Speranze di Pasqua

Feste con divieti e voglia di ricominciare. Draghi studia come riaprire. Bombe contro i vaccini. Olanda contro AstraZeneca. Mense dei poveri affollate. Morandi e il fuoco. Auguri dalla Versione

Pasqua stretta coi divieti, non troppo rigidi e non troppo osservati. Ma comunque priva di quella euforia primaverile, tipica dell’occasione. Proseguono le polemiche fra chi vorrebbe allentare la stretta sulla vita economica e sociale e chi teme un contagio incontrollabile. Sul Corriere della Sera si racconta che Draghi sta studiando il dossier delle riaperture. Anche se l’unico punto fisso ormai è diventato la scuola: si ricomincia da lì, dopo le Feste. Inquietante il fatto che tanta insofferenza diffusa stia diventando violenza quotidiana. C’è stato un attentato contro una struttura di vaccinazione a Brescia. Sbagliata o giusta che sia la polemica sulla presunta “dittatura sanitaria”, chi la fa dovrebbe spiegare molto bene che i vaccini NON sono un nemico. Il disagio, la sofferenza, la povertà (quella c’è) costituiscono già una miscela esplosiva. Va detto e ripetuto a chiare lettere che la fine dei divieti comincia con la vaccinazione di massa. I Paesi più avanti di noi, lo dimostrano. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di oggi sono state fatte 220 mila 894 somministrazioni, il ritmo fatalmente cala rispetto ai record degli ultimi giorni ma è ancora accettabile. C’è di nuovo polemica su AstraZeneca, vedremo se ci saranno nuove indicazioni sull’età.

La politica ci riserva tensioni e nervosismo anche all’interno dei vari schieramenti e partiti. La Meloni polemizza col Governo e incalza gli alleati sulla delega per le politiche anti droga date alla Ministra anti proibizionista Dadone. Letta è alle prese con il dossier sulle elezioni amministrative a Roma. Crocevia di tante questioni. I 5 Stelle stanno metabolizzando il primo discorso di Conte rifondatore. Dalla cronaca di oggi raccontiamo la storia di Gianni Morandi, il grande cantante che ha avuto una brutta avventura col fuoco.  

La ricorrenza della Pasqua è anche l’occasione di riflettere sul suo significato profondo. Mai come adesso la questione di rinascere, o di ricominciare come titola Avvenire, pare decisiva per tutti. Non possiamo aspettare che andrà tutto bene. Dobbiamo metterci del nostro, come spiega bene il cardinal Zuppi in un’intervista, e fare il primo passo nel Mar Rosso, come fece Mosè. Solo così avverrà l’impossibile e si riapriranno le acque per un nuovo passaggio. Intanto, auguri a tutti! Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

I temi non sono proprio da giorno di festa. L’Avvenire è l’unico quotidiano che fa riferimento diretto alla Pasqua: Ricominciare, ora. Il Corriere della Sera si occupa del piano B che sta studiando il Governo, rispetto ai divieti: Draghi, la linea per riaprire. Ma Il Mattino avverte: «Un rischio riaprire le scuole». Il Quotidiano Nazionale sceglie un titolo catalogo: Vaccini e divieti, istruzioni per l’uso. Per la Repubblica c’è un timore legato alle scorte che non arrivano dalle case farmaceutiche: Vaccinazioni, rischio frenata. Torna nei titoli di prima pagina anche AstraZeneca. Il Fatto propone un gioco di parole: DisAstraZeneca. Mentre La Stampa ipotizza: «AstraZeneca, servono limiti d’età». Dai bombardamenti mediatici all’ombra di attentati terroristici con bombe più reali. Dopo quelle contro l’Istituto Superiore di Sanità a Roma, ieri molotov contro un centro vaccinale di Brescia, Il Giornale: BOMBE NO VAX. Sui temi economici, va Il Manifesto che pubblica in prima la foto della coda alla mensa milanese di Pane Quotidiano, ieri affollata, anche perché col pasto c’erano in distribuzione uova di cioccolata: Pane e cioccolata. Il Messaggero studiando gli ultimi dati Istat vede problemi nelle regioni del Centro del nostro Paese: «La frattura dell’Italia centrale». Mentre Il Sole 24 Ore annuncia una possibile buona notizia: Semplificazioni in arrivo per il 110%. Verifiche più facili sugli immobili. La Verità, caduta l’ossessione del ministro Speranza, fa intravvedere un nuovo tormentone, l’inchiesta sulle ONG: GLI ARMATORI DELLA MARE JONIO IN AFFARI CON I MAFIOSI MALTESI. Libero segnala: Liti nel governo Draghi.

PASQUA SEMI CHIUSA, IL PIANO PER RIAPRIRE

Le polemiche non si placano e per di più i sondaggi sono inequivocabili. Alessandra Ghisleri su La Stampa ci racconta che 7 italiani su 10 dicono no alle restrizioni. Mario Draghi dunque sta studiando come e che c osa riaprire senza compromettere tutto. Fiorenza Sarzanini sul Corriere.

«L'auspicio del capo dell'esecutivo è che a breve i numeri gli consentano di riaprire qualcosa, già prima della fine del mese, magari su base regionale. Nel frattempo l'attenzione è rivolta alla riuscita della campagna vaccinale. Mettere in sicurezza il Paese significa anzitutto porre al riparo dal Covid nelle prossime settimane l'intera popolazione italiana over 70. A quel punto, se i dati lo permetteranno, si studierà come programmare la ripresa, con l'obiettivo dichiarato di allargare le aperture scolastiche anche agli istituti superiori: Draghi vuole infatti consentire a tutti gli alunni di concludere l'anno tra i banchi e non davanti a un computer. (…) Progettare la riapertura delle scuole è fondamentale secondo il presidente del Consiglio, tanto quanto alleviare la sofferenza di quei pezzi del Paese messi in difficoltà dalla pandemia: le partite Iva, per esempio, andranno sostenute con altri ristori. Si farà il necessario, insomma, in attesa di tornare a vedere la luce. Per riuscirci nel modo più spedito sarà determinante il successo della campagna vaccinale, e non c'è dubbio che la fase iniziale sia quella decisiva. E la più complicata. Ogni giorno giungono a Draghi da quel fronte buone e cattive notizie, spesso sono problemi che non dipendono dall'azione del governo ma a cui il governo deve trovare soluzione. Saranno due mesi di fuoco. Poi arriveranno altri vaccini e a quel punto finirà il tratto più duro della salita. (…) Sono queste le priorità del premier, non la gestione del traffico all'incrocio dei conflitti politici. Certo, è legittimo che ogni leader curi l'interesse del proprio partito, ma è altrettanto evidente che Draghi non ha queste incombenze perché non ha obiettivi di parte.». 

Sempre al Corriere parla Giovanni Rezza, direttore della Prevenzione al Ministero della Salute, e presidente dell’Istituto Superiore di sanità. Per gli esperti l’equazione è sempre quella: se vaccini, riapri.

«Dove stiamo andando? «La lenta decrescita ha bisogno del contributo di tutti. Aprile sarà ancora un mese di restrizioni. L'esempio sono Israele e Gran Bretagna che hanno fatto dei vaccini una risorsa determinante. La parola d'ordine è vaccinare molto e molto in fretta per non permettere al virus, che replicandosi velocemente crea degli errori, di creare nuove varianti». Andiamo verso il bello? «Sì. Ai tre vaccini ora disponibili, a metà aprile si aggiungerà il quarto e a ridosso dell'estate altri due. Tra aprile e giugno avremo decine di milioni di dosi. Se immunizzi gran parte della popolazione riesci a contenere i contagi e ad alleggerire il carico sul sistema sanitario». Quando finiremo di sentirci in balia del virus? «Il modello iniziale diceva che vaccinando 240 mila persone al giorno, ne saremmo usciti fuori in 7-13 mesi. Ora siamo a 300 mila inoculi al giorno, già un buon risultato. Raddoppiando, in pochissimi mesi avremo protetto i fragili, la pressione sugli ospedali diminuirà e potremo immunizzare i giovani, amplificatori dell'epidemia. La visione più ottimistica è raggiungere la cosiddetta immunità di gregge vaccinando il 67% della popolazione. L'esempio di Israele, tornato alla normalità, è a portata di mano». Perché non vaccinare subito i 20-40enni che, secondo uno studio Usa, sono il serbatoio del virus? Non si ammalano e lo diffondono. «I risultati migliori si ottengono proteggendo i fragili perché si abbatte la mortalità». La gente è stanca. «Chiediamo ancora un sacrificio per alcune settimane. Poi si vedrà la luce» Il vaccino AstraZeneca sul banco degli imputati. La verità? «Gli inglesi hanno dimostrato che i benefici sono nettamente superiori ai rischi. Però gli eventi avversi rari di trombosi che hanno indotto altri Paesi a interrompere le vaccinazioni sotto i 55-60 anni non vanno sottovalutati. Dipende dall'agenzia europea Ema. Se dovesse pronunciarsi in modo diverso, Aifa ne prenderebbe atto. Tutto ciò che bisognerà fare verrà fatto. Siamo su una linea di estrema prudenza e tutela».

TORMENTONE ASTRAZENECA

Grazie ad una decisione politica dell’Olanda e ad un caso di trombosi in una 35enne di Genova torna il tormentone su AstraZeneca. Il Fatto quotidiano, che dedica il titolo d’apertura alla vicenda, riporta così le notizie con Alessandro Mantovani:

«Si cerca di evitare reazioni scomposte come quelle delle scorse settimane, quando in Italia siamo passati da "è sicurissimo" a "fermiamo tutto" dopo che l'ha fatto la Germania. La Danimarca non ha mai ripreso a usare AstraZeneca. Il sottosegretario Pierpaolo Sileri ieri ha rassicurato: "Numeri bassissimi". Il professor Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive al Sacco di Milano, vede "questioni politiche" dietro la scelta olandese: "I dati esatti della frequenza precedente di questi fenomeni, non ci sono. Non ci sono lavori che dicono che i casi siano più frequenti di quanto si creda. È impossibile stabilire una relazione stretta tra i due fenomeni, le trombosi e il vaccino". Insomma, grande pressione su AstraZeneca - il vaccino su cui l'Ue e l'Italia hanno puntato di più - e intanto c'è chi esalta Sputnik. Aspetteremo le valutazioni di Ema sulle trombosi, forse già martedì. Al ministero della Salute però si avanza l'ipotesi di fare come in Francia, Germania e altri Paesi e limitare AstraZeneca al di sopra di una certa età, potrebbe essere 65 anni. "Utilizzeremmo Pfizer per i giovani, non sarebbe una cattiva idea perché i primi studi negli Stati Uniti rilevano un'elevata efficacia di Pfizer/Biontech nel prevenire l'infezione e non solo la malattia grave. Può essere utile proprio per i giovani che hanno maggiori contatti. E AstraZeneca offre agli anziani assolute garanzie contro la malattia grave", ragiona una fonte qualificata. I Centri per il controllo delle malattie (Cdc) statunitensi hanno reso noto uno studio condotto su 3.950 medici, infermieri e altri lavoratori vaccinati con Pfizer/Biontech e Moderna e monitorati per 13 settimane quando già circolavano le varianti: il rischio di infezione è ridotto del 90% dopo due dosi e dell'80% dopo una sola. Nulla è deciso, tocca ad Aifa, l'agenzia del farmaco, che all'inizio aveva consigliato AstraZeneca agli under 55 perché non erano ritenuti sufficienti i dati sugli anziani, che poi sono arrivati con le vaccinazioni in Gran Bretagna. Ma c'è anche chi scappa da quel vaccino: ieri il Sappe, uno dei sindacati della polizia penitenziaria, ha fatto sapere che il 20-30% degli agenti lo rifiuta e chiede Pfizer o Moderna; a Roma girano nelle chat elenchi degli hub che fanno questo o quel vaccino in modo che l'utenza possa provare a scegliere.».

La Verità propone un’altra lettura. L’Olanda avrebbe fermato il vaccino inglese non per ragioni scientifiche, ma organizzative. E alla fine politiche.

«Non si ferma l'offensiva contro AstraZeneca: ieri l'Olanda ha infatti decretato lo stop alle inoculazioni del vaccino Vaxzevria per tutti, fino al 7 aprile. La decisione è arrivata all'indomani della sospensione delle somministrazioni al di sotto dei 60 anni, dopo cinque casi di trombosi, di cui uno fatale, in donne tra i 25 e i 65 anni, a fronte di circa 400.000 punture. Per giustificare l'alt generale di ieri, Amsterdam ha tirato in ballo la necessità di non sprecare il siero: circa 700 over 60 dovevano ricevere in questi giorni il vaccino anglo svedese, ma i loro appuntamenti sono stati cancellati dato che non ci sarebbe stata la garanzia di riuscire ad usare tutte le dosi nelle provette. Difficile tuttavia non leggere l'accaduto come una presa di posizione in scia all'ennesimo schiaffo dato ad AstraZeneca dalla Germania. Dopo aver sospeso, giovedì scorso, l'uso di Vaxzevria per gli under 60, venerdì la Commissione tedesca per il vaccino (Stiko) ha raccomandato, a chi avesse già ricevuto la prima dose del composto AstraZeneca, di scegliere il siero di Pfizer o Moderna per il richiamo. La decisione finale spetterà poi a Jens Spahn, il ministro alla Sanità tedesco, che dopo Pasqua si confronterà a riguardo con i Laender. Lo stop alle vaccinazioni per gli under 60 imposto in Germania è stato deciso nonostante le rassicurazioni dell'Ema, la cui revisione «non ha identificato alcun fattore di rischio specifico, come l'età, il sesso o una precedente storia medica di disturbi della coagulazione», per gli «eventi molto rari» di trombosi anomale segnalate dopo la somministrazione del prodotto».

Federico Capurso su La Stampa interpella il sottosegretario alla Salute dei 5 Stelle Sileri, per capire se siano fondate le preoccupazioni sul vaccino anglo svedese:

«Quando il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri risponde al telefono, è da poco arrivata la notizia del blocco della somministrazione del vaccino di Astrazeneca da parte dell'Olanda. «Non dobbiamo preoccuparci», ci tiene a rassicurare Sileri, che si è appena confrontato con Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione al suo ministero. «Hanno notato dei casi di trombosi, ma si tratta di numeri esigui rispetto alle dosi inoculate. Peraltro, va accertata la reale correlazione causa-effetto. Prendiamo decisioni politiche sulla base di evidenze scientifiche». A Genova, un'insegnante di 32 anni è ricoverata dopo aver fatto AstraZeneca. Esclude possa esserci un blocco anche da noi? «Non fermeremo AstraZeneca come ha fatto l'Olanda. Bisogna andare avanti con la vaccinazione. È presto per dire che a Genova ci sia un nesso causa-effetto. Dobbiamo affidarci alla farmacovigilanza per avere una base scientifica. Si stratta di una donna giovane e questa complicanza della trombosi, nei rari casi in cui si è manifestata, è stata notata soprattutto nel genere femminile e in una fascia d'età bassa». Potrebbe intervenire l'Ema? «L'Ema credo dovrà pronunciarsi nuovamente per introdurre un limite di età, non per bloccare o sospendere la somministrazione. Individuata la fascia d'età di cui parlavamo prima, con un rischio maggiore di trombosi, si mette un limite per la somministrazione o un'avvertenza che preveda un monitoraggio di chi viene vaccinato. È una complicanza che una volta riconosciuta in tempo è facilmente trattabile». 

BOMBE NO VAX

Ma non ci sono solo le bombe mediatiche contro un singolo vaccino. Il rumore di fondo della rete, l’insofferenza della gente, ma anche tanti opinionisti stanno alimentando un clima molto violento. Ieri è accaduto un altro inquietante episodio. A Brescia. Vediamo la cronaca del Giornale.

«Attentato a Brescia contro un centro vaccinale. Due bottiglie molotov sono esplose fuori dal tendone allestito in via Morelli per la somministrazione di vaccini anti Covid e l'esecuzione di tamponi. Non ci sono stati feriti e la struttura è stata danneggiata in modo non grave. Le vaccinazioni hanno subito un lieve ritardo, ma sono poi andate avanti regolarmente. I carabinieri indagano sugli autori del gesto, che per ora non è stato rivendicato. La Procura di Brescia ha aperto un'inchiesta affidata al pm dell'antiterrorismo Carlo Milanesi, per gli inquirenti l'attacco ha finalità eversive. Le indagini avrebbero preso la direzione dell'area No Vax e di quella anarchica. Dalle prime immagini delle telecamere di sorveglianza si vede un uomo che scappa a piedi pochi minuti prima delle 6 dal luogo dell'attentato. La provincia di Brescia è particolarmente colpita in questa fase della pandemia. (…) Le forze dell'ordine hanno controllato la zona durante le attività di ieri. L'episodio bresciano ricorda da vicino l'attacco di due settimane fa a Roma contro il portone dell'Istituto superiore di sanità. Il centro vaccinale è stato realizzato con i fondi della raccolta «AiutiAmo Brescia» nel corso della prima ondata di Covid ed è supervisionato dall'Azienda sanitaria bresciana».

Franco Locatelli, presidente dell’ISS e coordinatore del CTS, parla in toni molto preoccupati al Messaggero. Pone anche la questione delle intemperanze verbali, l’odio soprattutto sui social è molto diffuso, su un tema così delicato:

«Intimidazioni via mail sono arrivate anche a me. Ma penso soprattutto alle minacce al ministro Roberto Speranza, inconcepibili perché sono stati chiamati in causa anche i familiari. Hanno dato fuoco al portone dell'Istituto superiore di sanità, dove ci sono persone che fanno semplicemente il loro lavoro. Ora la molotov in un centro vaccinale di una città che ha molto sofferto come Brescia. Bene fa la procura a indagare, bisogna capire se c'è un disegno eversivo». Il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, è indignato per la serie di azioni criminali che hanno interessato scienziati, decisori e strutture sanitarie sul fronte del contrasto della pandemia. Cosa sta succedendo? «Definii l'incendio del portone della sede dell'Istituto superiore di sanità come oltraggiosamente intimidatorio. Le stesse parole si possono usare per quanto accaduto a Brescia. Mi dispiace ancora di più perché avviene in una città che comunque è stata ferita, flagellata e afflitta da un numero impressionante di morti. Inconcepibile che si sia voluto fare oggetto di un atto così intimidatorio proprio un centro vaccinale. Basterebbe guardare alla diminuzione del numero dei morti in Gran Bretagna tra gennaio e oggi per capire che i vaccini sono l'unico modo per mitigare quello che ancora stiamo vivendo. Guardi il personale sanitario e i ricoverati Rsa, dove molti sono stati vaccinati: la curva dei contagi è clamorosamente più bassa rispetto a quella che si osserva nel resto della popolazione». Minacce e attentati: cosa nascondono questi eventi? «Posso capire che vi sia stanchezza per le restrizioni, per lo stop alle scuole, ad attività commerciali, bar e ristoranti. Ma sono assurdi e privi di ogni logica gli attacchi a una struttura che contribuisce a risolvere la situazione». C'è un disegno eversivo? «Lo deve accertare la procura, è giusto che lo faccia. Di certo merita il massimo dell'esecrazione, la più dura condanna e le più ferme misure punitive. (…) Siamo passati da una posizione di solidarietà e afflato nazionalistico della scorsa primavera, all'odio, al rancore e all'aggressione. Sono segnali ingiustificabili. Chi ha responsabilità, di ogni livello, anche politico, dovrebbe trarre insegnamento da episodi come questi per richiamarsi a temperanza e sobrietà nelle affermazioni».

BOOM DI POVERI DA PANDEMIA

Il disagio e lo scontento hanno anche ragioni molto concrete. L’Istat valuta che in Italia ci sia un milione di persone in più in povertà assoluta, a causa della pandemia. Repubblica fa il punto sulla Pasqua di solidarietà e racconta come il mondo del volontariato si stia riorganizzando per venire incontro a questa esigenza.

«I pacchi alimentari distribuiti in un anno dalla Comunità di Sant' Egidio con la pandemia sono passati da 100 mila a 300 mila. Si sono moltiplicate per tre anche le consegne di spesa a domicilio effettuate dai volontari dell'Auser, l'associazione che fa capo al sindacato pensionati Cgil, e gli accessi al sito del patronato Acli per le ricerche legate alle indennità Covid e al reddito di emergenza. E in questa triplicazione delle emergenze, «all'inizio della pandemia due volti su tre erano nuovi», dice don Marco Pagniello, responsabile politiche sociali della Caritas: «Prima della pandemia si rivolgevano a noi soprattutto persone senza dimora, o cronicamente in difficoltà. Oggi vengono soprattutto persone che tutto d'un tratto si sono ritrovate senza reddito, spesso in attesa dei sostegni statali che non arrivano». Un milione di persone in più in povertà assoluta, rileva l'Istat, che all'improvviso si sono guardate intorno in cerca di aiuto, costringendo il mondo del volontariato a riorganizzarsi in fretta. Anche nella settimana di Pasqua i volontari si sono impegnati al massimo nella distribuzione dei pacchi alimentari alle famiglie in difficoltà, cercando anche di includere l'uovo, la colomba e il casatiello. «Tutte le organizzazioni hanno riconvertito sia le proprie strutture che i propri volontari in attività di primo intervento e aiuti emergenziali - racconta Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Terzo Settore -. Anche i volontari di Legambiente, per esempio, che prima si occupavano di educazione ambientale, si sono messi a consegnare pacchi alimentari». «C'è stata una crescita enorme dei luoghi in cui distribuiamo gli aiuti dice Massimiliano Signifredi, coordinatore delle Cene Itineranti di Sant' Egidio - A Roma sono passati da 3 a 28, includono quartieri come Nomentano o Flaminio dove non eravamo mai andati, ora ci sono tanti artigiani che sono rimasti chiusi a lungo e quando hanno riaperto non avevano più gli stessi clienti di prima». Anche la Croce Rossa ha riscontrato un'impennata delle richieste di intervento».

Il Manifesto mette insieme i dati della CGIA di Mestre con le code alla mensa dei poveri di Pane Quotidiano a Milano:

«Camerieri in attesa di tornare a lavorare che si improvvisano edili, dipintori, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie. Eseguono piccoli lavori pagati poco e in nero che permettono a molte famiglie di mettere assieme il pranzo con la cena. Addetti del settore alberghiero e della ristorazione, finte parrucchiere ed estetiste che si recano nelle case degli italiani ed esercitano irregolarmente i servizi e i lavori più disparati. Questo è lo spaccato sociale che emerge dal rapporto Cgia di Mestre reso noto ieri secondo il quale la crisi economica, che ha già bruciato 450 mila posti soprattutto precari, sta facendo crescere il lavoro in nero. Prima della pandemia erano 3,2 milioni di persone. Tuttavia il numero di questi invisibili è difficilmente quantificabile, così come lo sarà quello di chi lavorerà in nero nelle campagne durante le raccolte stagionali. Lo sblocco dei licenziamenti a fine giugno per chi lavora nelle Pmi e nelle grandi imprese, e in autunno, per gli occupati nelle micro e piccolissime aziende, rischia di peggiorare la situazione. La fila lunga mezzo chilometro vista anche ieri a Milano alla vigilia di Pasqua in attesa di ricevere un pasto con uova di cioccolata e colombe è la concretizzazione del dato sconvolgente comunicato dall'Istat».

Federico Fubini sul Corriere ragiona sulle nuove povertà, che però vanno insieme ad un record storico di risparmio accumulato dagli italiani durante questa crisi.

«Istat, l'istituto statistico, venerdì ha fatto sapere che negli ultimi tre mesi del 2020 le famiglie hanno avuto una «propensione» a mettere da parte il 15,2% del loro reddito disponibile. È due volte e mezzo più che durante l'estate del 2012. È un ritorno ai livelli di un quarto di secolo fa. Per questo, il denaro liquido lasciato sui conti dai singoli italiani è cresciuto di circa 75 miliardi durante l'anno più drammatico della storia d'Italia dopo l'armistizio del 1945. Ad esso si aggiungono oltre cento miliardi accumulati dalle imprese, sempre di pura liquidità non investita. Le banche ne sono preoccupate perché subiscono tassi negativi - in sostanza, devono pagare la Banca centrale europea - per il denaro depositato degli italiani, che a loro volta esse devono depositare proprio presso la Bce. Le banche non osano trasferire quei costi sui clienti, temendo che questi ritirino il denaro in massa per conservare pacchi di banconote in casa o nelle cassette di sicurezza. Di certo a gennaio le famiglie avevano sui loro conti italiani 1.117 miliardi liquidi. Mai tanti in valore nominale e mai cresciuti così in fretta, da quando esiste l'euro: il ritmo a cui è aumentato il risparmio durante la pandemia è più che doppio rispetto alla media del quinquennio precedente. Come tutto questo sia stato possibile, non è un mistero: è l'altro lato della medaglia dell'esplosione del debito pubblico. (…) Resta ora da capire quale sarà la risposta. Negli Stati Uniti l'amministrazione di Joe Biden sta lanciando l'azione contro la diseguaglianza più decisa dell'ultimo mezzo secolo. In Europa oggi si preferisce fingere di credere che il Recovery sia la sola risposta possibile e sufficiente. E Italia i partiti, anche di sinistra, parlano quasi solo di se stessi. Anche culturalmente, siamo indietro.».

LA MELONI SOLLEVA IL CASO DADONE

La politica è litigiosa, non solo perché, al riparo del governo Draghi, le polemiche sono più legittime e meno rischiose. Ma perché ogni leader deve trovare la sua propria collocazione. Giorgia Meloni è molto attiva. Ieri ha sollevato la questione della delega alle politiche antidroga conferita alla ministra 5 Stelle Dadone, che è antiproibizionista. Paola Di Caro sul Corriere:

«Il caso lo solleva Giorgia Meloni, dopo che è stata formalizzata - con pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale - l'attribuzione della delega alle politiche antidroga alla ministra per le Politiche giovanili Fabiana Dadone. Una decisione che scatena l'ira della leader di Fratelli d'Italia, visto che l'esponente del M5S è notoriamente antiproibizionista, e si è schierata per la legalizzazione delle droghe leggere. Così Meloni affonda il coltello, ma lo fa in due direzioni: contro Draghi, per la scelta. Ma anche contro gli alleati del centrodestra che non sono intervenuti per bloccarla e che invita caldamente a schierarsi: «Per anni FdI ha chiesto l'assegnazione della delega perché era scandaloso che nessuno si occupasse a tempo pieno dell'emergenza droga, ma è grave e deludente che per un compito così delicato come la lotta alle dipendenze sia stato scelto un esponente politico firmatario di proposte per legalizzare la cannabis», è la prima parte della protesta. Che poi si rivolge ai suoi: «Rinnovo il mio appello ai partiti di centrodestra che sostengono il governo affinché si facciano sentire con decisione. FdI lo farà dall'opposizione perché su questi temi non sono accettabili cedimenti e compromessi al ribasso». All'appello, però, all'inizio risponde solo un alleato, Forza Italia. Perché la Lega prima tace, poi con Salvini diffonde una nota per dire che «la droga, ogni droga, è morte. Nessun regalo agli spacciatori. Viva la vita e chi non si arrende».

IL DESTINO DI LETTA MANNARO PASSA DAL CAMPIDOGLIO

Nominati i nuovi vertici con decisione, il segretario del Pd Enrico Letta sta affrontando il dossier più complicato: quello del Campidoglio. Tutte le strade più impervie portano a Roma. Perché sulla prossima elezione del Sindaco si intrecciano il rapporto coi 5 Stelle, gli equilibri interni, le ambizioni dell’alleato Calenda. Ne scrivono su Repubblica Lorenzo d’Albergo e Mauro Favale.  

«L'ex ministro Roberto Gualtieri è pronto e attende cenni dal Nazareno. Nicola Zingaretti, fresco di dimissioni dalla segreteria del Pd e impegnato, da governatore del Lazio, con l'emergenza Covid, si risparmierebbe volentieri l'impresa ma deve fare i conti col pressing quotidiano di chi lo vedrebbe bene in Campidoglio. Carlo Calenda, invece, non intende sfilarsi: «Non mi ritiro anche se si candidassero Zingaretti, Gualtieri, Sassoli, Gentiloni, Letta, Madia, Conte, separati o tutti insieme. Unico caso di forza maggiore, Totti. E non escludo che il Pd glielo vada a chiedere». Poi chiarisce: «Sono per un accordo, ma delle primarie non mi fido più». Nella capitale le Comunali sono lontane 6 mesi, ma nel centrosinistra si profila una corsa a due. Gualtieri (o Zingaretti) da una parte. Dall'altra il leader di Azione che pure ha un certo numero di estimatori proprio tra i dem, dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori alla vicesegretaria Irene Tinagli: un corteggiamento che ha l'obiettivo di mantenere Calenda nel perimetro di una coalizione che, per ora, almeno nella capitale, esclude i 5 Stelle. Per avere qualche certezza in più, come si mormora tra i dem, «si dovrà attendere almeno un'altra settimana». Poi il dossier Roma verrà finalmente scongelato dal segretario Enrico Letta. Al Nazareno l'obiettivo è riconquistare il Campidoglio perso dopo la sfiducia all'ex sindaco Ignazio Marino e consegnato alla grillina Virginia Raggi. Il «no» (rinnovato pochi giorni fa) del presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, ha ridotto la rosa dei papabili. Ma l'ultimo sondaggio rincuora i dem: sia Zingaretti sia Gualtieri garantirebbero la vittoria. Se scendesse in campo il primo, probabilmente non ci sarebbe nemmeno bisogno di passare per le primarie (data ipotetica domenica 13 giugno). Ma il governatore del Lazio ha più di un motivo per sfilarsi: c'è il rischio di consegnare al centrodestra la Regione in cui è stata appena varata la giunta Pd-5S e in più va vagliata l'opportunità di lasciare la poltrona di governatore nel pieno della lotta al coronavirus».

PARLA GIANNI MORANDI: “LA MIA AVVENTURA COL FUOCO”

Delle tante storie di cui si occupa la cronaca, segnaliamo la vicenda di Gianni Morandi. Il popolare cantante ha avuto nei giorni scorsi una bruttissima avventura col fuoco, in cui avrebbe potuto perdere la vita. Quotidiano Nazionale lo ha intervistato.

«Gianni, riesci a definire quello che hai provato in quell'inferno? «Guarda, col passare dei giorni mi spavento sempre di più. Perché mi rendo conto del rischio che ho corso e di quanto sono stato fortunato. Prima di tutto, ho salvato la vita. Perché quando tu cadi dentro a una buca così, mentre spingi dentro un tronco che pensi faccia resistenza, e ti trovi in mezzo alle braci, con le fiamme intorno, è una cosa tremenda». E come sei riuscito a uscire da lì? «Mi sono attaccato con le mani a un ramo che bruciava pur di saltare fuori. La seconda cosa importante è che ho salvato la faccia. Ma ti dico: non mi ero mai reso conto che cosa sono le mani per un essere umano. Il nostro cervello al 70% usa le mani». Però ce l'hai fatta, questo è quello che conta. «Sì, ma credo che ci sia qualcuno che mi ha guardato dal cielo, ne sono convinto. Poi, oh, arrivare qui, dove ci sono otto terapie intensive, con otto ustionati dentro. Ci sono dei casi col 60-70% di ustioni, gente che è stata intubata quaranta giorni». Ma esattamente Gianni, riassumendo i danni? «Ho avuto gravi bruciature a tutte e due le mani, alle ginocchia, un po' al gluteo, poi una bruciatura nella schiena e nell'orecchio. Credo, più o meno, sul 15%». Scusa, ma si pensa subito alle tue mani per la chitarra… «Mah, la mano sinistra, quella che fa gli accordi, si muove abbastanza bene, direi che è quasi recuperata. La mano destra in questo momento è piuttosto debole, dovrò fare molta fisioterapia, ci vorrà del tempo. Bisogna ridarle vitalità, diciamo». In pratica in quei momenti ti è passata davanti tutta la vita. «In quei momenti ho pensato solo a salvarmi. Lo spavento è cresciuto dopo, ripensandoci. Arrivi qui, dove sono bravissimi, dove c'è una squadra di persone fantastiche che ti aiuta, che è sempre pronta e tu ti accorgi che sei nelle loro mani». E il dolore Gianni? Si può definire il dolore che hai sentito? «Senza l'aiuto dei farmaci non si può resistere a questo dolore. Ogni due giorni mi facevano una medicazione. Ma la medicazione è una cosa molto dolorosa e ti devono addormentare. Capisci che non è facile per il fisico. Io ho anche la fortuna di avere uno spirito positivo, ottimista, e questo mi aiuta. Poi l'affetto della gente. Roba incredibile, messaggi da tutto il mondo, perfino dalla Russia, dall'America, mi hanno scritto i colleghi, tutti, mi hanno chiamato. Arriva di tutto: disegni, libri, cioccolatini, uova di Pasqua». 

IL MESSAGGIO DELLA PASQUA

Oggi la liturgia cattolica festeggia la Pasqua di Resurrezione. Ci sarà la benedizione Urbi et Orbi di papa Francesco. Ma, credenti o no, qual è il messaggio di questa Festa tanto importante? La Stampa offre una riflessione a tutto campo con Matteo Zuppi cardinale e arcivescovo di Bologna:

 «Le macerie del Covid si accumulano sulle rovine che già affaticavano e inquinavano la vita delle persone prima della pandemia, causate da diseguaglianze e ingiustizie sociali. Occorre domandarsi con onestà: l'uomo - nelle istituzioni e nella quotidianità - sta percorrendo la via per una ricostruzione sociale solida e fertile, basata sul bene comune? Ce lo dobbiamo augurare ma soprattutto dobbiamo tutti fare tutto il possibile perché questo avvenga». E com' è l'impegno attuale? «Viene lo sconforto nel vedere che si lucra sul coronavirus o che non si garantisce il vaccino a chi non può pagarlo. Davvero dimostriamo che l'uomo è sempre lupo di se stesso, che gli interessi di parte finiscono per innescare il tutti contro tutti o la logica del più forte. Invece la grande lezione del Covid-19 è esattamente l'opposto: la consapevolezza che ci coinvolge tutti - pur con diverse tutele - e solo tutti insieme possiamo superare la crisi». Come si possono sconfiggere le diseguaglianze? «Concretizzando la fratellanza umana invocata da papa Francesco. Le indicazioni contenute nell'enciclica "Fratelli tutti" sono utili e preziose per i credenti ma anche per i non credenti. E soprattutto per la mia generazione, e io sono nato nel 1955». Perché? «Nei decenni passati confidavamo di cambiare il mondo, e poi invece abbiamo sbattuto contro disillusione e cinismo. Ora abbiamo capito che tante felicità individuali non hanno edificato la felicità di tutti, ma dobbiamo recuperare la speranza e la passione». Da che cosa può essere decisivo ripartire? «Dall'amicizia. Bisogna tentare di alimentare l'amicizia sociale nei nostri quartieri, comunità, città e nazioni anche come "strategia" per propagare il buon vivere. Puntando sull'unico sentimento che davvero può rendere il mondo migliore: la solidarietà».

Marco Tarquinio direttore di Avvenire nella rubrica delle lettere ai lettori, fa gli auguri di Pasqua.

«Mentre ci assedia senza requie, e riempie ogni giorno di nuovi lutti e nuove povertà, il male del "morbo globale" che il nuovo coronavirus ha scatenato in ogni angolo della Terra. Mentre tanti, nell'intimo e nelle relazioni con gli altri e nella «casa comune», fanno i conti con le riscoperte dell'essenziale che la pandemia ci ha costretto a compiere e tanti altri, invece, presi dal mito del "tornare al come prima" quelle somme sembra che non le vogliano tirare. E mentre troppe parti della società planetaria - non soltanto il Myanmar, l'antica terra-mosaico di etnie e di fedi che chiamavamo Birmania - continuano a essere piagate dalle ingiustizie e dalle violenze dei potenti per armi, ricchezze e conoscenze, dei fondamentalisti religiosi e politici, degli intolleranti, di coloro che non si sentono fratelli e sorelle di nessuno. Non siamo in pace, anche se Cristo, nostra pace, ha sconfitto la morte, perché i carnefici di anime e persone e popoli non sono ancora sconfitti. Per questo della speranza della Resurrezione abbiamo più che mai bisogno. I limiti umani possono essere oltrepassati solo per amore, tutto il resto è imbroglio e sopraffazione. Buona Pasqua, allora. Viviamo di nuovo questa gioia, e ricordiamoci che c'è un gran lavoro da fare per cambiare il mondo. E tocca anche a noi».

Domani i quotidiani non sono in edicola, per le festività pasquali. La Versione tornerà dunque nelle vostre caselle di posta martedì 6 aprile. Ancora tanti auguri di Buona Pasqua a voi e a tutti i vostri cari.