SI RICOMINCIA DAL 26

Draghi dice la data: si riapre il 26 aprile. Il rischio è "ragionato". Annuncia anche 57 cantieri, simbolo del debito "buono". Ha vinto Salvini? Ha perso Speranza? I vaccini a quota 380mila al giorno

26 aprile. La data a lungo invocata si è manifestata ieri nell’annuncio di Mario Draghi. È il D-Day delle riaperture: con i ristoranti che potranno anche offrire la cena (all’aperto), le scuole in presenza, i viaggi anche fra diverse regioni. Il giorno dopo la Festa della Liberazione è il lunedì da marcare sul calendario. È un rischio, spiega Draghi, che il Governo si prende, un rischio “ragionato”, perché i dati dell’epidemia e i piani della vaccinazione fanno ben sperare. L’importante è che si sia scrupolosi nel seguire le regole fissate: ci attende un’estate italiana da vivere tutta all’aperto e senza abbassare la guardia. Il secondo aspetto dell’ottimismo del Capo del Governo riguarda l’economia: dobbiamo puntare sulla crescita, ha spiegato Draghi, annunciando l’apertura di 57 cantieri con altrettante opere pubbliche.

Chi ha vinto? La destra, sostiene Sallusti, e i retroscena raccontano delle discussioni fra Giorgetti e Speranza in Consiglio dei Ministri. Salvini, strilla il Fatto di Travaglio. Draghi ha descritto la decisione presa in modo unanime e si è presentato in conferenza stampa, con Speranza al proprio fianco. Una cosa è certa: vanno incrementate tutte le attività, il più possibile, all’aperto e bisognerebbe adottare la linea della Spagna contro il fumo open air, se si vuole evitare che i contagi ripartano alla grande.

Intanto la campagna vaccinale comincia a fare il suo effetto: più della metà degli italiani over 80 hanno ricevuto almeno una prima dose. E il numero delle somministrazioni quotidiane, da qualche giorno, è soddisfacente. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state iniettate 383 mila 929 dosi di vaccino, 70 mila dosi sopra l’obiettivo fissato. Interessante il sondaggio di Pagnoncelli sul Corriere: i No Vax sono molti meno, fra gli italiani, di quelli che ci si poteva aspettare. Certo, c’è una grande domanda di informazione su questo tema, mentre il Governo, coi Curcio e i Figliuolo, sembra centrato solo sull’aspetto logistico-organizzativo.

La politica ci racconta tre colpi di scena: Letta punta ad un rapporto privilegiato con Forza Italia, Grillo stoppa ancora una volta Conte sulle sue ambizioni di cambiamento, Albertini pensa di presentarsi di nuovo come sindaco di Milano per il centro destra. Bordin ci manca, dice Crippa. Ed ha ragione. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il linguaggio rispecchia la vita. Per questo le metafore sul respiro ci fanno tribolare da un anno, saltano continuamente fuori anche nei titoli. L’Avvenire usa questa metafora per le riaperture: Boccata d’aria. Repubblica sottolinea il coinvolgimento del presidente del Consiglio: L’Italia apre, scommessa di Draghi. La Stampa sulla stessa linea: Draghi riapre l’Italia. Il Corriere della Sera didascalico e più anonimo: L’Italia riapre: le date e le regole. Il Quotidiano nazionale è diffuso nella terra di Arrigo Sacchi e sceglie un’immagine calcistica: L’ora della ripartenza: ecco le date. Anche per Il Mattino è quello il verbo giusto: Si riparte. Mentre Il Messaggero stagionalizza: Le riaperture di primavera. Per Il Fatto trionfano gli aperturisti, guidati dal cattivo leader della Lega: Salvini detta legge. Rissa fra i ministri. Speculare e opposto, Il Giornale: Il governo vira a destra. Si riapre, usate la testa. Il Sole 24 Ore ci aggiunge l’aspetto economico: Draghi: «Riaprire rischio ragionato, il Def scommessa sul debito buono». La Verità rispetta la sua piccola tradizione di citare sempre nel titolo d’apertura il Ministro della Salute: RINCHIUSO SPERANZA, RIAPRE L’ITALIA. A Libero non bastano le riaperture: Tutti in semi-libertà. Il Manifesto solleva il caso del giovane studente di Bologna ingiustamente detenuto al Cairo e a cui Draghi è sembrato poco interessato: Zachi chi. Anche Il Domani punta su un altro tema estero, ma che ci riguarda da vicino: Così la Guardia costiera libica lascia affogare i migranti.

IL CALENDARIO DEL RISCHIO RAGIONATO E IL DEBITO BUONO

Repubblica fa la sintesi della conferenza stampa con cui Draghi, insieme al ministro Speranza, ha spiegato il calendario delle riaperture e tracciato la nuova politica economica del Governo.

«Guardiamo al futuro con prudente ottimismo e fiducia», dice Mario Draghi. Si sbilancia nel giorno in cui annuncia la road map con cui l'Italia riaprirà. Addirittura dal 26 aprile, una settimana prima di quanto previsto e di quanto fatto trapelare da Palazzo Chigi la sera prima. «È un rischio ragionato - ammette il premier - fondato sui dati che sono in miglioramento». Le aperture saranno graduali, ma si spera irreversibili. Grazie ai vaccini e sempre a patto che tutti rispettino le regole: «La possibilità che si torni indietro è molto bassa - scommette Draghi - anche perché in autunno la vaccinazione sarà molto diffusa». E quindi, tra dieci giorni si torna alla zona gialla nelle Regioni in cui i numeri della pandemia lo permetteranno. Una mossa decisa al termine di una lunga cabina di regia di maggioranza. Con un "giallo" rafforzato, a dire il vero: i ristoranti riapriranno a pranzo e pure a cena, ma soltanto con servizio all'aperto. Gli alunni delle superiori torneranno a scuola in presenza, ma solo fino all'arancione, mentre in zona rossa una quota di lezioni sarà a distanza. Sarà consentita la mobilità regionale tra aree gialle, mentre per i movimenti tra Regioni di colore diverso servirà un «pass». Via libera dal 26 aprile anche a cinema, teatri e musei, mentre il coprifuoco resterà in vigore fino alle 22. Non è un liberi tutti, sostiene Draghi. Anzi, «questo rischio si fonda su una premessa: i comportamenti siano osservati scrupolosamente, come mascherine e distanziamenti». E però è comunque una svolta, possibile grazie ai vaccini: «La campagna va bene e questo è stato fondamentale per decidere di riaprire». Bisognerà ovviamente insistere per immunizzare tutti, però. «E chi rifiuta - annuncia Roberto Speranza - finirà in coda». È evidente che il presidente del Consiglio media tra posizioni diverse nella maggioranza. «C'erano differenze di vedute - premette - ma la decisione è stata presa all'unanimità». E altrettanto chiaro che alla fine ha comunque imposto una linea che, ci tiene a chiarire, «è fondata su evidenze scientifiche, e non tracciata solo per vedere l'effetto che fa...». La gradualità promessa si traduce anche in una road map per la ripresa. Dal 15 maggio, è l'obiettivo prospettato in conferenza stampa, riapriranno le piscine all'aperto. Dal primo giugno le attività legate alle palestre, mentre dal primo luglio gli eventi fieristici. Simbolica anche la scelta di portare in conferenza stampa Speranza, nel giorno in cui certo non si rafforza la linea del rigore. E di difenderlo pubblicamente dagli attacchi: «Lo ringrazio per tutto il lavoro fatto. Le critiche al ministro dovevano trovare pace fin dall'inizio perché non erano né fondate né giustificate». E ancora: «Lo stimo e l'ho voluto io nel governo». C'è poi l'economia con, da una parte, le misure per affrontare l'emergenza, e dall'altra la ripresa. Ci sarà un nuovo decreto Sostegni da 40 miliardi che arriverà entro la fine del mese. Con i ristori, a imprese e partite Iva, che saranno commisurati non solo al fatturato ma anche ad altri fattori come l'utile di impresa o imponibile fiscale, più sensibili a segnalare le reali perdite subite. Certo si produrrà altro debito pubblico, proiettato ormai a oltre il 160 per cento del Pil. Ma sarà «debito buono» - ha insistito Draghi - per aiutare imprese che dopo la pandemia potranno ancora essere competitive. «La pandemia - ha detto - ha reso legittima la creazione di tanto debito». Da questa inedita situazione se ne uscirà con la crescita del Pil, grazie alle riforme (pubblica amministrazione, giustizia civile, semplificazioni) e agli investimenti pubblici generati dalle risorse europee e da quelle nazionali. Un nuovo paradigma rispetto alle politiche di austerity con le annesse manovre correttive. Ed è questa la scommessa di Draghi per rilanciare l'economia».

Francesco Verderami nel suo retroscena sul Corriere della Sera racconta come la decisione “all’unanimità” è stata in realtà frutto di un contrasto anche duro fra i Ministri.

«Raccontano che Draghi nelle riunioni sia sempre più in sintonia con il presidente del Consiglio superiore della Sanità, e che proprio grazie a una triangolazione con Locatelli abbia aggirato la retroguardia dei rigoristi. Il gol che ha definitivamente chiuso la partita è arrivato alla fine di una discussione sulle attività motorie, quando Brusaferro - nell'estremo tentativo di salvare la porta - ha detto di sì allo sport all'aperto evitando però i giochi di contatto. «Ma via», ha risposto il premier: «Potremmo mai distinguere tra il golf e il calcetto?». E il pallone è rotolato in rete. È un piccolo dettaglio, sufficiente tuttavia a far capire l'idea che si cela dietro la strategia di Draghi e che non è una concessione a Salvini. Semmai al vertice di ieri il premier ha lavorato a realizzare una sintesi tra il blocco dei delegati giallorossi e il pressing della Lega. Perché era chiaro che il problema della data per le riaperture era (e resta) un problema politico oltre che scientifico. Lo si è visto quando Giorgetti ha posto senza mezzi termini il problema: «Allora diciamolo che il nodo è Salvini. Ma sappiate che così non riuscirò più a tacitare le polemiche. Ci sono regioni che da due settimane dovrebbero stare in zona gialla e che per altre due settimane invece dovrebbero stare ancora in zona arancione. Dov' è quindi l'evidenza dei dati?». E via, con una lunga discussione, che - per dirla con Draghi - è la «contrapposizione tra due ragioni». Il fatto è che le aperture hanno già vinto nel Paese, stanno nella testa della gente, che è sfinita psicologicamente e in molti casi economicamente. E siccome questo è nato come il «governo anti-depressivo», il premier ha deciso di prendersi «un rischio ragionato». Ecco il motivo per cui Speranza è stato sconfitto, sebbene si sia notato il modo in cui Draghi si è speso per tutelarlo durante la cabina di regia e poi davanti ai giornalisti: «Le critiche nei suoi confronti sono infondate e ingiustificate». Ma allo stesso tempo si nota un'evidente differenza tra la difesa del ministro della Salute e la postura verso il dicastero della Salute. Sarà per quel «club dei direttori», come li definisce un ex titolare del ministero che li ha visti all'opera. Sarà per certi personaggi finiti negli atti delle recenti inchieste giudiziarie. Sarà per il nome di D'Alema, che puntualmente si è materializzato in conferenza stampa, e che non deve stare simpaticissimo al premier, «diciamo». Le riaperture per Draghi sono una scommessa, il desiderio di imprimere una svolta, che passa per il rilancio dell'economia e pure della scuola. (…) La cabina di regia è un caleidoscopio di posizioni politiche. Da una parte c'è Franceschini, che teme i bar e i ristoranti perché «lì si abbassa la mascherina». Dall'altra c'è Giorgetti, che chiede se «bisogna dar retta agli indicatori o alle nostre paure». Ecco la plastica rappresentazione di un esecutivo tra diversi, costretti a mostrarsi unanimi davanti al Paese. E ieri l'iconografia di governo ha riproposto in pubblico il presidente del Consiglio e il ministro della Salute, il vincitore e lo sconfitto di una partita che formalmente è finita in parità. Ma si è capito che non era andata così, perché quando Speranza ha detto che «serietà impone la gradualità delle riaperture», Draghi poco dopo ha aggiunto che «la decisione di riaprire non è stata presa per vedere l'effetto che fa».

Alessandro Sallusti apprezza le decisioni del Governo, che secondo lui così “svolta a destra”. Scrive fra l’altro nell’articolo di fondo del Giornale:

«Il concetto del «rischio ragionato» è un caposaldo della cultura e della politica liberale, contrapposto a quello dello «Stato mamma» e del «livellamento verso il basso» su cui si fonda il socialismo utopico tanto caro a Speranza. In questo senso, e non solo per questo, il governo Draghi vira decisamente a destra, per merito del premier certo, ma anche dei suoi azionisti di Forza Italia e della Lega. Abbiamo detto «non solo» perché ieri Draghi ha detto altre due cose che sono musica alle nostre orecchie. La prima è che l'Italia continuerà a fare debito ma solo «debito buono» (leggi investimenti) dopo anni di debito cattivo (l'assistenzialismo tanto caro ai Cinque Stelle e alla sinistra). La seconda è che il governo ha sbloccato una cinquantina di grandi opere ferme da anni e si appresta a varare la semplificazione di quelle cervellotiche regole di appalti e controlli che oggi paralizzano aziende e amministrazioni pubbliche. Il virus si vince con i vaccini, questo è ovvio. Ma noi vinciamo se la ripartenza avviene con il piede giusto al momento giusto».

Destra e sinistra. Ma perché, in tutto il mondo, chiudere è di sinistra e aprire di destra? Il pessimista Luca Ricolfi, sociologo, sul Messaggero, lo legge in questa chiave: la sinistra è il partito dei dipendenti pubblici e degli impiegati a reddito fisso, la destra rappresenta l’altra metà dell’Italia, partite Iva, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi. La prima Italia, quella dei garantiti, è stata rigorista grazie ai sacrifici della seconda, che sono sul lastrico dopo un anno.

«La gente è esasperata, e ha perfettamente ragione. Non si può stare mesi e mesi nell'attesa messianica che «i dati migliorino», facendo sacrifici che sono certamente minori di quelli di un anno fa, ma a differenza di quelli sono risultati perfettamente inutili: i morti di oggi sono più o meno quelli di novembre, così le ospedalizzazioni, così i ricoveri in terapia intensiva. Non sono però solo i nostri nervi ad essere messi a dura prova. Per circa metà del Paese, ad essere esaurite sono anche le fonti materiali di sostentamento. Noi oggi vediamo scorrere in tv le immagini degli esercenti, degli artigiani, delle partite Iva che ogni giorno protestano in piazza perché 6 mesi consecutivi di chiusure e limitazioni hanno ridotto allo stremo milioni di famiglie. Ma sembriamo non renderci conto che il mondo che essi rappresentano non è un piccolo (sia pur importante) settore della società italiana, ma ne costituisce circa la metà, forse persino qualcosa di più della metà: dietro a 5 milioni di lavoratori autonomi non ci sono solo loro, e le rispettive famiglie, ma c'è la sterminata realtà dei dipendenti delle piccole imprese, dimenticate dalla legge e dalle organizzazioni sindacali. Una società del rischio, esposta alle turbolenze del mercato, che nulla ha a che fare con l'altra metà della società italiana, costituita dal vasto mondo dei garantiti: pensionati, impiegati pubblici, dipendenti delle imprese grandi e medie, tutti soggetti che durante la pandemia non hanno sofferto perdite di reddito, e anzi spesso, grazie al rallentamento dei consumi, hanno aumentato i depositi in banca. (…) La soluzione, arrivati all'ennesimo (e insufficiente) scostamento di bilancio, non può che essere quella di riaprire, e consentire agli operatori economici di sfruttare le opportunità della stagione turistica. Ecco perché, dicevo all'inizio, il governo non ha alternative: deve aprire, anche se sa che non ci sono le condizioni per farlo in sicurezza. È l'amaro lascito di un anno di inerzia sulle misure alternative al lockdown. C'è almeno da augurarsi che tale inerzia, che già ci è costata la seconda ondata e la terza, non si perpetui nei prossimi mesi, alimentata dalla speranza che il combinato disposto dei vaccini e della bella stagione basti a evitarci la quarta ondata, e ci levi le castagne dal fuoco per sempre. Perché quella speranza sussiste, ma è ben lontana dal costituire una certezza». 

Luca Zaia si prende il merito del “rischio ragionato” con Alberto Mattioli de La Stampa: è stato il Veneto, dice, a guidare le Regioni verso il giusto compromesso col Governo sulle riaperture.

«In Veneto ormai abbiamo vaccinato tutti negli ospedali e nelle case di riposo, gli over 80 al completo e oltre il 60% degli over 70. Significa che nei prossimi mesi avremo l'80% di malati in meno. Se aspettassimo la scomparsa del virus, resteremmo chiusi per i prossimi decenni. Adesso inizia la fase della convivenza. La responsabilità collettiva imposta dall'alto diventa responsabilità individuale di ognuno. Quindi non è la festa della Liberazione. Non è finita, non abbassiamo la guardia e ricordiamo che gli studi scientifici dimostrano che mascherina, distanziamento e lavaggio frequente delle mani "valgono" quanto un lockdown. Però diciamolo: se l'11 giugno, allo stadio di Roma, si giocherà davanti a 25 mila spettatori (in realtà16 mila ndr), tenere chiuso tutto il resto avrebbe gridato vendetta». Una vittoria della Lega, dicono i suoi compagni di partito. «La Lega, con il suo segretario, ha sollevato la questione. Posto che la verità in tasca non l'ha nessuno, fra i due fondamentalismi c'era lo spazio per il buonsenso ed è quello che abbiamo cercato di trovare. Salvini ha sempre detto che, dati permettendo, in sicurezza, bisognava gettare il cuore oltre l'ostacolo e riaprire quel che era possibile. Mi sembra che sia quel che sta succedendo. E lo scriva, per piacere: le linee guida sulla riapertura sono state scritte dalle regioni col coordinamento del Veneto».

CANTIERE ITALIA: 57 GRANDI OPERE

Ne ha parlato Draghi in conferenza stampa e anche il ministro Giovannini: l’annuncio è che venti grandi opere inizieranno già quest’anno. Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore:

«Venti cantieri saranno aperti nel 2021». Parola del ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, che ieri ha dato notizia della firma da parte del presidente del consiglio, Mario Draghi, del decreto di nomina dei commissari straordinari per 57 grandi opere, per un totale di 150 lotti. Sia il premier che il ministro Enrico Giovannini hanno poi ribadito e caricato di particolare significato la notizia nelle rispettive conferenze stampa di ieri pomeriggio, collegandola alla volontà effettiva del governo di rilanciare gli investimenti pubblici e di «accorciare i tempi di realizzazione». Draghi ha aggiunto che sarà reso pubblico per ciascuna opera un cronoprogramma che consenta di verificare se i tempi annunciati saranno rispettati. Per ora il ministero segnala che i cantieri aperti nel 2021 saranno venti, relativi probabilmente a singoli lotti, mentre 50 apriranno nel 2022 e ulteriori 37 nel 2023. Un elenco dettagliato, opera per opera, sarà reso pubblico dal Mims a fine mese, dopo l'incontro che Giovannini avrà con i commissari per fare il punto. Si sblocca comunque definitivamente, con la firma, un dossier partito nove mesi fa con l'approvazione del decreto legge semplificazioni. L'elenco delle opere e i nomi dei commissari hanno subito qualche leggera modifica dal luglio 2020 a oggi ma l'impianto è rimasto lo stesso. Il valore complessivo delle opere oggetto del provvedimento è di 82,7 miliardi (21,6 al Nord, 24,8 al Centro e 36,3 miliardi al Sud). Ci sono 16 infrastrutture ferroviarie, 14 stradali, 11 opere idriche, tre infrastrutture portuali e una metropolitana (la linea C di Roma). (…) La vera partita si apre però adesso sulla seconda lista delle opere da commissariare su cui c'è una grande attenzione del Parlamento e delle Regioni. Giovannini aveva promesso la lista per fine aprile, per arrivare in tempo alla scadenza del 30 giugno. Il via libera di Camera e Senato sulla prima lista e quello delle Regioni sulle singole opere locali sono arrivati dopo la promessa fatta da Giovannini che avrebbe concordato i criteri di individuazione delle nuove opere da commissariare».

IN SPAGNA FUMO VIETATO ALL’APERTO

Avvenire racconta che in Spagna si discute molto dei divieti di fumo all’aperto, già stabiliti in varie regioni. A Madrid però la governatrice del Partito popolare è contro ogni restrizione decisa dal governo socialista.

«Madrid. «Qui il divieto di fumare nelle terrazze dei bar, se non c'è distanza minima di sicurezza, già esiste. Ma guardati intorno, fumano tutti... Col sigaro del mio vicino sto respirando anche il virus». La guerra sotterranea fra proibizionisti e permissivi è esplosa nel grande bar d'Europa che è la Spagna, dopo l'indicazione del ministero di Sanità alle regioni di disporre il bando totale sul territorio nazionale del fumo in dehors e zone aperte dei locali. Indipendentemente dal fatto che si possa mantenere la distanza minima di 2 metri fra i tavoli. La boccata di nicotina al tavolino sorseggiando un caffè ha le ore contate. Dall'agosto scorso è già vietata in Aragona, Asturie, Canarie, Cantabria, Valencia, Baleari e Navarra, dove però il bando è stato bocciato dal Tar locale. Il documento tecnico del dicastero, diretto da Carolina Darias, specifica che la misura ha «il doppio obiettivo di agire sul tabagismo come fattore di rischio di contagio, assieme alla necessità di contribuire al controllo dell'evoluzione della malattia». E potrebbe divenire realtà già la prossima settimana. A Madrid, territorio comanche delle misure anti-Covid, dove la «libertà» rivendicata dalla governatrice Isabel Ayuso (Pp) di privilegiare l'economia sulla salute ha il più alto costo in vite, contagi e saturazione di terapie intensive, il dibattito è di fuoco. «Continuare ad aggiungere divieti a questo punto è estenuare la popolazione», ha cinguettato su Twitter, Ayuso, che dall'inizio della pandemia si è ribellata a ogni restrizione decisa dal governo socialista di Pedro Sánchez, in uno scontro inasprito dalla campagna elettorale per le regionali anticipate al 4 maggio. Dalla sua ha l'intera categoria dei ristoratori, che punta sul laissez faire per la ripresa. «Si approfitta della pandemia per legiferare su questioni che non hanno nulla a che vedere con la sicurezza sanitaria», si sono ribellati a Barcellona. Sul fronte opposto, l'associazione nazionale Nofumadores.org, che reclama alle regioni di recepire la proibizione. (…) «Numerosi studi evidenziano che i fumatori non solo hanno più possibilità di contagio e sono pericolosi per i fumatori passivi, ma su di loro l'impatto del Covid-19 è molto più grave, con un rischio di morte più che doppio». A sostegno della decisione di rendere le terrazze smoke free anche l'ultimo report di ricercatori delle università di Oxford, California a Toronto, pubblicato sulla rivista The Lancet».

VACCINI, I 5 STELLE NON SONO PIÙ NO VAX

Nando Pagnoncelli propone sul Corriere della Sera un sondaggio sui vaccini: c’è un 12 per cento di No Vax, molti sono preoccupati della mancanza di dosi e della disorganizzazione di Stato e Regioni. L’aspetto più interessante è che i meno informati e i meno acculturati sono scettici sulla campagna vaccinale. Pagnoncelli vede, giustamente, la necessità di una maggiore informazione da parte delle autorità, locali e nazionali su questo tema.  

«Le notizie riguardanti gli eventi avversi causati da alcuni vaccini stanno determinando inquietudine in una parte della popolazione, basti pensare che, rispetto a due settimane fa, al crescere del numero delle persone vaccinate non accenna a diminuire la quota di coloro che non sono sicuri di volersi vaccinare o preferirebbero valutare quale vaccino fare tra quelli disponibili (20%), e aumenta la quota di coloro che dichiarano esplicitamente di rifiutare il vaccino (dall'8% al 12%). La preoccupazione è più diffusa tra le persone di condizione economica medio-bassa e bassa: tra costoro, infatti, i «cauti» e i «no-vax» rappresentano rispettivamente il 38% e il 41%, contro il 32% del dato medio nazionale e il 22% delle persone abbienti, nonché il 27% di quelle di condizione medio alta. Riguardo agli elettorati, si registra una percentuale più elevata di no-vax tra gli elettori della Lega (18%) e di Fratelli d'Italia (16%), mentre sorprende la quota limitata tra i pentastellati (6%), che in passato avevano espresso posizioni critiche nei confronti dei vaccini».

È una donna la biochimica ungherese, oggi vice presidente di BioNTech, a cui si deve la scoperta del vaccino all’Rna messaggero. Repubblica l’ha intervistata.  

«La biochimica ungherese Katalin Karikó, 66 anni, vicepresidente di BioNTech, è la pioniera dei vaccini basati sulla molecola dell'Rna, che oggi stanno salvando dal Covid centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Ma la scoperta che, secondo molti, potrebbe portarle il Nobel, è solo una delle tappe nella vita di una donna determinata che ha superato scetticismi, ostacoli e avversità. Agli inizi delle sue ricerche sullo Rna lei pensava già ai vaccini? «No, lo vedevo come un modo per rimpiazzare i normali farmaci: l'idea era di dare alle nostre cellule, grazie all'Rna messaggero (mRna), le istruzioni per produrre proteine in grado di curare le malattie. Se lei si ferisce, e le iniettano una proteina per accelerare la guarigione della ferita, dopo due ore la proteina si degrada e lei dovrà riapplicarla. Invece con l'Rna può far sì che le sue cellule producano di continuo quella proteina per 2-3 giorni e tutto si risolve». Nonostante la brillantezza dell'idea, lei ha incontrato molto scetticismo. «Non c'era entusiasmo per l'Rna. Ricordo che mi dicevano: "Ma dopo qualche giorno si degrada!". Io rispondevo: "Certo, è bene che si degradi. L'importante è che faccia in tempo a istruire le cellule". Pensi ad esempio al vaccino anti Covid: non vorrà che le cellule producano proteine spike per il resto della sua vita, ma solo per lo stretto necessario ad istruire il sistema immunitario». Può farci un esempio d'uso dello Rna messaggero? «Se soffri di anemia - o se sei un atleta che vuole barare - può servirti l'eritropoietina (Epo), proteina che serve a produrre globuli rossi. Con lo mRna posso far sì che le cellule dei muscoli si mettano a produrre Epo. E anche se l'Epo si degrada dopo 2 ore e lo mRna si degrada dopo 5 giorni, una volta che hai prodotto globuli rossi questi durano fino a 300 giorni. Insomma: la cura è temporanea, ma gli effetti sono duraturi. Di quella ricerca ho ancora in testa un'immagine indimenticabile: topi "dopati" che, con tutti quei globuli rossi, correvano velocissimi per tutto il laboratorio». Qual è il suo prossimo passo dopo il vaccino anti Covid? «Sto lavorando a un'idea anticancro: iniettare nel tumore uno mRna che spinga le cellule tumorali a fare qualcosa che attiri l'attenzione del sistema immunitario: rilasciare citochine. È come dire alle cellule immunitarie: "Venite qui! Venite qui!". Così le cellule immunitarie localizzano quelle tumorali, ovunque esse siano - quindi vale anche quando il cancro metastatizza e arriva altrove - e possono distruggerle».». 

IL CASO ZAKY

Con un certo fiuto Antonio Padellaro, da uno dei giornali di opposizione a Draghi, Il Fatto, aveva anticipato la questione: dopo Erdogan, si era chiesto, Draghi è disposto a criticare Al Sisi? Lo stesso segretario del PD Enrico Letta aveva notato: Erdogan è un autocrate, Al Sisi un dittatore. Concetto Vecchio su Repubblica segnala che la freddezza del Presidente del Consiglio, ieri, sulla cittadinanza allo studente bolognese, sta diventando un caso.

«Chiedono a Mario Draghi: «Darà la cittadinanza italiana a Patrick Zaky?». «È un'iniziativa parlamentare, il governo non è coinvolto al momento». La risposta del premier, ieri durante la conferenza stampa, arriva come una doccia fredda sulle speranze di conferire la cittadinanza al giovane egiziano, studente a Bologna, da più di un anno recluso in Egitto perché accusato dal regime di Al Sisi di propaganda sovversiva. L'altro giorno il Senato aveva approvato con 208 sì una mozione in questo senso. Anche la senatrice a vita Liliana Segre si è spesa per lui, insieme agli oltre 200mila cittadini che hanno già firmato la petizione. La presa di distanza ha quindi messo in allarme i partiti. Anche perché il voto del Senato «impegna il governo». La norma stabilisce infatti che lo si può fare con decreto del presidente della Repubblica «previa deliberazione del Consiglio dei Ministri (articolo 9 della legge 91/1992), come ha ricordato il senatore del Pd, Tommaso Nannicini. «Se il governo non pensa di dar seguito all'indirizzo del Senato, abbiamo un problema. A Roma, non a Houston», ha aggiunto. «Le Camere chiedono al governo di agire», ha twittato il pd Filippo Sensi».

GRILLO FRENA CONTE SUL SIMBOLO DEI 5S

L’ “aspra diatriba”, come direbbe il laureato del film Smetto quando voglio, interna al Movimento 5 Stelle si aggiorna con una nuova presa di posizione di Grillo. L’Elevato non vuole che Conte tocchi il simbolo e lo frena. Lui, Conte, vuole sfilarsi dalla votazione sul comitato direttivo. Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Grillo stoppa l'idea dell'ex premier di un cambio di simbolo. Il garante vuole rimanere nell'alveo del Movimento, è concorde al cambio di statuto e lo ha detto chiaramente a Conte. La scelta di Grillo fa piombare di nuovo lo stato maggiore del Movimento in un vicolo cieco: al momento i pentastellati sembrano quasi rassegnati o a una trattativa a oltranza con Davide Casaleggio o ad attendere che il tribunale di Cagliari li costringa a una votazione sul comitato direttivo, una votazione che molto probabilmente non vedrà della partita Giuseppe Conte nonostante il pressing di alcuni pentastellati. L'ex premier aveva bocciato oltre un mese fa l'idea di prendere parte a un voto che lo vedesse in corsa per la nuova struttura collegiale (sia per una questione di ruoli sia - soprattutto - per non dover gestire in coabitazione i nodi su Rousseau e norme) e diversi pentastellati rimarcano come da allora ad oggi la situazione che si troverebbe ad ereditare non sia cambiata di una virgola. Ciò che sembra certo è che l'ex premier - in caso di ingresso nel Movimento - potrebbe ripercorrere le orme di Enrico Letta, cambiando come prima mossa i direttivi di Camera e Senato. L'idea del voto sul comitato, nel frattempo, ha risvegliato le tensioni e le guerre interne tra i parlamentari. «Se ci sarà, chi ne farà parte avrà un ruolo delicatissimo nel gestire la transizione e gli equilibri», sottolinea una fonte. Un guazzabuglio intricato, specie per quello che riguarda i rapporti con Rousseau. L'associazione che regola la piattaforma, intanto, è tornata all'attacco. Con un post dal titolo esplicito «Aperti alle critiche. Le sei fake news su Rousseau della settimana», ha risposto alle critiche arrivate dai vertici del Movimento».

LETTA PUNTA FORZA ITALIA, SALVINI PENSA AD ALBERTINI

Giovanna Vitale su Repubblica sottolinea una inaspettata strategia del Pd di Enrico Letta: puntare a disarticolare il centro destra, offrendo un rapporto privilegiato agli azzurri di Forza Italia.

«Non lo esclude, Enrico Letta. Lo ha detto serafico l'altra sera in tv. Con Forza Italia un'alleanza è possibile, non c'è solo il M5S in cima ai suoi pensieri. Segno che la porta del Pd per gli azzurri resta aperta: non solo adesso che su chiamata di Mattarella giocano nella stessa squadra capitanata da Draghi, ma pure in prospettiva, per provare a ricreare in Italia quell'assetto riformista e anti-sovranista che a Bruxelles si riconosce nella maggioranza Ursula. D'altra parte, nel lontano 2013, fu proprio l'attuale segretario dem il primo a rompere il tabù e a farci un governo insieme: 300 giorni dopo Renzi lo sfrattò, ma ne divenne l'epigono, rafforzando il patto con Silvio Berlusconi e coltivando l'ambizione di raccoglierne l'eredità, da riversare poi in una formazione più larga e meno sbilanciata a sinistra. «In Europa siamo alleati e in Cdm Brunetta, Carfagna e Gelmini sono quelli che vanno più d'accordo con i nostri ministri, fanno le cose insieme senza problemi», ha spiegato l'ex premier a Piazza Pulita. Non prima d'aver specificato, a scanso di equivoci: «Con Salvini andremo divisi alle elezioni». Perché va bene il sostegno largo al Gabinetto Draghi, ma fra il Pd e le destre esiste una linea invalicabile che non verrà mai oltrepassata. Pronta anzi a essere ristabilita, col ritorno al bipolarismo, una volta conclusa la stagione dell'emergenza innescata dalla pandemia. Discorso diverso vale invece per Forza Italia. Partito nel quale da tempo convivono due anime: una che spinge verso la Lega, l'altra più moderata e indisponibile a farsi schiacciare sui sovranisti. Una contrapposizione che la nascita del governo di unità nazionale - con la delegazione azzurra scelta in base al grado di autonomia dimostrata rispetto alle posizioni salviniane - ha reso ancora più evidente. E in cui Letta potrebbe provare a infilarsi per disarticolare il campo avversario. Cercando di sottrargli la gamba decisiva per scalare Palazzo Chigi».

Il Corriere della Sera conferma la notizia clamorosa: a Milano il centro destra potrebbe tornare ad affidarsi a Gabriele Albertini.  

 «Il clamoroso ritorno è vicino. L'idea di Gabriele Albertini candidato per la terza volta a Milano nasce dalla prolungata impasse del centrodestra e dai primi sondaggi che indicano il già due volte sindaco (dal 1997 al 2006) come l'unico in grado di battere Beppe Sala e il Pd. Una suggestione che ora è vicinissima a tradursi in realtà. Salvini ha ribadito ieri di sognare l'Albertini ter. «L'ho sentito più di una volta e abbiamo fatto come si fa al bar a una certa età - ha spiegato il leader della Lega -. Abbiamo ricordato quanto Milano sia cambiata grazie alla sua giunta, nonostante in passato non siano mancati gli scontri tra noi. Per me è stato un ottimo sindaco e credo possa esserlo anche in futuro». La partita non è però chiusa, perché bisogna convincere tutti gli alleati, primo tra tutti Silvio Berlusconi che nel frattempo ha commissionato un nuovo sondaggio ad Alessandra Ghisleri per testare l'effettiva popolarità di Albertini. «La decisione non è solo mia. Non mi permetto di parlare per altri, anche se i responsabili locali di FdI hanno già governato con lui e Riccardo De Corato era suo vice. Ne ho parlato con Berlusconi e penso che Albertini-Sala sia una bella sfida», ha aggiunto Salvini. Rimane soprattutto da convincere il diretto interessato che ufficialmente continua a resistere».

CONTRO MASTRO CILIEGIA SU BORDIN

Sul Foglio la rubrica in prima pagina di Maurizio Crippa, Contro Mastro Ciliegia, è dedicata oggi ad un vero maestro della rassegna stampa radiofonica, Massimo Bordin, scomparso due anni fa. La Versione, amando i giornali, il saperli scrivere e il saperli leggere, non poteva ignorare il bel ricordo di Crippa.  

«Massimo Bordin manca a tutta l’Italia da due anni esatti, 17 aprile 2019. Se ne andò avendo in gran dispetto l’Italia del Salvini-Di Maio, e la gran rovina di un paese in preda a “gerarchi minori” e ad altri figuri, che preferiva liquidare con un colpo di tosse. Che cosa direbbe o come tossirebbe oggi, non sappiamo. Di certo manca assai, non solo agli ascoltatori di Radio radicale ma a tutta la politica, la sua voce sulla giustizia.  Certo non c’è più “il ministro della Giustizia più pericoloso di sempre”, come lo chiamò. E fu l’ultimo che vide. Ma ci sono le deprimenti vicende del Csm, la furiosa opposizione di questi giorni al superamento dell’ergastolo ostativo o la guerra di quattrini che sta inghiottendo il partito di chi gridava onestà-tà-tà. Ecco, manca la sua voce capace di spiegare, giudicare, aspirare il toscano. E non passare oltre».