Tanti, maledetti e subito

La UE scrive ad AstraZeneca: dateci i vaccini promessi. Contagi in lenta discesa. Salvini salvato dal Pm. Arcuri indagato sulle mascherine. Bettini Pd: un' area di pensiero. Conte cerca i voti dei 5S

Fra mille difficoltà la macchina organizzativa della campagna vaccinale dà comunque l’impressione di essersi messa a funzionare. Ieri 450 mila dosi, dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamane sono state fatte altre 310 mila 612 somministrazioni. Con l’ultima circolare alle Regioni, è stato chiarito che ora l’obiettivo sono gli anziani over 60 e tutte le altre categorie, seconda dose a parte, in qualche modo si fermano di fronte alla logica della vaccinazione per età. Le due grandi difficoltà sono legate alla fornitura delle dosi e alle incertezze sulla sicurezza. In entrambi i casi parliamo soprattutto di AstraZeneca. Oggi il Corriere della Sera rivela il contenuto di una lettera ufficiale che la Ue ha inviato ai responsabili del vaccino inglese: anche se è del 19 marzo, la missiva contiene un ultimatum che scade adesso. Purtroppo il nostro Paese ha puntato strategicamente, ai tempi di Conte e Arcuri, proprio sul vaccino inglese, e così ci troviamo, più di altri Paesi, in una mancanza di rifornimenti. A proposito di Domenico Arcuri, La Verità pubblica la notizia che l’ex commissario sarebbe indagato per peculato dalla procura di Roma. L’altra notizia sul fronte giudiziario è che il Pm, dopo tre anni di indagini, ritiene che Salvini non vada processato per i migranti della Gregoretti. Non fu sequestro di persona.

Domani si torna a scuola, visto che la maggioranza delle Regioni sono ormai in arancione. Il miraggio della riapertura è questione di una o due settimane, ma Locatelli del CTS avverte: attenzione a mantenere il comportamento giusto per non compromettere il calo dei contagi. Sul fronte economico la Confindustria ha presentato i dati del suo Centro studi sulla crescita in Italia. Il timore del Presidente Bonomi è che non si riesca a ripartire prima della fine del 2022. Mentre il ministro Giovannini studia come migliorare il meccanismo di appalti e investimenti. La politica italiana segnala un Bettini in grande spolvero, pronto a proporre un’ “area di pensiero” dentro il Pd. Un Conte prudente e guardingo che cerca i voti dalla base dei 5 Stelle. Forza Italia che attacca la Lega sul Copasir: mollate quella poltrona. Visto che è domenica, sulla Versione, c’è anche una lettura dall’Osservatore Romano. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Questa volta il caso AstraZeneca è quello delle mancate forniture. La Ue è alle carte bollate, o quasi. Ce lo dice nel titolo d’apertura il Corriere della Sera: AstraZeneca offensiva europea. La Repubblica si concentra ancora sulle priorità della campagna: Stop ai vaccini under 60. Si accelera sui più anziani. La Stampa mette fra virgolette una frase di Locatelli del CTS: «Riaperture sì, ma con cautela il secondo vaccino può slittare». Quotidiano nazionale interpreta i dati settimanali così: Flop vaccini: manca il 25 % delle Rsa. Il Messaggero fa il confronto con Francia e Germania: Vaccini: la Ue corre, l’Italia no. Il Sole 24 ore va in fondo sullo stesso tema, ma in chiave economica. Scrive del nuovo rapporto Confindustria sulla crescita, commentato dal Presidente: Bonomi: «Italia ai livelli pre Covid con un anno di ritardo su Berlino». Il Manifesto racconta di un piano alternativo a quello che presenterà Draghi per sfruttare i fondi europei: Terapie d’urto. Il colpo di scena è però de La Verità che urla: ARCURI SOTTO INCHIESTA PER PECULATO. L’inchiesta è quella della Procura di Roma e riguarda l’acquisto di mascherine dalla Cina. A proposito di giustizia, c’è soddisfazione nella stampa di destra perché il Pm dice che Salvini non va processato per la Gregoretti. Il Giornale: Salvini innocente. Conte perde ancora. Libero: Chiedano scusa a Salvini. Il Fatto dedica il titolo ad alcune dichiarazioni di un faccendiere massone, che sostiene di aver consigliato Maria Elena Boschi sull’ultima crisi di governo: Il Gelli-boy a Boschi: via Conte e vi aiuto. Mentre Avvenire torna a parlare dell’Africa e di un rischioso ritorno del jihadismo: Il fondamentalismo che sottovalutiamo.

LA MACCHINA FUNZIONA, SE CI SONO LE DOSI. LITE CON ASTRAZENECA

Il nuovo piano di Figliuolo che accelera sugli anziani e lascia in secondo piano le altre categorie, funziona. Quando c’è la disponibilità di dosi, la campagna vaccinale va. Margherita De Bac intervista sul Corriere della Sera Franco Locatelli, capo del CTS, il comitato tecnico scientifico.

«Professor Franco Locatelli, perché si parla di plateau, l’epidemia è stata fermata? «Per la terza settimana consecutiva c’è una riduzione della diffusione del contagio. Sono, infatti, in miglioramento sia l’incidenza cumulativa di tamponi positivi ogni 100.000 abitanti scesa al valore di 185 contro 239 della settimana precedente e il valore di Rt pure diminuito a 0.92 dal precedente valore di 0.98. Sono in ulteriore diminuzione anche i nuovi casi non associati a catene di trasmissione. Per la prima volta, questa settimana, per 3 giorni consecutivi si è ridotto il numero di pazienti in terapia intensiva». (…) Cominciamo a uscirne? «Questi segnali indicano che, come atteso, le misure messe in atto hanno consentito di riportare la situazione sotto controllo riducendo la circolazione virale e la pressione sulle strutture sanitarie territoriali. Ma guai se pensassimo che siamo completamente fuori dal problema. Ci ritroveremmo alla situazione di metà marzo avendo vanificato settimane di sacrifici per l’intero Paese. Le aperture vanno certamente fatte per rispondere alla crisi economica e sociale, ma devono essere ben ponderate in funzione dei numeri». (…) L’obiettivo dei 500mila vaccinati al giorno è un sogno?
«Quello che ha limitato maggiormente l’esecuzione di un numero maggiore di vaccinazioni giornaliere non è stato certo un’inadeguatezza nella logistica, distribuzione, organizzazione e somministrazione dei vaccini. Il fattore limitante è stato il numero di dosi disponibili inferiori a quelle che erano state pattuite. L’obiettivo dei 500mila vaccinati al giorno non è un sogno, è una priorità assolutamente raggiungibile se avremo le dosi che sono state previste».

Questa volta il caso AstraZeneca è quello delle dosi non arrivate. Venti giorni fa la lettera della Ue all’azienda anglo-svedese, con un ultimatum che scade in queste ore. Lettera il cui contenuto si è conosciuto solo ora grazie, ad una pubblicazione in Francia.  

«È un «preavviso scritto di una lite» che può diventare la madre di tutte le battaglie legali nate dalla pandemia. Ma soprattutto, è un ultimatum che sta scadendo. Per mano di Sandra Gallina, l'italiana che guida la direzione generale Salute e che ha negoziato i contratti sui vaccini, il 19 marzo la Commissione europea ha scritto ad AstraZeneca. Destinatari Iskra Reic, vicepresidente esecutiva per l'Europa e il deputy General Councel - l'avvocatessa aziendale - Mariam Koohdari. L'accusa di Bruxelles è precisa: «A seguito di un'analisi dettagliata di tutte le informazioni - si legge - siamo giunti alla conclusione che AstraZeneca ha violato e continua a violare le sue obbligazioni contrattuali sulla produzione e la fornitura delle 300 milioni di dosi iniziali per l'Europa». Le implicazioni, poi, sono altrettanto nette: «Vi chiediamo formalmente e vi diamo preavviso di porre rimedio alle sostanziali violazioni contrattuali entro venti giorni da questa lettera». E ancora: «Vi diamo preavviso di recuperare senza ulteriori ritardi sull'arretrato nella produzione e consegna delle dosi e di mitigare qualunque danni causato». Anche perché - osserva sempre la lettera di Sandra Gallina da Bruxelles - «sottolineiamo che la sostanziale violazione dell'accordo di acquisto da parte della vostra azienda può portare a conseguenze drammatiche per la vita, la salute e la libertà di milioni di cittadini europei nella crisi Covid-19». Fra le righe, si profila già una richiesta di danni a AstraZeneca potenzialmente per cifre molto elevate. E poiché la missiva di Bruxelles (di cui è apparsa notizia per la prima volta su Les Echos in Francia) è stata inviata il 19 marzo, la situazione è chiara: l'ultimatum è scaduto due giorni fa senza che siano conosciute, al momento, reazioni da parte dell'azienda. La requisitoria della Commissione è molto articolata, al punto da occupare sei pagine. Bruxelles sostiene che le violazioni sarebbero numerose: AstraZeneca avrebbe incassato un sostanziale anticipo in estate sulla base di impegni poi lasciati cadere (al punto che nel tardo autunno la Commissione si rifiutò di versare una seconda rata); avrebbe di fatto promesso le stesse dosi a più committenti pur garantendo il contrario nel contratto con la Commissione europea; e avrebbe incomprensibilmente tardato nella sua richiesta di autorizzazione del suo vaccino presso il regolatore europeo Ema».

CONTRORDINE PER I PROF

Domani ci sarà una riunione ad hoc. Perché nel mondo della scuola (in molte regioni proprio domani si ricomincia in presenza) c’è ancora sconcerto per la vicenda della sicurezza di AstraZeneca. È un settore dove a farsi vaccinare con l’antidoto anglo svedese sono state in maggioranza donne sotto i 60 anni. Ora è ufficiale che quel vaccino sarà fatto solo per la seconda dose di richiamo, come previsto. Gianna Fregonara sul Corriere.

«Stop ai vaccini agli insegnanti e al personale della scuola che ancora non hanno ricevuto la prima dose, anche se già prenotati. Prima tocca agli over 80 e alle persone fragili, poi riprenderà la programmazione anche per le categorie che erano state considerate fin qui più a rischio. Non si ferma invece la vaccinazione di chi ha già avuto una dose ed è prenotato per la seconda. È quanto prevede la circolare del generale Francesco Figliuolo che punta ad accelerare le somministrazioni di vaccino anti-Covid alle persone più vulnerabili. Secondo la struttura commissariale si tratta per il mondo della scuola di un rinvio di qualche settimana - dipenderà da regione a regione - che arriva proprio nei giorni in cui ritornano in presenza 8 studenti su 10. Ma qualche settimana di ritardo, visto che l'anno scolastico si chiude tra meno di due mesi, potrebbe decretare nei fatti, in alcune zone, la fine del piano vaccinale per i docenti. Per questo le Regioni, insieme al ministero della Salute, stanno ridistribuendo le dosi - AstraZeneca non potrà più essere usato per gli under 60 - e chi ne ha a sufficienza potrebbe provare, come è intenzione, per esempio, nel Lazio, a rispettare comunque le prenotazioni già fatte. Domani mattina i sindacati incontreranno il capo di gabinetto del ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi e lo staff del commissario Figliuolo: l'incontro era previsto per fare un po' di chiarezza sulle disposizioni di queste ultime ore. Infatti oltre allo stop previsto dalla circolare di venerdì, per gli insegnanti che hanno già avuto la prima dose di AstraZeneca e per i quali il piano non si ferma c'è da chiarire quali sono i potenziali rischi, visto che si tratta per lo più di donne sotto i 60 anni».

PRESIDENTI DI REGIONE SOTTO PRESSIONE

Aldo Grasso sul Corriere nella sua rubrica Padiglione Italia punzecchia i Presidenti di Regione. Titolo: Governatori? Fatevi chiamare Presidenti.  

«La Conferenza delle Regioni ha un nuovo presidente, Massimiliano Fedriga, cui vorremmo rivolgere un appello: non chiamatevi più governatori. Siete presidenti di Regione, non altro. I governatori non hanno posto nel nostro ordinamento. Da quando si è iniziato a chiamarli governatori, le cose sono peggiorate sensibilmente. Eugenio Giani, Regione Toscana, ha autorizzato la vaccinazione dei magistrati tra le fasce prioritarie. Come il suo collega Marco Marsilio, Abruzzo (che però dà la colpa alla Asl). Michele Emiliano, Puglia, governa la scuola infilandosi nella chat delle mamme. Nino Spirlì, Calabria, un giorno è aperturista, l'altro chiusurista. Vincenzo De Luca, Campania, ha saltato la fila per vaccinarsi. Christian Solinas, Sardegna, è passato dall'isola felice alla zona rossa. Nello Musumeci, Sicilia, ha taroccato i dati Covid. Attilio Fontana, Lombardia, ha avuto i suoi problemi con le prenotazioni. Il «governatore» si sente più personaggio del «presidente», cerca visibilità e consenso, fa il fenomeno. I nomi sono conseguenti alle cose, ricordava Dante nella «Vita nuova»: il governatore, con la sua voglia di protagonismo, mette in discussione il concetto stesso di Regione. Governatore si usava molto nell'Impero fascista e, prima ancora, come narrano i Vangeli, in terra di Giudea: il più famoso si chiamava Ponzio Pilato».

FUORI DALLA CRISI ALLA FINE DEL 2022. SE USIAMO BENE IL RECOVERY

La Confindustria presenta il rapporto del suo Centro studi sulla stima di crescita in Italia: l’Italia è indietro rispetto al resto d’Europa, che pure fatica. Cronaca da La Stampa.

«La risalita dalla voragine è incerta». Il Centro studi di Confindustria stima per il 2021 una crescita del 4,1% e del 4,2% nel 2022. La previsione, spiegano gli economisti dell'associazione degli imprenditori, è «condizionata all'avanzamento della vaccinazione di massa in Italia e in Europa». Alla presentazione del rapporto di primavera è intervenuto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ha evidenziato i ritardi dell'economia italiana: «Il lungo recupero porterà alla completa chiusura del gap generato dalla crisi pandemica alla fine del 2022. Altri grandi Paesi europei lo faranno prima - ha sottolineato - la Germania già a dicembre». Ospite del convegno organizzato dal Csc, il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni ha definito le stime degli industriali «coerenti» con il quadro delineato da Bruxelles. A maggio la Commissione europea aggiornerà le previsioni di febbraio tenendo conto dell'impatto dei piani di ripresa e resilienza. La risalita dal buco nero della crisi innescata dal Covid dipende anche dal buon uso dei fondi del programma Next Generation Eu, una «sfida» per Gentiloni».

Sì, ma riusciremo ad usare velocemente questi benedetti fondi europei? Il Ministro Enrico Giovannini vuole dimezzare i tempi degli appalti. Lo anticipa al Corriere.  

«Ministro come farete a spendere in tempo i finanziamenti europei? Con le norme attuali è quasi impossibile. «Ci sono diverse forme con cui questi fondi verranno spesi. E non per tutto occorreranno modifiche normative. Una parte dei fondi, penso al trasporto pubblico locale, sarà gestita attraverso bandi e non con appalti. Poi ovviamente c'è tutta una serie di opere, per esempio di Anas e Ferrovie dello Stato, i cui i piani di fattibilità sono già pronti. Per altre ancora c'è indubbiamente un'esigenza forte di accelerazione, con un dimezzamento dei tempi complessivi, e quindi non dobbiamo solo semplificare ma reingegnerizzare le procedure». (…)  Ma poi ci sono i tempi lunghissimi delle autorizzazioni. «Indubbiamente e per questo opteremo per dei cambiamenti radicali. Realizzando alcune fasi all'inizio di queste opere, ad esempio il dibattito pubblico, in tempi brevi e certi per dare indicazioni chiare da usare in fase di progettazione esecutiva. Ma sono allo studio anche cambiamenti sulle regole dei pareri delle Via (valutazione di impatto ambientale), delle Sovrintendenze, del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Il coinvolgimento dei cittadini in modo attivo nell'attuazione del piano è un modo per accelerare i tempi, non per rallentarli, anche perché ci aspettano cinque anni straordinari di investimenti. Al Ministero ho creato una consulta permanente di dialogo con sindacati, associazioni imprenditoriali, terzo settore, il mondo ambientalista, che sarà attiva durante l'attuazione del Piano». (…) Ma per tutto ci vorranno gare ed appalti con regole nuove. «La commissione che ho insediato ha quasi terminato i lavori. A breve arriveranno una serie di raccomandazioni su come modificare le norme. L'obiettivo è realizzare un'opera bene e il più rapidamente possibile, nel rispetto della concorrenza. Ci sarà la possibilità di ricorrere a corsie preferenziali per le diverse fasi. Inoltre, il ministro Franceschini pensa a una Sovrintendenza dei beni culturali a livello nazionale e il ministro Cingolani a rivedere il processo per la Via. Di più non posso anticipare».».

Il Manifesto racconta di un Piano alternativo a quello di Draghi, il “Recovery PlaNET” che sarà presentato in Parlamento il 26 aprile. È stato scritto, in 46 pagine, dalla «società della cura», 1400 realtà  che si sono organizzate in una rete.

«Un cerotto gigantesco per curare i danni e le ferite inferte al pianeta e a chi lo abita dai poteri selvaggi dell'economia e della politica prima, durante e dopo la pandemia. È il simbolo scelto ieri e stampato su striscioni esposti in ventinove presidi in altrettante città dalla «società della cura», una rete di associazioni e movimenti a cui hanno aderito oltre 1400 tra realtà collettive e individui in tutto il Paese. L'iniziativa è stata il frutto di una convergenza delle lotte e dei punti di vista, una modalità politica che si sta sempre più affermando dopo un anno di quarantene imposte dal virus. È stata l'occasione per presentare le 46 pagine programmatiche, frutto di un lavoro collettivo durato mesi, che compongono il «Recovery PlaNET», un piano sociale e politico di sviluppo civile ed ambientale alternativo alla proposta di «Piano nazionale di ripresa e resilienza» che il governo presenterà in parlamento il prossimo 26 aprile, quattro giorni prima della scadenza fissata dalla Commissione Europea per iniziare a esaminare il progetto per il quale il nostro paese ha ottenuto più di 200 miliardi di euro nei prossimi sei anni. A Piazza Montecitorio la «società della cura» organizzerà un presidio nello stesso giorno».

LA VERITÀ: ARCURI INDAGATO PER PECULATO

Secondo il giornale di Maurizio Belpietro e il suo cronista Giacomo Amadori, Domenico Arcuri, ex commissario del governo Conte, sarebbe stato indagato dalla Procura di Roma per peculato. La questione sotto i riflettori dei Pm sarebbe l’acquisto di mascherine dalla Cina. Il commento del direttore de La Verità.

«Per quasi un anno, tanto è durato il suo mandato, il commissario ha risposto con arroganza a chi gli chiedeva conto di alcune scelte. Di fronte ai giornalisti - come quelli della Verità - che non si arrendevano alle sue repliche altezzose, il flop manager nelle cui mani era la salute degli italiani, non ha esitato a minacciare cause. Le poche redazioni che si sono occupate delle vicende legate alle forniture di banchi a rotelle e di mascherine da parte della struttura commissariale non hanno ricevuto i chiarimenti che sarebbero stati necessari, ma una raffica di querele, insieme a inviti a non disturbare il «manovratore». Eppure, ciò che volevano conoscere i cronisti non erano i risvolti di un servizio privato, ma di un affare pubblico, dove erano impegnati i soldi dei contribuenti. E, come abbiamo visto, non pochi. Dal novembre scorso, cioè da quando i giornalisti della Verità hanno messo le mani su un sospetto acquisto di centinaia di milioni di mascherine chirurgiche, ogni giorno abbiamo chiesto un chiarimento e ogni giorno, nonostante la vicenda assumesse sempre più un aspetto poco chiaro, ci siamo trovati di fronte a un muro. Possibile che nessuno avesse il coraggio di spiegare come fosse stato possibile che un giornalista fosse riuscito a trasformarsi in intermediario di un affare miliardario guadagnando milioni? Il tutto in compagnia di un gruppetto di soci certo non specializzati in forniture sanitarie, ma tuttavia capaci di incassare almeno 72 milioni di commissioni? Ora i protagonisti della strana operazione, compreso Arcuri, le risposte le forniranno ai magistrati e noi siamo impazienti di conoscerle, per capire che cosa sia accaduto nei mesi scorsi, in uno dei periodi più difficili per il nostro Paese».

IL PM: SALVINI NON HA SEQUESTRATO I MIGRANTI

Alessandro Sallusti sul Giornale dedica titolo di prima pagina e suo editoriale a “Salvini innocente”. Dopo tre anni il processo per il caso Gregoretti ha infatti avuto una svolta. Il Pm ha chiesto di non processare il leader della Lega perché lo stop all’attracco della nave fu una decisione del primo Governo Conte.

«Matteo Salvini non è un «sequestratore di uomini», secondo il parere del pm che ha chiesto, dopo tre anni di indagini, di prosciogliere il leader della Lega dalle accuse per i blocchi navali decisi quando lui era ministro dell'Interno del governo gialloverde Conte uno. Fermare le navi cariche di immigrati all'ingresso dei porti italiani non fu una mattana dell'allora Capitano, ma una decisione politica condivisa dell'intero governo e come tale non soggetta al giudizio della magistratura. Non voglio illudermi. Non è cambiata l'aria all'interno della magistratura, ma è mutato il clima politico, dato che oggi Salvini è un membro importante di un governo di presentabili all'occhio degli osservatori internazionali. Diciamo, per semplificare, che la magistratura, non so quanto imbeccata in tal senso, ha voluto evitare a Draghi l'imbarazzo di avere un socio rinviato a giudizio per sequestro di persona. È il rovescio della medaglia della giustizia politicizzata, di quel «sistema» ben raccontato da Palamara per cui le inchieste si fanno o si disfano non in base alla legge, ma alla convenienza. Attenzione, non fraintendiamo. In questo caso diritto e giustizia coincidono, ma qualcuno dovrebbe spiegarci il perché di un'assurda inchiesta durata tre anni nonostante anche a uno sprovveduto fosse chiaro da subito che il ministro Salvini non avrebbe potuto fare alcunché (è scritto nella Costituzione) senza l'approvazione, implicita o esplicita poco importa, del primo ministro Conte e dei suoi colleghi di governo. (…)  A doversi vergognare sono anche i parlamentari dei Cinque Stelle, del Pd e di Italia Viva che per motivi esclusivamente politici (Salvini aveva fatto cadere il governo ed era passato all'opposizione) hanno venduto - con un voto favorevole all'autorizzazione a procedere - il collega diventato scomodo ai tribunali, per azzopparlo per via giudiziaria. Fu uno spettacolo indegno (vero Matteo Renzi, garantista solo per te stesso?) che la richiesta di proscioglimento di oggi non cancella. Politica e giustizia purtroppo vanno a braccetto, nel bene e nel male. Questa volta è andata bene, ma quante volte è andata e andrà male?».

Restando in casa leghista, c’è una novità sul fronte della presidenza del Copasir. Forza Italia si schiera con Letta e la Meloni. Lo dice a Repubblica Elio Vito.

«L'unica cosa che resta da fare è eleggere Urso presidente». Lei non è disposto a seguire la richiesta di Salvini di dimettervi tutti? «Io non escludo di dimettermi se Volpi resta presidente. Non per antipatia nei confronti di Raffaele, sia chiaro». Salvini sta sbagliando? «La Lega e Volpi stanno sbagliando. Su una questione come questa non si fanno trattative, né compromessi, né ci possono essere contropartite». E Forza Italia con chi si schiera? «L'abbiamo detto. L'ha ribadito anche il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè. La presidenza del Copasir spetta all'opposizione, perciò a Fratelli d'Italia». Però c'è il precedente di D'Alema che nel 2011 mantenne la presidenza del Copasir benché il Pd fosse passato in maggioranza. L'ha dimenticato? «Niente affatto. Ma ci sono due differenze sostanziali: il Pd non aveva ministri al governo, mentre oggi la Lega sì. Inoltre tutti allora furono d'accordo. Ora sia da Fi che dal segretario dem Letta viene contestata la presidenza leghista». La partita del Copasir non è piuttosto uno scontro sulla leadership del centrodestra tra Salvini e Meloni? «No, francamente. Mi dispiace ridurre la faccenda a quello che è: si tratta di una poltrona per quanto importante. Però è la cartina di tornasole del rispetto dei diritti dell'opposizione e quindi dei valori di una democrazia liberale. È una questione fondamentale e irrinunciabile».

BETTINI LANCIA UN’AREA DI PENSIERO, CONTE CHIEDE I VOTI

Ieri La Stampa aveva annunciato l’intenzione di Goffredo Bettini di dare vita ad una nuova corrente del Pd. Oggi il Corriere della Sera con Maria Teresa Meli lo intervista e ottiene una conferma anche se Bettini preferisce chiamarla “area di pensiero”.

«Non è una corrente, ci tengo a sottolinearlo. Non ho mai avuto una corrente e ho scritto due libri Oltre i partiti e Agorà in polemica con una forma partito organizzata a canne d’organo e verticistica, che ha comportato una svalutazione del ruolo, della partecipazione, del potere, della libertà degli iscritti. Quella che proponiamo è semplicemente un’area di pensiero plurale, aperta, priva di un leader monocratico, che si pone l’obbiettivo di contribuire alla ricerca di una più forte identità del Pd e di pesare negli orientamenti del campo democratico». Guarderà a sinistra? «Al centro c’è soprattutto, ma non solo, l’intenzione di ricomporre una presenza critica, moderna e aperta della sinistra italiana. Viviamo un paradosso: negli anni 70 l’Italia in Europa era “un’anomalia” per la forza di una sinistra comunista e socialista che insieme ai laici arrivava al 50%. Eppure il mondo era diviso in due, e una metà era dominato dall’Unione Sovietica. Oggi i comunisti non esistono più, ma è letteralmente scomparso, o irrilevante, o drammaticamente diviso, il mondo della sinistra. Un’anomalia al contrario. Infatti in tutti i Paesi occidentali il socialismo e la sinistra sono in campo, con alti e bassi. E dentro di loro emergono spesso letture innovative dei problemi della modernità. Dal tema delle crescenti disuguaglianze a quello della transizione ecologica». (…) Come giudica il nuovo corso di Letta?«Positivamente. Siamo nella fase del decollo e troverei sbagliato “soffocare” Letta con dubbi pregiudiziali o con “entusiasmi” plaudenti, qualche volta inevitabilmente insinceri. In queste settimane ho avuto dei rapporti con il nuovo segretario, che mi hanno confermato la sua cultura, intelligenza, autorevolezza, correttezza(…)».È vero che lei continua ad essere molto vicino a Giuseppe Conte? «C’è stata con Conte una collaborazione nei mesi passati che non ho la minima intenzione di cancellare. Il suo governo ha fatto bene all’Italia. Non è caduto. È stato fatto cadere. Le ragioni debbono essere ancora indagate meglio. Ancora oggi Conte ha un rapporto molto saldo con l’opinione pubblica italiana. Non è un peso morto. Ma una risorsa. Il rammarico è non aver voluto utilizzare la sua forza da parte di tutti. Gli è stato detto no per la candidatura nel collegio di Siena, e poi come federatore. Alla fine ha scelto di guidare il Movimento di Grillo. Con l’intenzione di rifondarlo. Potrà essere un bene per tutti. Il Pd avrà un interlocutore pacato, ragionevole, amichevole e di valore. Con la speranza, ripeto, che egli possa arare territori sociali e politici nei quali la sinistra da decenni arriva più difficilmente».

Giuseppe Conte lo ha confermato: si farà votare dalla base dei 5 Stelle. Ieri ha incontrato i senatori del Movimento, oggi i deputati. Il resoconto del Fatto.

«Stavolta non si è messo la pochette e non ha mai disattivato la videocamera durante il collegamento, per il plauso dei senatori che - a differenza dell'ultima riunione con i gruppi M5S - hanno apprezzato il fatto che abbia "ascoltato ogni intervento e preso appunti per tutto il tempo". Giuseppe Conte, alle prese con la rifondazione dei 5 Stelle, ha così assolto ieri al primo confronto con i senatori. Oggi vedrà i deputati. E come ieri, dopo una breve introduzione, lascerà a loro lo spazio per fare proposte e suggerire interventi per provare a ricostruire quello che si è rotto. Lo spiega lui stesso: "Bisogna cambiare, il modello tradizionale dei partiti è finito, serve qualcosa di nuovo". Ha insistito sugli aspetti che ritiene decisivi per la rinascita del Movimento: l'inclusione innanzitutto, ovvero l'apertura alla società civile, ma anche una organizzazione M5S a livello territoriale che "non lasci soli" i sindaci e i consiglieri comunali e regionali ("Prima l'organizzazione era tutta delegata a Rousseau"). Ma pure il centro di formazione per gli attivisti e il "dipartimento estero" che permetta di mantenere vivi i "collegamenti internazionali", considerati da Conte un obbligo per la nuova forma partito. Si è tenuto alla larga dai temi più ostici - i due mandati, il finanziamento, il rapporto con Casaleggio -, ma di "nostra piattaforma" parla e chiarisce, sollecitato sul punto dal senatore Primo Di Nicola, che la sua "investitura dovrà ovviamente passare da un voto" perché "bisogna evitare operazioni verticistiche, il principio di democrazia interna è fondamentale e lo dobbiamo salvaguardare in tutti i modi". Il ministro Stefano Patuanelli, l'esponente "contiano" più di rilievo, ha ribadito la necessità di definire il "campo politico" del Movimento. Quando? Resta la domanda che si fanno un po' tutti: Conte non ha dato scadenze ma ammesso: "Bisogna stringere i tempi"».

CHIESE VUOTE? LA GRAZIA HA FANTASIA

L’Osservatore Romano è un giornale che esce al pomeriggio. Uno dei pochi rimasti, insieme al laicissimo Le Monde, di una gloriosa tradizione. È il giornale del Papa, ieri pomeriggio è uscito con un articolo sulle chiese rese vuote, e non solo dal Covid. La riflessione è di Lucio Brunelli.

«È vero, una minoranza del 27 per cento degli italiani (grazie anche all’allungamento della vita) ancora frequenta la chiesa, ma spesso, annota Gawronski, alla messa si ha l’impressione di assistere a un “rito anonimo di fedeli anonimi”. Poco si vede una comunità di amici, che prega insieme, sente il piacere di ritrovarsi insieme per una pizza o per una vacanza, condivide giudizi sulla realtà e gesti di carità verso chi è nel bisogno. Come accadeva nel cristianesimo primitivo. Certo, è più facile vedere frammenti di una comunità così nelle parrocchie di periferia, dove certe borgate assomigliano più ai borghi di paese, che nelle chiese di un centro storico spopolato e inavvicinabile dalle coppie più giovani. Ma una cosa è certa: non basta la buona volontà e tantomeno vecchi o nuovi attivismi clericali per porre rimedio al fenomeno delle chiese vuote. Ci vuole la grazia, ovvero qualcosa di divino che si può solo domandare in ginocchio e che umanamente si palesa come attrattiva, delectatio, la chiamava Agostino, corrispondenza piacevole (e sproporzionata) tra il contenuto dell’annuncio cristiano e le attese del cuore e dell’intelletto. «La Chiesa si diffonde per attrazione non per proselitismo» ci hanno insegnato concordi gli ultimi due Pontefici, Benedetto e Francesco. Non si tratta di frignare, di brontolare, di maledire i tempi cattivi, né di chiudere gli occhi facendo finta, in nome di un facile irenismo, di non vedere la realtà. Si tratta forse, più poveramente, di pregare, di domandare a Dio il miracolo di fare delle comunità cristiane — cioè di ognuno di noi — luoghi «così umani da essere umanamente inspiegabili»; al punto da far sorgere una domanda e un interesse spontaneo anche nei più lontani dalla Chiesa. Consapevoli che il regime della fu cristianità non potrà essere riesumato ma che il buon Dio ha una fantasia sicuramente superiore alla nostra e può inventarsi — e lo fa realmente — fatti nuovi di vita cristiana dentro la trama semplice e ordinaria della vita della Chiesa; fatti forse meno appariscenti ma più sostanziosi («l’operazione cristiana è un’operazione interna, molecolare, istologica, un avvenimento molecolare» diceva ancora Peguy) per rendere ancora più avvincente ed attuale, anche in questo nostro tempo, l’unica storia veramente interessante per l’uomo capitata duemila anni fa in Palestina».