Tassa globale per i Big Tech

Accordo storico del G7 finanziario su una tassa minima mondiale per le multinazionali. Vaccini, tiene quota 600 mila. Divorzio fra Casaleggio e 5 Stelle. Nozze Mr. B-Salvini. Ravasi contro i ricchi

Chi segue questa Versione aveva già avuto, ieri mattina, la buona notizia: i vaccini giornalieri hanno superato quota 600 mila. Oggi aggiungiamo che il ritmo, al secondo giorno, regge. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina ancora un dato eccellente: 602 mila 749 vaccini nelle 24 ore. Vedremo domattina se la prima domenica di giugno farà segnare una flessione. Intanto Figliuolo e le Regioni si godono il record raggiunto (la Moratti rivendica il successo lombardo dalle colonne del Corriere). La speranza è di arrivare all’immunità nazionale entro i primi di settembre. Obiettivo ambizioso ma raggiungibile. I giovani si dimostrano svegli ed entusiasti, altra ottima notizia, mentre molti 60enni pensano di saperla più lunga ed evitano i vaccini. La Gran Bretagna intanto sta dimostrando che non avevano poi tutti i torti gli scienziati contrari alle maggiori distanze tra prima e seconda dose (vi ricordate la portavoce italiana di Pfizer?). Oltre Manica la variante indiana colpisce proprio tra la prima e la seconda dose. Succederà anche da noi? Meglio pensarci prima.

Storico accordo fra i ministri delle Finanze del G7 su una tassa minima globale da applicare alle multinazionali. L’ha voluta fortemente Janet Yellen, protagonista dell’economia mondiale ai tempi di Biden, che alla fine è riuscita a portare tutti i Paesi su un’aliquota del 15 per cento. Per alcuni, in Italia dà loro spazio il Manifesto, è ancora troppo poco. È innegabile però che il passo compiuto ha grande importanza per dare un segno di riequilibrio della ricchezza nel mondo.

In Italia c’è una coda polemica sul decreto Assunzioni nella Pubblica Amministrazione perché l’Autorità Anticorruzione teme di essere esautorata dalla burocrazia ministeriale nei vari controlli. Palazzo Chigi rassicura, ma certo le risposte alle critiche dovranno essere convincenti. Per inciso, la ricomparsa delle grandi Navi da crociera nella laguna di Venezia, abbastanza ignorata dai quotidiani, è una pessima notizia di ieri. Anche su questo punto Draghi dovrà rispondere. E in fretta.

Sul fronte della politica pura, si è finalmente consumato il divorzio fra Casaleggio e la leadership dei 5 Stelle: per fortuna si è arrivati ad un accordo consensuale, secondo il Corriere basato su un pagamento di 250mila euro in cambio dell’elenco degli iscritti. Ora finalmente Conte può organizzare la sua leadership e tornare a fare politica. Se i grillini festeggiano il divorzio, nel centro destra c’è chi auspica il matrimonio fra Berlusconi e Salvini. Ma perché queste nozze? Insieme raggiungerebbero il 35 per cento, dice il Giornale. Più della Meloni? Polito non ci crede affatto.

Oggi viene proclamata beata suor Maria Laura Mainetti, uccisa esattamente 21 anni fa da tre minorenni a Chiavenna, provincia di Sondrio. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Accordo storico sulle tasse alle multinazionali. Avvenire fa un po’ il verso al Manifesto: Verso la MultiTax. Mentre proprio Il Manifesto avrebbe voluto un’aliquota maggiore del 15 per cento: Pagherete poco. Il Quotidiano Nazionale la vede invece come un’imposta adeguata: Super tassa per le multinazionali. Il Sole 24 Ore è oggettivo: Nasce la tassa minima globale. Anche per la Repubblica, il tasso è giusto: La supertassa globale. Sul record raggiunto a quota 600 mila titola il Corriere della Sera: Vaccini, la corsa dell’Italia. Il Mattino ci fa sognare: Vaccini, ora si corre davvero. «Via le mascherine da luglio». Scelgono la politica gli entusiasti del matrimonio Berlusconi-Salvini, come Il Giornale: L’asse Forza Italia-Lega può arrivare al 35%. E Libero: Patto Lega-Silvio. Chi ci sta e chi no. Sul decreto per le 24 mila assunzioni nel pubblico impiego, approvato venerdì, c’è un’intervista di Brunetta al Messaggero: «Dalla Ue subito 25 miliardi». Mentre Il Fatto dà spazio alla denuncia dell’anticorruzione: Il condono occulto e l’Anac a Brunetta. La Stampa propone un’intervista sulla riforma della giustizia alla Presidente del Senato: Casellati: «Basta con la barbarie giustizialista». Mentre La Verità pubblica uno “scoop” anti-juventino di Giacomo Amadori: Allarme dell’antiriciclaggio per le scommesse di Allegri. Il Domani si occupa ancora della Giornata mondiale dell’ambiente, ricorrenza di ieri: La prima azione legale ambientale per scuotere il governo sul clima.

RECORD DI FIGLIUOLO SOPRA I 600 MILA

Dunque quota 600 mila al giorno è il nuovo obiettivo della campagna vaccinale. Se si riuscirà a mantenere questo ritmo, l’obiettivo di una vera immunizzazione degli italiani è raggiungibile entro settembre. Fabio Savelli sul Corriere.

«Figliuolo ritiene che il target centrato venerdì dimostra che ormai le Regioni sono in grado di raggiungerlo. Seicentomila punture al giorno significano 18 milioni al mese. Per tre mesi fanno 54 milioni. L'obiettivo dei 50 milioni diventa perciò raggiungibile tra meno di tre mesi. Per la precisione: due mesi e ventidue giorni. O, almeno, questo è l'auspicio. Perché le prime dosi non sono calcolabili quanto i richiami. Le prime somministrazioni dipendono dal tasso di adesione degli italiani, anche tra i giovanissimi. Le seconde sono automatiche, perché la volontà di vaccinarsi si è già manifestata. Attualmente abbiamo vaccinato con una dose, alle ore 21 di ieri, 24.642.406 italiani. Ne abbiamo coperti a ciclo completo 12.861.157. Escludendo i nostri connazionali che hanno ricevuto J&J monodose (866.185), i richiami da dover somministrare sono il frutto di una sottrazione che dà questo risultato: 10.915.864. Per arrivare ai 44 milioni di immunità di gregge restano allora 19.357.594 italiani che devono ricevere due dosi (o una con J&J) a cui aggiungere i quasi 11 milioni di richiami: il conto, come detto, fa 50 milioni circa. Attualmente l'Italia è al secondo posto assoluto in Europa in termini di popolazione interamente vaccinata - quei 12,8 milioni di italiani a ciclo completo - subito dopo la Germania e davanti a Francia e Spagna, comunica il commissario Figliuolo. Ma c'è un altro calcolo su cui il generale si sta interrogando: il tasso di vaccinati per 100 abitanti. È un numero percentuale, proporzionale alla popolazione complessiva, che dà la copertura della campagna. L'ufficio statistico ci sta lavorando in questi giorni. La copertura dei più a rischio, cioè gli over 60, prosegue spedita anche se c'è un numero che ancora non ci permette sogni tranquilli: ci sono 3,4 milioni di italiani dai 60 anni in poi che non hanno ancora ricevuto una dose. Si tratta sicuramente di diffidenti, perché la campagna è partita da un po' e le prenotazioni anche».

IN SUDAFRICA L’APARTHEID DEI VACCINI

Ma la diseguaglianza nella distribuzione dei vaccini a livello planetario è stridente. Oggi Avvenire affronta il caso del Sudafrica:

«Con un numero minore di vittime e contagiati rispetto ad altri continenti - ma anche con una minore capacità di test - l'Africa, sottolinea l'Organizzazione mondiale della sanità, sta andando incontro alla sua terza ondata di pandemia. E a rischiare è soprattutto il Sudafrica, potenza economica continentale che già conta quasi il 45% delle vittime totali africane (56.600 su 130mila). Le autorità di Pretoria hanno deciso nei giorni scorsi di intensificare le restrizioni contro il Covid-19. Quattro delle nove province del Paese, tra cui quella di Gauteng che include Johannesburg e Pretoria ed ha la popolazione più numerosa, stanno di fatto già combattendo una terza ondata di contagi, ha sottolineato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa annunciando la necessità di una stretta a livello nazionale. «Potrebbe essere solo una questione di tempo prima che il Paese nel suo insieme entrerà in una terza ondata». I casi dall'inizio della pandemia sono oltre 1,65 milioni e la variante sudafricana si è mostrata molto contagiosa. Aumentano anche gli ingressi in ospedale. «Ritardare la diffusione del virus è particolarmente importante ora per consentire a quante più persone possibile di essere vaccinate prima che la nuova ondata raggiunga il suo picco», ha detto Ramaphosa. Il coprifuoco notturno è stato anticipato di un'ora, mentre i negozi non essenziali, i bar, i ristoranti e le palestre dovranno chiudere alle 22. Gli incontri, inclusi eventi politici e religiosi, saranno limitati a 250 persone all'aperto e 100 al chiuso. Finora solo poco più dell'1 per cento della popolazione è stato vaccinato e la campagna vaccinale per gli anziani è iniziata solo la scorsa settimana. Il governo, sotto accusa per non aver acquistato rapidamente i vaccini, afferma di aver pagato dosi per coprire 40 milioni dei 59 milioni di sudafricani. Ramaphosa ha ripetutamente condannato «l'apartheid del vaccino» con i Paesi ricchi che acquistano la maggior parte delle dosi. «Come Continente africano stiamo cercando di espandere la nostra capacità di produzione di vaccini con l'obiettivo di essere autosufficienti », ha detto il presidente. Gli sforzi per l'immunizzazione di massa hanno avuto un inizio balbettante quando il Sudafrica ha acquistato dosi di AstraZeneca all'inizio dell'anno per poi venderle agli altri Paesi africani a causa della variante locale, non coperta dal vaccino anglo-svedese. Si è optato quindi per Johnson & Johnson, vaccinando in via prioritaria gli operatori sanitari, ma c'è stata una battuta d'arresto a metà aprile per due settimane a causa di rischi di trombosi segnalati negli Stati Uniti. (…) Nei giorni scorsi è stato in visita in Sudafrica il presidente francese Emmanuel Macron, che si è mostrato sensibile al tema della produzione dei vaccini anti-Covid in Africa. Secondo l'Oms, è l'intero Continente africano, che ha raggiunto oltre 4,8 milioni di contagi e con consegne di vaccini quasi ferme, a non essere pronto ad affrontare una terza ondata. «Molti ospedali e cliniche africane sono ancora lontani dall'essere pronti ad affrontare un aumento di pazienti gravemente ammalati», ha affermato giovedì Matshidiso Moeti, direttrice regionale dell'Oms per l'Africa. «La minaccia di una terza ondata in Africa è reale e in crescita», ha aggiunto. Secondo un'indagine condotta dall'Oms lo scorso maggio, le strutture sanitarie e il personale richiesto per gestire i pazienti affetti da Covid-9 sono gravemente inadeguati in molti Paesi africani. Su 23 Paesi analizzati, la maggior parte ha meno di un posto letto in terapia intensiva ogni 100mila abitanti e solo un terzo ha ventilatori meccanici. Per fare un paragone, Paesi come Germania e Stati Uniti hanno oltre 25 posti letto ogni 100mila cittadini».

LA GLOBAL TAX ALLE MULTINAZIONALI

Un solo aggettivo viene usato per definire l’accordo raggiunto ieri nella riunione dei Ministri delle Finanze del G7, ed è “storico”. La cronaca del Sole 24 Ore:

«Molto resta ancora da definire, in una riforma complessa, che riscrive le regole della tassazione delle multinazionali e dei servizi digitali e che coinvolge 139 Paesi. Dopo quasi dieci anni di negoziati, il passo avanti è però innegabile, «storico», come lo definiscono i ministri delle Finanze del G7, che ieri a Londra hanno raggiunto un accordo di principio su una minimum tax globale di «almeno il 15%» sui redditi d'impresa. È questo solo uno dei capitoli dell'intesa, quello che sta più a cuore agli Stati Uniti: "digitale" o no, se una multinazionale (per esempio americana) sposta i profitti in paradisi fiscali o in Stati a basso prelievo (come l'Irlanda), potrà essere tassata dal Paese dove ha la propria sede (per esempio negli Usa) per la quota che manca a raggiungere l'imposta effettiva minima del 15 per cento. C'è poi un secondo capitolo, sul quale l'intesa è stata possibile grazie a una concessione da parte di Washington: in base al comunicato finale, per «le multinazionali più grandi e più redditizie», «almeno il 20% dei profitti che superano un margine del 10%» potranno essere tassati nei Paesi dove vengono realizzate le vendite. Si rovescia così il principio della tassazione dove le imprese sono fisicamente presenti. Adeguare il Fisco internazionale alla smaterializzazione delle transazioni economiche, propria dell'era digitale, è la linea rossa dei grandi Paesi europei. L'applicazione di questo criterio si porterà dietro l'abrogazione delle web tax, già approvate in alcuni Stati, tra cui l'Italia, contro i quali Washington minaccia ritorsioni a colpi di dazi. Il ministro delle Finanze, Daniele Franco, ha spiegato che l'attuazione tecnica richiederà «alcuni anni». Forte la soddisfazione di chi ha preso parte ai negoziati, a partire dal padrone di casa, Rishi Sunak, che ha annunciato lo «storico» accordo. Le possibilità di un'intesa erano nell'aria, ma i risultati sembrano andare oltre le aspettative. «I ministri del G7 hanno assunto un impegno senza precedenti, che porrà fine alla corsa al ribasso nella tassazione delle società e garantirà equità per il ceto medio e i lavoratori negli Stati Uniti e in tutto il mondo», ha affermato la ministra del Tesoro americana, Janet Yellen, alle prese con una ambiziosa riforma fiscale negli Stati Uniti. L'accordo è un successo per il presidente Joe Biden, che nelle scorse settimane ha rilanciato la proposta di minimum tax. Per il francese Bruno Le Maire, l'accordo «è un punto di partenza: ci batteremo perché la tassa minima globale sia più alta possibile, ma intanto è stata raggiunta una tappa storica». Parigi ha insistito perché l'aliquota fosse indicata ad «almeno» il 15%, per avere margini di correzione verso l'alto. Il tedesco Olaf Scholz ha giudicato l'intesa «un'ottima notizia per l'equità e la solidarietà e una cattiva notizia per i paradisi fiscali». Stati Uniti, Canada, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia e Italia sono insomma riusciti a trovare un compromesso per tenere assieme i due obiettivi: impedire alle multinazionali di andare a caccia dei regimi fiscali più convenienti e farle pagare di più dove operano. «Ora dobbiamo fare l'ultimo miglio per allargare questo consenso a tutti i membri del G20 e a tutti i Paesi coinvolti nel quadro inclusivo dell'Ocse», ha detto il commissario Ue all'Economia, Paolo Gentiloni. Prossima tappa, forse decisiva, il G20 di luglio a Venezia. Oltre ad arruolare le grandi economie che non partecipano al G7, come la Cina, da qui a fine anno il negoziato dovrà chiarire complessi aspetti tecnici. Resta per esempio da definire cosa si intende per «i gruppi globali più grandi e redditizi», ai quali si applicano le nuove regole. Per il neo-segretario generale dell'Ocse, Mathias Cormann, «c'è ancora lavoro importante da fare, ma la decisione del G7 dà impulso alle prossime discussioni», per trovare «un accordo finale» che faccia «pagare alle multinazionali la loro giusta quota» di tasse. L'Irlanda frena: il ministro delle Finanze Paschal Donohoe ha detto che difenderà il principio della «legittima concorrenza fiscale». I giganti del web si adeguano. Facebook accoglie con favore i progressi del G7. Come Amazon, sicura che il processo guidato dall'Ocse aiuterà a portare stabilità nella tassazione internazionale».

La mente di questa decisione, condivisa anzitutto da Biden, è stata Janet Yellen, la prima a delineare questa riforma globale. Giuseppe Sarcina sul Corriere : 

«La mente economica e, un po' a sorpresa, anche politica dell'accordo sulla global minimum tax è Janet Yellen, su questo non ci sono dubbi. La segretaria al Tesoro, 74 anni, si è mossa nel marzo scorso, inviando una proposta di 21 pagine ai Paesi del G20 e, in parallelo, una serie di tabelle all'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che dal 2013 discute a vuoto su un'aliquota universale da applicare ai profitti di impresa. Il breve paragrafo del comunicato finale di ieri riflette in pieno la formula Yellen, con una premessa di principio: «Bloccare la competizione al ribasso tra i governi». Certo, l'ex presidente della Federal Reserve ha colto il momento favorevole. La crisi economica innescata dalla pandemia ha reso economicamente insostenibile e ancor più moralmente insopportabile la sostanziale impunità fiscale di cui beneficiano le multinazionali, a cominciare dalle big del digitale, come Amazon, Microsoft, Facebook, Google. In un primo momento Yellen aveva proposto agli interlocutori un prelievo minimo del 21%, una quota coerente con la riforma tributaria proposta da Joe Biden al Congresso americano. Tra quelle misure c'è anche l'aumento dal 10,5% al 21% appunto dell'imposta sugli utili realizzati all'estero dalle aziende Usa. Ma la soglia del 21% era troppo alta per molti Paesi chiave. In primo luogo proprio per i padroni di casa del G7: nel Regno Unito la corporate tax è pari al 19%. A Washington, allora, le necessità economiche si sono confrontate con la logica della politica. Pochi giorni prima del vertice, Yellen ha ridimensionato il piano: va bene anche il 15%. Un numero non casuale. A quel punto tutti i Paesi del G7 potevano salire a bordo. In prospettiva il 15% può raccogliere il consenso unanime anche nel summit finanziario del G20, che si terrà a luglio in Italia. Viene superata, per esempio, la resistenza dell'Arabia Saudita, dove è applicata un'aliquota del 19%. Non solo. La linea Yellen prosciuga anche la sacca di opposizione all'interno dell'Ocse: i Paesi potenzialmente danneggiati ora sono 23 su 139. Tra questi ci sono la rumorosa Irlanda e poi Ungheria, Bulgaria, Cipro. Tuttavia non sarà facile convincerli e, in ogni caso, è davvero improbabile che la minimum tax sia sufficiente per smantellare i paradisi fiscali classici, dalle Barbados alle Cayman, dove si stima siano parcheggiati centinaia di miliardi di dollari. Ci sono, però, altri ostacoli. La segretaria al Tesoro ha di fatto proposto uno scambio soprattutto ai partner europei: rinunciate alla web tax sui big del digitale e, come contropartita, tassate una quota di utili accumulati dalle grandi imprese che fatturano nei vostri Paesi. Gli esperti sono al lavoro sui calcoli: il primo 10% di profitto è esentasse, mentre l'imposta dei singoli Stati si potrà applicare sulla parte eccedente di un altro 20%. Chi ci guadagnerà davvero? Lo scenario non deve essere male per società come Facebook, Google e Amazon: tutte e tre si sono schierate a favore dell'intesa di Londra». 

Dalle colonne del Manifesto parla Gabriel Zucman, che ha proposto alla Ue un’aliquota più alta per la tassa globale minima. Il rischio è che i soldi restino comunque ai Paesi sviluppati: negli anni Ottanta la tassazione era al 50 per cento.

«Gabriel Zucman, il coordinatore dell'osservatorio fiscale europeo presentato il primo giugno dalla Commissione Europea (Il Manifesto, 2 giugno) ritiene che un'imposta del 15% sui profitti delle grandi multinazionali a livello globale sia «un tasso ridicolmente basso» rispetto a quella che è stata storicamente la norma e a quella che è oggi la norma. A metà degli anni Ottanta, l'aliquota globale dell'imposta sulle società era del 50%. In quarant' anni siamo passati dal 50 al 22%. Oggi, tutti i Paesi del G7 (Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) sono già molto al di sopra di questa soglia. La proposta dell'osservatorio è fissare un'aliquota del 25% che garantirebbe entrate per 170 miliardi di euro in più ogni anno solo a livello europeo. Servirebbe a rompere la spirale della concorrenza fiscale che caratterizza ha trasformato l'Ue in un casinò dove i governi irlandesi, olandesi, lussemburghesi o ciprioti permettono alle multinazionali di sfuggire a una tassazione equa. Su questa base è possibile comprendere le critiche che hanno accolto ieri l'intesa al G7 di Londra sulla tassa unica. L'aliquota del 15%, da considerare una soglia minima, non ha soddisfatto chi ha presente la storia recente di un sistema fiscale che arricchisce i vincitori dell'economia del mercato e impone salari pessimi e tasse stratosferiche sulle persone fisiche. Per Oxfam è più vicina alle aliquote vigenti nei paradisi fiscali come Irlanda, Svizzera o Singapore. Andrebbe alzata subito al 25%. «L'accordo non è equo. È un patto fiscale dall'alto verso il basso mediato da soli sette Paesi e deciso prima dell'accordo globale atteso per quest' estate. Avvantaggerà in modo schiacciante i Paesi ricchi e aumenterà la diseguaglianza. Miliardi di dollari di entrate persi nei paradisi fiscali ogni anno andrebbero ai Paesi ricchi dove hanno la sede». (…) Rispetto all'accordo di ieri esistono proposte più coraggiose avanzate dai Paesi in via di sviluppo. L'ha presentata l'African Tax Administration Forum (Ataf), a nome di 38 Paesi africani. Anche il G24 ha chiesto un sistema fiscale più equo».

LA LEZIONE DI SANT’AMBROGIO CONTRO IL CAPITALE

In una giornata segnata dai ragionamenti su profitti, distribuzione della ricchezza e tasse, il cardinale Gianfranco Ravasi, nell’inserto culturale domenicale del Sole 24 Ore, si cimenta sul tema, pubblicando la recensione di un testo di Sant’Ambrogio:

«Quando papa Francesco nell'enciclica Fratelli tutti (nn. 119-120) ha riproposto questa tesi, è partita la solita carica di strali da parte di alcuni teologi improvvisati e di agnostici devoti che vi vedevano fumo di comunismo. Si tratta del primato della destinazione universale dei beni a cui dev' essere subordinata come strumento operativo la proprietà privata, assunta dai citati avversari a dogma supremo. In realtà, il pontefice non faceva che allinearsi a una tradizione cristiana secolare che impugnava persino la sferza, come il celebre Padre della Chiesa orientale san Giovanni Crisostomo che nel IV secolo non esitava - nella sua opera dedicata al povero Lazzaro della parabola evangelica ( Luca 16,19-31) - a dichiarare che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri perché quanto possediamo non è nostro, ma loro». Se vogliamo, però, giungere ai nostri giorni, ecco san Giovanni Paolo II che nell'enciclica Centesimus annus (1991) ribadiva che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». Per lui il principio dell'uso comune dei beni creati per tutti è «primo principio di tutto l'ordinamento etico-sociale». Papa Francesco nella citata Fratelli tutti formalizzava questa tesi tradizionale: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati... Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongano sopra quelli prioritari e originari, provandoli di rilevanza pratica». In questa linea proponiamo ora la forte attestazione di uno dei grandi Padri della Chiesa d'Occidente, che aveva alle spalle un'importante carriera politica di governatore imperiale. Tutti riconoscono in questo profilo sant' Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397. L'opera a cui ora rimandiamo s' intitola La storia di Naboth, un logo che può risultare stravagante a chi non ha assuefazione con la Bibbia. Il nucleo dal quale si sviluppa questa che è un'omelia scritta è, infatti, da cercare nel c. 21 del Primo Libro dei Re, una pagina da leggere per l'attualità straordinaria che rivela nei confronti delle prevaricazioni del potere, della corruzione della magistratura, del silenzio complice della pubblica opinione. L'unica e solitaria voce che si era levata, puntando l'indice contro l'ingiustizia - perpetrata nei confronti di questo semplice e onesto contadino di nome Naboth da parte del re d'Israele Acab e soprattutto della sua implacabile consorte, la principessa fenicia Gezabele - era stata quella del profeta Elia, che rischia la sua stessa vita (non è necessario esplicitare le allusioni alla nostra contemporaneità). Su questa base biblica Ambrogio - che, non lo dimentichiamo, era dotato di una forte personalità - tesse la sua vivace e perentoria applicazione dai risvolti politico-sociali, denunciando l'idolatria sclerotica della proprietà privata a scapito e non in funzione della destinazione universale dei beni. «Fin dove stendete, o ricchi, i vostri insani desideri? Abiterete forse da soli la terra?... La terra è stata costituita bene per tutti, ricchi e poveri: perché dunque, o ricchi, arrogate a voi il diritto di proprietà del suolo?». Sono, queste, alcune delle righe di apertura di questo scritto dalle pagine roventi, sempre proclamato a tono alto, striato di sdegno e rivolto incessantemente ai detentori di terreni, di possessi, di beni voluttuari che ignorano la folla dei miserabili che non digiunano come atto rituale bensì solo per necessità. Anche una certa filantropia ostentata come una onorificenza è spazzata via persino con sarcasmo. Continua, infatti, Ambrogio: «Tu non dai al povero del tuo, ma gli restituisci del suo. Tu da solo ti appropri di ciò che è stato dato a tutti, perché tutti lo usassero in comune. La terra è di tutti, non solo dei ricchi... Tu dunque restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto». Questa sarà anche la voce della Chiesa successiva sulla scia del vescovo di Milano, tant' è vero che un paio di secoli dopo un papa, Gregorio Magno nella sua Regola pastorale, giungerà al punto di definire «delinquenti per la rovina del prossimo» i praticanti di una generosità pelosa e ipocrita, perché «quando offriamo qualcosa che sia necessario ai poveri, rendiamo loro ciò che è già loro, non diamo ciò che è nostro, compiamo un debito di giustizia, non adempiamo a un'opera di misericordia». Lasciamo, dunque, al lettore di «ascoltare» la voce veemente di Ambrogio».

ASSUNZIONI. BRUNETTA OTTIMISTA, ANAC POLEMICO

Il giorno dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto che prevede 24 mila assunzioni nel pubblico impiego, parla il ministro Brunetta al Messaggero, intervistato da Andrea Bassi.

«Negli ultimi giorni abbiamo approvato due decreti che rappresentano, come li definisco io, i tre pilastri del Recovery: la governance e le semplificazioni amministrative, nel primo provvedimento, e il reclutamento del capitale umano, nel secondo. Questi due decreti ci aprono non solo la cassaforte dei soldi, perché ci permetteranno di ricevere tra luglio e agosto i primi 25 miliardi del piano europeo, ma soprattutto ci aprono la cassaforte della credibilità». La cassaforte della credibilità? «Sì, perché abbiamo rispettato i tempi dettati dall'Unione europea per le prime tre riforme. E se l'Italia parte con il piede giusto ed è credibile nel fare le riforme e nello spendere i 200 e oltre miliardi del Recovery, riuscirà da subito ad attirare investimenti privati, interni ed esteri, con un moltiplicatore di 4 o 5 volte i fondi europei. Significa che in 5 anni avremo un impatto di mille miliardi sulla nostra economia e sul nostro Pil. Più di quanto ha fatto il piano Marshall nel secondo dopoguerra. Niente, per attirare gli investimenti, ha più successo del successo». L'economia, dicono Istat, Ue, Bankitalia, sta già andando meglio del previsto? «Siamo quasi in boom economico senza aver ancora speso un euro del Pnrr. Per ora si tratta di un rimbalzo. Ma questo rimbalzo arriva in quella che potrebbe definirsi la fase di start up del Recovery. Su questo rimbalzo si innesteranno le riforme e gli investimenti previsti dal piano, che faranno da acceleratore. Prevedo che non solo quest' anno, ma anche il prossimo cresceremo attorno al 5%. Sarà un segnale fortissimo verso l'esterno, per il mercato privato, che moltiplicherà gli investimenti, consegnandoci ritmi di crescita sconosciuti nei decenni passati».

Letta la bozza del decreto, Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità Anticorruzione, si è detto preoccupato. Troppi controlli verrebbero delegati alla struttura burocratica. L’articolo di Repubblica.

«È angosciata, al telefono, la voce di Giuseppe Busia. Il presidente dell'Anac, l'Autorità Anticorruzione, è in allarme da venerdì sera, dopo la riunione del Consiglio dei ministri, perché teme «che adesso, con tanti soldi e quindi tante tentazioni, venga indebolita l'Anac e questo sarebbe un errore». A farlo sarebbe il governo, anche se dopo la protesta di Busia fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che «non viene pregiudicata alcuna competenza dell'Anac». Eppure le critiche di Busia sono molto puntuali. Riguardano, se le bozze del decreto che lo stesso Busia ha avuto modo di leggere fossero confermate, «il rischio di aprire la strada al passaggio di competenze in materia di anticorruzione da un'autorità indipendente qual è l'Anac agli uffici governativi ». Perché i piani anticorruzione e la verifica degli adempimenti in materia di trasparenza passerebbero dall'Anac al ministero della Funzione Pubblica retto da Renato Brunetta. Spiega Busia: «Oggi toccano all'Anac i controlli sulla pubblica amministrazione e sul rispetto delle disposizioni anticorruzione. Ma se questi dovessero passare alla Funzione pubblica oppure alla Ragioneria saremmo di fronte alla contraddizione di un controllore che è gerarchicamente subordinato al ministro». Quindi viene meno l'effetto di un'Autorità indipendente, qual è l'Anac, che svolge i controlli. Secondo Busia, l'effetto sarebbe quello di rendere «più debole l'architettura costituzionale proprio mentre arrivano i miliardi del Recovery». Ma non basta. C'è una seconda questione che allarma Busia. Perché cambierebbero anche le regole in materia di reclutamento: «Mentre non si dota l'Anac delle risorse necessarie per rafforzare i presidi di legalità, potenziando ancora una volta solo le strutture della Ragioneria, vengono addirittura raddoppiate le quote di dirigenti esterni e di nomina politica, invece di valorizzare le risorse già assunte tramite concorso». Un sindaco avrà più possibilità di assumere dirigenti esterni, anziché avviare una procedura interna, perché la quota passa dal 5 al 10 per cento. Con il rischio, per Busia, che il dirigente scelto possa a sua volta fare contratti viziati o comunque non trasparenti. «Stiamo allentando le garanzie» dice il presidente dell'Anac che invita il governo «a recepire le nostre osservazioni per evitare cadute proprio mentre l'Europa ci guarda».

DIVORZIO CONSUMATO, CASALEGGIO SE NE VA

Grandi svolte nella politica italiana. Ieri è stato il giorno dell’accordo raggiunto sul divorzio fra il Movimento 5 Stelle e Casaleggio. La piattaforma Rousseau ha mollato i dati degli iscritti. Conte soddisfatto. La cronaca di Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera:

«La svolta arriva nel primo pomeriggio: i tecnici mandati dal Movimento a Milano stanno lavorando per trasferire i dati degli iscritti. È il via libera alla rifondazione Cinque Stelle. L'accordo tra Rousseau e M5S è chiuso, lo hanno siglato Davide Casaleggio e Vito Crimi, ma l'operazione richiede qualche ora, il tempo - da una parte e dall'altra - per preparare post e comunicati e per espletare le formalità relative alle dovute garanzie da parte del tesoriere Claudio Cominardi. A fine giornata i tecnici prendono possesso di quel 10% di informazioni necessarie per organizzare la votazione in modo da inaugurare il nuovo corso (per completare il passaggio ci vorranno settimane). L'accordo - come anticipato dal Corriere - si chiude su circa 250 mila euro da versare nelle casse di Rousseau: un addio secco, senza più votazioni o altro. Non solo nell'intesa sono previste una serie di manleve legali per tutelare sia i Cinque Stelle sia l'associazione milanese (secondo le indiscrezioni l'Authority e il M5S hanno dato garanzie per il trasferimento dei dati). Dietro le quinte si è mosso soprattutto Beppe Grillo, che ha fatto da garante per entrambi i duellanti. Giuseppe Conte e Casaleggio si sono poi accordati telefonicamente nei giorni scorsi, ma il vero lavoro è stato svolto dagli emissari. Un lavoro oscuro in cui ha avuto un ruolo importante da mediatore Pietro Dettori, il terzo socio di Rousseau da anni nello staff di Luigi Di Maio (che tra i big ha spinto per evitare le vie legali). Dettori, rimasto sempre nell'ombra in questi mesi, su incarico di Grillo ha fatto da collante. La sintesi (difficile) tra le parti è stato poi affidato ai notai Valerio Tacchini e Alfonso Colucci. È un divorzio quello tra Casaleggio e i Cinque Stelle non indolore. Il presidente di Rousseau in un post molto duro attacca: «Se si cerca la legittimazione politica in un tribunale vuol dire che la democrazia interna è fallita». Da socio fondatore dell'ultimo M5S (con Di Maio) annuncia il suo passo d'addio: «Questo non è più il Movimento e sono certo non lo avrebbe più riconosciuto nemmeno mio padre». Per lui si profila un arrivederci al mondo della politica. I rumors raccontano che dopo l'estate potrebbe valutare nuove iniziative».

Su Il Fatto, l’editoriale di Travaglio, titolo Armatevi e partite, è dedicato proprio al Movimento 5 Stelle, anche se in mezzo c’è la solita litania di rammarichi verso il governo Draghi:

«I nuovi 5Stelle di Conte somigliavano ormai alla comica che Mannelli ricorda qui accanto: quella di Stanlio e Ollio in partenza che salutano tutti ("Arrivedooorci! Arrivedooorci!") e non partono mai. Ne risentivano i sondaggi, per quel che valgono in questa morta gora. Ma soprattutto ne risentiva la democrazia, casomai fregasse ancora a qualcuno, orfana del partito di maggioranza privo di un capo, una linea, una voce. Ad approfittarne sono stati Draghi, gli altri ministri e partiti, passeggiando per 100 giorni sul cadavere dei 5Stelle. (…) Un giorno, com' è già avvenuto col governo Monti, guarderemo indietro e rideremo di quanto fossero sopravvalutati i "migliori": almeno quanto erano sottovalutati i "peggiori". E quel giorno arriverà se e quando Conte, dopo l'accordo di divorzio da Casaleggio, riuscirà a dare forma e contenuti ai nuovi 5Stelle. Che, com' è già avvenuto col Pd di Zinga e con Leu, potranno contaminare in positivo anche gli alleati. Si spera in tempo per correggere la rotta del governo (che intanto sta demolendo pure i controlli anticorruzione affidandoli - non è una barzelletta - a Brunetta). E si spera in tempo per le elezioni, che al momento sono un cappotto assicurato delle destre: Lega e FdI sono in testa ai sondaggi, con tanti saluti a chi raccontava la favoletta che Draghi avrebbe seppellito il "populismo". Non sappiamo se Conte, che da neofita ha offerto buone prove come premier, sarà all'altezza anche alla guida del M5S : come leader politico è ancora tutto da scoprire. Ma all'orizzonte non si vede nessuno che possa riuscirci meglio di lui. E, se qualche capetto o caperonzolo grillino pensa di presentargli il conto raccattando truppe mastellate per farsi le proprie correntine, non condannerà all'estinzione soltanto se stesso, ma anche i 5Stelle e - ciò che più conta - la speranza di molti italiani di non morire melonian-salviniani. Magari con B., o quel che ne resta, presidente della Repubblica».

Molto critico Sebastiano Messina su Repubblica, che pone la questione della democrazia interna del Movimento e parla di “sogno tradito”:

«Nel patetico annuncio di una scissione che non ha nulla di drammatico, Davide Casaleggio vorrebbe tenersi anche metà del nome: «Lascio i 5 Stelle, non è più il Movimento». E forse crede davvero che sia possibile dividere a metà un partito come se fosse un'eredità: da una parte i 5 Stelle senza Movimento, dall'altra un Movimento senza 5 Stelle. Quel che è certo è che ieri si è conclusa la lunga avventura cominciata con l'amicizia tra un comico di successo e un geniale informatico e finita con la carta bollata tra i loro successori. Una fine senza drammi, con Giuseppe Conte che annuncia sollevato il rilascio dell'ostaggio - gli elenchi degli iscritti tenendo però segreto, come ha imparato a Palazzo Chigi, l'importo del riscatto pagato al sequestratore Casaleggio. Non sappiamo ancora quali forme assumerà la concorrenza tra gli ex amici, fin dove arriverà la spinta rifondatrice dell'ex presidente del Consiglio e quanti saranno gli irriducibili duri e puri e gli ex ministri o aspiranti tali che seguiranno il figlio di Gianroberto nella sua scelta fondamentalista. È però sperabile che questo divorzio seppellisca il grande inganno che ha inquinato la parabola dei grillini, quello della democrazia di base e della trasparenza. Ed è quasi surreale leggere che Davide Casaleggio assicura oggi che «il percorso della partecipazione dal basso continuerà lungo la strada che abbiamo tracciato», perché proprio il blog di Grillo e poi la piattaforma Rousseau - entrambi gestiti da lui - sono stati lo strumento principe per aggirare la Grande Promessa. La penosa vicenda del sequestro dei dati degli iscritti è solo l'ultimo capitolo di una storia in cui dietro l'invocazione dello streaming si consumava una gestione privata della democrazia interna. Gli statuti depositati in segreto da lui e da Di Maio, il simbolo di proprietà personale di Grillo, i referendum interni senza contraddittorio convocati con due ore di preavviso, le votazioni online a scatola chiusa, le mail dei parlamentari tenute sotto controllo dalla Casaleggio Associati, la scoperta di un misterioso, invisibile ma potentissimo «staff» che decideva chi era dentro e chi fuori sulla base di un like messo due anni prima su Facebook, sono stati i tanti tasselli di un mosaico che ha permesso di fare diventare primo partito d'Italia un Movimento che non aveva neanche una sede, e dove tutto era virtuale. Tutto, tranne il potere. La rottura di oggi mette fine dunque anche all'imbroglio di una democrazia che possa essere esercitata come lo smart working, ognuno a casa sua e pochi a decidere per tutti. Ne avevamo avuto la prova con gli Stati Generali di novembre, che dovevano segnare l'approdo alla maturità del M5S e invece sono stati celebrati in un teatro deserto, con il solo Vito Crimi su un palco virtuale a mandare in rete videomessaggi registrati, per decidere l'elezione di un organo collegiale che doveva prendere in mano il Movimento e che non è mai stato eletto perché nel frattempo Grillo aveva deciso di consegnare la sua creatura a Giuseppe Conte. Sapremo presto quali famiglie nasceranno da questo divorzio. L'esperienza consiglia prudenza, facendo attenzione alle scie chimiche di un sogno tradito».

LE NOZZE NEL CENTRO DESTRA: I DELUSI E GLI ENTUSIASTI

L’altra grande novità politica di queste ore è il nuovo patto Berlusconi-Salvini. Il Giornale, entusiasta, dà grande spazio alle proiezioni numeriche di Lorenzo Pregliasco, che con la sua Youtrend fa una media dei sondaggi degli istituti di ricerca. Forza Italia più Lega arriverebbero al 35 per cento. Ecco l’intervista.

«Lorenzo Pregliasco, analista politico, cofondatore e direttore di YouTrend e della startup di ricerche Quorum, parlando con Il Giornale ripete spesso la parola «scommessa». La federazione di centrodestra tra la Lega e Forza Italia è un investimento. Una puntata ambiziosa sul successo del governo di Mario Draghi, sulla voglia di stabilità degli italiani, sul canto del cigno della stagione populista. Un'operazione che porterebbe alla nascita «del partito più importante dell'attuale maggioranza che sostiene Draghi». Potenzialmente quanto potrebbe valere la fusione? «Credo che l'obiettivo di questa operazione sia di arrivare tra il 30% e il 35%. Ciò vuol dire, di fatto, avere un consenso analogo a quello che aveva la Lega alle europee del 2019, quando ottenne il 34%. Sicuramente l'intento è anche quello di rubare voti a una Giorgia Meloni in costante crescita». Ma Fratelli d'Italia non occupa uno spazio diverso rispetto a quello dei moderati? «L'idea di Salvini però nasce sicuramente da un inseguimento con la Meloni. Poi c'è la scommessa di intestarsi l'iniziativa che ha portato al governo Draghi. È chiaro che la federazione tra Forza Italia e la Lega ha più successo se maggiore è l'apprezzamento per l'attuale esecutivo tra gli elettori di centrodestra. Un'approvazione che al momento c'è, dovuta al clima favorevole per le riaperture e al successo della campagna vaccinale. L'operazione è potenzialmente interessante, anche se non possiamo escludere che tra sei - sette mesi il clima sia diverso».

Per il Corriere della Sera Antonio Polito di dimostra scettico sulla “mossa de cavallo” nel centro destra. A Polito pare una mossa improvvisata, soprattutto volta a far pesare i consensi, che una volta sommati fra Forza Italia e Lega, dovrebbero essere maggiori di quelli di Fratelli d’Italia. Che infatti è proprio il taglio del Giornale stamattina.

«Salvini ha bisogno di non farsi scavalcare da Giorgia Meloni, perché nel centrodestra vale il principio meritocratico per cui il leader dell'alleanza lo decidono i sondaggi; Berlusconi ha bisogno di negoziare qualche posto per i suoi fedelissimi prima che non abbia più niente da negoziare, causa dissolvimento del partito. Non è affatto certo che la mossa ottenga i suoi obiettivi. In Italia i voti di solito non si sommano, dai tempi di Saragat e Nenni, e la Meloni da sola sembra starci benissimo. Inoltre, l'ansia di una parte del ceto politico berlusconiano di saltare sul Carroccio della Lega potrebbe avere l'effetto collaterale e indesiderato di spingere tutto il resto degli eletti e molti elettori, almeno quelli che non vogliono morire salviniani, da qualche altra parte. In compenso, però, sono abbastanza sicuri gli effetti politici negativi che l'operazione può avere sul sistema nel suo complesso. Una fusione parlamentare modificherebbe infatti gli equilibri interni alla maggioranza a vantaggio della destra, eccitando così le velleità di tutte le vedove del Conte II che non vedono l'ora di tornare all'opposizione. Dall'altro lato, pur con i migliori auguri di futuri successi a Calenda e Brugnaro, cancellerebbe la attuale rappresentanza politica dei moderati italiani. Ma più che per le conseguenze che potrà avere, ciò che colpisce in questa ennesima «mossa del cavallo» di una politica che sa procedere solo per salti e svolte è la superficialità, l'improvvisazione, la sistematica sostituzione del colpo di scena alla strategia, la ricerca dell'effetto teatrale preferita alla fatica programmatica e politica. È chiaro che i partiti italiani si sono trovati all'improvviso a nuotare in un mare sconosciuto: il governo di unità nazionale, guidato da un premier difficilmente disarcionabile. È altrettanto chiaro che hanno capito che durerà, perché la pandemia scende e il Pil sale, e i prossimi mesi sono troppo importanti per l'Italia da poterseli giocare con una crisi di governo. Ma pur prendendo atto della rivoluzione parlamentare che ha tolto loro lo scettro del potere, non sono ancora riusciti a scendere a patti con la rivoluzione politica che questo comporta. Privati perfino del gioco preferito dello spoils system, sembrano spinti da una coazione a ripetersi, rifugiandosi nell'unico schema in cui eccellono: quello del posizionamento e della tattica, sempre in vista della prossima scadenza, che stavolta è l'elezione del nuovo Capo dello Stato». 

Aldo Grasso pizzica nella sua rubrica domenicale in prima pagina sul Corriere (Padiglione Italia) il Salvini “madonnaro”, titolo Salvini, Fatima e il tormentone di Pozzetto.

«Su YouTube c'è una divertente compilation di una storica esclamazione di Renato Pozzetto invocante la madonna. Forse questo mantra è l'unica formula che può aiutarci a capire la mutazione in atto nelle strategie comunicative di Matteo Salvini. Il leader della Lega è andato in pellegrinaggio a Fatima e ha acceso un cero alla Madonna per affidarle l'Italia, non fidandosi dei Draghi. La visita a Fatima, condivisa sui social, (l'Ave Maria di Gounod in sottofondo) è servita per «consacrare l'Italia, le italiane e gli italiani al Cuore Immacolato di Maria». Esclamazione di Pozzetto. Per la nuova devozione mariana, Salvini ha ricevuto le preghiere di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria. Esclamazione di Pozzetto. Invitato da Lilli Gruber, Salvini si è presentato con un mazzo di fiori. Esclamazione di Pozzetto. Incalzato sul vaccino, ha glissato con imbarazzo: ha annunciato di essersi prenotato ma di non aver ricevuto la data. Esclamazione di Pozzetto, perché in Lombardia la data è sempre certa. L'impressione è che Salvini tema quella «madonnina infilzata» (Manzoni, I P.S. XXXVIII) di Giorgia Meloni e sia più preoccupato dei voti che del Recovery Fund. Per questo si presenta tutto Santi e Madonne, e anche un po' No Vax, e anche un po' berlusconiano. Salvini di lotta e di sottogoverno. Pozzetto, come sopra.».

BEATA LA SUORA UCCISA 21 ANNI FA A CHIAVENNA

Oggi sarà proclamata beata Suor Maria Laura Mainetti, uccisa da tre ragazze minorenni con 19 coltellate in un “rito satanico”, il 6 giugno del 2000 a Chiavenna, in provincia di Sondrio.

«Un modello credibile di vita cristiana, che affascina e attrae perché vissuto nello scorrere dei giorni feriali ». Il vescovo di Como, Oscar Cantoni, così descrive suor Maria Laura Mainetti che oggi, a Chiavenna (Sondrio), negli spazi dello Stadio comunale (per accogliere i fedeli nel rispetto delle normative anti-Covid) sarà proclamata beata. Il rito, in programma alle 16, sarà presieduto dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Suor Maria Laura, religiosa delle Figlie della Croce di Sant' Andrea Fournet, sarà beata perché martire. Proprio il 6 giugno di ventuno anni fa fu uccisa da tre giovani, all'epoca dei fatti minorenni, nel contesto di un rituale satanico. Le ragazze la attirarono, di sera, in una zona poco frequentata della cittadina. Un piano preparato da giorni, nei minimi dettagli, a partire dall'inganno con cui richiamare l'attenzione della suora, che dedicò tutta la sua vita alle persone in difficoltà, soprattutto ai giovani. Una delle tre disse di aspettare un bambino e di essere pronta a interrompere la gravidanza perché sola e perché vittima di una violenza. Suor Maria Laura non si trasse indietro e fu subito pronta ad accogliere quella richiesta di aiuto che pensava vera. Uscì e andò incontro alla morte. Fu uccisa perché suora, perché donna completamente donata a Dio. Mentre veniva colpita mortalmente, fu capace di un estremo gesto di amore e misericordia: guardò le giovani negli occhi, una a una, e pregò Dio perché le perdonasse. (…) Una figura come Maria Laura, ci dice Semeraro, ricorda «che la santità è urgente, necessaria, ma è anche possibile, attraente, vicina. Così la intende papa Francesco quando la chiama "della porta accanto di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio". Quando la vita di un cristiano si fa luce, questa illumina tutti, credenti e non credenti, persino gli uccisori».