Super Lega, tutti in curva

Gli italiani si dividono sul torneo di calcio delle società top. A scuola ancora un po' di Dad. Recovery in vista. Un nuovo caso Grillo angoscia il Palazzo. I migranti sono morti dimenticati da tutti

Il calcio dei ricchi e il calcio dei poveri. Detto così, è già chiaro per chi parteggiare. Se poi non sei della Juve, dell’Inter o del Milan, ancora di più. Siamo pur sempre il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Piagnoni e degli Arrabbiati. A guardar bene poi, però, la faccenda è più complicata. 12 club ai vertici del calcio, che comprendono le tre italiane e poi Arsenal, Atletico Madrid, Chelsea, Barcellona, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Real Madrid e Tottenham Hotspur vogliono fare una Super Lega, dare vita ad un’altra manifestazione parallela a quelle attuali. Un torneo in cui ad esse si aggiungano altre 3 squadre in modo permanente e altre 5 che si qualificheranno di volta in volta. Il torneo si dovrebbe disputare in agosto, ma Uefa e Fifa sono molto contrarie e hanno subito minacciato sanzioni verso giocatori, squadre e società che aderiranno a questa nuova Super Lega. Il torneo attirerebbe grande interesse televisivo e non solo, e in tutto il mondo, creando un giro d’affari che rimetterebbe in ordine i conti delle società di calcio disastrati dalla pandemia. Draghi, come Johnson e Macron, si è schierato contro l’idea. Ma una mediazione è possibile.

In realtà il capo del Governo è concentrato sul Recovery Plan. La Meloni è insoddisfatta su questo punto e sostiene che Draghi non dia abbastanza tempo e informazioni all’opposizione. Intanto i ristoratori di “Io Apro” sono ancora in lotta e ieri hanno bloccato l’Autosole, non basta loro il permesso di far mangiare solo all’aperto. Le scuole riapriranno ma l’idea del Governo del ritorno al 100 per cento è un ideale, un obiettivo, poi i Presidi faranno quello che possono. Dice Miozzo: “Una quota di Dad resterà, oggi è fisiologico”. Sul fronte vaccini, dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina, siamo a 314 mila 795 somministrazioni e oggi l’Ema dovrebbe di nuovo sbloccare il vaccino Johnson&Johnson, vedremo se l’Aifa metterà raccomandazioni di utilizzo.

La politica è sconvolta da un caso giudiziario che riguarda un’accusa di stupro nei confronti del figlio di Beppe Grillo. L’Elevato ha avuto una reazione dura sulla vicenda, con uno sfogo video definito “imbarazzante” (copyright Il Fatto). Il rapporto fra giustizia, informazione e politica è ancora un nodo molto ben stretto nelle vicende italiane. Chiudiamo questa Versione, dando spazio ad un amaro articolo di Domenico Quirico. Oltre ai tanti morti, di cui fatalmente parliamo ogni giorno per questa pandemia, ce ne sono molti altri completamente dimenticati, scartati, non rivendicati da nessuno. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La Superlega con il torneo dei club più forti catalizza l’attenzione di tutti i giornali. O quasi. Il Manifesto merita la prima citazione, con un ironico gioco di parole: Colpo di stadio. Il Corriere della Sera rassicura, alludendo alla posizione contraria di Draghi: Superlega, l’Italia fa muro. La Stampa annota: La Super Lega fa esplodere il pallone. la Repubblica, già da ieri il giornale più attento alla vicenda: L’Europa alla guerra del calcio. Il Quotidiano nazionale usa una metafora arbitrale: Cartellino rosso al calcio dei ricchi. Ma il Domani dà una spiegazione legata ai bilanci delle società: I signori del calcio europeo si fanno il loro campionato per sfuggire ai debiti. Restano sulle riaperture dal 26 aprile e i tormenti da Covid, Il Messaggero: Scuola, riapre chi può farlo. E l’Avvenire: Aperture difficili. Il Sole 24 Ore cerca di confortare chi è stato messo in crisi dalla pandemia: Partite Iva, aiuto per due su tre. Sostegno medio da 3mila euro. Sempre di soldi parla Il Fatto che torna sullo scandalo del finanziamento alla Lega: I 49 milioni pagati con soldi pubblici. Mentre Libero non si capacita che gli altri giornali trascurino il Capitano: Perché la stampa censura Salvini. Aprono sul caso dello stupro di cui è accusato il figlio di Grillo e della sua difesa in video Il Giornale: Il suicidio di Grillo e La Verità: Grillo stupra la giustizia (e un po’ anche le donne).

LA SUPERLEGA CONTRO IL RESTO DEL MONDO

Dunque i club più ricchi, 12 società top del calcio europeo, vorrebbero fare una loro SuperLega. Il premier inglese Boris Johnson e il presidente francese Emmanuel Macron hanno spalleggiato Uefa e Fifa nella loro totale avversione all’iniziativa. Anche Draghi si è schierato contro. Tommaso Ciriaco su Repubblica.

«A metà pomeriggio interviene Mario Draghi. Quattro righe in tutto, limate per cinque ore. «Il governo - sostiene il premier - segue con attenzione il dibattito intorno al progetto della Superlega calcio e sostiene con determinazione le posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport». Sceglie la scia degli altri leader europei. Usa toni più sfumati rispetto a quelli durissimi di Boris Johnson ed Emmanuel Macron, ma sostanzialmente aderisce alla scomunica dei dodici club. Parallelamente e sottotraccia, però, l'esecutivo è pronto a muovere qualche passo per consigliare una mediazione. Al lavoro, discretamente e nei limiti imposti dal libero mercato, per evitare l'esplosione del sistema. Il capo dell'esecutivo non era del tutto impreparato rispetto all'eventualità della "secessione", ma resta comunque sorpreso dall'accelerazione impressa in una domenica notte di metà aprile. Tra i protagonisti c'è tra l'altro anche Paolo Scaroni, che Draghi conosce bene e che ricopre la carica di presidente del Milan. Basta poco a rendere chiaro a Palazzo Chigi che il silenzio non può durare a lungo, perché la questione diventa autenticamente "nazionale". Dopo la nota ufficiale, però, l'esecutivo si concentra sul secondo step, una moral suasion che provi a mettere ordine in un quadro potenzialmente compromesso. Moral suasion innanzitutto verso Juventus, Milan ed Inter, che da sole rappresentano metà del bacino del tifo nazionale. L'obiettivo è riportare le parti al tavolo della trattativa, favorendo una mediazione tra i club, la Lega Serie A e la Federazione. In prospettiva, anche con l'Uefa. In questa chiave va letto anche il messaggio che poco dopo dirama Valentina Vezzali, pluricampionessa olimpica di scherma e oggi sottosegretario allo Sport. «Mi auguro - dice - che le autorità sportive interessate possano trovare in tempi brevi una soluzione che non solo risolva la vicenda, ma soprattutto non crei contrapposizioni. Auspico quindi che si abbandonino interessi personali o di parte». 

Il Corriere della Sera intervista un grande campione dell’Inter di Ernesto Pellegrini, Karl Heinz Rumenigge, oggi dirigente del Bayern Monaco, un grande club che però non ha aderito alla SuperLega.

«La soluzione qual è? «La soluzione è ridurre i costi. Con la Superlega i club cercano di risolvere il problema dei debiti, peggiorati con la pandemia. Ma la strada non può essere quella di incassare sempre di più e pagare sempre di più giocatori e agenti. Dobbiamo ridurre un po’ le cose, non metterne altre sul tavolo. Abbiamo esagerato con le spese: tutti, nessuno escluso. È il momento di fare un calcio meno arrogante». Anticipare la Super Champions è una possibilità? «No, quella del 2024 non si può anticipare, perché i diritti del marketing sono stati venduti. Le riforme sono confermate dal 2024: venerdì anche Agnelli era d’accordo». Un presidente che fa gli interessi contrari dell’associazione che rappresenta non le sembra grave? «Purtroppo volevo parlare con lui, ma non sono riuscito a trovarlo al telefono. Non so le sue motivazioni e senza saperle non voglio criticarlo. Forse c’è una motivazione che non conosco: magari riesco a parlarci e a capire meglio». Il fatto che oltre a Juve e Milan aderisca anche l’Inter alla Superlega la sorprende? «Si dice che anche l’Inter abbia grossi problemi finanziari e magari pensa di risolverli così. L’incasso di cui parlano per la Superlega sembra enorme, ma non so se alla lunga i problemi saranno risolti. Io non ci credo. Non si può incassare sempre di più per compensare le spese». Anche l’Uefa ha fatto i suoi errori, non trova? «Il mercato è esploso nell’anno di Neymar, ma eravamo già sulla via sbagliata e non è colpa di Uefa e Fifa. Adesso abbiamo la grande chance di trovare soluzioni per tornare a un calcio più razionale. Tutte le aziende in Italia, Giappone, Germania o Usa pensano a ridurre i costi: solo nel calcio si pensa di risolvere tutto con l’aumento dei ricavi». Lei ad agosto si aspetta di giocare la Champions senza Real, Juventus, Liverpool? «Sinceramente spero di no, fatico ad immaginarlo. È un danno, su questo non si discute: senza dodici grandi squadre la competizione è danneggiata».

ANCORA PROTESTE E DEROGHE PER LE SCUOLE

Ieri giornata ancora di proteste, inaspettate. L’Autostrada del Sole è stata bloccata nelle due direzioni per 9 ore dai ristoratori. Non accettano che si possa riaprire solo all’aperto, vorrebbero ospitare i clienti anche al chiuso. Cronaca da La Stampa:

«Nuova protesta dei ristoratori, organizzata da Tni (Tutela nazionale imprese) Italia insieme con «Io apro». Teatro, l'autostrada del Sole, bloccata dalle 9,30 alle 14 in entrambe le direzioni nei pressi dell'uscita di Incisa, vicino a Firenze. Italia divisa in due e code che sono arrivate fino a 6 km. Momenti di tensione quando un ristoratore, Antonio Alfieri di Sassuolo, è stato urtato da un'auto che ha forzato il blocco, riportando una contusione alla spalla: portato in ambulanza al pronto soccorso, le sue condizioni non sono gravi. Ferito alle mani anche un altro manifestante. L'automobilista è stato denunciato per lesioni volontarie. I manifestanti hanno inscenato un pranzo all'aperto sulle carreggiate: «Ci sono imprenditori che vorrebbero riaprire - così il numero uno di Tni, Pasquale Naccari - e lavorare, non all'esterno con il freddo».

Nonostante le ottime intenzioni per una riapertura al 100 per cento, anche le scuole sono nel caos, perché nessuno sa bene come si possa organizzare questo ultimo mese.

«L'apertura del 26 voluta da Draghi vuole essere un segnale importante: la scuola prima, non ultima». Patrizio Bianchi, ministro dell'Istruzione, ribadisce la linea del governo: riapertura al 100 per cento in presenza pure alle superiori nelle zone gialle e arancioni. Ma ora dopo ora il principio politico della (quasi) abolizione della Dad sta diventando una montagna difficile da scalare, per il governo Draghi: le associazioni dei presidi e degli insegnanti, i sindacati di categoria, ma anche le Regioni si sono messe di traverso, denunciando l'impossibilità di una ripartenza in sicurezza. Ieri un incontro fra i vertici del ministero e gli esponenti delle sigle sindacali ha partorito un nulla di fatto. La Flc Cgil chiede che il governo «rivaluti la sua scelta »: «Ci troviamo davanti a un atto di volontà politica non supportato da condizioni reali», dice il segretario Francesco Sinopoli. Oggi due appuntamenti decisivi: la riunione del comitato tecnico scientifico e l'incontro fra l'esecutivo e i governatori, allargato anche ai rappresentanti delle aziende di trasporto pubblico. Sul tavolo la possibilità di ritocchi al decreto già annunciato da Draghi che dovrebbe avviare un ritorno alla normalità. Le regole generali, quelle, non si toccheranno: dunque solo nelle zone rosse sarà prevista, in linea di principio, una quota di didattica a distanza. Ma servono interventi immediati per evitare che il ritorno in massa degli studenti nelle aule faccia aumentare nuovamente i contagi. Il nodo principale è quello dei trasporti. Con l'attuale capienza dei mezzi limitata al 50 per cento servirebbe un numero di bus molto maggiore: «Mille in più solo in Veneto», ha calcolato il governatore Luca Zaia. Di certo, dal ministero dell'Istruzione arriverà l'indicazione, per uffici scolastici e capi d'istituto, di ingressi scaglionati: ma potrebbe non bastare. E allora occorre flessibilità: è il convincimento che si fa strada a Chigi e dintorni. Si valuta la possibilità di un aumento della capienza dei mezzi pubblici ma a questo punto, mantenendo al centro il «segnale» da inviare con la riapertura delle scuole, non è da escludere che il governo ammetta deroghe (limitate) alla didattica dal vivo nelle superiori: «Magari troveremo una soluzione modulando le percentuali delle presenze in aula», auspica il presidente della conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga.».

La Stampa intervista Agostino Miozzo, l’esperto che,  portavoce del CTS col governo Conte, è stato ora incaricato di occuparsi solo della scuola.

«Ha letto le critiche di autorevoli esperti, da Galli a Crisanti, e non si nasconde: «È una questione difficile, abbiamo sempre saputo che la scuola non è esente da rischi - spiega - soprattutto per quello che smuove all'esterno, lo spostamento di massa di studenti e personale scolastico, fino a 10 milioni di persone ogni giorno». E sul fronte del trasporto pubblico grandi passi avanti non ne abbiamo fatti, no? «Ne parliamo da aprile 2020, un anno è passato invano, in molte realtà senza il necessario potenziamento del servizio, in altre qualcosa è stato fatto. Di fronte a un deficit dei trasporti, l'unica soluzione a breve è scaglionare gli ingressi degli studenti e allungare l'orario, se necessario riorganizzando le presenze del personale scolastico, ci sono i soldi per coprire i costi. Così si riduce il rischio di assembramenti». Ma le preoccupazioni sono legittime? «Comprensibili, ma invito tutti a riflettere su cosa vorrebbe dire lasciare i ragazzi in giro, da soli e senza controllo. Con le riaperture programmate nelle prossime settimane, non resteranno certo chiusi in casa e le aggregazioni extrascolastiche sono molto più pericolose. Poi per me la preoccupazione è piuttosto la salute mentale di un'intera generazione: basta vedere l'aumento delle consulenze psichiatriche, i tentati suicidi e gli atti di autolesionismo, l'esplosione di una violenza assurda, con risse organizzate a tavolino. È un disastro, che non possiamo ignorare». Il punto è che le scuole, a sentire i presidi, non sono in condizione di far rientrare tutti in sicurezza. Quindi? «Durante la riunione con i sindacati lo abbiamo detto chiaramente: nel rispetto del principio dell'autonomia didattica, sarà sempre il dirigente scolastico a valutare e decidere dal punto di vista logistico. C'è un evidente problema di spazi in molti istituti, che non si risolve certo in pochi mesi, nonostante gli stanziamenti fatti per l'edilizia scolastica, perché nessuno è Mandrake. Quindi dobbiamo affrontare questa sfida con gli strumenti a disposizione: se un preside ritiene di non poter garantire il distanziamento nelle aule o di non avere abbastanza personale, deciderà di fare i doppi turni o di tenere una parte degli studenti con la didattica a distanza. Una quota di Dad resterà, oggi è fisiologico».

VACCINI, OGGI L’OK PER J&J

Alla fine Ema e Aifa dovrebbero di nuovo sbloccare l’utilizzo del vaccino di Johnson&Johnson, dopo lo stop imposto di fatto dagli Usa. Per noi è una buona notizia, vedremo con che limitazioni in Italia verrà somministrato. Ecco il retroscena de La Stampa.

«Mentre Pfizer annuncia che fornirà 100 milioni di dosi in più all'Europa, delle quali oltre 13 milioni destinate all'Italia, oggi prima l'Ema e poi la nostra Aifa sdoganeranno il ritrovato di Johnson & Johnson, sospeso dopo i sei casi di trombosi cerebrale rilevati negli Usa su sette milioni di somministrazioni. L'agenzia europea da Amsterdam non fisserà limiti all'utilizzo del vaccino, così come fece per identici problemi con quello di AstraZeneca. Ma per la nostra agenzia del farmaco la soluzione l'ha già anticipata la presidente della commissione tecnico scientifica dell'Aifa, Patrizia Piepoli. «È verosimile che dopo l'approfondimento si ricorra per questo vaccino alla stesse indicazioni già date per AstraZeneca», ossia limitarne l'utilizzo agli over 60. «Speriamo da domani di ripartire con le vaccinazioni di Johnson&Johnson», è il timing indicato dal direttore dell'Aifa, Nicola Magrini, per lo sblocco di un vaccino che in Italia vale la bellezza di 26,5 milioni di dosi, pari ad altrettanti immunizzati, visto che per J&J non è necessario il richiamo. Per dichiarare salvo il vaccino su cui puntano di più il premier Draghi e il generale Figliuolo sarà però necessario attendere la conclusione di altri due studi condotti sia dall'Ema sia da un gruppo di esperti della coagulazione del sangue, chiamati dall'Aifa per scongiurare un pericolo opposto alle trombosi, quello di eventi emorragici come ictus e ischemie che di solito conseguono all'abbattimento delle piastrine nel sangue, conseguenza delle rare risposte autoimmuni ai vaccini a vettore virale. Intanto a Pratica di Mare sono appena arrivate 430 mila dosi proprio del vaccino di Oxford. «Entro fine maggio saranno vaccinati con almeno una dose tutti gli over 60», assicura l'immunologo del Cts, Sergio Abrignani. Bisogna correre. Ieri i contagiati sono scesi a 8.864 ma solo perché si sono fatti meno tamponi e altri 316 nomi si sono aggiunti nella lista delle vittime. Quasi tutti anziani. Le Regioni però, pur dovendo ancora vaccinare anche con la prima dose il 70% degli anziani tra i 70 e i 79 anni, sono già passate ai sessantenni, il Lazio sta per prenotare i cittadini sugli «anta» e la Campania procederà sul doppio binario dell'ordine decrescente di età e dei settori lavorativi strategici, come il turismo. In barba agli ordini del generale». 

RECOVERY PLAN, SETTIMANA CRUCIALE

Il dossier più importante sul tavolo del Governo è quello che riguarda il Recovery. La scadenza per la presentazione a Bruxelles è il 30 aprile. Dall’opposizione Giorgia Meloni critica Draghi: non ci dà il tempo per studiarlo. Marco Galluzzo sul Corriere.

«La definizione del Recovery plan è alle fasi finali, già questa settimana, giovedì o al massimo venerdì, il capo del governo Mario Draghi è intenzionato a portare il testo in Consiglio dei ministri per farlo approvare ed inviarlo subito dopo in Parlamento, dove interverrà la settimana prossima per illustrarlo. Alle delegazioni dei partiti che ha ricevuto ieri, prima quella di Fratelli d’Italia, guidata da Giorgia Meloni, poi quella di Italia viva, guidata da Matteo Renzi, il premier ha ribadito che è sua intenzione rispettare la scadenza del 30 aprile, anche se non obbligatoria, per inviare il testo alla Commissione europea. E a chi gli ha fatto osservare che il Parlamento avrà poco tempo per esaminare il nuovo Piano, diverso rispetto a quello del precedente governo, Draghi ha replicato con un pizzico di ironia: «È scritto molto bene, sarà molto semplice leggerlo». Una rassicurazione che è stata accolta solo in parte dai Fratelli d’Italia: «Ad oggi noi non conosciamo il Pnrr del governo, che non ha ritenuto di illustrarci il piano. Abbiamo ribadito le nostre proposte. E posto una questione di metodo. Ad oggi il Parlamento ha discusso del piano di Conte. E c’è il rischio che non abbia la possibilità di discuterlo e l’opposizione non abbia la possibilità di valutarlo. Ci è stato confermato che il ruolo del Parlamento in questa vicenda sarà molto marginale», si è lamentata Giorgia Meloni. Di altro avviso il giudizio del partito di Renzi. «Aspettiamo che il governo trasmetta al Parlamento la versione nuova» del Piano nazionale di rilancio e resilienza «che ha elementi di forte differenza» rispetto a quello del governo Conte «su governance, monitoraggio, semplificazione», ha dichiarato al termine dell’incontro Maria Elena Boschi. «Sulle infrastrutture siamo favorevolmente colpiti dall’illustrazione di Draghi: c’è un intervento importante di revisione del Pnrr», ha aggiunto. Il ministro per il Sud Mara Carfagna invece ha confermato che il Pnrr avrà risorse finanziarie pari al 40% dedicate al Mezzogiorno: «Il solo fatto di aver costruito in otto settimane una quota Sud pari al 40 per cento, di aver qualificato trasversalmente alle missioni del Pnrr un capitolo Sud che non esisteva, di aver rispettato le scadenze europee, e quindi di poter beneficiare delle anticipazioni, è una missione compiuta che fino a due mesi fa nessuno poteva dare per scontata». Oggi il capo del governo incontrerà sindacati e associazioni delle imprese per illustrare anche a loro il Recovery plan». 

Fra le riforme collegate al Recovery Plan, rivela Il Messaggero, c’è anche il Contenzioso fiscale, una riforma strutturale del giudizio tributario.

«La macchina del contenzioso fiscale è lenta. Ma anche farraginosa. Per questo il governo ha deciso di mettere mano a una riforma «strutturale» del giudizio tributario. Il ministro dell'Economia, Daniele Franco, e quello della giustizia Marta Cartabia, hanno appena nominato una commissione di esperti incaricata di scrivere, entro il prossimo 30 giugno, la riforma. Un passaggio collegato anche al Recovery plan. Certezza e celerità sul contenzioso tributario sono ritenute fondamentali per il buon esito degli investimenti. Alla guida della commissione è stato messo Giacinto della Cananea. Il giurista romano, allievo di Sabino Cassese, non è l'unico nome di peso della Commissione. Ne fanno parte anche il direttore dell'Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, e quello del Dipartimento delle finanze, Fabrizia Lapecorella. La Commissione non si è ancora riunita. Ma alcuni punti della riforma sembrano mettere d'accordo un po' tutti. Il principale è la «professionalizzazione» dei giudici tributari. Sembrerà un paradosso, ma oggi buona parte dei giudici tributari sono part time. Non sono magistrati togati, ma laici: ci sono pensionati, avvocati, commercialisti, dipendenti pubblici. A volte chiamati a decidere su cause milionarie. Insomma, un primo passaggio della riforma sarebbe la professionalizzazione, ossia giudici assunti con concorso e che possano lavorare a tempo pieno a dirimere il contenzioso tributario. Una proposta simile l'ha messa nero su bianco anche Uncat, l'Unione nazionale camere avvocati tributaristi, e oggi la illustrerà in una conferenza stampa. «Al centro della nostra proposta», spiega il presidente Antonio Damascelli, «è che le cause valore più elevato siano affidate a giudici ordinari. I giudici onorari dovrebbero occuparsi di quelle di valore più basso, fino a 5 mila euro». Che comunque sono la maggioranza. Così facendo, secondo Damascelli, si risolverebbe anche il problema dell'ingorgo dei ricorsi in Corte di Cassazione».

IL CASO GRILLO

È una storia brutta, di quelle da prendere con le pinze. È diventata clamorosa con il video di difesa del figlio, rilasciato ieri da Beppe Grillo. Partiamo dalla cronaca più timida e insieme meno ostile, dal giornale che dà meno peso alla vicenda, come titoli e come articoli: Il Fatto.

«Un flusso di coscienza, filmato senza preavvertire nessuno del M5S: "Dipingono mio figlio come uno stupratore seriale assieme ad altri tre ragazzi". Dice dei giornalisti. Pochi attimi e il tono si scalda: "Se sono stupratori seriali perché non li avete arrestati subito? - prosegue rivolto ai pm -. Perché vi siete resi conto che non è vero niente. Una persona che viene stuprata la mattina, e il pomeriggio va in kitesurf, e poi dopo otto giorni fa la denuncia vi è sembrato strano: be', è strano". Il fondatore del M5S batte le mani sul tavolo: "C'è il video, si vede che c'è la consenzialità, che c'è il gruppo che ride, quattro ragazzi di 19 anni che si stanno divertendo e che saltellano con il pisello di fuori perché sono coglioni e non stupratori". Immagini di cui Grillo parla a tutti da molti mesi, raccontano a margine dal M5S, convinto che scagionino il figlio. "Sono due anni - conclude con voce deformata - sono stufo, se dovete arrestare mio figlio perché non ha fatto niente arrestate anche me". Fine. E inizio di un pomeriggio terribile per i 5Stelle. "Ha detto cose pesantissime", si macera subito un grillino di governo. Ma Alessandro Di Battista ha già scritto su Facebook: "Coraggio Beppe, sei un papà e ti capisco, spero che si possa chiarire tutto e alla svelta". A chi lo chiama, Di Battista spiega: "Al di là delle diversità di vedute Beppe mi è caro, volevo manifestargli vicinanza". Si fa sentire anche Paola Taverna ("Da mamma gli sono vicina, no a speculazioni"), mentre il reggente Vito Crimi misura le sillabe: "Siamo vicini a Beppe, la magistratura accerterà la verità". Ma c'è chi prende proprio le distanze, come la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni: "Mi dispiace per Beppe, ma ogni donna ha diritto di denunciare quando se la sente di farlo". E la deputata Federica Daga è ancora più esplicita: "Ho avuto una relazione con una persona violenta e ci ho messo sei mesi per denunciare". La renziana Maria Elena Boschi affonda il colpo: "Le parole di Grillo sono piene di maschilismo, vergogna". Piovono critiche anche dal Pd. E Giuseppe Conte? Nel pomeriggio pubblica un post contro la Superleague, il campionato dei più ricchi club europei. Ma su Grillo tace. È una rogna anche per lui quel video, in questa complicata fase di rifondazione. Anche perché Grillo è il Garante, ma d'ora in poi per lui sedersi a tavoli politici sarà quasi impossibile».

Michela Murgia su Repubblica scrive un commento molto duro:

«Per far capire agli scettici nostrani del #metoo quanto sia difficile per una donna denunciare una violenza sessuale basterebbe mostrare loro il video con cui Beppe Grillo, coi toni scomposti delle reazioni a caldo, insinua che in una denuncia presentata otto giorni dopo i fatti ci sarebbe qualcosa di "strano", cioè sospetto e dubitabile. La presunta vittima, colpevole di essere stata troppo lenta a reagire, sarebbe dunque la vera carnefice, decisa a incastrare a posteriori dei ragazzi ingenui senz' altra colpa che quella di esser stati troppo esuberanti. Grillo esprime una presunzione comune a molte persone: quella di sapere come dovrebbe comportarsi ogni vera vittima di violenza per essere credibile (e dunque creduta). Secondo questo vademecum dell'affidabilità, la donna deve correre subito al primo commissariato e contestualmente al pronto soccorso, altrimenti è legittimo pensare che si sia inventata tutto a mente fredda per incastrare qualcuno e magari specularci su. Come troppi, il fondatore del Movimento 5 Stelle fa finta di ignorare che vivere l'esperienza di uno stupro non è come subire un furto. Capire di esser stata violentata mentre eri ubriaca è tutt' altro che immediato. Devi ricordare, poi superare la vergogna di confessarlo, affrontare la paura di non essere creduta (ti chiederanno com' eri vestita? Perché avevi bevuto? Come mai eri lì?) e sopportare l'ipotesi - utile agli inquirenti, ma terrificante per te - che esistano prove digitali che possano nel frattempo girare pubblicamente e che, nel caso di un rinvio a giudizio, finirebbero sotto gli occhi di decine di estranei pronti a giudicare i tuoi atteggiamenti intimi decine di volte. Visti da questa prospettiva, otto giorni per trovare il coraggio di denunciare sembrano persino pochi, invece per Grillo - manettaro da politico e garantista da genitore - sarebbero già la prova che non è vero niente, rafforzata da un filmato dove la presenza di consensualità si evincerebbe dal solo fatto che un gruppo di maschi diciannovenni sembri divertirsi molto. In che modo si siano divertiti Grillo junior e i suoi amici lo stabilirà ovviamente un tribunale».

Maria Novella De Luca intervista, sempre su Repubblica, una deputata dei 5 Stelle, Federica Daga, che commenta i video di Beppe Grillo.

«Grillo ha fatto un discorso grave che mi ha fatto rivivere tutto il mio dramma. Un discorso da uomo arrabbiato. Ma come si fa a dire che una violenza non è violenza se viene denunciata otto giorni dopo? Io sono stata massacrata di botte e perseguitata da un uomo che sono riuscita a denunciare soltanto a sei mesi dalla fine di quell'incubo». Parla con una forte emozione Federica Daga, 45 anni, deputata M5S, esperta di questioni ambientali e "paladina" della campagna per l'acqua pubblica. Davanti al video del garante dei Cinquestelle che difendeva il figlio Ciro accusato di stupro insieme ad altri tre amici, davanti all'attacco frontale del fondatore del suo partito contro la giovane che ha denunciato lo stupro, la deputata grillina ammette di essere rimasta «senza parole». «Sono stata male, malissimo». Federica Daga, anche lei ha subito violenza? «Sì. Nel 2015 ho avuto una breve relazione con il fratello di un deputato del mio gruppo politico. Ero molto stanca in quel periodo, fragile, quindi per questo, forse, non mi sono subito resa conto, davvero, di chi fosse quell'uomo». Cosa è accaduto nella vostra relazione. «Mi picchiava. Con ferocia. Per quattro volte ho davvero temuto di finire male. Mi sbatteva la testa contro il muro. Aveva sviluppato un attaccamento morboso nei miei confronti. Ma nello stesso tempo cercava di demolirmi come persona, diceva che non valevo niente». Quanto è durato il rapporto? «Pochi mesi, anche perché la sua aggressività si è manifestata subito. Controllava il mio telefono, il mio computer, i miei spostamenti. Un incubo. E ci sono donne che per anni subiscono queste persecuzioni. Sono riuscita a troncare il rapporto ma non a liberami di lui». Era diventato uno stalker? «Continuava a cercarmi a minacciarmi. Eppure ci ho messo sei mesi per riuscire a denunciarlo». Perché? Non riteneva così grave quello che le era successo tanto da denunciarlo? «Il problema è che mi vergognavo, mi sentivo sconfitta per essere entrata in relazione con un uomo così, per aver accettato le sue attenzioni. Ero così sconvolta da quella violenza che ho avuto bisogno di mesi per elaborare quello che mi era successo. E avere la forza di denunciare. Per questo trovo incredibile che non si creda a una ragazza che denuncia uno stupro dopo otto giorni». Invece, secondo Beppe Grillo, la giovane che accusa suo figlio non sarebbe credibile proprio perché ha atteso una settimana. «Non ce la faccio a commentare. Anzi, sono parole che si commentano da sole. Per fortuna oggi c'è il Codice Rosso per cui si può denunciare fino a 12 mesi dopo. Nel mio caso invece i termini erano addirittura scaduti ed è stato processato soltanto per stalking. Quando si viene aggredite, umiliate, picchiate, è difficile parlare, ammettere ciò che si è subito. Io mi sentivo addirittura in colpa per quello che mi era capitato. E spero che i miei genitori non lo vengano a sapere mai». (…) Cosa vorrebbe dire a Grillo? «Vorrei dire che le donne non si inventano le violenze. Per questo i tempi della querela sono stato allungati. E non bastano otto giorni per superare lo choc di aver subito uno stupro e raccontarlo. Possono servire mesi e mesi, a volte anni».

Per Alessandro Sallusti, lo sfogo da padre di Beppe Grillo è la Nemesi dei 5 Stelle, ma dovrebbe anche essere l’occasione per riflettere sulla magistratura e sui suoi condizionamenti politici.

«Come padre lo capisco, difendere il proprio figlio a prescindere dai fatti è cosa naturale, per certi versi un dovere. Ma Grillo va oltre, urla che un sospetto, un'ipotesi accusatoria, non c'entra con la verità e lascia intendere un complotto ordito dalla magistratura per screditare la sua famiglia e colpire lui. «Arrestate me», dice al culmine della rabbia, non accettando quindi che suo figlio si difenda «nel processo» ma che quel processo lo eviti in base a un diritto divino. In pochi minuti di video, Grillo rinnega il suo verbo di sempre, fatto poi proprio dai suoi adepti: fiducia a prescindere nella magistratura pura e infallibile, onestà, rigore morale, intransigenza, punizioni esemplari, libertà di dileggio di padri e figli (ricordate le sue battutacce sul Trota Bossi) e non ultimo la cultura del sospetto elevata a legge dello Stato. Nessun leader politico può pensare di parlare per fatto personale, soprattutto se a capo del partito che regge la legislatura e il governo. Quindi ci piacerebbe sapere se Grillo intende dire che una donna nel caso una ragazza che denuncia uno stupro di gruppo con sette giorni di ritardo dall'accaduto non è a prescindere una vittima, ma una pazza opportunista e millantatrice. Così come vorremo capire se davvero Grillo per la prima volta sta ammettendo che la magistratura può prendere decisioni non in punta di diritto, ma di convenienza politica. Se, come si evince dal suo messaggio di ieri, le risposte sono «sì» in entrambi i casi, allora i Cinque Stelle dovrebbero intraprendere strade politiche diverse dalle attuali, tipo non opporsi, ma dare il via libera a una commissione d'inchiesta che faccia luce sulle zone d'ombra della giustizia. In effetti in questa vicenda una anomalia c'è, ed è grossa come una casa, ma non è quella sostenuta da Grillo. Mi riferisco al fatto che un'inchiesta per stupro che coinvolge il figlio di un leader di governo sia stata tenuta nel cassetto a differenza di qualsiasi altra - per ben due anni, e acceleri solo poche settimane dopo che i grillini hanno perso il controllo del ministero della Giustizia, con il defenestramento di Alfonso Bonafede. Coincidenze, ovviamente, ma perfettamente in linea con il «sistema» ambiguo tra politica e magistratura raccontato da Palamara: i tempi della giustizia coincidono con quelli della politica, a volte in favore di verità, altre contro».

APPELLO CONTRO I VITALIZI

Rimanendo in tema di giustizia e politica, Il Fatto, con le firme di Travaglio, Padellaro e Gomez lancia un appello alla Presidente Casellati perché sospenda e faccia rivedere la decisione presa dalla Commissione Contenziosa del Senato sui vitalizi dei senatori condannati. 

«La Costituzione afferma che "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Questo presupposto, troppo spesso dimenticato in Italia, è stato offeso dalla decisione della Commissione Contenziosa dell'Istituzione da Lei presieduta che prevede, a fronte del ricorso del condannato per corruzione Roberto Formigoni, l'annullamento erga omnes della delibera del Consiglio di Presidenza del Senato del 2015 che, in continuità con quanto previsto dalla legge Severino, aveva stabilito la cessazione dell'erogazione del vitalizio ai condannati per reati gravi. Non sfugge ai cittadini che l'annullamento da parte dell'organo di giurisdizione interna del Senato di quella delibera varata dal Consiglio di presidenza della medesima istituzione comporta la ripresa del vitalizio non solo per i condannati per corruzione, ma anche per reati di mafia e terrorismo. Le chiediamo quindi di dare mandato all'Amministrazione per sollevare il doveroso conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato di fronte alla Corte Costituzionale; di ricorrere in appello al Consiglio di Garanzia; di porre il tema al Consiglio di Presidenza del Senato; nelle more, di sospendere l'esecutività della decisione della Commissione Contenziosa; e infine di farsi parte attiva affinché, in questo momento di grave difficoltà per tutti i cittadini italiani, anziché spendersi per i vitalizi, i senatori offrano un contributo di solidarietà sacrificando una parte delle loro indennità».

I MORTI CHE NESSUNO RIVENDICA

Domenico Quirico, grande inviato, scrive oggi su La Stampa un pezzo che fa riflettere. Ci sono dei morti completamente ignorati. Papa Francesco parlerebbe della società dello “scarto”. Dimenticati, cancellati, non utili neanche nella diatriba fra chi ha paura dell’invasione e chi invece è buono e vuole lo ius soli. Sono i migranti.  

«I morti appartengono sempre a qualcuno. Eroi, martiri, simboli, rimorsi, ricordi, riepilogazioni del tempo pubblico e privato, amori, delusioni, dolori: ce li contendiamo i morti, che siano nostri o loro, da far rivivere nella memoria i primi, da cancellare nella maledizione gli altri. Nel fondo sempre c'è quella infedeltà tragica che rimproveriamo a chi ci ha abbandonato e che, svelandoci il dolore, in qualche modo ci impedisce di vivere. Ma ci sono, oggi, ora, dei morti che non sembrano appartenere a nessuno, che nessuno rivendica, accantonati in un margine di silenzio così fitto che sembra approdare ai territori lugubri del non essere. Sono davanti a noi i morti più disperatamente soli che io abbia mai incontrato: i migranti. (…) Non sono eroi ingombranti che ci gettano la loro morte addosso, che la cercano per imbarazzare la nostra paura di pensarci, che muoiono come se fossero in un melodramma. I soldati, i rivoluzionai, i jihadisti, anche i santi sanno morire, ci sono stati educati, lo hanno nel sangue, morire con contegno. Muoiono i migranti, pensando che sia cosa buona e giusta vivere, e perfino battersi per continuare a vivere, e forse perfino morire perché altri come loro continuino a vivere. Sono morti nostre, dunque, noi moriremo così e la pietà dovrebbe essere l'eco della sventura di un uomo e moltiplicarla. Fino a poco tempo fa quelle morti così «umane» scatenavano racconti, immagini, riflessioni e maledizioni. È vero. Sono troppe le tragedie collettive intorno a noi di cui non ci occupiamo per rendere il silenzio per la morte dei migranti una eccezione rilevante: in un mondo che ha trasformato il rifiuto in ideologia, gli ha dato dignità di teoria economica, di progetto politico. Quello che sconcerta è che nessuno, quei morti, li rivendica. I vivi, i migranti che sono arrivati qui, o attendono grazie a noi nel brutale parcheggio della Libia, quelli ce li contendiamo ancora, e con furia. Gli xenofobi per tener desta la fruttuosa paura dell'«invasione», metafisica come le bugie. E i buoni perché anche per loro è un argomento da usare che ne esemplifica, senza fatica, la virtuosa diversità. Ma i morti nessuno da questa parte del mare li vuole: forse perché, cattivi e buonisti, entrambi dovrebbero riflettere su di loro, e non vogliono farlo. Ma non è tutto. Nessuno nei Paesi da cui partono ha mai chiesto di loro, si è interrogato sul destino di quelli che non sono arrivati, di dove siano sepolti, ha pensato di risalire con pazienza il filo terribile delle loro esistenze troncate». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.