Sull'orlo della guerra

Il mondo teme l'escalation bellica fra Hamas ed Israele. Potrebbe diventare un conflitto fuori controllo. Draghi cambia i servizi e nomina una donna. Per il coprifuoco rinvio a lunedì. Dibba sul Fatto

Se si guarda alle prime pagine dei giornali stranieri stamattina, il mondo teme che i divieti sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme e i missili su Gaza inneschino una spirale di guerra non più governabile. La diplomazia internazionale sembra più impotente che in altre occasioni e le debolezze politiche interne, sia dei palestinesi che degli israeliani, rischiano di trovare una folle scappatoia nell’escalation delle ostilità e delle violenze. Da sottolineare il nuovo ruolo di Erdogan nello scacchiere. Biden, dove sei?

Ieri inaspettata decisione di Draghi: Elisabetta Belloni è la prima donna nominata a capo dei servizi segreti. La Belloni è stimata da tempo per le sue capacità professionali, capacità messe in evidenza attraverso diversi governi di diverso colore, come capo dell’unità di crisi della Farnesina. Diplomatica con studi alla Luiss e ancora prima dai gesuiti del Liceo Massimo. “Vado al massimo”, cantava Vasco Rossi, ma non si riferiva alla scuola di Roma che ha frequentato anche Mario Draghi. Certo, i gesuiti in questa fase vanno proprio alla grande. Per comprendere chi è la Belloni, bell’articolo dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo che fu rapito in Afghanistan. Per capire invece la portata “politica” della sua nomina e della rimozione del suo predecessore, interessante l’articolo della Sarzanini sul Corriere.

Gli “splendidi quarantenni” (copyright Nanni Moretti) saranno presto vaccinati. Su questo in realtà si concentrano molto i quotidiani. L’accelerazione potrebbe essere di buon auspicio, non fosse che la campagna vaccinale sembra molto agitata anche dal caos sulle seconde dosi. Centinaia di migliaia di italiani si sono visti spostare l’appuntamento per il richiamo Pfizer e comincia ad emergere il problema della vaccinazione durante le vacanze. Nelle ultime 24 ore comunque è andata meglio, come ogni giovedì: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 558 mila 904 somministrazioni. Quasi 60 mila sopra l’obiettivo.

C’è scontento per la cautela di Draghi sulle riaperture e il coprifuoco, che ha fatto slittare le decisioni a lunedì prossimo, domani arrivano comunque i nuovi dati epidemiologici e vedremo che cosa accadrà. Mattarella è preoccupato per i tempi parlamentari di approvazione del Pnrr, mentre Letta blinda il Pd sul Ddl Zan. Grande dibattito nei 5 Stelle, con un’interessante intervista a Di Battista sul Fatto. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Per il Corriere della Sera la notizia oggi è la nomina di Elisabetta Belloni ai vertici della sicurezza nazionale: La svolta nei servizi segreti. L’unico altro quotidiano a parlarne in apertura è il Domani: Draghi apre la stagione delle nomine. Il ministro Franco detta nuove regole. Su riaperture e vaccini si concentra ancora la Repubblica: Vaccini, tocca ai quarantenni. Molto simile la scelta del Messaggero: Vaccini, l’ora dei quarantenni. E anche Il Mattino che però aggiunge il pasticcio seconda dose: Vaccini, tocca ai quarantenni. In Campania è caos richiami. Per il Quotidiano nazionale: Tocca agli over 40, ma restano i dubbi, mentre Avvenire si fida di Draghi e della sua linea pragmatica: A passo sicuro. Sugli sbarchi ci sono Libero: Draghi travolto dai migranti, La Verità: Il blocco navale si fa, contro i turisti. E anche La Stampa che torna sui dissidi dentro il Governo: Draghi: salvare i migranti. Salvini: non devono partire. Il Fatto sottolinea la convocazione di Fico e Casellati al Quirinale per chiedere più velocità parlamentare sul Pnrr: Allarme Mattarella: Recovery in ritardo. Mentre Il Sole 24 Ore segnala il ritorno dell’inflazione in Usa, anche dovuto ad un attacco informatico all’impianto petrolifero: Allarme Usa, l’inflazione vola al 4,2%. Unico giornale che titola sulla guerra israelo palestinese il Manifesto: La guerra promessa. Invece che la terra.

DUE NODI: RIAPERTURE E SECONDA DOSE

Prosegue la discussione sull’orario e le modalità del coprifuoco. Le caute aperture di Locatelli (CTS) non consolano gli aperturisti che vedono slittare i tempi. Draghi ha ribadito la linea del passo dopo passo. Intanto c’è un po’ di caos sulla seconda dose del vaccino Pfizer. Per molti che hanno già avuto la prima dose si finisce a fare il richiamo in piene vacanze. Paola Caruso sul Corriere della Sera: 

«Domani arriveranno i nuovi dati epidemiologici, cioè i numeri sulla pandemia che il premier Mario Draghi aspetta con ansia per cominciare a occuparsi di coprifuoco e riaperture nella cabina di regia di lunedì, 17 maggio, a Palazzo Chigi. Il Molise, l'Umbria e la Sardegna registrano già livelli da zona bianca, ma in alcune regioni come Campania e Lombardia il numero dei contagiati sta aumentando. Così, gli scienziati del Cts (Comitato tecnico-scientifico) frenano sull'idea, lanciata ieri dai governatori nella Conferenza Stato-Regioni, di prevedere il superamento del modello dell'Italia divisa per colori in base al rischio (rossa, arancione, gialla, bianca). E il ministro della Salute, Roberto Speranza, taglia corto: «Il modello in questi mesi ha funzionato e ci ha consentito di affrontare la seconda e terza ondata senza un lockdown generalizzato, ma con specifiche misure territoriali». Su un punto, però, governo e Regioni ieri sono sembrate convergere: «Nella nuova fase, caratterizzata da forte avanzamento della campagna vaccinale e miglioramenti dovuti alle misure adottate - dice Speranza - lavoriamo con l'Istituto superiore di Sanità e le Regioni per adeguare il modello, immaginando una maggiore centralità di indicatori quali l'incidenza e il sovraccarico dei servizi ospedalieri».».

Sulla questione richiami, Letizia Moratti, assessore alla Sanità della Lombardia, parla dalle colonne della Stampa: 

«Come farete con i richiami? Sono molti i vaccinati che dicono di non voler rientrare dalle vacanze in Lombardia per la seconda dose… «Abbiamo vaccinato tutti coloro che lavorano qui pur non avendo la residenza. Ma siamo consapevoli che il problema delle vacanze c'è. Stiamo lavorando in Regione per evitare di fissare appuntamenti nel periodo clou, cioè metà agosto, quando in molti saranno in ferie. Auspichiamo una collaborazione tra regioni almeno per quanto riguarda i lavoratori lombardi. Se una persona deve fare la seconda dose mentre è in un'altra regione, allora pensiamo che debba essere quella regione a fargliela. Ma sappiamo che non è facile, anche perché servirebbe una diversa ripartizione delle fiale che compete solo a Figliuolo». Il coprifuoco va abolito o posticipato? «Premesso che la prudenza e il rischio ragionato, come dice Draghi, sono il miglior modo per tornare a una vita il più normale possibile, io credo che allentare il coprifuoco in modo progressivo possa essere di aiuto a categorie che hanno sofferto molto in questi mesi. Penso ad esempio ai ristoratori. Poi non mi permetto di dire se debba essere spostato alle 23 o alle 24, deciderà la scienza».

BELLONI  NOMINATA A CAPO DEI SERVIZI, PRIMA DONNA DAL DOPOGUERRA

Una donna, per la prima volta in 75 anni, è stata nominata ai vertici dei servizi segreti. Nomina che avrebbe irritato Conte, quando Draghi lo ha avvertito. Come racconta Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera. 

«L'irritazione dei vertici del Movimento 5 Stelle, che dopo il Consiglio dei ministri parlano di «schiaffo a Giuseppe Conte», fa ben comprendere come la sostituzione di Gennaro Vecchione al vertice dei servizi segreti sia decisione esclusiva del premier Mario Draghi. Ma quale fosse l'imbarazzo di Palazzo Chigi per la gestione del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, era noto ormai da mesi. Troppi inciampi, troppe vicende opache rispetto alle quali lo stesso Vecchione non ha mai dato dimostrazione di avere davvero in mano la situazione. E, soprattutto, troppi legami con la vecchia amministrazione degli Stati Uniti evidentemente non apprezzata dallo staff del presidente Joe Biden . Solo i collaboratori più stretti, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e naturalmente il sottosegretario con delega all'intelligence Franco Gabrielli, erano a conoscenza della scelta del premier di nominare Elisabetta Belloni, potente segretario della Farnesina, molto apprezzata in Italia e all'estero proprio per la sua capacità di gestire le situazioni di crisi e i rapporti internazionali. E di confermare i capi delle due agenzie operative, anzi prorogando prima della scadenza Mario Parente all'Aisi e lasciando al proprio posto Gianni Caravelli all'Aise. Gesto che serve proprio a marcare la mancata fiducia nei confronti di Vecchione. È prassi che prima di ufficializzare le nomine il presidente del Consiglio informi i leader di maggioranza e opposizione. Raccontano che il colloquio con Conte abbia avuto toni tutt' altro che sereni e che l'ex premier abbia subìto l'avvicendamento come un affronto, irritato per la sostituzione che arriva a sei mesi dalla scadenza del mandato di Vecchione e viene interpretata come la volontà di cambiare decisamente passo in quello che è certamente un posto strategico». 

A volte i giornalisti sono tenuti a parlare in prima persona. Daniele Mastrogiacomo su Repubblica traccia un ritratto di Elisabetta Belloni, più eloquente di ogni curriculum. Mastrogiacomo, inviato del giornale, fu rapito in Afghanistan e si temette a lungo per la sua vita. Così conobbe la Belloni, allora capo dell’unità di crisi della Farnesina.

«Ah, eccoti qui. Bentornato tra noi». Non avevo mai conosciuto Elisabetta Belloni, la donna che aveva seguito il nostro sequestro e coordinato poi la mia liberazione e quella del collega afgano Ajmal Nasqbandi. Avevo sentito qualche volta parlare di lei, un nome che sembrava una leggenda piuttosto che qualcuno in carne e ossa. Sapevo che si muoveva dietro le quinte, svolgendo più un lavoro di intelligence e di raccolta dati. Ma sapevo anche che con questa donna elegante, bionda, alta e slanciata, fredda ma sensibile, lavorava una squadra che lei stessa aveva messo in piedi per tutelare la sicurezza degli italiani all'estero e tirarli fuori dai guai quando incappavano in qualche imprevisto. Legato a delle catene che mi stringevano i piedi e le mani, in una versione più grossolana dei prigionieri di Guantanamo, in quei quindici giorni drammatici pensavo più che altro a salvarmi la vita. Sayed Agha, il nostro autista, era già stato decapitato sulle sponde deserte del fiume Helmand e con Ajmal attendevamo solo che la sentenza di morte con cui eravamo stati condannati per spionaggio venisse eseguita. Speravo, immaginavo, che qualcosa stesse accadendo. La prima volta che sentii di nuovo parlare di Elisabetta Belloni fu nel compound di Emergency a Laskargah, il capoluogo dell'Helmand, regione nel sud ovest dell'Afghanistan, da sempre terra di reclutamento dei mujaheddin e perfetta per coltivare papaveri da oppio che infatti punteggiavano i paesaggi ammirati durante gli spostamenti con i nostri carcerieri. Fu Gino Strada ad accennarmi a quel nome nelle ore convulse che seguirono il nostro rilascio. (…) Ha creato l'Unità di crisi della Farnesina, il centro di analisi e di intervento. Me lo mostra con una disinvoltura che sfatava le tante leggende di donna algida e pragmatica. Si è sempre mossa con cautela nel mondo dei Servizi. Fa finta di ignorare le cose, in realtà sa tutto. Mi mostra un grande schermo appeso alla parete: «Noi vi seguivamo sempre. Quei punti indicano dove eravate e quando e dove vi spostavate. Non vi abbiamo mai perso di vista». Ho pensato a una notte, accampati nel buio del deserto sul confine con il Pakistan. I Taleban si accorsero di un lumicino che sostava su di noi. Era il satellite dell'Unità di Crisi. Ci stava osservando. «Eravamo noi», mi conferma Elisabetta Belloni. Fu la prima volta in cui non mi ero più sentito solo».

LA GUERRA ISRAELO PALESTINESE

Le prime pagine dei giornali di mezzo mondo titolano con la parola guerra. Per il Figarò Israele e Hamas sono sull’orlo della guerra totale, per il Times di Londra Crescono i timori dovuti alla minaccia di una guerra totale a Gaza. Repubblica fa il punto sulle iniziative diplomatiche.

«Bisogna dare una lezione a Israele». Le parole del presidente Erdogan rispecchiano il cambiamento di ogni scenario nel Medio Oriente. Fino a pochi anni fa la Turchia era un alleato solido di Israele, adesso Ankara impugna la bandiera palestinese per legittimare le sue ambizioni di potenza e rievoca i fasti del Sultanato ergendosi a difensore di Gerusalemme musulmana. Un piano che da una parte mira a conquistare il consenso dell'Islam radicale in patria e nel mondo; dall'altro punta a obiettivi molto più concreti: la partita per il controllo dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Non a caso, Erdogan si rivolge al partner che condivide con lui lo stesso interesse economico: la Russia, che sta stendendo una ragnatela di influenza e capisaldi militari dalla Siria alla Libia, proprio nell'area dei fondali più ricchi di risorse energetiche. Erdogan e Putin ieri si sono consultati sulla nuova crisi. Più cauta la posizione del Cremlino, concentrata sulla ricerca di un modo per fermare l'escalation. Durissima la linea turca, che ha invocato l'intervento armato delle Nazioni Unite per proteggere Gaza con lo schieramento di caschi blu nei Territori. Per poi ribadire la necessità che la comunità internazionale dia «una lezione forte e deterrente a Israele». I Paesi occidentali invece si allineano con gli Stati Uniti, impegnati nel tentativo di impedire un conflitto, interrompendo i lanci di razzi palestinesi e i bombardamenti israeliani. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha chiesto a Israele di farsi carico di «un impegno straordinario» per evitare vittime civile nel rispondere agli attacchi di Hamas. «Israele - ha dichiarato - ha il diritto pieno di difendere i suoi cittadini ma deve prendere tutte le misure possibili per proteggere i palestinesi innocenti». Blinken ha annunciato che una delegazione statunitense sta partendo per spingere entrambe le parti a fermare la violenza».

Sulla crisi israelo- palestinese Massimo Gaggi intervista Vali Nasr, docente della Johns Hopkins University, di origine iraniana, grande esperto di Medio Oriente, in passato più volte consigliere di presidenti Usa:

«La crisi attuale espone la vulnerabilità politica di Israele che, davanti alla crisi palestinese, non sa reagire in altro modo che con l'uso estremo della forza. Gli accordi di Abramo sembravano aver sancito la marginalità della questione palestinese, apparentemente irrilevante per i leader dei Paesi del Golfo rispetto alla minaccia dell'Iran, il nemico comune che li aveva avvicinati a Israele. «Per i giovani leader dei Paesi arabi la questione palestinese è, effettivamente, poco rilevante, ma per i loro popoli lo è ancora, eccome: l'incendio di questi giorni a Gerusalemme e a Gaza può arrivare facilmente anche nelle loro strade. Oggi non c'è capitale, da Tunisi al Cairo, dove la gente non scenda in piazza per protestare contro Israele. I capi degli Stati sunniti non possono non tener conto di questa nuova realtà». Gli ayatollah iraniani, che sostengono Hamas fornendo aiuti economici e anche armi, stanno alimentando lo scontro come vendetta per i cyberattacchi di Israele alle loro centrali nucleari e per l'uccisione, da parte americana, del generale Solemaini? «Non so quanto forte sia la loro influenza politica diretta su Hamas. Forse c'è anche un fattore vendetta, ma guarderei più in là: gli accordi di Abramo avevano sancito che l'unico problema rilevante in Medio Oriente per il mondo arabo sunnita e per Israele è l'Iran. La vicenda di questi giorni mette in crisi questo schema. Le cose si complicano per i sauditi, gli Emirati e gli altri Paesi che volevano la normalizzazione con Israele. Ora è molto più difficile, anche perché è emersa la vulnerabilità interna di Israele». Si riferisce alle gravi difficoltà politiche di Netanyahu? «Sul piano personale lui trae un vantaggio immediato da quanto sta accadendo: nel momento in cui sta per essere defenestrato, scoppia una crisi che nessun altro leader israeliano è in grado di affrontare con sufficiente autorevolezza. Ma Netanyahu è anche prigioniero dell'estrema destra integralista che vuole andare avanti con gli insediamenti e che a Gerusalemme impone una sorta di pulizia etnica con lo sfratto dei palestinesi. Questo porta l'incendio di Gerusalemme e di Gaza in tutto Israele dove l'intera comunità araba è in fermento: teme che la pulizia etnica iniziata a Gerusalemme arrivi ben resto anche nelle altre città israeliane». Nessuna strada per un raffreddamento della crisi? Non c'è un ruolo per gli Stati Uniti? Biden sembra essere stato colto di sorpresa da questa crisi. «È molto difficile perché Israele ha cancellato da tempo le opzioni negoziali coi palestinesi, preferendo la strada della reazione dura, militare, a ogni provocazione. Così anche l'Iran ha imparato che basta qualche razzo lanciato verso Israele per mettere in crisi il dialogo tra lo Stato ebraico e il mondo arabo. Washington è stata effettivamente colta di sorpresa e non ha molti strumenti d'intervento».

5 STELLE IN FERMENTO. PARLA DI BATTISTA

Repubblica sostiene che sta nascendo il Contro-Movimento, generato dalle dissociazioni da Conte, nuovo leader dei 5 Stelle. Per ora ci sono 31 parlamentari, pronti ad organizzarsi. Due nodi: i rapporti con Casaleggio e con la piattaforma Rousseau da una parte, e la questione leadership dall’altra, con la speranza di coinvolgere Di Battista. Matteo Pucciarelli.

«L'arrivo di Giuseppe Conte alla guida del neo-M5S si attarda e segnali di riapertura per quelli considerati ribelli non se ne sono visti. Così ora l'orizzonte («servirà qualche settimana», è cauta la senatrice calabrese Bianca Laura Granato) è riunire i dispersi e provare a strutturare un contro-Movimento capace di recuperare elettori ed attivisti delusi, portavoce cacciati e un diritto di tribuna per l'opposizione adesso appannaggio di Fratelli d'Italia e in parte molto minore della piccola Sinistra Italiana. I parlamentari interessati sono più di trenta, ma un primo passaggio con nomi e cognomi è avvenuto quando martedì in 31 hanno sottoscritto una nota in cui chiedevano al M5S di rompere gli indugi destinando i fondi delle famose "restituzioni" degli stipendi alle persone bisognose, allineandosi quindi con la posizione della piattaforma Rousseau che sostiene che per fare la donazione non serve un voto degli iscritti. Uno dei nodi che però rallenta la riunificazione è proprio il rapporto con la creatura di Davide Casaleggio. Il gruppo dell'"Alternativa c'è" ha chiesto dei preventivi alla piattaforma - la quale giusto ieri è tornata a chiedere ai parlamentari di saldare i propri debiti - per continuare ad agitare il vessillo della democrazia diretta attraverso votazioni per coinvolgere nuovi militanti, magari anche in vista delle prossime elezioni amministrative. «Ma neanche vogliamo ripetere gli errori del passato e vincolarci troppo a Rousseau», ragiona un senatore. Il rapporto di Morra e Lezzi con Casaleggio è invece molto più stretto e in questa ottica il "Blog delle Stelle" e la piattaforma fungono già da catalizzatore verso quel mondo che si è sentito tradito dalle numerose giravolte dei 5 Stelle di governo. Altre due questioni. "L'Alternativa c'è" dovrebbe cambiar nome, è la richiesta pervenuta dai nuovi e possibili arrivati. Insomma, rifare tutto daccapo, un nuovo soggetto politico tout court. «Noi però abbiamo cominciato a lavorare e strutturarci», risponde Pino Cabras. E poi, infine ma non per ordine di importanza: Alessandro Di Battista sarà della partita o no? Domanda alla quale nessuno in realtà sa rispondere, probabilmente neanche "Dibba", ma che fa ovviamente la differenza. Con un leader così tutto diventerebbe più facile, perlomeno mediaticamente, come riconoscibilità di un ipotetico soggetto alternativo».

E c’è oggi un’intervista del Fatto proprio ad Alessandro Di Battista, che pubblica un nuovo libro “Contro!” e che si è allontanato dal Movimento 5 Stelle, da quando ha sostenuto, come lui disse in una memorabile definizione, “il governo horror”.

«Dopo tre mesi di governo Draghi, sempre certo della sua scelta? «Sono successe tante cose nel frattempo. Assolutamente convinto, questo governo ha accumulato un ritardo colossale sui ristori e soprattutto non si parla più di politica. La pax draghiana l'ha distrutta». C'è una pandemia ancora in corso. Pesa, no? «C'è un livello di conformismo nel Paese che non c'era neanche con Berlusconi. Dappertutto si adora Draghi. E poi le banche hanno occupato la politica, ormai. Negli Stati Generali del M5S dello scorso novembre avevo posto come tema prioritario il tema del conflitto d'interessi tra politica e istituti finanziari. Beppe Grillo ha detto sì all'ex presidente della Bce Draghi, e lo ha definito un grillino. «Non mi spiego come abbia potuto dirlo». Poteva chiederglielo. Quando vi siete sentiti l'ultima volta? «Ogni tanto con Beppe ci scriviamo. Ma sono fatti personali». Nel suo libro lei scrive: "Fu Luigi Di Maio a dirmi, a fine novembre 2020, che la crisi del governo Conte ci sarebbe stata". Cosa le disse esattamente? «Luigi mi disse che Matteo Renzi non si sarebbe fermato». Parlaste anche della possibilità di Draghi premier? «Fonti istituzionali, non del Movimento, mi parlarono per la prima volta di questa eventualità già a metà agosto. Pochi giorni dopo, l'attuale presidente del Consiglio parlò al Meeting di Comunione e Liberazione. Tenne un discorso ordinario, ma che venne commentato con toni di adorazione, neanche fosse Martin Luther King. Per questo scrissi un articolo definendolo "apostolo delle élite"». Lei racconta anche che, in prospettiva di un Conte ter, le offrirono il ministero delle Politiche giovanili, e che avrebbe accettato. Poi è andata diversamente. «Ma il M5S come avrebbe fatto a dire no a Draghi, a prendersi questa responsabilità? Ero molto dubbioso anche quando dicemmo sì al governo con il Pd. Ma in quel caso, come era avvenuto nell'esecutivo con la Lega, avevamo ancora la maggioranza relativa in Consiglio dei ministri, ovvero il M5S poteva porre il veto a ciò che non voleva. Ora invece nel governo di tutti è minoranza. E questo è un nodo politico». E il Ponte di Messina, che nodo è? «Ieri sul Fatto anche Giuseppe Conte è stato possibilista: "Ho una posizione laica, bisogna studiare le carte". Io no. Ogni volta che leggo qualche 5Stelle parlarne mi sento più lontano dal M5S. Mi indigna che si discuta di più del Ponte sullo Stretto che della strage del Ponte Morandi. Ma per fortuna è contraria anche una buona parte del M5S». Con Conte vi sentite? Dicono che la rivorrebbe nel M5S. «A volte ci scriviamo. E lui sa bene che ciò che conta per me sono le proposte politiche». Senta, ma il Movimento esiste ancora? Quello di prima, quello di cui facevo parte, ormai non c'è più. Si sta trasformando, legittimamente, in qualcosa d'altro. E saranno gli elettori a valutarlo». 

Antonio Polito analizza per il Corriere della sera i rapporti Pd-5 Stelle, soprattutto dal punto di vista di Letta, che ha ancora in mente lo schema dell’Ulivo. Titolo Un’alleanza problematica.

«L’Ulivo con i Cinque Stelle non sembra possibile. Per due ragioni. La prima è che Giuseppe Conte non può rappresentare quel leader federatore, sopra tutti e super partes, che fu Romano Prodi e che è indispensabile in un'alleanza tra diversi. La seconda ragione è che le tante forze politiche che componevano l'Ulivo avevano almeno una cultura politica affine, fondata sul riformismo. Mentre i Cinque Stelle appartengono, per nascita e con immutato orgoglio, alla storia del massimalismo e del populismo. Quando Chiara Appendino «esclude al 100%» che il M5S possa appoggiare il Pd a Torino anche solo al ballottaggio, sta descrivendo un'incompatibilità genetica, che rinnega la logica stessa del doppio turno pur di rilanciare l'idea dei democratici come «nemico assoluto». Come si possa costruire su queste premesse un'alleanza «strategica», auspicando un ritorno al maggioritario che faccia da camicia di Nesso a un «nuovo centrosinistra», insieme con un partito e un leader che dichiarano apertamente di non essere né di destra né di sinistra, rischia di risultare incomprensibile. Persino in un Paese che pure, dal punto di vista degli esperimenti politici, le ha viste tutte. C'è infine un altro elemento da tener conto: essere nemici di Salvini non sembra bastare per diventare alleati. Il nuovo «uomo nero» della sinistra - secondo l'efficace metafora usata sul Corriere da Angelo Panebianco - non appare un collante forte come Berlusconi nel cementare gli avversari».

DDL ZAN, PARLA LA FEDELI: PD BLINDATO

Avvenire torna sulla riunione dei senatori PD con Letta che ha deciso la linea del partito: nonostante i molti dubbi si deve votare Il DDL Zan a scatola chiusa. Nessun confronto sul merito. Lo spiega Valeria Fedeli, già ministro e ora senatrice del partito.

«Si prende quindi atto che è meglio questa legge piuttosto che il vuoto. Non è una questione numerica, ma politica». Quali sono le sue perplessità sul testo del ddl Zan? «Per prima cosa l'inclusione della misoginia: è un errore perché sappiamo che la violenza e la discriminazione contro le donne non sono generate dall'odio del 'diverso' come nel caso dell'omofobia e della transfobia, ma da rapporti diseguali di potere e dal maschilismo che esistono nella società». La seconda perplessità? «L'articolo 1, in cui si definiscono termini come genere e identità di genere. Si tratta di fattispecie troppo generiche, non adatte alla norma penale, che deve essere tassativa, chiara e determinata e deve lasciare il minor spazio possibile a interpretazioni. E infine l'articolo 4. Quello sul 'Pluralismo delle idee e libertà delle scelte'. Esatto. Quel 'fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni... ', con il riferimento implicito all'articolo 21 della Costituzione, è molto ambiguo». Come mai queste perplessità all'interno del Pd non sono emerse già alla Camera? «Qualche malumore sull'inserimento della misoginia in realtà c'era. Un gruppo di senatrici del Pd aveva chiesto di essere ascoltato anche allora, ma non fu concesso. Dal percorso della Camera in poi il testo della legge è diventato un punto pubblico di discussione, non solo nel Pd, ma anche in pezzi della società, dell'associazionismo, tra gli esperti e perfino nel mondo dello spettacolo. Insomma, il ddl Zan è finito sotto i riflettori dell'opinione pubblica e a questo ha contributo anche l'opposizione molto forte e strumentale della Lega e soprattutto del presidente della commissione Giustizia, che ne ha politicizzato i contenuti». Martedì, nella riunione con il segretario Letta, lei ha posto la questione del voto segreto. Che risposta ha avuto? «Sì, ho chiesto se fosse possibile il voto segreto e, in quel caso, se si voterà sui singoli articoli o sul testo per intero. Se il nostro obiettivo è approvare la legge, nell'eventualità di un voto segreto è necessario un patto tra i capigruppo di Pd, M5s, Italia Viva, Gruppo misto, per avere i numeri necessari». Cosa le hanno risposto? «Non mi hanno risposto».

TOTO QUIRINALE, SPUNTA CASINI

Se nei 5 Stelle le acque sono ancora agitate, e anche nel Pd di Letta ci sono diversi malumori, non è che il centro destra sia messo molto meglio. Meloni e Salvini non hanno ancora trovato la quadra sulle amministrative ed Albertini e Bertolaso sono raccontati in panchina, in attesa. La Stampa segnala un altro leader di altri tempi che Renzi vorrebbe rilanciare: Pierferdinando Casini. Retroscena di Ilario Lombardo:

«Di Quirinale si discute già, e pure tanto. E come da migliore tradizione i partiti adottano una strategia doppia: testare qualche nome, per tenerne coperti altri. Tre giorni fa, una fonte del Pd ha contattato La Stampa dopo aver letto l'articolo che riferiva delle prime manovre in vista del semestre bianco che a inizio agosto lancerà la sfida per la Presidenza della Repubblica a gennaio 2022. I candidati più probabili che venivano elencati erano l'attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, se sarà costretto al bis dal groviglio dei veti e dagli eventi che si imporranno dentro e fuori dal Parlamento, l'attuale presidente del Consiglio Mario Draghi, e la ministra della Giustizia Marta Cartabia. La fonte del Pd però aggiunge un nome, che già qualcuno aveva fatto trapelare nei mesi scorsi, Pier Ferdinando Casini, e rivela che la discussione è in fase avanzata e coinvolge anche i partiti del centrodestra. La conferma arriva da una fonte di Forza Italia: il confronto è avviato, ci sono stati colloqui tra leader, incontri, e Casini è in partita nel caso in cui Mattarella non fosse disponibile per un altro mandato, anche a termine, fino alle elezioni politiche del 2023. Quelle che dimezzeranno il numero dei parlamentari. Soprattutto: è la carta che intende giocarsi Matteo Renzi (l'altra che ha in mano è Cartabia), con un'idea ben precisa e politicamente dirompente se dovesse realizzarsi. Perché la scelta di Casini potrebbe in un solo colpo isolare il M5S, spaccare il Pd, e indebolire ulteriormente l'alleanza giallorossa».

AMAZON VINCE: NON PAGA LE TASSE CHIESTE DALLA UE

Amazon vince di fronte alla Corte di giustizia europea contro la stessa Commissione. Non deve pagare le tasse al Lussemburgo come aveva chiesto Bruxelles. Gianluca De Maio su La Verità:

«La Corte di giustizia europea scagiona fiscalmente il Lussemburgo e la Web tax globale resta un miraggio. Ieri è arrivata un'altra sentenza che ha messo ko la Commissione: il tribunale ha infatti annullato l'ordine del 2017 nei confronti di Amazon che le imponeva di pagare circa 250 milioni di euro al Lussemburgo come risarcimento di tasse non pagate grazie a un tax ruling considerato a vantaggio della società. Secondo la Corte, Amazon non ha beneficiato di un vantaggio specifico e non è tenuto a risarcire i benefici che ne sono derivati. Il tribunale Ue ha infatti spiegato come «la constatazione principale del vantaggio si fonda su un'analisi errata sotto diversi profili». In pratica, ancora una volta la Commissione ha usato gli strumenti a sua disposizione male, rendendo la sua «condanna» nulla a distanza di quattro anni. Ma non è la prima volta che una decisione della Commissione viene messa ko dalla Corte Ue. Nel 2018 successe infatti la stessa cosa con il Lussemburgo e McDonald's e l'anno scorso ci fu la sconfitta più amara quando Apple vinse il ricorso contro l'Ue e venne annullata una multa da 13 miliardi. Una dopo l'altra le decisioni storiche prese dalla Commissione contro le multinazionali Usa sono dunque crollate. Poco conta il tweet di protesta del commissario alla Concorrenza, Margarethe Vestager per dire che l'Ue cambierà le sue leggi fiscali (per riuscire a incastrare le multinazionali), se si pensa ai vari insuccessi europei in campo di Web tax. È da anni che la Commissione cerca di trovare una soluzione sul tema».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi con un’intervista esclusiva.