State zitti, se potete

Seggi aperti per il voto amministrativo fino alle 15. Nessuno rispetta il silenzio elettorale. A scuola contagi giù ma banchi fuorilegge. Domani Becciu alla sbarra. Dalla sua Galli della Loggia

Oggi seggi aperti per le operazioni di voto fino alle 15 in più di 1100 Comuni italiani. L’affluenza nazionale ieri sera alle 23 era di 41,7, il precedente era del 63 per cento ma si votava un solo giorno. Non sarebbe serio, e neanche corretto, fare valutazioni di merito. Qualche ora ancora e sapremo com’è andata. Ma proprio sul silenzio elettorale si è sviluppata l’ultima polemica. Social, giornali e politici proprio non ce la fanno a stare zitti. Il silenzio non è più una virtù. Polito sul Corriere sostiene che la legge degli anni Cinquanta non ha più senso nella democrazia digitale. E peraltro né i politici, né i commentatori saranno mai sanzionati. Giorgia Meloni ha lanciato un videomessaggio, ancora per rispondere all’inchiesta di fanpage sulla destra. Diversi esponenti dei 5 Stelle hanno difeso la sindaca Raggi dalle critiche legate all’incendio del ponte di ferro a Roma. Silvio Berlusconi è ricomparso al seggio per votare ed ha parlato di candidati e di unità del centro destra. Da stasera si ragiona sui dati elettorali.

I problemi delle città e del Paese non sono pochi. Ieri strage alle porte di Milano per la caduta di un aereo da turismo e spaventoso incendio a Roma. Dalla scuola buone notizie sui contagi da Covid e pessime sui nuovi banchi già fuorilegge. Il Sole 24 Ore ci dice che il Fisco pensa a schedare con più efficacia gli alloggi ad affitto breve. Il Corriere racconta che a Milano parte il G20 strategico degli uffici studi e della Bocconi, in vista del G20 di fine mese a Roma.

Dall’estero inquietante posizione del Pakistan che in ritorsione di una decisione del Parlamento europeo blocca gli afghani che cercano di uscire dal Paese. Nuovo attentato dell’Isis-k al funerale della madre di un portavoce dei Talebani. Restiamo sempre all’estero, almeno formalmente per dire che domani in Vaticano c’è una nuova udienza del processo contro il cardinal Becciu e altri 9 imputati. Galli della Loggia e Feltri si schierano in difesa dell’ex sostituto della Segreteria di Stato. Mentre la Francia è alla vigilia della pubblicazione di un ingombrante dossier sui preti pedofili.

Ci avviciniamo ai festeggiamenti per i primi 9 mesi di questa rassegna. Già sapete che ci sarà una grande sorpresa per gli abbonati. Intanto da oggi fino a venerdì, avrete la mia email entro le 8, cosa che accade ormai da un mese. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati. Fate pubblicità a questa newsletter, seguendo le istruzioni della prossima frase. Se invece la Versione non vi è piaciuta, me ne farò una ragione.

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.

Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Scarsa affluenza e polemiche sul silenzio che non c’è. Il Corriere della Sera titola: Sindaci, timori per l’affluenza. Stesso concetto della Repubblica: Cala l’affluenza e pesa sul voto delle città. Per il Quotidiano Nazionale ci sono accuse reciproche fra i partiti: Affluenza in calo, tensione tra i leader. Il Fatto è sulle barricate per difendere la Raggi: Roma, la destra dei peggiori si attacca al ponte in fiamme. Il Giornale invita gli elettori: Liberiamoci dai grillini. Libero dedica grande spazio al videomessaggio della leder di Fdi: La Meloni non ci sta. «Né fascista, né scema». La Verità rompe oggi una lunga maratona di titoli anti green pass per sottolineare: Silenzio elettorale a sinistra loro bastonano, gli altri zitti. Il Mattino lega la questione alle nuove tecnologie: Il silenzio elettorale ignorato sui social. Il Domani allude ancora all’inchiesta di fanpage sulla destra: Per i partiti torniamo al finanziamento pubblico. Vanno sulla cronaca dell’incidente aereo sia La Stampa: Tragedia del cielo a Milano, 8 morti. Che Il Messaggero: Strage di famiglia. Il Sole 24 Ore spiega le nuove regole sugli alloggi tipo Airbnb: Casa, affitti brevi schedati dal Fisco contro il sommerso.

SCARSA AFFLUENZA E NIENTE SILENZIO ELETTORALE

I dati sono in aggiornamento, ma la tendenza è chiara. Nonostante che siano elezioni amministrative, la media nazionale finale potrebbe aggirarsi intorno al 50 per cento degli elettori. Paolo Foschi per il Corriere della Sera.

«Il voto con l'incognita dell'astensionismo. Nella prima giornata delle tornata elettorale per scegliere il sindaco in oltre 1.100 Comuni, il nuovo governatore della Calabria e due «supplenti» alla Camera (nei collegi Siena- Arezzo e Roma Primavalle), l'affluenza si è attestata al al 41,7% (1.148 sezioni su 1.153), rispetto al 63,45% della precedente tornata, quando però si votava solo la domenica. Stavolta il turno è prolungato: le urne saranno aperte anche oggi dalle 7 alle 15. «Il voto è il gesto più elementare e allo stesso tempo più decisivo di esercizio dei diritti democratici. Io ho appena votato, fatelo anche voi», ha scritto sui social Giuseppe Conte (M5S). «Agli insulti, alle bugie e agli attacchi di una sinistra che odia, noi rispondiamo con il voto» ha invece twittato Matteo Salvini (Lega), mentre per Giorgia Meloni (Fdi) «è il momento di fare la differenza, buon voto». A Milano ha votato il 37,8% degli aventi diritto per scegliere il nuovo sindaco nella sfida che vede favoriti l'uscente Beppe Sala (centrosinistra) e Luca Bernardo (centrodestra). Nella Capitale, con i romani frastornati per l'incendio che nella notte ha danneggiato il Ponte di Ferro, l'affluenza è stata del 36,82%. I candidati in pole position sono quattro: la sindaca uscente Virginia Raggi, Enrico Michetti (centrodestra), Roberto Gualtieri (centrosinistra) e Carlo Calenda (centro). A Torino invece nell'intera giornata si è presentato alle urne il 36,5% degli iscritti alle liste elettorali. Qui la sindaca uscente, Chiara Appendino (M5S), si è chiamata fuori e a contendersi la carica di primo cittadino ci sono Stefano Lorusso (centrosinistra) e Paolo Damilano (centrodestra), con la pentastellata Valentina Sganga. A Bologna l'affluenza è stata del 35,2%. In Calabria, dove si torna al voto regionale dopo due anni a causa della prematura scomparsa di Jole Santelli, l'affluenza alle 23 è stata del 30,2% (rispetto al 43,26% di due anni, ma in questo caso il dato è omogeneo perché anche allora si votò in due giorni). La sfida è senza ballottaggio, una situazione che sembra favorire Roberto Occhiuto (centrodestra) che ha ben tre avversari a spartirsi i voti di area progressisti: Amalia Bruni (centrosinistra), Luigi de Magistris (sostenuto da liste civiche) e Mario Oliviero, già presidente della Regione con i Ds. A Napoli l'affluenza è stata del 33,7%; alle suppletive della Camera, a Roma Primavalle è stata del 33,52%, mentre nel collegio a Siena-Arezzo - dove è candidato il segretario del Pd Enrico Letta - invece il dato finale alle 23 di ieri sera si è attestato al 25,6%».

Maurizio Belpietro schiera la Verità sul silenzio elettorale mancato e i processi in tv alla Lega.

«Da giorni si discute in tv del caso Morisi, ossia del festino a base di sesso e droga di cui è stato protagonista, insieme a due prostituti romeni, l'ex capo della macchina da guerra social del partito di Matteo Salvini. Al momento ancora non si sa se Luca Morisi sia la vittima o il carnefice, cioè se sia stato accusato perché si è rifiutato di pagare e di sottostare a un ricatto o se sia accusato per aver fornito la droga ai due escort. Ma a prescindere dalle responsabilità, che dovranno essere accertate dalla magistratura, il caso è stato una formidabile occasione per bastonare la Lega in occasione della campagna elettorale. Un esempio lo ha fornito sabato sera La 7, ovviamente nella giornata del silenzio prima del voto. Nel programma serale condotto da Concita De Gregorio e da David Parenzo si è potuto assistere ad un dibattito surreale tra i due conduttori, la giornalista Marianna Aprile e il filosofo Umberto Galimberti. Argomento: Luca Morisi, di cui non si sono discusse le responsabilità per il festino gay, ma il fatto che sia stato l'artefice delle campagne mediatiche di Salvini ritenute aggressive. Il parallelo lo ha introdotto il professore, già noto per i suoi paradossi e soprattutto per infelici ripubblicazioni. Dopo aver spiegato che il successo della Lega è motivato dall'ignoranza diffusa, ha spiegato che secondo lui i terroristi degli anni Settanta erano meglio di Morisi e Salvini, perché «almeno loro avevano un'ideologia alle spalle. Non dico che avessero un supporto di pensiero, ma almeno qualche cosa che gli somigliava. Questi invece niente». Perché? Ma perché a differenza dei leoni da tastiera, ha spiegato Concita De Gregorio, i brigatisti, sparando a dei bersagli innocenti, almeno rischiavano la vita. «È come una battaglia dove i corpi si fronteggiano». Certo, uno era armato e l'altro era disarmato e veniva ammazzato, ma secondo l'ex direttrice dell'Unità, era più nobile di un giudizio aggressivo via web. «È questo ciò che mi preoccupa ancora di più», ha rincarato la Aprile, perché quelli che volevano fare la rivoluzione assassinando uomini delle forze dell'ordine, giornalisti e giudici lo hanno fatto in un tempo e un luogo definito, con degli autori che venivano rintracciati, cioè tutto era incapsulato, mentre ora non si riesce a incapsulare, perché l'odio è sempre più pervasivo. Sì, insomma, conclude Parenzo: c'è una società più violenta. E così, in quattro e quattr' otto, senza alcun contraddittorio, la sentenza è pronunciata. I leghisti sono peggio dei terroristi. Il tutto nella giornata del silenzio elettorale. E poi dicono che la campagna è violenta per colpa della destra. La campagna è violenta perché c'è qualcuno che non la finisce mai e usa ogni mezzo, anche quelli più stupidi, per battere l'avversario».

Per Antonio Polito del Corriere il silenzio elettorale ha più senso.

«Come tante altre finzioni, anche il «silenzio elettorale» ha fatto il suo tempo. La giornata di ieri, tra il comizio di Berlusconi appena fuori dal seggio; il lungo video di Giorgia Meloni in cui risponde alle accuse del filmato di Fanpage sul suo europarlamentare Fidanza e il «barone nero» che frequenta; la polemica politica sul web per stabilire se l'incendio del Ponte di ferro a Roma è colpa della Raggi o è la solita manovra dei poteri forti come i cinghiali e l'immondizia; sono tutte prove che l'efficacia della norma del 1956, sessantacinque anni fa, è finita per desuetudine, consunzione, collasso strutturale. Le cause sono due. La prima è quella cui ormai diamo la colpa di tutto ciò che non funziona: la Rete. In effetti la parola «silenzio» è una bestemmia per la società digitale, che vive di chiacchiere e bla bla bla. Però la legge non sopprime la conversazione, si limita a vietare «i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda elettorale». Quindi più che agli elettori è rivolta ai candidati e relativi galoppini. E qui c'è il secondo - o forse primo - problema: i destinatari del divieto ormai se ne fregano, e il sabato e la domenica elettorale dicono ciò che vogliono nella giusta convinzione che non gli succederà nulla, nemmeno la multa da 103 a 1.032 euro prevista dalla norma. Accade per tante leggi: ne produciamo come nessun altro Paese al mondo, ma il Parlamento non spende mai un secondo ad abrogare quelle che non stanno più in piedi, oppure ad adeguare ai tempi quelle che vuole conservare. E così, nel Paese delle «grida manzoniane», i «bravi» la fanno sempre franca».

VIDEO DELLA MELONI E PROTESTE DEI 5 STELLE

Ne accennava già Polito, ieri Giorgia Meloni ha diffuso un messaggio video, ancora per difendersi dalle accuse del video di fanpage. Ne scrive Alessandro Giuli su Libero.

«Giorgia Meloni rompe il silenzio e lo fa con un durissimo video nel quale passa al contrattacco sull'inchiesta del tandem Fanpage/Piazza Pulita intorno alle presunte inclinazioni nazistoidi e delinquenziali della sua classe dirigente milanese. Negli occhi il baluginio di un orgoglio mescolato alla rabbia trattenuta, la leader dei Fratelli d'Italia ruggisce contro il "linciaggio in contumacia" che alla vigilia del voto amministrativo ("quando loro possono parlare dite, ma tu non puoi difenderti") si sta consumando nei confronti di "un intero partito sulla base di una ricostruzione di parte". Io non ho nulla di cui vergognarmi, dice Giorgia, perché "quanto accaduto è stato studiato a tavolino da un intero circo"; una "trappola contro di noi perché non siamo ricattabili, e questo in Italia fa paura". Fa paura, sostiene lei, che qualcuno si sia infiltrato per tre anni nel demi-monde di destra ricavandone cento ore di riprese montate ad arte per mostrificare in pochi minuti il primo partito italiano. Un ordigno giornalistico a orologeria che ha travolto l'eurodeputato Carlo Fidanza, sul quale la procura di Milano ha aperto una doppia inchiesta per riciclaggio e finanziamento illecito e apologia del fascismo. Materiale che il direttore di Fanpage si rifiuta di mostrare ai diretti mostrificati e che sono destinate a finire al vaglio dei magistrati. Giovedì prossimo, intanto, Corrado Formigli allestirà un nuovo processo nella sua Piazza Pulita e ha richiesto la presenza della Meloni ricevendone una risposta scontata: «Verrò quando Fanpage mi avrà mostrato l'intero girato... confido che Formigli, dall'alto della sua onestà intellettuale, manderà in onda integralmente anche questo mio video che dura decisamente meno di quelli di Fanpage». Nella sua requisitoria, Giorgia non sottolinea soltanto il tempismo dell'attacco mediatico, si spinge a controprocessare i «poteri forti» che FdI non annovera frai propri amici e che non hanno mostrato altrettanto zelo per «i 24mila euro trovati nella cuccia del cane di una senatrice del Pd... lo schifo che si sta consumando attorno al Monte dei Paschi di Siena... i 100 milioni di mascherine farlocche e strapagate con i soldi degli italiani da Domenico Arcuri attraverso una società di intermediazione che aveva un unico dipendente, mentre la gente moriva». Per non dire della vicenda di Mimmo Lucano, l'ex sindaco di Riace condannato in primo grado a 13 anni di carcere per associazione a delinquere, peculato, truffa aggravata e altri reati, ma che "per la sinistra non solo è innocente, è un eroe... perché è uno di loro... mentre Fidanza viene condannato a morte senza nemmeno un'indagine... perché è uno di noi. E con lui veniamo condannati tutti». E ancora: «Se noi fossimo le ridicole macchiette neonaziste, i ladri incalliti e i pericolosi sovversivi incapaci di produrre qualsiasi classe dirigente, allora non ci sarebbe bisogno di trappole, di taglia e cuci e di processi sommari contro di noi». Conclusione: «Forse il tema non è che non siamo presentabili, ma che non siamo ricattabili e non abbiamo protettori... Voi la morale non potete farla a nessuno: io non sarò mai come voi». Chi conosca la Meloni sa quanto possa esserle costata la scelta di realizzare questo video in cui si scorge un tratto di sofferenza interiore oltreché il dovere di proteggere se stessa e la propria gente da accuse così gravi. L'insistenza con cui rivendica di non essere indulgente con «chi fra i nostri dovesse sbagliare», l'ammissione del proprio stupore - «le immagini hanno ovviamente colpito anche me» - e la volontà di «andare al fondo di questa vicenda», perché «siamo parecchio rigidi sulle regole di comportamento dei nostri dirigenti», rivelano l'impossibilità di circoscrivere l'intero caso a un regolamento di conti o a uno sfizio dell'antifascismo immaginario che arriva a «istigare comportamenti illeciti nell'attesa famelica di un passo falso». No, il timore di Giorgia è che ci sia qualcosa di più: un pezzo di establishment compiaciuto nel vedere l'unico partito di opposizione bastonato e imbavagliato nel corso di uno stato d'emergenza nazionale che ha resuscitato pulsioni viscerali e procedure monocratiche inedite dal Dopoguerra a oggi. Fermo restando il cordiale rapporto personale con il premier Mario Draghi, la leader di una "minoranza maggioritaria" si ritrova in solitudine ad affrontare una spettacolare reductio ad hitlerum che ricorda gli anni più bui dell'arco costituzionale e della strategia degli opposti estremismi (lo ha fatto notare perfino Marco Travaglio sul Fatto), una lettura della realtà artefatta che scavalca con disinvoltura la svolta costituzionale di Fiuggi operata da Alleanza nazionale nel 1995, una livellante caccia alle streghe nere che va oltre la legittima richiesta di vigilare sulle zone grigie nelle quali il nostalgismo più fetido e alcune inaccettabili goliardate rischiano di mettere radici infestanti. (…) Alla severità che ci si attende da Giorgia nel prosciugare le pozzanghere novecentesche in cui sguazzano taluni simpatizzanti di FdI - su Fidanza, come per Lucano, qui ancora preferiamo coltivare la presunzione d'innocenza giudiziaria; ferme restando le mani nei capelli per lo sconcerto - dovrebbe far riscontro una domanda collettiva: a chi giova scaraventare nel discorso pubblico, attraverso il ventilatore dell'informazione, una tale quantità di fango indifferenziato?».

Su Il Fatto Luca De Carolis stigmatizza invece gli attacchi alla sindaca uscente di Roma Virginia Raggi:

«Sulla sindaca in giornata sono piovute le bordate del centrodestra per l'incendio del ponte, con Giorgia Meloni prima cannoniera, anche contro la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: "Nella nazione regna l'illegalità grazie a Lamorgese, Roma è una città nel pieno degrado grazie alla giunta Raggi. Il risultato è la Capitale che crolla, in tutti i sensi". Ma per l'occasione si è fatto risentire anche il fu sottosegretario leghista Claudio Durigon, il maggiorente salviniano del Carroccio a Roma: "Nella Capitale mancano manutenzione e controlli". Però di incendi non si parla solo in riva al Tevere. "Nella notte è stata incendiata l'auto di Giovanni Orlando, candidato M5S a Monteparano (Taranto)" ha fatto sapere Luigi Di Maio, ricordando "le altre gravissime aggressioni a esponenti del Movimento (a Nardò , sempre in Puglia, e ad Afragola in Campania, ndr), una situazione agghiacciante". Poi, certo, ci sono i leader alle urne: dal segretario dem Enrico Letta che si limita a un tweet con dita incrociate e un'assicurazione: "Votato, con un pochino di emozione". Al presidente del M5S Giuseppe Conte che correda la sua foto al seggio con la celebrazione del voto, "il gesto più elementare e allo stesso tempo più decisivo di esercizio dei diritti democratici, da compiere con gioia". Gioioso no ma almeno allegrotto è parso Berlusconi, che dopo mesi di assenza dalla scena pubblica è riapparso a un seggio di Milano accompagnato dalle fide deputate Cristina Rossello e Licia Ronzulli, per poi concedersi volentieri ai cronisti. Tiziana Siciliano, la pm di quel processo Ruby Ter dove il capo di Forza Italia manca da mesi lamentando problemi di salute, ha commentato citando l'Eneide: "Tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore". Ma il dolore della magistrata non deve essere una grande preoccupazione per Berlusconi, che ha risposto così a chi gli chiedeva se Bernardo sia un nome giusto per Milano: "I candidati sono scelti dai leader di partito invece che da scelte democratiche, forse la prossima volta per quanto riguarda i candidati dovremo cambiare sistema". Sembrerebbe un'evocazione delle primarie, di sicuro è una bocciatura di Bernardo e a naso degli altri candidati nelle grandi città, quindi delle scelte di Meloni e Salvini. D'altronde questa campagna elettorale Berlusconi l'ha disertata, proprio come le udienze in tribunale. "Ho lavorato da casa" prova a sostenere. Soprattutto, evoca di nuovo la federazione del centrodestra: "Tutte queste illazioni di certa parte della stampa su divisioni interne nel centrodestra non sono fondate, dobbiamo superare questa federazione per farne una più grande con dentro Fdi". Magari un nuovo Pdl? "Sì, perché no?" risponde».

PROSSIMA GARA: LA CORSA AL QUIRINALE

Per chi ha osservato il silenzio elettorale e si è messo davvero a riflettere, i pensieri sono andati al prossimo passaggio cruciale per il destino politico del Paese: l’elezione del Capo dello Stato. Annalisa Cuzzocrea anticipa per Repubblica una possibile soluzione.

«Delle due correnti del "partito di Draghi", il movimento trasversale che dentro e fuori il Parlamento tifa perché il premier resti il più a lungo possibile, sembra nelle ultime ore prevalere quella che invece che a Palazzo Chigi lo vorrebbe al Quirinale. Lo hanno detto senza giri di parole il leghista Giancarlo Giorgetti e il forzista Renato Brunetta, ma è solo una piccola avanguardia: a pensarlo sono molti di più. Il percorso che però fino a qualche mese fa sembrava annunciato, si mostra ora pieno di ostacoli. I partiti, paralizzati dal governo e impegnati finora a scontrarsi alle amministrative, dopo la metà di ottobre si riapproprieranno di una delle loro consolle preferite: quella che sullo schermo proietta il futuro dell'Italia per i prossimi sette anni. Ci saranno candidature da bruciare, sgambetti dell'ultimo momento, sarti che dovranno riporre vestiti pronti in naftalina, interessi opposti e incrociati. Arrivare a primavera come si parte in autunno, è un'operazione politica complessa. Ma questo non significa che non ci sia chi ci sta lavorando. Il primo masso da rimuovere dal cammino, sono le elezioni anticipate. Checché ne dicano Matteo Salvini e Giorgia Meloni e perfino - in fondo - Giuseppe Conte ed Enrico Letta, tra i dirigenti dei partiti sono in tanti a scommettere che questo Parlamento non si lascerà mandare a casa facilmente. Per due ragioni alquanto prosaiche. La prima è che con il taglio dei parlamentari saranno in molti di meno a rientrare (l'unico partito a non avere questo problema è Fratelli d'Italia). La seconda è che fino a quattro anni, sei mesi e un giorno - quindi fino al 15 settembre del 2022 - gli attuali parlamentari non matureranno la pensione. Che sarà anche poca cosa, rispetto ai fasti di un tempo, ma è comunque una garanzia considerata ormai troppo vicina per potervi rinunciare. C'è poi una terza ragione ancora più importante. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrà bisogno, fino al 2023, di essere portato avanti da chi lo ha impostato. Protetto dal rischio di fallimenti: basta un bando fatto male, una sospensione brusca del lavoro dell'esecutivo, per perdere fondi preziosi, vitali per la rinascita del Paese dopo la pandemia. Così torna l'ipotesi di un governo ponte fino alla fine della legislatura. Che potrebbe nascere però a un'unica condizione: nessuno dell'attuale maggioranza dovrebbe sfilarsene. Perché nessun partito - che siano i 5 Stelle, il Pd, Forza Italia, la Lega - potrebbe accettare che un altro si chiami fuori cannoneggiando dall'opposizione e acquisendo crediti per la campagna elettorale (quello che adesso sta facendo Giorgia Meloni). Ma chi potrebbe assumere un incarico del genere? L'ipotesi più probabile, a oggi e secondo molte fonti interne all'esecutivo, sarebbe il ministro dell'Economia Daniele Franco. Autentica emanazione di Mario Draghi al governo. Una sorta di avatar, che aiuterebbe a dare l'impressione - anche all'estero - che dal Colle l'ex presidente della Bce possa ancora tenere sotto controllo la situazione in una fase molto delicata come quella della discussione del nuovo patto di stabilità. «E così avremo realizzato il semipresidenzialismo », scherza un ministro. Perché è chiaro che su Palazzo Chigi resterebbe forte l'ombra di Draghi. Proprio mercoledì, in conferenza stampa accanto al responsabile dell'Economia, il premier ha speso parole di elogio: «Dall'inizio dell'anno sono di fatto già tre le leggi di bilancio. È un lavoro veramente straordinario e voglio ringraziare il ministro Franco». Che poi un'ombra possa essere davvero protettrice, è un altro conto. Dentro il governo chi non ci crede prevede che seppure l'esecutivo ponte arrivasse a fine legislatura grazie all'inerzia dei parlamentari, lo farebbe lavorando male, sotto lo schiaffo permanente dei partiti in cerca di visibilità. Quel che è possibile con elezioni lontane, e con Draghi a guidare, è più complicato quando il voto si avvicina. Franco, però, sarebbe perfetto per non turbare troppo i partiti. Già ragioniere dello Stato e direttore generale di Banca d'Italia, disinteressato ai giochi della politica e di certo anche a un futuro da candidato, tanto schivo quanto super partes. Gli altri partono in salita. La Guardasigilli Marta Cartabia, dopo il braccio di ferro sulla riforma della Giustizia, ha contro il mondo 5 stelle ed è ormai considerata una mossa impossibile. Quel che vale per lei vale dieci volte di più per la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: nel suo caso sarebbe la Lega a mettersi di traverso. E quindi, anche stavolta, il miraggio di una donna premier è destinato a svanire. Un esponente più politico, che sia il dem Lorenzo Guerini o lo stesso leghista Giancarlo Giorgetti, sbilancerebbe troppo un esecutivo già fragile. Resta quindi Franco. Sempre che non si consideri realistico il sogno di Renato Brunetta: il ministro della Funzione pubblica è il più anziano tra i suoi colleghi. In caso di vacatio, fino alla formazione di un nuovo governo, la guida spetterebbe a lui. Ma l'idea che resti da premier, forse più di tutte, è considerata un'ipotesi dell'irrealtà: né la Lega né il Pd lo accetterebbero mai».

SCUOLA 1. NESSUN CONTAGIO DI MASSA

Roberto Battiston è uno degli scienziati italiani più attendibili nell’analizzare l’andamento della pandemia. Il suo bilancio a quasi un mese dalla riapertura delle scuole è incoraggiante. Luca Fraioli per Repubblica.

«Senza vaccini saremmo in una situazione ben peggiore di quella dell'ottobre del 2020, quando eravamo alla vigilia della seconda ondata». Lo dicono i numeri (e i grafici) elaborati da Roberto Battiston, docente di fisica all'Università di Trento e attento osservatore dell'evoluzione della pandemia in Italia. Battiston, come molti esperti, attendeva di poter analizzare i dati di inizio ottobre, che avrebbero potuto registrare gli "effetti collaterali" della riapertura delle scuole in presenza e del ritorno alla normalità in quasi tutti i settori produttivi nella seconda metà di settembre. Ebbene professore? «Partiamo dall'estate appena trascorsa, che è stata più difficile di quella del 2020 a causa della variante Delta, diffusasi tra fine giugno e inizio luglio. In quelle settimane sia Rt che i nuovi infetti quotidiani si sono impennati ed erano ben più alti che nello stesso periodo dell'anno precedente». E poi cosa è successo? «Si è fatto sentire l'effetto della campagna vaccinale, che dopo avere spento definitivamente la variante Alfa, che ancora circolava, ha domato l'effetto della Delta, facendo piegare verso il basso sia la curva dell'Rt che quella dei nuovi infetti quotidiani». C'era grande attesa per la ripresa autunnale. Quali sono le differenze tra il 2020 e il 2021? «L'anno scorso di questi tempi venivamo da una estate dai numeri molto bassi, ma poi i nuovi infetti e Rt crebbero in modo rapidissimo dopo la riapertura delle scuole e delle attività produttive, portando a fine novembre il numero degli infetti attivi a quota 800mila. Quest' anno non sta accadendo niente di simile: siamo partiti, come detto, da numeri estivi più alti, ma da metà agosto siamo in continua decrescita, anche se negli ultimi giorni si osserva un leggero rallentamento. E questo nonostante la dominanza della variante Delta, molto più contagiosa e aggressiva: ha una capacità infettiva di quasi 3 volte superiore a quella del Coronavirus originario. Eppure nei numeri non vediamo l'effetto di questa straordinaria capacità di contagio, nonostante che, solo con la riapertura delle scuole, si sia messo in moto un rimescolamento della società che coinvolge, direttamente o indirettamente più di nove milioni fra studenti e personale scolastico oltre ai rispettivi nuclei familiari, una parte sostanziale della società italiana». Tutto merito dei vaccini? «Dei vaccini e, da agosto, anche del Green pass. Se ci fossimo affidati solo alle mascherine e al distanziamento non saremmo certo riusciti a contenere la Delta. Ricordiamo che l'autunno scorso, pur di fronte a un virus assai meno aggressivo, furono necessari mesi di zone rosse e didattica a distanza in gran parte delle scuole. Oggi invece abbiamo la possibilità di tornare alla normalità in condizioni di sostanziale sicurezza». Dunque ce l'abbiamo fatta? «Non ancora. I numeri ci dicono che l'epidemia è tuttora in corso, anche se con il muro del vaccino la stiamo contenendo in modo soddisfacente: la strategia italiana merita gli apprezzamenti fatti recentemente da Fauci. Ma quel muro deve essere ulteriormente innalzato, vaccinando la quota di popolazione che non ha ancora copertura. Non possiamo abbassare la guardia, per esempio eliminando di colpo le mascherine. Ce lo dimostra il caso del Regno Unito, dove a luglio hanno riaperto tutto senza alcuna misura di distanziamento, contando sul fatto di aver sconfitto il virus con il vaccino, per poi trovarsi con i contagi fuori controllo: a fronte di una popolazione simile a quella italiana, in UK da mesi registrano 30mila nuovi infetti al giorno contro i 3 mila dell'Italia, molti più ricoveri e quasi il triplo di morti quotidiane da Covid».

SCUOLA 2. I BANCHI

La prima notizia è stata data dal Tempo di Roma. 110 mila banchi sono stati ritirati perché fuori legge. La cronaca del Corriere della Sera a cura di Fabio Savelli.

«Banchi monoposto un po' più lunghi del previsto. Non in grado di rispettare il distanziamento tra i ragazzi, perché di 74 centimetri e non di 60, la misura massima consentita. Banchi soprattutto non anti incendio, nel rapporto con la superficie di metri cubi della classe, e dunque potenzialmente pericolosi per i ragazzi. Soprattutto un ritiro di emergenza - rivelato dal quotidiano Il Tempo - di 110mila banchi in 136 diversi istituti in tutta Italia, affidato alla struttura commissariale guidata dal generale Francesco Figliuolo. Tramite un assegno di 172.987,08 euro al netto dell'Iva staccato dallo stesso Commissariato alla ditta di trasporti Jet Air Service Spa , iscritta alla Camera di commercio italo-cinese. Per ritirare i banchi in fretta e furia, visto il suo rapporto consolidato con le rotte del Far East che le ha permesso di gestire in passato anche le spedizioni di attrezzature sanitarie, come mascherine e dispositivi medici, dalla Cina verso l'Italia. Dopo i banchi a rotelle, commissionati dall'allora ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina e usati col contagocce dalle scuole, ora il caso dei monoposto. Sul tavolo inevitabilmente c'è la gestione delle forniture della vecchia struttura commissariale guidata dall'ex commissario all'emergenza (e numero uno dell'agenzia per lo sviluppo Invitalia) Domenico Arcuri. Per mitigare i potenziali rischi nelle scuole che li avevano in dotazione, ci sarebbe stato un vertice il 6 luglio scorso che ha coinvolto la struttura tecnica del ministero, guidato ora da Patrizio Bianchi. Si sarebbe deciso di procedere alla rimozione in previsione del nuovo anno scolastico e perciò è stata contattata la nuova struttura commissariale che gestisce i conti delle forniture in questa fase emergenziale. Per farlo è stata necessaria una determina, datata 21 settembre, che ha steso il piano logistico per ritirare questi arredi realizzati dalla portoghese Nautilus che sottoscrisse due contratti durante la gestione Arcuri. Il primo, da 2,2 milioni, per la fornitura di 70mila sedie. Il secondo, da 7,3 milioni, appunto per questi 110mila banchi non a norma, soprattutto se il loro numero all'interno di una classe sia superiore alla superficie di metri cubi totale consentita per la legge anti-incendio. Fonti della vecchia gestione rilevano però che il contratto di fornitura con la portoghese Nautilus era di solo 37mila banchi, di cui 6mila non erano stati accettati dai dirigenti scolastici per le dimensioni eccessive. Erano stati scelti da una commissione tecnica in cui figuravano anche due membri del ministero dell'Istruzione e uno dell'Inail. La portoghese Nautilus era finita da tempo nel mirino tanto che la vecchia struttura commissariale aveva deciso di rescindere il contratto 19 ottobre 2020 perché la merce veniva consegnata in ritardo. Quel che invece è certo è che il cambio di passo tra le due strutture, deciso il 1° marzo dal governo Draghi, determina inevitabilmente un'eredità sugli approvvigionamenti che si scopre giorno dopo giorno. Le procedure di emergenza dettate dalla crisi sanitaria hanno imposto una politica di accentramento. Ora l'ennesimo conto a carico di tutti».

AFFITTI BREVI, OGNI ALLOGGIO AVRÀ UN CODICE

Michela Finizio sul Sole 24 Ore spiega le nuove disposizioni per far emergere, e tassare, gli alloggi dati in affitto temporaneo, col sistema tipo Airbnb.

«Con il via libera alla banca dati delle strutture ricettive si aggiunge un altro tassello alla lotta contro le irregolarità nel mercato degli affitti brevi. Se per alberghi e operatori turistici professionali cambierà poco, la novità entra infatti a gamba tesa nelle locazioni brevi, un segmento del turismo extra-alberghiero che spesso sfugge alle statistiche e ai controlli, e la cui crescita sembra inarrestabile nonostante la frenata imposta dalla pandemia. Nei prossimi mesi nascerà la piattaforma che raccoglierà le informazioni relative a tutte le strutture ricettive e agli alloggi concessi in affitto breve sul territorio nazionale. A ciascuno verrà attribuito un codice identificativo da esporre negli annunci. E sono previste delle sanzioni per chi pubblicizzerà, anche tramite agenzie di intermediazione immobiliare o portali telematici, il proprio alloggio privo di codice identificativo: da 500 euro a 5mila euro per ogni unità non "schedata", che diventano il doppio se la violazione è reiterata. A sbloccare la situazione è stata la firma del decreto attuativo da parte del ministero del Turismo, a distanza di due anni e mezzo dall'approvazione del decreto "Crescita" (34/2019) che aveva istituito la banca dati. L'obiettivo è mappare l'offerta, così da far emergere chi opera nell'ombra. Alcune Regioni già utilizzano il codice per "tracciare" il fenomeno e lo rilasciano previa comunicazione, da inviare al Comune. Ad esempio, in Lombardia agli alloggi per la locazione turistica viene attribuito il «Cir» o codice identificativo regionale. Ma se non esiste quello regionale, sarà la banca dati nazionale ad attribuirne uno. Nelle prossime settimane il ministero dovrà affidare la realizzazione della piattaforma informatica tramite procedura pubblica e definire un protocollo di intesa con Regioni e Province autonome, che andrà siglato entro 90 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto ministeriale. Sarà questo protocollo a stabilire la data di entrata in vigore dell'obbligo di esposizione del codice identificativo negli annunci e l'occasione sarà determinante per "uniformare" le varie legislazioni regionali in materia che fissano - in alcuni casi in modo differente tra loro - i confini della locazione turistica. I parametri che verranno utilizzati sono legati ai servizi offerti, all'accessibilità, al numero di posti letto, alla presenza o meno di attrezzature, strutture ricreative, attività legate al benessere della persona oppure aree di sosta. Spetterà alle Regioni, con la collaborazione del sistema camerale, trasmettere i dati raccolti sul territorio alla banca dati nazionale, secondo modalità da definire sempre nell'intesa. Le reazioni degli operatori Plaude all'iniziativa, finalmente "sbloccata" dal ministro Garavaglia, Confindustria Alberghi: «È uno strumento - dichiara la presidente Maria Carmela Colaiacovo - che chiedevamo da molto tempo. Non solo per la lotta all'evasione e alla concorrenza sleale, ma anche per fotografare quei fenomeni che in passato, in assenza di controlli, hanno provocato lo svuotamento delle città». Più cauti property manager e gestori di affitti brevi rappresentati dall'associazione Aigab, per i quali sarà cruciale vedere come verrà attuata la banca dati. «Potrebbero prendere il portale di Turismo 5, a cui gli operatori di alcune regioni sono già tenuti a comunicare i flussi, ed estenderlo a livello nazionale - dice il presidente Marco Celani - senza sprecare soldi pubblici nello sviluppo di altre macchinose piattaforme». Sono i proprietari immobiliari, poi, a ricordare che già esiste un ampio pacchetto di regole che disciplina il mercato degli affitti brevi. «Si tratta di un ennesimo obbligo - afferma Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia - che si aggiunge ai tanti introdotti negli ultimi anni. Si pensi alla comunicazione alla Questura, alla ritenuta Irpef sui canoni, alla comunicazione alle Entrate da parte di intermediari e portali, alla recentissima e illogica presunzione di imprenditorialità in funzione del numero degli appartamenti. Invochiamo una tregua normativa sul tema». Il "grande fratello" sugli affitti brevi, in effetti, ha già diversi occhi che dovrebbero disincentivare il sommerso. 1 Innanzitutto ci sono le norme regionali, che si muovono in ordine sparso, ma che spesso già prevedono l'obbligo di comunicare i flussi al portale statistico Turismo 5 o l'inizio attività presso il Comune. 2 Inoltre, in attesa della banca dati della ricettività i cui dati potranno essere trasferiti all'agenzia delle Entrate come previsto dal Dl 34/2019, il ministero dell'Interno è già tenuto a inviare al Fisco i dati delle comunicazioni al portale Alloggiatiweb della Polizia di Stato: qui tutti gli host sono tenuti a trasmettere le generalità degli ospiti, come disposto dal decreto "Sicurezza" (Dl 113/2018). 3 A tutto ciò si aggiungono, per effetto del Dl 50/2017, le ritenute della cedolare secca applicate dagli intermediari e dai portali che operano come sostituti d'imposta. Oppure i dati che devono trasmettere all'amministrazione finanziaria le online travel agencies che non incassano direttamente. Incrociarli tra loro potrebbe già bastare per far emergere il sommerso. «Il problema - conclude Celani - è che, senza individuare un titolare dei controlli, le norme poi restano lettera morta. E anche se noi operatori professionali investiamo e filtriamo l'offerta, così ci sarà sempre chi preferirà farlo in nero. Messo in piedi il sistema di regole, vanno erogate le sanzioni. La verifica dei codici sugli annunci può essere fatta anche digitalmente e la Pa si deve dotare di mezzi per eseguire certi controlli. Sanzionando anche i portali che pubblicheranno offerte non regolari».

G20, LA THINK TANK DI MILANO

Al via a Milano il Global Summit dei centri studi internazionali in vista del G20 di fine mese: coordinato da Ispi e Bocconi, ospiti i leader di Onu, Oms e Fmi. Un’occasione di  pensiero strategico in vista dell’appuntamento del 30 e 31 ottobre. Lo presente il Corriere della Sera.

«Il G20 di Roma del 30 e 31 ottobre è il punto di arrivo di un anno di lavori, eventi e riunioni ministeriali che hanno portato fino al vertice finale fra i capi di Stato e di governo delle principali economie del mondo, i 20 Paesi che rappresentano l'80 per cento del Pil mondiale, il 75 del commercio internazionale e il 60 della popolazione della Terra. In questi 12 mesi, oltre 600 think tank di tutto il mondo hanno lavorato parallelamente al Think20, il G20 dei centri studi coordinato dall'Ispi insieme alla Bocconi che ha provato a fornire risposte innovative ma realistiche ai temi proposti dalla presidenza italiana: salute e vaccini, emergenza climatica e crescita sostenibile, finanza internazionale, commercio ed investimenti, digitalizzazione, povertà e disuguaglianze. «Engagement group» ufficiale del vertice, il Think20 ha schierato 10 task force tematiche che hanno accompagnato le fasi del G20 partecipando ai lavori e facendo dichiarazioni ufficiali per riuscire a influire su politiche e decisioni. Al termine del percorso sono stati presentati 125 policy brief - fondati su ricerche e orientati a fornire raccomandazioni ai leader politici - che sono stati elaborati da 600 autori provenienti da circa 60 Paesi: rispetto al G20 si tratta dunque di un gruppo di lavoro molto più inclusivo, che ha coinvolto anche Paesi del Sud del mondo facendone arrivare la voce fino a Roma. I risultati finali di questo anno di studio e ricerche, incentrato principalmente sulla salute e sulla transizione digitale ed ecologica, diventati nodi centrali dello sviluppo globale, ma anche sul «finance track», il filone finanziario alla base del vertice e dedicato alla stabilità internazionale, saranno presentati a partire da oggi e fino a mercoledì 6 ottobre al Global Summit del Think20, che sarà aperto da un messaggio del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e dagli interventi di Giampiero Massolo, presidente dell'Ispi, Gianmario Verona, rettore dell'Università Bocconi, e Paolo Magri, vicepresidente dell'Ispi, nonché coordinatore nazionale e chair del T20. Interverranno - in presenza nell'aula magna della Bocconi o in collegamento - policy maker ed esperti di tutto il mondo, che si confronteranno sulle sfide globali al centro del G20. Fra loro ci sarà la direttrice generale del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva, che presenterà l'outlook dell'agenzia con il suo curtain raiser annuale, il discorso con cui è solita alzare il sipario sulle prospettive economiche globali prima dei meeting dell'Fmi e della Banca mondiale. Ci saranno poi il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus; l'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani Michelle Bachelet; il premio Nobel per l'economia 2019 Esther Duflo; il direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University Jeffrey Sachs; il presidente emerito di Harvard ed ex segretario al Tesoro americano Larry Summers; il segretario esecutivo della Convezione Onu sui cambiamenti climatici Patricia Espinosa; il direttore generale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni António Vitorino; l'astronauta Samantha Cristoforetti; la scienziata Ilaria Capua. La presidenza italiana del G20, che ha lavorato in coordinamento con il T20, sarà rappresentata dal ministro per l'Innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao, da quello degli Esteri Luigi Di Maio, da quello dell'Economia Daniele Franco - che mercoledì riceverà il final communiqué - e da quello per la Transizione ecologica Roberto Cingolani. Ci sarà anche lo sherpa italiano, l'ambasciatore Luigi Mattiolo che è stato l'emissario del presidente Mario Draghi e che chiuderà la prima giornata».

NUOVO SCANDALO: I PANDORA PAPERS

Il re giordano Abdullah usò soldi offshore per investire in Usa mentre chiedeva soldi a Washington. L'ex premier inglese Blair per acquistare un palazzo da un ministro del Bahrein. L'ex re di Spagna Juan Carlos ha usato i conti dell'amante Larsen per sfuggire ai controlli fiscali. La top model Claudia Schiffer possiede 6 società offshore nelle isole Vergini per gestire la sua fortuna. È l’ultimo scandalo scoppiato per la pubblicazione di un’inchiesta giornalistica internazionale indipendente, chiamata Pandora Papers. La racconta su Repubblica Vittorio Malaguti.

«Cinque anni dopo i Panama Papers, una nuova inchiesta giornalistica internazionale ancora più ampia svela le ricchezze nascoste nei paradisi fiscali da migliaia di potenti di tutto il mondo. Ci sono 35 capi di Stato o di governo. Più di 300 politici di oltre novanta nazioni: ministri, leader di partito, parlamentari. Insieme a generali, banchieri, industriali, celebrità dello sport, moda e spettacolo. Le nuove carte, chiamate Pandora Papers, documentano una miriade di affari ricchissimi con i nomi dei beneficiari, finora tenuti segreti. Tra i politici europei spiccano il premier della Repubblica Ceca, il ministro olandese dell'Economia, il presidente dell'Ucraina. Ma ci sono anche criminali. Bancarottieri. Trafficanti di droga. E boss mafiosi italiani. L'inchiesta, coordinata dall'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), si chiama Pandora Papers perché scoperchia un vaso di veleni di portata mondiale. Più di 11,9 milioni di documenti, provenienti da 14 società fiduciarie con sedi in decine di paradisi fiscali, con i nomi di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, finora sconosciuti. Da questa marea di carte emergono le casseforti segrete di 46 oligarchi russi, le offshore che azzerano le tasse a una super casta di 130 multi-miliardari, i conti esteri di oltre 330 politici. I risultati dell'inchiesta, durata quasi due anni, sono il frutto del lavoro collettivo di oltre 600 giornalisti di 150 testate internazionali, tra cui l'Espresso in esclusiva per l'Italia. «Pandora Papers è la più grande inchiesta collettiva nella storia del giornalismo», scrive Icij nell'articolo di presentazione. I Pandora Papers documentano, tra mille altre storie, che il premier ceco Andrej Babis, capo di un governo populista di destra, ha usato società-schermo delle Isole Vergini Britanniche, nel 2009, per acquistare una villa da 22 milioni in Costa Azzurra. E non ha lo mai dichiarato alle autorità del suo Paese. In Olanda, il ministro dell'Economia, Wopke Hoekstra, che ha spesso attaccato l'Italia in nome del rigore finanziario, è entrato nel 2009 in una offshore controllata da una cordata di ex manager di un colosso bancario. Ed è così diventato uno degli azionisti anonimi di una compagnia di safari in Africa. È rimasto nella offshore anche dopo l'elezione a senatore. E non l'ha mai dichiarata. In Ucraina, il capo dello Stato, Volodimyr Zelenskij, ex comico portato al successo da uno show televisivo, ha posseduto segretamente per anni, tramite offshore, un'azienda di produzioni per cinema e tv. Nel marzo 2019, un mese prima delle elezioni, ha ceduto le sue azioni a un amico, Sergiy Shefir, che poi ha nominato primo consigliere della presidenza ucraina. In Spagna fa rumore il nome di Juan Carlos di Spagna, l'ex re che ha abdicato nel 2014 a favore del figlio Felipe VI, tra accuse di evasione e indagini fiscali. Le carte svelano che la sua ex amante Corinna Larsen, nel 2007, firmò un lascito testamentario a favore dell'allora sovrano, assegnandogli però solo una parte dei beni di un trust neozelandese di cui Juan Carlos era comproprietario. E poi Abdullah di Giordania, che investe 100 milioni di dollari negli Usa tramite offshore mentre il governo americano versava miliardi alla Giordania per combattere il terrorismo e arginare il dilagare delle Primavere arabe. Mentre l'ex premier britannico Tony Blair, tramite una offshore, ha acquistato un palazzo a Londra da un ministro del Bahrein, risparmiando circa 400 mila di tasse immobiliari. Tra migliaia di vip sedotti dalle offshore compaiono la modella tedesca Claudia Schiffer, star della musica come Shakira, Elton John e Julio Iglesias, con molti big del calcio, motociclismo e altri sport. I documenti dei fiduciari, finora riservati, riguardano anche le società estere finite al centro delle indagini del fisco spagnolo su Carlo Ancelotti, oggi allenatore del Real Madrid. E gli investimenti offshore di personaggi come l'ex neonazista Delfo Zorzi. O il boss della camorra Raffaele Amato, capo dei clan "scissionisti" al centro della guerra di mafia descritta in Gomorra. Nei Pandora Papers ci sono molti altri nomi italiani: celebrità del calcio, moda e spettacolo, politici e loro familiari, mafiosi con i loro tesorieri. Le loro avventure nello spazio offshore verranno raccontate in esclusiva dall'Espresso a partire da venerdì (nell'edizione digitale) e nel numero in edicola con Repubblica da domenica 10 ottobre».

LE TERRE RARE NELLE MANI DELLA CINA

Sono elementi strategici per la nuova economia green, ma l’Occidente li ha lasciati in mano alla Cina. Virginia Della Sala per Il Fatto.

«Digitalizzare e decarbonizzare: due obiettivi che in comune hanno la necessità delle cosiddette "terre rare". Parliamo di elementi che, pur essendo molto comuni, presentano due grossi problemi: 1) la loro concentrazione in natura è variabile e mista ad altre sostanze e così il processo di separazione per produrle risulta costoso, soprattutto dal punto di vista ambientale (molte estrazioni richiedono, ad esempio, lo smaltimento di scorie radioattive); 2) produzione, lavorazione e mercato sono appannaggio quasi esclusivo della Cina. L'occidente, di fatto, ha mollato da anni la palla e rischia di pagarne presto le conseguenze. Intanto, di che parliamo? Le terre rare sono un gruppo di 17 tra gli ultimi elementi chimici della tavola periodica e includono la famiglia dei lantanidi più lo scandio e l'ittrio. Sono stati scoperti per lo più a partire dal XVII secolo e sono poco noti quanto fondamentali nello sviluppo tecnologico, soprattutto per l'energia rinnovabile e i motori elettrici. Con loro, ci sono i cosiddetti "minerali critici" come litio e cobalto. Oggi la Cina, non solo controlla la propria produzione e le catene di fornitura, ma ha anche consolidato relazioni strette con altri fornitori, per lo più Paesi in via di sviluppo. "Le terre rare sono indispensabili per l'imminente trasformazione economica e costituiscono un aspetto fondamentale dell'ultimo disperato sforzo per contribuire a salvare il pianeta dalla catastrofe climatica", spiega Sophia Kalantzakos, docente in Environmental Studies and Public Policy alla New York University nel suo libro Terre rare, la Cina e la geopolitica dei materiali strategici (Egea, Bocconi Editore): "Quando vengono brandite geopoliticamente come armi, possono trasformarsi in catalizzatori di relazioni internazionali sempre più aggressive e pericolose". Chip, microchip, nanotecnologie ma anche fotovoltaico, eolico, idroelettrico. E batterie: le terre rare sono la materia prima della materia prima per le nuove tecnologie, green e non. Oggi assistiamo alla crisi delle forniture, alla base c'è anche la stretta ulteriore che Pechino sta imponendo sulla sua produzione di terre rare e relativa supply chain. Nella situazione attuale, l'Occidente semplicemente non si può permettere una guerra commerciale. Una prima crisi delle terre rare si era avuta nel 2010, durante la disputa sulla sovranità delle isole Senkaku. Il blocco (non ufficiale) delle esportazioni di terre rare in Giappone generò uno choc nei prezzi (tra +300% e picchi del +4.000%) e negli approvvigionamenti in tutto l'Occidente. La controversia fu risolta dal Wto: stabilì che la Cina aveva violato le regole internazionali, ma il governo di Pechino rimosse le limitazioni alle esportazioni solo nel 2014. "Benché la Cina abbia accettato di sottostare alle decisioni, tra la presentazione del ricorso e il verdetto finale ha avuto tempo per raggiungere i suoi obiettivi intermedi senza mostrarsi apertamente inadempiente" spiega l'autrice. Nel frattempo Usa e Ue si misero in moto per potenziare una propria industria, scontrandosi con diversi ostacoli: la mancanza di tecnologia adeguata, l'altissimo costo del lavoro (che portò gli Usa ad aprire imprese direttamente in Cina), i rischi aziendali e soprattutto lo smaltimento delle scorie. In meno di un decennio, l'attenzione è scemata, le aziende aperte sono fallite, la crisi del 2010 è stata dimenticata. Intanto, dal 2018, la Cina è diventata anche un importatore di terre rare. Per la monazite è diventata il principale acquirente da Brasile, Madagascar, Thailandia e Vietnam. Ha sviluppato, inoltre, tutta la filiera della lavorazione. Spiega Kalantzakos nel suo libro: "Nel 2021 la Cina sta portando a compimento il suo piano per standardizzare la gestione del settore delle terre rare e promuoverne lo sviluppo a un alto livello qualitativo, rafforzando management e supervisione sull'intera catena industriale, il che le consentirà di esercitare un maggior controllo sull'offerta, la domanda e le dinamiche di prezzo". Le imprese cinesi, che sono verticalmente integrate lungo tutta la filiera, si sono assicurate importazioni dal Sud America e costruito stretti legami con l'altro grande fornitore mondiale di terre rare, l'Australia, (che genera da sola il 55 per cento delle esportazioni di litio). Durante l'ultima crisi, quando Canberra ha invocato un'inchiesta internazionale sulle origini del Covid-19, Pechino ha ufficiosamente suggerito di evitare molte delle importazioni dall'Australia: "L'Australia - spiega Kalantzakos - è priva del tipo di verticalizzazione necessario per il controllo della supply chain e acquisire quella capacità potrebbe essere proibitivo perché il costo del lavoro in Australia è molto più alto che in Cina". Molti sono stati anche gli errori, anche di sottovalutazione, degli Usa. La storia dietro al magnete neodimio-ferro-boro è emblematica. "Quando questi magneti furono creati - spiega Kalantzakos - due imprese, General Motors ( GM ) e Hitachi, ottennero i brevetti. GM brevettò i magneti a 'solidificazione rapida', mentre Hitachi brevettò i 'sinterizzati'. GM poi affidò a un'impresa costituita appositamente - la Magnequench - la produzione dei magneti per i propri veicoli. Nel 1995, due gruppi cinesi hanno unito le loro forze con una società di investimento statunitense e hanno cercato di acquistare Magnequench. Il governo statunitense ha approvato l'acquisizione e l'operazione è stata autorizzata alla condizione che i cinesi accettassero di mantenere l'impresa negli Usa per almeno cinque anni. Il giorno successivo alla scadenza, l'impresa ha chiuso le sue attività, i dipendenti sono stati licenziati e l'intero business è stato trasferito in Cina". Con l'impresa, è partita anche la tecnologia. "Nel 1998, il 90% della produzione di magneti era in Usa, Ue e Giappone. Ora la gran parte è in Cina". Anche considerare la crisi del 2010 una "perturbazione passeggera" è stato un errore e con l'abbassamento dei prezzi successivo le miniere non cinesi sono collassate, come la Molycorp negli Stati Uniti, che ha presentato istanza di fallimento nel giugno 2015. Infine, va segnalato che nessuno è ancora riuscito a trovare una soluzione non antieconomica per riciclare le terre rare già impiegate, cioè a risolvere il paradosso di una rivoluzione ecologica che potrebbe aver bisogno di inquinare. "Nessuna delle proposte di legge Usa è giunta fino all'approvazione, né la comunità scientifica è stata capace di trovare soluzioni". Ma non sono solo i politici ad avere la vista corta: "Le imprese pronte a pagare una maggiorazione di prezzo per le terre prodotte fuori della Cina quando il mercato era ai massimi, ora non sono disposte a supportare le fonti alternative esistenti a meno che i prezzi dei prodotti non siano uguali o inferiori a quelli cinesi"».

AFGHANISTAN 1. NUOVO ATTENTATO DELL’ISIS

Attentato dell’Isis-K nel cuore di Kabul. Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere.

«Una bomba per colpire i leader talebani nel cuore di Kabul. L'ennesima prova dell'inasprimento del braccio di ferro tra il nuovo regime e i militanti di Isis in Afghanistan. L'esplosione è avvenuta di fronte alla moschea Eidgah, dove si teneva una cerimonia in memoria della madre di Zabihullah Mujahid, uno dei volti più noti del movimento talebano per il suo ruolo di portavoce ufficiale. Si parla di cinque morti e alcuni feriti. Anche se sui social il numero dei morti sale a otto e dei feriti a venti. L'ospedale della Ong italiana Emergency dichiara di avere ricoverato quattro persone. Il portavoce del ministero degli Interni spiega che almeno tre sospetti sono stati arrestati. A ieri sera non erano giunte rivendicazioni di sorta. Ma i maggiori commentatori internazionali non esistano a puntare il dito contro le cellule locali di Isis. Punto fermo degli accordi di Doha con gli americani è che oggi i talebani promettono che nessun gruppo jihadista internazionalista potrà avere base in Afghanistan. Ma Isis alza la testa. Da dopo il gravissimo attentato di fine agosto contro l'aeroporto di Kabul, almeno una decina di talebani hanno perso la vita in settembre per diversi attacchi contro le loro pattuglie nella zona di Jalalabad. In serata erano segnalati scontri a fuoco nei quartieri settentrionali della capitale».

AFGHANISTAN 2. IL PAKISTAN BLOCCA L’ESODO

Per ritorsione contro un pronunciamento del Parlamento europeo, il Pakistan ferma il flusso dell’evacuazione dei collaboratori degli occidentali rimasti in Afghanistan.  Floriana Bulfon per Repubblica.

«Un corto circuito tra le istituzioni europee rischia di trasformare in una trappola la fuga dei collaboratori abbandonati in Afghanistan dalla disastrosa ritirata occidentale. Tanti di quelli che erano inseriti nelle liste degli aerei per lasciare Kabul, ma erano rimasti a terra, si sono messi in marcia per il Pakistan. Hanno affrontato un'odissea pur di salvarsi, rimanendo per giorni in coda alla frontiera: «Ho visto morire le persone in quella ressa. Ho visto i talebani colpire la gente nel mucchio con il calcio delle armi, con pugni e tubi di plastica», ha raccontato Hamid Ehsan a sosafghanistan@ repubblica.it, l'iniziativa di Repubblica per non dimenticare queste persone, esposte alla vendetta talebana. Migliaia di disperati sono riusciti a entrare in Pakistan, senza documenti che li accreditino come perseguitati. Ma grazie all'opera silenziosa della diplomazia hanno trovato la salvezza: in deroga alla legge locale gli veniva permesso di passare la frontiera senza passaporto, poi le ambasciate organizzavano i viaggi per l'espatrio. Dalla fine del ponte aereo di Kabul, quasi un centinaio di persone sono arrivate così in Italia. A metà settembre però il colpo di scena. Il Parlamento europeo chiede di rivedere il GSP+, un sistema di preferenze generalizzate in base al quale l'Unione invece di dare soldi per l'aiuto allo sviluppo assorbe le esportazioni pachistane, soprattutto tessili, senza dazi doganali. Era stato concesso nel 2014. In questi anni ha fatto aumentare del 65% l'export del Pakistan e ha anche permesso all'Italia di vendere telai e macchinari. In cambio Islamabad aveva accettato di attuare una ventina di convenzioni riconosciute a livello internazionale. Per l'Europa però sono rimaste lettera morta: non sono riusciti a fare progressi significativi nella protezione dei diritti umani a partire dalle severe leggi sulla blasfemia con tanto di pena di morte e inoltre pende l'accusa di aver appoggiato la vittoria dei talebani. E così a Bruxelles hanno deciso di chiederne la revoca. Alla fine la Commissione ha stabilito che l'accordo prosegue e ha introdotto sei nuove convenzioni, ma per il governo di Islamabad è stato uno schiaffo: dal GSP+ dipendono un milione di posti di lavoro. Il Pakistan lo ha ritenuto un atto di ingratitudine, dopo il sostegno fornito all'Europa permettendo il passaggio di aerei e navi per il rientro di militari e civili in ritirata dall'Afghanistan. E dopo che, per quasi quattro settimane, hanno concesso una tacita sanatoria dei collaboratori afghani in fuga, che altrimenti sarebbero stati arrestati come immigrati clandestini. Fino a quel momento alle ambasciate europee bastava una nota verbale per ottenere un timbro di ingresso valido trenta giorni, il tempo sufficiente per portare via le persone in pericolo. È arrivata così in Italia Safiya, la giovane pallavolista che, dopo aver visto la sua compagna di squadra uccisa perché giocava senza hijab, è riuscita a scappare anche grazie all'aiuto dell'ex ct dell'Italvolley Mauro Berruto. I costi del viaggio, come anche la garanzia di vitto, alloggio e spese sanitarie, sono stati garantiti per lei e per tanti altri, da privati cittadini e associazioni che si sono dati da fare per aiutare chi ci aveva aiutato in Afghanistan. La proposta di risoluzione dell'europarlamento ha sbarrato questo corridoio, trasformando la speranza in incubo. Lo stanno vivendo Hamid Ehsan e gli altri operatori afghani dell'ong italiana Wave of Hope for the Future. Hanno contribuito a ricostruire la scuola di Farza, rasa al suolo dai talebani, e ora sono rinchiusi in una casa in Pakistan che è diventata la loro prigione perché se la polizia li prende li riporta indietro. Perché, se di regole si tratta, anche i pachistani chiedono di applicarle: se un afghano vuole entrare deve avere un visto. Altrimenti viene arrestato e riconsegnato alle guardie di frontiera talebane. Il che significa la fine».

VITTORIA NEL FANGO

È un evento sportivo, ma i titolisti e i grafici dei giornali si sono eccitati per la foto della vittoria di un ciclista italiano nel fango alla Parigi-Roubaix. Foto simbolo pubblicata quasi ovunque e che ha suscitato metafore e congetture, nella giornata del silenzio elettorale. Maurizio Crosetti per Repubblica.

«Sonny il ciclista si solleva dal fango come un golem e va a vincere la Parigi-Roubaix, che è la corsa delle corse dai tempi Coppi e Bartali, è l'Everest, è il sogno, la Balena Bianca che ogni corridore cerca di catturare nei sette mari di pozzanghere e pietra della sua vita. L'ultimo memorabile atleta di questa stagione azzurra che non dimenticheremo mai, dall'Europeo di Wembley fino al pavé di Roubaix passando per Tokyo, è Sonny Colbrelli che arrivava sempre secondo, 36 volte addirittura in carriera, e che nella prima domenica d'autunno precipita tra noi come un meteorite o un brontosauro, creatura antica e per questo modernissima. Trionfa come gli eroi del ciclismo omerico, sporchi e feriti, sofferenti e fieri, solitari e astuti: gli "altri tempi" sono dunque rimasti qui, e ci scaldano il cuore. Guardate la fotografia dei tre ciclisti all'arrivo: sembrano l'Esercito di terracotta dell'imperatore Qin Shi Huang, i guerrieri che dovevano servirlo e difenderlo anche nell'Aldilà. Corridori senza volto, calchi di polvere dove soltanto le labbra sembrano mantenere sostanza umana e tremano, rosee, nella gioia e nella sventura, increspandosi nel sorriso di Sonny e nella smorfia degli altri due, i battuti. La dinamica della corsa sembrava fatta apposta per un altro pazzesco giorno italiano. La trama, nulla di più perfetto: c'è un azzurro in fuga, si chiama Gianni Moscon, eccolo che s' invola ma poi fora una gomma, quasi lo raggiungono, cambia la bici, riparte, forse ce la farà ma poi cade, si abbatte sulle pietre, si rialza, è distrutto, resiste ancora, lo riprendono, lo staccano. Povero figlio. Ma il racconto prevede a questo punto che uno degli inseguitori sia proprio Sonny il perdente, Sonny l'eterno secondo. Nel suo orizzonte di polvere già scorge la sagoma ingobbita di Moby Dick. Che spreco di tempo, la nostalgia, se il presente è più commovente e amabile di tutti i nostri ieri. Inutile rimpiangere il passato, quando questo ritorna girando come ruota di bicicletta. Ecco un'altra lezione dello sport: la bellezza e l'emozione possono non finire mai, percorrono epoche remote transitando a pazza velocità verso il futuro, e che bello quando questo succede a cavallo di una bici che nonostante tecnologie spaziali è sempre la stessa da quando l'uomo ne ha memoria, due ruote, un telaio, un manubrio, una sella, i pedali, i freni, forse perché anche l'uomo in fondo è sempre lo stesso. I campioni di oggi sono i fratelli di sangue degli eroi di ieri, e tutto scorre come acqua di fonte in un eterno adesso. Sonny ha semplicemente fermato il tempo per regalarlo a noi tutti. Infatti a bordo strada, nell'erba di Roubaix, sventolava una bandiera e sopra c'era una parola soltanto, "merci", grazie. A quel punto, Sonny era già inginocchiato a terra e piangeva di felicità. Il suo volto di fango l'avrà riconosciuto solo la mamma».

PROCESSO IN VATICANO: FELTRI E GALLI DELLA LOGGIA DIFENSORI DI BECCIU

Domani in una Sala speciale allestita apposta presso i Musei Vaticani, si apre la seconda udienza del processo del Tribunale unico del Vaticano contro l’ex sostituto alla segreteria di Stato Cardinal Becciu e altri 9 imputati. Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera si schiera a favore del porporato sotto accusa, anche se non entra per niente nel merito delle gravissime accuse.

«Potrebbe farmi velo, lo ammetto, la conoscenza personale che ho dell'imputato. Ma ci sono uomini di Chiesa che danno immediatamente l'impressione, come si dice, di crederci, di custodire nel cuore una fede e una promessa, e altri no. Altri di cui immediatamente capisci che hanno cose ben diverse per la testa. Angelo Becciu mi è sempre sembrato appartenere alla prima categoria. Posso sbagliarmi, naturalmente. Ma se mi sbaglio, se egli ha commesso realmente quanto gli viene addebitato, come si spiega allora la clamorosa violazione delle regole che ha caratterizzato l'intera istruttoria del processo? Come si spiega che per ben quattro volte a istruttoria già in corso il Pontefice sia intervenuto con la sua autorità di legislatore assoluto per consentire nuove procedure, e stabilire nuove norme immancabilmente sfavorevoli a Becciu? Mi chiedo in quale altro luogo del mondo civile ciò sarebbe stato permesso senza che ne nascesse uno scandalo. E come si spiega poi il tentativo dell'accusa di evitare la presenza in aula del principale testimone dell'accusa stessa, sottraendo così costui ad un prevedibilmente scomodo controinterrogatorio da parte della difesa dell'imputato? Ed è normale che un tale fondamentale testimone non sia altri, guarda caso, che colui che nella prima fase dell'inchiesta era lui il principale imputato: il quale oggi, invece, è miracolosamente uscito del tutto dal mirino dei giudici? È lecito o no nutrire qualche sospetto circa una così straordinaria trasformazione di ruoli? Sono, quelli che ho elencato, tutti elementi ben noti, dei quali in questi mesi gli organi d'informazione hanno riferito, certo, ma (tranne un caso) lo hanno fatto sempre in tono diciamo così sommesso, quasi reticente, spesso tra parentesi, e soprattutto evitando di legare i vari elementi tra di loro per mettere in luce la singolare qualità del procedimento avviato dietro le mura leonine. Convinti, evidentemente, che solo al Cairo si possa amministrare la giustizia secondo i desideri del potere. Potere che nel nostro caso - anche questo va ricordato - si può dire che dal suo canto abbia già provveduto ad emettere la virtuale condanna preventiva dell'imputato - addirittura prima ancora che egli divenisse giuridicamente tale - sanzionandolo con la perdita di tutti gli attributi della sua carica cardinalizia. È immaginabile, mi chiedo ancora, che dopo una tale sanzione dall'alto possa esserci la smentita clamorosa di una sentenza di assoluzione? E che razza di processo è un processo in cui almeno in parte la pena è già irrogata in anticipo, a prescindere dall'esito dello stesso? Sono abbastanza evidenti i due motivi della disattenzione della stampa e dell'opinione pubblica per i tanti aspetti poco limpidi, per usare un eufemismo, di tutta questa vicenda. Da un lato c'è in molta parte del pubblico, io credo, la volontà, spesso morbosa, di condanna a tutti i costi, di punizione esemplare nei confronti di chiunque sia a qualunque titolo sospettato (meglio se un potente naturalmente) di aver approfittato della propria carica per un vantaggio finanziario, di essersi messo illecitamente dei soldi in tasca. E dall'altro lato ci sono la figura e il prestigio di papa Francesco. Il lettore capirà quanto delicato diventi a questo punto il discorso. La figura del Pontefice gode infatti di un vastissimo consenso che lo mette facilmente al riparo dalle critiche. È un consenso cui hanno contribuito il contenuto ma forse soprattutto il tono di molte sue parole, che gli hanno conquistato tra l'altro l'appoggio pressoché incondizionato del sistema mondiale dei media. I quali, consacrandone un'immagine liberal, ne hanno accresciuto ancora di più la popolarità. È questa molto probabilmente la ragione del sostanziale silenzio che fin qui è valso a mantenere in ombra le circostanze assai anomale che hanno caratterizzato il procedimento contro Becciu. Ma i fatti sono fatti, ed è difficile sfuggire all'interrogativo cruciale che essi pongono: come si armonizzano le circostanze suddette non solo con l'immagine liberal di Francesco ma vorrei dire più in generale con quell'esercizio della giustizia che, se non del Vaticano in quanto Stato, dovrebbe essere almeno tra le prime preoccupazioni di un Pontefice? Confesso di non saper dare una risposta. E di non volere neppure provare ad azzardarne una. Ma può essere questa una buona ragione per non porsi la domanda, specialmente se ne va di mezzo la sorte di un uomo?».

Un altro difensore di Becciu (anche lui ha “conoscenza personale”?) è da tempo Vittorio Feltri dalle colonne di Libero. Oggi paginata in sua difesa, alla vigilia del dibattimento.

«Infatti tutto quanto è accaduto dall'inizio dell'indagine induce chiunque a considerare finita la partita, con l'ovvia condanna da parte del Tribunale del Papa. Appare impossibile, infatti, a chiunque abbia consuetudine di mondo nonché di sacrestie, che un giudice per quanto laico e di sicura esperienza come il presidente Giuseppe Pignatone osi capovolgere la sentenza emessa dallo stesso Pontefice il 24 settembre del 2020, quando decretò in quattro e quattr' otto la crocefissione cautelare di colui che era stato fino a poco prima il suo più stretto collaboratore e che si trovò privato di reputazione e della possibilità di esercitare le prerogative di cardinale, pur conservandone il titolo, con l'accusa di aver derubato i fondi dell'obolo destinato ai poveri per consegnarlo ai parenti sardi. Prove? Che bisogno c'è? Com' è noto: Roma locuta, causa finita est. Per questo mi hanno dato del matto quando ho cominciato a rovistare in questa faccenda dove l'intero globo, angeli e diavoli, cattolici e atei, inneggiavano alla pulizia delle sacre stalle intrapresa da Francesco con la crocefissione preventiva del suo ex pupillo. L'inchiesta condotta da Libero ha svelato inghippi clamorosi. La presunta istantanea e spontanea condanna di papa Bergoglio più che spontanea appariva «spintanea», da chi aveva passato anzitempo carte e addirittura la defenestrazione di Becciu prima che il Santo Padre potesse sfogliare in anteprima il numero dell'Espresso con le accuse infamanti, postogli sul tavolo come mannaia per la decapitazione. A mano a mano abbiamo svelato come l'evidenza dei fatti smentisse il tam tam dei mass media conformisti, e abbiamo reso nota la sentenza di Londra che nel marzo dello scorso anno stracciava la toga dei pm vaticani trattandoli da imbroglioni che nascondevano elementi a favore degli indagati. Finché c'è stato il rinvio a giudizio il 4 luglio e la prima udienza si è svolta il 27 luglio. E qui si è scoperta l'acqua calda, e cioè che il Papa è un monarca assoluto nei confini delle mura leonine: nella Città del Vaticano è legislatore, esecutore e giudice. Ma quest' acqua senz' altro calda e pure benedetta però è stata pure avvelenata in corso d'opera. Cioè è emerso che con quattro atti amministrativi (detti rescripta) il Papa è intervenuto a inchiesta in corso consentendo ai promotori di giustizia (i pm) di derogare dalla legge: tra cui quella di arrestare e disporre intercettazioni senza il vaglio del giudice istruttore. L'abrogazione dell'habeas corpus, cioè dei diritti di difesa, in nome del Papa Re. Possibile che nessuno dei grandi difensori del principio universale dei diritti umani, validi senza confini perché sanciti dall'Onu, non si sia accorto che ahimè in questo caso Vaticano è uguale a Talebano? Incredibile ma vero. C'è altro? C'è altro, eccome. Il presidente Pignatone in luglio emette un'ordinanza, non una consiglianza, dove appunto ordina e non consiglia che «entro e non oltre il 10 agosto, il Promotore di Giustizia (la Procura, ndr) depositi ... le registrazioni audio e/o audio video... di tutti i contributi offerti.... da Mons. Perlasca». E che fa la Procura vaticana? Si rifiuta. Accampa giusto per quella data motivazioni in ordine alla privacy... C'è di mezzo il destino di persone che si giocano la vita, e con che diritto danno l'altolà? Non è una questione formale. Monsignor Alberto Perlasca è con la sua testimonianza il perno dell'accusa. Ha deciso improvvisamente di «bussare alla porta» (parola del pm) dell'accusa il 31 agosto del 2019. Pur essendo incriminato si recava lì senza difensore. Che cosa è accaduto? Come ha giustificato la sua volontà? È stato fatto riferimento ai benefici che poi Perlasca (colui che ha firmato materialmente gli spostamenti di milioni dieuroper investire nel famoso palazzo di Londra) ne avrebbe ricavato? In assenza di una qualsiasi legge premiale per i collaboratori di giustizia, leggasi pentiti, Perlasca si è infatti ritrovato prosciolto da ogni accusa, candido come un agnello. Cosa deciderà il presidente Pignatone domani? Darà ragione ai pm? O forse questi presenteranno un altro rescriptum del Papa che li autorizza a tenere riservata l'audio registrazione contenente la prova regina? Cosa dice di così grave da essere inascoltabile? E in quale condizione psichica è il monsignore contabile? Non sono questioni cavillose ma di sostanza giuridica. Così come i fatti che sono stati oggetto di due citazioni ai Tribunali civili di Como e di Milano nell'interesse del cardinale Becciu, 93 pagine in tutto, depositate dall'avvocato Natale Callipari un istante dopo la presentazione delle 500 pagine di rinvio a giudizio del porporato e degli altri imputati. Colmano una lacuna: espongono ai magistrati italiani, perché li valutino, e magari ne prendano nota Oltretevere, l'esistenza e l'operato come fossere un cuore e un'anima sola della strana coppia, che è la pietra angolare, ma forse anche d'inciampo, dell'accusa. Quella di monsignor Alberto Perlasca e di Genoveffa Ciferri. Vediamo questi fatti. Nel 2017 la signora, che si qualifica anche come collaboratrice dei servizi segreti, va dal notaio e concede un vitalizio per assistenza spirituale a monsignor Perlasca, e quindi gli porge in donazione tutti i suoi beni, una ventina tra terreni e case. Dopo che il reverendo finisce in disgrazia, è documentato dai tabulati come Geneviève- si fa chiamare così - prima pretenda da Becciu contoni perentori protezione per il suo amico in talare. Spinge il cardinale a dire una buona parola al Papa. Il porporato lo fa, assicura lui, ma invano. Intanto Perlasca minaccia di suicidarsi con un messaggio delirante a Becciu, che fa intervenire la gendarmeria per bloccare l'insano gesto con cui il monsignore minacciava di buttarsi proprio dal tetto di Santa Marta sulla testa del Papa... Un medico dispone di dargli i calmanti del caso. A questo punto cambia tutto. La supplica diventa minaccia. Becciu fornisce la testimonianza della suora che ha assistito alle visite violente della signora. La quale profetizza in messaggi e telefonate l'impiccagione pubblica del cardinale sardo. E chi preparerà la forca sarà proprio la coppia angelica o forse diabolica Ciferri-Perlasca. Il 30 agosto il cappio, anzi la croce, è predisposta. Il 24 settembre vi è inchiodato il cardinale. Chi può farlo scendere da lì sarebbe il ripristino pieno delle regole del giusto processo che certo è nelle prerogative di papa Francesco e di sicuro coincide con il suo animo evangelico. Ma mi dicono che sarebbe questo un miracolo. Intanto segnaliamo, in attesa di quello appena auspicato, un piccolo miracolo realizzato durante queste vicende di repulisti. È accaduto che intervenendo con un motu proprio datato 26 dicembre 2020 il Papa abbia trasferito i beni della Segreteria di Stato all'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). Sembra una sciocchezza formale rispetto al processo. Invece con questo atto il Pontefice non moltiplica i pani e i pesci però, a indagine incorso, raddoppia le parti civili, cioè i difensori della tesi accusatoria. Si può fare? Paola Severino, parte civile della Segreteria di Stato, ha spiegato che l'idea di giusto processo è «fluida», dunque è lecito. Curiosità. L'avvocato dell'Apsa è Giovanni Flick, anch' egli ex ministro della Giustizia italiana. Si presta anche lui come garante dell'ingiusto processo, a quanto pare».

MIGLIAIA DI PRETI PEDOFILI IN FRANCIA

Si sta per abbattere sulla Francia l’onda d’urto della pubblicazione di un dossier sulla pedofilia dei preti. Franca Giansoldati per il Messaggero.

«In Francia la Chiesa trema e si prepara ad accusare l'onda d'urto della imminente pubblicazione del mastodontico dossier sulla pedofilia, frutto di due anni e mezzo di lavoro da parte di una commissione indipendente (finanziata dall'episcopato). Dalle carte esaminate sarebbero emersi tra 2.900 e 3.200 preti pedofili, per un periodo che va dal 1950 ad oggi, ha affermato Jean-Marc Sauvé, il presidente della commissione che indaga sugli abusi sessuali. Una indiscrezione che testimonia la grande preoccupazione dell'episcopato d'Oltralpe per le conseguenze sulla immagine della Chiesa che potrebbero rivelarsi disastrose. Tema decisamente scottante e al centro di un lungo faccia-faccia tra Papa Francesco e i vertici dell'episcopato tre giorni fa. «È una stima minima» basata sul censimento e sull'analisi incrociata degli archivi della Chiesa, della magistratura, della polizia giudiziaria e della stampa, così come sulle testimonianze raccolte dalla commissione, ha aggiunto Sauvè, l'autorevole magistrato e presidente dell'organismo che ha firmato il dossier di 2.500 pagine. La cifra si riferisce a una popolazione totale di 115.000 tra sacerdoti e religiosi, conteggiata nel corso degli ultimi 70 anni. La Chiesa francese sotto la spinta dell'opinione pubblica tre anni fa aveva autorizzato l'apertura dei propri archivi dando modo ad un gruppo di esperti (giuristi, sociologi, storici) di ricostruire il quadro completo del fenomeno e aiutare a comparare la violenza sessuale nella Chiesa con quella individuata in altre istituzioni, per esempio le associazioni sportive, le scuole e le violenze maturate nell'ambito familiare. Il lavoro della commissione si è spinto anche a formulare una serie di percorsi per arginare questa piaga. «Le vittime non sono facili da ascoltare, le storie che ci hanno raccontato sono spesso raccapriccianti, durissime, impensabili. Parlano di sesso, di abusi, di sacro, di morte. E' stato davvero un ascolto sconvolgente per noi tutti» ha spiegato Antoine Garapon, uno dei membri della commissione. Tra giugno 2019 e ottobre 2020 sono state ascoltate 6.500 persone. Le vittime potrebbero essere state circa 10 mila. La pubblicazione di questo rapporto - prevista per domani - fa affiorare il progressivo cammino di trasparenza intrapreso in questi anni da diverse conferenze episcopali (Francia, Austria, Germania, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Stati Uniti, Canada, Polonia). Un sentiero difficile ma considerato necessario da Papa Francesco. «Credo che i cattolici francesi ne saranno scioccati come tutti, anche se bisogna fare capire che non è una perversione specifica del clero cattolico» è stato il commento di monsignor Roland Minnerath, arcivescovo di Digione. Contrariamente alle iniziative improntate alla trasparenza dei vescovi francesi o tedeschi quelle della Chiesa italiana finora sono state decisamente insufficienti. Secondo l'associazione Rete L'Abuso la Cei è ancora restia ad aprire i propri archivi e fare luce sui vescovi che in passato hanno insabbiato casi di abuso e protetto sacerdoti. La scorsa settimana si è concluso un incontro internazionale in Svizzera tra decine di gruppi di vittime di tutta Europa. Da questa iniziativa partirà a breve una mozione al Consiglio d'Europa affinché i casi di abuso vengano affrontati a livello paneuropeo. In quel contesto è stato ricordato che in Italia l'argomento resta ancora tabù, persino sotto il profilo politico. L'unica interrogazione parlamentare che sia mai stata fatta in materia risale al 2017 e ad oggi non ha mai avuto risposte. Venne promossa dal deputato grillino Mantero che chiedeva al premier, ai ministri dell'Interno, della Giustizia, degli Esteri quali iniziative volessero prendere per prevenire e reprimere il fenomeno. Chiedeva, inoltre, di estendere l'obbligo del cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti che vengono a contatto con minori, compreso i sacerdoti. Inoltre domandava di avere elementi statistici sui procedimenti ancora pendenti nelle procure che vedono indagati o imputati ministri di culto, e di istituire un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime».

Leggi qui tutti gli articoli di lunedì 4 ottobre:

https://www.dropbox.com/s/kme9p0nj6lfwbw5/Articoli%20La%20Versione%204%20ottobre.pdf?dl=0

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.