Tensione elettorale

Scontro tra Lamorgese e Meloni sull'assalto alla Cgil. Vigilia di minacce e scioperi per il primo giorno di obbligo del Green pass sul lavoro. Papa Luciani sarà beato. Via a al Podcast su Chora

Se non ci fosse un secondo turno di ballottaggio a Roma domenica e il giorno prima, sabato, una manifestazione in favore della CGIL a piazza San Giovanni, ci sarebbe davvero da preoccuparsi. Lo scontro tra la Meloni e la Lamorgese in Aula ha assunto infatti ieri contenuti pesanti. Da un lato la ministra degli Interni ha cercato di spiegare la mancata intransigenza delle forze dell’ordine contro i facinorosi del No Green Pass di sabato scorso, ammettendo un’inquietante impotenza nel contrastare i violenti. Dei quali ad un certo punto le intenzioni erano evidenti. Dall’altra per la leader di FdI c’è stato un disegno eversivo del Governo che ha permesso la violenza. Scontri voluti dal Viminale, sostiene la Meloni, la matrice non più ignota, a questo punto, sarebbe proprio statale: “Strategia della tensione”. Posizioni che dire inconciliabili è poco. Speriamo che dopo le urne si abbassino i toni, in favore della verità e della soluzione reale dei problemi.

Veniamo al Venerdì nero. Domani è il giorno dell’obbligo e in cui scatteranno le proteste. I portuali di Trieste insistono: non accettano il Green pass, ma per ora restano isolati. Non sono seguiti dai colleghi di Genova e degli altri porti. In prospettiva è molto più preoccupante la protesta degli autisti di Tir. Sul settore della logistica infatti, dove comunque il Green pass dovrebbe pesare di meno per la scarsa promiscuità, pesano altri fattori. Primo fra tutti il caro energetico. Come nota il Sole 24 Ore oggi, gas naturale liquefatto e gasolio sono già sui prezzi massimi degli ultimi sette anni e continuano ad aumentare. In più è un settore andato sotto stress già durante il lockdown. Regali di Natale a rischio? La minaccia è anche questa.     

5 Stelle e Centro destra intanto coltivano dubbi e malumori e anche su questo si potrà ragionare meglio dopo il voto di domenica. Angosciano le foto dell’orrore dei migranti morti davanti alla Libia, che cercavano di approdare in Sicilia. Buone notizie dal Vaticano: papa Luciani sarà beato. È stato accertato un miracolo per intercessione del Papa del sorriso in una bambina argentina, che era in fin di vita e ora studia all’Università. Dall’estero i Talebani ricattano l’Occidente, minacciando di “generare” altri profughi, sul modello di Erdogan. Da Torino una notizia positiva e che non è solo culturale: riapre oggi il Salone del Libro e in presenza.

Ecci ora al momento dell’auto promozione. Drizzate le orecchie, è il caso davvero di dirlo. Da oggi e per i prossimi giovedì a venire, in pratica fino a Natale, potrete ascoltare una mia serie Podcast originale realizzata da Chora Media per Vita.it. con Fondazione Cariplo. Il titolo è: Le vite degli altri e racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Ritratti e interviste di uomini e donne premiati dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast e ovviamente sul sito di Chora Media. A questo indirizzo: choramedia.com. Ecco un link:

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Due i temi oggi nelle scelte dei titoli principali: l’inizio dell’obbligo del Green pass e lo scontro in Aula fra Lamorgese e Meloni. Il Corriere della Sera non è proprio rassicurante: Green pass ad alta tensione. Mentre Avvenire evoca il film con Marlon Brando, riferendosi a Trieste: Fronte del porto. Il Fatto propone un fotomontaggio con un Tir che ha alla guida Draghi: I Green pazzi dritti verso il venerdì nero. Il Giornale fa un passo oltre: Rischiamo il lockdown per gli scioperi No Vax. Il Quotidiano Nazionale conferma: Da domani l’Italia rischia di fermarsi. Il Mattino registra la frenata di palazzo Chigi dopo i titoli di ieri: Tamponi gratis, stop di Draghi. Il Messaggero: Pass, protesta di porti e tir. Ma il governo non si ferma. Il Sole 24 Ore insiste sulla logistica: Green pass, allarme autotrasporto. Imprese: salta il vincolo delle 48 ore. La Repubblica riecheggia proteste alla sudamericana: La minaccia dei No Pass. “Bloccheremo il Paese”. La Stampa annuncia: Italia a rischio paralisi. La Verità lancia un ultimatum: Restano 24 ore per evitare la paralisi. Sullo scontro in aula a proposito dei disordini ci sono Libero: La Lamorgese sapeva ma ha lasciato fare. E il Domani: La ministra Lamorgese adesso è un problema per il governo Draghi. Il Manifesto stampa in prima le foto dell’orrore dei migranti libici morti nel canale di Sicilia: Fossa comune.

SCONTRO MELONI-LAMORGESE SULL’ASSALTO ALLA CGIL

Il Question time della ministra Larmorgese sui disordini di sabato scorso diventa l’occasione del contrattacco orgoglioso di Giorgia Meloni. La cronaca sul Corriere della Sera è di Paola Di Caro.

«Si presentano uniti per reagire a quello che considerano un «gravissimo» attacco politico. E ci sono tutti i leader del centrodestra - Meloni, Salvini, Tajani, Cesa, Lupi e Sgarbi, al tempio di Adriano a Roma -, a dare il loro sostegno al candidato sindaco Michetti a dire che il fascismo non alberga nella loro coalizione e a contrattaccare. Sono soprattutto Salvini e Meloni a battersi, l'uno sentendosi vittima di una campagna d'odio passata per il caso Morisi, l'altra convinta che contro il suo partito sia in atto una nuova «strategia della tensione». Così la leader di FdI, dopo la conferenza stampa per Michetti, si presenta alla Camera per il Question Time e attacca direttamente la ministra dell'Interno Lamorgese per la gestione della piazza romana. Salvini invece, «preoccupato» per la piega che sta prendendo lo scontro politico e nel Paese, incontra il premier Draghi e gli chiede di fermare la «delegittimazione del centrodestra» facendosi parte attiva di una «pacificazione» nazionale: «Bisogna smetterla di dividere l'Italia tra buoni e cattivi. A Draghi ho chiesto di darmi una mano a svelenire il clima, il momento è delicato». Ma non sarà facile. Al Question Time, interpellata da Meloni, Lamorgese (in attesa di una relazione completa che illustrerà martedì), spiega che il leader romano di Forza nuova Giuliano Castellino, sottoposto a Daspo, pur avendo a piazza del Popolo incitato la folla dal palco ad assaltare la sede della Cgil non è stato fermato prima di agire perché «c'era l'evidente rischio di una reazione violenta dei suoi sodali con degenerazione dell'ordine pubblico». Solo dopo l'assalto è stato arrestato «in flagranza differita». Lo scioglimento di Fn comunque «è all'attenzione del governo la cui azione collegiale potrà indirizzarsi» anche sulla base di quanto deciderà «la magistratura» e di quali saranno «le indicazioni del Parlamento» che dovrà votare la mozione presentata dal Pd. Parole che non soddisfano affatto la Meloni, che attacca a testa bassa e continua a chiederne le dimissioni: «La sua risposta non è semplicemente insufficiente ma offensiva delle forze dell'ordine, con sette agenti lasciati a prendere le bastonate, di quella gente che manifestava e di questo Parlamento, che non è fatto di imbecilli», tuona. E poi l'affondo: «Se fino a ieri pensavano la sua fosse sostanziale incapacità oggi la tesi è più grave: quello che è accaduto è stato volutamente permesso e questo ci riporta agli anni già bui. È stato calcolo, siamo tornati alla strategia della tensione», perché Fn «dalla quale siamo anni luce lontani» ha fatto scelte «proficue alla sinistra e al governo», che non vuole dissenso. Scontro durissimo insomma, che secondo Salvini è molto preoccupante in un Paese dove con il green pass si rischia di perdere il lavoro, ci sono poliziotti che potrebbero essere sospesi con rischio sicurezza in vista del G20 di fine ottobre quando già oggi «non si riescono a fermare 5 imbecilli». Oggi «l'emergenza è il lavoro, non il fascismo» e «siccome di alcuni ministri non ho particolare stima né fiducia, ne parlerò con il manager, l'amministratore delegato di questo governo» dice Salvini, che infatti nel pomeriggio va a palazzo Chigi a portare la sua proposta di «pacificazione». Sperando che Draghi intervenga».

Per il Domani la ministra Lamorgese adesso sarebbe un problema per il governo Draghi. Troppi errori negli ultimi giorni: i tamponi gratis ai No-vax a Trieste, contro la linea dell' esecutivo e poi l’ammissione di impotenza sul caso Forza Nuova.

«La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese adesso non è più solo il bersaglio del leader della Lega, Matteo Salvini, ma è diventata un problema per il presidente del Consiglio Mario Draghi. Un crescendo di casi, dal rave nel viterbese ai tamponi gratuiti per i portuali, che ha reso difficile la posizione della ministra tecnica che ieri non ha avuto una parola di difesa da palazzo Chigi. Anzi, secondo i retroscena, il premier l'avrebbe sconfessata chiedendole di fare un passo indietro sulla circolare riguardante l'obbligo di green pass per i lavoratori dei porti. E Salvini ha ovviamente rincarato la dose: «Puoi avere anche un genio a fare il presidente del Consiglio, ma se la macchina è fuori controllo non vai lontano». Il leader della Lega, pur non citando direttamente la titolare del Viminale, ha detto di non avere «particolare stima né fiducia» in alcuni ministri. Quindi ha incontrato il premier al quale ha chiesto di trovare «un clima di unità e concordia». Insomma, di risolvere il "caso Lamorgese". (…) La ministra intervenuta ieri alla Camera in risposta a un'interrogazione di Fratelli d'Italia ha detto che il mancato intervento sul leader del partito neofascista, Giuliano Castellino, è giustificato: «Presentava l'evidente rischio di provocare reazioni violente», creando, ancora una volta, «problemi all'ordine pubblico». Su di lei si è abbattuta l'ironia di FdI, unico partito ufficialmente all'opposizione: «Se qualcuno inizia a commettere un reato lei lo lascia terminare», ha detto il deputato Paolo Troncassini. Sabato a mezzogiorno Salvini se l'era presa con lei per l'immigrazione: «Con la Lamorgese confini colabrodo». Alle 21 chiedeva le dimissioni dopo le violenze a Roma. Per il leader della Lega è il bersaglio favorito, da maggio chiede un incontro. Draghi fino a ora l'ha difesa. Lei si è sempre detta disponibile, ma il premier non ha mai convocato il vertice. «La maggioranza - commentavano dal ministero dell'Interno quest' estate - è un pochino ampia, certe politiche vanno baricentrate». E per mantenere il baricentro, il Pd finora le aveva fatto da scudo. Il segretario Enrico Letta però dopo sabato ha parlato di «evidenti» carenze nella gestione della protesta. Da palazzo Chigi, battono le agenzie, non hanno negato che qualcosa non abbia funzionato, ma hanno invitato a far lavorare la ministra con serenità. Poi sono arrivati i tamponi di Trieste ed è intervenuto direttamente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando: «Io penso che costruire trattamenti diversi per persone diverse rischia solo di far aumentare il caos». Il Foglio ha riportato che palazzo Chigi le ha chiesto di tornare indietro sulla decisione. Il governo si aspetta che le proteste No-vax e no-pass proseguano, Draghi ha deciso di convocare i sindacati questa mattina. Prima Lamorgese ha assicurato di essersi mossa bene, ma ieri il comitato nazionale per l'ordine della sicurezza pubblica presieduto dalla ministra ha deciso di aumentare l'operatività della polizia sul territorio e via web. Per il G20 saranno incrementati di 500 unità i soldati dell'operazione "Strade sicure"».

GREEN PASS, MINACCE E CORRETTIVI

A proposito di minacce incrociate, la vigilia dell’introduzione dell’obbligo di Green pass è ansiogena. Molte le minacce di blocchi e violenze, ma il Governo sembra fermo sulle sue posizioni. Lo scrivono su Repubblica Lauria e Ciriaco.

«È il momento più delicato da quando è a Palazzo Chigi. Mario Draghi ne è consapevole. Preoccupato, per certi versi. Nel fine settimana i No Pass tornano in piazza, si temono scontri. Portuali e trasportatori rischiano di rallentare la ripresa. Ma è proprio per queste ragioni che il premier in queste ore conferma la linea della fermezza. Difenderà il Green Pass, le sue regole, i suoi "fondamentali". Non cederà alla richiesta di tamponi gratuiti. Anche la circolare del Viminale su chi lavora nei porti sarà modificata. Concederà solo aggiustamenti mirati, che non modificheranno l'impianto del rigore. Non può fare altrimenti: si aprirebbe una voragine. Non sono soltanto le tensioni che hanno infiammato il Paese. L'allarme per il G20 di fine ottobre. C'è anche la politica. Matteo Salvini che continua a soffiare sul fuoco "no Green Pass", sperando che diventi incendio. È un rebus politico e sociale da gestire. L'idea è resistere. Palazzo Chigi non ha dubbi, l'impianto reggerà. Da qui a domani si valuteranno minimi correttivi, ma il pass funzionerà. Bisogna stringere i denti per qualche settimana, il contenimento della pandemia sarà l'antidoto a No Pass e No Vax. Un passaggio, in questo senso, dimostra che il premier reclama fermezza. È il caso dei tamponi ai portuali. Draghi si era limitato a sollecitare una soluzione pragmatica. Con una circolare, il ministero dell'Interno ha invitato le aziende a pagare i test ai lavoratori del settore. Un varco nel muro del Green Pass. Che autorizzerebbe ad esempio gli agenti delle forze dell'ordine che hanno rifiutato il vaccino a chiedere al proprio datore di lavoro, cioè allo Stato, di farsi carico della spesa. Palazzo Chigi era all'oscuro del contenuto della circolare. Il testo non piace. Consiglia informalmente al Viminale di ritirarlo, o comunque di correggerlo. Ma qualcosa si incaglia. Ne nasce un caso: da una parte gli uffici di Bruno Frattasi, capo di gabinetto della ministra, dall'altra il resto dell'esecutivo. Alla fine la circolare potrebbe essere ritirata. Tutto, però, senza frizioni pubbliche, perché il governo non può permettersi di indebolire in questa fase la titolare dell'Interno. Sia chiaro, il premier spinge per risolvere eventuali ostacoli pratici. Prendiamo il caso degli autotrasportatori dell'Est Europa che transitano in Italia. Molti hanno ricevuto Sputnik, un vaccino non riconosciuto da Ema e Aifa, quindi inutilizzabile per il Green Pass. È possibile immaginare una deroga? No, è stata la risposta del ministero della Salute di Roberto Speranza. Per loro, però, si studia una soluzione di compromesso: chi guida i tir dovrebbe poter restare a bordo, attendendo lo scarico delle merci, per poi ripartire. Ecco, questa è un'impostazione che l'esecutivo considera ragionevole, perché difende un'esigenza produttiva senza indebolire la filosofia del Green Pass. E senza cedere alle richieste di Salvini. Draghi e il leader leghista si incontrano nel primo pomeriggio, a Palazzo Chigi. A chiedere un incontro - in realtà per Palazzo Chigi già in agenda da giorni - è il segretario del Carroccio. Sostiene pubblicamente di essere «preoccupato per la situazione del Paese». Promette di portare a Palazzo Chigi un'istanza, a nome di tutto il centrodestra: «L'emergenza è il lavoro, non il fascismo. Di alcuni ministri non mi fido, ma il manager del governo non può permettere quanto sta accadendo. Serve una pacificazione nazionale». Il faccia a faccia dura un'ora. L'appello, nello studio del premier, prende forma così: «Presidente, temiamo il clima di crescente tensione nel Paese». Si riferisce a quanto accade nelle piazze, ma anche al contenuto del dibattito politico. «Le polemiche sui fascisti - il senso del ragionamento - sono una scusa per alimentare una campagna d'aggressione verso i principali partiti della coalizione». Questa la tesi, che non sembra tenere in conto la gravità di quanto accaduto nella sede della Cgil, né gli arresti dei leader di Forza Nuova. Salvini, comunque, auspica un abbassamento dei toni: «Da ottenere grazie alla sua autorevolezza», dice a Draghi. Draghi ascolta. Non replica all'appello, riferiscono, né promette alcunché. La stessa linea che tiene rispetto alle pretese leghiste di calmierare il prezzo dei tamponi e allungare la validità a 72 ore. I test per le forze dell'ordine, prova almeno a strappare qualcosa il leader, devono essere gratuiti o a bassissimo costo. Anche in questo caso, non fa presa sul premier. Che resta gelido anche quando, a fine colloquio, l'ex ministro dell'Interno ribadisce la necessità di rafforzare la flat tax delle partite iva - portando la soglia fino a 100 mila euro dagli attuali 65 - di non tornare alla legge Fornero e riformare il reddito di cittadinanza. A Draghi interessa invece quota Cento, che scomparirà. La legge di bilancio è imminente, l'obiettivo è preparare la Lega a digerire la sgradita novità».

Per Marco Travaglio del Fatto, sul Green pass Beppe Grillo è rinsavito. Ha ritrovato le “antenne” che aveva smarrito. Mentre Draghi è una Maria Antonietta.

«Si temeva, dopo gl'incredibili abbagli di febbraio ("Draghi è grillino", "Cingolani è grillino"), che Beppe Grillo avesse smarrito le sue proverbiali antenne: quelle che, sotto l'istigazione e la regia di Gianroberto Casaleggio, lo portarono a intercettare i segnali che agitavano sottotraccia le periferie politiche, sociali e mediatiche d'Italia, prima col suo blog, poi con i due VDay, poi con l'autocandidatura alla segreteria del Pd, infine col M5S . Invece l'altro ieri, col suo appello alla "pacificazione" contro questa farsa di strategia della tensione sul Green pass, ha ritrovato improvvisamente il radar e la sintonia con la parte meno conosciuta del Paese. Gli è bastato che le urne si svuotassero e le piazze si riempissero, per darne la lettura meno scontata e conformista, dunque più seria e attendibile: liquidare tutti gli "anti", anche i manifestanti pacifici di Roma e Milano, anche i Cobas e i portuali di Trieste, come "fascisti" è ridicolo e pericoloso. E sarebbe assurdo uscire dalla pandemia in assetto di guerra dopo esserci entrati e averla affrontata tutti insieme con la calma e la persuasione di Conte. Ora però che ha recuperato le antenne, Grillo dovrebbe compiere il passo successivo e abbandonare la strana passione per i "tecnici" (nel 2011 ebbe un fugace flirt pure con Monti). Tutta gente ben incistata nelle centrali del potere finanziario, dunque totalmente scollegata dalla realtà e dalla vita delle persone. Ricordate la Fornero? Fece piovere dalla sua torre d'avorio la controriforma delle pensioni, poi si accorse che, ops che sbadata!, le era sfuggito un piccolo dettaglio: 390mila esodati che si ritrovarono da un giorno all'altro senza più lo stipendio e senza ancora la pensione. Un genio. Ora abbiamo SuperMario che, con quell'arietta da Maria Antonietta, si crede ancora alla Bce e detta le tavole della legge dal Sinai senza degnarsi di spiegarle alla plebe né preoccuparsi delle conseguenze. Anche quando sono note a tutti. Un mese fa, quando impose il Green pass per lavorare (caso unico nel mondo libero), non ci voleva un ex presidente della Bce per intuire che milioni di lavoratori sarebbero stati espulsi dal posto del lavoro e dallo stipendio senza poter essere sostituiti: una bomba sociale su milioni di famiglie, una carica di tritolo sull'ordine pubblico per le prevedibili proteste, un missile aria-terra sul sistema produttivo a corto di manodopera. Infatti molti incompetenti, noi compresi, l'avevano capito subito. Lui no. Ora, all'improvviso, Maria Antonietta Draghi e i suoi laudatores si battono la manina sul capino e scoprono che chi resta senza lavoro né stipendio s' incazza e le imprese senza manodopera si bloccano. Fortuna che questi sono i migliori: figurarsi se fossero i peggiori.».

Ilario Lombardo sulla Stampa nel retroscena cerca di capire che cosa ha davvero partorito il faccia a faccia fra Matteo Salvini e Mario Draghi a Palazzo Chigi.

«È il primo degli incontri settimanali che avevano concordato nella speranza di alleggerire il cammino del governo da qualsiasi fraintendimento. Matteo Salvini arriva a colloquio con Mario Draghi dopo un diluvio di parole nelle piazze che vanno al voto. «Tirare fuori gli scheletri dal passato non fa bene all'Italia e non fa bene al governo, non c'è rischio di ritorno di fascismo e nazismo - aveva detto in mattinata -. Ma siccome di alcuni ministri non ho particolare stima né fiducia, ne parlerò con l'amministratore delegato di questo governo. Puoi avere un genio come premier, ma se la macchina è fuori controllo non vai lontano». Mancano 72 ore ai ballottaggi di Roma, Torino, Trieste e altre città, e il leader della Lega è preoccupato. Molto preoccupato. La visita a Palazzo Chigi serve a incorniciare una richiesta che Salvini non arriva a formulare fino in fondo al presidente del Consiglio ma che evoca ai microfoni dei giornalisti e dal palco di Latina: «Fare cortei di parte con le bandiere rosse, attaccare Tizio e insultare Caio non è il bene dell'Italia». Vorrebbe che in qualche modo il governo fermasse la manifestazione che la Cgil ha organizzato per sabato, alla vigilia del voto, in pieno silenzio elettorale, dopo l'assalto degli squadristi di Forza Nuova alla sede del sindacato. Ma Salvini sa benissimo che una decisione di questo tipo sarebbe in mano al ministero dell'Interno. Difficile però che il Viminale faccia un passo del genere. In questo momento gli uomini della ministra Luciana Lamorgese sono concentrati più che altro sui percorsi dei cortei attesi a Roma. Il rischio di scatenare di nuovo la furia dei neofascisti, da una parte, e dei manifestanti solidali con la Cgil, dall'altra, è altissimo. Sollecitato da Salvini, Draghi ammette una certa preoccupazione per la tensione che si è riversata sulle strade, anche in vista del G20 di fine mese e dell'avvio del Green Pass obbligatorio da lunedì 15. «Gli ho chiesto di darmi una mano per svelenire il clima», rivela all'uscita Salvini. Il premier è consapevole che una manifestazione a poche ore da elezioni molto divisive è benzina che può esasperare il conflitto, ma non va oltre la condivisione di questo timore. E quando il leghista gli chiede di «mettere fine alle campagne di delegittimazione che nelle ultime settimane sono state particolarmente feroci contro il centrodestra, a partire da Lega e Fratelli d'Italia» Draghi si limita ad ascoltare. Come potrebbe, si chiede l'ex banchiere, fermare qualcosa che attiene alla lotta politica? «Potrebbe farlo grazie alla sua autorevolezza», spiega Salvini, parlando ai leader dei partiti, o con un appello. «Potrebbe promuovere una pacificazione nazionale chiedendo di evitare di inquinare il dibattito politico continuando a parlare di "fascisti" solo per aggressione nei confronti dei partiti della coalizione». Ma il tema della sicurezza delle piazze e dello scontro politico non è l'unico che il premier e il leader della Lega affrontano in un'ora di faccia a faccia. Anzi, lo stringato comunicato diramato dalla presidenza del Consiglio si limita a riportare che si è discusso di provvedimenti economici. Un modo per non farsi trascinare nella battaglia elettorale. Venerdì il Consiglio dei ministri approverà la delega fiscale mentre il governo si appresta a inviare a Bruxelles lo schema della legge di Bilancio. Draghi ribadisce per l'ennesima volta che «non ci saranno aumenti di tasse», tantomeno sulla casa, senza però alcun bisogno di scriverlo da qualche parte come aveva chiesto Salvini. La convergenza su questo è nei fatti ed è l'unico argomento sul quale il premier si lascia andare a uno scambio con il leghista. Per il resto, spiegano da Palazzo Chigi, il capo del governo ha ascoltato i Cahiers de doléances del senatore, senza che il suo volto, notoriamente imperturbabile, cedesse su nessuna delle sue richieste. Non alla flat tax fino a 100 mila euro, non alla rottamazione delle cartelle esattoriali, non a una profonda revisione del reddito di cittadinanza, non a Quota 100. Né, infine, ai tamponi gratuiti per i dipendenti, che Salvini vorrebbe sovvenzionati dallo Stato».

TRIESTE, MINACCIA DI BLOCCO

I portuali di Trieste non raccolgono consensi nel resto del Paese: dalla Liguria a Venezia, da Livorno a Ravenna il blocco per ora non si estende. No dei camalli di Genova allo sciopero. La cronaca del Sole 24 Ore.

«I portuali di Trieste lanciano una chiamata alle armi (no green pass) agli altri porti italiani. Ma dai principali scali del Paese non sembra, per ora, arrivare la risposta attesa da Stefano Puzzer, portavoce del Coordinamento lavoratori portuali di Trieste (Clpt). I lavoratori di Genova, il principale porto italiano, dicono a chiare lettere, anzi, che domani non faranno sciopero. Anche se qualche rallentamento, o talora blocco, alla movimentazione delle merci, in tutti gli scali, potrà essere causato dall'autotrasporto, non tanto per manifestazioni di protesta ma a causa della logistica per verificare i green pass e fare eventuali tamponi a chi non li ha. «Il blocco di venerdì (domani per chi legge) - ha detto ieri Puzzer, che ha respinto il rimborso dei tamponi offerto ai lavoratori sia dall'Agenzia per il lavoro portuale di Trieste sia dai terminalisti - è confermato, oggi ci saranno sorprese perché non si fermerà solo il porto di Trieste. Quasi tutti i porti si fermeranno». Sulle altre banchine d'Italia, però, al momento non si registrano posizioni così nette. A partire da Venezia: dall'Autorità di sistema portuale lagunare fanno sapere che domani, quando entrerà in vigore l'obbligo del green pass, lo scalo «non dovrebbe andare in affanno». E a Ravenna, per restare in Adriatico, il porto «garantisce l'operatività», spiega Daniele Rossi, presidente dell'Adsp: «Riteniamo di essere in una situazione di tranquillità». Arrivando sulle banchine del primo porto italiano, cioè Genova, i terminalisti non si aspettano particolari problemi coi dipendenti (alcuni offriranno tamponi gratuiti) e dalla Compagnia unica (Culmv), cioè i camalli che operano offrendo lavoro temporaneo, arrivano segnali rassicuranti. Tra l'altro, la storica Sala chiamata della Culmv, a San Benigno, ospita un hub vaccinale. La compagnia conta circa 1.070 lavoratori; 200 di questi, pari a circa il 20%, non sono vaccinati. Ma dalle banchine della Lanterna non si profilano scioperi contro il green pass. A spiegarlo è Antonio Benvenuti, console dei camalli, che aggiunge: «Siamo a favore delle vaccinazioni ma ritengo che si debbano ascoltare anche quelli che vogliono fare il tampone. E i problemi organizzativi non mancano, perché abbiamo bisogno di poter fare tamponi tre o quattro volte la settimana. Stiamo facendo una convenzione con due farmacie per poterli offrire ai lavoratori a un costo calmierato. Abbiamo inoltre avuto rassicurazioni, dopo una riunione prefettura, che chi ha il tempone negativo certificato può accedere al lavoro anche se non ha ancora il green pass; misura necessaria perché passa poco dal momento della chiamata all'inizio del turno e non sempre il green passa arriva in tempi brevi». Al porto della Spezia, l'80-90% dei lavoratori risulta vaccinato. E Anche sui moli livornesi la situazione appare relativamente tranquilla. «Su 170 lavoratori - dice Enzo Raugei, presidente della Compagnia portuale di Livorno - abbiamo 20 no vax che dovranno fare il tampone. Chiedono che l'azienda gli venga incontro e noi abbiamo fatto una convenzione con un laboratorio locale per averli al prezzo di 5 euro». Neppure Matteo Trumpy, amministratore dell'Agenzia per il lavoro portuale di Livorno, appare preoccupato: «Abbiamo 60 lavoratori, non sappiamo quanti sprovvisti di green pass. Per ora non ho registrato rivendicazioni di sciopero. Ma solo la richiesta che siano le aziende a pagare i tamponi». A Civitavecchia i lavoratori della Compagnia portuale sono 200, «e l'85% - dice il presidente, Patrizio Scilipoti - è vaccinato. Chi non ha fatto il vaccino, già da tempo fa i tamponi per avere il green pass, perché siamo persone responsabili. Certo le Adsp, in collaborazione con le Asl potrebbero dare i tamponi gratis». Anche a Gioia Tauro non si registrano particolari prese di posizione dei sindacati . Infine l'Ancip, l'associazione nazionale delle compagnie portuali (cui aderisce Trieste ma non Genova), «è a favore dei vaccini - afferma il direttore, Roberto Rubboli - e ha invitato gli associati a essere d'esempio. A parte Trieste, non abbiamo notizia di problematiche serie fra i portuali in Italia, anche se nel settore ci sono no vax, come in tutte le aziende».

Più complicata la situazione dell’autotrasporto. Ne scrive sul Corriere Federico Fubini.

«Il green pass nella forma attuale è stato voluto personalmente da Mario Draghi, sulla base di una valutazione fra molte: dopo un crollo del prodotto lordo del 9% nel 2020, con quasi un milione di lavoratori in cassa integrazione ancora a giugno di quest' anno, il premier si è convinto che si dovesse fare il massimo perché nuove ondate di Covid non frenassero la ripresa. Per questo il disegno del green pass italiano è un po' più audace dei modelli di Francia e Danimarca - questi ultimi sono limitati ai luoghi pubblici - e si estende al lavoro e alle aziende. Se questo è l'obiettivo, la realizzazione sta diventando un test. È in gioco la capacità degli interessi organizzati in Italia di leggere il momento, guardare oltre le proprie dinamiche particolari e cooperare. Nell'interesse di tutti e proprio, perché ne va della ripresa. Eppure, niente come la posizione di parte dei portuali e dell'autotrasporto rivela che il risultato di questo test di responsabilità collettiva resta ancora sul filo. Lo è, almeno, per certe categorie con un potere evidente di mettere materialmente in scacco il Paese. La prova per 350 mila addetti dei mezzi su gomma, che assicurano nove decimi del trasporto merci nel Paese, arriva da domani. Tre conducenti italiani su quattro sono già vaccinati ma, se si includono gli stranieri che operano nel Paese, in totale non sono molto più di due terzi i camionisti in Italia che dispongono di un green pass: una parte degli addetti d'Europa centro-orientale è coperta solo dal vaccino russo Sputnik, che i regolatori europei dell'Ema non considerano valido. Fra i 950 addetti del porto di Trieste poi lo squilibrio è anche più serio, perché il 40% degli addetti non è vaccinato (ma l'incidenza dei non vaccinati scende al 20% a Genova, al 10% a Napoli e in Puglia, al 7% a Palermo). La prova per il sistema della logistica in Italia comincia dunque nelle prossime ore. E il responso resta sul filo. Paolo Uggè, 74 anni, da trenta ai vertici del sindacato nazionale dell'autotrasporto, nel 2020 tornato presidente di Conftrasporto-Confcommercio, non fa niente per dissipare la minaccia, che aleggia, di blocchi dei Tir sugli snodi vitali della mobilità italiana. Né prova lontanamente a scoraggiare chi volesse mettere in atto forme di protesta selvaggia. «Dichiarare uno sciopero non consentito non sarebbe giusto - premette -. Ma è evidente che la reazione della gente non corrisponde alla razionalità, vista la situazione di incertezza e la scarsa capacità di spiegare da parte del governo». E ancora: il passaggio dei prossimi giorni, aggiunge Uggè, «può generare iniziative spontanee da parte di imprese che si rifiutano di operare mostrando o non mostrando il green pass». Il presidente di Conftrasporto parla di «forma sbagliata da parte di chi ha gestito questa situazione in modo superficiale e senza sentire le parti interessate». Uggè insiste che non sta cercando di ricattare il governo. Se si osserva che il ricorso alla forza fisica dei Tir per bloccare le strade sarebbe un abuso, lui tace. Nega che gli autotrasportatori stiano alzando la posta contro il green pass per ottenere dal governo compensazioni dopo un rincaro del carburante di quasi il 30%. La sua categoria chiede che le tariffe ai committenti vengano indicizzate per legge al costo del diesel. «Ma non si può legare il green pass al caro carburante», dice. Poco fondamento sembra avere anche la sua lamentela che gli autotrasportatori in arrivo dall'estero non sarebbero soggetti al green pass. «La legge non è chiara», lamenta. Lo sarebbe, in realtà: tutti i camionisti europei sul suolo italiano dovranno presentare il codice a barre di un vaccino riconosciuto dall'Ema o un tampone delle ultime 48 ore. Ciò che gli autotrasportatori dicono di volere adesso è altro: l'obbligo di vaccino, ma rinviato all'anno nuovo. Perché la categoria adesso non è tutta pronta e la parte che non lo è non intende sottoporsi ai continui tamponi. «Non sono affidabili, non sono sicuri», protesta Uggè. Che lascia planare sull'Italia lo scenario inglese degli scaffali vuoti nei supermarket: «È stato un errore applicare il green pass ora. Rischia di compromettere le vendite di Natale».

OMS: BASTA COI BREVETTI, VACCINI AI PAESI POVERI

Danilo Taino per il Corriere della Sera ha intervistato il biologo etiope Tedros Ghebreyesus dell’Organizzazione mondiale della sanità.

«Il direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il biologo etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, sostiene che tutte le ipotesi sulle origini della pandemia da Covid-19 «devono continuare a essere esaminate, dall'ipotesi della trasmissione da animale a quella della fuoriuscita dal laboratorio, la quale non è ancora stata categoricamente esclusa». Per fare luce su cosa successe a Wuhan tra la fine del 2019 e l'inizio del 2020, l'Oms ha creato un gruppo di esperti internazionali di diverse discipline che dovranno stabilire lo stato delle conoscenze. Oltre che a preparare le risposte all'emergere di minacce patogene in futuro. In una lunga intervista, che nella sua interezza può essere letta in italiano e in inglese sul sito-web del Corriere, Tedros tra l'altro critica i Paesi ricchi per non essere stati abbastanza generosi nella distribuzione dei vaccini a quelli a basso reddito; invita il G20 che si terrà a fine mese in Italia a prendere iniziative concrete per aumentarne la produzione; chiede di sospendere la somministrazione della terza dose nelle Nazioni già ad alto tasso di vaccinazione; invita a sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini e sui farmaci anti Covid-19; dice di non potere prevedere la fine della pandemia; chiede di non politicizzare la questione delle origini del coronavirus. E fa un'analisi complessiva sullo stato della pandemia e sulle campagne di vaccinazione nel mondo. Riguardo alle inchieste sull'origine della crisi, al dubbio se il virus sia «saltato» da un animale all'uomo oppure sia stato creato nell'ormai famoso laboratorio di Wuhan e poi sfuggito al controllo, Tedros è stato criticato, soprattutto dalla Casa Bianca di Donald Trump ma in misura meno forte anche da quella di Joe Biden, per essere stato influenzato dalla Cina. E di avere mandato a indagare nella città cinese dalla quale tutto nacque un gruppo di scienziati ben accetti alle autorità di Pechino, i quali hanno avuto accesso solo parziale ai dati di laboratorio e hanno poi stabilito che la probabilità maggiore dell'origine sta nel passaggio da animale a uomo, lasciando aperto solo uno spiraglio all'ipotesi laboratorio. Negli ultimi mesi, però, alcuni scienziati americani hanno sostenuto che, analizzando campioni del coronavirus dei primi malati, si capisce che le probabilità di gran lunga maggiori portano a ritenere che la pista giusta sia quella della fuga dal laboratorio. Tedros non chiude la porta a questa possibilità. Ma, purtroppo, se Pechino non collaborerà apertamente permettendo un'inchiesta internazionale indipendente che possa accedere a tutti i dati, quasi certamente la verità inconfutabile sulla nascita della pandemia non potrà essere stabilita. Il direttore generale dell'Oms dice che, nella ricerca delle origini, occorre seguire la strada della scienza. «Ma - aggiunge - abbiamo visto altri fattori, inclusi quelli politici, influenzare gli sforzi e intralciare la nostra capacità di fare progressi e ottenere risposte». Non fa il nome di alcun Paese ma fatto sta che anche sulla nascita del virus il confronto è tra la Cina, che rifiuta sdegnosamente un'inchiesta indipendente, e gli Stati Uniti e altri Paesi che insistono per organizzarla. Nell'intervista, Tedros non usa mezzi termini per stigmatizzare la scarsa generosità dei Paesi più avanzati a condividere i vaccini. «I Paesi ricchi non hanno fatto abbastanza per vaccinare il mondo equamente. Ricorda che le promesse fatte a Covax (l'alleanza per vaccinare i Paesi a basso reddito) e Avat (il fondo africano per la vaccinazione) sono lontane dall'essere mantenute: i contratti con la prima sono stati rispettati per il 9%, quelli con la seconda per l'1%. «Gli impegni, da soli, non salvano vite - dice - non fermano la trasmissione, non immunizzano le persone, non aumentano la capacità manifatturiera e non preparano il mondo a prevenire le emergenze sanitarie del futuro». La realtà è che 56 Stati membri dell'Oms non hanno raggiunto la quota del 10% di vaccinati, mentre l'obiettivo globale dell'Organizzazione è il 40% entro l'anno e il 70% entro la metà del 2022. Tra gli altri passi da compiere, l'Oms ha chiesto di mettere in attesa almeno fino alla fine dell'anno i programmi di richiamo, cioè la terza dose. «Invece di vaccinare coloro che sono già vaccinati dobbiamo vaccinare coloro che corrono il rischio più alto», anche per limitare la creazione di varianti delle quali non si sa che potenza potrebbero avere. Tra l'altro, secondo il direttore generale tra gli scienziati non c'è consenso sulla necessità di una terza dose. Dal G20 di fine mese, Tedros si aspetta una richiesta forte ai Paesi che hanno dosi di vaccino in eccesso affinché le condividano con chi non ne ha. E, aggiunge, dal momento che la produzione non è sufficiente a immunizzare chi deve esserlo, «i Paesi del G20 possono sostenere l'obiettivo di derogare ai brevetti». Le case farmaceutiche produttrici di vaccini e di trattamenti anti Covid-19 efficaci e sicuri dovrebbero trasferire tecnologie per un periodo di tempo limitato. «Non vogliamo minare l'innovazione - sostiene - e i Paesi del G20 possono incentivare i produttori a condividere brevetti e tecnologia». Sullo stato della pandemia, Tedros dice che è in pieno corso, non siamo alla vigilia della fine. «Una cosa di cui siamo sicuri è che questo virus starà con noi per il futuro prevedibile e manterrà il potenziale per continuare a evolvere». Alcuni scienziati, soprattutto nel Regno Unito, ritengono che il virus si declasserà a semplice raffreddore. Su questo il biologo non si sbilancia ma dice che il mondo potrà riaprire pienamente solo quando la copertura vaccinale globale sarà davvero alta. E chiarisce che non sarà l'Oms a dichiarare la fine della pandemia, che è «semplicemente una caratterizzazione della situazione». Tedros ha l'autorità per dichiarare la massima emergenza pubblica internazionale, e l'ha fatto il 30 gennaio 2020. Da allora, ogni tre mesi si riunisce un comitato di esperti internazionali per stabilire se l'emergenza è ancora tale, cioè al massimo livello di allarme. «Finora, chiaramente, questo rimane il caso», dice. Ora, le scelte da fare e le iniziative da prendere sono di fronte ai Paesi più sviluppati e ricchi. Cosa si dovrebbe fare non è oscuro. Il G20 a presidenza italiana ha un'opportunità e una responsabilità».

5 STELLE IN IMBARAZZO SUL CAMPIDOGLIO

La cronaca politica registra una vigilia del secondo turno delle amministrative, segnata dal nervosismo. Soprattutto in casa 5 Stelle. Emanuele Buzzi sul Corriere.

«La polemica, il timore e le contromosse. L'endorsement di Giuseppe Conte a Roberto Gualtieri scatena e divide il gruppo dei Cinque Stelle. «Se andiamo avanti così, possiamo chiedere di votare direttamente il Pd al primo turno», dice tra il serio e il faceto un esponente del Movimento. E ancora: «Chissà se andremo a brindare lunedì dopo il voto». «Come possiamo invocare la coerenza con chi ci ha sostenuto al primo turno?», domanda un altro pentastellato. I malumori sono evidenti, specie alla Camera, dove i rumors sull'addio di 20-30 deputati prima di fine anno si fanno più insistenti. C'è chi si allarma: «Rischiamo di fare la fine di Sel». E chi, come Giulia Grillo, manifesta apertamente i suoi dubbi. Secondo l'ex ministra «Si rischia di andare a traino del Pd, di non avere un'identità». Grillo all'Adnkronos parla di «appiattimento palese» nei confronti dei dem. E rilancia: «Ci vuole un progetto di ricostruzione a livello politico. Se c'è un progetto forte, in cui ci si riconosce tutti, questo sfaldamento non avverrà; ma se si continua col procrastinare le decisioni importanti, alla fine il rischio concreto di non riconoscersi più in un progetto per cui spendersi, c'è». L'ala più vicina a Raggi cerca di non turbare la tregua di cristallo che c'è nel Movimento fino al ballottaggio (mentre i 4 consiglieri dissidenti della giunta Raggi appoggiano Gualtieri). Ma il malessere traspare. C'è chi minimizza: «Chi vuole andarsene è anche chi guarda caso ha arretrati con le restituzioni». E i contiani fanno scudo: «Vogliono andarsene? È un'occasione persa per loro. Stanno sottovalutando la forza di Conte, che non va calcolata certo con le Amministrative ma con il voto delle Politiche». Ma se da un lato i fedelissimi dell'ex premier lo difendono a spada tratta, dall'altro si fanno la guerra tra loro per un posto al sole, alimentando la catena dei veleni interni. Una situazione scivolosa su cui Conte intende intervenire al più presto. Il presidente del M5S intende riportare tranquillità tra le sue fila. L'idea è quella di coinvolgere il più possibile i pentastellati nella segreteria. L'ex premier ha in mente di creare una «struttura importante» e un ruolo rilevante sarà svolto proprio dai suoi vice. Ciascuno di loro avrà deleghe pesanti, a partire da nodi cruciali come quelli economici. E poi chiarirà al gruppo che il M5S contiano non vuole essere subalterno ai dem. Un Movimento da cui è sempre più lontano Alessandro Di Battista, che oggi è stato al centro di un battibecco con le M5S Elisa Pirro e Loredana Russo. L'ex deputato ha attaccato i senatori per vie delle scarse presenze in Aula nell'ultimo mese: «13 mila euro al mese per meno di due giorni a settimana» di lavoro. Replica Russo: «Ho sbirciato sulle tue presenze. Tu dov' eri?». Chiude Di Battista: «Ormai rispondete più a me che a De Luca. Contenti voi...». Intanto, il Movimento torna a battagliare alla Camera per l'ergastolo ostativo (ossia una pena senza fine che nega ogni misura alternativa al carcere e ogni beneficio penitenziario a chi è stato condannato per reati gravi). I Cinque Stelle attaccano: «Ci ha profondamente stupito che Italia viva e il centrodestra abbiano scelto di non sostenere la nostra proposta di legge, ritenendola troppo restrittiva». Nella maggioranza si cerca una mediazione in commissione Giustizia. L'avvio delle votazioni slitta alla prossima settimana».

CENTRO DESTRA UNITO SU MICHETTI

Maldipancia anche nel centro destra che prova a ritrovare concordia sul candidato sindaco al Campidoglio. Piefrancesco Borgia sul Giornale.

«Carta canta! E nero su bianco le promesse diventano un imperativo inderogabile. Ed è cosi che in occasione della conferenza stampa finale della campagna elettorale per portare Enrico Michetti alla guida del Campidoglio i leader della coalizione hanno voluto redigere un «patto» (articolato in cinque punti fondamentali) da firmare a favor di telecamere. È accaduto nel cuore di Roma, nella sala conferenze del Tempio di Adriano a piazza di Pietra. Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Lorenzo Cesa, Maurizio Lupi e Vittorio Sgarbi hanno posto in calce al documento la loro firma. Insieme con Michetti si batteranno per riformare la governance, riconoscendo alla Capitale «più autonomia», per avviare un decentramento delle funzioni amministrative, ridefinendo l'assetto dei municipi». Con questo patto, spiegano i leader, la coalizione si impegna ad affidare al sindaco di Roma «poteri commissariali speciali sul modello Genova per affrontare le gravi carenze infrastrutturali della città» e «maggiori poteri su settori strategici, come la sicurezza, il decoro urbano, i trasporti e la viabilità, gestione del patrimonio culturale e il governo del territorio, l'ambiente». E, infine, a sostenere l'approvazione di una legge statale che dia alla città gli strumenti amministrativi e finanziari indispensabili per organizzare il Giubileo del 2025. Un patto che rappresenta una netta presa di distanza dalle giunte che hanno amministrato il Campidoglio negli ultimi lustri. Ed è lo stesso leader azzurro a marcare la novità della candidatura di Michetti per un centrodestra unito e compatto. «Roma ha bisogno di discontinuità e solo il centrodestra guidato da Michetti può garantirla - dice Berlusconi ai suoi - Significa abbassare le tasse e aumentare l'efficienza, ma anche valorizzare Roma come merita». Roma, fanno notare i firmatari del patto, non è una città come le altre. Oltre a essere la capitale è anche il Comune più grande e più popoloso, con la maggiore concentrazione di beni storici al mondo. Ospita, tra l'altro, lo Stato della Città del Vaticano e numerose organizzazioni internazionali e uffici diplomatici internazionali. «Al pari delle altre grandi città europee e mondiali - si legge nel documento -, Roma deve essere dotata di poteri all'altezza del suo ruolo e merita il riconoscimento da parte di tutta la Nazione per le funzioni che svolge e il peso che sostiene nel farlo». Giorgia Meloni, che per prima ha indicato Michetti quale candidato del centrodestra, lamenta il clima intimidatorio dei media che focalizzano l'attenzione soltanto sull'allarme democratico rappresentato da Forza Nuova. «La compattezza delle nostra coalizione è qui sotto gli occhi di tutti - osserva - e siamo qui per parlare di programmi». Anche il coordinatore azzurro Antonio Tajani parla di programma e di visione della città. «Abbiamo perso le Olimpiadi a Roma e per l'economia cosa si è fatto? Abbiamo una visione di Roma per il futuro - dice l'europarlamentare azzurro -, per questo chiediamo più poteri per la Capitale». Michetti poi aggiunge che oltre la visione del futuro c'è l'urgenza di un degrado urbano e di un caos rifiuti da affrontare subito. Il candidato ha già ricevuto l'ok di Guido Bertolaso che in caso di vittoria del centrodestra verrà nominato commissario ai rifiuti. «Michetti va ringraziato soprattutto per come ha condotto questa campagna - dice il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, presente insieme con gli altri leader al Tempio di Adriano - all'insegna della sobrietà dei contenuti. Con la scelta di Bertolaso, Michetti dimostra che si vince ripartendo dalle competenze».

C’È UN MIRACOLO. PAPA LUCIANI BEATO

Albino Luciani, Giovanni Paolo I, restò sul soglio di Pietro solo 33 giorni, uno dei pontificati più brevi della storia. Ieri Papa Francesco ha decretato che Giovanni Paolo I sarà beato, riconoscendo il miracolo da lui compiuto. Manca solo la data e a stabilirla sarà lo stesso Bergoglio. Il miracolo con il quale il processo di beatificazione è giunto al traguardo è la guarigione, il 23 luglio 2011 a Buenos Aires, di una bambina undicenne affetta da grave malattia e ormai in fin di vita. Domenico Agasso sulla Stampa.  

«È disperato il volo dell'elicottero da un ospedale dello Stato argentino del Paraná al prestigioso Istituto Favaloro, nosocomio tra i più all'avanguardia nella capitale Buenos Aires. Ci sono scarsissime speranze di salvare la vita alla piccola Irene (nome di fantasia), una bambina affetta da «grave encefalopatia infiammatoria acuta, stato di male epilettico refrattario maligno, shock settico», come si legge nel bollettino medico. È il mese di maggio dell'anno 2011. La migliore aspettativa per la ragazzina è lo stato vegetativo. E invece dieci anni dopo, quella bambina è diventata una ragazza di 21 anni che sta bene, ha finito regolarmente gli studi secondari e adesso frequenta, allegra e determinata, l'università nell'entroterra argentino, dando prospettive incoraggianti alla sua famiglia - madre e due sorelle - che vive in dignitosa povertà. E Irene con la sua famiglia ieri ha esultato e festeggiato - «era felicissima», assicura chi le ha parlato - alla notizia giunta dall'altra parte del mondo, dalle Sacre Stanze vaticane: il suo «salvatore», Albino Luciani diventato papa Giovanni Paolo I per trentatré giorni nel 1978, diventerà beato per volere di un successore, Francesco, conterraneo della «miracolata». Per la beatificazione di un non martire, la Chiesa «pretende» un miracolo. Ecco com' è andata. Il calvario di Irene è iniziato «il 20 marzo 2011» - si legge nelle carte della Congregazione delle Cause dei Santi - con «un forte mal di testa che continuò sino al 27 marzo, quando si manifestarono febbre, vomito, disturbi comportamentali e della parola». La diagnosi è devastante: «Encefalopatia epilettica ad insorgenza acuta, con stato epilettico refrattario ad eziologia sconosciuta». Il quadro clinico è gravissimo, con numerose crisi epilettiche quotidiane, «tanto che fu necessario intubarla». Passano due mesi, e la situazione non migliora. Così, il 26 maggio «la piccola venne trasferita, con prognosi riservata, a Buenos Aires». Altri due mesi senza luce all'orizzonte. E il 22 luglio la condizione clinica «peggiorò ulteriormente per la comparsa di uno stato settico da broncopolmonite». I dottori convocano i familiari per pronunciare la sentenza di «morte imminente». Ma non hanno tenuto conto di un parroco, padre Josè, il pastore della parrocchia vicina. Il prete «si recò al capezzale della piccola e propose alla madre di chiedere insieme l'intercessione di Giovanni Paolo I, al quale era molto devoto». Quella notte - con «un lungo momento di preghiera», racconta il postulatore della causa, il cardinale Beniamino Stella - chi vuole bene a Irene si aggrappa spiritualmente alla veste bianca del Papa veneto morto 33 anni prima, per domandargli di «convincere» Dio a compiere il prodigio. Il giorno dopo, 23 luglio 2011, nella sorpresa generale, si registra «un rapido miglioramento dello shock settico, che continuò con il recupero della stabilità emodinamica e respiratoria». E nelle settimane successive sarà un susseguirsi di buone e straordinarie novità. L'8 agosto la paziente viene «estubata»; il 25 agosto «lo stato epilettico apparve risolto e il 5 settembre la paziente venne dimessa». La bambina riacquisterà «la completa autonomia fisica e psico-cognitiva-comportamentale». Guarita. Inspiegabilmente dal punto di vista medico-scientifico. Per i teologi si è dimostrato chiaro «il nesso causale con l'invocazione a Giovanni Paolo I». Oltretevere spiegano che si tratta di una «restitutio ad integrum», uno di quei miracoli «grossi», di più c'è solo la resurrezione: significa che sono stati pienamente ricostituiti i gravi danni, in particolare al cervello, provocati dalla malattia».

MIGRANTI, LE FOTO DELL’ORRORE

Sono state diffuse dal sito Libya Observer immagini durissime, di migranti senza vita su un’imbarcazione al largo della Libia. Giansandro Merli per Il Manifesto.

«Uomini in piedi sul ponte scoperto di una barca in legno che tirano fuori dallo spazio sottocoperta altri uomini, ma privi di vita. Quindici corpi con gambe e braccia penzoloni, stesi sull'imbarcazione che avrebbe dovuto portarli lontano dall'inferno libico. Le immagini diffuse dal sito Libya Observer mostrano meglio di qualsiasi parola l'orrore che va in scena nel Mediterraneo. L'ultima strage è avvenuta tre giorni fa a meno di 15 chilometri dalle coste di Zuwara, ne avevamo dato notizia ieri. Il video riguarderebbe quel tragico episodio. Il centralino Alarm Phone (Ap) aveva lanciato l'allarme lunedì mattina intorno alle 9, parlando di 105 persone in pericolo e chiedendo un soccorso immediato. A un certo punto, dalle informazioni ricevute, sembrava che la barca si fosse ribaltata. La sedicente «guardia costiera» libica, però, è arrivata molte ore dopo, quando per i migranti che viaggiavano nella parte interna non c'era più nulla da fare: asfissiati. Le immagini sono girate dalla motovedetta, che dovrebbe essere la Sabratha 654 regalata da Roma a Tripoli nel 2010. Per Ap tra l'allarme e il soccorso sono passate 10 ore, nonostante i migranti fossero vicino alla costa. «Questo caso, come tanti altri, mostra che il fine della cosiddetta guardia costiera libica è di impedire alle persone di raggiungere l'Europa. Possono affogare o essere respinte, l'importante è che non tocchino il suolo europeo», accusa Ap su Twitter. Nel frattempo a Bruxelles si discute di un nuovo sostegno alle autorità nordafricane, forse un premio per il record di intercettazioni in mare: 26.314 fino al 9 ottobre scorso contro le 11.891 di tutto il 2020. La Commissione starebbe per donare nuove motovedette, dopo averne recentemente riparate tre. I morti, comunque, sono anche a terra. Un venticinquenne sudanese, fuggito dal conflitto del Darfur, è stato assassinato nella notte tra lunedì e martedì davanti al Community Day Centre (Cdc) dell'Unhcr di Tripoli. Migliaia di rifugiati sono accampati lì davanti da dodici giorni per chiedere di essere protetti ed evacuati. La protesta è esplosa dopo i rastrellamenti nel quartiere di Gergaresh che hanno portato alla detenzione di 4/5 mila persone. L'omicidio è avvenuto davanti alla folla, da parte di uomini libici a volto coperto che hanno colpito e poi sparato il ragazzo. Poche ore prima c'era stato un incontro tra una delegazione di migranti, l'Unhcr e il ministro dell'Interno libico, che si è lamentato dei problemi causati dall'accampamento e ha proposto il trasferimento nel centro di prigionia di Ain Zara. «Abbiamo rifiutato e dopo è stata usata violenza contro di noi», racconta a il manifesto un ragazzo che dal 2 ottobre è in strada. L'Unhcr si è detta «profondamente angosciata» per l'accaduto. Fuori i rifugiati sono uniti nel chiedere l'evacuazione verso un Paese sicuro. I voli delle Nazioni Unite, però, sono bloccati da tempo per decisione delle autorità libiche. L'ultimo è stato annullato il 12 agosto dopo che le persone avevano già lasciato le impronte e fatto il tampone. Sarebbero dovute andare in Niger, ad attendere il ricollocamento. Di recente ci sono state timide aperture alla possibilità di riprendere questi trasferimenti, ma le procedure sono lunghe e tanti altri sono in coda da tempo. Quei voli non potranno soddisfare i bisogni di chi protesta. Servirebbe uno scatto di dignità dei Paesi europei, come avvenuto per i profughi afghani. Ma all'orizzonte non c'è nulla. È invece concreto il rischio di nuove violenze da parte delle autorità libiche. Intanto più a nord, nel mare tra Italia e Tunisia, Ap ha lanciato un nuovo allarme: 97 persone partite dalle isole di Kerkennah sono in pericolo».

IL RICATTO DEI TALEBANI SUI PROFUGHI

A proposito di profughi afghani, c’è stato un «monito» dei Talebani durante i colloqui con Stati Uniti ed Europa in Qatar. Il Canada annuncia intanto l’accoglienza di 40mila rifugiati mentre Putin sottolinea: «Sono stati gli Usa a causare questa tragedia». Paolo M. Alfieri per Avvenire.

«Indebolire il governo afghano» con le sanzioni «non è nell'interesse di nessuno, perché gli effetti negativi toccherebbero direttamente il resto del mondo nell'ambito della sicurezza e delle migrazioni economiche dal Paese». All'indomani del G20 allargato straordinario sull'Afghanistan, arriva il monito del ministro degli Esteri taleban, Amir Khan Muttaqi, che a Doha, in Qatar, ha incontrato le delegazioni di Usa e Ue. «Invitiamo i Paesi del mondo a porre fine alle sanzioni esistenti e a permettere alle banche di operare normalmente, in mo- do che i gruppi caritatevoli, le organizzazioni e il governo possano pagare gli stipendi ai propri dipendenti con le proprie riserve e l'assistenza finanziaria internazionale», ha proseguito Muttaqi. I taleban hanno chiesto più volte lo sblocco dei fondi della Banca centrale di Kabul congelati all'estero, per lo più negli Stati Uniti, che ammonterebbero a circa 9 miliardi di dollari. Il G20, presieduto dall'Italia, si è occupato soprattutto della catastrofe umanitaria in Afghanistan, dando mandato all'Onu per avere una road map per procedere agli aiuti umanitari in modo coordinato. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha peraltro sottolineato la necessità di avviare contatti con i taleban proprio per gestire gli aiuti, contatti che però «non significano un riconoscimento» della formazione al potere a Kabul. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato che l'Ue destinerà un miliardo di euro agli aiuti al popolo afghano, mentre altri 300 milioni di dollari sono stati annunciati dagli Stati Uniti. I taleban sanno di potersi «giocare » il nodo dei profughi nei colloqui intavolati proprio con Usa e Ue e provano ad agganciarvi il tema delle sanzioni. Sulla necessità di eliminare le sanzioni unilaterali aveva spinto proprio durante il G20 la Cina, insieme alla Russia desiderosa, per ragioni di sicurezza ed economiche, di avviare rapporti con i taleban. Il premier canadese Justin Trudeau, da parte sua, ha annunciato ieri che il Canada accoglierà 40mila rifugiati dall'Afghanistan ed ha esortato gli altri Paesi ad «aumentare il loro sostegno per reinsediare i rifugiati in sicurezza». Sulla necessità di proseguire il dialogo con Kabul ha insistito ieri il ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman, che ha peraltro sottolineato che un eventuale riconoscimento dei taleban non è una priorità. A intensificare i suoi rapporti con la formazione al governo a Kabul è la Russia, che tra una settimana ospiterà una delegazione taleban a Mosca. Vladimir Putin è tornato ieri ad accusare gli Usa, sostenendo che è stato il loro coinvolgimento in Afghanistan a portare il Paese alla «tragedia».

Le spose bambine di Kabul. 2500 Il prezzo massimo in dollari di una sposa bambina. Sono 34% le donne afghane fra i 20 e i 24 anni che si sono sposate prima dei 18 anni. Giordano Stabile inviato a Beirut per La Stampa.

«I taleban minacciano l'Europa con «un'ondata di rifugiati» se non verranno subito tolte le sanzioni economiche, mentre l'Afghanistan precipita nella miseria ed esplode il fenomeno della spose-bambine, minorenni cedute a uomini di mezza età per denaro. Era una piaga già sotto il precedente governo, frenata però dagli aiuti umanitari e dall'azione delle Ong internazionali, a cominciare dall'Unicef. Adesso le province rurali sono tagliate fuori dal mondo e la fame colpisce con durezza sempre maggiore, soprattutto nelle aree centrali del Paese. Lontano da Kabul i matrimoni combinati tra famiglie sono una tradizione ancestrale ma la povertà estrema ha stravolto tutto e genitori disperati sono arrivati a vendere le figlie ancora in fasce, a volte di un solo anno, come ha denunciato l'agenzia locale Raha. Mancano i soldi e molte famiglie non riescono a comprare cibo a sufficiente. Allora cedono le figlie a famiglie più abbienti, a un prezzo che varia dai 100 mila ai 205 mila afghani, pari adesso a 1000-2500 dollari. Se il pretendente non ha contanti, paga in natura, cibo, bestiame oppure armi. Il rapporto ha analizzato in particolare la situazione nella remota provincia di Ghor, dove la situazione umanitaria è oltre il livello di guardia. La siccità eccezionale ha dimezzato i raccolti. Il flusso di denaro dagli uffici pubblici si è prosciugato, perché il governo del nuovo Emirato islamico non ha neppure i soldi per pagare gli stipendi agli impiegati. L'altra risorsa, gli aiuti internazionali distribuiti dalle Ong, è a zero. In un mese e mezzo la provincia, come le altre confinanti, ha fatto un balzo indietro di vent' anni, se non di più. Le tradizioni pashtun non aiutano. Oltre alla legge islamica la vita nelle campagne è regolata dal «pashtunwali», un codice d'onore informale, orale, che regola soprattutto i rapporti fra le famiglie. Dal «pashtunwali» deriva la leggendaria ospitalità dei Pashtun, capaci di dare la vita per proteggere un loro ospite. Ma deriva pure una concezione della donna che la vede spesso come una merce di scambio. Il codice prevede per esempio il «baad», un matrimonio combinato per risolvere una disputa tra famiglie, persino con fatti di sangue. Oppure il «badal», lo scambio di spose fra due clan, in modo da cementare un'alleanza. La vendita delle figlie non è prevista dal «pashtunwali» ma è di fatto quello che avviene con il pagamento della dote. La miseria spinge l'età delle spose sempre più in basso. Un rapporto dell'Unicef del luglio 2018 ha calcolato che il 34 per cento delle donne fra i 20 e i 24 anni, e il 7 per cento degli uomini, si è sposato prima di compiere 18 anni, l'età minima consigliata dall'Onu. Il precedente governo aveva stabilito all'articolo 70 del codice civile un'età minima di sedici anni per le ragazze e di 18 per gli uomini e considerava «forzato» ogni matrimonio sotto quel limite. Ma il nuovo governo taleban ha spazzato via tutto. Per le bambine di Ghor e delle altre province rurali non si pone neanche il problema. I matrimoni precoci sono la principale causa dell'abbandono scolastico. L'Afghanistan si chiude in un cupo Medioevo».

AL SADR VINCE LE ELEZIONI IN IRAK

Al Sadr guida il partito più forte nel Parlamento di Baghdad. Lorenzo Cremonesi per il Corriere.

«Da vittima delle persecuzioni di Saddam Hussein, a estremista religioso accusato di terrorismo, sino a leader del dialogo con la sinistra laica (persino disposto ad allearsi con i comunisti) e oggi dirigente di una delle massime formazioni politiche sciite che potrebbero guidare il prossimo governo di Bagdad: è per lo meno camaleontica la carriera di Muqtada Al Sadr uscito vincente alle elezioni parlamentari irachene di domenica scorsa. A 47 anni, figlio di una delle più importanti dinastie politiche e religiose dell'universo sciita iracheno, diventa ago della bilancia nei complessi equilibri di potere del suo Paese. Il suo Blocco sadrista ha ottenuto 73 seggi sui 329 totali e diventa così il più forte partito nel Parlamento. I risultati ufficiali non sono ancora noti, ma sembra che l'affluenza alle urne sia attorno al 41 per cento, una delle più basse (sebbene più alta del 30 per cento paventato inizialmente) delle cinque tornate elettorali seguite all'invasione americana e la defenestrazione di Saddam nel 2003. Al Sadr dovrà comunque impegnarsi a creare una coalizione che dovrebbe comprendere i moderati sciiti del premier attuale Mustafa Al-Kadhimi (la costituzione prevede sia il parlamento poi a scegliere il prossimo premier) assieme ai partiti curdi e probabilmente con il sostegno dei moderati sunniti. Un compito non facile in un Paese lacerato da forti proteste interne, vittima del braccio di ferro tra i Paesi sunniti guidati dall'Arabia Saudita contro quelli sciiti legati a Teheran, oltreché diviso sulla presenza delle truppe americane. Sono comunque in tanti a sostenere che Al Sadr abbia ormai maturato le qualità di negoziatore pragmatico disposto al dialogo con i nemici di ieri. La sua figura è profondamente legata alle tragiche vicende dell'Iraq post-2003. Aveva studiato nelle scuole degli ayatollah di Teheran, suo padre, Mohammad Sadeq Al Sadr, nel 1999 era stato ucciso dai sicari di Saddam con l'accusa di organizzare la rivolta armata. Ma già pochi mesi dopo l'invasione, gli americani gli imputavano di avere ordito le trame per l'assassinio di Abdul-Majid al Khoei, il leader sciita moderato che avrebbe dovuto guidare la transizione. Al Sadr passò alla guerriglia. Le sue squadre armate cominciarono ad aggredire le truppe americane e della coalizione alleata nelle regioni sciite del sud. Nel 2011, all'inizio del ritiro di larga parte dell'esercito americano, ancora Al Sadr cominciò ad aprire ai partiti di maggioranza. La scelta moderata lo premiò al voto del 2018 e guadagnò 58 seggi. Da allora è sempre più l'uomo del dialogo: ha preso le distanze da Teheran, critica le milizie sciite estremiste, appoggia le richieste popolari che nelle rivolte di piazza del 2019 volevano «pane e lavoro». Nel gennaio 2020, dopo l'assassino americano a Bagdad del leader militare sciita Qasem Soleimani, è tornato a chiedere a gran voce il totale ritiro Usa dalla regione evitando di apparire come totalmente schierato con Teheran. Oggi il suo percorso ventennale pare essere compiuto: il voto lo premia come leader nazionalista dedito a costruire l'Iraq unito del futuro».

LA UE STUDIA L’ACQUISTO COMUNE DI GAS

La proposta della Commissione sarà esaminata fra una settimana dai leader della Ue. L’idea di Bruxelles è procedere all’acquisto comune di gas, per far fronte all’impennata dei prezzi dell’energia. Beda Romano sul Sole 24 Ore.

«Dinanzi al forte aumento del prezzo dell'energia, la Commissione europea ha presentato ieri possibili misure d'emergenza da introdurre a livello nazionale. Sul fronte comunitario, Bruxelles ha proposto l'acquisto in comune di gas. Il pacchetto di provvedimenti, che verrà discusso dai capi di Stato e di governo nel vertice previsto la settimana prossima, rischia di deludere coloro che vorrebbero riformare radicalmente il mercato europeo dell'energia. La comunicazione presentata ieri contiene due parti. La prima stila una serie di misure da prendere nel breve termine. La seconda invece prevede provvedimenti di medio-lungo periodo. Sul primo versante, non vi sono novità di sostanza rispetto a quanto già emerso nei giorni scorsi (si veda Il Sole 24 Ore del 5 ottobre). Tra le altre cose, Bruxelles autorizza i governi ad adottare misure di sostegno al reddito, a ridurre eventualmente l'imposizione, e ad accettare dilazioni nel pagamento delle bollette. In una conferenza stampa la commissaria all'Energia Kadri Simson ha spiegato la filosofia che sottintende alla panoplia di provvedimenti presentati ieri. Queste misure, ha detto, «devono essere mirate soprattutto ai gruppi più vulnerabili» e alle piccole imprese, devono «essere facilmente adattabili» una volta che la situazione migliorerà in primavera, e «devono evitare di interferire con la dinamica del mercato dell'elettricità» o di mettere a rischio la transizione ambientale verso le fonti rinnovabili. Più interessante è la parte dedicata alle misure di medio-lungo termine. «La Commissione - si legge nella comunicazione - esaminerà i possibili vantaggi dell'acquisto congiunto di stock di riserva di gas da parte di enti regolamentati o autorità nazionali per consentire di mettere in comune le forze e creare riserve strategiche. La partecipazione al sistema di acquisto congiunto sarebbe volontaria e il sistema dovrebbe essere strutturato in modo da rispettare le regole della concorrenza». L'obiettivo è doppio. Agire in solido significa avere maggiore peso contrattuale al momento dell'acquisto. Significa, altresì, affrontare più facilmente gli eventuali cali di produzione nei Paesi fornitori. «È probabile che i prezzi all'ingrosso del gas rimarranno alti durante i mesi invernali e diminuiscano a partire da aprile 2022», afferma la Commissione. Nel contempo, Bruxelles chiederà «ai regolatori europei dell'energia di studiare vantaggi e svantaggi dell'attuale struttura del mercato dell'elettricità e di proporre raccomandazioni». Attualmente il prezzo dell'elettricità dipende nei fatti da quello del gas, anche nei Paesi dove la corrente elettrica proviene da altre fonti di energia, come il nucleare. Inoltre, l'autorità di vigilanza sui mercati (l'Esma) dovrà indagare sulla speculazione finanziaria nel mercato delle quote di emissioni ETS. Nella sua comunicazione, l'esecutivo comunitario ha cercato di trovare un equilibrio tra le posizioni degli Stati membri. Mentre i Paesi del Nord ritengono che l'aumento dei prezzi sia passeggero e preferiscono evitare fughe in avanti, molti al Sud ritengono che la situazione riveli problemi più strutturali e vuole quindi riforme in profondità. La questione sarà discussa dai capi di Stato e di governo nel vertice europeo del 21-22 ottobre prossimi. Più in generale, molti osservatori si chiedono se l'attuale assetto del mercato europeo dell'energia, che oggi lascia ai governi libertà nel decidere il mix energetico, sia compatibile con gli obiettivi ambientali dell'Unione. Un rapporto dell'ufficio studi del Parlamento europeo, che verrà discusso oggi in Commissione Industria, rivela che i costi derivanti da una assenza di integrazione in questo campo ammonteranno nel 2050 al 5,6% del Pil».

SALONE DEL LIBRO

Apri oggi a Torino il Salone del Libro. Lo presenta Nicola Lagioia sulla Stampa.

«Ricominciare a Torino. Si apre oggi la XXXIII edizione del Salone Internazionale del Libro. È un segnale fortissimo per il ritorno alla normalità, ma è anche un'occasione - in una città che vuole continuare a svolgere un ruolo importante - perché l'Italia ribadisca una centralità nell'ambito che forse meglio ci rappresenta nel mondo, quello legato alla cultura. Quando molti mesi fa abbiamo cominciato a lavorare a questa edizione - una delle più impegnative, e sì che ce ne sono state - abbiamo dovuto fare «come se». Abbiamo scommesso cioè sul futuro quando il presente era cupo, puntando sul fatto che la campagna vaccinale sarebbe stata condotta in modo da consentire il pieno svolgimento di un evento di questo tipo. L'Italia, nel frattempo, ha ripreso a vivere, hanno riaperto i bar e i ristoranti, quindi i cinema e i teatri (senza teatro non c'è polis). Le disposizioni degli ultimi giorni hanno poi riportato al 100 per cento la capienza anche per i luoghi destinati alla cultura e allo spettacolo. Se non un segno è una fortunata coincidenza, ma bisognava averci creduto con il giusto anticipo per poterla cogliere. Seconda scommessa: non volevamo una fiera in tono minore. Non lo voleva la comunità che le si stringe intorno, e men che meno gli editori, il cui coraggio e la cui visione (anche qui, bisognava volere un futuro) consentiranno a questo Salone di essere uno dei più grandi e cosmopoliti di sempre. Ecco il terzo punto. Quando le frontiere erano chiuse, e i viaggi all'estero proibitivi, ritenevamo che sarebbe stato un Salone tutto italiano. Sarebbe stato comunque bello, tenendo conto del valore enorme di molte voci di casa nostra. Poi, però, il disgelo è cominciato anche su questo versante, le frontiere si sono aperte, e così autrici e autori provenienti da tutti gli angoli del mondo (volti nuovi e grandi nomi) si sono dati appuntamento al Salone. Da quando c'è stata la pandemia è la prima volta, a livello internazionale, che un evento di queste dimensioni legato al libro si svolge in presenza. Torino, come è già capitato, si trova a fare da apripista, questo le fa onore ma significa anche che manterrà questo primato probabilmente per mesi. È un'occasione, per una città che si interroga problematicamente sul suo futuro. Chissà che qualche risposta non arrivi dal Salone. La buona notizia è che il libro non solo ha resistito ma si è rilanciato. Abbiamo letto di più durante il periodo critico della pandemia, e stiamo continuando a farlo anche adesso che il peggio si allontana. Il libro in questi mesi ha rappresentato per milioni di italiani un rifugio, un conforto, una fonte di complessità e di coinvolgimento emotivo, uno strumento di conoscenza indispensabile. Ciò nonostante, l'Italia resta un Paese fragile sotto questo punto di vista. La promozione della lettura è una battaglia di civiltà, di democrazia, ha a che fare con la crescita di individuale e sociale. Per vincerla, una buona volta, serve un'alleanza tra operatori del settore e istituzioni che sia in grado di tenere insieme in modo virtuoso le case editrici, le biblioteche, le librerie, e soprattutto le scuole, il luogo da cui tutto dovrebbe cominciare. Il Salone del Libro è la giusta sede per discutere di questo. Nell'anno dantesco non ancora terminato: stiamo tornando a rivedere le stelle? Dipenderà dalla qualità dei nostri sguardi, dalla pulizia delle nostre menti, dalla capacità di immaginare un futuro, dal modo in cui ci riavvicineremo gli uni agli altri, adesso che possiamo farlo. Possiamo farlo qui, oggi. Bentornati a Torino».

Leggi qui tutti gli articoli di giovedì 14 ottobre:

https://www.dropbox.com/s/1leeqnh9sh6ep4u/Articoli%20La%20Versione%2014%20ottobre.pdf?dl=0

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/per gli aggiornamenti della sera.

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