Su giugno sventola bandiera bianca

Da oggi coprifuoco a mezzanotte, 7 regioni bianche. Vaccini a quota 500 mila. Conte si presenta nuovo leader dal Corriere. Berlusconi frena sulle nozze con la Lega? CDU dopo la Merkel vince ancora

Primo lunedì di giugno con la campagna vaccinale, lo diciamo subito, che tiene sempre un ritmo accettabile. Nonostante la festività domenicale, dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 506 mila 700 somministrazioni. Da stasera in tutta Italia il coprifuoco scatta solo a mezzanotte, mentre nelle ormai sette regioni “bianche” non si osserverà più. Accelera la corsa verso la normalità. Due criticità importanti segnalate oggi dai giornali: il mondo ricco, l’Occidente, è molto avanti rispetto al resto del mondo. Nei Paesi poveri la pandemia galoppa. Seconda questione tutta italiana: i prezzi di vacanze e locali si stanno impennando in modo preoccupante.

La politica è alle prese con due eventi di grande importanza. Giuseppe Conte si presenta all’opinione pubblica con i “pieni poteri” sul Movimento 5 Stelle, grazie ad una doppia paginata di intervista sul Corriere della Sera. Il Fatto è più esplicito e indica subito il terreno di scontro (e forse di crisi) fra Conte e Draghi: licenziamenti, ecologia e anticorruzione. Casaleggio dice però a La Stampa che i “principi della democrazia sono stati violati”. Non è proprio un’accusa da poco.

Nel centro destra piccolo terremoto per le annunciate nozze fra Berlusconi e Salvini: in realtà in Forza Italia non si sono riscontrati grandi entusiasmi. Ma, ricorda Belpietro, alla fine decide Berlusconi. Non sta a sentire nessuno, come fece nel 1994. Per Sallusti la sinistra è terrorizzata dall’alleanza Forza Italia-Lega. Cameo del Foglio con Zingaretti al bar: ancora non si capisce perché il Pd debba lasciare campo libero alla Raggi nella corsa al Campidoglio.

Due storie di donne (Saman e Suor Maria Laura) e due storie tedesche (interessanti i risultati delle elezioni in Sassonia) chiudono la nostra Versione di oggi. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

L’uscita dalla pandemia tiene ancora banco. Il Corriere della Sera: Sette regioni senza divieti. Quasi lo stesso argomento per la Repubblica: Il turismo esce dal virus. Il Mattino teme però che qualcuno se ne approfitti: La stangata delle vacanze. «In Italia aumenti del 15%». E anche Il Sole 24 Ore va su questo (preoccupante) tema: Case e negozi puntano sui bonus. Vacanze: forti rialzi. Di politica e in particolare della presa di potere di Conte si occupa Il Fatto, che fa il tifo perché il Movimento esca dal Governo: Conte, prime sfide a Draghi: licenziamenti, green e Anac. Mentre La Stampa va a sentire il “nemico”: Casaleggio e l’addio al M5S: «Violate le regole, basta così». Libero invece resta sul matrimonio Berlusconi-Salvini: Sinistra terrorizzata. Il Giornale stigmatizza l’idea di cambiare l’inno, proposta da qualcuno del Pd: Vogliono farci cantare «Bella ciao» per legge. Quotidiano nazionale insiste sulla scomparsa di Saman: «Mi sono ribellata, vogliono uccidermi». Così come insiste La Verità sui sospetti di scommesse juventine, dopo Allegri: Segnalato anche Cristiano Ronaldo. Il Messaggero prevede il risanamento economico in meno di un lustro: Il piano del Tesoro sul fisco: debiti cancellati dopo 5 anni. Il Domani propone un’inchiesta: Il lato oscuro di Amazon Prime.

LA SERA FINISCE A MEZZANOTTE

Da stasera coprifuoco a mezzanotte in tutta Italia. Sette Regioni sono già in zona bianca, fra sette giorni saranno la maggioranza. Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera.

«Coprifuoco a mezzanotte in tutto il Paese e sette Regioni in zona bianca con quasi 12 milioni di cittadini liberi da restrizioni. Da oggi l'Italia fa un nuovo e deciso passo verso l'uscita dall'emergenza legata alla pandemia da Covid-19. Se non ci saranno imprevisti legati alle varianti, da fine mese l'intera penisola sarà bianca. Rimarranno obbligatori la mascherina e il distanziamento, vietati gli assembramenti. Ma il risultato del rispetto delle regole e della campagna vaccinale è ormai una realtà. Scatta stasera il coprifuoco dalle 24 alle 5. In questa fascia oraria sono vietati gli spostamenti se non per «comprovate necessità» legate a motivi di lavoro, salute e urgenze. Il 21 giugno in tutta Italia il coprifuoco sarà eliminato e gli spostamenti saranno liberi. Nelle zone bianche non c'è il coprifuoco. L'ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza fa scattare da oggi l'ingresso di altre quattro Regioni in zona bianca. Dopo Sardegna, Friuli-Venezia Giulia e Molise - entrate nell'area minore di rischio il primo giugno - oggi tornano «libere» Liguria, Veneto, Umbria e Abruzzo. Il 14 giugno entreranno in zona bianca Lombardia, Lazio, Piemonte, Puglia, Emilia-Romagna e Provincia di Trento. Il 21 giugno toccherà a Sicilia, Marche, Toscana, Calabria, Campania e Provincia di Bolzano. Il 28 giugno l'ultima Regione ad abbandonare i divieti sarà la Valle d'Aosta. ».

PANDEMIA: SVOLTA NEI PAESI RICCHI

Il mondo visto dal punto di vista della vaccinazione e del superamento del Covid19 è diviso in due: i Paesi più ricchi stanno uscendo dall’emergenza, i più poveri soffrono.

«Meno del 2% degli africani, contro il 70% dei londinesi, ha ricevuto una dose di vaccino: le due mappe della diffusione del Covid-19 a un anno e mezzo dall'inizio - la mappa dei focolai e quella, speculare, dei vaccinati - ricalcano l'annosa geografia delle diseguaglianze. Mentre i Paesi ricchi riaprono, a buon punto in campagne vaccinali bene avviate, la maggior parte degli altri si trova ancora nel pieno di picchi pandemici letali: così si muore in Argentina e Uruguay, in Congo e Uganda, nei Paesi del Golfo. Stenta a ingranare, per mancanza di fondi, anche il programma Covax delle Nazioni Unite, a cui pure gli Stati Uniti destineranno la gran parte dei 25 milioni di dosi che prevedono di donare nei prossimi giorni. Lo ha annunciato ieri la Casa Bianca: entro luglio, in più riprese, gli Usa doneranno 80 milioni di dosi. Ai leader del G7 riuniti a Londra è giunto un appello firmato da 230 omologhi dal resto del mondo, da Ban-Ki Moon a Gordon Brown, che chiedono loro almeno i due terzi dei 66 milioni di dollari necessari a vaccinare i più poveri. Le campagne vaccinali in tutta Europa sono decollate dopo le prime settimane di lentezza; nell'Unione si somministrano 0,73 dosi al giorno ogni cento abitanti, più del doppio che negli Usa che erano, però, partiti prima. Né negli Stati Uniti, né in Europa (né in Canada che al momento di stringere i contratti con le case farmaceutiche si era assicurato, e per primo, un numero di dosi triplo rispetto al fabbisogno della popolazione) c'è più un problema di approvvigionamento di vaccini. Le sacche di resistenza - come la Romania o alcune aree rurali degli Stati Uniti - si devono piuttosto a esitanza vaccinale. Uno studio su 33 Paesi svolto dalla rivista accademica Vaccines evidenzia come tra i Paesi con un minor tasso di fiducia nei vaccini ci siano quelli occidentali. Agli ultimi posti nella classifica ci sono la Russia (solo il 55% degli interpellati si dice «fiducioso nei vaccini»), la Polonia (56%) ma anche gli Stati Uniti e la Francia (57% e 59%). Malesia, Indonesia e Cina hanno invece i tassi più alti di fiducia (sopra il 90%). Mentre il Nord America risale la china, non migliora la curva dell'America Latina. Povertà, pochi vaccini, scarsa lungimiranza politica e deboli strutture sanitarie: così negli ultimi cinque mesi i decessi nel continente sudamericano sono raddoppiati».

CHI OSTACOLA LA GLOBAL TAX

Il giorno dopo lo storico accordo su una tassa minima globale per le multinazionali, emergono le posizioni dei Paesi contrari. Ne parlano su Repubblica Antonello Guerrera da Londra e Rosaria Amato da Trento.

«Dopo lo storico annuncio di sabato dei ministri dell'Economia G7 su un primo accordo di tassazione globale sulle multinazionali al 15%, quanto ci vorrà affinché ciò diventi realtà? E quali sono gli ostacoli verso questo obiettivo? Non sarà una cosa facile. E nemmeno rapida. Il ministro dell'Economia italiano Franco ieri a Londra lo ha detto chiaramente: «Servirà qualche anno» affinché questa nuova tassa sia davvero operativa. Inoltre, al di là delle azioni di "lobby" che nel frattempo potranno scatenare i colossi del web coinvolti, una tassa del genere ha la massima potenza di fuoco solo se poggia sull'unanimità, o quasi, dei Paesi mondiali. Dunque gli ostacoli saranno molteplici. Il 30 giugno si incontreranno a Parigi i rappresentanti dei 139 Paesi dell'Ocse. Questo sarà un passaggio cruciale: perché se un accordo di massima tra i Grandi c'è già, bisognerà trovarlo anche con le nazioni medio-piccole. Qui l'Irlanda promette battaglia: Dublino negli ultimi decenni ha costruito le proprie fortune proprio sulla tassazione alle multinazionali del 12,5%. Ora però, a causa della ridistribuzione di circa 60-80 miliardi annuali di imposte che potrebbero essere recuperate dalla nuova tassa, l'Irlanda potrebbe perdere circa 2 miliardi di introiti all'anno, ma soprattutto non sarebbe più quel magnete che sinora ha attratto le multinazionali che oggi impiegano un irlandese su otto. Inoltre, alcuni Paesi meno grandi potrebbero essere non troppo convinti della normativa, sia perché hanno guadagnato con lo status quo sia perché le cento multinazionali colpite dalla nuova legge operano poco o nulla nei loro Paesi. È paradossalmente anche il caso della Cina, che ha i suoi colossi nazionali, digitali e commerciali: dunque la questione per Pechino è relativamente marginale. La posizione di Pechino resta un'incognita, anche considerate le tensioni degli ultimi tempi con l'Occidente. Così come l'atteggiamento che avrà la Russia. Nella scaletta delineata da Sette grandi, se tutto dovesse andare bene, ci sarà un annuncio di accordo dei ministri dell'Economia del G20 in un summit il 9-10 luglio, per poi essere "benedetto" da tutti i leader nel G20 di autunno. Poi però una misura del genere dovrà essere convertita in legge e qui, come ha confermato il Commissario per l'economia Gentiloni a Londra, entreranno in gioco anche i Parlamenti nazionali. Come visto più volte in passato, in questi casi l'"imprevisto" è dietro l'angolo, soprattutto in Paesi che hanno goduto sinora di una bassa tassazione come l'Irlanda o l'Ungheria. Non solo. L'ostacolo maggiore potrebbe spuntare proprio negli Stati Uniti, che hanno spinto fortemente per questa legge, in luogo della digital tax degli europei specifica contro i Big Tech Usa: se le trattative si protrarranno oltre il novembre 2022, dopo le elezioni di medio termine americane ci potrebbe essere una maggioranza repubblicana in un ramo del Congresso, e molti repubblicani sono scettici verso la global tax. Inoltre, oltre al processo legislativo in sé, le modifiche ai trattati fiscali necessitano una maggioranza di due terzi al Senato. «È un buon passo verso l'equità fiscale, ma c'è ancora molto da fare», avverte infatti il governatore della Banca d'Italia Vincenzo Visco al Festival di Trento. Soddisfatto anche il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti: «Sono assolutamente favorevole, così si riequilibrano i poteri». Mentre il ministro della Transizione Ecologica Vittorio Colao ha risposto anche a quelle ong, come Oxfam, che ieri hanno criticato l'accordo perché il 15% sarebbe una soglia troppo bassa: «È invece l'inizio di un grande percorso: il 15% è intelligente perché così i Paesi più piccoli avranno un incentivo a partecipare».

CONTE PRESENTA IL SUO PIANO DI LOTTA E DI GOVERNO

Con un’intervista in grande stile al Corriere della Sera, doppia paginata, Giuseppe Conte si presenta all’opinione pubblica come il nuovo leader della formazione che ha più consensi in Parlamento. Ecco alcuni passaggi del faccia a faccia, via zoom, con Monica Guerzoni:

«Lei crede al «Conticidio» per mano di un complotto internazionale? «Nessuno ha mai pensato a un complotto internazionale. Il mio governo ha sempre ricevuto forte sostegno dalle cancellerie europee, anche perché, se non lo avesse avuto, l'Italia non avrebbe ottenuto l'affidamento per i 209 miliardi del Recovery». Che volto avrà il nuovo Movimento? «Avrà un respiro più ampio e internazionale, sarà in costante dialogo con la società civile e con tutte le componenti sane del Paese. Allargheremo il nostro raggio di azione a tutti i ceti produttivi, anche a quelli a cui in passato non abbiamo guardato con la dovuta attenzione. Penso a tutta la filiera dei servizi, al commercio, alle piccole e medie imprese, ai lavoratori autonomi, ai professionisti». Il grido «onestà, onestà» andrà in soffitta? «Saremo ancora più impegnati a combattere mafie e corruzione, concentrati a favorire le innovazioni tecnologiche, la sostenibilità ambientale ed energetica e gli interventi mirati a rendere il nostro Paese più vivibile ed equo per i giovani, le donne e le persone non autosufficienti. E non ci saranno più "no" pregiudiziali». Quando vedrà Draghi? «Ci siamo sentiti, ci incontreremo presto. Questo periodo non ha giovato al M5S, ma con la nuova leadership tornerà a far sentire la sua voce in modo chiaro e forte e lavoreremo, come sempre, per il bene del Paese». Continuerete a sostenere il governo, o prevarrà la spinta di chi vuole uscire? «Alcune decisioni hanno scontentato i cittadini e suscitato perplessità, penso al sostegno alle imprese, ad alcuni indirizzi in materia di tutela dell'occupazione e di transizione ecologica. Disorientamento hanno provocato anche il condono fiscale e adesso l'emarginazione dell'Autorità anticorruzione. È normale che il disagio dei cittadini si ripercuota anche sulla forza che conserva la maggioranza relativa in Parlamento. Ma noi che abbiamo lavorato per la tenuta del Paese durante le fasi più acute della pandemia vogliamo essere protagonisti anche della ripartenza. Lo saremo in modo leale e costruttivo senza rinunciare ai nostri valori e alle nostre battaglie». La prescrizione sembra destinata a cambiare. «Con Bonafede abbiamo programmato massicci investimenti per accelerare i processi, per una giustizia più efficiente ed equa. Siamo invece contrari a meccanismi che alimentino la denegata giustizia. Ci confronteremo in modo chiaro e trasparente con le altre forze politiche». Il dualismo tra lei e Di Maio tornerà a galla, o il ministro degli Esteri farà parte della sua squadra? «Sono tre anni che questo presunto dualismo scompare e riappare sui giornali, in realtà abbiamo sempre lavorato proficuamente fianco a fianco e siate certi che Luigi darà il suo contributo fondamentale anche al nuovo Movimento». Draghi lo vede meglio a Palazzo Chigi o al Quirinale? «In questo momento è importante che il governo possa proseguire il suo percorso e dobbiamo evitare che il toto-Quirinale diventi un elemento di confusione». Le dispiace che Draghi abbia segnato la discontinuità dal suo governo dando subito la delega ai Servizi a Gabrielli e sostituendo, al Dis, Vecchione con Belloni? «Sono scelte che rientrano nelle prerogative del premier. Durante la scorsa esperienza di governo altri sembravano averlo dimenticato e si stracciavano le vesti ogni giorno, perché esercitavo queste prerogative di legge. Il dibattito su continuità e discontinuità non mi appassiona, non vivo la politica sulla base di personalismi». Figliuolo invece di Arcuri? «Sono situazioni incomparabili. Arcuri ha fatto un lavoro straordinario nonostante critiche ingenerose e spesso strumentali, ha permesso all'Italia di partire con il piede giusto nella fase in cui dovevamo fare i conti con la mancanza dei vaccini e comunque anche allora eravamo tra i primi in Europa. La situazione oggi è molto diversa, Figliuolo e le Regioni stanno efficacemente completando la campagna vaccinale». Coprifuoco, sì o no? «Vista la calda stagione mi preoccuperei meno di mantenere il coprifuoco e più di far ripartire tutte le imprese, soprattutto quelle che soffrono per la concorrenza dei giganti del commercio online, quelle della filiera turistica, della cultura e dello spettacolo». (…) Cambierà nome al M5S? «Dopo che i tecnici avranno verificato i dati degli iscritti annunceremo le tappe, lanceremo il cronoprogramma e anche la manifestazione a cui stiamo lavorando. Ho assunto con grande entusiasmo l'impegno a elaborare il nuovo progetto e portare il nuovo statuto, che sarà votato prima delle cariche elettive. Il leader sarà eletto dagli iscritti. Li consulteremo ancor più di prima, attraverso una piattaforma telematica che rimarrà lo strumento principale». (…) Davide Casaleggio sbatte la porta e se ne va. Lei proverà a impedire che faccia un movimento alternativo? «Le strade si sono divise, ma io e tutto il Movimento abbiamo grande rispetto per Casaleggio, padre e figlio. Bisogna avere rispetto per la propria storia, non ci può essere futuro senza radici. Partiremo dai valori fondativi come trasparenza, partecipazione, condivisione e saremo ancora più innovativi sulla lotta alle diseguaglianze sociali, l'attenzione ai bisogni delle famiglie e delle imprese. Sulla base di questi principi costruiremo una struttura leggera, ma efficiente, con un linguaggio e un metodo di lavoro rinnovati». Come rimettere insieme i cocci, dopo l'uscita di nomi pesanti come Di Battista, Lezzi, Morra, Trenta? «L'appoggio a Draghi è stato una scelta difficile e io ho rispetto per chi si è allontanato. Ma non potevamo volgere le spalle alla sofferenza degli italiani, quella scelta andava compiuta e io ho subito posto le condizioni perché partisse il nuovo governo e si completassero campagna vaccinale e Pnrr. Di Battista è un ragazzo leale e appassionato, adesso è in partenza per l'America Latina ma quando tornerà ci confronteremo e valuteremo le ragioni per camminare ancora insieme». (…) Le Amministrative sono la prova che l'alleanza col Pd è un fallimento? «Io non do affatto un giudizio negativo del dialogo che stiamo coltivando col Pd e le altre forze di sinistra, su alcuni territori abbiamo già trovato delle intese e continuiamo a lavorare per siglare accordi in altri Comuni. Come già a Napoli, stiamo lavorando insieme per costruire un solido patto anche per le Regionali calabresi. La direzione di marcia è chiara e la nostra identità sarà così forte che ci consentirà di dialogare anche con l'elettorato moderato».

Paola Zanca per Il Fatto è più esplicita nell’indicare tre argomenti di forte contrapposizione, se non di scontro con Draghi: licenziamenti, Transizione ecologica e Anticorruzione. 

«Nelle ultime partite delle nomine, Draghi aveva individuato nel ministro degli Esteri Luigi Di Maio il suo interlocutore di riferimento. Ora, ragionano nel Movimento, questa "ambiguità" verrà superata e sarà Conte a confrontarsi direttamente con il capo del governo. A cominciare da due dossier considerati di particolare urgenza. Il primo è quello che riguarda il lavoro, in particolare in merito alla fine del blocco dei licenziamenti e alle ripercussioni che avrà in materia di occupazione. L'altro è l'ambiente: se i Cinque Stelle sono entrati al governo in nome della "transizione ecologica", è ormai evidente ai più che quello che gli è stato concesso non va oltre aver dato un nuovo nome al ministero. Le scelte del titolare della materia, quel Roberto Cingolani che Beppe Grillo presentò come "uno dei nostri", si scontrano ormai quotidianamente con la svolta green che Conte va ripetendo di voler imprimere al M5S. Infine, ma questa è faccenda delle ultime ore, l'ex premier ha spiegato ai suoi di voler chiedere chiarimenti a Draghi anche sul "conflitto di interessi" appena sancito dal decreto Semplificazioni, secondo il quale controlli e verifiche anticorruzione passeranno dalla gestione dell'Anac, autorità indipendente, agli uffici del ministero della Funzione pubblica: ovvero sarà il governo a controllare se stesso. Sono questi, dunque, i primi tasselli che Conte ha intenzione di rimettere in sesto.». 

Proprio sul tema dell’Anticorruzione è intervenuto Mattia Feltri sul sito dell’Huffington Post, di cui è direttore.

«Serve una premessa: l’Anac è stata istituita nel trionfo del principio di precauzione. E cioè: siccome l’Italia è un Paese corrotto, bisogna far di tutto per prevenire la corruzione. Il principio sacrosanto in medicina – smetto di fumare per prevenire il cancro – nella traduzione che ne è stata fatta nella nostra democrazia è dannosissimo. Più di metà degli anni necessari a completare un’opera se ne vanno in burocrazia essenzialmente profilattica, un anno e mezzo su due e mezzo per le opere piccole, quattro anni su sette anni e nove mesi per le opere medie, otto anni e mezzo su quindici anni e sette mesi per le grandi opere. È come se, per preservare la mia salute, non soltanto smettessi di fumare, ma anche di prendere l’auto perché ci sono incidenti stradali, non uscissi di casa perché dai davanzali talvolta cascano vasi di gerani, e mi rinchiudessi in camera per non fulminarmi in cucina col tostapane. Probabilmente riduco le possibilità di morte, o meglio le rinvio, ma di sicuro riduco le possibilità di vita. Secondo questo ragionamento, c’è un sistema infallibile per cancellare la corruzione e le infiltrazioni mafiose: non fare niente, ed è un po’ quello che è successo al Sud. L’idea del Recovery è esattamente l’opposto: ricominciare a fare e a fare presto, sennò per paura di noi stessi resteremo in eterno due passi indietro. Un buon punto di partenza sarebbe di smetterla di raccontarci che l’Italia è un paese più corrotto degli altri: ricordate la classifica secondo cui siamo più corrotti del Ruanda? Si chiama “Indice di percezione della corruzione”. Siccome non ci sono elementi oggettivi per compilarlo (un Paese con più processi per corruzione è più corrotto o combatte di più la corruzione? E se un paese apre molti processi ma la metà abbondante se ne va in assoluzioni, come lo valutiamo?), ci si basa essenzialmente, come dice l’indice, sulla percezione. Prendete il nostro caso. Si fa un sondaggio per chiedere agli intervistati se ritengano che l’Italia sia corrotta. La maggior parte risponde di sì. Esce la classifica e si titola che l’Italia è molto corrotta. L’anno dopo si rifà il sondaggio, e la percezione è inevitabilmente aumentata, esce la nuova classifica e si titola che l’Italia è ancora più corrotta, e avanti così per l’eternità. Poi, quando l’Istat chiede agli italiani se abbiano assistito personalmente a casi di corruzione, la percentuale di risposte affermative è in linea con quella degli altri Paesi. Del resto la percezione degli italiani è che il trentuno per cento della popolazione è costituita da stranieri, e invece è il nove. In ogni caso le amministrazioni, per definire le misure anticorruzione, dovranno comunque attenersi alla legge, guarda un po’, e pure agli indirizzi dell’Anac. Soltanto che le verifiche passano dall’Anac al governo (e precisamente alla Funzione pubblica di Renato Brunetta), per disincastrare un po’ la macchina, e se ci saranno casi di corruzione allora interverrà la magistratura. E succede perché un’autorità, persino se si chiama anticorruzione ed è definita indipendente, non è più indipendente del governo (non fu il governo Conte a nominare Giuseppe Busia?), né tantomeno ha titoli morali per proclamarsi più nemica della corruzione di quanto lo sia un governo, soprattutto se è il governo di Mario Draghi».

“TROPPI PRINCIPI VIOLATI”, CASALEGGIO SPIEGA IL DIVORZIO

Andrea Malaguti su La Stampa intervista Davide Casaleggio, che dal suo punto di vista sostiene che “troppi principi di democrazia sono stati violati” per proseguire insieme nel Movimento.

«Davide Casaleggio, si sente più deluso, tradito o arrabbiato? «In realtà oggi sono molto sollevato. Non devo più assumermi o sentirmi le responsabilità per decisioni altrui». Dopo settimane di trattative c'è un accordo tra Rousseau e il M5S: è stata una questione di principio o di soldi? «Siamo arrivati ad un accordo perché era necessario separare le strade. Negli ultimi 16 mesi il MoVimento ha deciso di violare così tante regole e principi di democrazia interna e di rispetto delle decisioni degli iscritti da rendere impossibile per noi continuare un percorso condiviso. Siamo arrivati a non vedere motivi per stare ancora insieme. I soldi come la consegna degli iscritti non sono mai stati la causa del problema, ma un effetto. Il problema era che il MoVimento non intendeva onorare gli impegni presi pagando i lavoratori che attendevano il dovuto da mesi». Giuseppe Conte ha scritto: il Movimento, forte delle sue radici, entra in una nuova storia. Perché quella vecchia non andava più bene? «Il modello del Movimento 5 stelle ha consentito di ottenere il 33% di fiducia del Paese e ha dato la possibilità a migliaia di cittadini sconosciuti, come lo stesso Giuseppe Conte, di rivestire ruoli prestigiosi e di potere impensabili. Probabilmente quello che oggi non va più bene è che si vuole dare questa possibilità a persone ben definite». Conte ha promesso che nei prossimi giorni presenterà il nuovo statuto e la nuova Carta dei valori, crede che ci sarà ancora il limite dei due mandati? «Il fatto che in questi mesi non ci sia stata una presa di posizione chiara sul tema mi fa pensare che sia una questione oggetto di contrattazione per il supporto economico richiesto. Ovviamente quando i principi di una comunità sono oggetto di trattativa economica si entra nella fase di liquidazione. Probabilmente, come su molte altre recenti questioni, non si prenderà una posizione chiara e netta. Si rimanderà a un possibile voto e a quel punto, come già accaduto tante altre volte, o sarà presa una decisione in una segreta stanza romana o si proporrà un quesito a ridosso delle candidature». Cito Luigi Di Maio: dobbiamo sostenere Conte e blindare la sua leadership. Quand'è che nel Movimento uno ha smesso di valere uno? «Forse quando troppe persone hanno iniziato a ritenersi più importanti di altre». Ci crede ancora alla democrazia diffusa e dal basso, la democrazia partecipativa? «Assolutamente sì. Credo sia l'antidoto all'accentramento di potere nelle mani di poche persone, al carrierismo politico e all'iperleaderismo. Non è un caso, infatti, che Rousseau, come modello di partecipazione orizzontale e aperto, abbia iniziato a essere percepito come scomodo proprio nella fase di trasformazione gerarchica del movimento verso un'organizzazione partitica tradizionale». È stato il potere a uccidere il Movimento? «Probabilmente è stata più la paura di perdere posizioni acquisite». A questo punto che differenza c'è tra Conte e Salvini, Letta o la Meloni? «Probabilmente lo vedremo alle prossime elezioni se ci saranno differenze». Che effetto le ha fatto lo strappo di Luigi Di Maio sul giustizialismo? «Credo sia un tema che spesso porta alla tifoseria fine a se stessa. La scorsa settimana abbiamo avviato un dibattito sul Blog delle Stelle per entrare nel merito». C'è un momento preciso in cui ha pensato: è tutto finito? «Nell'ultimo anno purtroppo aver voluto rimandare per 15 mesi l'obbligo statutario di votare la guida politica è stata la cosiddetta finestra rotta che se tollerata troppo a lungo porta a una sensazione diffusa di impunità rispetto alle regole e ai principi di una comunità. Abbiamo assistito in molti casi ad una vera e propria transizione etica».

CENTRO DESTRA, OLTRE LA SOMMA DEI VOTI CHE COSA C’È?

Se la presa di potere di Giuseppe Conte sui 5 Stelle è un fatto di prima grandezza, non lo è da meno il matrimonio Berlusconi-Salvini. Oggi l’argomento suscita ancora commenti sulle prime pagine. Ezio Mauro su Repubblica:

«È un'alleanza dai destini incrociati: la Lega sta vicina a Forza Italia per svuotarla, il partito berlusconiano si appoggia al suo carnefice scambiando il declino con il potere di sindaci e assessori, Fratelli d'Italia resta nell'alleanza con i due partner mentre li insidia giorno dopo giorno, puntando ormai apertamente a diventare il primo partito della coalizione. Il profilo esterno dell'Italia di destra, dunque, rimane intatto, ma dentro è in atto un trasferimento di egemonia, che è la vera posta in gioco di questa fase, e inciderà sugli equilibri del Paese nei prossimi anni. Per scongiurare questo esito, Salvini e Berlusconi hanno messo in campo una mossa a sorpresa: una federazione tra Lega e Forza Italia, o addirittura un partito unico, che nasca dalla combinazione fusionista delle due forze politiche. «Entro giugno», promette Salvini. «Non ci appiattiamo sulla Lega e non ci diluiamo - aggiunge Berlusconi - . Ma magari si arrivasse a un partito unico». Che ci sia urgenza lo rivela proprio Berlusconi, che ha interrotto il riposo e il silenzio per gli strascichi che il Covid gli ha lasciato, riunendo su "Zoom" i vertici di Forza Italia, a cui ha indicato il nuovo obiettivo: «Consideriamo questa ipotesi con grande attenzione». Uno choc per il partito, con il fondatore che mette in discussione la sua creatura politica, provando a costruire un nuovo contenitore che la contenga e la superi. E infatti l'ala moderata di Carfagna e Gelmini denuncia l'annessione leghista, e annuncia battaglia, costringendo Berlusconi a una frenata tattica. In realtà la mossa rivela l'ossessione dei vecchi leader (padroni per anni dell'intera superficie conservatrice, sia moderata che radicale) nei confronti della nuova destra di Giorgia Meloni. Salvini che agisce da due anni come il leader in pectore del sovranismo italiano, e per questo si considera candidato naturale alla guida del governo, come reagirebbe davanti a un sorpasso di Meloni? Tutta la costruzione leaderistica del segretario della Lega andrebbe in frantumi, nella coalizione meloniana diventerebbe un numero 2, struttura servente e spodestata della nuova gerarchia. Un minuto dopo non sarebbe più il Capitano leghista, se mai un tenente qualunque. Non può evidentemente permetterselo. Ecco dunque l'idea di sommare la forza residua di Berlusconi con il peso declinante ma ancora robusto della Lega, cercando di ristabilire nei numeri la distanza con la terza incomoda, perduta nella politica. È un'operazione costruita in laboratorio, frutto di alambicchi impauriti, una sorta di arrocco difensivo che punta soltanto ai vantaggi immediati, senza guardare più in là». 

Maurizio Belpietro su La Verità prende di petto i dubbi del mondo berlusconiano. Un po’ lusingando, un po’ sperando, sostiene: comunque è Silvio Berlusconi che decide per tutti.

«Il piano sarebbe stato così avanzato da aver fatto immaginare a Berlusconi un processo super rapido, che prevedeva già nei prossimi giorni la convocazione degli organismi dirigenti per formalizzare il matrimonio. Una fusione a freddo, per incorporazione o meno, ma di cui il leader della Lega sarebbe stato il segretario e lui il presidente. Certo, anticipando a Letta le sue prossime mosse, il leader di Forza Italia non immaginava la reazione dei colonnelli del partito. In particolare, non teneva in considerazione le perplessità di quella che è considerata l'ala più lealista di Forza Italia, a cominciare da Maria Stella Gelmini per finire con Sestino Giacomoni. Totalmente all'oscuro del progetto, rivelato già una settimana fa da La Verità, uomini e donne del Cavaliere hanno manifestato stupore, se non orrore. Le interviste rilasciate nei giorni scorsi al Corriere e ad altri quotidiani trasudano perplessità, ma in realtà, in privato, i giudizi sono assai più pesanti di quelli messi per iscritto. Per non parlare poi di ciò che dice Mara Carfagna, già da tempo con un piede mezzo dentro e mezzo fuori dal partito. Insomma, Forza Italia è in rivolta. Una ribellione che ieri ha indotto Berlusconi a una frenata per cercare di placare gli animi. Tuttavia, se da Arcore si cerca di buttare acqua sul fuoco, chi conosce abbastanza bene il Cavaliere sa che, come sempre, deciderà di testa sua, senza farsi tirare per la giacchetta da chi gli sta intorno».

Alessandro Sallusti, sulla prima pagina di Libero, contrasta invece le letture “esterne” al mondo del centro destra. E ricorda la parodia di Lucarelli, della Gialappa’s che si rivolgeva al pubblico dicendo: “Paura eh?”

«Per quanto mi sforzi, sarà un mio limite, non capisco perché questi analisti guardino con attenzione e rispetto a una convergenza politica ed elettorale tra Pd ed M5S (cioè a quanto di più innaturale ci sia) e bollino come «ad minchiam» una naturale maggiore convergenza tra due partiti (Lega e Forza Italia) alleati da 28 anni. Azzardo una ipotesi. Vuoi vedere che tanto livore e superficialità nasconde solo la paura che ancora una volta le “destre” stanno per bloccare le sinistre a un passo dalla vittoria elettorale che già pregustavano grazie all’alleanza con i Cinque Stelle degrillizati a guida del redivivo ex premier Giuseppe Conte? Già, perché non solo nell’urna ma anche nel consesso internazionale un partitone di centro-destra, e non più di destra-centro come era fino a ieri la coalizione a guida Salvini, risulterebbe più appetibile e tranquillizzante per tutti, compresi i famosi mercati finanziari, che tanto possono fare per indirizzare il corso della storia. Se Salvini fa il matto è pericoloso, se si dá una calmata è «ad minchiam»; se Berlusconi sta fermo ostaggio del suo sette per cento è uno statista, se spariglia e rilancia è vittima di «circonvenzione di incapace», come qualcuno ha scritto ieri. Insomma, io capisco che i grandi giornali tremino all’idea che il dopo Draghi non sia come se lo immagino e auspicano, ma diamoci una calmata: le destre hanno governato per anni il Paese e attualmente governano due terzi delle regioni senza mai mettere in discussione neppure per un secondo le fondamentali libertà sancite dalla Costituzione. E in nessun caso hanno governato «ad minchiam», come invece ha fatto il Pd insieme ai grillini, che se non arrivavano Draghi, Salvini e Berlusconi «ad minchiam» andavamo tutti noi».

UNA CHIACCHIERATA AL BAR CON ZINGA

Sul Foglio Michele Masneri propone una chiacchierata (non politica?) con Nicola Zingaretti, in cui si celebra il successo della campagna vaccinale nel Lazio:

«E' il momento, insomma, del Lazio-pride. Beh, che trionfo. «Abbiamo raccolto i frutti di otto anni di lavoro. Questa era una regione commissariata. Blocco del turnover, uscivano 600 persone e ne entravano 60, un livello di prestazioni tra i più bassi d'Italia. Ora se vai nei centri vaccinali sono tutti ragazzi e ragazze». Pure la app. E' una provocazione, una app romana che funziona. «Eh, è figlia di un investimento di 30 milioni di euro che quattro anni fa abbiamo messo sul nuovo data center regionale. E ora stiamo portando a termine tutta la digitalizzazione del sistema sanitario. Col cellulare prenoti le visite, paghi. Quando è arrivato il Covid è stato drammatico, però in qualche modo eravamo attrezzati. Se arrivava quattro anni prima era una strage». E' la prima volta che mi sento orgoglioso di avere in tasca quel tesserino della regione Lazio. Certo gli uffici sono un po' così. Dovreste fare anche voi un grattacielo. Palazzo Lazio, come palazzo Lombardia. «Eh, sì, del resto è l'edificio in cui hanno girato "Fantozzi". La megaditta. E manco lo possiamo cambiare». Neanche col superbonus? Ma è di proprietà o è in affitto? «Di proprietà. Ma adesso coi fondi europei per il riefficientamento energetico lo rifacciamo tutto, dall'ultimo piano a scendere. E poi guarda che se chiudi gli occhi assomiglia molto al palazzo della Commissione europea di Bruxelles!». Insomma. «Ma sì. E' un triangolo. Era un ospedale, in origine, come destinazione d'uso. Ma non è mai stato inaugurato». Il karma sanitario della regione Lazio! Ma lei si è un po' bullato coi suoi colleghi governatori di tutta questa efficienza del Lazio? Colleghi che prima magari la snobbavano. (Fa delle facce, ride con le guanciotte). «Mettiamola in positivo. Sono molto contento che la gente mi fermi per strada. Mi dicono: sono orgoglioso di essere cittadino del Lazio! Dopo 14 anni è una bella soddisfazione!». L'unico problema è che in mezzo al Lazio però c'è Roma. Io sono andato a vaccinarmi in piazza Manfredo Fanti all'Esquilino, una piazza bellissima, tutto efficiente, peccato che è tipo il più grande orinatoio a cielo aperto d'occidente, in mezzo a una discarica diffusa. «Eh, ma quella è Roma. Purtroppo questa amministrazione in particolare, ma non solo, non ha a cuore Roma, ma chi la governa. Si è usata la città, non ci si è messi al suo servizio. Non so come sia stata possibile la faccenda della targa sbagliata di Ciampi. Davanti a un presidente della Repubblica seduto, che guarda. Capisci allora perché a Roma può succedere di tutto, di tutto. Autobus che prendono fuoco, macchine che sprofondano nelle buche. Io non ci dormo la notte!». Però lei su Roma ha fatto il gran rifiuto. Poteva essere un grande sindaco. «Eh, è un po' più complesso di così. Guarda che son 14 anni. Guarda qui! (E mostra come medaglie le manone con delle strane macchie, evidentemente da stress. O calli)».

GIUSTIZIA, FLICK INVOCA L’ALTA CORTE

Riforma della giustizia. Liana Milella propone una paginata di Repubblica con Giovanni Maria Flick, ex ministro ed ex presidente della Consulta. Flick dà consigli alla Cartabia e lancia l’idea di un’Alta Corte per uscire dallo scandalo del CSM.

«È possibile riformare la giustizia senza toccare la Costituzione? «Non credo. Non vorrei con questo dare ragione alle valutazioni politiche di due autorevoli esponenti, uno della maggioranza e uno dell'opposizione». Si riferisce a Salvini e Meloni? «Non faccio nomi, ma temo abbiano ragione. Se è difficile raggiungere un accordo su particolari tecnici tutto sommato meno rilevanti, immagino quanto lo sarebbe raggiungere oggi la coesione per una modifica costituzionale di grande rilievo, come mi sembra emerga anche dalla riflessione della commissione Luciani che si occupa del Csm». Allora fa bene Salvini a proporre il referendum? «Sì e no. Prescindo dal significato politico attribuito o presente in questa mossa. Certo è strano che il referendum con cui il popolo chiede al Parlamento di cambiare una legge venga utilizzato da un esponente del Parlamento stesso per chiedere al popolo di farlo. È un'ennesima riprova della delegittimazione del Parlamento. Inoltre i temi sottoposti a referendum sarebbero di un tecnicismo tale da poter essere difficilmente compresi dagli elettori». Questa maggioranza non omogenea ce la farà a portare a casa qualcosa di utile sulla giustizia? «Mi auguro soprattutto che la magistratura accetti - a differenza del passato - che si intervenga su di essa, senza opposizioni aprioristiche; che la politica non utilizzi argomenti e profili essenzialmente tecnici per una battaglia molto più semplicemente politica tra maggioranza e opposizione, o addirittura all'interno della stessa maggioranza». Per Cartabia vede una mediazione è possibile? «Ammiro la sua perseveranza e impegno politico nell'affrontare problemi tecnici che hanno una matrice comune ed essenzialmente politica, al di là delle loro specificità. Mi domando se questa totale trasparenza nel metodo e nella ricerca del consenso di tutti non rischi di tradursi in un fattore che può acuire le rispettive contrarietà e contraddizioni». Palamara e la grave questione morale del correntismo esasperato. Come se ne può uscire? «Non mi piace parlare di questione morale di fronte a vicende come queste. Se sussistono, si tratta di illeciti disciplinari gravi o di illeciti penali; entrambi non possono essere rimossi con una sorta di auto rigenerazione all'interno della categoria dei magistrati, come ci si illudeva agli inizi. Né possono essere liquidati come mele marce da isolare». E allora qual è la riforma giusta? «Servirebbe un'Alta Corte, prevista dalla Costituzione, invece della cosiddetta giurisdizione domestica che lascia dubbi e perplessità nell'opinione pubblica». 

DONNE VITTIME, SAMAN È STATA UCCISA?

A proposito di giustizia, ci sono storie di donne oggi in primo piano. Si aggiungono particolari all’orribile storia della ragazza pachistana Saman, probabilmente eliminata dai suoi stessi parenti, perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Michele Brambilla sul Quotidiano Nazionale torna a rivendicare la battaglia del suo giornale in favore della ragazza:

«Sabato Luigi Manconi su Repubblica e ieri Goffredo Buccini sul Corriere della Sera hanno parlato del caso di Saman Abbas. Entrambi hanno scritto che questa orribile vicenda è stata praticamente ignorata dai media e dalla politica. Detesto chi rivendica meriti e primogeniture (chi lo fa, dovrebbe essere altrettanto pronto nell'ammettere colpe e ritardi) ma per una volta lasciateci dire che siamo stati i primi a sollevare il caso. Ora siamo felici che Corriere e Repubblica siano scesi in campo, perché sono due grandi e autorevoli giornali e i loro interventi non potranno che giovare alla verità. Sul perché di tanto e prolungato silenzio su questa povera ragazza, Luigi Manconi e Goffredo Buccini danno risposte simili ma non uguali. Manconi punta più sull'incapacità da parte di tutti nell'affrontare il problema dell'integrazione con culture diverse. Buccini sottolinea il timore della sinistra di essere accusata di razzismo, di essere accomunata a una certa destra che rifiuta ogni diversità, di sentirsi rivolgere l'epiteto di "islamofobo". Tutte le opinioni, comprese le loro sottili differenze, sono preziose per cercare di capire la realtà. Ma quel che conta è che si sia riconosciuto un fatto: e cioè che una vicenda mostruosa come quella di Saman è stata taciuta, rimossa, nascosta quasi con vergogna da un milieu giornalistico e politico solitamente prontissimo a sollevare scandali per molto meno, magari per una donna che viene fatta alzare da una cena della nazionale cantanti, il che se permettete è un fatto non paragonabile a quanto accaduto a Saman. Noi abbiamo accostato la storia di questa ragazza pachistana a quella di una donna di Catania uccisa dal fratello per aver tradito il marito con un uomo di un altro clan mafioso, disonorando così la famiglia. Ci sono molte affinità fra queste due orribili culture. Ma una differenza: la mafia è fuorilegge e in Italia chi fa cose del genere è condannato dalla società e dai giudici. In certe culture tribali, invece, chi ammazza una figlia perché rifiuta le nozze combinate crede di aver fatto cosa gradita a Dio. Ecco, la nostra battaglia è poter parlare di questo senza volerci mescolare con gli xenofobi. Le diversità sono una ricchezza e "contaminarci" con esse ci arricchisce. Ma non tutte le diversità sono un valore: quelle oggettivamente (sottolineo: oggettivamente) mostruose, vanno denunciate urlando dai tetti».

DONNE VITTIME, SUOR MARIA LAURA BEATA

Altra storia di donna. Ieri è stata proclamata beata Suor Maria Laura Mainetti, uccisa 21 anni fa da tre ragazze. La cronaca di Roberto Canali per Quotidiano Nazionale:

«Suor Maria Laura Mainetti raccontò di aver scoperto la vocazione il giorno in cui il suo parroco, al termine della confessione, insieme alle preghiere da recitare le disse «fai della tua vita qualcosa di bello per gli altri». Parole che lei prese alla lettera consacrando la sua vita a Dio, fino al sacrificio più estremo, il martirio in «odium fidei», l'assassinio in odio alla fede che era lo stesso dei cristiani condannati a essere sbranati dalle belve nel Colosseo o in tempi più recenti dei martiri che hanno trovato la morte sotto i regimi totali come monsignor Oscar Romero poi proclamato santo, oppure quelli uccisi dalla mafia come i beati Giuseppe Puglisi e Rosario Livatino. «Suor Maria Laura Mainetti delle Figlie della Croce è stata uccisa 21 anni fa da tre ragazze influenzate da una setta satanica, con crudeltà - ha sottolineato Papa Francesco ieri mattina al termine dell'Angelus da Piazza San Pietro -. Proprio lei che amava i giovani più di ogni cosa e amato e perdonato quelle stesse ragazze prigioniere del male, suor Maria Laura ci lascia il suo programma di vita: fare ogni piccola cosa con fede, amore ed entusiasmo». «Trasformare la propria vita in un capolavoro» come hanno scritto sugli striscioni i 2.500 fedeli che ieri pomeriggio si sono ritrovati allo stadio di Chiavenna, arrivati da tutta la valle per ricordare quella suora minuta, sempre pronta a farsi in quattro per gli altri, che ha trovato la forza di pregare per le sue assassine anche mentre veniva uccisa. Quando il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha pronunciato la formula in latino dichiarandola beata tutto lo stadio è esploso in un applauso, il primo dopo i lunghi mesi del Covid. «Questa è una giornata davvero eccezionale per noi, per la prima volta la città ha una sua figlia elevata agli onori degli altari - ha ringraziato il sindaco Luca Della Bitta -. Dopo San Luigi Guanella beata Maria Laura Mainetti». La speranza è che tra qualche anno ci si possa incontrare di nuovo per proclamare suor Laura santa, in Valchiavenna ci credono ma serve il miracolo. A noi laici basta pensare che quel «raggio di luce», come i carabinieri di Chiavenna ribattezzarono l'indagine sull'assassinio di suor Laura, sia servito a illuminare la vita di quelle tre ragazzine che dopo aver pagato il loro debito con la giustizia, e messi da parte i deliri satanisti, si sono rifatte una vita e oggi sono sposate e mamme. Il miracolo di suor Laura è già tutto qui».

GERMANIA 1: IN SASSONIA VINCE LA CDU, SCONFITTA AFD

Elezioni locali in Germania: vince la CDU del dopo Merkel, che batte l’Afd, l’ultradestra populista. Sconfitti anche i Verdi e la Spd. Paolo Valentino sul Corriere.

«La Cdu ha vinto le elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, ultimo appuntamento con le urne prima del voto federale di settembre. Il partito di Angela Merkel e di Armin Laschet ha inflitto un pesante distacco all'AfD, l'estrema destra radicale che aveva addirittura sperato di fare il sorpasso, ma che rimane nonostante tutto la seconda forza politica nel Land dell'Est. È un ottimo viatico politico per Laschet, il candidato alla cancelleria della Cdu-Csu, che ora potrà rilanciare la propria campagna fin qui esangue e incolore. Avanzano, anche se meno del previsto i Verdi, che confermano la difficoltà a far passare i temi ambientalisti nelle regioni della ex Ddr. Pesanti sconfitte registrano la Linke e i socialdemocratici, mentre i liberali della Fdp tornano dopo dieci anni nel Parlamento regionale. Le prime proiezioni danno la Cdu al 36,9%, un balzo di quasi 7 punti rispetto a cinque anni fa. AfD si attesta poco sopra il 21%, perdendo oltre tre punti percentuali. Crolla la Linke, che dal 16,3% del 2016 è ora all'11,2%. Scende per la prima volta sotto la doppia cifra la Spd, che è ferma all'8,3%, contro il 10,6% della volta precedente. I Verdi salgono al 6,2% dal 5,2% del 2016. Infine, la Fdp passa dal 4,9% al 6,4%, conquistando il diritto ad avere i suoi deputati nel Landtag. «È un risultato sensazionale», ha commentato il segretario generale della Cdu, Paul Ziemiak, secondo il quale gli elettori hanno premiato l'unità del partito e il suo profilo centrista. Protagonista assoluto della vittoria è stato il premier cristiano-democratico del Land, Reiner Haseloff: un'indagine post-elettorale dice che l'81% degli intervistati ha giudicato molto positivo il suo lavoro. Haseloff ha fin qui governato la Sassonia-Anhalt alla guida di una cosiddetta coalizione Kenya, tra Cdu, Spd e Verdi. Il risultato di ieri gli consente di rinnovarla, ma gli apre anche la doppia possibilità di un'alleanza Germania (Cdu-Spd-Liberali) o di una coalizione Giamaica (Cdu-Verdi-Liberali)».

GERMANIA 2: MARX (IL CARDINALE) ROVESCIA IL PARADIGMA

Germania in primo piano anche per la Chiesa cattolica, dopo la clamorosa lettera di dimissioni del cardinale Reinhard Marx. Interessante la lettura di Fabrizio d’Esposito sul Fatto, dal titolo: Da Lutero a Ratzinger e Marx: la chiesa tedesca sposta “a sinistra” le divisioni tra cattolici.

«A giudizio di vari esperti di Vaticano nonché della destra clericale anti-Bergoglio, le clamorose dimissioni del cardinale Reinhard Marx da arcivescovo di Monaco e Frisinga offrono, in generale, una lettura pessimistica dell'esito rivoluzionario del pontificato Francesco. Marx è infatti uno dei cardinali più fedeli a Bergoglio e il suo strappo si può leggere come l'atto finale di una crisi irreversibile della Chiesa ("punto morto") oppure come un'ultima disperata mossa per scuotere il centralismo di Roma ("punto di svolta"). Ufficialmente, nella lettera datata 21 maggio e resa nota venerdì 4 giugno, con l'autorizzazione dello stesso Francesco (un dettaglio non secondario), l'arcivescovo dimissionario si dichiara sconfitto per il "fallimento istituzionale e sistematico" della Chiesa tedesca a causa dello scandalo della pedofilia. Eppure il cardinale, come riconosciutogli in Germania da più parti, ha affrontato con decisione e coraggio la questione degli abusi clericali sui minori, a differenza dell'arcivescovo di Colonia Rainer Maria Woelki, il suo principale oppositore e che secondo il Comitato centrale dei cattolici tedeschi si sarebbe dovuto dimettere al posto di Marx, come riferito ieri da Avvenire. La pur decisiva lotta alla pedofilia nella Chiesa è però solo un aspetto di quello che è ormai considerato il rischio scismatico in Germania. Un pericolo noto da tempo e che adesso viene rilanciato dalle dimissioni di Marx, che nella sua lettera fa riferimento al fatidico cammino sinodale per ripartire e dare un punto di svolta. Da anni nella Chiesa teutonica si registra una tendenza progressista su celibato sacerdotale, donne prete e benedizioni alle coppie gay. Al punto che un altro cardinale tedesco di rango, Gerhard L. Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha parlato in un'intervista alla Nuova Bussola Quotidiana di "un'agenda omosessualista e femminista" che "mina l'antropologia naturale". Questo anche a causa della vicinanza coi protestanti luterani. Insomma, come ha titolato ieri La Verità, il quotidiano di Belpietro, "Dietro la spallata di Marx c'è un'agenda di riforme alla Lutero". Il paragone tra Bergoglio e l'autore della Riforma è un classico di questi anni di anti-bergoglismo, solo che stavolta Francesco stesso potrebbe essere vittima dello strappo marxiano. Non solo. Nel lacerante dibattito sul futuro della Chiesa teutonica, il 20 maggio scorso c'è stata un'altra lettera che non ha avuto molto risalto. A vergarla il papa emerito e tedesco Benedetto XVI . In risposta all'invito ricevuto dal seminario della diocesi di Czestochowa, Ratzinger scrive: "Che meraviglia vedere in Polonia ciò che invece sta appassendo in Germania". E qui ritorna forte il tema dell'intransigenza dottrinaria della destra clericale. Da una parte il cattolicesimo polacco, cupo e tradizionalista. Dall'altra la sinistra di Marx, il cardinale. In mezzo Francesco, che nella domenica di Pentecoste, il 23 maggio, ha ammonito: "Oggi, se ascoltiamo lo Spirito, non ci concentreremo su conservatori e progressisti, tradizionalisti e innovatori, destra e sinistra, no: se i criteri sono questi, vuol dire che nella Chiesa si dimentica lo Spirito"».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.