionale». Nel Movimento negano interferenze con le scelte del Pd per il Campidoglio, ma nel frattempo si diffondono voci su una telefonata tra Giuseppe Conte ed Enrico Letta. A preoccupare è quell'unica condizione posta dal governatore per accettare la sfida alle Comunali, ossia la tenuta dell'asse giallorosso in Regione, un punto però che Conte non sarebbe riuscito - secondo i rumors - ad assicurare. Ecco allora la svolta. «Mi metto a disposizione di Roma, con umiltà e orgoglio. Partecipo alle primarie del 20 giugno. Costruiamo insieme il futuro della nostra città: io ci sono», scrive Gualtieri su Twitter. Il segretario del Pd lo ritwitta, con un semplice «Roberto!» e alcuni emoticon di incoraggiamento. Carlo Calenda, in corsa per il Campidoglio, punge: «Il candidato del Pd a Roma lo hanno scelto sostanzialmente i Cinque Stelle».

C’è un giornale il cui direttore era salito sulle barricate per contrastare l’idea della candidatura di Zingaretti a sindaco di Roma (Zingaletta era stato il titolo del suo editoriale) ed è il Fatto di Marco Travaglio, ecco come racconta la giornata di ieri.

«Giuseppe Conte sblocca l’impasse delle Amministrative. E costringe il Partito democratico al piano B nella corsa più importante del lotto 2021: quella a sindaco di Roma. Il suo endorsement di ieri pomeriggio a Virginia Raggi ha convinto definitivamente il segretario dem Enrico Letta ad abbandonare il pressing su Nicola Zingaretti - mai davvero entusiasta all'idea di lasciare la Regione Lazio per correre al Campidoglio - e a puntare tutto su Roberto Gualtieri, che dunque parteciperà come nome "ufficiale" alle primarie cittadine di coalizione del 20 giugno. La mossa di Conte, anticipata da Il Fatto, ha determinato un effetto domino. Intorno alle 16, sono iniziate a trapelare le dichiarazioni dell'ex premier. "Il M5S su Roma ha un ottimo candidato: si chiama Virginia Raggi, il sindaco uscente - ha detto l'ex premier - Il Movimento l'appoggia in maniera compatta e convinta, a tutti i livelli. Virginia Raggi sta dando un nuovo volto alla città". Ne è seguita una riunione-lampo al Nazareno e, intorno alle 18, il tweet dell'ex ministro dell'Economia: "Mi metto a disposizione di Roma, con umiltà e orgoglio. Costruiamo insieme il futuro della nostra città. Io ci sono!". Cinguettìo subito condiviso da Letta, con a commento il grido: "Roberto!". Il non detto è che così regge il patto romano fra M5S e Pd: se uno fra Raggi e Gualtieri dovesse arrivare terzo al primo turno, questi appoggerà l'altro al ballottaggio. Quello di ieri è stato indubbiamente un colpo di scena, giunto nelle ore in cui sembrava certo che Zingaretti fosse ormai il candidato del Pd per la Capitale. L'ex segretario nazionale avrebbe dovuto ufficializzare la sua discesa in campo sabato mattina, all'uscita dall'hub della Stazione Termini dove si era recato per ricevere il vaccino. Ma il suo silenzio ha dato la percezione di una situazione in evoluzione. L'operazione Zingaretti sindaco, su cui Letta ha lavorato dal suo arrivo al Nazareno, era decisamente complessa. Innanzitutto avrebbe creato un corto circuito non indifferente a Roma, dove il governatore e la sindaca litigano a corrente alternata ormai da cinque anni: come si sarebbe giustificato l'apparentamento al ballottaggio?». 

Repubblica, con Giovanna Vitale, intervista l’ex ministro Roberto Gualtieri, candidato ufficiale del Pd per la corsa a sindaco di Roma. Si presenterà alle primarie del 20 giugno.

«Il Nazareno non avrebbe preferito Zingaretti? Lei si sente un candidato di riserva? «Con Nicola ci siamo sentiti e coordinati costantemente: siamo e saremo una squadra. La sua sarebbe stata una candidatura forte, di peso, ma ha alla fine ha prevalso il grande rispetto delle istituzioni che lo ha sempre contraddistinto. Io affronto questo impegno con umiltà, ma anche con la convinzione di poter dare molto a Roma. Da ministro ho fronteggiato la più difficile crisi del Dopoguerra: metterò esperienza e passione al servizio della mia città». Non ritiene che questa lunga attesa l'abbia indebolita? «No. Quello sulle candidature è un dibattito che interessa il mondo politico, ma le persone pensano alla pandemia, ai vaccini, alle riaperture in sicurezza delle attività economiche. Le elezioni saranno a ottobre e per noi le primarie del 20 giugno saranno l'inizio della campagna elettorale: una grande occasione di partecipazione e di confronto». Tutti dicono: Gualtieri è stato un ottimo ministro del Tesoro, ma non ha mordente ed è poco conosciuto. Come pensa di superare questo gap rispetto ai suoi competitor, più noti e soprattutto partiti prima di lei? «Io penso che ai romani preoccupi innanzitutto il gap con le altre capitali europee e che sceglieranno la proposta più credibile tra quelle in campo per colmarlo. Il Pd e le forze di centrosinistra che si sono raccolte nella piattaforma "Insieme per Roma" sono forti e radicati in città. E siamo la prima coalizione nei sondaggi». Conte ha detto che i 5S appoggeranno convintamente la Raggi: non l'imbarazza battersi contro il Movimento con cui ha governato per quasi due anni? «Io non faccio campagne contro, ma voglio proporre un progetto ambizioso per Roma. Sono peraltro convinto che tanti cittadini che hanno apprezzato il lavoro del governo Conte bis, di cui sono orgoglioso di aver fatto parte, già dal primo turno vorranno sostenermi. Non darei un valore nazionale alle scelte su Roma. L'alleanza tra noi e i 5Stelle guarda all'orizzonte delle prossime elezioni politiche di cui le amministrative saranno una tappa di avvicinamento». Da romano, che giudizio dà dell'amministrazione Raggi? «Non è stata all'altezza e non ha saputo interrompere il declino della città. Credo sia evidente a tutti che Roma merita di più e deve voltare pagina». 

ONDATA DI SBARCHI, LAMPEDUSA DI NUOVO AFFOLLATA

Oltre alle riaperture e alle amministrative, c’è la questione della ripresa degli sbarchi. Lampedusa è di nuovo affollata. Si sta pensando ad una nuova “cabina di regia” dedicata al tema che affianchi la Lamorgese e si chiede all’Europa di condividere il problema. Fabrizio Caccia sul Corriere della Sera.   

«Organizzare in poche ore più di mille tamponi anti Covid. E tutti i fotosegnalamenti e poi l'arrivo delle navi-quarantena per non far scoppiare di nuovo Lampedusa. Una domenica «pancia a terra» per la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, in costante contatto con il suo capo dipartimento per l'immigrazione, il prefetto Michele Di Bari, dopo lo sbarco sull'isola di più di mille migranti in un giorno solo. Con il mare calmo e il meteo favorevole, puntualmente è scattata di nuovo l'emergenza e le parole di Matteo Salvini («É necessario un incontro con il presidente Draghi») e Giorgia Meloni («Chiediamo il blocco navale») non potevano sfuggire a Palazzo Chigi. Così, in vista di un'estate che sul fronte flussi si annuncia come sempre complicata, il premier Mario Draghi ha parlato a lungo al telefono con la stessa Lamorgese e fitti colloqui ci sono stati anche con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Sul tavolo, la convocazione nei prossimi giorni di una cabina di regia per affrontare insieme il dossier sbarchi. Lo stesso Matteo Salvini, che resta comunque alleato di governo, da ex capo del Viminale - critiche a parte - ieri ha offerto via sms alla Lamorgese la sua volontà di collaborare e alla fine i due hanno convenuto che faranno il punto al più presto al cospetto di Draghi. Ma l'attuale ministra dell'Interno, sulla questione migranti, vuol provare anche a rilanciare. Lamorgese ne ha già parlato con il collega francese Gérald Darmanin e nelle prossime ore estenderà la proposta pure al ministro tedesco Horst Lorenz Seehofer e al commissario Ue Ylva Johansson: l'obiettivo è riattivare da subito l'accordo di Malta del settembre 2019, sottoscrivere cioè un nuovo patto tra le Nazioni europee più volenterose (c'è anche Malta), al fine di ricollocare nell'immediatezza i richiedenti asilo che approdano sulle nostre coste, distribuendoli via via tra i vari Paesi una volta sbarcati. Il tutto, da sempre, nell'indifferenza generale dell'Europa».

VELENI FRA TOGHE E IL CASO DI REPORT

Riposo domenicale per le novità sui veleni fra toghe. Ma per il Giornale Luca Fazzo intervista Luca Palamara sulla vicenda. Palamara difende l’operato di Paolo Storari, il pm milanese che consegnò le “copiacce” dei verbali di interrogatorio, resi dall’avvocato Palamara, a Piercamilo Davigo, allora membro del Csm. In quelle carte si parlava di una loggia segreta, “Ungheria”, che poteva contare fra i suoi membri vertici politici e istituzionali.  

«Converrà che il passaggio brevi manu di una copia non firmata dei verbali da un pm a un membro del Csm non si era mai visto. «Io inviterei a guardare alla sostanza di quanto è accaduto, più che alla forma. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la vita quotidiana di una Procura sa che è prassi costante che un sostituto, soprattutto nei frangenti più delicati, senta il bisogno di trovare un momento di conforto e di condivisione da parte di colleghi che ritiene più preparati e che considera un punto di riferimento. È questo che credo sia avvenuto tra Storari e Davigo». I consiglieri del Csm non hanno tra i loro compiti fare da tutor ai giovani colleghi. «La prima commissione è competente su tutte le problematiche interne agli uffici giudiziari: quando a un pm viene tolta una inchiesta, o anche quando, come in questo caso è innegabile, ci sono contrasti interni». Ma Storari non avrebbe dovuto seguire un canale più limpido, più istituzionale? «Vorrei ricordare che di una vicenda assai simile io fui protagonista quando il collega romano Stefano Fava si rivolse a me per lamentare il trattamento che riceveva dai capi dell'ufficio, e anche lì c'era di mezzo l'indagine sull'avvocato Amara. Io lo invitai a seguire i canali formali e a inviare, se lo riteneva, un esposto al Csm». Storari poteva fare lo stesso. «Ripeto: guardiamo alla sostanza. Ci sono colleghi che a un certo punto di una indagine sentono la necessità di confrontarsi, soprattutto se sono fortemente convinti di essere dalla parte della verità. Storari lo ha fatto con un collega non solo più esperto ma che ricopriva un ruolo istituzionale». 

Stasera c’è una nuova puntata di Report, su Rai3, che si preannuncia vivace per lo scontro con il leader di Italia Viva Matteo Renzi. Una settimana fa la trasmissione aveva pubblicato il video di un colloquio, ripreso di nascosto, fra Renzi e il dirigente dei Servizi segreti Marco Mancini, in un autogrill vicino alla capitale. Maria Teresa Meli intervista Renzi sul Corriere, anche su questo.    

«Lei ha presentato una denuncia sul servizio di «Report» che ha mandato in onda un filmato di un suo colloquio con Marco Mancini, sostiene di essere stato intercettato e seguito. «La versione di Report è piena di contraddizioni. La testimone si confonde più volte sul chi è partito prima, sul cosa ha ascoltato, dice cose che poi nega, afferma di aver visto le macchine andare in due direzioni diverse, il che da un autogrill imporrebbe di andare contromano. Su questa cosa vogliamo solo sapere se la Rai manda in onda dei video falsi. E non per me, ma per i cittadini che pagano il canone e hanno diritto a un servizio pubblico di verità. Noi difendiamo il giornalismo di qualità, non un racconto che fa acqua da tutte le parti. Sono a disposizione per intervenire stasera in diretta a Report e commentare i servizi sapientemente tagliati dalla redazione. Sono certo che Ranucci - nominato vicedirettore da questa Rai - mi chiamerà sicuramente. Ci metto la faccia e chiedo par condicio rispetto a chi mi accusa con voce camuffata. E dopo Report sono pronto ad andare al Copasir e in Vigilanza: su questa cosa si va fino in fondo». Mancini è un personaggio controverso. «Stiamo parlando di un dirigente dello Stato peraltro molto vicino all'allora premier Conte. In ogni caso io non ho nulla da nascondere: se volessi organizzare qualche incontro riservato le garantisco che non lo farei all'autogrill di Fiano Romano, uno dei più trafficati d'Italia, ma tra quattro mura protette. Chi vice di complotti ha un grande nemico: il buon senso. Se sono con Mancini all'autogrill, all'aperto, significa che non ho paura di farmi vedere. Gli scandali veri sono gli incontri segreti di Davigo, il grande moralizzatore che comunica notizie riservate a Nicola Morra, parlamentare dei Cinque Stelle, in un sottoscala del Csm. Io non sono Davigo, giustizialista con gli avversari e divulgatore di notizie con i parlamentari amici».

VELTRONI SUGLI ANNI DI PIOMBO

Repubblica ieri ha stampato un’importante intervista col Capo dello Stato Mattarella in occasione della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, nell’anniversario della morte di Aldo Moro. Oggi Stefano Cappellini la commenta con Walter Veltroni, che al caso Moro ha dedicato un libro.

«La verità va ancora cercata». Come il presidente Sergio Mattarella, anche Walter Veltroni non ha dubbi: gli anni di piombo non sono una fase della nostra storia che può essere relegata al passato. Al più clamoroso ed efferato degli atti di guerra di quella stagione, il sequestro e l'omicidio del leader democristiano Aldo Moro (e della sua scorta), ha appena dedicato un libro, Il caso Moro e la Prima Repubblica (Solferino editore) dove sono intervistati molti dei protagonisti del dibattito politico dell'epoca. «Lì - spiega Veltroni - c'è anche la radice della nostra crisi infinita, perché con l'omicidio di Moro fu spezzato l'ultimo grande disegno per il Paese e dopo non ce n'è più stato uno di altrettanta grandezza. Da allora l'Italia è rimasta una pallina di ping pong in un tornado». Chi spezzò quel disegno? «Moro fu ucciso dalle Br, ma qualcuno lavorò perché quello fosse l'esito. Non bisogna essere dei dietrologi, categoria alla quale non appartengo, ma neanche dei fessi. Viene rapito l'uomo cerniera della vita politica italiana, nel giorno in cui doveva dar vita alla maggioranza che comprendeva il Pci. Per 55 giorni si apre una trattativa ed è chiaro che in quello spazio si infilano soggetti vari. E quei soggetti sono in primo luogo, come raccontano anche tutti i miei intervistati, le due grandi potenze che avevano entrambe nel mirino la prospettiva della solidarietà nazionale e del compromesso storico. Gli Usa perché non volevano il Pci al governo e l'Urss perché non voleva che la linea di Berlinguer di sganciamento dal blocco sovietico avesse successo. Poi c'è anche la P2, quel grumo di potere oscuro». Il rischio, quando si sollevano più che legittimi dubbi sulla lealtà di parte delle istituzioni in quella vicenda, è sminuire il ruolo delle Brigate rosse, fino quasi a negarne l'autenticità. «Non è il mio caso. Le Brigate rosse erano le Brigate rosse. Non erano le "sedicenti" o le "cosiddette" Br. In questa definizione ci fu anche un tentativo di autoassoluzione. Una parte dei brigatisti veniva dal mito della Resistenza tradita che ha attraversato la storia comunista. Prospero Gallinari, per esempio, era uno di questi. Ci sono state figure più ambigue ma la gran parte dei terroristi credeva in ciò che faceva».(…) Il presidente Mattarella chiede che tutti i latitanti siano assicurati alla giustizia. Ha senso mandare in prigione persone che 40 anni dopo sono molto diverse da quelle che militarono nella lotta armata? «Ho molto apprezzato le parole di Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso a Milano nel 1972. Le parole in cui non invoca la galera per i colpevoli ma chiede verità mi fanno pensare all'esperienza sudafricana dopo l'apartheid: verità in cambio di clemenza». Il terrorismo fu anche quello delle stragi di marca neofascista, coperte o addirittura peggio, da pezzi dei nostri Servizi. «C'era la guerra fredda. C'era l'interesse che l'Italia restasse un Paese instabile o si avviasse verso una svolta autoritaria. Ecco perché Moro e Berlinguer facevano paura. Quando Moro incontra Kissinger, il consigliere della Casa Bianca lo spaventa al punto che Moro medita di lasciare la politica. Ma è un fatto che anche Berlinguer abbia subìto un tentativo di attentato in Bulgaria». Siamo stati un Paese a sovranità limitata? «Fino al 1989 senza dubbio. Dopo, cambia tutto. E infatti, miracolo, dal covo di via Montenevoso a Milano spuntano le carte del sequestro Moro nascoste nell'appartamento. Ma la metabolizzazione dell'instabilità è arrivata fino ai nostri giorni. Guardi questa legislatura, le pare normale la serie di governi che si è succeduta?».

Fabrizio d’Esposito su Il Fatto valorizza il libro di Angelo Picariello, giornalista politico di Avvenire, Un’azalea in via Fani. Per chi è interessato vi segnalo domani sera, alle 21.15 via Youtube, un dialogo con lo stesso Picariello proprio su questi temi per l’Associazione Newman. www.associazionenewman.com.

«Franco Bonisoli fece parte del commando brigatista che rapì Aldo Moro e ammazzò senza pietà la sua scorta in via Fani, in quell'apocalittico 16 marzo del 1978. Giovanni Ricci è il figlio di Domenico, il carabiniere ucciso alla guida della Fiat 130 con a bordo lo statista dc. Oggi i due sono amici, a quarantatré anni di distanza da quella tragedia nazionale. E quando a Bonisoli e Ricci è successo di ritrovarsi insieme in pubblico, la scena ha fatto dire ad Agnese Moro, figlia dell'uomo che fece incontrare comunisti e democristiani al governo: "Le cose possono cambiare. Guardo loro e non vedo i mostri che per tanti anni hanno popolato la mia vita". L'amicizia tra l'ex brigatista e il figlio di una vittima del terrorismo rosso è raccontata in Un'azalea in via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione, edito dalla cattolica San Paolo. L'autore è Angelo Picariello, giornalista politico di Avvenire. È un libro potente e delicato allo stesso tempo. E scomodo, ché alla fine lascia un forte e salutare senso di smarrimento rispetto alle divisioni ideologiche che tuttora animano il dibattito su quella fase storica del Paese. Attuale, infine, in queste settimane in cui la cronaca degli anni di piombo è tornata dopo gli arresti a Parigi di alcuni latitanti protetti per decenni dalla dottrina Mitterrand. Da una parte, quindi, la ricerca della verità sui tanti misteri ancora aperti, come ha ricordato ieri il capo dello Stato Sergio Mattarella in un'intervista a Repubblica nella giornata dedicata alle vittime del terrorismo (fu il 9 maggio che venne ritrovato il corpo martoriato di Moro). Dall'altra la questione della riconciliazione».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.