Terza dose per tutti

Riparte il virus in Italia, boom in Europa. Brusaferro: richiamo per tutti. Trattativa sul Bilancio: oggi Draghi vede i sindacati. Conte e Letta a tavola. Mr B conta i voti, Segre proposta dal Fatto

Non è chiaro se sono i primi freddi autunnali o le politiche adottate dai vari Paesi europei ma resta il fatto che ci sono nuovi numeri preoccupanti del contagio in Europa: GB, Germania, Romania e Russia in prima linea. Anche da noi, dopo tante settimane di calo, ci sono segnali preoccupanti. Ieri Brusaferro dell’Iss ha ufficializzato che la terza dose sarà probabilmente necessaria per tutti. Non solo per fragili o sanitari, com’è stato fino ad oggi. La somministrazione dovrebbe seguire la cronologia delle seconde dosi, come accade già in qualche regione, come Lazio e Lombardia, perché sarà possibile farla solo 6 mesi dopo l’ultima vaccinazione. In pochi giorni sapremo se anche chi ha fatto la monodose di J&J avrà bisogno del richiamo e quanto tempo dopo.

Entro giovedì si deve chiudere la trattativa sulla nuova legge di Bilancio, perché poi comincia il G20. Le cifre sono quelle contenute nella lettera mandata a Bruxelles, ma si tratta di vedere come i numeri saranno distribuiti. Ieri Salvini è stato da Draghi, insistendo ancora su Quota 100, mentre i 5 Stelle premono perché non sia abbandonata la politica dei bonus. Oggi è importante il faccia a faccia di Draghi con i sindacati. Libero sostiene che il Premier è già “stufo” delle continue richieste dei partiti e del loro assedio. Vedremo.

Intanto negli schieramenti ci sono grandi manovre, anche in vista del Quirinale. Ieri Letta e Conte hanno mangiato insieme in una trattoria del centro di Roma, fatto “privato” secondo il segretario del Pd. Ma certo avranno parlato delle prossime scadenze: le indiscrezioni raccontano che il leader dei 5 Stelle sia stato molto critico verso Paolo Gentiloni, uno dei possibili candidati Pd al Colle. Nel centro destra ci saranno due riunioni con Berlusconi: una allargata alla Meloni e l’altra solo con Forza Italia, la Lega e i ministri. Intanto il Cav compulsa il pallottoliere: mancano ancora una cinquantina di voti per arrivare alla Presidenza della Repubblica. Il Fatto lancia la candidatura della senatrice a vita Liliana Segre.

Dall’estero colpo di Stato militare in Sudan. Raccapricciante notizia dall’Afghanistan, lanciata da Save the children: otto fratelli sono morti di fame nelle ultime ore. Erdogan fa marcia indietro: non espellerà gli ambasciatori dei 10 Paesi. Dati sconfortanti sull’inquinamento da gas serra, aumentato anche nell’anno di lockdown, in un nuovo rapporto pubblicato in vista della Cop26 di Glasgow.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Le parole di Brusaferro e i dati del contagio in Europa spingono ancora il Corriere della Sera ad un titolo sulle vaccinazioni: Verso la terza dose per tutti. Anche il Quotidiano Nazionale fa la stessa scelta: Ora è ufficiale: terza dose, e in fretta. La Verità sempre controcorrente non vede l’emergenza in Europa: Tutte le balle sui pazienti inglesi. Per il resto la trattativa sul nuovo Bilancio catalizza l’attenzione dei titolisti. Avvenire dice che è un: Rebus pensioni. Il Manifesto ritrae Draghi e Franco accompagnati dall’ironico titolo didascalia: Sbilanciati. Il Mattino è sicuro: Pensioni, dialogo con Salvini ma si tornerà alla Fornero. Il Messaggero è dello stesso avviso: Pensioni, verso la Fornero. La Repubblica vede un: Ultimatum a Draghi. La Stampa si concentra sull’incontro odierno di Draghi con Cgil, Cisl e Uil: Pensioni, i sindacati alzano il muro. Libero sostiene che: Draghi si è stufato. Sull’omofobia va il Domani: Letta non riesce più a difendere la legge Zan: o cambia o muore. Il Fatto lancia un nome per il Quirinale: B. inizia lo shopping. Noi votiamo la Segre. Il Giornale torna sui disordini in piazza: Trattativa Stato-fasci. Lamorgese nei guai. Il Sole 24 Ore spiega il possibile nuovo salvataggio della banca di Siena: Mps, un piano per comprare tempo.

VERSO LA TERZA DOSE PER TUTTI

Forte ripresa dei contagi in tutta Europa, e numeri che tornano a preoccupare anche in Italia. Il governo ha chiesto l'ok all'Aifa dopo il report Usa sul calo di efficacia del monodose Johnson & Johnson. Intanto l'Ema ha dato il via libera alla terza dose per i maggiorenni con Moderna ma con metà del dosaggio e trascorsi 6-8 mesi dal completamento del ciclo vaccinale. La cronaca di Michele Bocci per Repubblica.

«La domanda arriverà già questa settimana. Il ministero alla Salute chiederà all'Aifa, agenzia del farmaco, un parere sul via libera alla seconda dose per chi ha fatto il vaccino Johnson& Johnson. Dopo che la statunitense Fda ha suggerito di farla a chi ha ricevuto la somministrazione del vaccino Janssen, la cui copertura sarebbe più breve di quella dei medicinali a Rna messaggero, si muove anche l'Italia. E lo fa velocemente, visto che è disposta ad arrivare al via libera per il richiamo nel giro di pochi giorni, anche prima dell'Ema, se questa non deciderà a breve. Si discute della nuova iniezione per i vaccinati con Johnson&Johnson quando il nostro Paese vede risalire non solo il numero dei casi, probabilmente perché si fanno più tamponi per l'obbligo di Green Pass al lavoro, ma anche di ricoveri e decessi settimanali. E così si pensa alla terza dose per gli under 60. Probabilmente più avanti verrà autorizzata, come filtra dal ministero alla Salute e come ieri ha detto, tra gli altri, lo stesso presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro: «La terza dose di vaccino anti-Covid per tutta la popolazione è uno scenario verosimile». E Guido Rasi, l'ex direttore di Ema, ha detto al podcast di Repubblica, Metropolis, che «piano piano arriveremo alla terza dose per gli over 50, magari a dicembre». Adesso ci si dedica agli over 80 e alle altre categorie per le quali c'è già stato il via libera al "booster", cioè al rinforzo con la nuova somministrazione. «Vediamo alcune resistenze da parte dei pazienti anziani, ci sono un bel po' di reticenti - dice Silvestro Scotti, segretario del sindacato dei medici di famiglia Fimmg - Si convincono meno, è più difficile far capire loro quanto è importante vaccinarsi di nuovo. Invitiamo tutti a venire nei nostri studi a fare l'iniezione». Anche i dati raccontano di un'adesione non proprio segnata dall'entusiasmo. Il booster l'hanno fatto 850 mila persone, cioè il 28% di coloro che hanno fatto la seconda dose più di sei mesi fa. E riguardo alla terza dose, l'Ema ha dato il via libera alla possibilità di farla ai maggiorenni anche con Moderna ma a metà dosaggio e da 6 a 8 mesi dopo la seconda. «È urgente accelerare con la terza dose per il personale sanitario. Proteggere tutti i colleghi dall'infezione significa anche proteggere gli ospedali e non sguarnire i reparti», dice Walter Ricciardi, consigliere del ministro Roberto Speranza. Tornando a Janssen, l'Aifa dovrà dire se la nuova somministrazione deve avvenire con lo stesso vaccino o se si può fare l'"eterologa", cioè usare Pfizer o a questo punto Moderna. Centrale il tema dei tempi. L'idea sarebbe quella di indicare il richiamo dopo due mesi. In Italia sono circa 1,5 milioni le persone che hanno fatto Johnson&Johnson, di queste circa mezzo milione hanno più di 60 anni. Teoricamente potrebbero fare già il "booster", ma devono appunto essere passati sei mesi dalla somministrazione. Altra cosa che dovrà decidere l'Aifa è se dopo la seconda dose andrà fatta la terza e ovviamente indicare con che tempi».

Allarme Europa: paginata intera del Corriere della Sera che analizza, nazione per nazione, l’emergenza Covid che torna a preoccupare. Alessandra Muglia.

«Passata l'estate, da Mosca a Londra il Covid è tornato a fare paura. I casi sono in ripresa in quasi tutti i Paesi europei, soprattutto in quelli dell'Est dove le vaccinazioni procedono a rilento. A fare la differenza negli effetti di questa nuova ondata è proprio il diverso livello raggiunto dalle campagne di immunizzazione: negli Stati più avanti, come Italia e Francia, il virus ha ripreso a circolare ma è sotto controllo. Dilaga invece, con casi critici e letali, in Russia e in molti Paesi dell'area ex sovietica, dove la mancanza di fiducia nelle istituzioni pubbliche dopo decenni di regime comunista ha alimentato lo scetticismo verso le dosi. Ma il Covid sta mettendo alla prova anche la Gran Bretagna, complice la linea del «liberi tutti» del premier Boris Johnson, soltanto ora messa in discussione, considerata la relativamente ampia fascia di ragazzi non vaccinati: non a caso a Londra e dintorni i contagi sono stati trainati dagli under 18 (anche se ieri ci sono stati dei piccoli segnali di fiducia). Dinamica simile in Olanda, che ha uno dei tassi di infezione in più rapida crescita in Europa: a settembre sono state eliminate quasi tutte le restrizioni, incluso il distanziamento».

MANOVRA, SALVINI DA DRAGHI

Trattativa ancora in corso sulla manovra di bilancio. Draghi ha incontrato Salvini. La Lega è tornata a chiedere di poter andare in pensione a 63 anni anziché ai 64 di Quota 102. Decisivo anche il vertice di oggi con i sindacati. Il punto sul Corriere di Andrea Ducci.

«Matteo Salvini nel pomeriggio di sabato si era detto pronto a un incontro sulle pensioni e Quota 100 e il premier Mario Draghi lo ha accontentato, ricevendolo ieri a Palazzo Chigi. Al di là delle cortesia la quasi immediatezza della visita è imposta dall'urgenza di trovare un accordo con la Lega per approvare la legge di Bilancio, convocando il consiglio dei Ministri entro giovedì, prima che a Roma inizi il G20 con i capi di Stato e di Governo, previsto nel fine settimana. Salvini si è presentato da Draghi e dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, con Claudio Durigon, capo del dipartimento Lavoro della Lega, ma soprattutto artefice durante il primo governo Conte del varo di Quota 100, la misura che fino al prossimo 31 dicembre consente di andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi. La scadenza imporrebbe di tornare alla legge Fornero, un'eventualità che darebbe luogo a uno scalone. Non a caso, il ministro dell'Economia ha immaginato una soluzione, proponendo un superamento graduale attraverso Quota 102 (64+38) nel 2022 e Quota 104 (66+38) nel 2023. Soluzione finora respinta dalla Lega con una rigidità che ha reso necessario l'incontro di ieri, definito «lungo e positivo» dai leghisti. «Alla fine troveremo una soluzione soddisfacente», ha detto Salvini. Che ha utilizzato l'occasione per «illustrare le sue proposte per rilanciare il Paese e difendere lavoro e pensioni», ma soprattutto per cercare di spuntare qualcosa in più al premier e a Franco. Le contro proposte della Lega già bocciate riguardano sia l'ipotesi di Quota 102 per un biennio, sia la possibilità di arrivare a Quota 103, utilizzando però come base 62 anni di età e 41 di contribuzione. Il tema è evitare che il superamento di Quota 100 produca effetti economicamente insostenibili e a fare salire i costi è in particolare la componente dell'età anagrafica (non è un caso che Quota 104 la aumenti a 66 anni), poiché più è bassa più si allarga la platea dei beneficiari, facendo dunque lievitare la spesa. Salvini non ha intenzione di rompere con Draghi, anche se si è lamentato, riferendosi al Reddito di cittadinanza, che «si trovano i miliardi per chi non lavora mentre si chiedono sacrifici a chi lavora». Resta che la discussione avrebbe trovato un punto da cui muovere: individuare una nuova e unica Quota di uscita dal lavoro, partendo dal requisito di 63 anni di età. Le prossime ore serviranno perciò a stabilire il periodo di contribuzione da abbinare agli anni del lavoratore. Un ulteriore fronte per Draghi è rappresentato dal superbonus al 110% per le case unifamiliari e le villette. Un incentivo previsto solo fino al 30 giugno del 2022. Tanto che una soluzione potrebbe essere l'ipotesi di estendere la possibilità di utilizzare l'incentivo oltre la metà del prossimo anno, introducendo però un tetto di reddito. In pratica, villette e case unifamiliari continueranno a beneficiare dell'incentivo per ristrutturazione ed efficientamento energetico a condizione che il proprietario non superi una certa soglia di reddito. Altro tema che potrebbe riaprirsi per Draghi e il ministro dell'Economia è quello del cash back, misura da 1,5 miliardi al momento cancellata, ma cara al M5S, al punto che l'ex premier Conte ne ha chiesto il ripristino. Nell'agenda che separa Draghi dal consiglio dei Ministri per il varo della manovra figura, inoltre, il confronto con i sindacati. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sono convocati per oggi al Palazzo Chigi per affrontare il tema della legge di Bilancio, ma un focus particolare sarà dedicato alle pensioni».

SI TRATTA SUL DDL ZAN, DOMANI IN SENATO

Alessandro Zan del Pd riapre la trattativa sul Ddl omofobia e chiede al centrodestra di rinunciare ai voti segreti domani in Senato. La cronaca di Angelo Picariello per Avvenire.

«Sul ddl Zan si tratta, in vista dell'approdo in aula previsto domani, al Senato. Prima delle ferie estive ci si era lasciati con un muro contro muro e un Parlamento diviso a metà: Pd, M5s e Leu da un lato, per l'approvazione del testo senza modifiche, e centrodestra dall'altro, con l'esigua pattuglia di Italia viva a fare da ago della bilancia, a spingere per la trattativa. Era stato Enrico Letta ad autorizzare il suo deputato proponente, Alessandro Zan, domenica, a Che tempo che fa, a una trattativa per apportare modifiche «purché non fondamentali, sostanziali», onde consentire «un'approvazione rapida». Si compiace Matteo Renzi: «Letta apre, come noi avevamo suggerito quattro mesi fa. Bene così, è una scelta che apprezzo». Il presidente leghista della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari prende la palla al balzo: «Letta si è arreso all'evidenza », dice. E promuove una riunione dei capigruppo di maggioranza, per oggi pomeriggio a Palazzo Madama. Un'iniziativa unica nel suo genere: a memoria non c'è traccia di riunioni 'di maggioranza' dall'inizio di questo governo composito in cui c'è la diffusa insofferenza a sancire istituzionalmente la collaborazione politica. «C'è la possibilità di approvare a larga maggioranza un testo che allarghi il divieto di violenza e discriminazione alla categoria dell'omofobia», è il segnale che lancia a Letta Paola Binetti dell'Udc. «Ma vanno tolte tre cose - dice la senatrice a nome del centrodestra 'di governo' -, la definizione di identità di genere dell'articolo 1, il reato di opinione che scaturirebbe dall'articolo 4 e le iniziative nelle scuole previste dall'articolo 7». Qualcosa di simile, d'altronde, l'aveva proposto lo stesso Matteo Salvini, in cambio del suo voto favorevole. E infatti è questa la piattaforma portata avanti da Ostellari, in larga misura condivisa anche da Italia viva, intestataria della mediazione attraverso il socialista Riccardo Nencini, che siede nello stesso gruppo e conferma di star lavorando a modifiche per garantire la libertà di opinione. L'accordo viene definito ancora «in alto mare», ma il tavolo c'è. Se ne compiace Andrea Marcucci, uno dei pochi, nel Pd, che spingeva già da tempo in tal senso: «Se il disegno di legge, in Senato, rischia di non avere i voti, i voti che servono vanno trova- ti, con un accordo che non snaturi il provvedimento. Lo ripeto oggi, perché per strada si sono persi alcuni mesi». Anche Alessandro Zan, ora, usa parole concilianti: «La partita è complicata, ma sono fiducioso che si troverà un punto di incontro. Con una mediazione che non sia però al ribasso», avverte. Il sospetto del Pd è che la Lega, domani, miri ad affossare del tutto la la legge, avendo chiesto lo scrutinio segreto, prima del passaggio al voto per articoli. «La Lega elimini questa tagliola», chiede Zan. Cosicché il ritorno del testo in commissione, oggi, potrebbe invece diventare la proposta di mediazione per evitare scontri sanguinosi all'ultimo voto in aula. «Letta ha preso atto che il muro contro muro non porta a niente », apre alla trattativa anche Maurizio Gasparri di Forza Italia. Per la mediazione anche Ivan Scalfarotto di Italia viva: «Bastano alcune modifiche, mettendo da parte le battaglie ideologiche, per avere un iter rapido ». Spinge per chiudere il M5s: «Bene le aperture del Pd - dice il presidente della Camera Roberto Fico -, ma bisogna arrivare all'approvazione». E una mezza apertura la fa anche Monica Cirinnà, nel Pd, ma avverte: «No al ritorno al testo Scalfarotto. Meglio nessuna legge che una cattiva legge». Contro la legge solo Fratelli d'Italia e sul fronte associativo il Comitato difendiamo i nostri figli, Il popolo della Famiglia e ProVita&famiglia».

MIGRANTI, DOPPIO APPELLO DEL PAPA

L’emergenza migranti nel sud Italia e le notizie sui “lager” libici hanno spinto papa Francesco a ben due interventi nel giro di qualche giorno. I suoi richiami sono rivolti alla comunità internazionale perché si faccia carico della situazione disumana che i rifugiati vivono sull'altra sponda del Mediterraneo. Domenica Bergoglio, all’Angelus, ha chiesto di porre fine ai respingimenti e di dare alle navi, che soccorrono i migranti, la possibilità di approdare in porti sicuri. Nello Scavo su Avvenire.

«Domenica papa Francesco ha usato un argomento che le cancellerie europee preferirebbero non si citasse mai: «Respingimenti». Ha detto: «E quanto soffrono coloro che sono respinti!». Aggiungendo: «Occorre porre fine al ritorno dei migranti in Paesi non sicuri e dare priorità al soccorso di vite umane in mare con dispositivi di salvataggio e di sbarco prevedibile», invocando «alternative alla detenzione, percorsi regolari di migrazione e accesso alle procedure di asilo». La pratica dei 'respingimenti' nel Mediterraneo Centrale è stata inaugurata dall'Italia, che con Tripoli rinnova ogni due anni un 'memorandum d'intesa' i cui dettagli sono sconosciuti anche al Parlamento. Un esempio seguito poi da Malta che quattro anni fa ha firmato un accordo, a lungo rimasto segreto, che coinvolge anche contrabbandieri e trafficanti di petrolio nella gestione di una flotta di pescherecci che catturano i migranti in mare per restituirli poi ai campi di prigionia libici. Roma e Bruxelles, temendo di affrontare le ricadute politiche e giudiziarie nella violazione del 'non refoulement', il divieto imposto dal diritto internazionale riguardo al «ritorno dei migranti - come ha riassunto Francesco - in Paesi non sicuri», hanno invece preferito aggirare l'ostacolo confezionando e finanziando con denaro pubblico un'area di ricerca e soccorso di competenza libica. L'operazione, voluta nel 2017-2018 dal governo Gentiloni e confermata da tutti gli esecutivi arrivati dopo, consiste nella dismissione dell'intervento umanitario istituzionale per non incorrere nell'obbligo di soccorso. Roma, Malta e Bruxelles (attraverso l'agenzia Ue Frontex) segnalano poi ai libici i barconi da catturare. Il respingimento, in questo modo, viene subappaltato a Tripoli. Un sistema che ha rafforzato i clan mafiosi locali, le cui milizie governative sono diretta espressione dei boss sul territorio. In cambio di cospicui finanziamenti (quelli noti si aggirano intorno al miliardo di euro, ma vi sono anche stanziamenti 'riservati') Tripoli cattura all'incirca metà dei migranti messi in mare, lasciando che migliaia di altri possano tentare di raggiungere le coste italiane. Un sistema che ha permesso di perpetuare l'ecosistema criminale: le milizie gestiscono i campi di prigionia ufficiali, praticano abusi ed estorsioni; sempre le milizie intercettano in mare una parte delle persone messe sui barconi dai loro affiliati. Ed è così che vengono ottemperati al contempo gli impegni con l'Europa e i patti tra i trafficanti. Il 24 dicembre la Libia dovrebbe andare al voto per la prima volta dalla caduta del dittatore Gheddafi e dall'inizio della guerra civile nel 2011. La partita geopolitica regionale e le ripercussioni internazionali per l'approvvigionamento di idrocarburi, viene considerata prioritaria rispetto ai diritti umani (compresi quelli dei cittadini lbici). Ad oggi nessun Paese, Italia compresa, ha mai condizionato i bonifici in direzione Tripoli alla promessa di adesione alla Convenzione di Ginevra per i diritti dell'uomo. Di tutto questo papa Francesco è al corrente, visti anche i suoi frequenti incontri con i vertici delle agenzie umanitarie Onu. Soprattutto Bergoglio sa che il 'metodo Libia' ha fatto scuola, e viene regolarmente applicato anche per i respingimenti violenti nei Balcani, nell'Egeo, nei Paesi dell'Europa Baltica. Due settimane fa i profughi scampati ai campi di prigionia e accampati in segno di protesta davanti agli uffici Onu di Tripoli, si sono collegati in videoconferenza con l'incontro mondiale dei movimenti popolari in Vaticano. Chiedono di essere evacuati in un Paese sicuro, preferibilmente in Africa. Ieri hanno di nuovo ringraziato Francesco, il quale ha chiesto «alla comunità internazionale di mantenere le promesse».

CONTE E LETTA IN TRATTORIA

Enrico Letta e Giuseppe Conte sono stati “scovati” dalle telecamere del Tg3 a pranzo al ristorante "Da Settimio" nel centro di Roma. Giovanna Vitale per Repubblica.

«Hanno continuato a sentirsi prima, durante e dopo le amministrative, ma era da più di un mese che non riuscivano a vedersi. Se lo erano promessi tante volte, nelle ultime settimane: troppe le e dirimenti le questioni da discutere a quattrocchi per rimandare ancora. E così ieri, dopo un veloce scambio di sms, ecco fissato l'appuntamento che di fatto apre la partita per il Quirinale e spiana la strada per una convergenza sempre più stretta tra Pd e M5S: già sperimentata nelle aule parlamentari, ma da consolidare sul piano elettorale. A partire dalle prossime Regionali siciliane dove, sulla scorta del buon risultato registrato alle comunali, il candidato governatore sarà deciso insieme. Ore 13 da Settimio, ristorante alle spalle di Montecitorio. Enrico Letta e Giuseppe Conte appaiono sorridenti e rilassati: entrambi in giacca senza cravatta, vengono immortalati dalle telecamere del Tg3 intenti a consumare una veloce colazione di lavoro che avrebbe dovuto restare riservata. Intercettati dai cronisti, il moto di fastidio del segretario dem è evidente: «Non parlo di incontri privati», taglia corto. Più disponibile, ma non meno evasivo, il leader grillino: «Abbiamo avuto un confronto sulla manovra e le politiche post Covid». Temi certo sul piatto - dal rifinanziamento del Reddito di cittadinanza alla condivisione sulle politiche di sostegno alle piccole e medie imprese - ma come antipasto e contorno, ché le portate principali erano altre. La trattativa sulla successione di Sergio Mattarella, innanzitutto. Una discussione ancora allo stato nascente e tuttavia indispensabile ai due commensali per fare il punto sulle rispettive strategie, verificando la possibilità di un'azione congiunta. L'uno e l'altro consapevoli che solo arrivando in seduta plenaria con un solido asse Pd-5S, in grado di esprimere un nome comune, si potrà sperare di stoppare le grandi manovre in atto nel centrodestra. E vincere la sfida cruciale di questa legislatura. Ma è proprio sull'uomo da proporre al Colle che fra Conte e Letta si sarebbero registrate alcune dissonanze. Il segretario dem è infatti convinto, e lo ha ribadito all'ex premier giallorosso, che Draghi debba restare a palazzo Chigi fino al 2023. Serve dunque un alto nome di alto profilo. Capace di allargare la platea dei grandi elettori - ai centristi e forse pure a Forza Italia. Un'ipotesi forte è certo quella di Paolo Gentiloni: il commissario europeo che i 5S hanno pure votato, quando decisero di tirare la volata ad Ursula von der Leyen per Palazzo Berlaymont. Nessuno dei due leader e dei loro staff conferma che di nomi si sia parlato durante il pranzo. Ma è certo che Conte è arrivato all'appuntamento dopo aver raccolto dentro il Movimento molte voci contrarie a Gentiloni. Anche per via di quel sospetto che circola forte fra i grillini: il commissario agli Affari economici avrebbe giocato un ruolo nella caduta del Conte due. Molto meglio allora - gli hanno prospettato diversi ministri e parlamentari di peso - aprire a personalità come Prodi, Veltroni, persino Franceschini, «gente che ha sempre avuto con noi ottimi rapporti». Ma Gentiloni proprio no. Per Conte, e questa è la parte decisiva del discorso, sarebbe invece preferibile spedire al Quirinale Draghi. Sul presupposto che l'attuale premier, alla guida di un governo d'unità nazionale, faccia male ai partiti, in particolare al M5S costretto come gli altri ad appoggiarlo. Circostanza che, nella lettura grillina, avrebbe fatto crescere la disaffezione dei cittadini e gonfiato le vele all'astensione. Su una sola cosa il leader 5S è invece categorico: non correrà nel collegio di Roma centro lasciato vacante da Gualtieri. Non solo non gli interessa entrare in Parlamento in questa fase, ma deve finire di riorganizzare il Movimento. Sarà allora per questo se, subito dopo il pranzo, Letta si precipita all'Arel per incontrare l'amico Nicola Zingaretti. Al quale subito chiede se per caso non se la senta lui di candidarsi alle suppletive. Ma il governatore del Lazio prende tempo: il quadro non è chiaro, la partita del Colle potrebbe cambiare tutto. Meglio aspettare. E intanto godersi il 5 a zero delle amministrative. «Te lo avevo detto che finiva così », fa Zinga a Letta. E l'altro: «Avevi ragione, ma hanno funzionato pure i miei scongiuri».

CENTRODESTRA, DUE RIUNIONI CON SALVINI

Doppio vertice nel centro destra, dove i ministri di Forza Italia temono le ingerenze di Salvini. All'incontro tra i tre leader seguirà quello senza FdI, riservato a leghisti e azzurri. Alle due riunioni sarà sempre presente Berlusconi. Matteo Pucciarelli su Repubblica.

«Domani o al più tardi giovedì mattina, per il centrodestra di governo e di opposizione gli appuntamenti forti della settimana sono due: il nuovo vertice tra i leader della coalizione e poi quello tra i ministri di Lega e Forza Italia e i rispettivi capi partito. "Coordinamento" è diventata la parola magica post disfatta amministrative; ma quest' aria collaborativa nasconde anche delle insidie. Sono soprattutto i tre ministri di Forza Italia - Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini - a stare sul chi va là, perché «va bene il dialogo, ma se Matteo Salvini pensa di venire a dettare la linea come fa con i suoi allora si sbaglia», è il ragionamento che si fa nel dietro le quinte. «C'è sempre stata una collaborazione positiva tra i ministri del centrodestra - è quanto trapela da fonti vicine ai tre ministri azzurri - ma ben venga un miglior coordinamento tra Fi e Lega al governo. Si lavora per rafforzare l'azione del centrodestra, a trazione moderata, all'interno dell'esecutivo. Non possiamo permetterci il lusso di lasciare Mario Draghi alla sinistra». Quel "trazione moderata" è la chiave di ogni considerazione. Se sul no a ogni nuova tassa, per dire, le sensibilità sono comuni, sulle pensioni e su quota 100 le distanze tra i due partiti restano ampie. Così come si era visto sul Green pass o sulla riforma del catasto proposta dal premier. Ma è più che altro una questione di approccio generale, di "serietà", altra parola tirata spesso in ballo in queste faccende. I ministri del Carroccio si sono ritrovati diverse volte in imbarazzo in Cdm, in primis il super draghiano Giancarlo Giorgetti, scavalcati dalle intemerate esterne del "Capitano", capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e costringendo i suoi a farfugliare scuse e precisazioni coi colleghi. «Non possiamo ripetere lo stesso schema anche noi, finendo vittime dell'identica schizofrenia», è la riflessione condivisa in Forza Italia, anche tra i sottosegretari ascrivibili all'area "sovranista" del partito. In questo senso la presenza di Silvio Berlusconi ai due vertici romani è considerata comunque un buon argine a Salvini, visto che il Cavaliere finora ha tenuto sempre una linea collaborativa e moderata con l'esecutivo. Va bene quindi controbilanciare Pd e 5 Stelle al governo, ma tenendo sempre in mente che dalla maggioranza non si scappa. Il segretario federale della Lega che ieri assieme a Claudio Durigon e al suo successore al ministero dell'Economia il sottosegretario Federico Freni ha incontrato il presidente della consiglio proprio per perorare la propria causa sulle pensioni, in questa fase manda segnali distensivi. Sia al governo che al resto del centrodestra. Anche dentro gli azzurri, dopo giorni di grande tensione parlamentare, prevale una linea attendista. Il rinnovato protagonismo di Berlusconi che sogna il Quirinale sta, perlomeno ufficialmente, raffreddando le lotte intestine tra chi vive a malincuore la trazione sovranista del centrodestra e chi invece non ha alcun dubbio sulla collocazione del partito. «Forza Italia non può essere usata come un contenitore da utilizzare da una parte o dall'altra a seconda di quello che conviene o per qualche poltrona. Berlusconi è quello che ha dato al Paese il bipolarismo con un sistema maggioritario che favorisce l'alternanza destra-sinistra e così bisogna andare avanti», le parole di Licia Ronzulli ad Agorà. Dopodiché rimane la contraddizione di fondo del centrodestra resa evidente dal doppio vertice, uno con Fratelli d'Italia e un altro senza, visto che Giorgia Meloni sta all'opposizione. «Siamo stabilmente al 20 per cento e senza dover subire giorno per giorno l'agenda di Draghi, non possiamo lamentarci di nulla...», spiega con soddisfazione un colonnello della fiamma tricolore. La situazione ideale insomma, in attesa di coglierne i frutti nel 2023, o forse prima chissà».

QUIRINALE 1. IL PALLOTTOLIERE DI BERLUSCONI

Il Cav conta e riconta i voti che potrebbero portarlo alla Presidenza della Repubblica. Incassato il sostegno degli alleati, punta ora ai tanti “peones” in libera uscita dai partiti. La cronaca sul Corriere è di Giuseppe Alberto Falci.

«Silvio Berlusconi guarda il pallottoliere. E pensa già alla quarta votazione quando saranno sufficienti 505 grandi elettori per farsi eleggere al Quirinale. I numeri oggi dicono che se il centrodestra si presentasse compatto e convinto sul leader azzurro avrebbe 451 voti, la somma dei consensi di Forza Italia (127), Fratelli d'Italia (58), Lega (197), i totiani di Coraggio Italia più altri centristi (31), Noi con l'Italia-Sgarbi (5) e dei delegati regionali (33). Ne mancherebbero dunque all'appello 54. «Ma cosa che vuoi che siano» sorride nel cortile di Montecitorio un deputato esperto che non siede fra i banchi del centrodestra. «La forza della candidatura di Berlusconi - insiste - è la garanzia che la legislatura continuerebbe». Ecco perché dalle parti di villa San Martino gli esperti di numeri confidano nella debolezza di una classe parlamentare che in larga parte è conscia di non essere rieletta, anche per il taglio del numero di deputati e senatori. Ufficialmente nessuno dei 233 grandi elettori del M5S potrà mai fare una dichiarazione a favore di Berlusconi. Né tantomeno appartiene alla sfera della realtà che uno fra i 133 dem o i 18 di Leu possa decidere di puntare le fiches sul Cavaliere. E allora racconta Paolo Romani, a lungo fedelissimo di Berlusconi e oggi colonnello di Giovanni Toti, uno che conosce a menadito ogni singolo gruppo o sottogruppo di Senato e Camera, «l'aiuto a Berlusconi non arriverà certo da Alternativa C'è, dove ci sono ex grillini tutti antiberlusconiani. Semmai puoi intercettare qualche ex pentastellato nel Misto spaventato dall'ipotesi Draghi al Colle, oppure i renziani che sono 43 fra Camera e Senato». L'impresa dunque non è facile, anche perché il piano A dei renziani resta Pier Ferdinando Casini. Altra cosa è il Misto, un gruppo talmente eterogeneo di 51 parlamentari che annovera fra gli altri Lello Ciampollilo, noto alle cronache parlamentari per aver salvato all'ultimo secondo il governo Conte II, scomodando la moviola. Oppure Andrea Causin, ex azzurro ma oggi al Misto, che afferma: «Berlusconi al Colle? Perché no? È evidente che sia una profilo di altissimo prestigio. La sua leadership è riconosciuta in ambito europeo. Diciamola tutta: sono quattro o cinque i quirinabili. E Berlusconi è fra questi». Non ha pregiudizi nemmeno Ricardo Merlo, senatore del Maie, che fra Montecitorio e Palazzo Madama può mobilitare 5 o 6 grandi elettori. «Perché dovremmo dire no a Berlusconi? Di sicuro non metteremo veti» assicura. Una posizione che a Montecitorio viene condivisa da un ex cinquestelle, come Nicola Acunzo, professione attore: «Prima di tutto bisognerà vedere quali saranno gli altri nomi in campo. Fatta questa premessa, i no a prescindere non valgano nulla in politica. Il personaggio è discusso, ma ha anche diversi lati positivi. Mai dire mai, dunque». E, per dirla con una massima di Marcello Dell'Utri, «con Berlusconi tutto è possibile».

QUIRINALE 2. IL FATTO LANCIA LA SEGRE

Una campagna per Liliana Segre presidente della Repubblica è stata lanciata da Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano sul giornale di domenica. L'appello è sulla piattaforma change.org da stamattina. Il suo commento di oggi:

«Non riuscivo a comprendere il senso dell'autocandidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale quando ho avuto un'illuminazione. Devo ringraziare l'onorevole Gianfranco Rotondi che ieri su queste colonne ha raccontato ad Antonello Caporale quanto segue: "Ha destato qualche lieve imbarazzo il fatto che qualche giorno fa Sgarbi si sia tolto scarpe e calzini e abbia passeggiato a piedi scalzi per il Transatlantico di Montecitorio". Poi, da antico e nostalgico democristiano, Rotondi ha ricordato Dossetti e La Pira che in segno di penitenza giravano scalzi per il Parlamento, "ma c'era una imponenza, un significato, un sacrificio, una rispettabilità per quella decisione". Giusto, e infatti le mattane di Sgarbi, come quelle di B., non rappresentano forse la negazione stessa della imponenza e della rispettabilità del potere legislativo? Con la prevalenza dello sberleffo, della piroetta, del cachinno sguaiato nel luogo dove da tempo non si compiono più i destini del Paese, trasformato com' è in un parcheggio ben riscaldato e privo di parcometro? Siamo insomma alla versione politica del dadaismo, la tendenza culturale che nel negare tutti i valori razionali e riconosciuti esaltava gli atti gratuiti e arbitrari dell'individuo. Solo che, a differenza dello Sgarbi privo di pedalini e dadaista per definizione, Berlusconi immaginandosi capo dello Stato persegue un dadaismo inconsapevole, stralunato e abbastanza indecente circondato com' è da un personale domestico che non osa dirgli la verità (con l'eccezione, forse, dell'ex famiglio Giovanni Toti che esclude per il Colle "idee stravaganti"). Certo che un settennato carnevaldadaista del fu Caimano ci garantirebbe delle tirature alle stelle (così come il Michetti Chi? avrebbe assicurato fiumi di cronache meravijose). Però, nell'Italia dell'uomo solo al comando e del 60 per cento di astenuti, preferiremmo che si restituisse disciplina, onore e decoro alle istituzioni. Per questo abbiamo proposto per il Colle Liliana Segre».

AFGHANISTAN, ORA SI MUORE DI FAME

Allarme dell'Onu sull’Afghanistan: con l'inverno, 22 milioni di persone entreranno in stato di insicurezza alimentare, serve un piano speciale. L’Ong Save the Children denuncia che otto fratelli sono morti di fame nelle ultime ore. Luca Geronico su Avvenire.

«Afghanistan, la fame uccide già mentre, assieme all'inverno, si avvicina lo spettro di una carestia senza precedenti. Domenica a Kabul, denuncia "Save the Children", «otto fratelli, 4 maschi e 4 femmine che avevano perso entrambi i genitori, sono morti di fame. Avevano tra i 18 mesi e gli 8 anni». In Afghanistan più di 5 milioni di bambini vivono a un passo dalla carestia e «milioni di giovani vite sono a rischio dal momento che il Paese sta affrontando la peggiore crisi alimentare di sempre». Dopo decenni di guerre e sofferenze, «ogni giorno vediamo bambini piccoli nelle nostre cliniche con gravi livelli di malnutrizione perché non mangiano altro se non briciole di pane. Ma quando arriverà l'inverno vedremo bambini più affamati che mai», ha commentato Chris Nyamandi responsabile di Save the Children. L'allarme è stato lanciato dalle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite: 22,8 milioni di persone, tra cui 14 milioni di bambini, vivranno in emergenza denuncia l'ultimo rapporto sulla sicurezza alimentare (Ipc) di Fao e World Food Programme ( Wfp). Milioni di afghani, se non vi sarà un piano di intervento adeguato e l'economia non riprenderà a funzionare, «saranno costretti a scegliere tra migrare e morire di fame », ha affermato David Beasley, direttore esecutivo del Wfp. Rispetto ad aprile, c'è stato un aumento del 37% nel numero di afghani in situazione di fame acuta. Tra le persone a rischio, anche 3,2 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. E per la prima volta l'insicurezza alimentare nelle città ha raggiunto livelli simili a quelli delle zone rurali. A settembre, sempre secondo il Wfp solo il 5% delle famiglie afghane aveva cibo sufficiente ogni giorno, mentre in ottobre un milione di bambini rischia di morire di malnutrizione acuta senza un intervento tempestivo. Mentre l'Onu cerca risorse anche i taleban sono intervenuti per l'emergenza alimentare: distribuiranno 66mila tonnellate di grano per aiutare le famiglie più svantaggiate ha annunciato il ministro dell'Agricoltura, Abdul Rahman Rashed. La distribuzione partirà dalla capitale, per estendersi gradualmente alle restanti 33 province e solo a Kabul «creerà posti di lavoro temporanei per 40.000 persone», ha assicurato Rasheed. Intanto, sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in visita per 48 ore in Qatar, incontrerà una delegazione del governo provvisorio talebano dell'Afghanistan. Il 28 luglio scorso, prima della caduta di Kabul, lo stesso ministro Wang aveva incontrato a Tianjin una delegazione di taleban. E Mosca ha fatto sapere che quasi tutti i Paesi partecipanti alla Conferenza di Mosca (altre a Russia, Kazakhstan, Tagikistan, Iran, Pakistan, Cina, Turkmenistan, India, Kirgizstan e Uzbekistan) sono disposti a considerare il riconoscimento del nuovo governo di Kabul»

GOLPE MILITARE (ANNUNCIATO) IN SUDAN

Golpe militare in Sudan: arrestato il premier Hamdok, almeno tre morti e 80 feriti tra i cittadini scesi in piazza. Il leader del colpo di Stato Al Burhan promette elezioni nel 2023. Gli Usa tagliano i finanziamenti. Antonella Napoli per Repubblica.

«Un golpe annunciato, non può essere definito diversamente quello che si è consumato nella notte tra domenica e lunedì in Sudan, con l'arresto del primo ministro Abdalla Hamdok e di gran parte del suo gabinetto. Nemmeno un mese prima era stato sventato un colpo di stato attribuito ad alcuni "lealisti" del deposto dittatore Omar Hassan al-Bashir, che volevano fermare il processo di democratizzazione in atto nel Paese dall'agosto del 2019. A interrompere invece il percorso del governo di transizione, guidato dall'economista Hamdok, è stato colui che aveva giurato di voler difendere, «più di ogni altra cosa», la rivoluzione che aveva portato alla caduta di Bashir: il generale Abdel Fattah al Burhan, che nel pomeriggio di ieri in diretta televisiva ha ribadito il proprio attaccamento alla «transizione allo Stato civile» e promesso elezioni nel luglio 2023. Suo l'ordine di arrestare Hamdok e diversi ministri. Non tutti i militari però hanno voluto partecipare all'azione golpista, «la maggioranza si è schierata con il popolo» fa sapere l'Associazione dei professionisti sudanesi, che rappresenta 17 tra i maggiori sindacati del Paese. A fare irruzione nella sede della televisione e della radio di Stato e a reprimere le manifestazioni dei sostenitori di Hamdok, le Forze di Supporto Rapido (Rapid support forces, Rsf), del generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemetti. I dimostranti che hanno cercato di raggiungere il quartier generale della Difesa sono stati dispersi con gas lacrimogeni. Sono stati esplosi anche colpi ad altezza d'uomo: almeno tre i morti e ottanta feriti. Nonostante i rischi per lo stato di emergenza, in migliaia hanno continuato a manifestare improvvisando barricate e urlando slogan contro i militari. Il tutto mentre nella capitale sudanese era in visita l'inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d'Africa, Jeffrey Feltman, che ha definito «assolutamente inaccettabile» il colpo di mano dei militari. Washington ha sospeso un pacchetto di aiuti di 700 milioni di dollari. Preoccupazione e ferma condanna sono state espresse anche dall'Unione Africana, dall'Alto Rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, e dai principali attori internazionali che guardavano con interesse al processo di democratizzazione in Sudan. Si teme anche per l'incolumità degli occidentali a Khartum, tra cui il nostro connazionale Marco Zennaro, coinvolto in una disputa giudiziaria di natura commerciale che coinvolge uno zio di Hemetti. Il padre Cristiano chiede il rimpatrio immediato del figlio che rischia di rimanere bloccato nel Paese. Il colpo di Stato di Burhan arriva dopo settimane di crescenti tensioni tra i leader civili e militari. Da un lato l'ala moderata che sostiene Hamdok, dall'altro gruppi di islamisti che erano scesi in piazza lo scorso 16 ottobre chiedendo di «cacciare il governo della fame». I generali hanno colto la palla al balzo e in vista dell'approssimarsi del cambio ai vertici del Consiglio sovrano il 17 novembre, l'organo politico che insieme all'esecutivo di unità nazionale guidava la transizione, hanno fatto saltare tutto. A suscitare il malcontento di una larga fascia di società civile, il protrarsi della crisi economica, con l'aumento del prezzo del pane che ha scatenato proteste nella capitale e in altre città del Paese. In un crescendo di tensioni si è arrivati a una spaccatura nella coalizione delle "Forze per la libertà e il cambiamento", che riuniva i promotori delle proteste contro Bashir. Preludio al golpe che ha ucciso il processo democratico che quelle rivolte avevano favorito».

CRISI DEGLI AMBASCIATORI, ERDOGAN CI RIPENSA

Marcia indietro del presidente turco Erdogan, che non ha poi davvero costretto al ritiro gli ambasciatori dei 10 Paesi, che aveva minacciato di espellere. Marta Ottaviani per Avvenire.

«Non è nostra intenzione creare una crisi diplomatica. Chi ci critica d'ora in poi sarà più attento». Clamoroso passo indietro del presidente turco recep Tayyip Erdogan che tre giorni fa aveva minacciato di espellere dieci ambasciatori che si erano espressi in favore della liberazione del filantropo Osman Kavala (inviso al governo e in carcere da quattro anni). La svolta, piuttosto imbarazzante per il reis, è stata preceduta da una frase con cui Erdogan diceva di accogliere «positivamente » una dichiarazione scritta della ambasciate che spiegavano come il loro appello fosse del tutto conforme all'articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Peraltro, a tre giorni dagli annunci bellicosi del leader di Ankara, ieri ancora alle sedi diplomatiche non era pervenuta alcuna comunicazione ufficiale sulle espulsioni (e va considerato che le 48 ore previste per fare i bagagli e andarsene sarebbero scattate al momento della comunicazione del ritiro del gradimento). Tutto fa pensare che forse il presidente ha bluffato, per testare la reazione di Stati Uniti, Canada, Francia, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia, ossia i Paesi coinvolti dal provvedimento. O forse ha capito di avere esagerato. Di certo, l'unico risultato che ha prodotto la sua manovra è stato il tonfo della lira turca. Ieri mattina la valuta nazionale ha aperto la settimana scambiata a 9,82 sul dollaro e 11,3 sull'euro. L'ennesimo record negativo di questo 2021, dove, fino a questo momento, la moneta turca ha perso il 24% del suo valore. Il problema è che potrebbe non essere finita qui. Gli analisti temono che se il presidente proseguirà su questo binario le conseguenze per l'economia saranno serie. Anche se la crisi delle ambasciate è rientrata, con il suo atteggiamento, la Turchia rischia l'isolamento diplomatico, e nei corridoi del potere serpeggia non poca preoccupazione per un presidente che agisce sempre più di impulso, senza consultare i suoi consiglieri. Non solo. Fra i Paesi incappati nelle ire del capo di Stato, ci sono sette Paesi Nato e sei Paesi membri della Ue, entrambe organizzazioni dove Ankara è una sorvegliata speciale, per usare un eufemismo. Questo può voler dire solo nuovi problemi per una Turchia, che sta già attraversando un momento nevralgico. L'inflazione ha raggiunto il 20%, ma, nonostante questo, il presidente continua con una politica di tassi di interesse ridotti al minimo. Come se non bastasse, la settimana scorsa, Ankara è stata inserita nella lista grigia dei Paesi che non fanno abbastanza controlli sul riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Difficile attrarre gli investimenti che servono per l'economia, in questa situazione».

GAS SERRA FUORI CONTROLLO

Nuovo inquietante rapporto sui gas serra, aumentati ache nell’anno del lockdown, arrivato sul tavolo dei negoziatori della Cop26 a Glasgow. Luca Martinelli sul Manifesto.

«Nuovo anno, nuovo record: la World Meteorological Organization (Wmo), l'agenzia meteorologica dell'Onu, presenta così la nuova edizione del «Greenhouse Gas Bulletin», il bollettino dei gas serra che diventa un bollettino di guerra in vista della Cop26 al via tra pochi giorni a Glasgow. Anche lo scorso anno, infatti, l'eccesso di gas serra nell'atmosfera ha raggiunto un nuovo picco, con un tasso di incremento annuo superiore alla media 2011-2020. La concentrazione di anidride carbonica (CO2), il più importante gas serra, ha raggiunto le 413,2 parti per milione nel 2020, un livello che è il 149% del livello preindustriale. Il metano (CH4) è al 262% e il protossido di azoto (N2O) è al 123% dei livelli del 1750, quando le attività umane hanno iniziato a disturbare l'equilibrio naturale della Terra. La tendenza continua nel 2021. Nemmeno il lockdown e il freno dell'economia globale imposto del Covid-19, con una riduzione complessiva del 5,6% delle emissioni di CO2, sono serviti e del resto i climatologi lo dicevano già: la riduzione delle emissioni puntuali non ha alcun impatto visibile sui livelli atmosferici dei gas serra. Questo succede perché circa la metà della CO2 emessa dalle attività umane rimane nell'atmosfera, mentre l'altra metà è assorbita dagli oceani e dagli ecosistemi terrestri: il «Greenhouse Gas Bulletin» ha però segnalato la preoccupazione che la capacità degli ecosistemi terrestri e degli oceani di agire come pozzi possa diventare meno efficace in futuro, riducendo così la loro capacità di assorbire l'anidride carbonica e di agire come un tampone contro l'aumento della temperatura. «Il Greenhouse Gas Bulletin contiene un chiaro messaggio scientifico per i negoziatori climatici alla Cop26», avverte il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas, «siamo molto fuori strada». Se non si cambia, «entro la fine di questo secolo assisteremo a un aumento della temperatura di gran lunga superiore agli obiettivi dell'Accordo di Parigi che puntava a contenerlo tra +1,5 e +2 gradi al di sopra dei livelli preindustriali» segnala Taalas. La quantità di CO2 nell'atmosfera ha superato la pietra miliare di 400 parti per milione nel 2015 e solo cinque anni dopo ha già superato le 413 ppm. «Questo è più di una formula chimica e di cifre su un grafico. Ha grandi ripercussioni negative per la nostra vita quotidiana e il nostro benessere, per lo stato del nostro pianeta e per il futuro dei nostri figli e nipoti», ha detto il professor Taalas. L'ultima volta che la Terra ha sperimentato una concentrazione paragonabile di CO2 è stato 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura era 2-3°C più calda e il livello del mare era 10-20 metri più alto di adesso. E allora non c'erano 7,8 miliardi di persone. A pochi giorni dall'appuntamento di Glasgow, quello dell'agenzia meteorologica è il secondo avvertimento delle Nazioni Unite in vista della COP26, dopo che l'altra settimana il «Production Gap Report» dell'agenzia ambientale Onu aveva evidenziato come i Paesi stiano pianificando ricerca ed estrazione di combustibili fossili come se non fossimo immersi in una crisi climatica senza precedenti. Se dal campo scientifico passiamo a quello del bla, bla, bla, ieri la notizia è che il premier britannico Boris Johnson ricevendo alcuni studenti a Downing Street si è detto «molto preoccupato» sulla riuscita della conferenza Onu sul clima che si aprirà domenica proprio sotto la presidenza del Regno Unito. Il vertice, secondo il primo ministro, «potrebbe andare male» in quanto non si potrebbe raggiungere un accordo fra gli Stati sugli obiettivi per ridurre le emissioni di gas serra nei prossimi anni. Questo «potrebbe essere molto difficile», ha sottolineato ancora Johnson, anche a causa delle molte defezioni, tra cui quelle del presidente cinese Xi Jinping e di quello russo Vladimir Putin oltre ad altri leader di grandi economie emergenti. Per salvare la Cop26, ieri Johnson ha chiamato proprio Putin: il leader russo avrebbe assicurato gli impegni di Mosca. L'Ue, intanto, ha ribadito il proprio impegno: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aprendo i lavori della Settimana Ue dell'energia sostenibile, ha assicurato che Bruxelles «farà di tutto». La presidente della Commissione ha anche invitato le economie sviluppate a colmare il divario nei finanziamenti per la transizione ecologica ai Paesi poveri, cioè il fondo da 100 miliardi di dollari deciso nel 2010 a Cancun. L'obiettivo era raccogliere la cifra entro il 2020, ma secondo un nuovo report Ocse l'obiettivo non sarà raggiunto fino al 2023, con tre anni di ritardo».

MPS, LA NUOVA ROAD MAP

Che succede ora al Monte dei Paschi? La nuova road map di Mps prevede un aumento di capitale in vista della privatizzazione, sullo sfondo ci sono altre possibili nozze. E il Governo deve chiedere all'Ue tempi più lunghi. Il punto di Gianni Trovati e Luca Davi per Il Sole 24 Ore.

«Il naufragio del lungo confronto fra il Tesoro e Unicredit riporta il dossier Mps sui tavoli dell'Antitrust europeo. Dove è ripartito il negoziato con il governo italiano per una proroga, ormai di fatto inevitabile, dei termini entro cui Rocca Salimbeni deve tornare privata. Il tutto in una prospettiva che prevede un nuovo programma di rafforzamento della banca per renderla pronta in un orizzonte temporale ragionevole a un nuovo matrimonio. E che nei piani del governo passa da un aumento di capitale giocato sul mercato, passaggio con cui si esclude a priori i rischi di burden sharing sui bond subordinati, ieri in sofferenza sui mercati. I motori per la richiesta di più tempo alla Dg Comp della commissione europea si sono già accesi. Senza ovviamente alcuna sorpresa a Bruxelles dove ieri un portavoce dell'Esecutivo comunitario ha fatto sapere che «spetta all'Italia decidere e proporre modalità di uscita dalla proprietà Mps tenendo conto degli impegni in materia di aiuti di Stato del 2017». Alla commissione, insomma, l'ipotesi che il Monte rimanga a guida pubblica a tempo indeterminato non viene nemmeno presa in considerazione, e sul punto l'ottica appare condivisa in pieno anche dall'azionista Mef. «Un piano di rafforzamento patrimoniale nel quale Mps restasse un soggetto autonomo sarebbe esposto a rischi e incertezze considerevoli e avrebbe seri problemi di competitività», aveva del resto scandito il ministro dell'Economia Daniele Franco nell'audizione alle commissioni Finanze di inizio agosto. Ed è probabile che a breve il titolare dei conti torni a ribadirlo nell'aggiornamento a deputati e senatori dopo la chiusura del tavolo con Unicredit, come chiesto subito dai due presidenti delle commissioni Luigi Marattin (Iv, Camera) e Luciano D'Alfonso (Senato). Le nozze con un altro istituto, italiano o straniero, restano insomma l'opzione unica sulla strada del Monte dei Paschi. Una strada che però si allunga, per due ragioni. Il lungo lavoro condotto con l'apertura della data room prima e con la trattativa in esclusiva con Unicredit poi giustifica nei meccanismi comunitari la richiesta di un allungamento dei tempi. Richiesta che non dovrebbe incontrare troppi ostacoli anche per ragioni pratiche: se la riprivatizzazione è l'unica scelta, imporla in due mesi è impraticabile. Sull'orizzonte temporale si discute, in un ventaglio che si concentra intorno ai 12-18 mesi ma che potrà rimanere indefinito almeno nelle comunicazioni ufficiali anche per evitare di influenzare le attese del mercato e i margini di trattativa. Non è un mistero, si ragiona al Mef, che l'imminenza della deadline abbia giocato infatti un ruolo anche nel confronto con Unicredit dando al potenziale compratore un'arma negoziale in più. Ma rispetto al 2017, e qui arriva la seconda ragione che motiva la percorribilità di una proroga, è cambiato il mondo, prima con la botta pandemica e poi con una ripresa più vigorosa del previsto che sembra rendere più gestibili anche le ricadute in termini di Npl (i crediti deteriorati ndr) sul settore. E che aiuta il miglioramento dei conti di Mps. La trimestrale in arrivo sarà «molto buona», a quanto filtra dalla banca, mentre il titolo (-2,4%) affronta in Borsa la prima giornata post-addio a Unicredit (-1,7%), mentre i bond subordinati inevitabilmente soffrono, lasciando sul campo tra il 9 e il 17% del loro valore. Il rafforzamento patrimoniale resta in ogni caso il perno del nuovo piano che andrà negoziato con Bruxelles. Si parte al momento dai 2,5 miliardi scritti nell'ultimo piano della Banca, a cui il Mef parteciperebbe pro quota (64%) con il fondo per le ricapitalizzazioni già nei tendenziali di finanza pubblica. Nemmeno su questo punto sembrano affacciarsi «piani B»: l'obiettivo del governo è realizzare un aumento interamente giocato sul mercato, senza mettere in campo ipotesi di aiuti di Stato ulteriori che farebbero scattare la tagliola del burden sharing sulle obbligazioni subordinate. Sgombrata dal campo l'ipotesi di procedere alla ricapitalizzazione entro l'anno, di rafforzamento si parlerà realisticamente solo nel 2022. Di certo le cifre (e i tempi) dell'aumento si incrociano con le richieste che arriveranno in termini di ripensamento della governance e di revisione della struttura dei costi. Il tema investe da vicino le ricadute occupazionali, altro nodo critico nelle trattative con Piazza Gae Aulenti. È quasi inevitabile che l'elenco degli esuberi si allunghi rispetto ai 2.500 indicati a suo tempo dalla banca. Anche su questo Daniele Franco era stato chiaro in Parlamento, spiegando che «nel caso probabile in cui le interlocuzioni con la Commissione richiedessero di fissare un obiettivo di rapporto costi / ricavi più ambizioso (rispetto al 61% indicato dalla banca al 2025, ndr), gli esuberi di personale potrebbero essere considerevolmente più elevati». Ma si terrebbero in ogni caso lontani dai 7mila ipotizzati fino ad oggi, e comunque da realizzare con strumenti di accompagnamento a un'uscita volontaria».

Leggi qui tutti gli articoli di martedì 26 ottobre:

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