Talebani nella città degli italiani

Gli studenti islamici conquistano Herat, fino a due mesi fa roccaforte dei nostri soldati. Polemiche sul Green pass al lavoro e nelle scuole. Incendi e caldo stringono il Sud. Conte per Milano

La caduta di Herat nelle mani dei talebani mette a disagio gli italiani. Sono passati poco più di due mesi da quella commossa cerimonia di ammaina bandiera dell’8 giugno, nel quartier generale dei soldati azzurri che avvenne alla presenza del nostro Ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Oggi sappiamo che, dopo tanto impegno, i talebani hanno espugnato anche quella città. Fra poco saranno a Kabul. Che cosa accadrà ora agli amici e collaboratori degli italiani? Si consuma un fallimento epocale degli Usa e dell’Occidente.

Veniamo alle notizie su pandemia e green pass. Avvenire ci ricorda che vaccinare gli invisibili non è solo un atto necessario di solidarietà umana e civile: ha anche un risvolto utilitaristico. Visto che senza tetto e clochard circolano nelle nostre città. Ieri sono state fatte 365 mila 204 somministrazioni. Diciamoci la verità: in agosto c’è stata una brusca frenata delle vaccinazioni. Rispetto alla fine di luglio siamo sotto di circa 150 mila vaccinazioni al giorno. Ma non sarebbe il caso di vaccinare, d’ora in poi, chiunque si presenti con la sua tessera sanitaria?

Capitolo Green pass. Oggi a Torino sciopero di due ore contro il certificato verde nelle mense aziendali. Intanto dagli Usa si scopre che le grandi aziende stanno chiedendo il Green pass ai dipendenti. Fumata nera sulla scuola: non c’è accordo fra governo e sindacati per le regole del rientro fra un mese.

Spine per Draghi anche da altre vicende politiche: il caso Durigon, ma anche lo ius soli. Notevole la presa di posizione del Fondo monetario internazionale che decreta: lo ius soli aiuta crescita e sviluppo economico dei Paesi che lo adottano. Conte lancia un’iniziativa 5S per Milano con una lettera al Corriere. Nasce una nuova corrente del Pd con Del Rio e Serracchiani. Per chi vuole, vi ricordo stasera l’appuntamento con la Versione del Venerdì. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Pandemia, green pass e polemiche varie su scuola e lavoro la spuntano ancora nei titoli di apertura dei quotidiani. Avvenire ricorda che senza tetto e “invisibili” hanno diritto al vaccino: Garanzia d’accesso. Il Fatto sottolinea la norma Inps, a suo tempo modificata da Conte, ora  tornata attiva: Chi è in quarantena perde lo stipendio. Il Mattino promette 007 anti No Vax: Green pass, il giro di vite con i controlli in borghese. Mentre Il Messaggero denuncia che non si è ancora trovato l’accordo coi sindacati scolastici: Scuola, salta il piano di rientro. La Verità ci va a nozze: Contagi, controlli, immunità. Cadono le bugie del Green pass. Della storica avanzata talebana in Afghanistan si occupa Repubblica: I talebani senza ostacoli, cadono Herat e Kandahar. L’emergenza di Ferragosto per il Corriere della Sera è invece: L’assedio di caldo e incendi. Il Domani nota: Gli incendi li appiccano gli uomini e la crisi climatica li alimenta. Il Giornale traccia un bilancio dei primi sei mesi del Governo: Draghi, luci e ombre. Il Sole 24 Ore annuncia l’arrivo dei miliardi del Recovery dall’Europa: La Ue stacca il primo assegno. Entro l’anno 51 obiettivi da centrare. Tre femminicidi in poche ore è il tema scelto dal Quotidiano Nazionale: Tre donne uccise in ventiquattro ore. Il Manfesto ragiona sul caso Durigon e le nostalgie del Fascismo: Memoria corta. Libero dà grande risalto alla sostituzione del Pm che indaga sullo stupro in Costa Smeralda in cui è coinvolto il figlio del Garante 5 Stelle: Provano a insabbiare il processo a Grillo jr.

CADE HERAT, EX ROCCAFORTE ITALIANA

Nella irresistibile ascesa dell’esercito talebano, lanciato alla riconquista dell’Afghanistan, ieri è stata una giornata drammaticamente simbolica. Gli “studenti islamici” hanno preso il potere ad Herat, per tanti anni quartier generale degli italiani. Giampaolo Cadalanu per Repubblica.

«La guerra lampo dei talebani è arrivata a Herat, fino a poche settimane fa base del contingente italiano: la resistenza dei miliziani dell'anziano signorotto locale Ismail Khan ha rinviato la caduta della città, ma ieri gli "studenti coranici" ne hanno rivendicato la conquista, diffondendo filmati della locale prigione, i cui detenuti sono stati liberati. Secondo testimoni sul posto, i fondamentalisti sono entrati anche nella grande Moschea, apparentemente con pochi scontri. Secondo fonti d'agenzia non confermate, Khan era rifugiato con un gruppo di fedelissimi in uno dei palazzi governativi sotto attacco. La caduta di Herat segnala un nuovo, incredibile crollo delle forze afgane, che sulla carta avrebbero dovuto quanto meno impegnare a lungo gli integralisti. Lo stesso vale per Ghazni, altro capoluogo e centro strategico sulla strada che collega Kabul alle province del Sud, caduto anch' esso ieri in mano ai fondamentalisti. E soprattutto Kandahar, seconda città del Paese, che è stata presa nella notte. Questo centro ha un valore simbolico particolare per i fondamentalisti, perché qui, al Santuario del Mantello, il mullah Omar si proclamò Emiro dei credenti indossando la cappa che la tradizione vuole sia appartenuta al profeta Maometto. La dissoluzione delle forze afgane provoca stupore persino negli osservatori più disincantati. L'agenzia americana Associated Press si chiede dove siano andati a finire gli oltre 830 miliardi di dollari spesi dal Dipartimento della Difesa per addestrare e armare le truppe di Kabul. In termini numerici le forze governative avrebbero dovuto persino superare di molto quelle del fronte talebano, tanto più che buona parte delle truppe su cui contava Kabul sono forze speciali, ben addestrate e ben armate. Ma la realtà operativa è influenzata in modo massiccio dalla corruzione diffusa, che compromette l'efficienza dell'Esercito nazionale. È costume diffuso per molti comandanti dichiarare un numero di soldati superiore al vero, così da intascarne le buste paga. La stampa locale ha segnalato casi di brigate del tutto inesistenti. Anche i rifornimenti arrivano in ritardo o in misura insufficiente, perché lungo le linee della logistica qualcuno se ne impossessa, magari per rivenderli al mercato nero, e armi e munizioni finiscono in mano ai talebani. Sul terreno, gli "studenti coranici" adottano una tattica abile e sperimentata: promettono salva la vita ai militari governativi, o magari trattano anche solo con i comandanti per convincerli alla resa senza combattere. Questo è successo a Ghazni, il cui governatore è stato arrestato dai governativi. In certi casi, assediano le caserme e ci scavano, minacciando di farle saltare in aria con tutti gli occupanti. Allo stesso tempo, diffondono i video girati durante l'avanzata, che mostrano la sorte riservata a chi non si arrende: torture, accecamento, o esecuzione a freddo. Saranno in tempo, poi, a negare la paternità dei crimini di guerra per ogni eventuale improbabile prosecuzione: nel frattempo l'efficacia delle minacce è tangibile. Con la caduta della seconda e della terza città per numero di abitanti, a Kabul la preoccupazione è alle stelle. Gli Usa stanno mandando altri 3000 militari, oltre ai 600 già presenti, ufficialmente per facilitare l'evacuazione del personale afgano. In realtà, è difficile immaginare un attacco alla capitale almeno fino a quando la guarnigione resterà, cioè fino all'11 settembre. Il Pentagono sta decidendo di schierare una brigata aerotrasportata in Kuwait. Il presidente Ashraf Ghani sente ormai addosso il fiato dei talebani. Per il capo dello Stato non c'è più tempo: se non riesce a ideare una strategia adeguata all'emergenza, le speranze di sopravvivenza del suo governo e forse persino del suo clan sono finite. Sta provando a recuperare il sostegno dei vari signori della guerra che nei mesi scorsi si erano allontanati, ma i risultati sono modesti. Ghani sembra avere ottenuto l'impegno di Abdul Rashid Dostum, e lo ha mostrato facendosi accompagnare martedì dal leader uzbeko e dal governatore di Mazar-i-Sharif, Mohammed Atta Noor, in un viaggio rapido nella città, centro chiave del nord Afghanistan. Se Mazar cade, l'intero nord è perso. Dostum è apparso baldanzoso, ha proclamato che ripulirà le province settentrionali allo stesso modo in cui sono state liberate nel 2001. Ma anche se davvero avesse le forze sufficienti per contrastare l'avanzata dei fondamentalisti, un suo eventual e intervento sarebbe comunque tardivo. In termini politici, il tentativo di Ghani di riconquistare alleati sembra ormai disperato. I "signori della guerra" preferiscono allearsi con i talebani, in vista di una possibile convivenza futura. E il presidente, a sentire le valutazioni del pachistano Imran Khan, è considerato dai fondamentalisti l'ostacolo fondamentale per ogni possibile accordo di pace».

Marta Serafini sul Corriere ha raccolto le testimonianze dalla città afghana.

«Siamo tornati indietro al 2001. È tutto andato, i nostri sogni, le nostre speranze, tutto finito». Abdul ha 43 anni, due lauree, una in biotecnologie presa in India, l'altra in informatica, conosce cinque lingue. Ha tre figlie, la più grande il prossimo anno voleva iscriversi all'università. La linea va a singhiozzo, ogni spunta blu è un sospiro di sollievo. Hamid e la sua famiglia vivono a Herat da sempre. «Tutta l'area è presa, stanno ancora combattendo. Hanno portato via delle persone dal quartiere ma non so dire molto di più perché siamo chiusi in casa da ieri. La mia testa non funziona, non so dove possiamo andare. Pregate per noi». La città blu. La cittadella fortificata voluta da Alessandro Magno e da poco messa in lizza per diventare patrimonio dell'Unesco e tappa sulla Via della Seta che fino al mese scorso ha attirato qualche turista temerario. La moschea Jami Masjid dove il guardiano ti faceva entrare a vedere le maioliche anche se eri una donna non musulmana. La città alle porte dell'Iran, sulla strada per la via dell'oppio, con l'accento dari, in cui se il velo scivola sulle spalle non succede niente. Herat, la città dei sufi afghani e delle bancarelle di telefonini che affollano la zona intorno ai giardini di Taraqi Park. «Ricordati di noi». Con Hamid il saluto è davanti all'aeroporto poco meno di un mese fa. Alle spalle, la lapide intitolata al tenente Massimo Ranzani, ucciso nel 2011 da una bomba. Uno dei 53 caduti in questa guerra che ha coinvolto anche noi. Perché Herat in Afghanistan fino a pochi giorni fa significava Italia. Luogo simbolo, Camp Arena, la base che ha visto transitare dall'inizio del 2005 almeno 50mila soldati tricolori. Qui l'Italia - dopo aver partecipato alla messa in sicurezza della zona di Kabul - si vide affidata l'intera parte occidentale della regione di Herat. E qui comparvero i Prt, gli organismi di sostegno ai civili. Poi, dal 2015 con la missione Resolute support i compiti diventano soprattutto di addestramento. «Una presenza discreta», era il giudizio più diffuso. Fino all'8 giugno, quando con l'ammaina bandiera alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, Camp Arena ha iniziato ad essere letteralmente smantellata mentre i soldati si mettevano in fila per salire sui C-130 che li hanno riportati a casa. «Ciao italiani, ci mancherete», era stato il commento di tanti in città di fronte alla pizzeria Alfredo affollata dalle famiglie e dai più giovani. «E soprattutto ci mancherà il vostro ospedale», aveva scherzato Hamid. «Uno dei pochi a funzionare per davvero». Ed è così che del tricolore a Herat è rimasta solo la bandiera disegnata vicino alla pista dell'aeroporto. Ma Italia a Herat è anche la scuola intitolata a Maria Grazia Cutuli a Kush Rod, un piccolo villaggio a 15 kilometri dalla città, dove Mario Cutuli il fratello dell'inviata del «Corriere» uccisa in Afghanistan nel 2001 ha posto la prima pietra di una scuola per i bambini e le bambine del villaggio. Una costruzione in mattoni dipinti di blu. Un luogo di pace, dove tra i fiori e gli uccellini una coppia di conigli scorazzava libera mentre le alunne giocavano a rincorrersi nell'intervallo. Che cosa ne sarà di loro? Che cosa ne sarà di tutte le scuole dell'Afghanistan e di quelle bambine che vogliono solo studiare? Il pensiero corre a Nadia Anjuman, poetessa che a Herat è nata e ad Herat è morta a 25 anni nel 2005, in seguito alle percosse del marito. Nadia scrisse: «A voi, ragazze isolate del secolo condottiere silenziose, sconosciute alla gente voi, sulle cui labbra è morto il sorriso, voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due, cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti se tra i ricordi vedete il sorriso ditelo: non avete più voglia di aprire le labbra, ma magari tra le nostre lacrime e urla ogni tanto facevate apparire la parola meno limpida».

La sensazione di un passaggio storico: il ritiro degli occidentali dopo vent’anni di presenza decreta un atroce fallimento. Il commento di Eugenio Scalfari per Repubblica.    

«Gli occhi dell'Europa e delle grandi potenze occidentali sono stati puntati per molto tempo sull'Iran e sull'Iraq, per paura e interesse differenti a seconda delle posizioni politiche e geografiche. Nell'impero del "grande gioco", adesso la situazione afgana ci costringe a spalancarli su un Paese martoriato dove i talebani stanno tornando al potere assoluto, armandosi con l'arsenale abbandonato dai nemici che lentamente ma inesorabilmente stanno smontando una missione di pace miseramente fallita. (…) Migliaia di persone sono in fuga, migranti della disperazione che prenderanno la via dell'Europa e rischiano di trovarsi di fronte un muro a causa delle divisioni che attraversano il Vecchio continente. Austria e Grecia temono che, se si aprono le porte agli afgani, il flusso di immigrazione diventerà incontenibile. L'Occidente, nel momento in cui torna la guerra a Kabul, deve ammettere di avere ancora una volta fallito. L'America ha risposto con il ritiro dei suoi soldati a una richiesta sempre più pressante dei suoi cittadini e Biden lo ha fatto perché era una sua priorità elettorale. Doveva farlo subito, all'inizio del suo mandato, in previsione di non andare oltre i quattro anni. In 20 anni sono infatti stati più di duemila i soldati americani caduti, 40 mila le vittime civili afgane. La nuova situazione potrebbe trasformare l'Afghanistan in una roccaforte degli islamisti e far ripartire gli attacchi terroristici in Europa e negli Stati Uniti. Un ritorno all'inferno che ci siamo illusi di esserci lasciati alle spalle. Il Paese è povero, poco istruito e devastato da guerre infinite. Le donne saranno nuovamente martirizzate. Terreno ideale per i nuovi Osama Bin Laden, anche se gli esperti vedono maggiori pericoli di terrorismo ai danni della Cina e dell'Europa, piuttosto che nei confronti dell'America già alle prese con i suprematisti bianchi. Bisogna quindi domandarsi di quale Europa avremo bisogno nei prossimi mesi e di quali leader in grado di governare la possibile nuova emergenza, a cominciare dalla nuova ondata di profughi provenienti dal Medio Oriente. (…) Bisognerà accogliere migliaia di profughi e trovare un sistema di accoglienza equanime, bisognerà rafforzare il ruolo della Nato, bisognerà coordinare il lavoro dei servizi segreti per mettersi al riparo da possibili attacchi terroristici, bisognerà trovare sul piano per ora diplomatico un "programma di salvataggio" per l'Afghanistan, bisognerà evitare trappole da parte di Putin e di Pechino. Un elenco di doveri per assolvere i quali potremo fidarci non di "ominicchi" ma di leader veri capaci di spostare il proprio sguardo un po' oltre i piccoli interessi partitici e ideologici. Possiamo solo sperarlo».

LA CALABRIA È ROSSA, MA PER L’EUROPA

Cronache dalla pandemia. Per l’Europa, per la mappa dell’ ECDC, le regioni italiani in “rosso” sulla base dei contagi da Covid finora calcolati sono diventate cinque. Da ieri anche la Calabria è in rosso. Grazie ai parametri cambiati dal nostro Governo, la cosa non ha ripercussioni. Paola Caruso per Il Corriere.

«La campagna vaccinale sembra procedere secondo i piani. Con 73 milioni di dosi somministrate in Italia, più del 70% dei «cittadini vaccinabili» ha ricevuto almeno la prima inoculazione. «È un risultato molto incoraggiante - ha twittato il ministro della Salute Roberto Speranza -. Dobbiamo continuare su questa strada perché i vaccini sono lo strumento migliore per aprire una stagione diversa». È soddisfatto anche il commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo, il 65% degli over 12 ha completato il ciclo di immunizzazione. «Un grande risultato che si deve anche ai giovani nella fascia 12-19 anni - ha spiegato il generale in una nota - da soli hanno richiesto negli ultimi giorni oltre il 20% delle dosi». Bene concentrare gli sforzi per incrementare «la protezione» dei minorenni, ma tra le priorità del commissario c'è anche quella di aumentare la copertura nella fascia 50-59 anni(ora al 71,90%). Tutto questo in una situazione dei contagi poco tranquillizzante. Tanto che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie si è spinto a colorare la Calabria di rosso nella mappa delle zone a rischio. Si tratta della quinta regione «rossa» per l'Ecdc, dopo la Sardegna, la Sicilia, le Marche e la Toscana. Il resto dell'Italia, invece, è in giallo, tranne il Molise e la provincia di Bolzano, che rimangono in verde. Il virus non molla la presa nonostante la crescita rimanga sempre molto lenta. Secondo il bollettino di giovedì sono 7.270 i nuovi casi in Italia contro i 6.968 del giorno prima, mentre il tasso di positività sale al 3,3% dal 3% precedente, grazie a 216.969 tamponi. La regione più colpita è la Sicilia che supera quota mille nuove infezioni: qui sono +1.134 i casi con un tasso del 6,8% calcolato su 16.602 tamponi. L'isola comunica pure il più alto numero di vittime, pari a 12 decessi su 30 avvenuti a livello nazionale (uno meno di mercoledì), dove però sono inseriti sette persone che hanno perso la vita nei giorni precedenti, tra il 10 agosto il 28 giugno. Aumentano ancora le degenze: sono 27 in più i posti occupati nei reparti ordinari, per un totale di 2.975 ricoverati - quasi 3 mila come a metà giugno - e 15 in più i posti in terapia intensiva, portando il totale dei malati gravi a 352, con 37 ingressi in rianimazione. Secondo l'Agenas le regioni che hanno un maggior incremento degli indicatori ospedalieri sono Calabria e Valle d'Aosta, che sui ricoveri ordinari segnano un +2%, seguite da Lombardia e Puglia (+1%). Per le rianimazioni spicca la Sicilia con un +1% che così tocca l'8% di occupazione delle terapie intensive, considerando che è già al limite per quando riguarda le occupazioni di posti in area non critica (14%)».

IL VACCINO AGLI INVISIBILI

Avvenire dedica il titolo di prima pagina ai vaccini per i senza tetto. Una denuncia arrivata sul tavolo di Draghi. L’articolo di Antonio Maria Mira.

«Il ritardo e gli ostacoli alla vaccinazione degli 'invisibili' configurano «un'ipotesi di discriminazione istituzionale » e impediscono «a queste persone l'accesso a una prestazione sanitaria essenziale comportando, in una situazione di pandemia, un pericolo per la salute pubblica, oltre che per quella privata». Lo scrive Triantafillos Loukarelis, direttore generale dell'Unar, l'Ufficio antidiscriminazioni della Presidenza del Consiglio, in una lettera al generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l'emergenza Covid-19. Segnala «l'impossibilità pratica di prenotarsi attraverso il portale utilizzato dalle diverse Regioni per la vaccinazione». Tranne pochi casi. Mentre «esistono diverse realtà regionali che hanno autonomamente provveduto a individuare canali di prenotazione paralleli, così da consentire anche a tali persone la possibilità di accedere al vaccino. Tali modalità, tuttavia, per la loro estemporaneità e specialità, non sempre sono in grado di garantire una reale parità di accesso, generando dunque forme di discriminazione 'a macchia di leopardo', in maniera differenziata a seconda della Regione o addirittura a seconda del distretto sanitario di riferimento». È quello che denunciano da tempo la Caritas e le altre associazioni aderenti al Tavolo immigrazione e salute e al Tavolo nazionale asilo e immigrazione. Come ci spiega Salvatore Geraci, responsabile dell'area sanitaria della Caritas di Roma e membro della Società italiana di medicina delle migrazioni. Solo sette Regioni permettono anche a queste persone di prenotarsi attraverso il portale online: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Puglia, Sardegna e Calabria. «A questa procedura 'ordinaria' - spiega Geraci - si aggiunge quello che alcune Regioni e Asl stanno facendo: offerta attiva con camper, open day, open night, liste inviate dalle associazioni. Nel Lazio finora si sono mosse singole Asl ma dopo l'attacco informatico qualcosa sembra si stia sbloccando a livello regionale. Però manca ancora un'indicazione nazionale e ognuno si arrangia». Eppure, come ricorda il direttore dell'Unar nella sua lettera, il sito dell'Aifa, l'agenzia del farmaco, «a seguito dell'ultimo aggiornamento (22 luglio), riporta uno specifico quesito "Chi ha diritto alla vaccinazione?" al quale risponde che l'accesso deve essere garantito a tutte le persone residenti o comunque presenti sul territorio italiano con o senza permesso di soggiorno o documenti di identità, inclusi i possessori del codice Stp (Stranieri temporaneamente presenti) o Eni (Europeo non iscritto), i detentori del codice fiscale numerico o quanti ne sono privi, i possessori di tessera sanitaria scaduta e che rientrano nelle categorie periodicamente aggiornate dal Piano vaccinale». Ma questo non è accaduto. Così, prosegue la lettera, «si configura quindi come discriminatoria e illegittima qualsiasi forma di limitazione o esclusione di alcune fasce di popolazione presenti sul territorio che anzi, in ragione della particolare situazione di vulnerabilità in cui si trovano, dovrebbero essere destinatarie di azioni positive mirate che dovrebbero agevolarle, sulla base delle singole condizioni di marginalità sociale, economica e contestuale, nelle procedure di accesso ai vaccini».

SCUOLA, FUMATA NERA

Prima riunione, senza accordo, sul ritorno a scuola fra un mese. Lorena Loiacono per il Messaggero.

«Fumata nera per il protocollo sicurezza nelle scuole, il ministero e i sindacati al tavolo riunito ieri non trovano l'intesa sulle indicazioni con cui, a settembre, si dovrà rientrare in classe. Ma il tempo corre: al primo giorno di scuola, infatti, manca meno di un mese: la data indicata dal ministero è il 13 settembre. Il nodo del contendere, ancora una volta, è il Green pass e le modalità di attuare i controlli tra docenti e tutto il personale scolastico, coperto dai vaccini almeno all'85%. Sul restante 15%, una stima che potrebbe ridursi a giorni scendendo sotto il 10%, resta il tema della certificazione verde per accedere ai locali scolastici: l'obbligo, previsto dal governo, non è stato accolto favorevolmente dai sindacati che, da giorni, sono in protesta soprattutto per l'aspetto sanzionatorio. Un docente sprovvisto di Green pass, infatti, viene considerato assente ingiustificato e, dopo 5 giorni di assenza ingiustificata, viene sospeso dal servizio e resta quindi senza retribuzione. Un aspetto decisivo, che ha sollevato notevoli polemiche anche sul controllo del Green pass e sulle responsabilità di chi dovesse cadere in errore. «Abbiamo chiesto di far intervenire il garante della privacy - spiega Maddalena Gissi, segretario Cisl scuola - perché vogliamo capire come possono essere fatti i controlli. E ci chiediamo come si devono comportare le scuole con il personale esterno: pensiamo alle attività sportive che hanno contribuito al piano estate o agli operatori di supporto all'assistenza ai disabili: gli insegnanti esterni dovranno avere il Green pass?». Un altro aspetto sollevato nell'incontro riguarda la possibilità di mettere a disposizione dei docenti i tamponi gratuiti. Il ministero ha replicato che non può decidere autonomamente, senza far intervenire il ministero della salute con protocolli ad hoc, e che le singole scuole possono comunque decidere di spendere in questo ambito i fondi stanziati dal sostegni bis. Intanto l'Anief ha avviato una petizione per cancellare l'obbligo del Green pass a scuola, arrivata a 100mila firme. Ma la linea resta quella di incentivare la vaccinazione e nella bozza presentata ieri è stata reintrodotta la corsia preferenziale per i docenti che decidono di vaccinarsi in questo periodo, sempre per spingerli ad aderire alla campagna, e viene fatto richiamo alla circolare del ministero della salute che definisce i soggetti da considerare esonerati dalla vaccinazione. Per quanto riguarda invece gli studenti, il protocollo prevede la possibilità per le scuole di disporre ingressi ed uscite ad orari scaglionati, anche utilizzando accessi alternativi nello stesso istituto e indicando percorsi ad hoc all'interno della scuola, tramite la segnaletica orizzontale. In classe e negli spazi comuni si sta distanziati, di un metro, con due metri di distanza tra i banchi e la cattedra. Ma se gli spazi non ci sono, il distanziamento può saltare: l'importante è restare in presenza, quindi in classe si starà sempre con la mascherina. Il dispositivo di protezione deve essere di tipo chirurgico e, nel caso di necessità, ad esempio con ragazzi disabili, si può adottare l'utilizzo di mascherine trasparenti. In aula resta fondamentale l'areazione costante, con l'apertura anche contemporanea delle finestre e della porta. Il distanziamento va rispettato anche a mensa dove, se non ci sono gli spazi, si faranno i turni visto che la mascherina non può essere indossata a tavola. In caso di quarantena, per un contatto positivo a scuola, i giorni di attesa per fare il tampone si riducono da 10 a 7 se la persona è vaccinata. Quest' anno i ragazzi non dovranno andare in didattica a distanza: l'imperativo è restare in presenza salvo casi eccezionali. Le Regioni e le Province autonome infatti possono derogare alla norma disponendo la chiusura non dell'intero territorio regionale ma di un singolo istituto o delle scuole di un territorio circoscritto, ad esempio dove siano presenti molti contagi, peraltro solo nelle zone rossa o arancione».

GREEN PASS PER LE MENSE AZIENDALI

Grazia Longo sulla Stampa di Torino spiega che la Regione Piemonte ha detto che il green pass non è necessario nelle mense aziendali, proprio oggi, nel giorno dello sciopero indetto dalla FIm-Cisl .

«Il Green Pass si preannuncia complicato anche dopo la pausa delle vacanze, con la riapertura delle aziende. C'è già chi, infatti, ha messo le mani avanti annunciando che non consentirà di lavorare a chi è sprovvisto di tampone o certificato verde. Come la Trilix srl di Nichelino, una società metalmeccanica in provincia di Torino, che ha appena inviato ai dipendenti il seguente avviso: «Cari colleghi, al fine di garantire la massima tutela possibile a tutti i lavoratori, chiediamo a tutto il personale in rientro dalle ferie estive di esibire l'esito di un tampone negativo eseguito nelle 48 ore precedenti o in alternativa il Green Pass. Tutti coloro che si recano in ferie per un numero di giorni pari o superiore a una settimana sono invitati a presentarsi presso l'ufficio Risorse umane, al momento del rientro in azienda, e mostrare la documentazione». Nel frattempo la Regione Piemonte ha stabilito che non è necessario il Green Pass per accedere alle mense aziendali. La decisione arriva a poche ore dallo sciopero proclamato per oggi dalla Fim-Cisl alla Hanon System, per protestare contro la decisione dell'azienda del Torinese di chiedere il certificato verde per entrare alla mensa. Sciopero al momento confermato perché l'azienda sembra intenzionata a non cambiare idea. ».

Ma negli Usa le scelte sono diverse. Lo racconta Viviana Mazza da New York per il Corriere.

«Come convincere chi ancora non si è vaccinato? Una via che si sta seguendo in America è quella del settore privato: aziende come Walmart, Google, Facebook, McDonald's, Walt Disney, Citigroup, United Airlines stanno iniziando a esigere che alcuni o tutti i dipendenti siano vaccinati. «Vorrei incoraggiare i privati, che siano aziende o di università, a prendere seriamente in considerazione l'idea delle vaccinazioni obbligatorie», ha detto Anthony Fauci, il consigliere medico del presidente Biden. Quando, lo scorso marzo, la rete di ospedali Houston Methodist Hospital ha obbligato lo staff di 25mila persone a vaccinarsi, in 178 hanno rifiutato e diversi di loro hanno fatto causa dopo essere stati licenziati. Il giudice ha dato ragione all'azienda. Sono circa 500 gli ospedali e 700 le università pubbliche e private che lo richiedono al personale, ha detto ieri Jeff Zients, lo «zar del Covid» della Casa Bianca. Anche se i tribunali hanno storicamente difeso il diritto dei datori di lavoro di chiedere ai dipendenti di vaccinarsi, molte aziende all'inizio temevano le reazioni dei dipendenti «no vax», tra l'altro in momento di carenza di manodopera. Alcuni Stati hanno firmato leggi per proibire la discriminazione del personale non vaccinato e alcuni esperti dicono che per evitare denuncie sia meglio aspettare che i vaccini ricevano la piena autorizzazione (non solo di emergenza), ma il dipartimento di Giustizia sostiene che la legge federale non impedisce ai privati di imporre l'obbligo anche ora. Nelle ultime settimane il calcolo è cambiato. Con metà circa della popolazione ancora non vaccinata, le aziende temono che la variante Delta o l'emergere di varianti peggiori mettano a rischio la ripresa dell'economia. Devono però tener conto di due eccezioni: chi si rifiuta per ragioni mediche o religiose (dovrebbero offrire loro un'alternativa all'inoculazione). L'amministrazione Biden non vuole varare un obbligo nazionale, ma ha stabilito che i dipendenti federali debbano vaccinarsi o sottoporsi a tamponi regolari e sta progressivamente ampliando i provvedimenti a vari settori, dal dipartimento per gli affari dei veterani alle forze armate. Nei prossimi giorni a New York servirà un green pass per palestre e ristoranti al chiuso, in California per insegnare. All'inizio i datori di lavoro speravano che fossero sufficienti gli incentivi: quattro ore pagate di permesso (Starbucks) o 80 dollari (Amazon). Ma il «nudging», le spintarelle per convincere i dipendenti si sono rivelate poco efficaci, forse visto che si ha a che fare con la salute. Alla fine la scelta delle imprese è economica. David Frum, ex speechwriter di George W. Bush, ritiene che entro settembre la maggioranza delle più grandi aziende avrà introdotto l'obbligo. Il messaggio dell'amministrazione Biden è che i datori di lavoro hanno il potere di porre fine alla pandemia. Walmart ha definito le vaccinazioni dello staff in Arkansas come la «chiave» per risolvere la crisi. Una giornalista ha chiesto alla portavoce di Biden, Jen Psaki, se appoggiarsi ai privati non sia per la Casa Bianca un modo per imporre un obbligo nazionale passando «dalla porta sul retro». Psaki ha risposto: «È la porta principale perché le aziende possano risollevarsi, usando il bastone e la carota... per proteggere la loro forza lavoro». I licenziamenti finora sono stati rari, come nota il Financial Times la maggior parte delle imprese preferisce usare la carota».

Patrizia De Rubertis sul Fatto insiste sul tema che in Italia se sei in quarantena perdi lo stipendio:

«Non c'è solo il nodo del Green pass ob bligatorio ad agitare le acque nel mondo del lavoro. Mentre il governo continua a prendere tempo, il dibattito sulle nuove regole in vigore già da una settimana è rapidamente degenerato nel primo sciopero in Italia, proprio mentre sui lavoratori si abbatteva una mannaia niente male: l'Inps non considera più in malattia chi è costretto alla quarantena per contatto con un positivo al Covid. In pratica, chi si ritrova a casa in isolamento potrà perdere fino a metà dello stipendio, dal momento che si possono fare fino a 14 giorni di quarantena. Andiamo con ordine. Oggi alla Hanon Systems di Campiglione Fenile, in provincia di Torino, sono state indette due ore di sciopero con uscita anticipata su tutti i turni di lavoro. È il primo sciopero in Italia contro l'esclusione dei lavoratori sprovvisti di Green pass dalla mensa aziendale, che il governo ha equiparato di fatto ai ristoranti. I sindacati si sono detti contrari alla decisione della società specializzata in componenti elettronici di consentire l'accesso alla mensa solo ai dipendenti con Green pass stabilendo che gli altri per mangiare dovranno recarsi sotto due gazebo allestiti all'esterno dello stabilimento. Ma questo sciopero, annunciano i sindacati, è solo il primo di una lunga lista. Fino a quando Palazzo Chigi non prenderà una decisione sul rendere o meno obbligatorio il Green pass sul luogo di lavoro, in sempre più aziende andrà in scena questo paradosso: ci si troverà a dividere una scrivania o parte di una catena di montaggio con un collega che ha deciso di non vaccinarsi, ma non ci si potrà mangiare insieme. Intanto la Fiom Cgil di Torino ha denunciato anche il caso della Trilix di Nichelino: l'azienda di progettazione stile per il gruppo Tata Motors ha comunicato via mail agli 80 dipendenti che al rientro da un periodo di ferie superiore alla settimana dovranno recarsi all'ufficio personale per esibire il Green pass oppure un tampone eseguito a proprie spese. Così come di tasca propria i lavoratori del settore privato dovranno affrontare la quarantena se saranno a contatto con una persona positiva al Covid-19. Con un messaggio dell 'Inps pubblicato negli scorsi giorni, l'istituto guidato da Pasquale Tridico ha chiaramente spiegato chel'isolamento delle persone costrette a casa dal primo gennaio 2021 non è più equiparato alla malattia ai fini del trattamento economico. In pratica, non viene più corrisposta l'indennità previdenziale e la relativa contribuzione figurativa. Il motivo? Il legislatore non ha previsto un nuovo stanziamento per prorogare la tutela della quarantena. Quindi, a meno che il governo non corra ai ripari in un prossimo decreto, l'Inps non potrà procedere a riconoscere i contributi. Con il rischio di perdere metà dello stipendio. Secondo le nuove regole sulla quarantena imposta a chi è stato a contatto stretto di un caso Covid positivo, i giorni da passare a casa variano da 7 a 14, a seconda se si è completato il ciclo vaccinale da almeno 14 giorni e se si ha un test molecolare o antigenico negativo. È stato il Cura Italia a introdurre nel marzo 2020 l'equiparazione delle tutela della malattia a quelle dei periodi di assenza dal lavoro dovuti a quarantena. E per garantirne la continuità sono stati stanziati l'anno scorso 663,1 milioni di euro. Fondi che però si sono esauriti lo scorso dicembre. A poco sono valse le note che l'Inps ha inviato ai ministeri dell'Econo mia e del Lavoro sollevando la questione. La proroga della misura non è mai stata contemplata dal governo. Una situazione che a settembre, quando riapriranno tutte le attività dopo la pausa estiva, rischia di essere un fenomeno di massa se il numero dei contagiati dal Covid-19 continuerà a salire. Chi sarà costretto in quarantena starà a casa senza stipendio e senza contributi».

IUS SOLI, FATTORE DI CRESCITA E DI SVILUPPO

Mente il segretario del Pd Enrico Letta incalza gli alleati dei 5 Stelle e sfida la Lega, lo ius soli (soprattutto nella versione ius culturae) prende piede nel dibattito. Oggi Repubblica aggiunge un elemento di grande interesse: il Fondo Monetario internazionale promuove lo ius soli come strumento di crescita e sviluppo. Eugenio Occorsio per Repubblica.

«“I Paesi dove vige un regime di ius soli tendono a essere più sviluppati di quelli che hanno altre regole. L’inclusione facilitata da opportune leggi di cittadinanza è un motore di crescita economica e un fattore per spiegare perché alcuni Paesi sono più ricchi di altri”. Raramente il Fondo Monetario Internazionale ha preso una posizione così decisa. Ma stavolta non ha dubbi: in un ponderoso documento fitto di tabelle e grafici intitolato “Does an inclusive citizenship law promote economic development?”, spiega e argomenta scientificamente perché sia molto meglio per un Paese, specialmente se è esposto a un largo flusso di immigrazione, avere un regime di ius soli. Che viene – è la novità – equiparato senza più nessun dubbio a un fattore di sviluppo e crescita. Oltre che – anche questo è ben argomentato nello studio del Fmi – uno strumento di convivenza civile e di riconoscimento di diritti: “Distinguendo in modo netto i cittadini di un Paese da tutti gli altri, la legge crea degli ‘in’ e degli ‘out’ con forti tensioni sociali. Viceversa – continua il rapporto dell’Fmi – le norme dovrebbero facilitare l’integrazione predisponendo un semplice e trasparente percorso per la cittadinanza che crei un terreno di uguali opportunità per i nuovi arrivati”. Il rapporto (reperibile sul sito www.imf.org) non fa sconti: “Se la legge esclude certi cittadini può in casi estremi portare a seri conflitti e danneggiare lo sviluppo economico. Norme inclusive sono un prezioso strumento di crescita, con profonde conseguenze per il mercato del lavoro, i programmi di welfare e le istituzioni stesse”. Lo ius sanguinis, all’opposto “è più etnocentrico e per definizione meno inclusivo”, laddove l’intera letteratura economica dimostra i problemi che derivano dalla marginalizzazione di interi gruppi di popolazione rispetto al ‘mainstream’ della società in cui vivono per la mancanza di nazionalità. A maggiore inclusione corrispondono “meno diseguaglianze di reddito, più parità di genere, miglior velocità di adattamento, in una parola più crescita”. La differenza nella performance economica “trova una vivida illustrazione e una straordinaria illustrazione”, per usare le parole del report, nei grafici che lo illustrano. I dati non sono recentissimi, ma esemplificativi. Fra il 1970 e il 2014 (il rapporto è del 2019) i redditi pro capite dei Paesi con lo ius soli sono stati dell’80% più alti che in tutti gli altri. Dove è riuscita un’opera meritoria: legare ogni singolo allo Stato attribuendogli un’identità precisa e legale, da affiancare naturalmente alla loro identità etnica basata sui legami con la terra d’origine. Nulla ostacola, aggiunge il Fmi, che si possa ampliare la fattispecie della doppia nazionalità, creata dalla Gran Bretagna nel 1949 e oggi diffusa soprattutto negli Stati Uniti. Oppure creare regimi misti come ha fatto la Germania dopo l’arrivo di milioni di turchi. Ma è materia da maneggiare con estrema cura: secondo il rapporto, ad esempio, è stato decisivo per il ritardo dello sviluppo dell’Africa subsahariana il fatto che usciti dal colonialismo i nuovi governi abbiano imposto una scelta di nazionalità. Il risultato è che gli antichi “coloni” bianchi, che magari individualmente avevano stabilito un ragionevole rapporto di collaborazione con la terra in cui vivevano, sono stati costretti ad andar via portando con sé competenze e capacità».

L’ASSEDIO DI CALDO E INCENDI

L’ondata di calore per questo Ferragosto si sovrappone ad un’emergenza incendi, soprattutto nel Sud Italia. La cronaca di Adriana Logroscino per il Corriere.

 «In Sicilia brucia la macchia mediterranea delle Madonie, nel Palermitano le fiamme minacciano una casa di riposo in campagna, a Ragusa la situazione non è ancora rientrata, mentre è stato domato l'incendio che ha divorato un'area boschiva e alcuni casolari a ridosso del Parco dell'Etna, nel Catanese. In Sardegna spento il fuoco sul monte Arci che ha distrutto cento ettari di bosco, ma nell'Oristanese ci sono ancora 44 roghi attivi. È però in Calabria, dove le vittime del fuoco sono state quattro in pochi giorni, la situazione più grave. Brucia l'Aspromonte, brucia il Cosentino, le fiamme devastano una pineta e lambiscono il carcere di Catanzaro in cui l'aria a un certo punto, ieri pomeriggio, si è fatta irrespirabile per il fumo. Momenti di terrore che hanno reso necessario spostare dalle loro celle i seicento detenuti. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha telefonato ieri al sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà che l'aveva esortato a fare un sopralluogo. Draghi ha espresso «la solidarietà e la concreta vicinanza del Governo alla città metropolitana e alle comunità colpite dai roghi che in questi giorni stanno martoriando l'Aspromonte». Quindi ha assicurato un immediato sostegno alla popolazione. «Il governo - riferiscono da Palazzo Chigi - segue con apprensione le vicende in tutte le aree del Paese interessate dall'emergenza incendi e metterà in cantiere un programma di ristori per le persone e le imprese colpite, insieme con un piano straordinario di rimboschimento e messa in sicurezza del territorio». Oggi il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio sarà a Reggio Calabria per verificare la situazione e guidare personalmente il seguito delle operazioni. «Ci sono 59 roghi attivi in Calabria - riferisce il presidente della Regione Nino Spirlì - un dato in calo ma che continua a essere grave. Settanta squadre, otto Canadair e un elicottero sono impegnati nello spegnimento». Dal 15 giugno a mercoledì 11 agosto, gli interventi delle squadre di terra dei Vigili del fuoco per fronteggiare le fiamme sono stati 48.656 in tutta Italia: una media di 838 al giorno, il 72,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2020, solo 1.348 in meno rispetto al 2017, altro anno nero per gli incendi. Condizioni climatiche estreme e azioni scellerate dei piromani, le cause. I ministri di Forza Italia, Gelmini, Brunetta e Carfagna, annunciano che proporranno una modifica normativa per punire più severamente chi appicca i roghi. Per calcolare i danni delle fiamme che ancora assediano il Sud ci vorrà tempo, ma gli amministratori locali parlano di un «disastro ambientale senza precedenti». Nel territorio delle Madonie sarebbero 400 le aziende zootecniche pesantemente compromesse. «Serve un immediato stanziamento di fondi per dare ossigeno a un'economia agricola distrutta», dice il sindaco di Gangi Francesco Migliazzo. Le Regioni Sicilia e Calabria hanno chiesto lo stato di emergenza. Ieri a Badolato, nel Catanzarese, sono scesi in piazza allevatori e agricoltori. Protestavano per i ritardi negli interventi di spegnimento del fuoco e chiedevano che a sostegni economici immediati seguano misure per prevenire gli incendi e salvaguardare il territorio».

CONTE: INIZIATIVA 5S SU MILANO

Lettera aperta di Giuseppe Conte al Corriere della Sera. Il tema è l’iniziativa politica dei 5 Stelle in favore del Nord Italia e di Milano.

«Caro direttore, Milano e il Nord Italia rappresentano un tassello decisivo nel quadro della ripartenza che il nostro Paese si appresta ad affrontare. Questa città, che molto più di altre ha sofferto durante la pandemia, deve tornare al più presto al centro del progetto di ripresa economica, sociale e culturale dell'Italia. Il Movimento 5 Stelle ha sin qui conseguito, a Milano come nel resto del Settentrione, dei risultati per buona parte soddisfacenti, ma non propriamente brillanti. E le ragioni sono molteplici. Di certo non siamo riusciti ad ascoltare con sincera attenzione i bisogni dei cittadini milanesi, delle varie fasce sociali e, in particolare, del ceto professionale e imprenditoriale. Anzi. Abbiamo pagato la diffusione dello stereotipo di un Movimento poco attento alle necessità del tessuto imprenditoriale e produttivo. Siamo stati schiacciati dall'immagine di una forza politica prevalentemente concentrata a recuperare il divario che il Meridione soffre rispetto al resto dell'Italia. Bene. Se queste sono le letture predominanti, vuol dire che il Movimento ha commesso degli errori. Con il nuovo corso porremo rimedio. La Carta dei principi e dei valori, che costituirà il fondamento di ogni nostra azione politica, richiama - a voler fare degli esempi - il ruolo fondamentale delle imprese per il progresso economico e sociale di una comunità, sottolinea l'importanza del progresso scientifico e dell'innovazione tecnologica al fine di assicurare condizioni di vita più sicure, più confortevoli, più sostenibili per tutti i cittadini, invoca il principio di trasparenza e di semplificazione per garantire a imprese e cittadini una più elevata qualità dell'azione della pubblica amministrazione. Il nuovo corso del Movimento non conoscerà più veti pregiudiziali o ideologici. E il medesimo principio di equità territoriale dovrà tenere conto delle tante aree svantaggiate che sono al Nord. In questo momento storico, poi, diventa essenziale salvaguardare gli interessi di commercianti, artigiani, autonomi, delle piccole e medie imprese che risultano fortemente compromessi per effetto della pandemia. Il nuovo Movimento a cui stiamo lavorando si impegnerà per un avere un dialogo più proficuo con queste realtà. È anche per questo che, in occasione del tour che inizierò a settembre per girare il Paese, il Nord avrà un peso determinante. Visiterò grandi città e piccoli paesi per ascoltare la voce dei cittadini, dei lavoratori, dei commercianti e degli imprenditori. Tra gli obiettivi del Movimento c'è quello di potenziare le politiche attive che garantiscano la riqualificazione per nuove professionalità di cui le nostre Pmi hanno bisogno. Senza mai dimenticare la centralità della guerra alla vera povertà che ogni giorno vediamo sfilare anche in città come Milano nelle code del Pane Quotidiano. Al governo abbiamo trasformato in realtà l'assegno unico, strumento indirizzato alle famiglie poiché il problema della natalità è determinante per l'intero Paese. Questa sfida va affrontata riconoscendo centralità al ruolo delle donne, che richiedono servizi e sostegni adeguati per poter liberare pienamente le loro energie e competenze. Dobbiamo dare a Milano la spinta necessaria per tornare a essere la locomotiva del Paese, la frontiera di una crescita e uno sviluppo sostenibili nel quadro di un'economia eco-sociale di mercato. Non posso non citare la sostenibilità e la digitalizzazione, due temi centrali per il Movimento e che vanno senza dubbio di pari passo nella trasformazione di Milano. L'obiettivo è rendere la città una vera smart city, migliorando l'efficienza dei servizi e la qualità di vita dei cittadini. In quest' ottica, anche le università e i centri di ricerca sono uno strumento di crescita fondamentale. Dopo le sciagure provocate dal Covid, è ora quindi che Milano e tutto il Nord tornino a correre, facendo da traino all'Italia anche nella sfida con le maggiori città europee, sfruttando al meglio l'occasione delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 aggiudicate all'Italia grazie al lavoro che ho fatto con il mio primo governo. Sarà necessario adottare una legge speciale per la città che le garantisca tutti gli strumenti per vincere la sfida senza divisioni, ma con l'ambizioso obiettivo di portare Milano e l'Italia al centro del mondo. I quartieri più decentrati devono però decisamente migliorare l'offerta dei servizi, alleggerendo le pressioni sul centro cittadino, perseguendo un'adeguata riqualificazione urbanistica. Il Movimento si è fortemente battuto per introdurre il Superbonus 110%: una misura che non solo ha rimesso in moto il settore delle costruzioni, ma che si sta rivelando utilissima per ammodernare le case dei cittadini e riscaldarle con minore impatto ambientale. Sarà importante inoltre pianificare la realizzazione di vertical farm nelle periferie per produrre cibo in maniera sostenibile nel prosieguo dell'eredità che Expo 2015 ha lasciato alla città, con l'ambizioso obiettivo di rendere Milano autosufficiente, a livello alimentare, per il 2050, dando priorità a quei duecentomila bambini che vivono in povertà nella metropoli, assicurando continuità alle politiche che abbiamo già messo in campo per contrastare la povertà educativa infantile. La sfida dei cambiamenti climatici, tornata di attualità, è stata sempre centrale con i miei governi, e sarà fondamentale nel proseguire lo sviluppo e il disegno della Milano del futuro con nuovi quartieri da lasciare ai nostri figli e alle prossime amministrazioni. Nessuno sviluppo, tuttavia, potrà essere perseguito se non riusciremo ad assicurare condizioni di effettiva sicurezza ai cittadini. Più che gli slogan, torneranno molto utili le nuove tecnologie e infrastrutture digitali e di telecomunicazioni, a partire dal 5G, per garantire il controllo di vicinato e di prossimità e un più efficace e pronto intervento delle forze dell'ordine. La riforma del fisco, che governo e Parlamento dovranno affrontare nei prossimi mesi, è una sfida cardine per sostenere la crescita del paese: l'abolizione dell'Irap è un tassello fondamentale da cui partire per rendere le nostre imprese competitive a livello internazionale, proseguendo la strada che abbiamo già intrapresa dell'abbassamento del costo del lavoro, il famoso cuneo fiscale. Le trasformazioni in corso del mondo del lavoro richiedono nuove professionalità. Tornerà molto utile, a questo fine, il potenziamento degli Its e il deciso miglioramento delle politiche attive che devono contribuire a riqualificare i lavoratori, in diretta corrispondenza delle esigenze del mercato del lavoro. Il nuovo Movimento con me punterà alla competenza e allo sviluppo sostenibile. Dedicherò particolare attenzione a tutta la questione settentrionale. Il nuovo Movimento guarderà al Nord come non ha fatto a sufficienza fino ad ora. Perché la locomotiva del Paese deve ripartire più forte di prima trainando cosi tutto il Paese e rendendo possibile anche lo sviluppo del Sud».

CASO DURIGON, PARLA IL SINDACO DI STAZZEMA

Appare sempre più isolato il sottosegretario leghista Durigon, nell’occhio del ciclone per aver proposto di intitolare il parco di Latina al fratello del Duce. Memoria corta titola Il Manifesto, in cui compare l’intervista di Andrea Carugati al sindaco di Stazzema.

«Ho scritto al presidente Draghi per chiedergli di rimuovere il sottosegretario all'Economia Claudio Durigon. La sua permanenza al governo contrasta con il messaggio che dai luoghi degli eccidi della guerra cerchiamo da anni di mandare ai giovani: il fascismo è un'ideologia criminale, non un movimento culturale». Maurizio Verona, sindaco di Stazzema (Lucca), ha celebrato proprio ieri mattina il 77esimo anniversario dell'eccidio nazifascista del 12 agosto 1944: 560 vittime civili tra cui molti bambini. Perché si è rivolto direttamente al premier? «Lasciare al governo una persona che propone di modificare l'intitolazione di un parco che porta i nomi di due martiri della lotta alla mafia per celebrare il fratello di Mussolini significherebbe dare un messaggio molto sbagliato ai giovani. Arnaldo Mussolini è stato un censore, un uomo ai vertici della propaganda fascista, un nemico della libertà di stampa. Si potrebbe liquidare l'idea di Durigon di reintitolargli il parco di Latina come una proposta idiota. Ma sarebbe un errore: a forza di sottovalutare si arriva all'indifferenza che è l'atteggiamento più pericoloso. Quando gridiamo "Mai più" a Sant' Anna abbiamo il dovere di fare il possibile perché il ricordo si tramandi attraverso le generazioni. E con il ricordo il sentimento antifascista che è alla base della nostra Costituzione». Ha ricevuto risposte da palazzo Chigi? «Non ancora, ma sono fiducioso, di solito troviamo orecchie molto attente. Anche perché lo Stato ci ha affidato una parte del compito della memoria, a noi come agli amministratori di altri luoghi segnati dalla violenza nazifascista come Marzabotto. Ogni anno riceviamo dei finanziamenti per coinvolgere le scuole, anche quest' anno sono stati qui a Sant' Anna gruppi di ragazzi italiani e tedeschi che hanno parlato con i superstiti. Ho chiesto al premier di riflettere, lasciare in un ruolo così importante al governo una persona che non condivide i valori fondamentali della Costituzione sarebbe un grave errore. E un messaggio profondamente sbagliato. Il fascismo e il nazismo non sono argomenti su cui si possa avere tentennamenti». Si aspetta le dimissioni? «Magari finirà tutto in un nulla di fatto, ma Durigon non si è neppure scusato. Era mio dovere scrivere e lanciare un segnale di allarme: quel tipo di ideologie possono tornare a radicarsi anche così, di sottovalutazione in sottovalutazione. Ieri il presidente Mattarella ha ricordato l'eccidio con parole molto forti: in quel dolore «affondano le radici della libertà riconquistata». Quell'orrore «non potrà mai essere dimenticato». Il presidente è sempre stato vicino, anche fisicamente, a questi luoghi. E io credo che i ragazzi che vengono qui a parlare con i superstiti saranno ambasciatori della memoria e della democrazia». Lei è anche promotore di una legge di iniziativa popolare «contro la propaganda e la diffusione di messaggi inneggianti al nazifascismo e la vendita e produzione di oggetti con simboli fascisti e nazisti». «Abbiamo raccolto 250mila firme. Il presidente della commissione Giustizia della Camera Perantoni ha assicurato che sarà esaminata a settembre. Vigileremo perché alle parole seguano i fatti: se ci sono giovani che considerano i simboli fascisti e nazisti come una goliardata la responsabilità è di chi non ha insegnato loro la storia, dunque anche nostra. Sono curioso di vedere chi voterà questa legge in Aula».

NASCE UNA NUOVA CORRENTE DEL PD

Il Sole 24 ore dà notizia della nascita di una nuova corrente del Pd, promossa da Graziano Delrio e Deborah Serracchiani.

«L'ultima anima del Pd si chiama Comunità democratica ed ha in Graziano Delrio, il capogruppo alla Camera "sfrattato" da Enrico Letta nel marzo scorso per far posto a volti femminili, il suo punto di riferimento. Ma guai a chiamarla corrente, per carità: da quando Nicola Zingaretti ha lasciato bruscamente la segreteria con l'ormai famoso j' accuse contro la malattia del correntismo che affligge il Pd nessuno osa più nominare quella parola. «Apriamo uno spazio. La chiamerei sorgente più che corrente - spiega al Sole 24 Ore Delrio -. Un'area culturale che vuole preservare lo spirito delle origini: ossia il Pd come casa delle culture riformiste cattoliche, laiche e socialiste. Un Pd "autonomista", insomma, che vuole parlare a tutti i mondi senza divisioni di compiti con il "centro" incarnando così la vocazione maggioritaria delle origini». Ci sono l'attuale presidente dei deputati Debora Serracchiani, Andrea De Maria, Stefano Lepri (tra i "padri", assieme allo stesso Delrio, dell'assegno unico per i figli) e molti amministratori locali a partire dai sindaci di Brescia (Emilio Del Bono) e Mantova (Mattia Palazzi). Si tratta dell'area che all'ultimo congresso del Pd ha appoggiato la candidatura di Maurizio Martina - ora impegnato alla Fao - e che non si riconosce nella corrente degli ex renziani di Base riformista che fa capo a Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Che siano sorgenti più che correnti, fatto sta che da quando Letta è stato eletto all'unanimità segretario del Pd al grido di "basta correnti" il 14 marzo scorso di queste nuove aree ne sono nate già tre. E con Comunità democratica di Delrio e Serracchiani siamo già a quattro. L'ultima in ordine di tempo si chiama Prossima, si definisce una «rete politica culturale di sinistra» ed è animata da dirigenti del Pd molto vicini a Zingaretti durante la sua segreteria: da Nicola Oddati a Marco Furfaro, da Marco Miccoli e Stefano Vaccari (che è rimasto responsabile dell'organizzazione del Pd anche con Letta) fino a Maria Pia Pizzolante e altri. Una sorta di corrente zingarettiana di sinistra senza Zingaretti, insomma, molto legata al biennio dell'alleanza strategica con il M5s nel Conte 2. Le altre due correnti nate dopo l'elezione di Letta alla giuda del Pd sono Le agorà di Goffredo Bettini - l'ideologo dell'abbraccio con il M5s che ha raccolto attorno a sé alcuni democratici romani come Roberto Morassut, Claudio Mancini, Roberto Morassut e Monica Cirinnà - e Rigenerazione democratica di Paola De Micheli. Quest' ultima area per la verità ha radici più antiche, da quando De Micheli era coordinatrice della campagna per le primarie di Zingaretti, ma dopo la fine della sua esperienza di ministra delle Infrastrutture è stata rinvigorita: si tratta di circoli che si rivolgono più alla società civile che ai politici di professione (tra le figure di riferimento il sociologo Mauro Magatti e lo scrittore Gianrico Carofiglio). Per il resto, naturalmente, ci sono le correnti ormai storiche: oltre alla già citata Base riformista, a cui fanno riferimento la maggioranza dei parlamentari e che ha nel governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini il suo possibile leader in caso di congresso anticipato, c'è Dems del ministro del Lavoro Andrea Orlando, un'area di sinistra a cui è vicino anche l'ex ministro Giuseppe Provenzano che però sembra in procinto di lanciare una corrente tutta sua, la vecchia Areadem di Dario Franceschini e i Giovani turchi di Matteo Orfini. Senza contare "ruscelli" minori come Energia democratica fondata da Anna Ascani. L'impressione è quella di uno schieramento di truppe in vista della possibile guerra. E l'appuntamento che determinerà il destino della segreteria Letta sono le amministrative del 3 ottobre: se il Pd dovesse andare male nelle grandi città al voto, a cominciare dalla Capitale, la prima parola che verrà pronunciata dai vari accampamenti dem sarà congresso anticipato». 

LA LINGUA CORRETTA: SCHWA E ASTERISCHI

Dibattito politicamente corretto nato sui giornali a proposito delle desinenze neutrali: asterischi e schwa. Repubblica si è scusata perché nel suo sistema editoriale non c’è lo schwa. Questo segno: “Ə”. Ecco il commento del Foglio.

«Avvertenza. Anche il sistema editoriale del Foglio, al pari del sistema editoriale del sito di Repubblica, non è in grado di riprodurre il segno grafico della "e rovesciata", chiamato anche schwa o scevà, nuovo simbolo "inclusivo" per rendere neutro il genere di una desinenza. Quindi vi accontenterete. Riportiamo, testuale, una "nota" apparsa sul sito di Repubblica qualche tempo fa, in calce a un articolo di Paolo Di Paolo: "Nota de La Repubblica - Sul giornale la versione dell'articolo è corretta. Ma sul sito abbiamo usato l'asterisco anziché la ' e rovesciata' perché il sistema editoriale non riconosce ancora il carattere schwa. I nostri tecnici sono al lavoro per superare questo limite ( comune a diversi software). E' un impegno che prendiamo con i nostri lettori". Il Foglio al momento non intende prendere analogo impegno, e certo non per questione di quattrini. Ma che Rep. si senta in dovere di pubblicare una simile nota è degno di nota, e forse un po' ridicolo. La vicenda: l'uso della "e rovesciata", o schwa, o in alternativa di un asterisco (*) per la desinenza neutra è una delle estreme forzature con cui la gender culture sta tentando di cambiare, anche nella grafica, il linguaggio. Ne è profetessa italiana Michela Murgia. A inizio luglio, lo scrittore ( con regolare green pass di sinistra) Maurizio Maggiani ha scritto su Rep. un articolo per dichiararsi contro ("Io non sono un asterisco"). Ne è seguito un dibattito, un po' scettico. Due giorni fa il filologo classico Maurizio Bettini ha notato un problema inedito per la nostra lingua: si sta proponendo di inserire nell'alfabeto due segni che non hanno suono e che "con ogni probabilità, resteranno privi di un loro corrispettivo fonico reale". Che è come dire, senza nemmeno scomodare De Saussure, privi di un aggancio nella lingua reale. Un'astrazione, una pura forzatura teorica, diremmo pur senza voler forzare Bettini. Però Repubblica è costretta a scusarsi per non avere, tra i suoi caratteri, anche quelli di un astratto furore».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi non mancate la Versione del Venerdì.