SULLE ORME DI ABRAMO

Viaggio "stratosferico" del Papa in Irak. Nuovi divieti contro l'epidemia. Si accelera sui vaccini. Uno scandalo contro il governo e uno contro l'opposizione. Non ci sarà un Fiorello Amadeus 3.

Una terra dimenticata. Non solo dai mass media, ma dalle diplomazie occidentali. Una terra dove si è rapito, schiavizzato, ucciso in nome di Dio. Una nazione sofferente oggetto di un clamoroso “scarto”: gli ultimi sulla terra. Papa Francesco ha sfidato tutti, anche chi in Vaticano gli consigliava prudenza, per essere in questi giorni in Irak. Lo studioso di Islam Olivier Roy stamane usa un aggettivo: “stratosferico”. La stampa italiana racconta questo viaggio davvero francescano con grande attenzione ed emozione. Le macerie delle chiese a Mosul diventano le macerie di un mondo in ginocchio per la pandemia e per la conseguente crisi economica. Preghiera al Cielo, come ieri nel momento inter-religioso di fronte alla casa di Abramo, dialogo, fratellanza: poche parole, poche risposte teoriche, tanti gesti. Che andranno guardati, capiti, assimilati. E sul fronte della lotta al Covid le notizie non sono buone. C’è angoscia, anche nelle nostre autorità di governo, per l’accelerazione del virus, tanto che in diversi giornali ipotizzano “nuove misure” (copyright il ministro Speranza) oltre a quelle già in vigore. Mattarella ha visitato ieri un luogo di vaccinazione a Roma, allestito dalla Regione nella Nuvola di Fuksas all’Eur, come un generale che visita le truppe in prima linea.  Le ultime sulla “guerra mondiale” iniziata proprio sui vaccini raccontano di uno sforzo internazionale senza precedenti. L’America di Biden viaggia su numeri da capogiro. Continua il dibattito nel Pd dopo le dimissioni di Zingaretti, che l’interessato conferma. Mentre Grillo sfotte i dem, pur sapendo che anche i grillini hanno qualche discussione interna. L’ “elevato”, come si fa chiamare, dice una cosa giusta: con Draghi la politica si fermi e ragioni come ristrutturarsi, poi torneremo a dividerci. Ci sono poi due casi spinosi: Repubblica stampa le rivelazioni di un pentito che accusa Giorgia Meloni di aver dato soldi a dei Rom. Lei smentisce. Il Fatto insiste sulle consulenze delle agenzie multinazionali a Draghi per il Recovery. Il Mes conferma ma dice che si tratta di 25 mila euro di consulenza. Sipario finale su Sanremo, vincitori i Maneskin. Non ci sarà un Amadeus 3, stesso destino di Giuseppe Conte. Vedremo se anche qui l’anno prossimo arriverà un outsider. Aldo Grasso impallina da par suo Daniela Martani, No Vax e No Mask che sarà all’Isola. Si è sottoposta ad un autodafé a favore dei vaccini, pur di esistere. Ecco comunque i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Il titolo più suggestivo fra i giornali che scelgono il viaggio del Papa come tema di apertura è quello del Manifesto. La foto è dell’incontro con l’imam sciita Al Sistani: Il patto di Abramo. Avvenire sottolinea il messaggio di pace: Rinunciare al nemico.  Tutti gli altri giornali ne parlano in prima pagina ma prevale ancora l’argomento emergenza pandemia. Il Corriere della Sera mette in bocca l’annuncio al Ministro Speranza che viene intervistato: «Misure più dure per le varianti». Repubblica spaventa: Ospedali sotto assedio. Mentre La Stampa va sull’ordine sparso, ormai tanto criticato, delle varie autorità locali: Covid, il piano di Gelmini contro le Regioni fai da te. Per il Quotidiano nazionale ci sono: Sei giorni per decidere se chiudere tutto. Il Messaggero denuncia: Vaccini in arrivo, medici in fuga. Il Secolo XIX mette in luce la questione delle varianti nelle fasce d’età più basse: Il contagio dilaga tra i giovani. La Liguria chiude le superiori. La Verità insiste sul caso mascherine: DA DOGANE E PROTEZIONE CIVILE OK ALLE MASCHERINE FUORILEGGE. Sull’economia c’è Il Sole 24 ore che annuncia misure per chi è in crisi: Prestiti per le imprese soluzione ponte con bad bank. Il Mattino spera sia vero quello che ha raccolto dal Ministro Giovannini: «Cantieri Ue, metà al Sud». Il Fatto torna sul presunto scandalo delle consulenze al Governo: Le multinazionali sul Recovery sono 4. Il Giornale vede di nuovo in opera i giudici: TOGHE ROSSE. IL SISTEMA RIPARTE: CACCIA AL CENTRODESTRA. La pensano uguale al Tempo, che chiede: Ora la Cartabia batta un colpo. Si diverte con la politica Libero: Becchino Grillo seppellisce il Pd.

“NON USARE IL NOME DI DIO PER GIUSTIFICARE OMICIDI E OPPRESSIONI”

Il viaggio del Papa è ancora in corso. E anzi oggi vive una tappa davvero impressionante. Tanti i commenti sui giornali. Iniziamo dall’analisi dello studioso Olivier Roy su La Stampa.

«Qual è la novità principale del primo viaggio di un Papa in Iraq? «È la prima visita di un Pontefice in un Paese a maggioranza sciita e questo spiega l'insistenza di Francesco. Non è certo un viaggio privo di pericoli, come quelli in Egitto o negli Emirati arabi uniti. Qui i rischi legati alla sicurezza esistono. Non vengono però dal fronte sciita. L'Iran, che ha un'influenza enorme in termini politici e militari nel Paese, non farà nulla per sabotare questa visita. Il Papa è deciso ad allargare il dialogo con l'islam agli sciiti, con gli stessi principi applicati ai sunniti. Stabilisce canali con figure non legate allo Stato. È questo è ancora più vero per Sistani di quanto lo sia per il Gran Muftì dell'Università di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb, massima figura del sunnismo. Sistani è un "marjah", sommo gradino nella gerarchia sciita. Un titolo che per esempio la Guida suprema iraniana Ali Khamenei non può esibire. Quello di ieri è stato quindi un vertice di livello stratosferico». E che conseguenze avrà? «C'è una prima conseguenza per i cristiani d'Oriente, che in Iraq hanno patito sofferenze enormi, fino alla quasi scomparsa. Sistani è una garanzia a loro difesa. Va detto che tra cristianesimo e sciismo ci sono molte meno controversie rispetto al sunnismo. Le persecuzioni di cristiani da parte degli sciiti sono state limitate, anche in passato. L'impero persiano safavide ha accolto cristiani armeni in fuga fin dal XVI secolo. La società irachena è adesso chiamata a rispettare l'impegno preso dai due leader a Najaf. Basta violenze in nome della religione. È un messaggio potente, in questo contesto. Gli iracheni sono stufi di pagare il prezzo delle manipolazioni e delle guerre per procura fra Iran, potenze sunnite, Stati Uniti. La voglia di convivenza è sincera, reale, e ne esce rafforzata». E le conseguenze politiche? «Vanno a cascata. Sistani è contrario alla teoria khomeinista del velayati-e-faqih, il controllo della politica da parte dei religiosi. Ha sempre sostenuto l'autonomia delle forze politiche. È intervenuto solo nei momenti di crisi drammatica. Su tutti, nel giugno del 2014, quando l'Isis minacciava Baghdad e l'ayatollah ha ordinato la mobilitazione dei volontari sciiti - aperta, va detto, a piccole componenti cristiane, curde e persino sunnite - per fermarlo. Duecentomila giovani risposero alla chiamata. Poi però ha spinto per l'integrazione delle milizie negli apparati di sicurezza statali, cosa che l'Iran non vuole per poterle usare a suo piacimento. Adesso il premier Mustapha al-Kadhimi ha una carta in più per spingere verso un maggiore controllo governativo di queste forze "di mobilitazione popolare", in modo da districarsi dal braccio di ferro Usa-Iran»

Eugenio Scalfari su Repubblica spiega perché il Papa non si limita al “sermone religioso”.   

«Personalmente ho incontrato il Papa nel suo studio di Santa Marta in Vaticano almeno una decina di volte da quando è stato eletto alla carica ed assunse addirittura il nome di Francesco, lui gesuita, dunque di un ordine diverso da quello di San Francesco. Per Sua Santità la funzione papale è di notevole importanza e non si limita al "sermone religioso". Sua Santità si rende conto delle "particelle religiose" che ruotano ovunque. Le "particelle" rappresentano una forma di spiritualità, un'energia universale diversa da quella che conosciamo che si incontra anche con i buchi neri dell'universo, un mondo che sfugge completamente al nostro ma che esiste per il Dio che sovrasta ogni aspetto dell'universo. Questo è papa Bergoglio e non stupisce di certo l'attuale viaggio nell'Oriente del nostro mondo. Più volte ho avuto modo di parlare con lui di questi problemi ed anche del concetto di rivoluzione quando si parla non di politica ma di struttura universale. Il suo viaggio medio-orientale rappresenta un nuovo spirito religioso. Il Medio Oriente del nostro pianeta fa parte della storia di Francesco e noi lo seguiremo con il dovuto interesse e attenzione.».

Andrea Riccardi nell’editoriale di Avvenire commenta il ricordo dei martiri cristiani e il fatto che Papa Francesco non è in Irak, per una “rivincita”.

«Francesco ha risposto alle attese degli iracheni e delle irachene visitando il Paese, nonostante molti lo sconsigliassero. Non è un periodo in cui i leader fanno visite ufficiali. E l'Iraq non è sicuro. Il Papa, però, sentiva di dover visitare questa estrema periferia senza pace e una Chiesa di nuovi martiri oltre che di millenaria fedeltà al Vangelo. Tanti, ancor oggi, rischiano la vita in Iraq. Raghed Ghanni, giovane prete caldeo che studiava a Roma, avrebbe potuto restare qui, ma tornò nella sua terra dove fu assassinato nel 2007: «Senza l'Eucarestia, i cristiani non possono vivere in Iraq», diceva. E la celebrò fino alla morte a Mosul per mano di terroristi islamici. Il Papa ha preso le mosse dalla cattedrale siro-cattolica di Baghdad, dove sono stati uccisi 48 cristiani in un attacco terroristico nel 2010; e prega oggi a Mosul, l'ex capitale del califfato, dove i cristiani (almeno 6mila) furono scacciati e le chiese distrutte (assieme a edifici religoosi retti da musulmani resistenti al jihadismo). Nei martiri c'è un seme di vita per la Chiesa e per l'Iraq. Questa è la fede della Chiesa. E il Papa, infatti, non viene per una rivincita, né per accusare in blocco l'islam, come fa qualche cristiano d'Oriente e d'Occidente. Dal Vangelo scaturisce una cultura di pace: un vivere insieme liberante dalla logica dello scontro tra diversità, divenute tribalismi arroganti e violenti, troppo in auge in Iraq.».

“LA SECONDA ONDATA NON È FINITA”

C’è grande preoccupazione sui giornali su possibili nuove misure e sulla difficoltà di frenare un’epidemia ripresa in modo drammatico in tante regioni. Il Corriere della Sera intervista il ministro della Salute Roberto Speranza, che sostiene: la ripresa del virus è molto forte .

«Perché, dopo esserci fatti cogliere di sorpresa dalla seconda ondata, non riusciamo a fermare la terza? «La seconda non è mai finita, assistiamo a una ripresa molto forte dovuta all'impatto delle varianti, che ci sta portando a misure sempre più restrittive sui territori». Imporrete coprifuoco anticipato e lockdown nazionale, almeno nei weekend? «Abbiamo confermato il modello per fasce perché ci sono situazioni geografiche molto diverse. È chiaro che monitoreremo giorno per giorno l'evoluzione epidemiologica, adattando le misure alla luce delle varianti». Sui vaccini l'Italia è in grave ritardo. Figliuolo farà meglio di Arcuri? «I nostri numeri sono in linea con Germania e Francia. Figliuolo farà un gran lavoro, che ci consentirà di accelerare ancora di più la campagna quando finalmente avremo molte più dosi». Se Salvini ne ha ottenuto il siluramento, non è perché Arcuri ha fallito? «Arcuri va ringraziato per il lavoro straordinario fatto. Se oggi abbiamo mascherine e respiratori e abbiamo fatto 186 mila vaccinazioni in un giorno è anche merito suo». Gelmini al posto di Boccia sposta a destra la mediazione tra rigoristi e aperturisti? «Io sono rigorista perché sono realista. Ricevo chiamate preoccupate dei governatori, che stanno firmando ordinanze restrittive anche da zone rosse. Gelmini è molto consapevole della serietà della situazione». Lei si augura che Zingaretti torni in sella? «Il grido di dolore di Zingaretti ha tolto il velo alle contraddizioni del Pd e aperto una crisi che riguarda tutti i progressisti. Quello che c'è oggi non basta e quello che serve ancora non c'è. Con il virus che ha stravolto le esistenze, anche il nostro campo deve profondamente cambiare. (…) Lei vede una continuità tra Conte e Draghi sulla linea del rigore, ma le scuole chiuse e i ristoranti aperti non dimostrano il primato dell'economia sulla salute? «No, la priorità resta il diritto alla salute. Ogni scelta di didattica a distanza comporta sofferenza, ma c'è una recrudescenza significativa del virus, la variante inglese è molto più rapida soprattutto nelle generazioni più giovani». Perché allora non ascolta Veltroni, che suggerisce di vaccinare i ragazzi? «Le scelte etiche sono sempre rispettabili, ma 6 decessi su 10 riguardano persone con più di 80 anni, vaccinarle significa salvare loro la vita. È la cosa più nobile che c'è».

VACCINI 1. ENTRO GIUGNO L’IMMUNITÀ

L’obiettivo vero è mettere il turbo alla campagna vaccinale. E arrivare entro giugno all’immunità di gregge. Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera racconta il tentativo di accelerare:

«L'accelerazione prevede un cronoprogramma preciso. L'obiettivo è arrivare a fine giugno ad avere somministrato 60 milioni di dosi. Sembra impossibile visto che oggi, a due mesi dall'inizio della campagna, siamo a poco più di 5 milioni. Nemmeno il 10% dell'obiettivo. Ma se non ci saranno tagli o ritardi sulle consegne e se tutto filerà liscio dal punto di vista organizzativo, raggiungere quella cifra è possibile. A fine giugno dovremmo avere poco meno di 15 milioni di persone vaccinate con doppia dose: medici, infermieri, over 80, e altre fasce di anziani che riceveranno Pfizer e Moderna, che prevede il richiamo dopo 21 giorni. E poco più di 30 milioni di persone che riceveranno o il monodose Janssen (di Johnson & Johnson) che dovrebbe essere autorizzato la prossima settimana per poi arrivare ad aprile, oppure la prima dose di AstraZeneca. In tutto sarebbero 45 milioni di italiani protetti in modo completo o parziale. Un dato vicino a quei 42 milioni di vaccinati, però con protezione completa, che rappresenta l'obiettivo dell'immunità di gregge».

Sempre sul Corriere della Sera lo scienziato Roberto Burioni incoraggia Draghi a prendere esempio dal Churchill della resistenza anti nazista. Contro il virus come in guerra e chiede un controllo sulle stupidaggini che si dicono in giro, soprattutto in televisione:

«Pensare di vincere questo virus con venti piani vaccinali diversi - uno per regione - è una pericolosa illusione. La battaglia è una e le regole devono essere identiche in tutto il Paese, altrimenti sarà molto difficile portare a termine questo difficile compito. Infine, «loose lips sink ships» , dicevano durante la seconda guerra mondiale gli inglesi: i chiacchieroni affondano le navi. Chi in una situazione di grave emergenza parla sconsideratamente può causare - anche involontariamente - danni incalcolabili. Incredibilmente capita di vedere in televisione, nelle ore di maggiore ascolto, individui che raccontano bugie pericolose, dicendo che Covid-19 non esiste, che le mascherine sono inutili, che i vaccini sono tossici e inefficaci. La Costituzione - che insieme alla libertà di opinione per noi è sacra anche in guerra - garantisce che chi afferma che Sars-CoV-2 causa una «semplice influenza» non venga arrestato all'alba ma non conferisce a ogni ciarlatano il diritto di potere esporre la sua ignoranza in prima serata televisiva.».

VACCINI 2. GUERRA MONDIALE

Da qualche giorno si parla di “guerra mondiale dei vaccini”, certo è che la questione strategica della campagna vaccinale è il primo tema nell’agenda dei leader mondiali. Ne scrive su Repubblica Maurizio Molinari:

«La possibilità di risollevare legittimità e prestigio degli Stati nazionali si gioca ora sul terreno drammatico della pandemia. Ovvero, se i leader di Ue ed Usa riusciranno a battere il Covid 19 ed a risollevare la crescita il risultato sarà il riscatto dello Stato nazionale e quindi la sconfitta politica dei populisti interni sostenuti o spalleggiati in varia forma dalle autocrazie acerrime rivali dell'Occidente. La difficoltà però nasce proprio da questo terreno di prova perché la sconfitta della pandemia potrà avvenire solo se lo Stato nazionale riuscirà a ridefinirsi in maniera talmente rapida ed efficiente da poter mettere in fuga il virus di Wuhan aprendo la strada ad una epocale ricostruzione del benessere. L'unica via per farlo è adoperare tutte le migliori risorse degli Stati nazionali per garantire la Sanità pubblica ovvero agire, in maniera concreta e senza precedenti, per portare la Salute dei cittadini in cima all'interesse nazionale, trattandola come un tassello della sicurezza collettiva al pari della difesa da attacchi balistici, blitz cyber, azioni terroristiche o armi di distruzione di massa. Questo spiega perché Joe Biden, appena arrivato alla Casa Bianca, ha affidato al Pentagono la logistica della vaccinazione di massa - balzando in poche settimane a 2 milioni di somministrazioni al giorno - esercitando enormi pressioni sull'industria - non solo farmaceutica - per aumentare la produzione di dosi e trasformando la mascherina in un indumento obbligatorio per ogni dipendente governativo. Insomma, l'intera macchina dell'amministrazione Usa ha oggi come priorità battere il virus grazie ai vaccini e di conseguenza ogni sua risorsa migliore - industriale, intellettuale o militare - è finalizzata a questo. Proprio come avviene durante un conflitto militare.…»

«L’AVVOCATO SAREBBE ORGOGLIOSO DI DRAGHI»

Sul giornale torinese di famiglia, La Stampa, John Elkan parla di suo nonno, l’Avvocato Gianni Agnelli, che oggi avrebbe compiuto 100 anni.

«Credeva nel progetto europeo: apparteneva alla generazione che aveva visto le conseguenze di due guerre mondiali. Sono settantacinque anni che nel Continente regna la pace. Non dobbiamo mai dimenticarlo». Oltre all'Europa, c'era l'America: Agnelli era amico di Kennedy e di Kissinger. Cosa avrebbe detto di Trump e dell'onda populista che ha sommerso l'Occidente in questi anni? «Mio nonno andò per la prima volta in America a 18 anni. Ne fu molto impressionato, ai suoi occhi rimase sempre un paese dinamico, costantemente proiettato verso il futuro. Un tratto che, in fondo, permane ancora oggi». E sul pericolo dei sovranismi e il rischio della de-globalizzazione cosa avrebbe pensato? «Il populismo lo conosceva bene. Con il suo vissuto storico, avrebbe distinto i regimi assoluti di ieri - di destra o di sinistra - dai populismi di oggi, che non avrebbe apprezzato ma che restano pur sempre democratici. Avrebbe ironizzato sui populisti contemporanei, confrontandoli magari con Evita Perón. Avrebbe respinto le idee troppo facili, come il processo di deglobalizzazione, restando ben cosciente dei rischi della mercatizzazione senza regole. Ma come disse nel suo ultimo discorso al Senato: "dove passano le merci non passano gli eserciti..."». Globalizzazione, merci, eserciti: la novità geopolitica più rilevante dei nostri anni è l'ingresso sulla scena di una super-potenza come la Cina. Questo l'Avvocato non ha fatto in tempo a vederlo «La Cina non faceva parte dei suoi orizzonti, perché era ancora un Paese chiuso. Oggi non lo è più e la sua dimensione è determinante: basti pensare che è il più grande mercato automobilistico al mondo. Noi lì stiamo crescendo, come dimostra il nostro ultimo investimento Shang Xia, per sviluppare insieme ad Hermès una grande realtà del lusso cinese. Tra l'altro i miei figli studiano il mandarino, oltre all'inglese». Quanto vi ha condizionato questa sua apertura al mondo, questa sua natura "apolide"? «Per noi è stata decisiva. Di quella natura le nostre vite familiari sono un "di cui". Lui ci ha educato al multiculturalismo. I suoi luoghi sono stati anche i nostri. Per ragioni affettive, ma poi anche lavorative. Un bagaglio esistenziale e professionale che ha spinto la nostra generazione ad andare oltre, verso l'Asia». (…)  Un altro motto di suo nonno era "quello che va bene per l'Italia va bene anche per la Fiat". «Mio nonno ha amato profondamente l'Italia, e l'Italia lo ha molto amato. Le tante manifestazioni di affetto che abbiamo visto in occasione dei suoi funerali sono state straordinarie: il lungo abbraccio degli italiani, che hanno voluto salutarlo così». Ma nel rapporto tra l'azienda e il Paese qual è stato il "saldo" tra il dare e l'avere? «Il rapporto è stato positivo per tutti, e lo è tuttora. I vantaggi sono evidenti, basta guardare al contributo dato in più di 100 anni di attività imprenditoriale, ma anche al ruolo svolto dalla Fondazione Agnelli, oltre alle attività sociali e solidali realizzate dalla mia famiglia. Un impegno che continua soprattutto in questo momento difficile che il nostro Paese sta affrontando». (…) Cosa penserebbe della politica di oggi? «Sarebbe stato molto orgoglioso di un presidente del Consiglio come Mario Draghi. Avrebbe cercato di aiutare l'Italia a gettare le basi dello sviluppo con il Recovery Plan e la transizione ecologica. Soprattutto avrebbe espresso una forte fiducia nel futuro». A proposito di ambiente, tra le sue frasi più note c'è anche questa: "Mi sono simpatici gli ecologisti, ma hanno programmi costosi: non si può essere più verdi delle proprie tasche". Secondo lei oggi la ripeterebbe? «Oggi cercherebbe soluzioni coraggiose ai problemi dell'ambiente. Sapendo bene che la risposta non è la decrescita, ma che lo sviluppo, per garantire vero progresso, deve essere sostenibile. Gli sarebbero piaciute e avrebbe incoraggiato le tante iniziative in questa direzione, come il Green Pea di Farinetti, o quelle che stiamo facendo direttamente, come il lancio della 500 elettrica. Sarebbe stato molto curioso di Greta: sicuramente avrebbe voluto incontrarla, dedicandole l'attenzione che riservava sempre ai giovani».

ZINGARETTI, GRILLO E CASALEGGIO

Per attaccare il presidente Mattarella nei giorni scorsi, alla notizia delle dimissioni di Nicola Zingaretti, Travaglio aveva coniato il titolo irridente: “Zingarella”, attribuendo al Quirinale la colpa morale di aver fatto dimettere Conte e chiamato Draghi. Ieri il Capo dello Stato ha visitato uno dei centri vaccinali della Regione Lazio. Implicito il riconoscimento all’ottimo lavoro della Regione e palese l’affetto pubblico dimostrato per Zingaretti. Lui, il segretario del Pd, dice che le sue dimissioni sono reali. Non recede. Stasera ne parlerà a Canale 5 dalla D’Urso. La Stampa intervista Graziano Del Rio.

«Lavorerò sicuramente perché alle primarie vere, che spero si tengano dopo le comunali e prima dell'elezione del nuovo capo dello Stato, ovvero a inizio 2022, ci sia un candidato donna. Per questa fase di transizione, che durerà nove mesi, abbiamo sia uomini che donne all'altezza». Ma con che criterio andrà scelto chi guiderà il Pd durante la pandemia e con accordi da fare nelle città per non perdere le elezioni cruciali? «Intanto abbiamo bisogno di una persona autorevole e unitaria, di una guida solida e che sia capace di innescare un processo di rigenerazione del Pd. Scelta in modo unitario. Nomi non ne pronuncio. Ma dobbiamo affrontare l'Assemblea del 13 con una discussione che non sia lacerante e anzi dia speranza».

Sul Corriere della Sera Antonio Polito torna sul tema del ripensamento dei partiti al loro interno in una fase di tregua emergenziale:

«Ma la crisi del Pd non è un evento folkloristico, come pure potrebbe sembrare dall'accampamento delle «sardine» con sacco a pelo davanti alla sede del Nazareno, o dalla provocazione di Grillo che si offre come neo-segretario. Né è solo l'esito della maledizione che ha già prodotto sette segretari in 13 anni, cinque dei quali lo hanno addirittura lasciato. Ciò che sta accadendo nel Partito democratico ci indica piuttosto, come il dito del saggio cinese, un problema più serio e più ampio, oggi di fronte a tutte le forze politiche dopo la nascita del governo Draghi. I partiti hanno infatti vissuto per anni di rendita. Il Pd cercava voti come «baluardo contro le destre», i Cinquestelle come «baluardo contro il passato», la Lega come «baluardo contro l'Europa». Ora che stanno tutti insieme, insieme alle destre, insieme al passato e insieme all'Europa, sono tutti costretti ad alzare l'asticella del loro far politica: devono impegnarsi sul terreno concreto dei contenuti».

Non distante il ragionamento sul Giornale di Paolo Liguori:

«Il vero terremoto è stato a sinistra e va capito per identificare la rotta di quell'elettorato. Il caso Zingaretti è un effetto, non una causa: il Pd vivacchiava da mesi sotto l'ombrello del governo Conte, tanto da innamorarsene, più di quanto non fosse successo in altre condizioni con i governi di Romano Prodi. Il teorema è semplice, ma non sta più in piedi: noi governiamo i processi reali, con i ministri, i centri di potere, la magistratura, i nostri amministratori, la rappresentanza con oneri e responsabilità la lasciamo a un altro. Ma i conti non tornano più, la pandemia richiede assunzione diretta di responsabilità, non si manda avanti il Paese con Conte, Arcuri, il Cts e Casalino, non si riesce a lucrare in concorrenza con un altro partito, più grande, il M5S, che altrettanto vivacchia, pur di arrivare alla fine della legislatura, con il classico «reddito di governanza». Due partiti «imboscati» non possono aspirare a mettersi insieme per durare: Zingaretti e i 5 Stelle non sono mai stati veri protagonisti del governo da quell'agosto del 2019, in cui furono trascinati a convivere dall'odiatissimo Matteo Renzi che, già nel febbraio 2020, chiedeva un cambio di passo e un governo di unità nazionale guidato da Draghi

Al di là delle prese in giro di Grillo, che si diverte a maramaldeggiare sulla crisi del Pd, nei 5Stelle c’è ancora un dibattito serrato. Al segnale distensivo di ieri da parte di Rousseau arriva una risposta dura di Stefano Patuanelli, Ministro dell’Agricoltura ed importante esponente dei 5Stelle:

«Un manifesto politico lo presenterà anche l'associazione Rousseau di Davide Casaleggio. È un addio? «Penso che questa iniziativa, per altro non concordata, non lasci dubbi. C'è la certezza che da parte di Rousseau si stia costruendo un percorso parallelo al nostro, ma se la volontà di Davide è quella di fare politica, semplicemente, lo dica. In questo momento mi sembra evidente che le nostre prospettive non coincidono, ma non è una questione personale e l'intenzione del Movimento resta quella di chiarire e regolare questo rapporto». Giuseppe Conte è l'uomo giusto per sciogliere i nodi? «Sarà il leader del futuro per il Movimento e può essere una figura in grado di tenere insieme anche posizioni e anime diverse. Lo abbiamo visto in occasione delle espulsioni delle ultime settimane: nessuno dei fuoriusciti ha mai mosso una critica contro di lui». Leader unico o con una struttura a supporto? «Lui sarebbe il capo politico, ma auspico che al suo fianco ci sia comunque una governance collegiale che lo supporti, che aiuti nei rapporti con i territori e con gli attivisti, e che dia una mano nel costruire la visione futura del Movimento».

MELONI ACCUSATA DA UN PENTITO, DRAGHI DA TRAVAGLIO

Due casi spinosi, uno giudiziario, l’altro giornalistico. Nel mirino il governo e l’opposizione. Su Repubblica Clemente Pistilli racconta di un pentito che accusa Giorgia Meloni:

«Esponenti di Fratelli d'Italia, in provincia di Latina, avrebbero dato centinaia di migliaia di euro ai clan di origine nomade per acquistare voti e attaccare manifesti nelle campagne elettorali. A sostenerlo davanti ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Roma, tirando in ballo anche la presidente di FdI, Giorgia Meloni, è stato il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo, le cui dichiarazioni da tre anni sono al centro di indagini della stessa Dda, arresti, processi e condanne, tanto sul fronte del crimine di strada quanto sui rapporti tra organizzazioni pontine ritenute dagli inquirenti mafiose e pezzi di politica. Giorgia Meloni, che nel 2018 è stata rieletta alla Camera con il centrodestra nel collegio uninominale di Latina, respinge le accuse: «Non faccio affari con i rom - ha affermato ieri nel corso di una diretta Facebook - Sono accusata di frode elettorale. È la stessa accusa fatta a Aung San Suu Kyi in Myanmar dove c'è stato un colpo di Stato, i regimi fanno così ». (…)  Il collaboratore di giustizia ha infine dichiarato che un segretario della leader di FdI diede appuntamento al suo gruppo a Roma, presso il Caffè Shangri-la, ma che alla fine si accordarono per incontrarsi al distributore di carburante vicino al locale dell'Eur: «Lui è arrivato da una strada interna e ci ha portato 35mila contanti all'interno di una busta del pane. Prima di andare via ci disse: mi raccomando, io non vi conosco. Non vi ho mai dato niente ». E ha assicurato: «Sono in grado di riconoscere questa persona». Replica ancora la Meloni: «Se gli inquirenti avessero voluto chiedermelo, non avrei avuto problemi a rispondere. Penso che gli inquirenti abbiano considerato questa notizia infondata, altrimenti mi avrebbero chiesto conto di questa notizia che mi infanga. Non metto soldi nelle buste del pane».

Marco Travaglio sul Fatto torna sulla polemica delle consulenze al Ministero dell’Economia sul Recovery Plan. Titolo del suo commento michelangiolesco: “Perché non parli?”, rivolto a Draghi.

«Ora, per rendere conto, bisogna per forza parlare. Draghi non l'ha fatto sul suo primo Dpcm, mandando avanti Speranza e financo la Gelmini. Ma ora dovrà farlo su McKinsey&C., possibilmente in Parlamento dove - come gli ha ricordato l'ex sottosegretario Pd Antonio Misiani - aveva assicurato che "la governance è incardinata nel Mef in strettissima collaborazione coi ministeri competenti". Ora si scopre che ci sono pure McKinsey e altre multinazionali ancora ignote. Contrattualizzate e retribuite con denaro pubblico. Chi le ha scelte? Con quali criteri? Perché quelle e non altre? A quali informazioni strategiche hanno accesso?. Perché non usare le strutture tecniche dei ministeri, della PA e delle partecipate di Stato (da Cdp a Invitalia)? Perché non fare un bando di gara per far emergere i migliori? (…)  È vero, come dice il Mef, che McKinsey ha già studiato i Recovery Plan di altri Paesi Ue. Ma, come non dice il Mef, ha redatto pure il piano Saudi Vision 2030 di Bin Salman, quello del Nuovo Rinascimento renziano. Tutto normale? »

SANREMO È SANREMO, LA MARTANI SUPER VAX

“Sanremo è Sanremo”. Certo c’è meno entusiasmo che in altri momenti: la tv “leggera” è un po’ in crisi in tempi depressi di pandemia. E tuttavia anche questa volta milioni di persone hanno seguito il Festival, vinto dai Maneskin (“Naziskin”, secondo una Orietta Berti senza intenti polemici), con tante buone cose, fra cui Palombelli e Botteri, telegiornaliste di spessore. La coppia Amadeus Fiorello saluta e non è riconfermata per la prossima stagione. Va da sé che subito parta il paragone con la politica. Alberto Mattioli su La Stampa:

«Amadeus è come Giuseppe Conte: non c'è il tre dopo il due, e per il ventiventidue, l'ha annunciato, passerà la mano. Inevitabile quindi che la rutilante serata finale superaccessoriata e onnicomprensiva abbia un sapore un po' mesto: la musica è finita, gli amici se ne vanno (sì, c'è anche la Vanoni), ma già si sa che non torneranno e che una rifondazione, più che necessaria, è indispensabile. Serve un recovery anche al festival: al solito, come al resto del Paese. Fiorello ci gioca pure: «Chiunque venga, gli auguro una platea piena di gente. Anche se spero che gli vada male».

Qui sulla Versione avevamo segnalato nei giorni scorsi la follia di invitare ad un reality di Canale 5, l’Isola dei famosi, un esponente No Vax e No Mask come Daniela Martani. Aldo Grasso ne scrive oggi, magistralmente, sulla prima del Corriere della Sera. Sottolineando con ironia come l’ex hostess Alitalia abbia accettato di auto sconfessarsi, pur di partecipare.

«La prima domanda è: ma perché l'hanno invitata all'Isola dei famosi? La seconda: la brama di notorietà fa solo danni? Daniela Martani, ex hostess dell'Alitalia, di professione reduce (ex pasionaria, ex Grande Fratello, ex La Fattoria, ex altre comparsate), ora potrebbe diventare una ex No-Vax, con una conversione da far impallidire Paolo sulla via di Damasco. Martani è una militante vegana ma negli ultimi tempi si è messa in mostra per deliranti dichiarazioni sulle linee dei No-Vax e No-Mask. La scorsa estate ha fatto ritardare la partenza di un traghetto per essersi rifiutata di indossare la mascherina all'imbarco. La nostra negazionista, però, per partecipare all'Isola dovrà sottoporsi a ben cinque vaccini e a un tampone molecolare. Prevarrà la fame (il compenso) o la fama? Non importa, ciò che conta è che Martani si vaccini. Per una volta tifiamo per l'esposizione, per la visibilità. Potrebbe essere una buona soluzione anche per gli operatori sanitari No-Vax, alcuni dei quali, rifiutatisi di sottoporsi al vaccino, avrebbero infettato degli ospiti delle strutture imolesi dove lavoravano. Un'apparizione in uno show di successo in cambio della vaccinazione. Se cede la Martani può cedere chiunque, sulla via virtuosa della campagna vaccinale. Tanto la spudoratezza è il miglior modo di cavarsi da ogni impaccio».